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Marco Bava è un economista, consulente finanziario e spesso attivo
nel panorama italiano come esperto di economia e finanza. È noto per le
sue opinioni critiche su temi come la gestione della finanza pubblica
italiana, le banche e la situazione economica generale del Paese.
Inoltre, in passato è stato coinvolto in varie iniziative politiche e
civiche, dove ha cercato di sensibilizzare l'opinione pubblica su
questioni legate alla trasparenza economica e alla gestione del debito
pubblico. |
Dal Vangelo secondo Luca Lc
21,5-19
“In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato
di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei
quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non
sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e
quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose:
«Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome
dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro!
Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché
prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro
regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze;
vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi
perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni,
trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete
allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non
preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché
tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e
dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa
del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza
salverete la vostra vita».”
La gangster
che si fece
suora
pierangelo sapegno
Le due vite di Angela Corradi sono finite adesso. Quella della donna
gangster con la svastica tatuata sulla schiena e della suora laica che
ha dedicato la sua vita ai disperati e agli sconfitti. La notizia l'ha
data su Facebook Tino Stefanini, uno degli ultimi superstiti della
famigerata mala della Comasina: «Resterai per sempre nei nostri cuori».
Ma di Angela Corradi, morta a 73 anni, resta qualcosa di più anche per
tutti noi, il mistero della vita e dei suoi peccati, la sottile linea di
demarcazione che può dividere il bene dal male sulle strade del dolore.
Tutto quello che non possiamo vedere e facciamo fatica a capire. Una
volta le chiesero come aveva fatto a scoprire Dio. «Perché ho sentito la
sua voce», aveva risposto. «Mi disse "Io ci sono". Mi disse solo
questo». Era una sera che Angela Corradi aveva un mitra in mano e una
pistola infilata nei calzoni e stava uscendo dalla sua casa di via
Osculati ad Affori per andare a uccidere qualcuno. Ma qualche anno dopo,
aveva il velo e degli occhiali a goccia che nascondevano uno sguardo che
levigava il tempo e anche le sue ferite, perché non si vive la sua vita
senza perdere pezzi e portarne le cicatrici. Allora le chiesero come
faceva a essere così sicura che fosse la voce di Dio. «Lo so e basta»,
disse con tono di nuovo duro. Il fatto è che pure quando sposò Dio e si
fece terziaria francescana non perse mai la forza del suo carattere. Era
scritta nei suoi occhi, quella forza. Era la pupa del gangster, la «pupa
della banda Vallanzasca», come titolavano i giornali, la compagna
inseparabile di Vito Pesce, il braccio destro del bel René, che la
chiamava «la sorellina» e di lei diceva che non era solo bella e
coraggiosa: «Angelina è stata la donna che in quanto a palle dava dei
punti e tanti maschietti cazzuti. Una forza della natura.
Fondamentalmente, era una femmina da sballo. Bella, intelligente,
simpatica, capace di essere dolcissima. Ma quando c'era da dimostrare il
suo carattere, persino il suo uomo faceva bene a non contraddirla».
Era un giorno di luglio del 1978 quando venne folgorata da Cristo,
mentre doveva andare a vendicare «uno sgarro fatto ai miei compagni in
carcere». Lo raccontò cinque anni dopo esatti, al meeting di Cl a
Rimini: «Io posso solo tentare di farvi vedere una scena. Sono in casa,
sono armata fino ai denti e quando varcherò quella porta so che l'unica
cosa che devo fare è uccidere qualcuno. E sono molto determinata a
farlo. È in quel momento che mi si è presentato il Signore. Non Lui, io
mento se dico Lui. Ma la sua voce. E l'ho sentita benissimo. Ha solo
detto "ci sono". Non ha detto altro. E io mi sono terrorizzata. Non
avevo mai avuto paura di niente. Ma quella volta sì». Prima di cambiare
la sua vita, Angela era stata tutto quello che poteva essere una nata
come lei nella nebbia dell'anonimato ai margini della metropoli. Era
stata commessa, e poi modella prima di approdare nella banda di
Vallanzasca per un «atto di ribellione». Si era tatuata sulla schiena
una svastica e su un dito la «N» di nazista con una croce sovrapposta.
Diventò una protagonista di quegli anni di violenza e finì anche in
carcere, cinque anni a San Vittore. Era una donna bellissima, hanno
sempre ripetuto quelli che l'avevano conosciuta. I suoi lavoravano nel
circo. Il padre faceva il giro della morte in motocicletta. Poi un
gravissimo incidente l'aveva paralizzato e da allora anche la madre,
Bruna, acrobata, lasciò il tendone. I suoi cercarono di avviarla agli
studi, ma non ci fu verso. Angela voleva scappare, andare via da quella
prigione di case grigie e uguali, dalle pene della sua famiglia. A
sedici anni fuggì di casa e dopo poco tempo si legò ai ragazzi della
mala che in quegli anni stavano scalando le gerarchie di Milano a mitra
spianati, lasciando una scia di morte dietro di loro. Diventò la
compagna di Vito pesce, uno degli uomini più spietati della banda
Vallanzasca. I giornali, raccontando i corpi senza vita sparsi sulle
strade, tutte quelle esplosioni di violenza e le sparatorie, li
chiamavano «i killer drogati. La più feroce gang del Dopoguerra». In
quegli anni morì suo padre, mentre lei veniva arrestata. Di San Vittore
ricordò la vita vuota e arida dietro a quelle sbarre.
La conversione avvenne all'improvviso, quando era già una suora laica,
la sua auto, una A112, venne crivellata di colpi in piena notte e lei
rimase quasi in fin vita con ferite sul volto. «Gesù, Gesù aiutami...»,
ripeteva ai medici del Niguarda. Sua madre Bruna raccontò che «era
uscita per andare a portare aiuto ai bisognosi». In realtà,
quell'episodio rimase un mistero senza risposta.
Un po' come il suo viso, conservato negli archivi della cronaca nera e
nelle foto che la immortalarono col velo. Non aveva più i capelli tinti
di biondo e lo sguardo sprezzante. Ma gli occhi sono lo specchio
dell'anima. E non sono cambiati. Erano troppo duri, quand'era ragazzina,
ma anche adesso erano gli occhi di una che aveva sempre dovuto
combattere nella sua vita, farsi largo tra le infinite e irrisolte
violenze delle periferie, fra quegli edifici nudi che nascondevano tutti
le stesse miserie e le stesse rabbie, in quelle ripetizioni di facciate
sempre uguali e in quel piatto e uniforme plurale di una sconfitta
comune, dove ogni finestra apparteneva solo alle nebbie della
disperazione, un disegno senza altri colori che non fossero quelli dei
sogni di chi vuole scappare. Alla fine però Angela Corradi è tornata qui
e ci è rimasta fino alla sua morte, a 73 anni, per dedicarsi alle anime
perse dei drogati, dei detenuti, dei più deboli, di tutti quelli rimasti
senza speranze nella battaglia della vita. È ritornata da dov'era
partita, nella terra di mezzo, nei luoghi di tutti quelli che continuano
a perdere.
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Le assemblee societarie
a distanza continueranno a essere una realtà anche nel 2025. Con
l’approvazione del decreto Milleproroghe, il governo ha deciso
di estendere fino al 31 dicembre 2025 la possibilità per le
società di capitali e gli enti di tenere riunioni e assemblee in
modalità telematica, senza la necessità della presenza fisica
dei partecipanti. Una misura nata in risposta all’emergenza
sanitaria e che, negli anni, si è trasformata in uno strumento
stabile per garantire flessibilità e continuità operativa.
Assemblee societarie online prorogate fino al 2025: il
Milleproroghe estende la modalità telematica
L’obiettivo della proroga è
duplice. Da un lato, mantenere attivo un sistema che ha
semplificato il lavoro degli organi societari e reso più
efficiente la partecipazione di soci e azionisti, soprattutto
nelle realtà con una governance complessa. Dall’altro,
assicurare una gestione più fluida degli incontri decisionali,
senza gli ostacoli logistici legati alla necessità di incontri
in presenza.
Un’eredità della
pandemia diventata la norma
L’introduzione delle assemblee online risale al 2020, quando,
con il Decreto Cura Italia, il governo aveva autorizzato per la
prima volta la possibilità di svolgere le riunioni degli organi
societari in modalità completamente telematica. La misura,
pensata inizialmente per rispondere alle limitazioni imposte
dall’emergenza sanitaria, è stata progressivamente prorogata
negli anni, dimostrando la sua efficacia ben oltre il contesto
pandemico.
Il ricorso alle assemblee a distanza si è rivelato
un’opportunità non solo per superare le restrizioni sanitarie,
ma anche per snellire le procedure burocratiche e ridurre i
costi legati agli spostamenti e alla logistica delle riunioni in
presenza. Una possibilità che molte imprese hanno scelto di
mantenere anche dopo la fine delle restrizioni, trovando nelle
modalità digitali un supporto efficace per la governance
aziendale.
Chi beneficia della
proroga?
L’estensione fino al 2025 si applica a tutte le società di
capitali e agli enti, permettendo loro di convocare e svolgere
le assemblee in via telematica, anche se l’atto costitutivo o lo
statuto non lo prevedono espressamente. Questo significa che
anche le società che non hanno mai modificato i propri
regolamenti interni possono continuare a sfruttare questa
possibilità senza dover intervenire sulle norme statutarie.
Per le società con una compagine azionaria diffusa, l’assemblea
a distanza rappresenta una soluzione particolarmente
vantaggiosa: facilita la partecipazione anche degli azionisti
internazionali e riduce i problemi legati agli obblighi di
presenza fisica, semplificando il processo decisionale.
Inoltre, le startup e le PMI innovative hanno trovato nelle
assemblee telematiche uno strumento utile per abbattere i costi
di gestione, potendo contare su un metodo rapido ed efficace per
riunire i soci e deliberare su questioni strategiche.
Le reazioni del mondo
imprenditoriale
L’estensione della misura è stata accolta positivamente dalle
associazioni di categoria e dagli operatori del settore. Secondo
diversi esperti, il modello delle assemblee digitali rappresenta
ormai una best practice consolidata, che potrebbe diventare una
soluzione definitiva anche oltre la nuova scadenza fissata per
il 31 dicembre 2025.
Alcuni osservatori sottolineano, però, la necessità di stabilire
norme chiare e uniformi per garantire la sicurezza delle
votazioni e la piena trasparenza del processo decisionale. Se da
un lato le tecnologie digitali permettono un accesso più ampio e
immediato agli incontri, dall’altro emergono questioni legate
alla protezione dei dati e all’identificazione dei partecipanti,
soprattutto nei casi in cui le assemblee riguardino decisioni
particolarmente delicate.
Un futuro sempre più
digitale per la governance societaria
La proroga delle assemblee online fino al 2025 conferma che il
mondo delle imprese sta evolvendo verso una gestione sempre più
digitalizzata e flessibile. Se in passato la presenza fisica era
un requisito imprescindibile per le riunioni degli organi
sociali, oggi la possibilità di collegarsi da remoto è diventata
una normalità per molte aziende.
Con l’aumento dell’utilizzo di strumenti di videoconferenza e la
progressiva diffusione di piattaforme dedicate alla corporate
governance, il concetto di assemblea societaria sta cambiando in
modo profondo. La prossima sfida sarà quella di trovare un
equilibrio tra le esigenze di semplificazione e la necessità di
garantire un processo decisionale trasparente e sicuro.
Per ora, con il Milleproroghe, la possibilità di svolgere
assemblee digitali è garantita per altri due anni. Ma il
percorso sembra ormai tracciato: la governance aziendale del
futuro sarà sempre più flessibile, digitale e interconnessa.
TO.12.04.24
Illustre Presidente del
Consiglio Giorgia Meloni perche' con l'art.11 del DISEGNO DI LEGGE
CAPITALI avete approvato un restringimento di fatto della libertà ?
perché avete voluto dimostrarci di volervi ispirare all'epoca
fascista sfociato nel delitto Matteotti ? Non credo sia
nell'interesse suo e del suo governo e mi spiace, ma devo prenderne
atto.
TO.03.02.23
Ill.mo Signor Presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera
Ill.mo Capo dello Stato Sergio Mattarella
Ill.mo Presidente del Senato
Ill.mo Presidente della Camera
Ill.ma Presidente del Consiglio
In questi giorni e’ in approvazione l’atto della Camera: n.1515 ,
Senato n.674. - "Interventi a sostegno della competitività dei capitali
e delega al Governo per la riforma organica delle disposizioni in
materia di mercati dei capitali recate dal testo unico di cui al decreto
legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e delle disposizioni in materia di
società di capitali contenute nel codice civile applicabili anche agli
emittenti" (approvato dal Senato) (1515) .
L’articolo 11 (Svolgimento delle assemblee delle società per azioni
quotate) modificato al Senato, consente, ove sia contemplato nello
statuto, che le assemblee delle società quotate si svolgano
esclusivamente tramite il rappresentante designato dalla società. In
tale ipotesi, non è consentita la presentazione di proposte di
deliberazione in assemblea e il diritto di porre domande è esercitato
unicamente prima dell’assemblea. Per effetto delle modifiche apportate
al Senato, la predetta facoltà statutaria si applica anche alle società
ammesse alla negoziazione su un sistema multilaterale di negoziazione;
inoltre, sempre per effetto delle predette modifiche, sono prorogate al
31 dicembre 2024 le misure previste per lo svolgimento delle assemblee
societarie disposte con riferimento all’emergenza Covid-19 dal
decreto-legge n. 18 del 2020, in particolare per quanto attiene l’uso di
mezzi telematici. L’articolo 11 introduce un nuovo articolo
135-undecies.1 nel TUF – Testo Unico Finanziario (D. Lgs. n. 58 del
1998) il quale consente, ove sia contemplato nello statuto, che le
assemblee delle società quotate si svolgano esclusivamente tramite il
rappresentante pagato e designato dalla società. Le disposizioni in
commento rendono permanente, nelle sue linee essenziali, e a
condizione che lo statuto preveda tale possibilità, quanto previsto
dall’articolo 106, commi 4 e 5 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18,
che ha introdotto specifiche disposizioni sullo svolgimento delle
assemblee societarie ordinarie e straordinarie, allo scopo di
contemperare il diritto degli azionisti alla partecipazione e al voto in
assemblea con le misure di sicurezza imposte in relazione all’epidemia
da COVID-19. Il Governo, nella Relazione illustrativa, fa presente che
la possibilità di continuare a svolgere l’assemblea esclusivamente
tramite il rappresentante designato tiene conto dell’evoluzione, da
tempo in corso, del modello decisionale dei soci, che si articola,
sostanzialmente, in tre momenti: la presentazione da parte del consiglio
di amministrazione delle proposte di delibera dell’assemblea; la messa a
disposizione del pubblico delle relazioni e della documentazione
pertinente; l’espressione del voto del socio sulle proposte del
consiglio di amministrazione. In questo contesto, viene fatta una
affermazione falsa e priva di ogni fondamento giuridico: che
l’assemblea ha perso la sua funzione informativa, di dibattito e di
confronto essenziale al fine della definizione della decisione di voto
da esprimere. Per cui non e’ vero che la partecipazione
all’assemblea si riduca, in particolar modo, per gli investitori
istituzionali e i gestori di attività, nell’esercizio del diritto di
voto in una direzione definita ben prima dell’evento assembleare,
all’esito delle procedure adottate in attuazione della funzione di
stewardship e tenendo conto delle occasioni di incontro diretto,
chiuse ai risparmiatori, con il management della società in
applicazione delle politiche di engagement.
Per cui in questo contesto, si verrebbe ad applicare una norma di
esclusione dal diritto di partecipazione alle assemblee degli azionisti
da parte di chi viene tutelato, anche attraverso il diritto alla
partecipazione alle assemblee dall’art.47 della Costituzione oltre che
dall’art.3 della stessa per una oggettiva differenza di diritti fra
cittadini azionisti privati investitori che non possso piu’ partecipare
alle assemblee e ed azionisti istituzionali che invece godono di
incontri diretti privati e riservati
con il management della società in applicazione delle politiche di
engagement.
Il che crea una palese ed illegittima asimmetria informativa legalizzata
in Italia rispetto al contesto internazionale in cui questo divieto di
partecipazione non sussiste. Anzi gli orientamenti europei vanno da anni
nella direzione opposta che la 6 commissione presieduta dal
sen.Gravaglia volutamente dimostra di voler ignorare.
Viene da chiedersi perche’ la maggioranza ed il Pd abbiano approvato
questo restringimento dei diritti costituzionali ?
Tutto cio’ mentre Elon Musk ha subito una delle più grandi perdite
legali nella storia degli Stati Uniti questa settimana, quando
l'amministratore delegato di Tesla è stato privato del suo pacchetto
retributivo di 56 miliardi di dollari in una causa intentata da Richard
Tornetta che ha fatto causa a Musk nel 2018, quando il residente della
Pennsylvania possedeva solo nove azioni di Tesla. Il caso è arrivato al
processo alla fine del 2022 e martedì un giudice si è schierato con
Tornetta, annullando l'enorme accordo retributivo perché ingiusto nei
suoi confronti e nei confronti di tutti i suoi colleghi azionisti di
Tesla.
La giurisprudenza societaria del Delaware è piena di casi che portano i
nomi di singoli investitori con partecipazioni minuscole che hanno
finito per plasmare il diritto societario americano.
Molti studi legali che rappresentano gli azionisti hanno una scuderia di
investitori con cui possono lavorare per intentare cause, afferma Eric
Talley, che insegna diritto societario alla Columbia Law School.
Potrebbe trattarsi di fondi pensione con un'ampia gamma di
partecipazioni azionarie, ma spesso si tratta anche di individui come
Tornetta.
Il querelante firma i documenti per intentare la causa e poi
generalmente si toglie di mezzo, dice Talley. Gli investitori non pagano
lo studio legale, che accetta il caso su base contingente, come hanno
fatto gli avvocati nel caso Musk.
Tornetta beneficia della vittoria della causa nello stesso modo in cui
ne beneficiano gli altri azionisti di Tesla: risparmiando all'azienda i
miliardi di dollari che un consiglio di amministrazione asservito pagava
a Musk.
Gli esperti hanno detto che persone come Tornetta sono fondamentali per
controllare i consigli di amministrazione. I legislatori e i giudici
desiderano da tempo che siano le grandi società di investimento a
condurre queste controversie aziendali, poiché sono meglio attrezzate
per tenere d'occhio le tattiche dei loro avvocati. Ma gli esperti
hanno detto che i gestori di fondi non vogliono mettere a repentaglio i
rapporti con Wall Street.
Quindi è toccato a Tornetta affrontare Musk.
"Il suo nome è ora impresso negli annali del diritto societario", ha
detto Talley. "I miei studenti leggeranno Tornetta contro Musk per i
prossimi 10 anni". Questa e’ democrazia e trasparenza vera non quella
votata da maggioranza e Pd.
Infatti da 1 anno avevo chiesto di essere udito dal Senato che mi
ignorato nella totale indifferenza della 6 commissione . Mentre lo
sono stati sia il recordman professionale dei rappresentanti pagati
degli azionisti , l’avv.Trevisan , sia altri ispiratori e
sostenitori della modifica normativa proposta. Per cui mi e’ stata
preclusa ogni osservazione non in linea con la proposta della 6
commissione del Senato che ha esaminato ed emendato il provvedimento e
questo viola i principi di indipendenza e trasparenza delle camera e
senato: dov’e’ interesse pubblico a vietare le assemblee agli azionisti
per ragioni pandemiche nel 2024 ?
La prova più consistente che tale articolo non ha alcuna ragione palese
per essere presentato e’ che sono state di fatto rese permanenti le
misure introdotte in via temporanea per l’emergenza Covid-19 In sintesi,
il menzionato articolo 106, commi 4 e 5 - la cui efficacia è stata
prorogata nel tempo e, da ultimo, fino al 31 luglio 2023 dall’articolo
3, comma 1, del decreto-legge 30 dicembre 2021, n. 228 - prevede che le
società quotate possano designare per le assemblee ordinarie o
straordinarie il rappresentante designato, previsto dall'articolo
135-undecies TUF, anche ove lo statuto preveda diversamente; inoltre, la
medesima disposizione consente alle società di prevedere nell’avviso di
convocazione che l’intervento in assemblea si svolga esclusivamente
tramite il rappresentante designato, al quale potevano essere conferite
deleghe o sub-deleghe ai sensi dell’articolo 135-novies del TUF.
L'articolo 135-undecies del TUF dispone che, salvo diversa previsione
statutaria, le società con azioni quotate in mercati regolamentati
designano per ciascuna assemblea un soggetto al quale i soci possono
conferire, entro la fine del secondo giorno di mercato aperto precedente
la data fissata per l'assemblea, anche in convocazione successiva alla
prima, una delega con istruzioni di voto su tutte o alcune delle
proposte all'ordine del giorno. La delega ha effetto per le sole
proposte in relazione alle quali siano conferite istruzioni di voto, è
sempre revocabile (così come le istruzioni di voto) ed è conferita,
senza spese per il socio, mediante la sottoscrizione di un modulo il cui
contenuto è disciplinato dalla Consob con regolamento. Il conferimento
della delega non comporta spese per il socio. Le azioni per le quali è
stata conferita la delega, anche parziale, sono computate ai fini della
regolare costituzione dell'assemblea mentre con specifico riferimento
alle proposte per le quali non siano state conferite istruzioni di voto,
le azioni non sono computate ai fini del calcolo della maggioranza e
della quota di capitale richiesta per l'approvazione delle delibere. Il
soggetto designato e pagato come rappresentante è tenuto a
comunicare eventuali interessi che, per conto proprio o di terzi, abbia
rispetto alle proposte di delibera all’ordine del giorno. Mantiene
altresì la riservatezza sul contenuto delle istruzioni di voto ricevute
fino all'inizio dello scrutinio, salva la possibilità di comunicare tali
informazioni ai propri dipendenti e ausiliari, i quali sono soggetti al
medesimo dovere di riservatezza. In forza della delega contenuta nei
commi 2 e 5 dell'articolo 135-undecies del TUF la Consob ha disciplinato
con regolamento alcuni elementi attuativi della disciplina appena
descritta. In particolare, l'articolo 134 del regolamento Consob n.
11971/1999 ("regolamento emittenti") stabilisce le informazioni minime
da indicare nel modulo e consente al rappresentante che non si trovi in
alcuna delle condizioni di conflitto di interessi previste nell'articolo
135-decies del TUF, ove espressamente autorizzato dal delegante, di
esprimere un voto difforme da quello indicato nelle istruzioni nel caso
si verifichino circostanze di rilievo, ignote all'atto del rilascio
della delega e che non possono essere comunicate al delegante, tali da
ARTICOLO 11 42 far ragionevolmente ritenere che questi, se le avesse
conosciute, avrebbe dato la sua approvazione, ovvero in caso di
modifiche o integrazioni delle proposte di deliberazione sottoposte
all'assemblea. Più in dettaglio, per effetto del comma 4 dell'articolo
106, le società con azioni quotate in mercati regolamentati possono
designare per le assemblee ordinarie o straordinarie il rappresentante
al quale i soci possono conferire deleghe con istruzioni di voto su
tutte o alcune delle proposte all'ordine del giorno, anche ove lo
statuto disponga diversamente. Le medesime società possono altresì
prevedere, nell’avviso di convocazione, che l’intervento in assemblea si
svolga esclusivamente tramite il rappresentante designato, al quale
possono essere conferite anche deleghe o sub-deleghe ai sensi
dell’articolo 135-novies del TUF, che detta le regole generali (e meno
stringenti) applicabili alla rappresentanza in assemblea, in deroga
all’articolo 135-undecies, comma 4, del TUF che, invece, in ragione
della specifica condizione del rappresentante designato dalla società,
esclude la possibilità di potergli conferire deleghe se non nel rispetto
della più rigorosa disciplina prevista dall'articolo 135-undecies
stesso. Per effetto del comma 5, le disposizioni di cui al comma 4 sono
applicabili anche alle società ammesse alla negoziazione su un sistema
multilaterale di negoziazione e alle società con azioni diffuse fra il
pubblico in misura rilevante. Le disposizioni in materia di assemblea
introdotte dalle norme in esame non sono state approvate dal M5S il cui
presidente , avv.Conte, aveva introdotto tali norme esclusivamente per
il periodo Covid. Per cui l’articolo 11 in esame, come anticipato,
introduce un nuovo articolo 135- undecies.1 nel Testo Unico Finanziario,
ai sensi del quale (comma 1) lo statuto di una società quotata può
prevedere che l’intervento in assemblea e l’esercizio del diritto di
voto avvengano esclusivamente tramite il rappresentante designato dalla
società, ai sensi del già illustrato supra articolo 135-undecies. A tale
rappresentante possono essere conferite anche deleghe o sub-deleghe ai
sensi dell'articolo 135-novies, in deroga all'articolo 135-undecies,
comma 4. La relativa vigilanza è esercitata, secondo le competenze,
dalla Consob (articolo 62, comma 3 TUF e regolamenti attuativi) o
dall’Autorità europea dei mercati finanziari – ESMA.
L’ESMA non e’ stata mai sentita dal sen.Gravaglia su questo articolo
mentre la Consob ha espresso parere contrario che sempre lo stesso ha
ignorato.
Ma i soprusi non finiscono qui : il comma 3 del nuovo articolo
135-undecies.1 chiarisce che, nel caso previsto dalle norme in esame. il
diritto di porre domande (di cui all’articolo 127-ter del TUF) è
esercitato unicamente prima dell’assemblea. La società fornisce almeno
tre giorni prima dell’assemblea le risposte alle domande pervenute. In
sintesi, ai sensi dell’articolo 127-ter, coloro ai quali spetta il
diritto di voto possono porre domande sulle materie all'ordine del
giorno anche prima dell'assemblea. Alle domande pervenute prima
dell'assemblea è data risposta al più tardi durante la stessa. La
società può fornire una risposta unitaria alle domande aventi lo stesso
contenuto. L’avviso di convocazione indica il termine entro il quale le
domande poste prima dell'assemblea devono pervenire alla società. Non è
dovuta una risposta, neppure in assemblea, alle domande poste prima
della stessa, quando le informazioni richieste s
iano già disponibili in formato "domanda e risposta" nella sezione del
sito Internet della società ovvero quando la risposta sia stata
pubblicatma 7, del TUF relativo allo svolgimento delle assemblee di
società ed enti. Per effetto delle norme introdotte, al di là delle
disposizioni contenute nell’articolo in esame che vengono rese
permanenti (v. supra), sono prorogate al 31 dicembre 2024 tutte le altre
misure in materia di svolgimento delle assemblee societarie – dunque non
solo quelle relative alle società quotate – previste nel corso
dell’emergenza Covid-19. Questo che e’ un capolavoro di capziosità di
un emendamento della sen.Cristina Tajani PD , ricercatrice e docente
universitaria, di indifferenziazione parlamentare negli obiettivi
: dal momento che le misure previste dall’art.11 in oggetto prevedono
per essere applicabili il loro recepimento statutario, lo stesso viene
ottenuto nel 2024 per ragioni di Covid, con il rappresentante pagato ,
che ovviamente non porrà alcuna opposizione neppure verbale.
Illustri Presidenti se questa non e’ una negazione degli art.47 e 3
della Costituzione, contro la democrazia e trasparenza societaria
, cos’e ?
Al termine di questa mia riflessione vorrei capire se in questo nostro
paese esiste ancora uno spazio di rispettosa discussione democratica o
di tutela giuridica nei confronti di una decisione arbitraria di una
classe dirigente qui’ palesemente opaca.
Confido in una vs risposta costruttiva di rispetto della libertà
progressista di un paese evoluto ma stabile e garante nei diritti delle
minoranze . Anche perché quello che ho anticipato con Edoardo Agnelli
sul futuro della Fiat dal 1998 in poi si e’ tristemente avverato, e solo
oggi, forse, e’ diventato di coscienza comune , anche se a me e’
costato pesanti ritorsioni personali da parte degli organi di polizia e
giustizia torinese e della Facolta’ di Economia Commercio di Torino . Ed
ad Edoardo Agnelli la morte. Non e’ impedendomi di partecipare alle
assemblee che Fiat & C ritorneranno in Italia, perché nel frattempo non
esistono più a causa anche di chi a Torino e Roma gli ha concesso di
fare tutto quello che di insensato hanno fatto dal 1998 in poi anche
contro se stessi oltre che i suoi lavoratori ed azionisti, calpestando
brutalmente chi osava denunciarlo pubblicamente nel tentativo,
silenziato, di fermare la distruzione di un orgoglio e una risorsa
nazionale. Giugiaro racconta che quando la Volkswagen gli chiese di fare
la Golf gli presento’ la Fiat 128 come esempio inarrivabile. Oggi
Tavares si presenta in Italia come il nuovo Napoleone , legittimato da
Yaky e scortato dalla DIGOS per difenderlo da Marco BAVA che vorrebbe
solo documentargli che l’industria automobilistica italiana ha una
storia che gli errori di 3 persone non debbono poter cancellare. Anche
se la storia finora ha premiato chi ha consentito il restringimento dei
diritti in questo paese la frana del futuro travolgerà tutti.
Basta chiederlo a Montezemolo che tutto questo lo sa e lo ha vissuto
direttamente.
UNA
ATTUALIZZAZIONE DEL:
DISCORSO DEL 30.05.1924
Giacomo Matteotti
Matteotti: «Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre
elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al
banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo
avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel
1919».
Voci: «Non è vero! Non è vero! » .
Finzi, sottosegretario di Stato per l'interno: «Michele Bianchi! Proprio
lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi! » .
Matteotti: «Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è
semplicemente questo, che l'onorevole Michele Bianchi con altri teneva
un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero,
sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi
rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori,
interruzioni)».
Finzi: «Non è così! » .
Matteotti: «Porterò i giornali vostri che lo attestano».
Finzi: «Lo domandi all'onorevole Merlin che è più vicino a lei!
L'onorevole Merlin cristianamente deporrà».
Matteotti: «L'on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e
nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non
dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi
essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle
elezioni? (Rumori) e, signori che mi interrompete, anche qui
nell'assemblea? (Rumori a destra)».
Teruzzi: «È ora di finirla con queste falsità».
Matteotti: «L'inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a
Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell'onorevole
Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i
fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all'oratore
di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)».
Una voce "Non è vero, non fu impedito niente (Rumori)".
Matteotti: «Allora rettifico! Se l'onorevole Gonzales dovette passare 8
giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato.
(Rumori, interruzioni) L'onorevole Gonzales, che è uno studioso di San
Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni) A Napoli
doveva parlare... (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni
deputati che siedono all'estrema sinistra)».
Presidente: «Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano
posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia
breve, e concluda».
Matteotti: «L'Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per
improvvisazione, e che mi limito...».
Voci: «Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti! » .
Gonzales: «I fatti non sono improvvisati! » .
Matteotti: «Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni
fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento
dell'Assemblea... (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e
senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai
candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro
pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo
al fatto dell'onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell'onorevole
Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo
dell'opposizione costituzionale, l'onorevole Amendola, e che fu
impedita... (Oh, oh! – Rumori)».
Voci da destra: «Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete
d'accordo tutti! » .
Matteotti: «Vuol dire dunque che il termine "sovversivo" ha molta
elasticità! » .
Greco: «Chiedo di parlare sulle affermazioni dell'onorevole Matteotti».
Matteotti: «L'onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua
conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di
corpi armati, i quali intervennero in città.. .».
Presutti: «Dica bande armate, non corpi armati! » .
Matteotti: «Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera
conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste
condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare
liberamente nella loro circoscrizione!» .
Voci di destra: «Per paura! Per paura! (Rumori – Commenti)».
Farinacci: «Vi abbiamo invitati telegraficamente! » .
Matteotti: «Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio
come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche
dell'avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate!
(Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un
contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero
presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è
vostro costume dire che "qualcuno di noi ha provocato" e come "in
seguito a provocazioni" i fascisti "dovettero" legittimamente ritorcere
l'offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)».
Voci da destra: «L'avete studiato bene! » .
Pedrazzi: «Come siete pratici di queste cose, voi! » .
Presidente: «Onorevole Pedrazzi! » .
Matteotti: «Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di
circolare nelle loro circoscrizioni! » .
Voci a destra: «Avevano paura! » .
Turati Filippo: «Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c'erano i
briganti, avevano paura (Vivi rumori a destra, approvazioni a
sinistra)».
Una voce: «Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato
rispettato».
Turati Filippo: «Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi
a sinistra, rumori a destra)».
Presidente: «Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti! » .
Matteotti: «Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano
di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! »
(Approvazioni a sinistra – Rumori prolungati)
Presidente: «Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l'onorevole
Rossi...».
Matteotti: «Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di
parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho
diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)».
Casertano, presidente della Giunta delle elezioni: «Chiedo di parlare».
Presidente: «Ha facoltà di parlare l'onorevole presidente della Giunta
delle elezioni. C'è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta».
Matteotti: «Onorevole Presidente! . ..».
Presidente: «Onorevole Matteotti, se ella vuoi parlare, ha facoltà di
continuare, ma prudentemente».
Matteotti: «Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente,
ma parlamentarmente! » .
Presidente: «Parli, parli».
Matteotti: «I candidati non avevano libera circolazione... (Rumori.
Interruzioni)».
Presidente: «Facciano silenzio! Lascino parlare! » .
Matteotti: «Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non
potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro
stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le
conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che
accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l'indomani o
dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all'estero (Commenti)».
Una voce "Erano disoccupati! ".
Matteotti: «No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li
boicottate».
Voci da destra: «E quando li boicottate voi? » .
Farinacci: «Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco! » .
Matteotti: «Uno dei candidati, l'onorevole Piccinini, al quale mando a
nome del mio gruppo un saluto... (Rumori)».
Voci: «E Berta? Berta!».
Matteotti: «Conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio
partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la
candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe – stato per essere il
destino suo all'indomani. (Rumori) Ma i candidati – voi avete ragione di
urlarmi, onorevoli colleghi – i candidati devono sopportare la sorte
della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che
oggi imperversa. lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché
anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le
elezioni. (Approvazioni all'estrema sinistra) Un'altra delle garanzie
più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella
della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in
ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per
disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi – anche
in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal
Governo e dal partito dominante – risultarono composti quasi totalmente
di aderenti al partito dominante. Quindi l'unica garanzia possibile,
l'ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza
del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare.
Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per
cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della
lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno
in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze
che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il
seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e
constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo
reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i
verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi
dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun
rappresentante di lista. Veniva così a mancare l'unico controllo,
l'unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono
svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo
riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche
provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma
questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo – e
l'onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere – fu
data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati
dall'opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa
popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione
controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c'è stata. Ma,
strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo
dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza
di suffragi, da superare la maggioranza – con questa conseguenza però,
che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo
le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel
Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni
diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si
ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle
persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni».
Una voce a destra: «Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti! » .
Matteotti: «Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito,
secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai
nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo,
danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che
ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata
protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione
avvenne in tre maniere: l'Italia è una, ma ha ancora diversi costumi.
Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate
all'ordine del giorno dal presidente del Consiglio per l'atto di fedeltà
che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati
prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli
elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la "regola
del tre". Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un
prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori
un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi
(Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le
combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno,
potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto.
In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di
Rovigo, questo metodo risultò eccellente».
Finzi: «Evidentemente lei non c'era! Questo metodo non fu usato! » .
Matteotti: «Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella
venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato».
Finzi: «Lo provi».
Matteotti: «In queste regioni tutti gli elettori».
Ciarlantini: «Lei ha un trattato, perché non lo pubblica? » .
Matteotti: «Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie
del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a
destra); perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri
opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate
o diffidate di pubblicare le nostre cose. Nella massima parte dei casi
però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini
sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più
forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia,
la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato
fascista o dal fascio (Vivi rumori interruzioni)».
Suardo: «L'onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il
popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco dall'Aula. (Rumori –
Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini,
sfido l'onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia
dignità di soldato, abbandono quest'Aula. (Applausi, commenti)».
Teruzzi: «L'onorevole Suardo è medaglia d'oro! Si vergogni, on.
Matteotti». (Rumori all'estrema sinistra).
Presidente: «Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda! » .
Matteotti: «lo posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece
furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era
stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell'Italia
prefascista, ma che dall'Italia fascista ha avuto l'onore di essere
esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per
la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che
non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati
furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano
alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che
certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si
presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva
compiuto i 60 anni. (Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio
pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto,
riuscirono ad impedirlo».
Torre Edoardo: «Basta, la finisca! (Rumori, commenti). Che cosa stiamo a
fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori – Alcuni deputati
scendono nell'emiciclo). Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il
Parlamento! (Commenti – Rumori)».
Voci: «Vada in Russia! »
Presidente: «Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda! »
.
Matteotti: «Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le
cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente
della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare
i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e
verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare
che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla
stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o
addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i
molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della
volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini
ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi
esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere
socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono
più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali,
non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno
esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che
manifestano la reazione della nuova Italia contro l'oppressione del
nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi
all'estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera). Per tutte
queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose
sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché
ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno (Rumori)... per queste
ragioni noi domandiamo l'annullamento in blocco della elezione di
maggioranza. Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l'autorità
dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti
voi sì, veramente, rovinate quella che è l'intima essenza, la ragione
morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione
divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la
licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere
errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha
dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a
destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il
nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato
con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi,
anche con l'opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi
difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il
più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il
rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle
elezioni».
Terminato così il suo intervento, Matteotti dice ai suoi compagni di
partito: «Io, il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso
funebre per me». —
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LO SFASCIO DI JAKY-MARCHIONNE:
https://www.la7.it/100minuti/rivedila7/100-minuti-autostop-30-04-2024-539867
Cara Giovanna Boursier
Ho visto il suo ottimo servizio ben documentato e non di parte .
La storia della targa della Ferrari Testarossa grigia
cabrio di GA che stava nel garage di Frescot entrando sulla
destra e' che io come azionista Ifi l'avevo trovata nelle
immobilizzazioni, chiesi a GA che ci stava a fare e lui la fece
reimatricolare a suo nome con quella targa. Non la usava perche'
mi disse che la trovava scomoda e preferiva le Fiat. L'uso'
Giovanni Alberto Agnelli che ebbe un'incidente sulla
Torino-Milano. Così mi disse Edoardo a cui il padre non la fece
mai guidare. Edoardo aveva le Ferrari in uso direttamente
da Enzo Ferrari.
Chi sta chiudendo la Marelli e' KKR che vorrebbe comprare
la rete Tim pagandola 6 volte il suo valore come Enimont quando
fu venduta da Gardini ad Eni.
A Carlo De Benedetti avevo proposto di acquisire la Fiat prima
che arrivasse Marchionne, mi ha riso al TELEFONO.
Bianca Carretto forse dimentica che prima della Peugeot la Fiat
fu offerta da Jaky a Renault a cui l'ho fatta saltare grazie a
Nissan. Infatti poi i rapporti fra Nissan e Renault sono
cambiati.
Poi Peugeot ha pagato la Fiat 2,9 miliardi rispetto ai 5
richiesti perché non c'era nessuno che volesse comprare FIAT.
Non e' vero che Marchionne ha saputo gestire la Fiat. Non capiva
nulla di auto. Infatti non ha investito su LANCIA , come invece
sta facendo Tavares. Maserati in 5 anni non poteva fare
concorrenza a Porsche che investe da 50 anni !
Marchionne non ha mai saputo scegliere un 'auto nelle
presentazioni, chiedeva di farlo a chi lo avrebbe dovuto
assistere !
La chimera del progetto fabbrica italiana ve la siete
dimenticata tutti ?
Come le condanne per atteggiamento antisindacale a cui è stato
condannato piu' volte Marchionne ?
Come De Benedetti non ne capisce nulla di computer visto che
aveva il padre del Surface con Quaderno e ne' lui ne' Passera lo
hanno capito.
Infatti il progetto della 500 elettrica e' sbagliato e voluto da
Marchionne e realizzato da Jaky investendo tanti soldi .
Proposte d'investimento agli Agnelli e De Benedetti vengono
fatte da sempre da chi guadagna le commissioni, per cui quello
che fa Jaky lo facevano anche Gabetti ed altri a NY con IFINT.
Inoltre i rapporti diretti internazionali sono tantissimo. Io in
un we a Garavicchio a casa di Carlo Caracciolo mi sono trovato
in piscina ed a tavola con il marito di Margherita, Giovanni
Alberto, Edoardo e Carlo Caracciolo che mi ha chiesto come
poteva difendersi da Carlo De Bebedetti. Io gli suggerii di
entrare in Cofide e lui lo fece. 3 mesi dopo GA, dandomi il 5,
mi soprannominò in pubblico Mark Spitz, per comunicarmi che
sapeva tutto .
Il patrimonio di Gianni Agnelli io lo stimo in 100 miliardi ,
con dei parametri approvati da Grande Stevens, per cui a
MARGHERITA hanno dato l'1%.
Il patrimonio di G.A lo gestivano Gabetti e Bormida.
Margherita e' come sua madre , prende tempo per allargarsi .
Edoardo no infatti e' stato ucciso perche' non voleva rinunciare
ai suoi diritto ereditari sulla Dicembre, a cui il Pm di
Mondovi, Bausone non credeva , quando glielo dissi 2 giorni dopo
l'omicidio di Edoardo.
L'ex Bertone finirà come Termoli.
IL RESTO glielo allego come anticipazione di un libro che forse
uscira'.
La proposta del Marocco e' stata fatta ai fornitori gia' a
Torino all'Hotel Ambasciatori nelle stesse ore in cui a 200
metri all'Hotel Concorde c'era il ministro Pichetto, a cui l'ho
detto senza ricevere alcuna risposta, come per la mia proposta
del progetto dell'H2 per autotrazione che rilancerebbe l'intera
economia nazionale, produzione auto compresa che allego.
Tenete conto che dietro ogni persona c'e' un uomo nero, quello
di Jaky per me e' a voi noto :Griva.
Resto a Sua disposizione per ogni chiarimento e documentazione,
Buon lavoro.
Marco BAVA
"L'Avvocato voleva
adottare John Il controllo della Dicembre non cambia"
Jennifer Clark
"
Il libro
Così su La Stampa
Un rapporto difficile, quello dei tre fratelli Elkann con la
madre Margherita, un problema «nato ben prima che lo scontro
arrivasse nelle aule dei tribunali». Jennifer Clark,
giornalista, già caporedattrice per l'Italia di Dow Jones dopo
le esperienze a Bloomberg e Reuters, ha seguito per anni le
vicende degli Agnelli. Recentemente ha pubblicato per Solferino
"L'ultima dinastia" sulla loro saga famigliare.
Clark, in una intervista ad Avvenire John Elkann parla per la
prima volta di "un clima di violenza fisica e psicologica"
subìto da lui e dagli altri due fratelli Elkann da parte della
madre. Da dove nasce, secondo lei, quella tensione?
«Per scrivere il libro ho parlato a lungo con gli esponenti
della famiglia, a partire da John. Il problema dei figli Elkann
con la madre viene da lontano perché, in un certo senso, è la
conseguenza dei problemi di Margherita ed Edoardo con i
genitori, in particolare con il padre, l'Avvocato».
Lei scrive che Gianni Agnelli era un padre poco affettuoso. Che
rapporto c'è tra questo e lo scontro di Margherita con i tre
figli Elkann?
«Lo squilibrio diviene palese quando Margherita divorzia da
Alain Elkann e si risposa con Serge de Phalen. Due mondi quasi
opposti: dallo scrittore parigino bohemien al nobile russo che
sogna il ritorno della grande Russia dei Romanov. Margherita si
converte alla religione ortodossa. Inizia a dipingere icone. E
vorrebbe che diventassero ortodossi anche John, Lapo e Ginevra.
Li costringe a dire le preghiere e a partecipare ai campi estivi
dei nostalgici zaristi in Francia che ogni mattina li fanno
assistere all'alza bandiera con lo stendardo imperiale
dell'aquila a due teste. I figli del secondo matrimonio sono
russi a tutti gli effetti e vivono a loro agio in quel mondo. I
figli Elkann no. A questo punto intervengono i nonni».
In che modo?
«Chiamando sempre più spesso i tre nipoti a trascorrere lunghi
periodi con loro. Per sottrarli a quel mondo estraneo. Per
questo John dice oggi che è stata decisiva per lui e i fratelli
la protezione dei nonni. Ma questo ha finito per rendere i
rapporti tra Margherita e i suoi genitori ancora più difficili».
Il nonno aveva dato ai nipoti l'affetto che era mancato alla
figlia come se l'affettività avesse saltato una generazione?
«Esattamente. Il rapporto tra i nipoti e il nonno è diventato
sempre più stretto al punto che un giorno l'Avvocato accarezzò
l'idea di adottare John. Come si sa poi non se ne fece nulla».
Se i rapporti erano tanto tesi perché allora, alla morte
dell'Avvocato, Margherita accettò di rinunciare alle quote della
Dicembre in cambio di denaro?
«Lei ha sempre sostenuto di averlo fatto nel tentativo di
riportare la pace in famiglia. È anche vero che conosceva l'atto
notarile con cui l'Avvocato, fin dal 1999, consegnava a John la
gestione della Dicembre e quindi deve avere pensato che, persa
la partita per il potere, tanto valeva giocarsi quella del
denaro. Del resto, quell'atto del '99 era stato firmato da tutti
i familiari, anche da lei».
NON E' VERO :
EDOARDO NON LO HA MAI FIRMATO. PER QUESTO LO HANNO UCCISO. Mb
Lei ha poi tentato, e lo sta facendo ancora oggi, di rimettere
in discussione quella scelta…
«Certo e questo è uno dei nodi delle cause legali. Ma la scelta
di non partecipare alla Dicembre ha finito per isolare ancora di
più Margherita. Si diceva che avesse confidato a Lupo Rattazzi
le sue perplessità su futuro della Fiat: "Rischia di fare la
fine della Parmalat". Erano gli anni in cui il fallimento della
Parmalat aveva fatto molto rumore. Come se lei avesse scelto di
scendere dalla nave nel momento di massima difficoltà
dell'azienda. Già nel 2004, al matrimonio di John e Lavinia, la
presenza di Margherita era stata incerta fino all'ultimo».
Da allora in poi la frattura si è andata allargando. Le
battaglie in tribunale contro la madre Marella e ora contro i
figli Elkann hanno aggravato la situazione. Quali conseguenze
potranno avere secondo lei?
«Dal punto di vista della governance della Dicembre, la società
che controlla la Giovanni Agnelli e, per il tramite di questa,
Exor non credo che ci potranno essere conseguenze. L'atto
notarile del 1999 non lascia scampo. Diverso è il discorso se
passiamo dalla governance alle quote. È in teoria possibile che,
se venisse accolta la tesi dei legali di Margherita, si
riconosca il diritto della figlia di Gianni Agnelli ad avere la
sua quota di legittima e dunque un pacchetto di azioni della
Dicembre. Ma non credo proprio che questo impedirebbe a John di
governare come fa oggi».
Si perché
perderebbe il controllo in quanto il 75% passerebbe a Margherita
ed il 25% Jaky 20% . Mb
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TAVARES E JAKY NEL 23
Un compenso da 36,5 milioni è adeguato per il
ceo di una società capace di generare 18,6 miliardi di profitti e di
versare ai soci quasi 8 miliardi? Per i proxy advisor […] no. In vista
dell’assemblea del 16 aprile, […] Glass Lewis e Iss hanno raccomandato
agli azionisti di Stellantis di votare contro gli stipendi percepiti […]
dai manager del gruppo.
A loro giudizio, la paga del ceo Carlos Tavares è «eccessiva»: vale 518
volte il salario medio dei dipendenti di Stellantis che, intanto, sta
attuando massicci piani di esuberi […].
[…] Iss ha criticato anche il benefit da 430 mila euro accordato al
presidente John Elkann che ha potuto utilizzare l’aereo aziendale per
scopi personali. I suggerimenti dei proxy sono di norma accolti dai
fondi internazionali. Se al loro si aggiungesse il «no» del governo
francese, socio di Stellantis al 9,9%, la relazione sui compensi
potrebbe incorrere in una sfiducia. Dal valore consultivo, è vero; ma
fortemente simbolico.
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IL 10.12.23 PROGRAMMA TELEVISIVO SU
L'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI SU PIAZZA LIBERTA', il
programma di informazione condotto da Armando Manocchia, su
BYOBLU CANALE 262 DT CANALE
https://www.byoblu.com/2023/12/10/piazza-liberta-di-armando-manocchia-puntata-87/
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OSSERVAZIONI
- IL GRANDE AMICO DI EDOARDO CON CUI FECE
VIAGGI ERA LUCA GAETANI
- EA NON FECE MAI NESSUNA CESSIONE DEI
SUOI DIRITTI EREDITARI
- NE' EBBE ALCUN DISSIDIO CON GIOVANNI
ALBERTO AGNELLI, DA CUI SOGGIORNAVA ANDANDO E TORNANDO DA
GARAVICCHIO.
- INFATTI QUANDO CI FU L'EPISODIO DEL
KENIA FU GIOVANNI ALBERTO AGNELLI AD ANDARLO A TROVARE.
- I LEGAMI CON LA SORELLA MARGHERITA NON
EERANO STRETTI COME QUELLI CON I CUGINI LUPO RATTAZZI ED EDUARDO
TEODORANI FABBRI. INFATTI NON ESISTONO LETTERE FRA EDOARDO E
MARGHERITA .
- DEL CAMBIO DELLA SUCCESSIONE DA GIOVANNI
ALBERTO A JAKY EA LO HA SAPUTO DALLA MADRE CHE NE HA CONVITO GIANNI
PER NON PERDERE I PRIVILEGI DELLA PRESIDENZA FIAT,
- L'INTERVISTA AL MANIFESTO FU PROPOSTA DA
UN GIORNALISTA DI REPUBBLICA PERCHE' LUI L'AVREBBE VOLUTA FARE MA
NON GLIELO PERMETTEVANO.
- NON CI SONO PROVE CHE EA FOSSE DEPRESSO,
- LA PATENTE DI EA LA TENEVA LA SCORTA E
NON ERA SUL CRUSCOTTO MA NEL CASSETTO DELLA CROMA EX DELL'AVVOCATO
CON MOTORE VOLVO E CAMBIO AUTOMATICO, NON BLINDATA.
- LE INDAGINI SULL'OMICIDIO DI EA SONO
TUTT'ORA APERTE PRESSO LA PROCURA DI CUNEO.
GRIVA QUANDO ENTRA IN SCENA ?
L’IMPERO DI FAMIGLIA: ECCO PERCHÉ ADESSO
RISCHIA DI CROLLARE TUTTO
Estratto dell’articolo di Ettore Boffano per “il Fatto quotidiano”
È l’attacco al cuore di un mito: quello degli Agnelli. E a pagarne le
conseguenze più dure potrebbe essere lui, l’erede che non porta più quel
cognome, John Elkann.
A rischio di veder messo in ballo il ruolo che suo nonno gli aveva
assegnato: la guida dei tesori di famiglia. Tutto passa per la Svizzera,
dove Marella Caracciolo, vedova dell’avvocato, ha sempre dichiarato di
avere la residenza sin dagli anni 70.
E con la cui legge successoria ha poi regolato i conti con la figlia:
per escludere Margherita dalla propria eredità e, soprattutto,
permettere al nipote di diventare il nuovo capo della dinastia.
[…] quella residenza […] ora piomba nell’inchiesta per frode fiscale
della Procura di Torino. E i pm hanno poteri di accertamento rapidi e
quasi immediati […]. Vediamo, punto per punto, che cosa c’è e che cosa
indica quel documento e come potrebbe segnare i clamorosi sviluppi delle
indagini.
1) La residenza svizzera. È decisiva: per stabilire se sono validi sia
l’accordo e il patto firmati da Marella con la figlia a Ginevra nel
2004, sulla successione dell’avvocato e sulla sua, sia il testamento e
le due aggiunte con i quali ha indicato come eredi i nipoti John, Lapo e
Ginevra.
E infine per accertare la possibile evasione fiscale sul suo patrimonio.
Trevisan spiega che la vedova dell’avvocato, dal 2003 sino alla morte
nel 2019, non ha mai vissuto in Svizzera i 180 giorni all’anno necessari
per poter mantenere quel diritto. “Ha trascorso ogni anno, in media,
oltre 189 giorni in Italia, 94 in Marocco e solo circa 68 in Svizzera”.
Se tutto saltasse, Margherita tornerebbe in campo nel controllo
dell’impero Agnelli.
2) Gli “espedienti” sulla residenza. Il legale indica anche le presunte
mosse per mascherare la permanenza di Marella in Italia. […] “Occorreva
non far risultare intestate a Marella Caracciolo le utenze degli
immobili in Italia e i relativi rapporti di lavoro... Un appunto del
commercialista Gianluca Ferrero suggeriva che non fossero a lei
riconducibili né dipendenti né animali, facendo risultare che i
domestici fossero alle dipendenze di Elkann […]”.
3) Il personale delle ville. La ricostruzione di Trevisan […]
sembrerebbe confermare i “consigli” di Ferrero. I magistrati […] stanno
[…] ascoltando le testimonianze di chi gestiva le residenze di famiglia.
Il legale di Margherita ha contato oltre 30 dipendenti […]. I contratti
erano intestati formalmente a Elkann, ma loro erano sempre al servizio
della nonna.
4) I testamenti, veri o falsi. Nell’esposto, Trevisan affida alla
Procura […] il compito di esaminare l’autenticità del testamento di
Marella Caracciolo e delle due “aggiunte”, redatti dal notaio svizzero
Urs von Grunigen. […] il legale aveva già sostenuto che, secondo due
diverse perizie grafiche, almeno nella seconda “aggiunta” la firma della
signora “appare apocrifa, con elevata probabilità”. Giovedì pomeriggio,
la Guardia di Finanza si è presentata alla Fondazione Agnelli, proprio
per acquisire vecchi documenti firmati da Marella e confrontare le
firme.
5) Le fiduciarie di famiglia. Le Fiamme Gialle hanno anche prelevato
migliaia e migliaia di pagine e documenti legati a quattro diverse
fiduciarie, tutte citate nell’esposto di Trevisan. Due di esse, la Simon
Fiduciaria e la Gabriel Fiduciaria facevano riferimento, un tempo,
all’avvocato Franzo Grande Stevens e oggi sono state assorbite nella
Nomen Fiduciaria della famiglia Giubergia e nella banca privata Pictet
di Ginevra.
Che cosa può nascondersi in quegli “scrigni” votati alla riservatezza?
Due cose, entrambe importanti. La prima […] riguarda il fatto se in esse
sia potuto transitare denaro proveniente da 16 società offshore delle
Isole Vergini britanniche, tutte intestate o a Marella Agnelli o a
“membri della famiglia”, come la “Budeena Consulting Inc.” che, da sola,
aveva in cassa 900 milioni dollari.
La seconda riguarda la possibilità che gli inquirenti possano trovare le
tracce degli scambi azionari, tra la nonna e i nipoti, della “Dicembre”,
la società semplice creata dall’avvocato nel 1984 per custodire il
tesoro di famiglia e che oggi consente a John Elkann di gestire, a
cascata, i 25,5 miliardi di patrimonio della holding Exor.
2. INCHIESTA ELKANN: LA GDF A CACCIA DI SOCIETÀ OFFSHORE
Estratto dell’articolo di Marco Grasso per “il Fatto quotidiano”
IL TESTAMENTO DI MARELLA CARACCIOLO CON LE INTEGRAZIONI E LE FIRME
IL TESTAMENTO DI MARELLA CARACCIOLO CON LE INTEGRAZIONI E LE FIRME
Margherita Agnelli […] dà la caccia ai capitali offshore di famiglia,
che le sarebbero stati occultati nell’accordo sull’eredità. La Procura
di Torino cerca i redditi, potenzialmente enormi, che sarebbero stati
occultati al Fisco, attraverso fiduciarie collegate a paradisi fiscali.
Questi due interessi potrebbero convergere se cadesse il baluardo che
finora ha protetto la successione della dinastia più potente d’Italia:
la presunta residenza elvetica di Marella Caracciolo, moglie di Gianni e
madre di Margherita. Se saltasse questo cardine, le autorità italiane
potrebbero contestare reati tributari e sanzioni fiscali agli Elkann, e
questa storia, come una valanga, potrebbe travolgere anche i contenziosi
civili sull ’eredità, aperti in Svizzera e in Italia.
Sono tre gli indagati nell’in chiesta condotta dal procuratore aggiunto
Marco Gianoglio e dai pm Mario Bendoni e Giulia Marchetti: Gianluca
Ferrero, commercialista della famiglia Agnelli e presidente della
Juventus; Robert von Groueningen, amministratore dell’eredità di Marella
Agnelli (morta nel 2019); John Elkann, nipote di Marella, presidente di
Stellantis ed editore del gruppo Gedi.
L’ipotesi è di concorso in frode fiscale e in particolare di
dichiarazione infedele al Fisco per gli anni 2018-2019. In base
all’intesa sulla successione di Gianni Agnelli nel 2004 […] Margherita
accetta l’estromissione dalle società di famiglia in cambio di 1,2
miliardi; ottiene l’usufrutto su vari beni immobiliari e si impegna a
versare alla madre Marella un vitalizio mensile da 500 mila euro. Di
questi soldi non c’è traccia nei 730, da cui mancano in altre parole 8
milioni di euro (3,8 milioni di tasse).
Il perché gli investigatori si concentrino su quel biennio è presto
detto: per chi indaga Marella Caracciolo, malata di Parkinson, era
curata in Italia. La Procura ritiene che passasse gran parte del tempo a
Villa Frescot, a Torino, oltre 183 giorni l’anno, la soglia dopo la
quale il Fisco ritiene probabile che una residenza estera sia fasulla.
Per questo ieri il Nucleo di polizia economico finanziaria di Torino […]
ha sentito sei testimoni vicini alla famiglia: personale che di fatto
lavorava al servizio di Marella, ma che era stato assunto dopo la morte
del nonno da John Elkann o da società a lui riconducibili, un artificio
che avrebbe rafforzato la tesi della residenza estera della nonna.
Questo è l’anello che mette nei guai l’erede della casata. Per i pm il
commercialista Ferrero avrebbe disposto le dichiarazioni dei redditi
infedeli, mentre l’esecutore testamentario svizzero le avrebbe
controfirmate.
Ci sono inoltre le indagini commissionate da Margherita Agnelli
all’investigatore privato Andrea Galli, confluite in un esposto in mano
alla Procura. Lo 007 ha ricostruito le spese nella farmacia di Lauenen,
villaggio nel cantone di Berna in cui sulla carta viveva Marella
Caracciolo: dalle fatture fra il 2015 e il 2018 emergerebbe che le spese
mediche coprivano il solo mese di agosto. […]
GLI INQUIRENTI cercano di ricostruire il flusso di redditi, la
riconducibilità dei patrimoni e documenti originali in grado di
verificare la validità delle firme sui testamenti. Se dovesse essere
rimessa in discussione la residenza di Marella, si aprirebbe un nuovo
scenario: il Fisco potrebbe battere cassa e contestare mancati introiti
milionari per Irpef, Iva, successione e Ivafe (tassa sui beni esteri).
Gli Elkann sono pronti a difendersi dalle accuse, e hanno sempre
contestato la ricostruzione di Margherita.
DOPO 25 ANNI MARGHERITA HA PENSATO AI
FRATELLI DI YAKY, LAPO E GINEVRA , COME GLI AVEVA DETTO EDOARDO:
Margherita Agnelli vuole costringere per via
giudiziaria i suoi tre figli Elkann a restituire i beni delle eredità di
Gianni Agnelli (morto nel 2003) e Marella Caracciolo (2019).
Un’ordinanza della Cassazione pubblicata a gennaio mette in fila,
sintetizzando i «Fatti in causa», le pretese della madre di John Elkann
nella sua offensiva legale. Il punto d’arrivo è molto in alto nel
sistema di potere dei figli: l’assetto della Dicembre, la cassaforte
(60% John e 20% ciascuno Lapo e Ginevra Elkann) azionista di riferimento
dell’impero Exor, Stellantis, Ferrari, Juventus, Cnh ecc. (35 miliardi).
[…] La Corte suprema nella sua ordinanza si occupa di una questione
tecnica laterale, annullando parzialmente […] la decisione del tribunale
di Torino di sospendere i lavori in attesa dei giudici svizzeri. […] la
Cassazione […] sintetizza in modo neutrale le richieste di Margherita e
cioè, innanzitutto, «che sia dichiarata l’invalidità o l’inefficacia del
testamento della madre».
E dunque «che sia aperta la successione legittima, sia accertata in capo
all’attrice (Margherita ndr) la sua qualità di unica erede legittima
della madre, sia accertata la quota della quale la madre poteva disporre
e […] sia accertata la lesione della quota di riserva a essa spettante».
A questo punto ci deve essere «la conseguente reintegra della quota
mediante riduzione delle donazioni, anche dirette e dissimulate, e
condanna dei convenuti (gli Elkann, ndr) alle restituzioni».
Il tema delle donazioni è fondamentale perché potrebbero essere i
«mattoni» con cui si è costruita la governance a trazione John nella
Dicembre. Margherita «in ogni caso ha chiesto la dichiarazione della sua
qualità di erede del padre (...) e la condanna dei convenuti a
restituire i beni dell’eredità del padre».
La manovra legale è dunque tesa ad azzerare tutto, proiettando
Margherita nel ruolo di unica erede legittima della madre. E
nell’eventuale riconteggio dell’eredità materna entrerebbero le
donazioni anche «indirette e dissimulate».
JOHN ELKANN CON LA MADRE MARGHERITA AGNELLI AL SUO MATRIMONIO CON
LAVINIA BORROMEO
JOHN ELKANN CON LA MADRE MARGHERITA AGNELLI AL SUO MATRIMONIO CON
LAVINIA BORROMEO
Nella costruzione dell’attuale assetto della Dicembre con John al
comando sono state decisive alcune transazioni con la nonna Marella dopo
la morte (2003) di Gianni Agnelli. Secondo i figli de Pahlen, […] per il
calcolo della quota legittima, nel perimetro ereditario della nonna
Marella dovrebbe entrare anche il «75% della Dicembre, per il caso in
cui si accertasse la simulazione degli atti di compravendita, il cui
valore è stimato in euro 3 miliardi». Sostengono anzi che la nonna abbia
«effettuato donazioni delle partecipazioni della Dicembre al nipote John
per (...) circa 3 miliardi».
John Elkann e la madre Margherita entrano nella cassaforte come soci nel
1996, con Gianni Agnelli al comando. Nel ’99 l’Avvocato modifica lo
statuto e detta il futuro: «se manco o sono impedito — è il senso —
tutti i poteri vanno a John» che, alla morte del nonno, sale al 58%.
L’anno dopo (2004) Margherita vende per 105 milioni il 33% alla madre ed
esce dalla Dicembre sulla base del patto successorio. Subito dopo la
nonna cede tutto ai nipoti, tenendo l’usufrutto: John si consolida al
60%, una leadership che nel suo entourage giudicano «inattaccabile», a
Lapo e Ginevra il resto. È l’assetto attuale di cui però s’è avuta
notizia ufficiale nel 2021, dopo 17 anni di carte, transazioni e patti
tenuti nascosti. Un bug temporale a dir poco anomalo per una delle più
influenti società in Europa, inspiegabilmente tollerato per anni dalla
Camera di Commercio di Torino. Anche su questo fa leva la strategia di
Margherita per «scalare» il sancta sanctorum degli Elkann.
«La costruzione di una residenza estera
fittizia» in Svizzera di Marella Caracciolo «ha avuto una duplice e
concorrente finalità: da un lato, sotto il profilo fiscale, evitare
l’assoggettamento a tassazione in Italia di ingenti cespiti patrimoniali
e redditi derivanti da tali disponibilità; dall’altro, sotto il profilo
ereditario, sottrarre la successione» della vedova dell’Avvocato
«all’ordinamento italiano»: lo scrivono i magistrati di Torino nel
decreto di sequestro che ha portato al blitz di ieri (7 marzo) della
guardia di finanza, nell’ambito dell’inchiesta sull’eredità Agnelli e
sulle presunte «dichiarazioni fraudolente» dei redditi di Marella
Caracciolo. Per questo, è scattata anche una nuova ipotesi di reato:
«truffa aggravata ai danni dello Stato e di ente pubblico (Agenzia delle
entrate)».
Eredità Agnelli, i 734 milioni di euro lasciati da Marella e l'appunto
sulla residenza svizzera: «Una vita di spostamenti»
CRONACA
Eredità Agnelli, i pm e gli appunti della segretaria di Marella Agnelli:
«Sono la prova che non viveva in Svizzera»
Tra i beni in questione - secondo il Procuratore aggiunto Marco
Gianoglio e i pubblici ministeri Mario Bendoni e Giulia Marchetti - ci
sarebbero 734.190.717 euro, «derivanti dall’eredità di Marella
Caracciolo».
Per la truffa aggravata sono indagati i tre fratelli Elkann, John,
Ginevra e Lapo, lo storico commercialista della famiglia Gianluca
Ferrero e Urs Robert von Gruenigen, il notaio svizzero che curò la
successione testamentaria.
Gli investigatori - emerge dal decreto - hanno messo le mani anche su un
documento di quattro pagine «riepilogante in forma schematica i giorni
di effettiva presenza in Italia di Marella Caracciolo»: morale, nel 2015
la moglie di Gianni Agnelli dimorò «in Svizzera meno di due mesi»,
contro i 298 giorni passati in Italia. Nel 2018 il conto è di 227 giorni
in Italia e 138 all’estero. Significativa anche la denominazione
dell’ultima pagina del documento: «Una vita di spostamenti».
Un secondo "round" si è combattuto ieri
davanti al tribunale del riesame di Torino tra la Procura subalpina e lo
staff di avvocati che difendono i fratelli Elkann, indagati per truffa
ai danni dello Stato per non aver pagato la tassa di successione su una
porzione di eredità della nonna, pari a 734 milioni di euro.
I penalisti hanno impugnato il decreto con cui i pm il 6 marzo hanno
disposto un nuovo sequestro dei documenti […] già acquisiti dai
finanzieri durante le perquisizioni del 7 febbraio. E gli inquirenti
hanno risposto depositando ai giudici materiale investigativo finora
inedito, tra cui delle intercettazioni e soprattutto i tredici verbali
del personale al "servizio" di Marella Caracciolo.
La tesi accusatoria - secondo cui John Elkann avrebbe fatto figurare che
domestici e infermiere lavoravano per lui, «al fine di non compromettere
la possibilità che la defunta nonna fosse effettivamente residente in
Svizzera» - «appare largamente confermato dalle dichiarazioni» degli ex
dipendenti sentiti come testimoni in Procura. In sostanza, quasi tutti
hanno confermato che prestavano assistenza alla signora Agnelli quando
lei risiedeva nelle dimore torinesi, ossia per la maggior parte
dell'anno.
Nel locale caldaie dell'abitazione del pupillo di Gianni Agnelli, […] i
militari del nucleo economico finanziario di Torino hanno trovato una
ventina di faldoni con i documenti di «domestici, cuochi, autisti,
governante, guardarobiera, maggiordomi». Per realizzare quella che i pm
ritengono esser una «strategia evasiva», ossia non pagare le tasse
sull'eredità in Italia, John avrebbe assunto formalmente il personale
delle residenze di Villa Frescot, Villa To e Villar Perosa che
«assisteva di fatto Marella Caracciolo».
A sommarie informazioni è stata sentita anche Carla Cantamessa, che si
occupava della gestione amministrativa delle abitazioni riconducibili
alla famiglia Angelli-Elkann. […] «al momento della perquisizione (del 7
febbraio, ndr) contattava immediatamente Gianluca Ferrero (il
commercialista di famiglia indagato, ndr), avvisandolo dell'arrivo della
Finanza e mostrando timore e preoccupazione per documenti che avrebbe
dovuto "nascondere"».
In quel momento, però, i finanzieri stavano bussando anche alla porta
del commercialista, che quindi ha subito riagganciato il telefono. Tra
il materiale che le è stato sequestrato ci sono anche documenti sui
«giardinieri dismessi dal 2020», ossia successivamente alla morte di
Marella. La "prova del nove" è che quasi tutti i dipendenti assunti da
John sono stati licenziati dopo che sua nonna, il 23 febbraio 2019, è
deceduta.
Secondo i legali degli Elkann non esistono gli estremi del reato di
truffa ai danni dello Stato nel caso di mancato pagamento della tassa di
successione. Avvalendosi anche di un parere del professore Andrea
Perini, docente di diritto penale tributario, hanno specificato […] che
al massimo si tratta di un illecito amministrativo. Per i pm, invece,
gli «artifizi e i raggiri» previsti dal reato di truffa si sono
concretizzati proprio nel trucco della residenza in Svizzera di Marella,
con il quale i tre nipoti avrebbero «indotto in errore» l'Agenzia delle
entrate […], e così facendo avrebbero tratto «l'ingiusto profitto» di
risparmiare tra i 42 e i 63 milioni di euro di tasse.
Tra l'altro, la «strategia evasiva» è esplicitata nel cosiddetto
«vademecum della truffa» redatto da Ferrero, in cui si consiglia a
chiare lettere «di non sovraccaricare la posizione italiana di Marella
Caracciolo», facendo assumere i suoi dipendenti al nipote maggiore.
L'altro punto su cui insistono le difese è il «ne bis in idem», il
principio in base al quale non si può essere giudicati due volte per lo
stesso fatto.
Ma la truffa ai danni dello Stato era già stata ipotizzata dalla Procura
torinese prima che venisse eseguito il secondo sequestro, ora impugnato
dagli Elkann e da Ferrero. I giudici, dopo quasi quattro ore di udienza,
si sono riservati di decidere entro sabato prossimo. […]
EREDITÀ AGNELLI, 'I QUADRI SONO CUSTODITI AL LINGOTTO'
Francesca Brunati e Igor Greganti per l’ANSA
Sarebbero tutte rintracciate e rintracciabili, e donate dalla nonna ai
nipoti Elkann, le 13 opere d'arte, parte del tesoro lasciato da Gianni
Agnelli, e che un tempo arredavano Villa Frescot e Villar Perosa a
Torino e una residenza di famiglia a Roma, e ora reclamate dalla figlia
Margherita, unica erede dei beni immobili dopo la morte della madre e
moglie dell'Avvocato, Marella Caracciolo di Castagneto, la quale ne
aveva l'usufrutto.
E' quanto risulta in sintesi da una relazione depositata alla Procura di
Milano dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Gdf
nell'inchiesta che ha portato il gip Lidia Castellucci ad archiviare la
posizione di un gallerista svizzero e di un suo collaboratore accusati
di ricettazione e a disporre, su suggerimento di Margherita nella sua
opposizione alla richiesta di archiviazione, ulteriori accertamenti.
L'informativa delle Fiamme Gialle è stata redatta in base alle
testimonianze, riportate nell'atto, di Paola Montalto e Tiziana Russi,
persone di fiducia di Marella Caracciolo, le quali si sono occupate
degli inventari dei beni ereditati. Le due donne, sentite come una terza
persona al servizio della moglie dell'Avvocato, hanno ricostruito che
quelle tele di artisti del calibro di Monet, Picasso, Balla e De Chirico
erano alle pareti dell'appartamento romano a Palazzo
Albertini-Carandini, di cui Margherita ha la nuda proprietà, e che
furono poi donate ai tre nipoti John, Lapo e Ginevra dalla nonna.
Dichiarazioni, queste, a cui è stato trovato riscontro: come è emerso
successivamente alle tre deposizioni, quasi tutte le opere d'arte sono
state trovate al Lingotto durante una ispezione della Guardia di
Finanza, delegata dalla Procura torinese nell'indagine principale
sull'eredità. Una invece sarebbe in una casa a St. Moritz e una sua
copia nella pinacoteca di via Nizza.
Dalle consultazioni di una serie di banche dati "competenti", in
particolare quelle del ministero della Cultura e la piattaforma S.u.e.
(Sistema uffici esportazione) è stato appurato che non ci sono state
movimentazioni illecite né esistono particolari vincoli sui quadri e che
il Monet, che si sospettava fosse falso, è stato sottoposto a una
perizia che ne ha acclarato l'autenticità.
Visto gli esiti delle nuove indagini, i pm milanesi coordineranno con i
colleghi di Torino, ai quali, non si esclude potrebbero trasmettere gli
atti per competenza. Sul caso fonti vicine a Margherita chiariscono che
"i quadri oggetto di denuncia nel procedimento di Milano (che prosegue)
non possono essere stati donati, in quanto Marella non ne aveva la
proprietà.
Peraltro, non risulta ad oggi formalizzato alcun documento di donazione.
Comunque, qualora le indiscrezioni fossero confermate, vi sarebbero atti
invalidi e verrebbe richiesta l'immediata restituzione delle opere che
sono e restano di proprietà di Margherita Agnelli". Una questione,
quella della proprietà, che potrà sciogliere solo la magistratura.
FAIDA EREDITÀ AGNELLI: IL GIALLO DEI 13 QUADRI E DEGLI ORIGINALI SPARITI
Estratto dell’articolo di Ettore Boffano e Manuele Bonaccorsi per “il
Fatto quotidiano”
Diventa un giallo milionario […] la verità sulle opere della Collezione
Agnelli finite nell'inchiesta penale sull'eredità della vedova
dell’avvocato, Marella Caracciolo.
Secondo un’annotazione della Guardia di Finanza di Milano, consegnata al
procuratore aggiunto milanese Luca Fusco, 13 di quei quadri non
sarebbero infatti scomparsi dalle dimore italiane della dinastia (come
ha denunciato la figlia di Gianni Agnelli, Margherita), ma sarebbero
state donate dalla nonna Marella ai tre nipoti John, Lapo e Ginevra
Elkann e ora sarebbero “rintracciati e rintracciabili” in un caveau
della Fiat Security al Lingotto e in Svizzera.
Molto diverso, invece, ciò che emergerebbe dalle indagini che stanno
svolgendo la Procura e la Gdf di Torino, dopo un esposto di Margherita
contro i tre figli. Un fascicolo, al quale nei prossimi giorni sarà
allegato quello di Milano, che ha portato i pm torinesi a indagare i tre
Elkann per i “raggiri e gli artifizi” messi in opera per costruire una
“inesistente residenza svizzera” della nonna.
Nei sequestri effettuati lo scorso 8 febbraio, i finanzieri avevano
visitato anche un caveau nella palazzina storica Fiat del Lingotto, dove
erano conservati arredi di valore un tempo presenti nelle residenze
dell’avvocato di Villar Perosa, di Villa Frescot a Torino e
nell’appartamento di Palazzo Albertini davanti al Quirinale.
Il Fatto Quotidiano e Report […] hanno ricostruito però che gli
inquirenti torinesi hanno rinvenuto al Lingotto solo due originali, La
Chambre di Balthus e il Pho Xai di Gérome, e invece tre copie di modesto
valore di altri tre capolavori: il Glacons effect blanc di Monet, La
scala degli addii di Balla e il Mistero e malinconia di una strada di De
Chirico.
Ma dove sono gli originali? Secondo gli Elkann, […] sarebbero sempre
stati a Sankt Moritz, nella villa Chesa Alkyon dell’avvocato. Per il
momento, la Procura torinese sta approfondendo soprattutto le vicende
legate alla residenza svizzera di Marella e agli eventuali resti
fiscali. Ma è probabile che in un secondo tempo, […] i pm ordinino una
perizia per accertare l’esatta datazione delle copie.
Se emergesse, infatti, che esse sono state realizzate dopo il 24 gennaio
2003, giorno della morte di Gianni Agnelli, allora le indagini
potrebbero estendersi a verificare quando e come gli originali hanno
lasciato l’italia per la Svizzera e sostituiti con le copie. Se fosse
mai dimostrato che i tre quadri si trovavano in Italia, allora potrebbe
trattarsi di un reato. E anche piuttosto grave: esportazione illecita di
opere d’arte, punito dal Codice dei beni culturali con una pena dai 2 a
8 anni di reclusione.
Tutto potrebbe essere prescritto: ciò che invece non si prescriverà mai
è il diritto da parte dello Stato di rivendicare il rientro delle opere
in Italia, con un sequestro. A sostegno delle tesi degli Elkann, secondo
la Gdf di Milano, ci sarebbero anche le testimonianze di due segretarie
di Marella, Paola Montaldo e Tiziana Russi, e di un altro domestico che
avrebbero confermato come la nonna avesse donato quei quadri ai nipoti.
Qualcosa che contraddice l’elenco delle opere acquisito dal procuratore
aggiunto Fusco nel 2009, in un’altra inchiesta sull’eredità Agnelli, e
di cui Report e il Fatto Quotidiano sono entrati in possesso. Una lista
ritenuta veritiera da due personaggi chiave: colui che l’ha redatta,
Stuart Thorton, storico maggiordomo inglese di Agnelli, ed Emmanuele
Gamna, ex avvocato di Margherita che trattò la suddivisione delle opere
tra madre e figlia nel 2004.
Il documento riporta quotazione (assai al ribasso) e collocazione delle
opere. Il De Chirico si trovava a Roma: valore 7 milioni. Il Balla
anch’esso era nella Capitale: 2 milioni. C’era infine il Monet che
risultava essere a Villa Frescot: 8 milioni. L’originale non si sa dove
si trovi.
I quadri di Roma […] erano lì almeno fino al 2018, quando un
trasportatore, il torinese Giorgio Ghilardini, li prelevò: la bolla del
trasporto è stata sequestrata dai pm torinesi. Infine, il professor
Lorenzo Canova, direttore scientifico della fondazione De Chirico,
ricorda che il suo maestro, l’insigne storico dell’arte Mauro Calvesi,
aveva visto l’originale di Mistero e melanconia di una strada
nell’appartamento romano dell’avvocato.
“Me lo presterebbe per una mostra”, chiese il critico ad Agnelli.
“Preferirei di no, i quadri a volte voglio scambiarli, questo non voglio
sia notificato al ministero”, avrebbe risposto il “signor Fiat”.
[…] Margherita Agnelli ritiene […]che le opere le siano state sottratte
dall’eredità della madre Marella e, comunque, chiederà la nullità della
presunta donazione ai figli. Ma il punto non è questo. Quelle opere, a
chiunque spettino, devono rimanere in Italia. Così almeno dice la legge
[…]
|
LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA
FORZA E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche e
meteriologiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.
Che lo Spirito Santo porti
buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !
CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI
UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O
SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE
AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla
perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !
Mb 05.04.12; 29.03.13; |
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Marco Bava ABELE: pennarello di DIO,
abele, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista
responsabile.
Sono quello che voi pensate io sia
(20.11.13) per questo mi ostacolate.(08.11.16)
La giustizia non esiste se mi mettessero
sotto sulle strisce pedonali, mi condannerebbero a pagare i danni
all'auto.
(12.02.16)
TO.05.03.09
IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA
SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI
PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI
SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ
COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI IL PANE E LA ACQUA
QUOTIDIANI E LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI
REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE, LA PACE NEL MONDO,
IL BENESSERE SOCIALE E LA COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI. TU SEI GRANDE ED
IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E FIGLI.
TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE
L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .
SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A
TE.
Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile
"d" demonio per cui una decisione razionale puo' diventare irrazionale
per questa ragione (12.02.16)
Non prendo la vita di
punta faccio la volonta' di DIO ! (09.12.18)
La vita e' fatta da
cose che si devono fare, non si possono non fare, anche se non si
vorrebbero fare.(20.01.16)
Il mondo sta
diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per
irresponsabilità politica (16.02.16)
I cervelli possono
viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e'
soggettivo. (19.02.17)
L'auto del futuro non
sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che
permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la
PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono .
Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno
, e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di
sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto.
INFATTI la Modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone
possono essere confrontate con i prototipi del prossimo
salone.(18.06.17)
La siccità e le
alluvioni dimostrano l'esistenza di Dio nei confronti di uomini che
invece che utilizzare risorse per cercare inutilmente nuovi
pianeti dove Dio non ha certo replicato l'esperienza negativa dell'uomo,
dovrebbero curare l'unico pianeta che hanno a disposizione ed in cui
rischiano di estinguersi . (31.10.!7)
L'Italia e' una
Repubblica fondata sul calcio di cui la Juve e' il maggiore esponente
con tutta la sua violenta prevaricazione (05.11.17)
La prepotenza della
FIAT non ha limiti . (05.11.17)
I mussulmani ci
comanderanno senza darci spiegazioni ne' liberta'.(09.11.17)
In Italia mancano i
controlli sostanziali . (09.11.17)
Gli alimenti per
animali sono senza controllo, probabilmente dannosi, vengono
utilizzati dai proprietari per comodita', come se l'animale fosse un
oggetto a cui dedicare il tempo che si vuole, quando si vuole senza
alcun rispetto ai loro veri bisogni alimentari. (20.11.17)
Ho conosciuto
l'avv.Guido Rossi e credo che la stampa degli editori suoi clienti lo
abbia mitizzato ingiustificatamente . (20.11.17)
L'elicottero di Jaky
e' targato I-TAIF. (20.11.17)
La Coop ha le
agevolazioni di una cooperativa senza esserlo di fatto in quanto quando
come socio ho partecipato alle assemblee per criticare il basso tasso
d'interesse dato ai soci sono stato o picchiato o imbavagliato.
(20.11.17)
Sono 40 anni che :
1 ) vedo bilanci
diversi da quelli che vedo insegnati a scuola, fusioni e scissioni
diverse da quelle che vengono richieste in un esame e mi vengono a dire
che l'esame di stato da dottore commercilaista e' una cosa seria ?
2) faccio esposti e
solo quello sul falso in bilancio della Fiat presentato da Borghezio al
Parlamento e' andato avanti ?
(21.11.17)
La Fornero ha firmato
una riforma preparata da altri (MONTI-Europa sono i mandanti) (21.11.17)
Si puo' cambiare il
modo di produrre non le fasi di produzione. (21.11,17)
La FIAT-FERRARI-EXOR
si sono spostate in Olanda perche' i suoi amministratori abbiano i loro
compensi direttamente all'estero . In particolare Marchionne ha la
residenza fiscale in Sw (21.11.17)
La prova che e' il
femore che si rompe prima della caduta e' che con altre cadute non si
sono rotte ossa, (21.11.17)
Carlo DE BENEDETTI un
grande finanziere che ha fallito come industriale in quanto nel 1993
aveva il SURFACE con il nome QUADERNO , con Passera non l'ha saputo
produrre , ne' vendere ne' capire , ma siluro' i suoi creatori
CARENA-FIGINI. (21.11.17)
Quando si dira' basta
anche alle bufale finanziarie ? (21.11.17)
Per i consiglieri
indipendenti l'indipendenza e' un premio per tutti gli altri e' un costo
(11.12.17)
La maturita' del
mercato finanziario e' inversamente proporzionale alla sottoscrizione
dei bitcoin (18/12/17)
Chi risponde
civilmente e penalmente se un'auto o un robot impazziscono ? (18/12/17)
Non e' la FIAT
filogovernativa, ma sono i governi che sono filofiat consententogli di
non pagare la exit-tax .(08.02.18) inoltre la FIAT secondo me ha fatto
più danni all'ITALIA che benefici distruggendo la concorrenza della
LANCIA , della Ferrari, che non ha mai capito , e della BUGATTI
(13.02.18).
Infatti quando si
comincia con il raddoppio del capitale senza capitale si finisce nella
scissione
Tesi si laurea
sull'assoluzione del sen.Giovanni Agnelli nel 1912 dal reato di
agiotaggio : come Giovanni Agnelli da segretario della Fiat ne e'
diventato il padrone :
https://1drv.ms/b/s!AlFGwCmLP76phBPq4SNNgwMGrRS4
Prima di educare i
figli occorre educare i genitori (13.03.18)
Che senso ha credere
in un profeta come Maometto che e'un profeta quando e' esistito
Gesu' che e' il figlio di DIO come provato per ragioni storiche da
almeno 4 testi che sono gli evangelisti ? Infatti i mussulmani
declassano Gesu' da figlio di DIO a profeta perché riconoscono
implicitamente l'assurdità' di credere in un profeta rispetto al figlio
di DIO. E tutti gli usi mussulmani rappresentano una palese
involuzione sociale basata sulla prevaricazione per esempio sulle donne
(19.03/18)
Il valore aggiunto per
i consulenti finanziari e' solo per loro (23.03.18)
I medici lavorerebbero
gratis ? quante operazioni non sono state fatte a chi non aveva i soldi
per pagarle ? (26.03.18 )
lo sfregio delle auto
di stato ibride con il motore acceso, deve finire con il loro passaggio
alla polizia con i loro autisti (19.03.18)
Se non si tassa il
lavoro dei robot e' per la mancata autonomia in termini di liberta' di
scelta e movimento e responsabilita' penale personale . Per cui le auto
a guida autonoma diventano auto-killer. (26.04.18)
Quanto poco conti
l'istruzione per l'Italia e' dimostrato dalla scelta DEI MINISTRI
GELMINI FEDELI sono esempi drammatici anche se valorizzati dalla
FONDAZIONE AGNELLI. (26.04.18) (27.08.18).
Credo che la lotta
alla corruzione rappresenti sempre di piu' un fattore di coesione
internazionale perche' anche i poteri forti si sono stufati di pagare
tangenti (27/04/2018)
Non riusciamo neppure
piu' a produrre la frutta ad alto valore aggiunto come i
mirtilli....(27/04/2018)
Abbiamo un capitalismo
sempre piu' egoista fatto da managers che pensano solo ad arraffare
soldi pensando che il successo sia solo merito loro invece che di Dio e
degli operai (27.04.18)
Le imprese dell'acqua
e delle telecomunicazioni scaricano le loro inefficienze sull'utente
(29.05.18)
Nel 2004 Umberto
Agnelli, come presidente della FIAT, chiese a Boschetti come
amministratore delegato della FIAT AUTO di affidarmi lo sviluppo della
nuova Stilo a cui chiesi di affiancare lo sviluppo anche del marchio
ABARTH , 500 , A112, 127 . Chiesi a Montezemolo , come presidente
Ferrari se mi lasciava utilizzare il prototipo di Giugiaro della Kubang
che avrebbe dovuto essere costruito con ALFA ROMEO per realizzare
la nuova Stilo . Mi disse di si perche' non aveva i soldi per
svilupparlo. Ma Morchio, amministratore delegato della FIAT, disse che
non era accettabile che uno della Telecom si occupasse di auto in Fiat
perche' non ce ne era bisogno. Peccato che la FIAT aveva fatto il 128
che si incendiava perche' gli ingegneri FIAT non avevano previsto una
fascetta che stringesse il tubo della benzina all'ugello del
carburatore. Infatti pochi mesi dopo MORCHIO venne licenziato da
Gabetti ed al suo posto arrivo' Marchionne a cui rifeci la proposta. Mi
disse di aspettare una risposta entro 1 mese. Sono passati 14 anni ma
nessuna risposta mi e' mai stata data da Marchionne, nel frattempo la
Fiat-Lancia sono morte definitivamente il 01.06.18, e la Nissan Qashai
venne presentata nel 2006 e rilancia la Nissan. Infatti dal 2004 ad oggi
RENAULT-NISSAN sono diventati i primi produttori al mondo. FIAT-FCA NO !
Grazie a Marchionnne nonostante abbia copiato il suo piano industriale
dal mio libro . Le auto Fiat dell'era CANTARELLA bruciavano le teste per
raffredamento insufficente. Quella dell'era Marchionne hanno bruciato la
Fiat. Il risultato del lavoro di MARCHIONNE e' la trasformazione del
prodotto auto in prodotto finanziario, per cui le auto sono diventate
tutte uguali e standardizzate. Ho trovato e trovo , NEI MIEI CONFRONTI,
molta PREPOTENZA cattiveria ed incompetenza in FIAT. (19.12.18)
( vedi :
https://1drv.ms/w/s!AlFGwCmLP76pg3LqWzaM8pmCWS9j ).
La differenza fra
ROMITI MARCHIONNE e' che se uno la pensava diversamente da loro Romiti
lo ascoltava, Marchionne lo cacciava anche se gli avesse detto che
aumentando la pressione dei pneumatici si sarebbero ridotti i consumi.
FATTI NON PAROLE E
FUMO BORSISTICO ! ALFA ROMEO 166 un successo nonostante i pochi mezzi
utilizzati ma una richiesta mia precisa e condivisa da FIAT : GUIDA
DIRETTA. Che Marchionne non ha apprezzato come un attila che ha
distrutto la storia automoblistica italiana su mandato di GIANLUIGI
GABETTI (04.06.18).
Piero ANGELA : un
disinformatore scientifico moderno in buona fede su auto
elettrica. auto killer ed inceneritore (29.07.18)
Puoi anche prendere il
potere ma se non lo sai gestire lo perdi come se non lo avessi mai avuto
(01.08.18)
Ho provato la BMW i8
ed ho capito che la Ferrari e le sue concorrenti sono obsolete !
(20.08.18)
LA Philip Morris ha
molti clienti e soci morti tra cui Marchionne che il 9 maggio scorso,
aveva comprato un pacchetto di azioni per una spesa di 180mila dollari.
Briciole, per uno dei manager più ricchi dell’industria automotive (ha
un patrimonio stimato tra i 6-700 milioni di franchi svizzeri, cifra che
lo fa rientrare tra i 300 elvetici più benestanti).E’ stato, però, anche
l’ultimo “filing” depositato dal manager alla Sec, sul cui sito da
sabato pomeriggio è impossible accedere al profilo del manager
italo-canadese e a tutte le sue operazioni finanziarie rilevanti. Ed era
anche un socio: 67mila azioni detenute per un investimento di 5,67
milioni di dollari (alla chiusura di Wall Street di venerdì 20 luglio
2018 ). E PROSSIMAMENTE un'uomo Philip Morris uccidera' anche la
FERRARI . (20.08.18) (25.08.18)
verbali assemblee
italiane azionisti EXOR :
https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pg3Y3JmiDAW4z2DWx
verbali assemblee
italiane azionisti FIAT :
https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76phApzYBZTNpkGlRkq
Prodi e' il peccato
originale dell'economia italiana dal 1987 (regalo' l'ALFA ROMEO alla
FIAT) ad oggi (25.08.18)
L'indipendenza della
Magistratura e' un concetto teorico contraddetto dalle correnti anche
politiche espresse nelle lottizzazioni delle associazioni magistrati che
potrebbe influenzarne i comportamenti. (27.08.18)
Ho sempre vissuto solo
con oppositori irresponsabili privi di osservazioni costruttive ed
oggettive. (28.08.18)
Buono e cattivo fuori
dalla scuola hanno un significato diverso e molto piu' grave perche' un
uomo cattivo o buono possono fare il bene o il male con consaprvolezza
che i bambini non hanno (20.10.18)
Ma la TAV serve ai
cittadini che la dovrebbero usare o a chi la costruisce con i nostri
soldi ? PERCHE' ?
Un ruolo presidenziale
divergente da quello di governo potrebbe porre le premesse per una
Repubblica Presidenziale (11.11.2018)
La storia occorre
vederla nella sua interezza la marcia dei 40.000 della Fiat come e'
finita ? Con 40.000 licenziamenti e la Fiat in Olanda ! (19.11.18)
I SITAV dopo la marcia
a Torino faranno quella su ROMA con costi doppi rispetto a quella
francese sullo stesso percorso ? (09.12.18)
La storia politica di
Fassino e' fatta dall'invito al voto positivo per la raduzione dei
diritti dei lavoratori di Mirafiori. Si e' visto il risultato della
lungimiranza di Fassino , (18.12.18)
Perche' sono
investimenti usare risorse per spostare le pietre e rimetterle a posto
per giustificare i salari e non lo sono il reddito di cittadinanza e
quota 100 per le pensioni ? perche' gli 80 euro a chi lavora di Renzi
vanno bene ed i 780 euro di Di Maio a chi non lavora ed e' in pensione
non vanno bene ? (27.12.18)
Le auto si dividono in
auto mozzarella che scadono ed auto vino che invecchiando aumentano di
valore (28.12.18)
Fumare non e' un
diritto ma un atto contro la propria salute ed i doveri verso la propria
famiglia che dovrebbe avere come conseguenza la revoca dell'assistenza
sanitaria nazionale ad personam (29.12.18)
Questo mondo e troppo
cattivo per interessare altri esseri viventi (10.01.19)
Le ONG non hanno altro
da fare che il taxi del mare in associazione per deliquere degli
scafisti ? (11.02.19)
La giunta FASSINO era
inutile, quella APPENDINO e' dannosa (12.07.19)
Quello che l'Appendino
chiama freno a mano tirato e' la DEMOCRAZIA .(18.07.19)
La spesa pubblica
finanzia le tangenti e quella sullo spazio le spese militari
(19.07.19)
AMAZON e FACEBOOK di
fatto svolgono un controllo dei siti e forse delle persone per il
Governo Americano ?
(09.08.19)
LA GRANDE MORIA DI
STARTUP e causato dal mancato abbinamento con realta' solide (10.08.!9)
Il computer nella
progettazione automobilistica ha tolto la personalizzazione ed
innovazione. (17.08.19)
L' uomo deve gestire i
computer non viceversa, per aumentare le sue potenzialita' non
annullarle (18.08.19)
LA FIAT a Torino ha
fatto il babypaking a Mirafiori UNO DEI POSTI PIU' INQUINATI DI TORINO !
Non so se Jaky lo sappia , ma il suo isolamento non gli permette certo
di saperlo ! (13.09.19)
Non potro' mai essere
un buon politico perche' cerco di essere un passo avanti mentre il
politico deve stare un passo indietro rispetto al presente. (04.10.19)
L'arretratezza
produttiva dell'industria automobilistica e' dimostrata dal fatto che da
anni non hanno mai risolto la reversibilità dei comandi di guida a
dx.sx, che costa molto (09.10.19)
IL CSM tutela i
Magistrati dalla legge o dai cittadini visti i casi di Edoardo AGNELLI
e Davide Rossi ? (10.10.19).
Le notizie false
servono per fare sorgere il dubbio su quelle vere discreditandole
(12.10.19)
L'illusione startup
brucia liquidita' per progetti che hanno poco mercato. sottraendoli
all'occupazione ed illude gli investitori di trovare delle scorciatoie
al alto valore aggiunto (15.10.19)
Gli esseri umani
soffrono spesso e volentieri della sindrome del camionista: ti senti
piu' importante perche' sei in alto , ma prima o poi dovrai scendere e
cedere il posto ad altri perche' nessun posto rimane libero (18.10.19)
Non e' logico che
l'industria automobilistica invece di investire nelle propulsione ad
emissione 0 lo faccia sulle auto a guida autonoma che brucia posti di
lavoro. (22.10.19)
L'intelligenza
artificiale non esiste perche' non e' creativa ma applicativa quindi
rischia di essere uno strumento in mano ai dittatori, attraverso la
massificazione pilotata delle idee, che da la sensazione di poter
pensare ad una macchina al nostro posto per il bene nostro e per farci
diventare deficienti come molti percorsi dei navigatori (24.11.19)
Quando ci fanno
domande per sapere la nostra opinione di consumatori ma sono interessati
solo ai commenti positivi , fanno poco per migliorare (25.11.19)
La prova che la
qualità della vita sta peggiorando e' che una volta la cessione del 5^
si faceva per evitare i pignoramenti , oggi lo si fa per vivere
(27.11.19)
Per combattere
l'evasione fiscale basta aumentare l'assistenza nella pre-compilazione e
nel pagamento (29.11.19)
La famiglia e' come
una barca che quando sbaglia rotta porta a sbattere tutti quanti
(25.12.19)
Le tasse
sull'inquinamento verranno scaricate sui consumatori , ma a chi governa
e sa non importa (25.12.19)
Il calcio e l'oppio
dei popoli (25.12.19)
La religione nasce
come richiesta di aiuto da parte dei popoli , viene trasformata in un
tentativo di strumento di controllo dei popoli (03.01.20)
L'auto a guida
autonoma e' un diversivo per vendere auto vecchie ed inquinanoroti , ed
il mercato l'ha capito (03.01.20)ttadini
Il vero potere della
burocrazia e' quello di creare dei problemi ai cittadini anche se il
cittadino paga i dipendente pubblico per risolvere dei problemi non per
crearli. Se per denunciare questi problemi vai fuori dal coro deve
essere annientato. Per cui burocrazia=tangente (03.01.20)
Gli immigrati tengono
fortemente alla loro etnina a cui non rinunciano , piu' saranno forti le
etnie piu' queste divideranno l'Italia sovrastando gli italiani
imponendoci il modello africano . La mafia nigeriana e' solo un esempio.
(05.01.20)
La sinistra e la lotta
alla fame nel mondo sono chimere prima di tutto per chi ci deve credere
come ragione di vita (07.01.20)
Credo di avere la
risposta alla domanda cosa avrebbe fatto Eva se Adamo avesse detto di no
a mangiare la mela ? Si sarebbe arrabbiata. Anche oggi se non fai
quello che vogliono le donne si mettono contro cercando di danneggiarti.
(07.01.20)
Le sardine rappresenta
l'evoluzione del buonismo Democristiano e la sintesi fra Prodi e
Renzi, fuori fa ogni logica e senza una proposta concreta
(08.01.20)
Un cavallo di razza
corre spontaneamente e nessuno puo' fermarlo. (09.01.20)
PD e M5S 2 stampelle
non fanno neppure una gamba sana (22.01.20)
non riconoscere i propri errori significa
sbagliare per sempre (12.04.20)
la vera ricchezza dei ricchi sono i figli
dei poveri, una lotteria che pagano tutta la loro vita i figli ai
genitori che credono di non avere nulla da perdere ! (03.11.21)
GLI YESMEN SERVONO PER
CONSENTIRE IL MANTENIMENTO E LO SVILUPPO E L'OCCULTAMENTO DEGLI
INTERESSI OCCULTI DEL CAPITALISMO DISTRUTTIVO. (22.04.22)
DALL'INTOLLERANZA NASCE LA
GUERRA (30.06.22)
L'ITALIA E' TERRA DI
CONQUISTA PER LE BANDE INTERNE DEI PARTITI. (09.10.22)
La dimostrazione che non
esista più il nazismo e' dimostrato dalla reazione europea contro Puntin
che non ci fu subito contro Hitler (12.10.22)
Cara Meloni nulla giustifica
una alleanza con la Mafia di Berlusconi (26.10.22)
I politici che non
rappresentano nessuno a cosa servono ? (27.10.22)
Di chi sono Ambrosetti e
Mckinsey ? Chi e' stato formato da loro ed ora e' al potere in ITALIA ?
Lo spunto e' la vicenda Macron . Quanti Macron ci sono in Italia ? E chi
li controlla ? Mckinsey e' una P2 mondiale ?
Mb
Piero Angela ha valutato che
lo sbarco sulla LUNA ancora oggi non e' gestibile in sicurezza ?
(30.12.22)
Le leggi razziali = al Green
Pass (30.03.23)
Dopo 60 anni il danno del
Vaiont dimostra il pericolo delle scelte scientifiche come il nucleare,
giustificato solo dalle tangenti (10.10.23)
|
LA
mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,
perche' DIO ESISTE, ANCHE SOLO per assurdo.
IL MONDO HA
BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO'
CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !
PER QUESTO IL
MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !
LA VIOLENZA
DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI
che potrebbe stare dietro a Berlusconi.
IL GOVERNO
DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI, IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO
perche' vetusto obsoleto e compromesso !
E' UN GIOCO AL
MASSACRO dell'arroganza !
SE NON CI
FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !
TU SEI UN
SOLDATO ?
COMUNICAMI cio'
pensi !
email
|
Riflessioni ....
Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo
vincere .Mb 15.05.13
Torino 08.04.13
Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria
economica del valore che definisce
1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:
Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il
fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del
fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la
produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.
2) liberalizzazione dei taxi
collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a
tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare
per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i
cittadini.
3) tre sono gli obiettivi principali
della politica : istruzione, sanita', cultura.
4) per la sanità occorre un centro
acquisti nazionale ed abolizione giorni pre-ricovero.
vedi
PRESA DIRETTA 24.03.13
chi e' interessato mi scriva .
Suo. MARCO BAVA
I rapporti umani, sono tutti unici
e temporanei:
- LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO
E RISPARMIO.(02.02.10)
- Se non hai via di uscita,
fermati..e dormici su.
- E' PIU' DIFFICILE
SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
- Ciascun uomo vale in funzione
delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
- Vorrei ricordare gli uomini
piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto
fare !
- LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA
MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE
PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
- PIU' I MEZZI SONO POVERI X
RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
- L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA
MORTE.
- MEGLIO NON ILLUDERE CHE
DELUDERE.
- L'ITALIA , PER COLPA DI
BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
- IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3
VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU'
POVERI ALMENO 2 VOLTE.
- LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI
DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',
QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ' CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE
E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL
10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE
CHIESE)
- la vita eterna non puo' che
esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento
di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
- SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA
VERAMENTE UNA STRADA.
- QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI
CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
- L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER
AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
- IL PRESENTE E' FIGLIO DEL
PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
- L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER
DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
-
L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER
ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
-
BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
-
GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI
TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
- IL DISASTRO
DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE
STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
- Quante
testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate
per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
-
I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI
PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI
SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)
-
L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne'
temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata
per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la
cruna di un ago ..."
-
sapere x capire (15.10.11)
-
la patrimoniale e' una 3^
tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)
-
SE LE FORZE DELL'ORDINE
INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE
MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117 PER UN PROBLEMA BANALE MI HA
RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)
-
GRAN PARTE DEI PROFESSORI
UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON
ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI (
DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)
-
Spesso chi compera auto FIAT lo
fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)
-
Gli immigrati per protesta nei
centri di assistenza li bruciano e noi dobbiamo ricostruirglieli
affinché li redistruggono? (18.10.20)
-
Abbiamo più rispetto per le cose che per le
persone .29.08.21
-
Le ragioni per cui Caino ha ucciso
Abele permangono nei conflitti umani come le guerre(24.11.2022)
-
Quelli che vogliono l'intelligenza
artificiale sanno che e' quella delle risposte autmatiche
telefoniche? (24.11.22)
L'obiettivo di
questo sito e una
critica costruttiva PER migliorare IL Mondo .
-
PACE NEL MONDO
- BENESSERE
SOCIALE
- COMUNIONE
DI TUTTI I POPOLI.
- LA
DEMOCRAZIA AZIENDALE
|
L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA
PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI
GESU'. 15.06.09 |
DIO CON I PESI CI DA
ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA
FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09) |
IL BAVAGLIO della Fiat nei miei
confronti:
IN DATA ODIERNA HO
RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del
gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con
attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso
cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi
amministratori. Fatte salve iniziative
autonome anche
davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal
proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora,
veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie
tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per
tutelare le quali mi riservo iniziative
esclusive
dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09
|
|
TEMI SUL
TAVOLO IN QUESTO MOMENTO: |

IL TRIBUNALE DI TORINO E LA CONSOB NON MI GARANTISCONO LA
TUTELA DEL'ART.47 DELLA COSTITUZIONE
Oggi si e' tenuta l'assemblea degli azionisti Seat tante bugie
dagli amministratori, i revisori ed il collegio sindacale, tanto per la
Consob ed il Tribunale di Torino i miei diritti come azionista di
minoranza non sono da salvaguardare e la digos mi puo' impedire il voto
come e quando vuole, basta leggere la sentenza

08.03.16 |
VIDEO DELLA TRASMISSIONE TV
10°
Convegno
La
grafopatologia in ambito giudiziario
L’applicazione della grafologia in criminologia, nelle malattie
neurologiche e psichiatriche nel contesto giudiziario
Roma, 7
Dicembre 2019
Auditorium
Facoltà Teologica “S. Bonaventura”
Via del
Serafico 1 - Roma
alle ore
17,50
Vincenzo
Tarantino
Gino
Saladini
Elio
Carlos Tarantino Mendoza Garofani
Grafologo
giudiziario, esperto in fotografia forenseGiornalista,
Criminologo
Il
“suicidio” di Edoardo Agnelli: aspetti medico-legali
criminologici e grafopatologici.
|
PERCHE' TORINO
HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?
Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo
citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI. Gli feci presente che
dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato
incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui
disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo
delle indagini.
A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza
aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del
"suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.
Mb
02.04.17
|
grazie a
Dio , non certo a Jaky, continua la ricerca della verità sull'omicidio
di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il
servizio de LA 7, e gli articoli di Visto, ora il Corriere e Rai 2 ,
infine OGGI , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio
portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10 |
LIBRI
SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI
www.detsortelam.dk
www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208
ANTONIO
PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-
|
Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".
Il
giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla
famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di
curiosità ed informazioni inedite
Per
dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli,
precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano,
sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare
autopsia.
Anonime
“fonti investigative” tentarono in più occasioni di
screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava
un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia
fu mai fatta.
Ora
Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che
accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante,
pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la
prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche
raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa
settimana presenta.
Perché
la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo
destinato a ereditare il più grande capitale industriale
italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici
però che riguardano la famiglia Agnelli.
Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione
del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei
rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio
Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo
di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi,
Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che,
nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano
assai più di politici e governanti.
Il
volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta
sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose
e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più
importante d’Italia.
|
|
Mondo AGNELLI :
Cari amici,
Grazie mille per
vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa
storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana
scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie
Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in
piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in
Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei
torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )
http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0
Thanks again,
Jennifer
Un libro che riporta palesi falsita'
sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con
Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad
ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta.
Intanto anche grazie a queste falsita' il prezzo del libro passa da 15 a
19 euro! www.marcobava.it
17.12.23
Il Sole 24 Ore:
La Giovanni Agnelli Bv ha deciso
di rivedere anche il sistema di governance. Le nuove disposizioni, […]
identificano tre interlocutori chiave tra gli azionisti: il Gruppo
Giovanni Agnelli, il Gruppo Agnelli e il Gruppo Nasi. Si tratta di tre
blocchi che raggruppano a loro volta gli undici rami famigliari storici.
Il primo quello della Giovanni Agnelli coincide con la Dicembre e dunque
pesa per il 40%. Segue il gruppo Agnelli con il 30% e il gruppo Nasi a
cui fa capo il 20%. I componenti del cda della GA BV sono espressione
proprio di questi tre “macro” gruppi famigliari della dinastia torinese.
Ognuno di loro esprime due rappresentanti nel board della Giovanni
Agnelli Bv e uno nel board di Exor. Oggi il Gruppo Giovanni Agnelli ha
indicato nel board della società olandese Andrea Agnelli e Alexander
Von Fürstenberg. E questo nonostante Andrea Agnelli, che nel
frattempo vive stabilmente ad Amsterdam, di fatto faccia parte di un
altro blocco, quello del Gruppo Agnelli.
Per quest’ultimo i due membri del board sono Benedetto della Chiesa e
Filippo Scognamiglio. Infine, per il gruppo Nasi Luca Ferrero
Ventimiglia e Niccolò Camerana. I consiglieri del Cda della Bv sono
nominati ogni 3 anni e decadono automaticamente al compimento di 75
anni. Ogni gruppo inoltre esprime un proprio rappresentante nel Cda
di Exor che oggi sono Ginevra Elkann (Gruppo Giovanni Agnelli), Tiberto
Ruy Brandolini D’Adda (Gruppo Agnelli) e Alessandro Nasi (Gruppo Nasi).
Accanto al cda dell Bv resta in vita il Consiglio di famiglia, organo
non deliberativo ma consultivo e formato da 32 membri.
Questa la nuova struttura
societaria della
Giovanni Agnelli Bv
per quote di possesso.
Dicembre (John Elkann , Lapo e Ginevra): 39,7%
Ramo Maria Sole Agnelli: 11,2%
Ramo Agnelli (Andrea Agnelli e Anna Agnelli): 8,9%
Ramo Giovanni Nasi: 8,7%
Ramo Laura Nasi-Camerana: 6%
Ramo Cristiana Agnelli: 5,05%
Ramo Susanna Agnelli: 4,7%
Ramo Clara Nasi-Ferrero di Ventimiglia: 3,4%
Ramo Emanuele Nasi: 2,5%
Ramo Clara Agnelli: 0,28%
Azioni proprie: 8,2%
Dovranno andare avanti le
indagini della Procura di Milano con al centro il tesoro di Giovanni
Agnelli, 13 opere d'arte che arredavano Villa
Frescot e Villar Perosa a Torino e una residenza di famiglia a Roma,
sparite anni fa e ora reclamate dalla figlia Margherita unica erede dopo
la morte della madre e moglie dell'Avvocato, Marella Caracciolo di
Castagneto, la quale aveva l'usufrutto dei beni.
Mentre riprenderà a Torino la battaglià giudiziaria sull' eredità
lasciata dall'Avvocato, il gip milanese Lidia Castellucci, accogliendo
in parte
i suggerimenti messi nero su bianco da Margherita nell'opposizione alla
richiesta di archiviazione dell'inchiesta, ha indicato al pm Cristian
Barilli e al procuratore aggiunto Eugenio Fusco di raccogliere le
testimonianze di Paola Montalto e Tiziana Russi, entrambe persone di
fiducia di Marella Caracciolo, le quali si sono occupate degli inventari
dei beni ereditati, e di consultare tutte le banche dati «competenti»
comprese quelle del Ministero della Cultura e la piattaforma S.U.E.
(Sistema Uffici Esportazione).
Secondo il giudice, che invece ha archiviato la posizione di un
gallerista svizzero e di un suo collaboratore indagati per ricettazione
in base
alla deposizione di un investigatore privato a cui non sono stati
trovati riscontri (secondo lo 007 avrebbero custodito in un caveau a
Chiasso il
patrimonio artistico), gli ulteriori accertamenti potrebbero essere
utili per identificare chi avrebbe fatto sparire la collezione composta
da
quadri di Monet, Picasso, Balla, De Chirico, Balthus, Gérome, Sargent,
Indiana e Mathieu.
Collezione di cui Margherita ha denunciato a più riprese la scomparsa,
gettando ombre anche sui tre figli del primo matrimonio: John, Lapo e
Ginevra Elkann, e in particolare sul primogenito.
I quali «della sorte o delle ubicazioni di tali opere», hanno saputo
«riferire alcunché».
E poiché ora lo scopo è recuperarle dopo che, per via dei vari
traslochi, si sono volatilizzate, «appare utile procedere
all'escussione» delle due
donne che «si sono occupate degli inventari degli immobili» e che,
quindi, «potrebbero essere a conoscenza di informazioni rilevanti» in
merito agli spostamenti dei quadri e alla «eventuale presenza di
inventari cartacei da esse redatti».
E poi per «verificare le movimentazioni di tali opere, appare opportuno»
compiere accertamenti sulle banche dati comprese quelle del
ministero.
Infine, per effetto di un provvedimento della Cassazione, torna ad
essere discusso in Tribunale a Torino il procedimento penale, promosso
da
Margherita nei confronti dei figli John, Lapo e Ginevra Elkann per una
questione legata all'; eredità di suo padre.
Il processo era stato sospeso in attesa dell'esito di due cause in
Svizzera, ma ieri la Suprema Corte ha respinto il ricorso degli Elkann,
come
hanno fatto sapere fonti legali vicine alla loro madre, e ha stabilito
essere «pienamente sussistente la giurisdizione italiana», annullando
l'ordinanza torinese.
«Nella verifica che tali giudici saranno chiamati ad effettuare -
sottolineano gli avvocati - si dovrà tener conto anche della residenza
abituale
di Marella Caracciolo», che a loro dire era in Italia, «e della
opponibilità dell'accordo transattivo del 2004 nella successione
Agnelli, con
possibili rilevanti ripercussioni sugli assetti proprietari della
Dicembre», la società che fa capo agli eredi.
Fiat Nuova 500 Cabrio
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Piacevole da guidare, la Fiat Nuova 500 Cabrio è una citycar elettrica
dallo stile elegante e ricercato. Comoda solo davanti, ha una discreta
autonomia e molti aiuti alla guida. Ma dietro si vede poco o nulla.
Quando lo dicevo io a Marchionne lui mi sfotteva dicendo che ci avrebbe
fatto un buco. Ecco come ha distrutto l'industria automobilistica
italiana grazie al potentissimo Fassino, grazie ai suoi elettori da 40
anni.
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contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore
deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun
caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.
Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale
livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.
MARCO BAVA
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ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA |
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ULTIMO AGGIORNAMENTO
16/02/2025 00.51.57
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,47-54
In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, che costruite i sepolcri
dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi testimoniate e
approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite.
Per questo la sapienza di Dio ha detto: "Manderò loro profeti e apostoli
ed essi li uccideranno e perseguiteranno", perché a questa generazione
sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio
del mondo: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa, che fu ucciso
tra l'altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a
questa generazione.
Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della
conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi
l'avete impedito».
Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo
in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli
insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa
bocca
PUTIN ENTRA DEFINITIVAMENTE ALL'INFERNO E
Alexei Navalny IN PARADISO
In linea con l'omicidio di Gesu' Israele
continua ad uccidere e dal patto con DIO e' passata a quello con satana.
PROPOSTA AI PARTITI DI COSTITUIRE IL FRONTE ANTIFASCISTA GIACOMO
MATTEOTTI
PER LA TRIOLOGIA DELLA PACE:
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PACE NEL MONDO
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COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI
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SCARICARE
LA VERITA' SULLA FIAT E LA
FAMIGLIA AGNELLI, PERCHÉ QUELLA CHE FINORA E' STATA PRESENTATA NON E' LA
VERITA':
-
GABETTI, GRANDE STEVENS,
DONNA MARELLA, MARCHIONNE E JAKY HANNO SFASCIATO TUTTO.
-
L'AVVOCATO ED UMBERTO NON
HANNO CAPITO I DANNI CHE POTEVANO CAUSARE ED HANNO CAUSATO GABETTI
GRANDE STEVENS E DONNA MARELLA.
-
GABETTI CON MARCHIONNE e DONNA
MARELLA CON JAKY hanno danneggiato la FIAT.
-
GIANNI AGNELLI
FREQUENTAVA BOBBIO , YAKY ELON MUSK.
-
CARO YAKY GESU' AVEVA
AUTOREVOLEZZA NON AUTORITA' ed il fatto che citi piu' spesso
Marchionne che tuo nonno dimostra quanto poco avevate in comune.
LE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI
- messa commemorazione 15.11.25 Chiesa S.MARIA
GORETTI TORINO V COSSA ang V.ACTIS
ORIGINALI CUSTODITI DALLA BIBLIOTECA DI SETTIMO TORINESE

COMODATO D'USO DI VILLA SOLE DOVE VIVEVA EDOARDO AGNELLI
DOCUMENTi
SULLA DICEMBRE SOCIETA' SEMPLICE CHE CONTROLLA JUVE, FERRARI, STELLANTIS


RINVIO GIUDIZIO TRIBUNALE ROMA
DI ANDREA AGNELLI 2024

il mio libro sui Piani
INDUSTRIALI FIAT. OLIVETTI, PININFARINA, BUZZI...
LA MIA TESI DI
LAUREA IN GIURISPRUDENZA SUL PROCESSO AL SENATORE AGNELLI PER AGIOTAGGIO
CON SENTENZA NEL 1912

VEDETE
COME LAVORA UIBM
CHE MI HA BLOCCATO OGNI ATTIVITA' MENTRE CON EUIPO RIESCO A LA LAVORARE
NORMALMENTE
CACAO&MIELE\7228-REG-1547819845775-rapp di ricerca.pdf |
TO.10.07.24
Intervento fatto al Collegio Carlo Alberto di Torino sulla censura
assembleare dell’art.11 del Decreto Capitali
-
E’ sempre positiva una analisi storica democratica.
-
Qui in p.za Arbarello a TORINO c'era la Facolta' di Economia ed ho
imparato l’ economia industriale dal prof Goss Pietro.
-
Che dai 25 anni ho potuto applicare concretamente direttamente con
Gianni Agnelli.
-
L’invidia dei docenti di Economia di TORINO per questa mia
esperienza formativa , mi e’ costata 16 anni di blocco per la
laurea in Economia a Torino , ottenuta poi in 16 mesi a Novara, a
cui e’ seguita una 2^ laurea in giurisprudenza a Torino per
riabilitarmi con il prof.Dezzani di Economia e Commercio a Torino.
Altri 20 anni mi blocca Economia e Commercio di Torino per l'esame
da dottore Commercialista che poi supero a Roma.
-
A 30 anni proposi a Gianni Agnelli superFIAT, LA FUSIONE IFI
FIAT , che mi chiese di portare a Cuccia, e che Gabetti e Galateri ,
con cui collaboravo, ed a cui chiesi un aiuto, mi bloccarono.
-
Umberto Agnelli attraverso Boschetti mi propose di rifare la Stilo,
ma Morchio si oppose .
-
Muoiono Edoardo Agnelli Gianni Agnelli e Umberto Agnelli
, Gabetti ,attraverso donna Marella e Yaky sceglie Marchionne
che privo di conoscenze automobilistiche, ha lasciato a Yaky la
sola scelta di VENDERE la Fiat che sta progressivamente riducendo la
produzione negli stabilimenti italiani.
-
A cui Cirio Urso e Pichetto rispondono rifiutando l’esame del mio
PROGETTO H2 PER AUTOTRAZIONE. Lo trovate sul mio sito
www.marcobava.it. Mentre DENORA ne REALIZZA uno suo IN LOMBARDIA
programmando il più importante stabilimento europeo di
elettrolizzatori per produrre H2 , affiancata da SNAM dopo che se
ne parlato nell’assemblea aperta di Snam 1 mese fa, in cui viene
convita del futuro della produzione dell’H2 con elettrolizzatori che
fara’ appunto con Denora in Lombardia. Ed io prevedo che seguira’ la
produzione delle auto ad H2 in Lombadia invece che in Piemonte
, che forse saranno finanziate da Unicredito e S.PAOLO. Queste sono
visioni strategiche.
-
Tutto cio’ mentre a Torino ed in Italia il presidente del S.PAOLO
ispirando l’art.11 fascista
del Decreto capitali, censura, in Italia, unica nel mondo, la
democrazia nelle assemblee, pero’ non applicata da Snam che
forse non e’ un importante cliente di S.PAOLO.
-
Prof Goss Pietro E’ COSCIENTE dei danni che questa sua censura
democratica sta provocando e provocherà rispetto alla storia del
paese che avete illustrato ?
-
Perche’ lo sta facendo viste le conseguenze di impoverimento
regionale e nazionale ?
-
Qual’e’ il fine ? il POTERE FINE A SE STESSO come mi risposte anni
fa Grande Stevens ?
-
La stessa decadenza si manifesta anche attraverso le assemblee
Juventus in cui, anche se non sono state mai chiuse , sono stato
aggredito 2 volte dallo staff. Tutto cio’ non puo’ che portare alla
vendita della Juve come e’ successo per Fiat portando sempre piu’ il
Piemonte verso la deriva democratica ed economica.
-
Senza democrazia in economia non ci può essere sviluppo. Siete
d’accordo ?
Per confermare quale fosse il grado di conoscenza che avevo con GA che
mi ha insegnato dare il 5 posso aggiungere che :
-
soffriva di insonnia per cui leggeva ed alle 12 aveva sonnolenza
-
amava la boxe
-
quando aveva una influenza si curava con la penicellina
Sul prof.GP posso invece ricordare:
-
che ho concordato l'appoggio alla sua prima nomina a presidente di
Intesa S.PAOLO con il prof.Bazoli in cambio di una sua presidenza
onoraria con partecipazione alle decisioni strategiche;
-
che gli ho proposto una fusione di Unicredito in Intesa S.Paolo
-
IL GIUDIZIO SPREZZANTE DEL PROF.GROSS PIETRO:

Mb |
15.02.25
Signor Presidente Sergio Mattarella
La invito a continuare a fare le sue
denunce indipendenti e libere per sollevare le coscienze contro
ogni dittatura.
Sono con Lei sempre .
Marco BAVA
La soddisfazione del Quirinale per la solidarietà
unanime, se si voleva dividere l'Italia non ha funzionato
Il presidente "assolutamente sereno" Storia di un rapporto freddo con
Putin
«Assolutamente sereno». Cioè convinto di aver detto una sacrosanta
verità. Se potesse tornare indietro di dieci giorni e ripetere la sua
«lectio magistralis» all'università di Marsiglia, Sergio Mattarella
pronuncerebbe lo stesso identico discorso, compreso il passaggio che ha
scatenato l'ira del Cremlino. Fonti del Quirinale rimandano alla lettura
esatta del testo dove non c'è alcuna equiparazione di Vladimir Putin con
Adolf Hitler. Vi si parla semmai delle «guerre di conquista» condotte
dal Terzo Reich, con la chiosa che «l'odierna aggressione russa è di
questa natura»: risponde anch'essa al «criterio della dominazione» sugli
altri popoli. Per quanto severo, quel richiamo storico non è
un'«invenzione blasfema», come la definisce Maria Zakharova, portavoce
del ministero degli Esteri russo; né Mattarella propone «inaccettabili e
criminali analogie». Tra l'altro il presidente italiano era stato
l'unico, tra i tanti capi di Stato e di governo che il 27 gennaio
avevano celebrato l'anniversario della liberazione di Auschwitz, a
segnalare che i primi a mettere piede nel lager nazista furono i fanti
dell'Armata Rossa. Ma di questo riconoscimento a Mosca non si sono
accorti.
Mattarella viene descritto «sereno» anche per un altro motivo: con
l'eccezione di Matteo Salvini, guarda caso, la solidarietà politica è
stata unanime, addirittura più estesa di quella registrata nel decennale
della sua presidenza. Agli osservatori più maliziosi non era sfuggito il
silenzio dei Fratelli d'Italia che si erano dimenticati di congratularsi
per l'anniversario; stavolta invece la destra meloniana ha fatto sentire
al capo dello Stato una vicinanza perfino al di là delle aspettative,
con dichiarazioni a raffica: segno di quanto Giorgia Meloni ci tenesse a
dare un sostegno sicuramente apprezzato. Lei stessa ha voluto fare scudo
a Mattarella nonostante vi avesse subito provveduto il capo della nostra
diplomazia, Antonio Tajani (che rispetto alla Zakharova, portavoce
ministeriale, rappresenta già un significativo upgrade). Insomma: se
l'obiettivo russo consisteva nel seminare zizzania in Italia, l'effetto
è stato un buco nell'acqua. Il ruolo del Colle ne esce, se possibile,
rinvigorito.
Quanto ai rapporti tra Mattarella e il Cremlino, certe asperità non sono
nuove. L'estate scorsa il presidente aveva messo in guardia rispetto
alle «tempeste di disinformazione, fake news, falsità per screditare e
destabilizzare anche nel nostro Paese»; Putin non era espressamente
citato ma tutti, dietro quel richiamo, avevano intravisto la sagoma del
nuovo Zar. Mattarella stesso è stato più volte bersaglio della
disinformazia che viaggia sul web, in particolare nella notte tra il 27
e 28 maggio 2018, quando i troll si svegliarono a centinaia per chiedere
l'impeachment del presidente nel cosiddetto «caso Savona»; gli
inquirenti seguirono una traccia che portava a San Pietroburgo. E
risalendo nel tempo, le prime freddezze tra Mattarella e Putin risalgono
al loro primo incontro del 2017 a Mosca, parlando proprio di Ucraina e
dell'invasione russa nella Crimea con conseguenti sanzioni
dell'Occidente. Il presidente russo voleva spiegare a Mattarella quale
fosse l'interesse italiano; l'ospite garbatamente chiarì che non ce
n'era bisogno. —
-
Danni al sarcofago, ma nessun allarme radiazioni
Un drone russo colpisce Chernobyl
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato le
forze russe di aver colpito con un drone il sarcofago che
protegge il reattore della centrale nucleare di Chernobyl
distrutto nell'esplosione del 1986. Secondo il presidente
ucraino, il velivolo senza pilota, dotato di «una testata
altamente esplosiva», ha potuto raggiungere indisturbato la
massiccia struttura di acciaio e cemento volando ad
un'altitudine di non più di 85 metri, il che gli avrebbe
permesso di sfuggire ai radar. L'impatto con il sarcofago ha
provocato un incendio, ma non ha determinato un innalzamento
del livello delle radiazioni, ha aggiunto Zelensky.
L'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) ha
confermato che i suoi ispettori presenti nell'impianto hanno
udito un'esplosione alle 1,50 ora locale, dopo la quale si è
sviluppato un incendio. Ma «i livelli di radiazione
rimangono normali e stabili». Il team dell'agenzia ha
pubblicato immagini in cui si vede un drone in fiamme dopo
lo schianto.
|
14.02.25
-
AUTOSTOP: (ANSA) - TOKYO,
13 FEB - Honda e Nissan non riescono a trovare un'intesa finale e
decidono di cancellare una volta per tutte il progetto di fusione
annunciato a dicembre. Lo anticipano i media nipponici, spiegando
che il piano di integrazione della seconda e terza casa auto in
Giappone - che avrebbe creato il terzo gruppo mondiale al mondo per
vendite di veicoli - è andato a sbattere contro un muro di
incomprensioni sulla presunta assenza di autonomia della Nissan,
impegnata in una severa fase di risanamento dei conti, che secondo
la Honda avrebbero compromesso il futuro percorso della fusione.
Inizialmente le due aziende avevano dichiarato di "sperare di poter
concludere le trattative sul progetto di integrazione nel giugno
2025", creando una holding nel 2026, con il mantenimento dei due
marchi separati. L'obiettivo primario era quello di ridurre i costi
nella ricerca e lo sviluppo dei veicoli elettrici, per meglio
competere con i principali concorrenti, tra cui la cinese BYD e la
statunitense Tesla.
Le difficoltà di Nissan a invertire la congiuntura negativa delle
vendite, tuttavia, hanno finito per ostacolare il progresso delle
trattative, dicono gli analisti, con evidenti pressioni da parte di
Honda di aumentare l'influenza operativa sulla gestione delle
strategie future del gruppo. Lo scorso novembre, Nissan ha
annunciato l'imminente taglio di 9.000 posti di lavoro in tutto il
mondo, dopo aver ridotto la sua capacità produttiva globale del 20%.
Per ottimizzare i costi la società con sede a Yokohama, a sud did
Tokyo, ha già sospeso la produzione dell'impianto di Changzhou, in
Cina, dove gestisce otto stabilimenti attraverso la joint venture
con Dongfeng Motor.
La casa automobilistica è stata colpita più duramente di altre dal
passaggio ai veicoli elettrici, e non si è mai ripresa completamente
da anni di crisi innescati dall'allontanamento dell'ex presidente
Carlos Ghosn, e il suo successivo arresto nel 2018. Dieci anni fa il
valore di Borsa dei due produttori di auto nipponici viaggiava sulla
stessa andatura assestandosi a circa 4.600 miliardi di yen:
attualmente la capitalizzazione di mercato di Nissan è di quasi
cinque volte inferiore a quella di Honda, pari a circa 7.500
miliardi di yen (46,6 miliardi di euro). Le due dirigenze
continueranno comunque a collaborare sull'accordo di cooperazione
strategica, riferisce un comunicato, che riguarderà anche la partner
Mitsubishi Motor, nello sviluppo di sinergie di software e in altri
campi nel settore automotive.
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NORDIO STOP : La Corte penale internazionale pubblica online
le carte con le correzioni nel mandato d'arresto Il ministro aveva
parlato di "imprecisioni" e "discrepanze" a proposito dei reati
commessi dal libico
Liberazione di Almasri Il documento dell'Aja che contraddice Nordio
irene famà
roma
Questioni grammaticali. Refusi. Secondo il ministro della Giustizia
Carlo Nordio, hanno reso «nullo» il mandato d'arresto della Corte
penale internazionale a carico del generale libico Almasri. «Sviste
facili da correggere», ribattono alcuni esperti del diritto. Gli
errori, elencati in un documento della Corte dell'Aja, sono circa
una ventina. L'avverbio «continuo» al posto del verbo «continuare»,
il sostantivo «abusato» invece dell'infinito «abusare», giusto per
citarne alcuni. E poi quella data, 2011 invece di 2015 ripetuta tre
volte.
«L'atto era connotato di imprecisioni, omissioni, discrepanze e
conclusioni contraddittorie», aveva dichiarato il Guardasigilli il 5
febbraio quando, alle Camere, ha dovuto spiegare come mai il
generale, accusato dalla Corte penale di crimini di guerra e contro
l'umanità, era stato rilasciato. E rimpatriato in fretta e furia.
Sviste, dicono esperti di diritto internazionale, che la Corte dell'Aja
ha corretto con un nuovo mandato d'arresto. E che il ministro
avrebbe potuto semplicemente segnalare a Bruxelles.
Il Guardasigilli si sofferma su un errore in particolare:
«L'incertezza sulla data dei delitti» avvenuti nella prigione di
Mitiga, a Tripoli. Nel mandato d'arresto al centro dello scontro tra
governo e Bruxelles, la Corte dell'Aja fa riferimento «ai fatti
commessi tra il febbraio 2015 e il marzo 2024». Ma in tre paragrafi,
su oltre un centinaio, si parla «del febbraio 2011».
Errore irrimediabile per il Guardasigilli, finito sotto attacco. Che
dice così: «Emerge un'insanabile e inconciliabile contraddizione
riguardo a un elemento essenziale della condotta criminale
dell'arresto riguardo al tempo del delitto commesso».
Il generale arrestato a Torino viene lasciato libero tre giorni
dopo. La Corte d'appello di Roma solleva una questione procedurale.
Il ministro tace. Poi, davanti alle Camere, punta il dito contro
l'atto a suo dire impreciso. Un suo intervento, «prima di aver
risolto queste discrasie e incongruenze», sarebbe stato
«inopportuno» e «illegittimo».
La Corte penale internazionale il 24 gennaio si riunisce. Approva la
nuova versione del mandato dall'arresto. La pubblica sul sito. «È
tutto in inglese», ribatte il ministro della Giustizia. «Non ci è
stata trasmessa ufficialmente». E poi torna su quei refusi. «Il
vizio genetico dell'ordinanza è certamente il mutamento della data
del commesso reato», ribadisce. «Banale via di fuga», commentano in
diversi.
I rapporti tra la Corte dell'Aja e il governo si irrigidiscono. Sino
all'altro giorno, quando l'esecutivo cerca di trovare un terreno di
confronto, smorzando i toni e avviando un'interlocuzione.
Tanti gli interrogativi che si susseguono nel caso Almasri. Le
opposizioni sostengono che la scelta di liberare il generale sia
stata puramente politica. Il governo si difende. E la faccenda, dopo
una denuncia presentata in procura a Roma, è finita al Tribunale dei
ministri. Indagati la premier Giorgia Meloni, i titolari
dell'Interno e della Giustizia Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.
L'altro giorno sarebbe arrivata in via Arenula la richiesta di
acquisire una serie di atti, tra cui le interlocuzioni tra il
Tribunale e il ministero della Giustizia, tra la Corte penale
internazionale, l'ufficio di collegamento dell'ambasciata italiana
in Olanda e gli uffici del Guardasigilli. Si vuole ricostruire la
sequenza esatta degli eventi e i tempi di azione di ogni singolo
protagonista della vicenda. Comprese le eventuali comunicazioni tra
Palazzo Chigi e via Arenula. Giorni concitati, quelli della vicenda
del generale libico. Almasri viene fermato il 18 gennaio e arrestato
il 19. Il 21 gennaio, poi, viene scarcerato. E rimpatriato. Ma
quando l'areo di Stato era già pronto per riportarlo in Libia, il
ministro della Giustizia diceva di «stare valutando come procedere».
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Si apre la strada per obbligazionisti e azionisti danneggiati che
potrebbero costituirsi parti civili Prosegue il piano di rilancio di
Iren, che ha acquisito il 52,77% della multiutility del cuneese
Egea, i pm: "Bilanci gonfiati per 200 milioni" Adesso si indaga
sulle rendicontazioni false
claudia luise
elisa sola
Oltre 200 milioni. Una cifra alta, soprattutto se concentrata in un
territorio piccolo come il cuneese. Ma è questa la somma che emerge
dalla chiusura indagini, notificata nelle ore scorse, dalla pm Laura
Deodato della procura di Asti per presunti falsi in bilancio di
Egea, la multiutility di Alba che ha rischiato il crac ed è stata
poi acquisita da Iren. L'inchiesta si riferisce alla vecchia
gestione, guidata dall'ex patron Pierpaolo Carini, uno dei quattro
manager indagati, difeso dall'avvocato Michele Galasso. Gli altri
indagati sono gli ex ad Daniele Bertolotti, difeso dall'avvocato
Rinaldo Sandri, Valter Bruno, assistito dall'avvocato Nicola Menardo
dello studio Grande Stevens e Giuseppe Zanca, ex presidente del
consiglio di amministrazione, difeso dagli avvocati Alberto Mittone
e Nicola Gianaria. Risultano indagate, come persone giuridiche,
anche Egea spa, Egea commerciale srl ed Egea PT srl.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, che hanno coordinato il
lavoro della Guardia di finanza di Torino, gli indagati avrebbero a
vario titolo, tra il 2017 e il 2023, scritto numeri falsi nelle voci
dei bilanci. Falsificando, secondo l'ipotesi d'accusa, le cifre
corrispondenti alle rettifiche, che ammonterebbero a 115 milioni di
euro e quelle, che sfiorerebbero i 100 milioni, relative ad altri
aspetti, come i crediti verso i clienti. Si tratterebbe, in
sostanza, secondo la procura, di numeri gonfiati. I legali degli
indagati si preparano a difendersi, in queste ore, e a studiare le
strategie per dimostrare la loro presunta innocenza.
Adesso, però, è probabile che molti degli obbligazionisti e
azionisti che si sono sentiti danneggiati dai comportamenti del
precedente management di Egea decidano di costituirsi parti civili
per chiedere risarcimenti.
Intanto il processo di risanamento messo in piedi da Iren, e
avvallato dal tribunale di Torino, che ha disposto l'omologa, va
avanti. I creditori sono stati tutti pagati secondo gli accordi: i
debiti successivi al 1 luglio 2023 sono stati saldati al 100% mentre
per quelli antecedenti è scattato un risarcimento del 30%. Iren ha
anche esercitato il diritto di aumento di capitale e ora ha il
52,77% della società con l'opzione che possa salire ancora il 2029
(ma la volontà è fare il prima possibile).
«Chi ha lavorato con me da giugno 2023 in poi, dal Consiglio di
gestione uscente a tutti gli advisor, ha ben chiaro - sottolinea il
revisore dei conti Massimo Feira, che ha lavorato al dossier - il
sacrificio di fornitori, azionisti, obbligazionisti, ma speriamo sia
stato compreso quanto lavoro è stato fatto per consentire la
continuità di lavoro ai 1.200 dipendenti e a tutto l'indotto oltre
che per garantire il miglior trattamento ai creditori che correvano
il grande rischio di perdere tutto».
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Dieci i posti grazie all'aiuto di Specchio dei tempi L'associazione:
"Più di 30 persone in lista d'attesa"
Un letto e la doccia per chi ha bisogno Apre i battenti la "casa di
Lia"
francesco munafò
I letti sono in fila uno dietro l'altro, disposti su entrambe le
parti della stanza e inframmezzati da divisori in legno. Sono dieci,
e serviranno a proteggere per una notte chi non ha un posto dove
andare a dormire e quindi rischia di morire di freddo. Ha aperto i
battenti ieri "La casa di Lia" di via Magenta 6 bis, a due passi da
Porta Nuova: uno spazio di accoglienza messo in piedi
dall'associazione Bartolomeo & C. e intitolato alla fondatrice Lia
Varesio, attivista torinese che ha dedicato la vita alla cura degli
ultimi e soprattutto dei senzatetto, scomparsa nel 2008 a 63 anni.
Le porte saranno aperte ogni sera dalle 19 alle 22, e il servizio
(che al momento accoglierà solo uomini) durerà fino al prossimo
maggio per affrontare l'emergenza freddo. Durante i mesi caldi,
invece, la casa sarà a disposizione per effettuare docce e per
soddisfare le esigenze di chi busserà alla porta in cerca di aiuto.
«Lia aveva comprato questo locale a fine anni '80 – spiega Marco
Gremo, presidente di Bartolomeo & C. – e fino ad ora lo avevamo
usato per le nostre riunioni e per il mercatino di solidarietà». Due
anni fa, però, i locali erano stati messi in vendita per via dei
costi di gestione elevati. A salvarli, l'associazione Madian
orizzonti dei Padri Camilliani, che hanno finanziato la
ristrutturazione e la riapertura. A rappresentarli, ieri, c'era
padre Antonio Menegon: «Questo è solo un inizio – ha detto – perché
vorremmo aiutare sempre più persone. Oggi, in strada, ci sono sempre
più spesso ragazzi giovani affetti spesso anche da gravi disagi
psichici».
Secondo i dati Istat, a Torino sono circa 4 mila i senza fissa
dimora. «Dopo il covid il numero è aumentato, e oggi molti di loro
sono stranieri» prosegue Gremo. Di fronte a questa situazione, anche
la richiesta di posti letto sale: «Per le nostre strutture abbiamo
più di trenta persone in lista d'attesa» spiega il presidente di
Bartolomeo & C. Che nel 2024 con l'associazione ha garantito un
totale di 44 posti distribuiti tra il dormitorio di via Saluzzo "Il
Bivacco" e gli undici appartamenti di housing sociale sparsi per la
città: «Noi ci ispiriamo sempre a Lia – spiega Gremo – perché era
una maestra di vita. Era capace di gridare per chi non ha voce».
E infatti, lo scorso dicembre la Città ha scelto di cambiare nome
alla via virtuale utilizzata da chi non ha una residenza: da "via
della Casa Comunale", che dal 1998 identifica sui documenti di
identità chi non ha una residenza reale, la giunta ha deliberato il
passaggio a "via Lia Varesio": «Un piccolo segnale di contrasto allo
stigma – ha evidenziato ieri Rosatelli – che restituisce dignità
alle persone».
Un contributo al nuovo spazio è arrivato anche da Specchio dei
tempi, la fondazione nata dall'omonima rubrica de La Stampa che dal
1955 raccoglie i messaggi dei lettori torinesi: «La Casa di Lia è un
esempio concreto di come la solidarietà e la collaborazione tra enti
possano fare la differenza – spiega il consigliere delegato di
Specchio, Andrea Gavosto –. Offrire un riparo sicuro e dignitoso a
chi ne ha bisogno è un atto di responsabilità collettiva, e siamo
orgogliosi di poter contribuire a questo importante progetto».
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13.02.25
-
LE REGOLE di MICHELE
FERRERO "Ascoltate i collaboratori, diffidate degli adulatori"
1 Dedicate ai vostri collaboratori il tempo necessario e non le
"briciole"; preoccupatevi di ascoltare ciò che hanno da dirvi; non
date loro l'impressione che siate sulle spine; non fateli mai
sentire "piccoli"; la sedia più comoda del vostro ufficio sia
destinata a loro.
2 Prendete decisioni chiare e fatevi aiutare dai vostri
collaboratori, essi crederanno nelle scelte a cui hanno concorso.
3 Rendete partecipi i collaboratori dei cambiamenti e discutetene
prima della loro attuazione con gli interessati.
4 Comunicate gli apprezzamenti favorevoli ai lavoratori, quelli
sfavorevoli comunicateli solo quando necessario, in quest'ultimo
caso non limitatevi a una critica, ma indicate ciò che dovrà essere
fatto nell'avvenire perché serva a imparare.
5 I vostri interventi siano sempre tempestivi: "Troppo tardi" è
pericoloso quanto "Troppo presto".
6 Agite sulle cause più che sul comportamento.
7 Considerate i problemi nel loro aspetto generale e non perdetevi
nei dettagli, lasciate ai dipendenti un certo margine di tolleranza.
8 Siate sempre umani.
9 Non chiedete cose impossibili.
10 Ammettete serenamente i vostri errori, vi aiuterà a non
ripeterli.
11 Preoccupatevi di quello che pensano di voi i vostri
collaboratori.
12 Non pretendete di essere tutto per i vostri collaboratori, in
questo caso finireste per essere niente.
13 Diffidate di quelli che vi adulano, a lungo andare sono più
controproducenti di quelli che vi contraddicono.
14 Date sempre quanto dovete e ricordate che spesso non è questione
di quanto, ma di come e di quando.
15 Non prendete mai decisioni sotto l'influsso dell'ira, della
premura, della delusione, della preoccupazione, ma demandatele a
quando il vostro giudizio potrà essere più sereno.
16 Ricordate che un buon capo può far sentire un gigante un uomo
normale, ma un capo cattivo può trasformare un gigante in un nano.
17 Se non credete in questi principi, rinunciate ad essere capi
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12.02.25
-
il caso
Libertà
tortura
di
Nelle settimane successive all'invasione russa dell'Ucraina, il capo
delle prigioni di San Pietroburgo ha lanciato un messaggio diretto a
un'unità d'élite di guardie incaricate di gestire l'afflusso di
prigionieri dalla guerra: «Siate crudeli, non abbiate pietà».
Il maggiore generale Igor Potapenko aveva riunito le forze
speciali per informarli di un nuovo sistema progettato per i
prigionieri ucraini. Le regole normali non si sarebbero applicate,
gli disse. Non ci sarebbero state restrizioni contro la violenza. Le
bodycam sarebbero state rimosse.
In tutto il Paese altre unità - provenienti dalla Buriazia, da
Mosca, da Pskov e da altre regioni - ricevettero istruzioni simili.
Quegli incontri hanno dato il via a quasi tre anni di torture
incessanti e brutali sui prigionieri di guerra ucraini.
Le guardie applicavano scariche elettriche sui genitali dei
prigionieri fino all'esaurimento delle batterie. Li picchiavano per
infliggere il massimo danno possibile, sperimentando su di loro
quali materiali fossero più dolorosi. Negavano cure mediche per
permettere alla cancrena di insediarsi, costringendo alle
amputazioni.
Tre ex funzionari carcerari hanno raccontato al Wall Street Journal
come la Russia abbia pianificato ed eseguito ciò che gli
investigatori delle Nazioni Unite hanno descritto come una tortura
diffusa e sistematica.
Le loro testimonianze sono state supportate da documenti ufficiali,
interviste con prigionieri ucraini e da una persona che ha aiutato i
funzionari carcerari russi a disertare.
I funzionari - due appartenenti alle forze speciali e un membro del
personale medico - sono entrati in un programma di protezione
testimoni dopo aver fornito prove agli investigatori della Corte
Penale Internazionale (Cpi).
La Cpi ha accusato la Russia di attaccare i civili e di deportare
illegalmente bambini ucraini in Russia, emettendo almeno sei mandati
di arresto contro funzionari russi, incluso il presidente Vladimir
Putin. Altre indagini sono in corso, ma la Corte non fornisce
ulteriori dettagli.
La Russia ha una lunga storia di crudeltà nel suo sistema
carcerario, che risale ai primi decenni dell'Unione Sovietica,
quando Stalin creò campi di lavoro per chi riteneva pericoloso per
il regime. Negli ultimi decenni, la Russia ha adottato alcune misure
per migliorare le condizioni delle carceri, come la separazione tra
i detenuti alla prima condanna e gli altri. In alcune regioni sono
state introdotte bodycam per le guardie, dopo anni di campagne da
parte delle organizzazioni per i diritti umani.
Tuttavia, il sistema carcerario russo rimane un mondo a parte
all'interno del Paese, con le sue regole, il suo gergo e persino i
suoi tatuaggi.
Le forze speciali del sistema carcerario non sono guardie regolari
assegnate stabilmente a una prigione. Agiscono come una sorta di
guardia pretoriana, chiamata a intervenire in situazioni
particolarmente pericolose, come perquisizioni o rivolte. Secondo le
due ex guardie, gli ordini di Potapenko nel marzo 2022 vennero
interpretati come un'autorizzazione incondizionata alla violenza.
Durante il servizio, le guardie indossavano sempre passamontagna. I
prigionieri venivano picchiati se osavano guardarli negli occhi.
Queste misure, insieme ai turni di un mese, venivano prese per
assicurarsi che le singole guardie e i loro superiori non potessero
essere riconosciuti. Nel marzo 2022 - lo stesso mese in cui
Potapenko tenne la riunione con le guardie a San Pietroburgo - la
Russia iniziò a preparare il suo sistema penitenziario per l'arrivo
dei prigionieri di guerra. Lettere inviate ai direttori delle
carceri ordinavano di liberare piani, ali e persino prigioni intere
per fare spazio ai nuovi detenuti.
Pavel Afisov, catturato a Mariupol nei primi mesi dell'invasione, è
stato tra i primi prigionieri di guerra ucraini trasferiti in
Russia. Per due anni e mezzo, il venticinquenne è stato spostato da
una prigione all'altra prima di essere rilasciato lo scorso ottobre.
Ha raccontato che le percosse erano più violente ogni volta che
veniva trasferito e, dopo essere arrivato in un penitenziario nella
regione di Tver, a Nord di Mosca, fu portato in una sala medica e
costretto a spogliarsi. Le guardie gli rasarono la testa e la barba
mentre lo sottoponevano ripetutamente a scariche elettriche con un
taser. Quando finirono, gli ordinarono di gridare «Gloria alla
Russia, gloria alle forze speciali» e di cantare gli inni nazionali
russo e sovietico, sempre nudo. Quando disse di non conoscere le
parole, fu nuovamente picchiato con pugni e manganelli.
La violenza, hanno spiegato ex guardie e attivisti per i diritti
umani, miravano a rendere i prigionieri più malleabili. Le ex
guardie hanno descritto un livello sbalorditivo di violenza nei
confronti dei prigionieri ucraini. Gli elettroshock venivano usati
così spesso, soprattutto nelle docce, che gli ufficiali si
lamentavano per il fatto che la batteria si esauriva troppo in
fretta.
Un ex dipendente del sistema penitenziario, che lavorava con un team
di medici nella regione di Voronezh, nella Russia Sud-occidentale,
ha detto che le guardie carcerarie picchiavano gli ucraini fino a
quando i loro manganelli si rompevano. Una delle sale caldaie era
disseminata di manganelli rotti e gli ufficiali testavano materiali,
tra cui tubi per l'acqua calda, per la loro capacità di causare
dolore e danni. Le guardie, ha detto, picchiavano intenzionalmente i
prigionieri nello stesso punto giorno dopo giorno, impedendo che i
lividi guarissero e causando infezioni interne. Il trattamento
portava a un'infezione del sangue e il tessuto muscolare marciva.
Almeno una persona è morta di sepsi, ha detto l'ufficiale.
Molte guardie apprezzavano la brutalità e spesso si vantavano di
quanto dolore avevano causato ai prigionieri.
L'ex prigioniero di guerra ucraino Andriy Yegorov, 25 anni, ha
ricordato come le guardie di una prigione nella regione occidentale
di Bryansk, costringessero i prigionieri a correre per 100 metri nel
corridoio, tenendo i materassi sopra le loro teste. Nel mentre, si
mettevano di lato e li picchiavano sulle costole. Quando arrivavano
in fondo al corridoio, venivano costretti a fare addominali e
flessioni. Ogni volta che si rialzavano, le guardie li colpivano con
pugni o manganelli. «A loro piaceva, li sentivi ridere mentre noi
urlavamo per il dolore», ha detto. «Lì ho capito che la paura esiste
solo per il futuro, puoi avere paura di ciò che accade tra 10 o 15
minuti, puoi avere paura di ciò che potrebbe accadere. Ma quando sta
accadendo, non hai più paura».
Afisov e Yegorov hanno trascorso circa 30 mesi nel sistema
carcerario russo prima di essere finalmente rilasciati in uno
scambio che li ha riportati a casa il 18 ottobre.
Yegorov ha scoperto durante un controllo medico di avere le vertebre
rotte. Sta seguendo cure mediche per le ferite e ha incontrato uno
psicologo. Ma è scettico sul fatto che lo possa aiutare. «Se non hai
passato quello che ho passato io, non puoi aiutarmi», ha detto
Yegorov. Dopo essere tornato a casa, Afisov ha resistito al sonno
per giorni, temendo che potesse rivelarsi un sogno e che si sarebbe
svegliato di nuovo in prigione. «Ogni volta che finalmente mi fidavo
abbastanza di me stesso da addormentarmi, avevo solo incubi», ha
raccontato.
Gli ex ufficiali della prigione si preparano a una nuova vita. Oggi
vivono in luoghi segreti e hanno dovuto interrompere i contatti con
persone che conoscevano da tutta la vita. Uno di loro ha detto di
essere sempre stato un patriota russo, ma dopo l'inizio della guerra
non poteva più rimanere nel Paese o restare in silenzio.
Testimoniare alla Cpi era un modo per per ottenere giustizia.
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Maxi operazione a Palermo: 181 gli arresti. Cellulari criptati per
comunicare con chi era in cella: così gestivano spaccio di droga ed
estorsioni
Decapitata la cupola dei boss scarcerati
riccardo arena
palermo
C'era quello che faceva la videochiamata mostrando la pistola e
l'attore che aveva impersonato il piccolo Giuseppe Di Matteo,
vittima di Cosa nostra, che si ritrova arrestato in un'inchiesta
sulla nuova mafia, 4.0 in stile ipertecnologico, capace di abbattere
i muri delle carceri grazie a criptofonini. I 181 arresti eseguiti
ieri da un esercito di 1.200 carabinieri, coordinati dalla Direzione
distrettuale antimafia di Palermo, fanno emergere uno spaccato
inquietante: più delle scarcerazioni di questi ultimi tempi, più dei
permessi premio fanno paura le disponibilità di apparati cellulari
di ultimissima generazione che consentono di collegarsi dall'interno
delle celle e di assistere a un pestaggio, come avvenuto a Tommaso
Lo Presti, detto il Gabibbo, che voleva sincerarsi che un ordine
spietato da lui impartito fosse stato effettivamente eseguito.
Un'organizzazione viva e vegeta, sottolinea il procuratore capo di
Palermo, Maurizio de Lucia, al di là di tutte le considerazioni che
vengono fatte sulla crisi e sulla sommersione, sul timore di
mostrarsi. E mentre la premier Giorgia Meloni sottolinea che «lo
Stato non arretra», il capo della Dna, Giovanni Melillo, dice che,
assieme alle altre associazioni criminali, Cosa nostra ha
«assoggettato l'alta sorveglianza nelle carceri» al proprio
«dominio». Il sistema è stato comunque scoperto grazie alle indagini
dei militari del Nucleo investigativo, coordinato dal colonnello
Mimmo Lapadula e dal suo collega Ivan Boracchia: due compari
mafiosi, nel parlare fra di loro, erano stati interrotti dal
malfunzionamento di un criptofonino, non intercettabile: per far
ripartire i collegamenti su un nuovo apparato avevano dovuto
ricopiare tutti i contatti, leggendoli a voce alta mentre,
attraverso i cellulari "normali", gli investigatori li
intercettavano.
Così uno dopo l'altro sono stati individuati i partecipanti alle
chat di Cosa nostra, che dimostrano come i mafiosi continuino il
lucrosissimo affare della droga, oggi ripreso con la diffusione
capillare del crack. E che ancora testimonia come il racket continui
a imperversare, imponendo ai ristoratori di Mondello e Sferracavallo
di rifornirsi del pesce venduto dai raccomandati dai boss.
Dall'inchiesta emerge la storia di Gaetano Fernandez, selezionato
nel 2017 per impersonare il piccolo Giuseppe Di Matteo nel film
Sicilian Ghost Story. Fernandez, il cui padre a film già uscito fu
condannato all'ergastolo per omicidio, ieri è finito in cella. —
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Il dramma di Amar, bracciante fantasma "Ridotto in fin di vita dallo
sfruttamento"
flavia amabile
inviata a Latina
Viveva come un fantasma. Se si sa della sua esistenza è soltanto
perché il 3 gennaio è stato soccorso da un'ambulanza e ricoverato in
una struttura sanitaria di Pomezia per un problema al cuore che
stava mandando in necrosi i tessuti e richiedeva cure
specialistiche. Lo chiameremo Amar, anche se non è il suo vero nome.
Ha 46 anni, è di origine indiana e lavorava nella zona di Ardea, un
comune a sud di Roma. Da oltre un mese si trova ricoverato in
terapia intensiva all'ospedale Goretti di Latina perché le sue
condizioni di salute sono apparse fin dal primo istante molto
critiche. Durante gli accertamenti è emerso che gli arti inferiori,
un braccio, il naso e la milza erano interessati da una vasculite
autoimmune. Gli è stata amputata una gamba e si teme che perderà
anche l'altra. Non ha nessuno che va a trovarlo, nessuno che possa
spiegare chi è e quali privazioni ha dovuto sopportare per ridursi
in questo stato.
La prima ipotesi avanzata dai medici è stata un'esposizione
prolungata ai pesticidi senza indossare i dispositivi di protezione
che sarebbero obbligatori: mascherina, guanti, stivali.
Dall'ospedale Santa Maria Goretti però non arrivano conferme e si
spiega che la causa potrebbe essere diversa. «Fino a ieri non
esistevano risultati clinici di analisi che permettano di dire che
sia in corso un'intossicazione da prodotto chimico», spiega Marco
Ormizzolo, sociologo, ricercatore Eurispes, presidente della
cooperativa In Migrazione.
«C'è di sicuro una grave infiammazione che potrebbe essere stata
scatenata da un indebolimento generale di Amar dovuto alle precarie
condizioni di vita che gli ha fatto abbassare le difese immunitarie
e scatenare la necrosi. In ogni caso ci troviamo di fronte a un caso
drammatico che mette in luce la difficile condizione di lavoro dei
braccianti indiani non solo nell'agro pontino, anche nell'agro
romano. È una novità che deve far prendere coscienza a chi
amministra quel territorio dei problemi e deve far studiare come
intervenire per risolverli».
Sulla vicenda è stata aperta un'inchiesta. Gli agenti di polizia
della questura di Latina indagano per capire quale fosse l'azienda
agricola per cui ha lavorato Amar. E sono stati informati i servizi
sociali per rintracciare la famiglia di origine. A complicare la
ricostruzione è la difficoltà di comunicare con l'uomo che parla
l'italiano poco e male. «È una cosa incredibile, una brutta storia -
commenta il presidente della comunità indiana del Lazio Gurmukh
Singh -. Dico sempre ai ragazzi che devono stare attenti. Se perdi
il lavoro puoi ritrovarlo, ma la vita è una sola». La Cgil di Roma e
del Lazio e quella di Frosinone e Latina, invece, hanno chiesto alla
giunta regionale di «riprendere quel ruolo di coordinamento fra
istituzioni, forze di polizia, enti e forze sociali, la cui
collaborazione porta inevitabilmente a vigilare su un territorio
che, in assenza di controllo, rischia di tornare a quella situazione
di totale sfruttamento, sopraffazione e illegalità diffusa in cui si
è consumata la tragedia di Satnam». Il riferimento è a Singh che lo
scorso giugno perse un arto in un incidente sul lavoro in un'azienda
agricola nelle campagne pontine. L'ipotesi di un'infiammazione
causata dall'esposizione ai pesticidi non è confermata ma i
sindacati lanciano comunque l'allarme. «Se tali cause fossero
confermate - sostiene Giorgio Carra, segretario territoriale Uila
Uil di Latina - bisognerebbe cogliere l'occasione per mettere ancora
una volta al centro del dibattito l'importanza della salute e
sicurezza sui luoghi di lavoro: oltre alla formazione e
all'informazione sulle modalità di utilizzo di determinati prodotti
le aziende sono obbligate a fornire dispositivi di protezione
individuale ai lavoratori interessati da tali attività».
«Attenzione: andiamo a sbattere e ci facciamo molto male - avverte
Jean- René Bilongo, presidente dell'Osservatorio Placido Rizzotto
che ha dedicato uno studio ai rischi che corrono i lavoratori per
effetto dell'uso di pesticidi in agricoltura. «Basta andare nelle
campagne per rendersi conto che quasi nessuno lavora con guanti,
stivali e mascherine come sarebbe obbligatorio. Noi diciamo che il
conto sarà salatissimo in vite umane». L'Italia - ricorda Bilongo -
è uno dei Paesi che fanno più uso di pesticidi, circa 115mila
tonnellate l'anno. «Se nel caso di Latina fosse confermata l'ipotesi
di esposizione ai pesticidi - conclude Bilongo - sarebbe solo uno
dei tanti drammi vissuti dai lavoratori. L'unica differenza è che
questo caso è venuto allo scoperto mentre in troppi restano
nell'ombra e si consumano tragedie senza che se ne sappia nulla». —
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Impianto spento in corso Unità d'Italia. L'annuncio dell'assessore
Porcedda "per i verbali dopo il 24 gennaio". Il Codacons: "Doveva
agire prima"
Velox sequestrato, sospese le ultime multe
ANDREA JOLY
«Tutte le rilevazioni effettuate dal 24 gennaio in poi saranno
sospese». Da quella data, chi è stato multato dal velox di corso
Unità d'Italia sequestrato – e spento – lunedì dalla Procura di
Cosenza non riceverà alcun verbale, in attesa di capire quale sarà
il futuro dell'impianto. Ad annunciarlo è l'assessore alla Sicurezza
Marco Porcedda: «Le precedenti sono già state tutte notificate –
spiega – e per essere annullate devono essere impugnate. Per le
infrazioni già rilevate ma non ancora emesse, invece, ci siamo presi
la responsabilità di prevedere una sospensione». Intanto, il Comune
attenderà soltanto l'esito degli accertamenti: «Poi valuteremo se e
come procedere». Il velox in corso Unità d'Italia «è uno dei più
vecchi e l'avremmo comunque sostituito», aggiunge l'assessore. «Ma
faremo istanza di dissequestro all'autorità giudiziaria di Cosenza».
In sintesi: la Città, sul caso del velox attivo dal 2013 e che nel
solo 2024 ha macinato oltre 14 mila multe, non si ritiene in
difetto. Il misuratore di velocità T-Expeed V. 2. 0 prodotto dalla
società Kria Srl è nel mirino per la non conformità tra gli
apparecchi utilizzati e il prototipo depositato nel 2011. Al centro
delle indagini della Procura calabrese c'è l'apparecchio e chi lo
produce, non il Comune che ne è proprietario. E nel mirino c'è anche
la normativa sugli autovelox, specie sulla differenza tra
"autorizzati" e "omologati". L'ultima nota del Ministero
dell'Interno equipara le due formule, ma le sentenze (l'ultima ad
aprile del 2024) no. Per questo in estate è arrivato l'esposto del
Codacons alla Procura di Cosenza e la disposizione, a firma del Gip
Alfredo Cosenza del Tribunale di Cosenza, dei primi sequestri che
hanno coinvolto impianti in tutta Italia.
Nel Torinese, il sequestro aveva colpito un dispositivo a Pianezza.
Lì il sindaco Antonio Castello aveva chiesto «subito a Prefettura e
al Ministero un parere per la gestione dei verbali redatti ma non
ancora notificati – spiega il primo cittadino – Ma non è mai
arrivato e abbiamo dovuto notificarli lo stesso, allegando al
verbale anche informazioni sulla possibilità di fare ricorso». Come?
Con un ricorso al prefetto, se la multa non è pagata ed è stata
notificata negli ultimi 60 giorni. O con un ricorso al giudice di
pace (sempre se non pagata) se la notifica è arrivata negli ultimi
30 giorni. Per chi l'ha ricevuta prima, la strada è quella di
impugnare la cartella esattoriale di Soris per il mancato pagamento
intentando causa al Comune. In attesa di scoprire il destino del
sequestro.
Intanto la Città di Torino, rispetto a Pianezza, ha scelto un'altra
strada. «Ma sarebbe stato prudente intervenire prima per evitare che
comportamenti illeciti degli automobilisti non rispettosi delle
norme del codice strada restino impuniti», sottolinea l'avvocata e
presidente regionale del Codacons Tiziana Sorriento. Di fronte ai
sequestri di luglio, Torino avrebbe dovuto spegnere direttamente il
dispositivo "gemello" di quelli nel mirino della Procura di Cosenza?
«Noi lunedì abbiamo dato seguito a un atto giudiziario – conclude
Porcedda – prima di allora, non avremmo potuto motivare una
sospensione dal punto di vista amministrativo sulla base di
provvedimenti giudiziari che riguardavano altri enti, non essendo a
conoscenza del contenuto di quel provvedimento». —
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Ieri la prima udienza, presidio dei lavoratori al palagiustizia
Porta l'associazione Almaterra in tribunale "Sono stata licenziata
senza un motivo"
ANDREA BUCCI
La lite era avvenuta nella sede dell'associazione che difende le
donne. Urla e parole forti. Ora questa vicenda è finita in
tribunale, sotto forma di causa di lavoro. L'interessata, la donna
che chiede il reintegro nell'organico dell'Associazione, tuona: «È
scandaloso che un'associazione femminista licenzi una donna». Il suo
nome è Miriam, ha 29 anni, ed è una ex socia di «Almaterra».
Miriam è un fiume in piena. E racconta: «Ricevevo una paga di 700
euro al mese, ma gli stipendi venivano accreditati una volta ogni
tre mesi. Non c'erano orari fissi. Era la professione dei miei
sogni, ma negli ultimi mesi la situazione era diventata
inaccettabile». Miriam è stata licenziata nel febbraio 2024 dopo che
aveva chiesto all'associazione un incontro collettivo, per
affrontare le difficoltà che da tempo sarebbe stata costretta ad
affrontare. Per l'associazione quel comportamento sarebbe stato
«gravemente lesivo». La richiesta dell'incontro era stata presentata
dopo un episodio di qualche giorno prima, accaduto nella mensa della
struttura. Ancora Miriam: «Una donna ospite aveva aggredito la cuoca
e io ero intervenuta per difendere la lavoratrice» racconta Miriam.
Che denuncia: «Sono stata insultata e strattonata dalla vice
presidente di Almaterra e così avevo chiesto un confronto. Ma ho
ricevuto una contestazione disciplinare e un paio di settimane dopo
la lettera di licenziamento».
«Almaterra» è un'associazione di promozione sociale che si occupa di
donne vittime di violenza e lavora su progetti interculturali. Ha
sede in via Norberto Rosa, quartiere Regio Parco. L'associazione non
intende replicare, ma affida la risposta a un comunicato: «Non senza
umana amarezza ci siamo costituiti nel procedimento, prendendo
formale posizione di reiezione in merito a tutte le domande fatte
valere dalla ricorrente». Come dire: non la riprendiamo.
Intanto, ieri, l'ex lavoratrice dell'associazione, insieme ad altre
colleghe, ha organizzato un presidio fuori da palazzo di Giustizia.
Chiede di essere reintegrata sul posto di lavoro: il giudice ha
rinviato la decisione a marzo, per concedere alle parti il tempo di
valutare le condizioni di una possibile conciliazione. La donna
rivendica la subordinazione perché era inquadrata con contratto
determinato Co.co.co. —
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11.02.25
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Pubblicato il nuovo report di Transparency International, per
l’Italia sulla corruzione la prima inversione di tendenza dal 2012
L’Italia è al 52° posto nella classifica globale dell’Indice di
percezione della corruzione (Cpi) e al 19° posto tra i 27 Paesi
membri dell’Unione Europea. E’ quanto emerge dall’edizione 2024 che
Transparency International, l’associazione contro la corruzione,
pubblica in un report.
Il nostro Paese raggiunge un punteggio di 54, ossia due punti in
meno dell’anno scorso, segnando la prima inversione di tendenza
degli ultimi 13 anni. Nell’ambito di una tendenza alla crescita, con
+14 punti dal 2012, registra il primo calo del punteggio finale,
determinato in base a una scala che va da 0 (alto livello di
corruzione percepita) a 100 (basso livello).
Il Cpi 2024 rivela che in più di un decennio la maggior parte dei
Paesi ha fatto pochi progressi nell’affrontare la corruzione. Oltre
120 coperti dal Cpi, ovvero più di due terzi del campione, ottengono
ancora un punteggio inferiore al punto medio della scala (50 su
100). L’edizione 2024 si concentra su come la corruzione stia
indebolendo l’azione per il clima in tutto il mondo. Con la
consapevolezza che porre l’integrità al centro delle politiche
globali contribuirebbe a frenare gli effetti del cambiamento
climatico e raggiungere nuovi traguardi di sostenibilità.
LE PRIORITA’ ANTICORRUZIONE DELL’ITALIA
Negli ultimi tredici anni, l’Italia ha compiuto passi significativi
nella lotta alla corruzione, grazie a una serie di riforme e misure
legislative che hanno rafforzato la trasparenza e la tutela di chi
denuncia irregolarità.
Un ruolo chiave è stato svolto dall’introduzione di normative
specifiche, a partire dalla Legge 190/2012, che ha gettato le basi
del sistema anticorruzione, fino alla Legge 179/2017, che ha
garantito una maggiore protezione ai whistleblower, ossia coloro che
segnalano illeciti sul luogo di lavoro. L’evoluzione normativa è poi
proseguita con l’attuazione della Direttiva europea sul
Whistleblowing, recepita in Italia con il D.Lgs. 24/2023, che ha
ulteriormente rafforzato i meccanismi di segnalazione e tutela.
Parallelamente, l’Anac ha intensificato il suo impegno nella
regolamentazione degli appalti pubblici, introducendo strumenti di
controllo più efficaci e promuovendo la creazione di un database
pubblico. Questo sistema, oltre a garantire maggiore trasparenza,
rappresenta un esempio virtuoso a livello regionale, contribuendo a
rafforzare la fiducia nelle istituzioni e nei processi
amministrativi.
PER L’ITALIA LA PRIMA INVERSIONE DI TENDENZA DAL 2012
“Le più recenti riforme ed alcune questioni irrisolte – puntualizza
nel report l’associazione – stanno però indebolendo i progressi del
Paese nel contrasto alla corruzione ed incidono negativamente sulla
capacità del sistema di prevenzione della corruzione nel settore
pubblico. Dalla mancanza di una regolamentazione in tema di
conflitto di interessi nei rapporti tra pubblico e privato,
all’assenza di una disciplina in materia di lobbying – per la quale
dal 2021 chiediamo una svolta con la coalizione Lobbying4change”.
L’Italia – viene evidenziato – ha mostrato ritardi significativi
nell’attuazione di misure chiave per la lotta al riciclaggio di
denaro, tra cui l’operatività del Registro dei titolari effettivi,
fondamentale per garantire la trasparenza sulla proprietà delle
società. Il registro è stato poi istituito, ma la sua
implementazione è stata nuovamente rinviata, mettendo a rischio – è
l’osservazione – l’efficacia complessiva delle strategie
antiriciclaggio.
Leggi qui il report di Transparency International
Dal 2019, è in corso la campagna “Reforming global standards on
beneficial ownership transparency”, mirata a migliorare gli standard
internazionali sulla trasparenza della proprietà effettiva. A
partire dal 2024, inoltre, con il progetto “Strengthened enforcement
capacities of public authorities in the European Union” (Step EU)
viene monitorata la situazione negli Stati membri dell’UE, con
particolare attenzione agli ostacoli normativi che rallentano i
progressi nella lotta al riciclaggio di denaro.
A livello normativo, l’Italia – come emerge dal report – ha anche
mostrato scarsa apertura nei confronti della Direttiva europea
anticorruzione: nel luglio 2023, infatti, la Commissione Politiche
dell’UE della Camera dei deputati ha espresso un parere negativo
sulla proposta, segnando un ulteriore freno alle riforme in materia
di trasparenza e contrasto ai reati finanziari.
IN EUROPA “SFORZI FERMI O IN CALO”
A livello europeo il Cpi 2024 fotografa nel complesso un Continente
in cui, pur rimanendo la regione con il punteggio più alto (64), gli
sforzi per combattere la corruzione sono fermi o in diminuzione. Le
maggiori economie della regione (Francia e Germania) registrano un
calo e persino quelle tradizionalmente più forti (Norvegia e Svezia)
ottengono i loro punteggi più bassi. Questo stallo compromette la
capacità di affrontare le sfide più urgenti: la crisi climatica, la
questione dello Stato di diritto e l’efficienza dei servizi
pubblici.
Per far fronte all’indebolimento degli sforzi anticorruzione, nel
2023, la Commissione europea ha proposto alcune misure per
rafforzare gli strumenti a disposizione degli Stati membri dell’UE
per combattere la corruzione. Prima fra tutte una Direttiva
Anticorruzione che consentirebbe all’Unione Europea di consolidare
il proprio ruolo nella lotta alla corruzione, armonizzando la
legislazione anticorruzione degli Stati membri e rendendo
obbligatoria nel diritto comunitario l’incriminazione per i reati
previsti dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione.
CALLERI: “IN ITALIA CONFLITTO INTERESSI E LOBBYING PRIMI OBIETTIVI”
“Prevenzione, regolamentazione e cooperazione sono le parole chiave
per un’Europa e un’Italia che mettono al primo posto la lotta alla
corruzione a tutti i livelli, a partire da quello culturale –
commenta Michele Calleri, presidente Transparency International
Italia (nella foto) -. In Europa, la direttiva anticorruzione è
un’opportunità che non dobbiamo lasciarci sfuggire per migliorare
gli standard anticorruzione dell’intera regione, delle Istituzioni
europee e di ogni Stato membro. In Italia, la regolamentazione di
questioni chiave come il conflitto di interessi e il lobbying sono
il primo obiettivo di questa nuova stagione di cambiamento”.
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Il festival delle multe
ANDREA JOLY
DIEGO MOLINO
Nel giorno in cui la Città traccia il bilancio sulle multe nel 2024,
con l'incasso record di 62,8 milioni di euro, la Procura di Cosenza
mette sotto sequestro il velox di corso Unità d'Italia. Proprio
l'impianto fisso che, insieme a quello in corso Regina, ha
collezionato 54.214 violazioni in dodici mesi. Ora a rischio
ricorsi.
Da ieri, niente più multe. L'impianto non è attivo. Il velox fissato
all'altezza del civico 96/A, in funzione dall'1 agosto 2013, è un
misuratore di velocità T-Expeed 20 prodotto dalla società Kria Srl.
Proprio il modello (e la società) finiti nel mirino della
magistratura cosentina che già nei mesi scorsi aveva disposto il
sequestro di impianti "gemelli" di quello in corso Unità d'Italia in
altre città, tra cui Venezia e Reggio Emilia. Dalle indagini sarebbe
emersa la non conformità degli apparecchi utilizzati con il
prototipo depositato al ministero delle Infrastrutture e dei
Trasporti nel 2011. E ora è fuori gioco anche quello torinese.
Ma anche con il velox disattivato, i torinesi al volante dovranno
stare più attenti. Divieti di sosta, circolazione nelle corsie
riservate al trasporto pubblico, rossi "bruciati": il campionario
delle infrazioni è variegato. Nel 2024 sono state più di 960 mila le
multe.
E spicca un dato: rispetto al 2023 il numero delle contravvenzioni è
diminuito del 6% (i verbali erano più di un milione) ma gli incassi
sono aumentati del 12% (pari a 7 milioni di euro). Un trend che
l'assessore alla Polizia Municipale Marco Porcedda spiega così:
«L'incremento degli incassi è determinato da un miglioramento
dell'efficacia nella riscossione delle sanzioni degli anni
precedenti, sotto forma di ingiunzioni Soris, ma anche dall'aumento
della riscossione spontanea grazie all'adozione di pagamenti
automatici ed elettronici come AppIo e posta certificata». Insomma,
si stringono le maglie dei controlli stradali e della riscossione
delle multe.
Per cosa sono le sanzioni? Sul gradino più alto del podio salgono le
infrazioni legate alla sosta irregolare nelle zone a pagamento, le
cosiddette strisce blu: in tutto il 2024 sono state 213.701. Al
secondo posto la circolazione e la sosta nelle strade riservate al
passaggio dei mezzi pubblici e nelle zone a traffico limitato, per
cui le multe sono state 156.172. Sul terzo gradino del podio ci sono
le violazioni semaforiche, le cui sanzioni sono state 119.255 (di
cui 116.822 rilevate con strumentazione elettronica). Chiudono le
irregolarità sulla patente di guida (69.661) e il superamento dei
limiti di velocità (61.762 sanzioni, di cui 54.214 rilevate dai due
autovelox fissi presenti in città).
Il consigliere Pierlucio Firrao (Torino Bellissima), firmatario
dell'interpellanza presentata in Sala Rossa, commenta così: «Questi
numeri sono destinati ad aumentare. Possiamo tranquillamente
cambiare il nome da Municipio di Torino a Multificio Torino, in una
città che non sa più come prendere i soldi dalle tasche dei
cittadini, visto che questa giunta ha già aumentato tutto». E punta
il dito contro la segnaletica: «Spesso e volentieri i torinesi sono
multati per una segnaletica fuorviante e non conforme al codice
della strada».
E non è finita qui. Per l'anno in corso tra le novità introdotte dal
nuovo Codice della Strada c'è l'installazione di nuovi autovelox e
l'introduzione di telecamere per sorvegliare le corsie preferenziali
per bus, tram e taxi. La "stangata" è destinata a ripetersi. Tant'è
vero che nel bilancio previsionale 2025-2027 il Comune, lo scorso
novembre, ha stimato un incasso di 89,7 milioni di euro dalle
sanzioni nell'anno in corso, di cui ben 85,4 milioni per violazioni
del Codice della strada. —
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Incontro Regione-sindacati: blocco della intramoenia per le
specialità con liste di attesa fuori controllo, sì alle visite
serali su base volontaria
Stop alle visite private, i medici aprono
alessandro mondo
Tre giorni fa era il muro contro muro. «Ricattatorio lo stop alle
visite private negli ospedali», attaccavano i sindacati medici,
pronti a ricorrere al Tar. «La mia non è arroganza ma forte
determinazione a ridurre le liste di attesa», ribatteva l'assessore
alla Sanità Federico Riboldi.
Ieri - nel corso di un confronto vis a vis durato tre ore con Anaao
Assomed, Cimo Fesmed, Cgil, Aaroi, Fassid, primo di una serie - le
nubi si sono diradate. Non che i sindacati siano andati a Canossa,
anzi - tengono la guardia alzata, hanno posto condizioni e demandano
ad altri colloqui - ma hanno aperto. L'assessore, a sua volta, ha
mediato, correggendo il tiro rispetto a precedenti dichiarazioni un
po' troppo perentorie.
Primo punto sul quale le parti hanno convenuto per cominciare a
sminare il terreno: la libera professione in intramoenia, svolta dai
medici fuori dall'orario di lavoro e assolutamente legittima, non è
di per sè la causa delle liste di attesa. Sembra una formalità ma
non lo è. Lo stesso Ordine dei Medici di Torino, non presente
all'incontro, la considera un conditio sine qua non. «L'intramoenia
non ha alcun rapporto con l'esistenza delle liste di attesa. Se
invece i medici che oggi fanno intramoenia vogliono fare
volontariamente le prestazioni aggiuntive, allora il discorso cambia
- puntualizza Guido Giustetto, il presidente -. Si rischia deriva
semplicistica e demagogica nei confronti dei medici».
Secondo passaggio: lo stop protempore alla intramoenia può
contribuire a ridurre le liste di attesa. Qui entrambe le parti
hanno fatto passo indietro. Riboldi ha assicurato che la misura si
applicherebbe negli ospedali piemontesi solo protempore e solo nei
casi-limite, ovvero per le specialità in cui si registra una forte
sofferenza: garantito il pagamento aggiuntivo per i medici che
accetteranno di convertire le ore dedicate alla intramoenia allo
smaltimento delle agende pubbliche. I sindacati non hanno potuto
eccepire su quanto disposto dal recente decreto Schillaci: prevede
chiaramente che l'attività libero professionale può essere sospesa
se comporta per ciascun dipendente un volume di prestazioni
superiore a quello assicurato per l'attività istituzionale (in
regime pubblico). Difficile per i sindacati, anche, difendere senza
se e senza ma le prestazioni svolte privatamente a fronte di tempi
di attesa che nel pubblico penalizzano fatalmente le fasce più
deboli della popolazione.
Quanto alle visite/esami in orario extraconvenzionale, la sera e nei
weekend, l'intesa è stata trovata sulla volontarietà delle medesime
e, ancora una volta, sulla retribuzione aggiuntiva. Resta da capire
se i fondi per garantire il pagamento aggiuntivo siano sufficienti.
Un tema demandato ai prossimi incontri, sul quale l'Ordine nutre
perplessità. «Non è chiaro se ci sono le risorse per remuinerare
l'attività aggiuntiva, al posto della intramoenia e per le visite
svolte fuori dagli orari canonici», commenta ancora Giustetto.
Sia come sia, toni più distesi e prime aperture. «Un incontro
positivo e risolutivo in cui abbiamo impostato un percorso che verrà
sancito con un documento di intesa», spiega Clara Peroni, Cgil
Medici. «La gestione delle liste d'attesa è una priorità sia per i
pazienti che per i medici, assolutamente disponibili a
collaborare»», commenta Anaao. E Riboldi? «Ai sindacati ho ribadito
che per affrontare i grandi problemi della Sanità è necessaria la
collaborazione di tutti, compresi i medici di famiglia: l'ottica è
quella di unire le forze, nell'interesse dei cittadini», chiosa
l'assessore.
Già, i medici di famiglia. Ieri il secondo incontro di Riboldi è
stato con Fimmg Piemonte, la principale associazione di categoria,
sul varo delle ormai famose Aft, le Aggregazioni funzionali
territoriali destinate a riunire i medici di base in ben definiti
ambiti del territorio. Una riforma che, stante il deficit dei
dottori (in Piemonte ne mancano circa 500), annaspa ancora prima di
partire. Tanto più se dei tre sindacati di categoria - Fimmg, Smi,
Snami - ne viene convocato solo uno, come è accaduto ieri. Ma questa
è un'altra storia. —
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10.02.25
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FINALMENTE LA VERITA': il
dossier
Il tesoro
ucraino
La prima volta che Donald Trump ha manifestato le sue intenzioni
sull'Ucraina era il 3 febbraio scorso. Nello Studio Ovale, davanti a
una pletora di giornalisti, ha detto di voler fare un accordo con
Kyiv, dando al Paese devastato dalla guerra armi e aiuti in cambio
delle sue «terre rare e altre cose». Se il messaggio non fosse stato
abbastanza chiaro ha ribadito: «Hanno delle terre rare fantastiche,
le voglio».
Il presidente Usa starebbe lavorando da tempo a un accordo con il
presidente Volodymyr Zelensky per l'accesso ai minerali, i metalli e
il gas ucraino in cambio di garanzie di sicurezza in un potenziale
accordo di pace. Se non è stato del tutto esplicito su cosa intenda
con «terre rare e altre cose» non è difficile capire che si
riferisca a quel tesoro conservato nel sottosuolo ucraino, tra
materie prime, minerali, gas, litio, titanio e uranio, tutti
componenti essenziali per le industrie che sviluppano computer,
batterie e tecnologie energetiche all'avanguardia. Ed è altrettanto
chiaro perché Trump le voglia: la Cina controlla il 70% della
capacità estrattiva globale di terre rare e il 90% della capacità di
lavorazione. Avere accesso a questi materiali potrebbe aumentare la
competitività degli Stati Uniti nei confronti di Pechino, che poi
sarebbe la prima voce dell'agenda "America First" del presidente.
La ricchezza sepolta
L'Ucraina ha 20 dei minerali e metalli essenziali a livello globale,
come il titanio, utilizzato nell'industria aerospaziale e della
difesa, e il litio, componente essenziale delle batterie dei veicoli
elettrici. Ma possiede anche cerio, ittrio, lantanio e neodimio, la
cui domanda sta aumentando tanto vertiginosamente quanto cresce la
produzione di energie rinnovabili. Secondo il Ministero delle
Finanze l'Ucraina occupa il primo posto in Europa per le riserve di
titanio e ha un terzo delle riserve di litio europee, nonché il 20%
delle risorse di grafite. Per i metalli non ferrosi, occupa il 4°
posto in Europa per il rame, il 5° per il piombo, il 6° per lo zinco
e il 9° per l'argento.
Il problema, tuttavia, è la geografia. Le materie prime sono
distribuite in modo non uniforme e circa 12 trilioni di dollari sono
finiti nel territorio occupato dalla Russia: oggi oltre il 50% delle
risorse minerarie di terre rare dell'Ucraina si trovano in regioni
annesse illegalmente da Vladimir Putin e parzialmente occupate dalle
sue forze armate. Per questo il Cremlino, che si vedrebbe strappare
di mano il bottino di guerra, non è per nulla felice del "piano" di
Trump. Basta ricordare che, a proposito di risorse, Oleksandr
Yanukovych, figlio dell'ex presidente ucraino filorusso Viktor
Yanukovych (fuggito un Russia nel 2014 dopo la Rivoluzione
EuroMaidan), ha guadagnato miliardi vendendo alla Turchia carbone
estratto dai territori ucraini occupati dalla Russia. Per questo il
Cremlino, di fronte all'accordo ventilato da Trump, si è affrettato
a ribadire che qualsiasi dialogo dovrà tener conto degli «interessi
della Russia». Nessuna sorpresa insomma, che l'invasione su larga
scala non abbia un movente "ideologico". Il tesoro ucraino fa gola a
molti, lo ha sempre fatto, anche se i modi per appropriarsene
differiscono drasticamente.
Molti dei depositi minerali non sono ancora stati sfruttati e il
loro valore è quindi sconosciuto. Secondo un'analisi della Kyiv
School of Economics l'unica stima possibile indica un valore
complessivo dei minerali critici dell'Ucraina tra i 3 e i 26 mila
miliardi di dollari (12 secondo Forbes Ucraina). Le materie prime
nei territori controllati dal governo ucraino ammontano a circa 120
milioni di tonnellate di riserve esplorate o parzialmente esplorate
e 305 milioni di tonnellate di risorse stimate, tra cui 46 riserve
di titanio, 34 depositi polimetallici, 11 depositi di grafite e due
depositi di litio.
I metalli diventati cruciali
Le terre rare sono un gruppo di 17 metalli, la maggior parte dei
quali pesanti. In una valutazione del 2024, lo United States
Geological Survey ha stimato la presenza di 110 milioni di
tonnellate di depositi in tutto il mondo, di cui 44 milioni in Cina,
di gran lunga il più grande produttore mondiale. Si stima che in
Brasile ne siano presenti altri 22 milioni di tonnellate, in Vietnam
21 milioni, mentre la Russia ne ha 10 milioni e l'India 7. Ma
l'estrazione di questi metalli richiede un uso massiccio di sostanze
chimiche, che generano enormi quantità di rifiuti tossici e hanno
causato diversi disastri ambientali, rendendo molti Paesi restii ad
assumersi i notevoli costi di produzione.
Le terre rare sono metalli con proprietà chimiche e fisiche simili,
come la capacità di condurre elettricità e calore. Sono generalmente
caratterizzate da una bassa reattività e da elevate temperature di
fusione e sono diventate essenziali per la produzione di smartphone,
computer e televisori a schermo piatto. Sono fondamentali nella
produzione di magneti permanenti, utilizzati in turbine eoliche e
veicoli elettrici e per la raffinazione del petrolio e in vari
processi chimici.
Zelensky ha lavorato a lungo per sviluppare le risorse minerarie del
Paese. Nel 2021, ha proposto incentivi fiscali agli investitori
esteri per facilitare l'estrazione. Tuttavia, i suoi sforzi sono
stati interrotti dall'invasione, avvenuta un anno dopo. Un tempismo
"perfetto". Prevedendo l'interesse di Trump, Zelensky aveva incluso
l'estrazione di questi minerali nel suo piano per la vittoria
elaborato l'anno scorso.
La ricostruzione
Ma non c'è vittoria senza ricostruzione. Stati Uniti e alleati hanno
già iniziato ha guardare al "dopo". In questa partita l'Europa vuole
e deve giocare in primo piano.
Qualsiasi vittoria che lasci l'Ucraina distrutta e in preda a
un'economia stagnante sarà comunque una sconfitta. E un
incoraggiamento a Putin per tornare ad aggredire. Per questo,
nonostante la guerra su vasta scala in corso, il governo ucraino,
con il supporto dei partner internazionali, continua a implementare
un programma di ripresa rapida. La stima per la ricostruzione varia
a seconda delle fonti e degli aggiornamenti, ma una delle
valutazioni della Banca Mondiale e Unione europea, indica un costo
di ricostruzione di circa 500 miliardi di dollari. Questa cifra
include danni alle infrastrutture, all'economia e ai settori
sociali, ed è destinata a crescere man mano che il conflitto
continua e i danni si accumulano.
Negli ultimi giorni la Banca europea per la ricostruzione e lo
sviluppo (Bers) ha accelerato il passo, comunicando lo stanziamento
record di quasi 2,4 miliardi di euro nel 2024, dopo i 2,1 miliardi
di euro del 2023. Anche l'Italia, che il 10 e 11 luglio ospiterà a
Roma la "Ukraine Recovery Conference", non è rimasta con le mani in
mano: dall'inizio del conflitto l'assistenza bilaterale all'Ucraina,
al netto di quella militare e del contributo italiano all'assistenza
europea, ammonta a più di 2 miliardi di euro. —
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la sanità negata
Migranti
Paolo Russo
roma
Sono immigrati con regolare permesso di soggiorno, ma senza reddito
o con entrate ridotte ai minimi termini. E spesso hanno seri
problemi di salute, tanto da percepire una piccola pensione di
invalidità.
Lo Stato fornisce le cure, medico di famiglia compreso, anche alle
persone senza permesso. Ma loro, paradossalmente, si trovano in un
limbo, quello dei migranti regolari, ma poveri: il Governo Meloni,
con la Finanziaria 2024, ha presentato loro un conto da 2 mila euro
l'anno per iscriversi al Servizio sanitario nazionale, da versare
tutti insieme. Solo l'anno prima ne bastavano 357. Un salasso che la
maggior parte di queste persone non è in grado di pagare. E così in
circa 50 mila, 3.811 solo in Piemonte, certifica il Gris, Gruppo
regionale salute immigrati, sono diventati invisibili alla nostra
sanità pubblica. Garantita invece a tutti gli stranieri in Italia
che, con regolare lavoro, versando le tasse pagano la sanità.
«Il paradosso - spiega Federica Tarenghi, medico della Simm, la
Società italiana medicina dell'immigrazione e del GrIS-Piemonte - è
che se sei irregolare puoi richiedere alla Asl il codice STP, quello
di straniero temporaneamente presente che dà diritto ad accedere
all'assistenza pubblica, mentre se hai regolare permesso di
soggiorno devi pagare una somma irraggiungibile per molti. Così
tanti immigrati regolari ma poveri si trovano nella assurda
condizione di dover scegliere tra i diritti civili garantiti ai
regolari e diritto alla salute».
In molti così hanno abdicato la sanità, come documenta il calo del
65% delle iscrizioni volontarie all'Ssn dopo il maxi-aumento.
Approvato il quale il Governo si era affrettato a precisare che la
quota di iscrizione non veniva aggiornata da un ventennio e che
comunque il pagamento era richiesto a chi se lo poteva permettere. A
leggere infatti il testo del comma 240 dell'articolo 1 della manovra
2024, si vede che il contributo è dovuto dal personale religioso
temporaneamente in Italia, da diplomatici, dipendenti stranieri di
organizzazioni internazionali, stranieri che partecipano a programmi
di volontariato. Oltre che da studenti stranieri, over 65 arrivati
in Italia dopo il 5 novembre 2008 per ricongiungersi ai loro cari e
«dai titolari di permesso di soggiorno per residenza elettiva che
non svolgono attività elettiva». Va da sè che, tra studenti e
pensionati, ci siano anche stranieri che versano in condizioni
economiche di difficoltà. Ma il grosso degli "invisibili" della
nostra sanità si annida in quella voce: gli stranieri con "residenza
elettiva". Ricconi tipo Sting che si sono potuti comprare la villa
in Italia per risiedervi qualche mese l'anno e che vogliono
garantirsi le cure del nostro Ssn, non poi così bistrattato
all'estero. «Peccato però che quella voce raccolga anche tanti
immigrati extracomunitari, per i quali la residenza elettiva, a
volte una casa comunale, è servita come espediente per ottenere il
rinnovo del permesso di soggiorno per altri due anni» spiega
l'avvocato Vincenzo Papotti dell'Associazione studi giuridici per
l'immigrazione (Asgi), che assiste molti di questi fantasmi della
nostra sanità: «L'assurdo - aggiunge- è che mi trovo costretto a
dire: "Guarda che se paghi poi non possiamo fare ricorso contro una
norma che è a mio avviso palesemente discriminante e
anticostituzionale"».
«Ad essere stati così ingiustamente estromessi dall'assistenza
sanitaria pubblica – aggiunge la dottoressa Tarenghi - sono ad
esempio tanti africani che non hanno più un lavoro che gli consenta
di ottenere il permesso di soggiorno e ai quali si assegna così una
residenza elettiva. La scorsa settimana è venuto da noi un ragazzo
con problemi psichiatrici che i duemila euro da versare non sapeva
proprio dove trovarli, così ora si paga farmaci e visite
specialistiche. Spende di più ma almeno non tutto in una volta»
racconta sempre Federica Tarenghi, che ci mostra la lettera inviata
a governo e regioni con la quale il GrIS avanza una serie di
proposte, tra cui la rateizzazione del pagamento e una deroga
all'intero pagamento per le persone in carico ai servizi sociali.
Anche perché le storie raccolte dai suoi medici volontari reclamano
giustizia. Come quella della signora marocchina, prima trapiantata
di rene alle Molinette di Torino e poi lasciata senza cure. O quella
della donna dominicana rimasta senza terapia anti-Hiv. O ancora il
caso del ragazzo albanese costretto in carrozzina e con gravi
deficit cognitivi che non può permettersi con la sua pensioncina di
pagare la somma richiesta da uno Stato forte con i deboli e debole
con i forti. Quelli che, come documentato dal rapporto Crea sanità,
guadagnano ma non pagano le tasse e così nemmeno la sanità pubblica.
Negata invece a chi ne avrebbe più bisogno. —
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09.02.25
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la relazione del Comitato parlamentare per la sicurezza
E il Copasir lancia l'allarme sulla Libia " In 700 mila pronti a
partire per l'Italia"
FRANCESCO MALFETANO
ROMA
Del caso Almasri, ovviamente, non c'è traccia. Eppure di Libia nella
relazione del Copasir sull'Africa (testualmente «Sulla situazione
geopolitica del continente africano e sui suoi riflessi sulla
sicurezza nazionale») approvata nella seduta del 5 febbraio scorso,
si parla eccome.
Il documento di 88 pagine offre diversi spunti che aiutano ad
inquadrare l'importanza del Paese nordafricano per l'Italia e i
rapporti che oggi legano Tripoli e Roma. In primo luogo perché è lo
Stato «da cui parte la maggioranza dei migranti» che approdano sulle
nostre coste e perché "contiene" almeno «700 mila migranti
irregolari». In seconda battuta perché la regione, specie sul fronte
che dà verso il Sahel, è considerata terra di nessuno. Qui si
concentrano - si legge - «traffici illeciti di esseri umani, di
carburante, di droghe e, recentemente, di armi, favoriti dal fatto
che la Libia non sembra essere in grado di controllarli». Il governo
con cui «viene regolarmente svolta un'attività di collaborazione con
i Servizi», con cui si è stabilito il regolare svolgimento delle
molte attività di colossi italiani come Eni e con cui sono
concordate almeno tre diverse operazioni militari in atto (Miasit,
Eubam e quella delle Nazioni Unite), non pare in grado di garantire
stabilità.
Una posizione aggravata dalla pesante influenza esercitata dalle
«modalità predatorie» che la Cina applica in tutto il Continente, e
dalle operazioni di Russia e Turchia. Se Ankara sta provando ad
aumentare «l'influenza politica» con l'apertura «di numerose
ambasciate e consolati» nell'Africa occidentale, Mosca e il sostegno
al generale Haftar rappresentano un vero fattore di instabilità.
Dalla Libia i russi fanno passare, «spesso attraverso società
militari private» le armi destinate a Paesi oggetto di golpe come
Mali e Burkina Faso. —
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oggi l'allaccio con quella europea, era l'ultima eredità dell'urss
I Baltici si staccano dalla rete elettrica russa
Da oggi, Estonia, Lettonia e Lituania si staccheranno dalla rete
elettrica regionale russa nota come Brell per passare alla rete
sincrona condivisa dell'Europa continentale, in una transizione che
è stata preparata per molti anni e liberandosi finalmente di una
delle ultime vestigia di 50 anni di occupazione sovietica: una rete
elettrica controllata dalla Russia. Sei mesi fa, i paesi baltici
avevano notificato ufficialmente alla Russia la loro intenzione di "desincronizzarsi"
e così, il 7 febbraio, è scaduto il cosiddetto accordo Brell
(Bielorussia, Russia, Estonia, Lettonia, Lituania) che regola la
rete condivisa. Ieri, Estonia, Lettonia e Lituania si sono
disconnesse simultaneamente da quella rete, c'è stato un interregno
in cui hanno funzionato come un'isola, sopravvivendo solo con
l'elettricità che producono. Oggi, avverrà la sincronizzazione della
loro nuova rete indipendente con la Continental Europe Synchronous
Area, che copre la maggior parte dell'Unione Europea. I Paesi
baltici si sono preparati a questo momento per quasi tutti i due
decenni da quando sono entrati a far parte dell'Ue e poi nel 2024
nella Nato, ristrutturando le infrastrutture esistenti e costruendo
nuove linee elettriche, tra cui diversi cavi sottomarini per la
Finlandia e la Svezia e un collegamento via terra cruciale alla rete
europea continentale, la linea LitPol che collega Lituania e
Polonia. Dopo che la Russia ha invaso l'Ucraina nel 2022, tutti e
tre i Paesi sono stati in grado di smettere di acquistare
elettricità da Mosca. Ma la Russia aveva ancora il controllo totale
del funzionamento della rete, ha affermato Susanne Nies,
responsabile del progetto presso l'istituto tedesco di ricerca
energetica Helmholtz-Zentrum. E, in un altro retaggio dei tempi
sovietici, forniva ancora questi servizi gratuitamente. Oggi,
l'ultima spina dalla Russia è stata staccata.
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In corteo anche un 99enne sopravvissuto all'olocausto
Germania ancora in piazza contro Afd
Uski Audino
berlino
Nonostante i suoi 99 anni il signor Albrecht Weinberg, sopravvissuto
alla Shoah, ha deciso di scendere in piazza, a Leer, con temperature
vicino allo zero, per manifestare contro il rischio di nuove
alleanze politiche con l'estrema destra di Afd in Germania. «Che
questo mi potesse accadere a quasi cent'anni è incredibile», ha
dichiarato l'anziano signore all'agenzia di stampa tedesca, dalla
cittadina della Frisia orientale. Weinberg la scorsa settimana aveva
annunciato di voler restituire la croce al merito della Repubblica
federale per protestare contro il primo voto congiunto al Bundestag
tra i conservatori dell'Unione Cdu-Csu e la destra radicale di
Alternative für Deutschland sul respingimento dei migranti ai
confini, un voto comune senza precedenti nella storia della Germania
del dopoguerra. Il vecchio signore – sopravvissuto a tre campi di
concentramento: Auschwitz, Mittelbau-Dora e Bergen-Belsen, oltre
diverse "marce della morte" – ha partecipato in sedia a rotelle alla
manifestazione di ieri, che si è snodata attraverso il centro
cittadino. Weinberg si è detto felice di lanciare un segnale insieme
a così tante persone radunate per lo stesso motivo. Nella piccola
Leer si sono ritrovati in strada in 1800, mentre in altre città sono
state diverse migliaia e a Monaco erano oltre duecentomila. «Il
messaggio è molto chiaro per noi», ha aggiunto il suo amico
fotografo Luigi Toscano, insieme al quale Weinberg ha deciso di
restituire l'onorificenza la scorsa settimana: "Ci opponiamo
all'antisemitismo, al razzismo e a tutte le forme di xenofobia". Il
messaggio è stato raccolto dal presidente della Repubblica federale
Frank Walter Steinmeier che sentirà al telefono il quasi centenario
Weinberg nei prossimi giorni. —
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La campagna ristagna, le dosi andranno fuori termine tra agosto e
novembre. Di Perri, infettivolgo: "I più anziani non devono
sottovalutare il virus"
Covid, 140 mila vaccini in scadenza
alessandro mondo
Non si sa quale sia il loro valore: li compera lo Stato, quindi non
si trovano in commercio, e il prezzo di acquisto è secretato. Un
dato è certo: oggi come oggi, ci sono più vaccini che vaccinandi,
l'offerta supera ampiamente la domanda.
Parliamo del Covid, caratterizzato da numeri incomparabilmente più
bassi rispetto a quelli degli anni spaventosi della pandemia, e da
un paio di anni oscurato dall'influenza, che gli ha rubato la scena.
Covid e vaccini anti-Covid, giacenti nei depositi e in gran parte
destinati allo smaltimento.
I numeri, per capiure: nei magazzini regionali ci sono 136.656 dosi
del nuovo vaccino Pfizer per adulti e 2.688 del vaccino per bambini;
i vaccini utilizzati per la campagna in corso scadranno tra agosto
2025 (tipologia 6 mesi-4 anni e 5-11 anni) e novembre 2025-gennaio
2026 (tipologia adulti). Dati forniti dalla Regione.
Considerato che le dosi somministrate da ottobre 2024 al 26 gennaio
2025 nel corso della campagna vaccinale sono state 72.707, la
prospettiva che una buona parte della riserva finisca
all'inceneritore è molto più di una possibilità.
«In Piemonte si registra un andamento decrescente - conferma
l'ultimo bollettino regionale -. Il tasso di occupazione dei posti
letto in area medica è 0.4 %, quello dei posti letto in terapia
intensiva è 0.2%, la positività dei tamponi è al 2.62%. Nel periodo
30 gennaio-5 febbraio i casi medi giornalieri dei contagi sono stati
2.9 (-43%) rispetto al periodo precedente. Nel periodo 30 gennaio-5
febbraio l'incidenza regionale (ovvero l'incremento settimanale di
nuovi casi di Covid per 100 mila abitanti) tra gli adulti è stata
3.6 (-30%) rispetto a 5.2 del periodo precedente. Nella fascia di
età 19-24 anni l'incidenza è 2.1, tra i 25 e i 44 anni l'incidenza è
1.4 casi, tra i 45 ed i 59 anni si attesta a 2.7, tra i 60-69 anni è
3.5, tra i 70-79 anni è 8.4. Nella fascia over 80 l'incidenza è 11.5
casi. Venendo all'età scolastica, nello stesso periodo nella fascia
0-2 anni 4.9 casi, nelle fasce 3-5, 6-10 e 11-13 anni non si sono
registrati, tra 14-18 anni 0.5 casi.
Di converso, l'influenza, che questa settimana ha raggiunto il
picco, macina contagi e innesca polmoniti tra gli anziani: il Seremi
stima che da metà ottobre i piemontesi con sindrome
simil-influenzale siano stati circa 660mila, di cui circa 60 mila
nella quinta settimana dell'anno. Il virus "nostrano" e i suoi
parenti, diciamo così, primeggiano in termini di virulenza: la
Sorveglianza virologica RespiVirNet segnala nell'ultima settimana
positività (in ordine di frequenza decrescente) a: Virus
Influenzali, Virus Respiratorio Sinciziale, Rhinovirus, Coronavirus
diversi da SARS CoV-2, Metapneumovirus, SARS CoV-2.
Una sommatoria di fattori che, insieme alla memoria corta, porta
gran parte della popolazione ad archiviare il Covid come un brutto
ricordo, e il vaccino come un arnese ormai inutile. Al netto delle
diffidenze, dure a morire. Una sciocchezza, avverte il professor
Giovanni Di Perri, responsabile Malattie infettive all'Amedeo si
Savoia, soprattutto se a disertare la vaccinazione è la fascia più
anziana e vulnerabile della popolazione, quasi sempre caratterizzata
da un quadro clinico già precario che il Covid, virus tuttora
circolante e multistagionale, può far precipitare nè più nè meno
dell'influenza. «Altro dato - aggiunge Di Perri -: tra gli anziani i
vaccini anti-Covid suscitano una risposta immunitaria inferiore,
ragion per cui i richiami andrebbero rispettati tassativamente».
Ecco perchè la giacenza nei depositinon è una buona notizia. La
Regione rimetterà i vaccini in eccedenza, e in scadenza, nelle
disponibilità nazionali, sapendo che, oggi come oggi, tutte le
Regioni vivono più o meno la stessa situazione e quindi nemmeno la
struttura centrale sa che farsene, di tutti questi vaccini. Come si
premetteva, la gran parte verranno avviati allo smaltimento: soldi
buttati e minore prevenzione. —
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Esposto Pd contro l'assessore Chiarelli "Contributi elettorali da
una cooperativa"
Esposto contro l'ex vicesindaco e attuale assessore regionale Marina
Chiarelli (Fratelli d'Italia) per il contributo elettorale che le è
stato erogato dalla cooperativa sociale Silvabella di Mortara
(Novara). A presentarlo è stato il gruppo del Pd, che aveva già
portato alla luce la vicenda a dicembre. I destinatari dell'esposto
sono due: la procura della Repubblica e il collegio di garanzia
presso la Corte d'appello di Torino. A prescindere dall'importo, che
è modesto (su un primo rendiconto erano indicati 2. 500 euro, cifra
in seguito corretta a 3 mila), la legge 195 del 1974 vieta a una
serie di soggetti di versare contributi ai partiti politici, ai
quali un'altra legge, la 659 del 1981, equipara i candidati alle
elezioni.
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08.02.25
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I testimoni nella class action Usa: "Chery sapeva che i risultati
non sarebbero stati raggiunti" Nel mirino anche il direttore
finanziario: venduti milioni di azioni. Il portavoce non commenta
I protagonisti
L'accusa degli ex manager "L'ad di StMicroelectronics ha nascosto
l'allarme conti"
claudia luise
L'amministratore delegato di StMicroelectronics, Jean-Marc Chery, e
il cfo, Lorenzo Grandi, avrebbero saputo già dai primi mesi del 2023
che le previsioni per la società, e in generale per tutto il settore
dei semiconduttori, erano in peggioramento ma avrebbero ignorato
questi segnali. Anzi, avrebbero comunicato false attese al mercato
mascherando le difficoltà che stavano emergendo in un periodo
intricato per il management, che era in scadenza di mandato. Nello
stesso periodo, entrambi avrebbero venduto azioni della società. È
questo il "cuore" della class action intentata da alcuni azionisti
contro Stm negli Usa e che emerge nella memoria depositata presso la
Southern District Court di New York il 21 gennaio scorso dai
promotori della causa - Faith Close, Hassan Ibrahim, Aya Zalat e
Ferdinando Garbuglio. Una causa che si concentra nel periodo
compreso tra il 14 marzo del 2023 e il 30 ottobre 2024. Gli studi
legali avevano nei mesi scorsi lanciato degli appelli a eventuali
azionisti danneggiati incoraggiandoli a partecipare alla class
action e ora il giudice dovrà decidere se autorizzare
l'investigazione o procedere all'archiviazione, come probabilmente
chiederà la società. Quindi gli avvocati hanno presentato una
memoria che raccoglie le testimonianze volontarie di otto ex manager
della multinazionale partecipata dai governi italiano e francese.
Testimonianze anonime, ma tra cui spicca quella del teste numero 1
che viene riportato essere presidente della divisione automotive e
discrete di Stm dal 2012 a fine 2023 e membro dell'executive
committee. Facile intuire che si possa trattare di Marco Monti, che
il 10 gennaio del 2024 ha lasciato il gruppo.
«Nel corso del 2023, il teste 1 ha partecipato alle riunioni mensili
con circa 25 manager di alto livello, tra cui Chery, che ha
presieduto le riunioni. Secondo il testimone 1, in questi incontri
si sono discusse previsioni, visibilità della domanda, reporting
pubblico e informativa. Durante questi incontri - si legge nella
memoria - testimone 1 ha detto a Chery che Stm avrebbe dovuto
riportare pubblicamente le previsioni che erano coerenti con il
mercato dei semiconduttori in generale: la società prevedeva un
rallentamento significativo nel 2023 in linea con l'industria».
Inoltre, lo stesso testimone, avrebbe anche «avvertito Chery che gli
impegni resi pubblici agli investitori nel terzo e nel quarto
trimestre del 2023 non potevano essere mantenuti sulla base delle
informazioni già note alla società». E infatti per il resto del 2023
e per il 2024 si è realizzata la tendenza al ribasso prevista. Il
manager sostiene anche di essersi lamentato per iscritto con il ceo
Chery dopo aver «scoperto che il personale di vendita di Stm offriva
sconti eccessivi ai clienti per incrementare le vendite del settore
Adv (la divisione che lo stesso testimone 1 presiedeva, ndr), senza
la sua approvazione». Comportamento che avrebbe «gonfiato le vendite
e riempito i canali di distribuzione dell'azienda per nascondere il
calo della domanda». Ancora, si legge nella memoria, «secondo
testimone 1, questo schema di riempimento dei canali ha creato una
bolla che ha alimentato la falsa apparenza di migliori performance
finanziarie nel corso del 2023». Nello stesso periodo, infatti, ad e
cfo hanno indicato al mercato una previsione di fatturato per l'anno
2024 di 17 miliardi di dollari, poi consuntivati a 13 circa. Intanto
l'azione si è svalutata del 50%.
Ma c'è anche un altro capitolo della memoria che apre scenari
significativi. Secondo i promotori della class action «durante il
periodo considerato, Chery e Grandi hanno sfruttato il prezzo
gonfiato delle azioni di Stm e la mancata informazione agli
investitori riguardo il crescente problema della domanda di Stm per
guadagnare complessivamente quasi 8 milioni di dollari in vendite
interne di azioni. In particolare, Chery ha venduto oltre 4,1
milioni di dollari in azioni ordinarie, mentre Grandi ha venduto
poco più di 3,7 milioni di dollari in azioni ordinarie. Questi
guadagni derivanti dalla vendita di azioni superano di gran lunga lo
stipendio di Chery di 1,21 milioni di dollari nel 2023». Condotta, è
scritto nel documento, che sarebbe stata dettata anche dal fatto che
«la posizione di Chery nel consiglio di gestione di Stm e il suo
incarico di ceo sarebbero scaduti dopo l'assemblea annuale degli
azionisti della società nel 2024. Il sentiment negativo nei
confronti di Chery era in crescita durante quei mesi specialmente
tra i membri italiani del Consiglio di sorveglianza della società.
Per mantenere la sua posizione, doveva riportare risultati positivi.
Chery è riuscito a fare questo grazie allo schema fraudolento
descritto sopra».
Il portavoce italiano di Stm, interpellato sull'argomento, non
commenta le cause legali per policy aziendale ma ricorda che, in
merito alle polemiche dei giorni scorsi dopo la negativa reazione
dei mercati ai bilanci presentati, sui possibili tagli ai dipendenti
«nessuna decisione è ancora stata presa» e che per ora c'è solo un
piano di riduzione delle spese fino al 2027 che riguarda anche
«allontanamenti volontari nel mondo, non solo in Italia».
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Nel 2024 casi in aumento a Torino e provincia. Se l'attesa sfora i
parametri, le aziende devono garantire la prestazione in intramoenia
e a loro carico
Sanità, tempi troppo lunghi per gli esami Alle Asl 3 mila richieste
di visite private
alessandro mondo
Sono migliaia, in aumento. Il fenomeno tuttora irrisolto delle liste
di attesa, ovvero la difficoltà e talora l'impossibilità di
prenotare una visita o un esame, si può misurare anche attraverso le
richieste dei cittadini per accedere al "percorso di tutela": se la
prenotazione supera il termine indicato nell'impegnativa, è
possibile chiedere la prestazione a pagamento, ma a carico del
servizio pubblico.
Non è una gentile concessione ma l'applicazione di una legge dello
Stato che pur datando al 1998, finora è stata sostanzialmente
disattesa: per carenza di informazione da parte degli addetti del
Centro unico di prenotazione regionale e delle Asl, ma anche perché,
dato l'impatto che il pieno esercizio di questo diritto avrebbe sui
bilanci delle aziende, nessuno ha mai avuto interesse a parlarne più
di tanto, anzi.
Disattesa, la legge, con riferimento ai numeri potenziali rispetto a
quelli reali, di per sè già abbastanza alti. Così, ora che per il
2024 è tempo di bilanci, risulta che all'Asl Città di Torino sono
arrivate 1.861 istanze da parte di cittadini per la richiesta di
attivazione del "Percorso di tutela per il rispetto dei tempi di
attesa per le prestazioni specialistiche: di queste 1.787 sono state
risolte, pari al 96% del totale. Un buon risultato, a valle, di un
problema a monte.
Numeri inferiori nelle Asl della provincia dove la popolazione è
inferiore e dove è possibile che pesi anche una minore informazione:
411 i percorsi di tutela attivati dall'Asl Torino 3 nel 2024, 362
nell'Asl Torino 4, 145 nell'Asl Torino 5. Fatte le somme, sono quasi
3 mila richieste in dodici mesi da parte di persone che non sono
riuscite a trovare un posto al primo colpo, soltanto a Torino e nel
Torinese.
E questo, nonostante sulle liste di attesa i dati siano talora
controversi. E' il caso dell'Asl di Torino, che in risposta al
dossier di Federconsumatori sui tempi per le prestazioni
ambulatoriali di fine novembre–inizio dicembre 2024 nella medesima
azienda, pubblicato sul nostro giornale, replica: «Pur comprendendo
le difficoltà del sistema di prenotazione, va precisato che la
rilevazione dei tempi d'attesa deve essere fatta all'interno di
tutto il territorio dell'Asl, considerando tutte le strutture
sanitarie territoriali e ospedaliere, pubbliche e private
convenzionate e non relativamente ad ogni singolo ambulatorio». Il 3
febbraio l'azienda ha effettuato una verifica al Cup, Centro unico
prenotazione, sui tempi di attesa delle stesse visite specialistiche
analizzate da Federconsumatori, con tempistiche brevi o molto brevi,
comunque nei parametri.
Quanto alla legge di cui sopra, la Regione la ricorda periodicamente
ai direttori generali delle Asl per incentivarli al raggiungimento
degli obiettivi. Cosa prevede, esattamente? «Al termine della
ricerca, qualora non si riuscisse a soddisfare la richiesta di
prenotazione entro i termini del codice di priorità specifico, o dai
tempi massimi stabiliti, l'Asl di appartenenza, a seguito di
un'ulteriore verifica, anche in termini di appropriatezza della
prescrizione, dovrà erogare la prestazione nell'ambito dell'attività
professionale intramuraria, rispettando sia il criterio di rotazione
tra i professionisti sia il rapporto tra i volumi di attività
istituzionale e in libera professione».
L'attivazione del percorso è subordinata alla presentazione
dell'impegnativa e alla prenotazione, comprensiva della data che
oltrepassa il limite indicato, in base alle quali chiedere una nuova
prenotazione in intramoenia a carico dell'Asl. Di rimborsi non si
parla. Chi non ha avuto la possibilità di prenotare nei tempi e con
i canali previsti ha diritto alla visita o all'esame gratuito (al
netto dell'eventuale ticket). La scelta del medico o della struttura
per la prestazione resta di pertinenza dell'Asl, vincolata a
garantirla nei tempi indicati dall'impegnativa. —
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Il tribunale: l'azienda non ha riconosciuto per quasi 6 anni la
pausa di 15 minuti. La Filt Cgil: "Pronti ad aiutare altri
lavoratori"
Un magazziniere batte Amazon "Va risarcito per i turni notturni"
giovanni turi
Amazon Italia Transport, filiale italiana della multinazionale in
capo a Jeff Bezos, è stata condannata a pagare gli arretrati di
quasi sei anni a un magazziniere del suo centro di smistamento a
Grugliasco. È la decisione assunta della sezione lavoro del
Tribunale di Torino. La vicenda è arrivata in aula il 25 giugno
dell'anno scorso e ruota intorno al turno notturno di Gaetano L.M.,
il lavoratore assunto da agosto 2018 in Amazon che ha fatto causa
all'azienda supportato dalla Filt-Cgil. Dalle 23 alle 7 scarica e
carica merci sui camion.
Otto ore continuative (che valgono anche nei turni avvicendati e/o
sfalsati) di lavoro. Che però il contratto nazionale di logistica,
trasporto merci e spedizione scala a 7 ore e 45 minuti per il
"personale non viaggiante" - come, appunto, i magazzinieri - tenendo
conto anche di una pausa retribuita di 30 minuti in mezzo. «Un modo
per rendere meno pesante la mole di lavoro in questo frangente di
orario», spiega i coordinatore regionale del dipartimento trasporto,
merci e logistica della Filt Cgil, Francesco Imburgia.
Quelle otto ore piene e continuative, Gaetano le ha sempre lavorate.
Anche dal maggio 2021, quando è stato inaugurato il deposito di
Grugliasco, dove è stato spostato dopo tre anni di servizio nel
centro di Brandizzo. Quasi ogni notte, esclusi un mese e mezzo a
cadenza annuale e le ferie. I quindici minuti di arretrati che si
sono accumulati nel tempo sono così diventati un risarcimento di
2.059 euro. Al lavoratore, assistito dalle avvocate Marta Lavanna e
Silvia Ingegneri, ricompensate anche le spese legali.
«Nel corso delle udienze, l'azienda si è giustificata nel mancato
adempimento della normativa legata al Ccnl sostenendo che bastava il
pagamento della mezz'ora di pausa», racconta Imburgia. Dai due
avvocati di Amazon, sotto la società Seyfarth, non arrivano commenti
su eventuali ricorsi. Esulta la Filt Cgil che vede nella decisione
del Tribunale di Torino «un importante passo nella corretta
applicazione del contratto collettivo». E si dice «pronta a chiedere
all'azienda di coprire anche l'importo che spetta al lavoratore dal
giugno 2024 fino a oggi e ad assistere tutti quei lavoratori che si
trovano nella stessa situazione».
Sono oltre 250 i dipendenti contrattualizzati nei centri di
smistamento del colosso statunitense a Grugliasco e Brandizzo. «Si
tratta di una sentenza che avrà un impatto rilevante, di portata
nazionale - afferma Imburgia - Replicheremo cause come questa in
tutte le altre province piemontesi».
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07.02.25
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007 LICENZA DI UCCIDERE : Bayesian
I fantasmi
La trama del misterioso naufragio del Bayesian si intreccia anche a
quella altrettanto interessante in cui finanza, tecnologia e
intelligence si incrociano, proiettandosi ben oltre il golfo di
Palermo, fino alla prestigiosa Università di Cambridge, sin nel
cuore della Silicon Valley.
La persona che lega tutti questi Paesi e tutti questi contesti è
Mike Lynch, il proprietario dello yacht e imprenditore dei big data:
per alcuni, pioniere dell'intelligenza artificiale, per altri, un
rider finanziario capace di trasformare codici digitali in valori
miliardari. Già questo aspetto collega Mike Lynch a ciò che sta
avvenendo nella Silicon Valley alle prese con la tecnologia di Chat
GPT, un modello di linguaggio sviluppato da OpenAI, progettato per
generare testo in modo autonomo e rispondere a domande in modo
conversazionale sul cui valore oggi si addensa la minaccia di
DeepSeek, che usa le stesse reti neuronali al servizio di analisi di
dati e contesti specifici. Il tutto, come nella vicenda di Mike
Lynch, genera ancora oggi ampissimi up e down borsistici e non solo.
Dunque la storia di Mike Lynch è un caso di studio per chiunque
voglia comprendere come il valore delle imprese tecnologiche sia
oggetto di aggiornamenti quando non di vere e proprie dispute che
generano i più grandi utili (o perdite) dei nostri tempi.
I primi passi nell'IA
Quando nel 1983 Lynch arriva a Cambridge, la lezione
dell'antesignano dell'intelligenza artificiale Alan Turing, padre
dell'algoritmo e del machine learning, è quanto mai attuale. Turing
a sua volta aveva messo a frutto le intuizioni di Bayes, uno
scienziato teologo ante litteram che nel 1700 aveva già posto le
basi teoriche del calcolo delle probabilità delle cause che
avrebbero generato un evento noto: è il primo arcaico mattone
dell'IA.
Siamo all'alba del big bang informatico e nel 1983 il TIME magazine
mette il Computer in copertina come personaggio dell'anno. Lynch con
uno stratagemma riesce a mettere le mani sul microchip più
sofisticato dell'epoca. Applicando il Teorema di Bayes alle enormi
potenzialità di calcolo disponibile scaturisce un programma capace
di automatizzare il riconoscimento di impronte digitali. Subito dopo
arriva il riconoscimento delle targhe automobilistiche.
Il software mette nelle mani di Mike Lynch i primi lucrosi contratti
ed è soprattutto la chiave per lo sfruttamento dell'enorme quantità
di dati che la crescita esponenziale di internet stava generando. Ne
è convinto il professor Varese, oggi criminologo all'Università di
Oxford, che ha studiato a Cambridge proprio in quegli anni e che
riconosce a Lynch il merito della creazione del primo nucleo di IA.
La nascita di Autonomy: il sogno imprenditoriale
Nel 1996, Lynch fonda Autonomy, un'azienda specializzata in software
per l'analisi dei dati non strutturati, un campo allora quasi
inesplorato. L'idea alla base di Autonomy è rivoluzionaria:
utilizzare algoritmi di intelligenza artificiale per estrarre
informazioni significative da grandi volumi di dati testuali, come
email, documenti e registrazioni audio.
La start-up nata nella stanza di uno studente di Cambridge è quotata
al London Stock Exchange, poco dopo l'11 Settembre e l'attacco
terroristico alle Torri Gemelle genera la necessità da parte della
National Security Agency di leggere e interpretare migliaia di
conversazioni telefoniche intercettate. Il riconoscimento vocale e
la correlazione di singole parole produce il miracolo di rendere
disponibili gigantesche quantità di dati altrimenti inutilizzabili.
Mike Lynch diventa l'eroe nazionale inglese, archetipo del self-made
man, metà scienziato, metà businessman, capace di scalare le vette
del successo imprenditoriale, corteggiato dalla politica. Diventa
consigliere di Dowing Street per le nuove tecnologie, consigliere di
amministrazione della BBC, le porte del potere inglese sono
spalancate. La sua sensibilità scientifica unita a un fortissimo
fiuto per gli affari lo rende in breve la figura più in vista della
City di Londra, al punto da essere definito il Bill Gates inglese.
L'azienda cresce rapidamente, attirando l'attenzione di investitori
e clienti in tutto il mondo.
La Hewlett Packard, allora una delle old big tech che non aveva
saputo cavalcare l'innovazione prodotta da internet, è alla ricerca
di uno strumento per rientrare nel nuovo flusso tecnologico e
riconosce in Autonomy la società ideale per ridargli slancio. La HP
riesce ad aggiudicarsene l'acquisto per 11 miliardi. È la più grande
operazione finanziaria mai realizzata tra Gran Bretagna e Usa. Le
cose però non vanno come dovrebbero: il matrimonio tra società così
diverse non funziona e Mike Lynch viene accusato di aver frodato
l'HP, facendo apparire ricavi che non si vedono. Prima di finire nel
gorgo della giustizia inglese e americana, Lynch fa in tempo a
creare un fondo di private equity che finanzia start-up. Quella che
gli riesce meglio però è nient'altro che una versione aggiornata
della sua Autonomy. Si chiama Dark Trace, nel suo consiglio siedono
l'ex n. 1 del MI5 inglese e il suo equivalente della Cia.
Dark Trace
Dark Trace si specializza in cybersecurity grazie all'utilizzo di
algoritmi di intelligenza artificiale che rilevano possibili minacce
informatiche. Anche in questo caso, Lynch dimostra la sua capacità
di anticipare le tendenze del mercato e Dark Trace cresce
rapidamente, diventando una delle aziende più innovative del
settore. Nel frattempo, negli Stati Uniti le nuvole della tempesta
giudiziaria si addensano e grazie a una vecchia legge usata per
contrastare la criminalità organizzata, che facilita l'estradizione
in Usa, Mike Lynch viene trasferito di forza - in catene come
racconta più volte lui stesso - per subire un processo federale il
cui esito è pressoché statisticamente scontato: solo lo 0,5% degli
imputati ne esce assolto.
Il conservatore Lord Deben, grande amico di Lynch, non ha dubbi sul
fatto che gli Usa abbiano usato la leva giudiziaria impropriamente.
Il voltafaccia di HP, che accusa l'imprenditore inglese e il suo
team di aver gonfiato artificialmente i ricavi e il valore
dell'azienda, secondo Lord Deben «non è giustificato: poiché aveva
accuratamente potuto accertare per più di un anno il vero valore di
Autonomy».
La vicenda di Lynch allora assume le dimensioni di epifenomeno
dell'intera vicenda dell'IA. Cosiccome l'arrivo della cinese
DeepSeek, cancellando la "segreta unicità" dell'IA made in Usa, ha
messo in crisi la narrazione dell'IA come esclusiva americana, la
vicenda di Autonomy e di Dark Trace dimostra che in Europa ci
possono essere talenti e business models in grado di competere, che
la partita è sempre aperta.
Nel giugno dello scorso anno, Lynch viene prosciolto dalle accuse,
poco dopo il naufragio anche Dark Trace viene venduta a un fondo
americano per oltre 4 miliardi di dollari, confermando ancora una
volta il fiuto imprenditoriale di Lynch. La sua prediletta manager
Poppy Gustaffson, già ceo di Dark Trace, viene nominata baronessa e
re Carlo III ratifica la scelta del governo laburista di concederle
un seggio a vita alla Camera dei Lord. Il titolo di baronessa le
permetterà soprattutto di essere nominata ministro dell'Innovazione
nel Governo Starmer.
Il segreto dei software
Oltre le cause specifiche dell'affondamento del Bayesian, l'aspetto
più misterioso riguarda i codici sorgente dei software di Autonomy e
Dark Trace. Una tesi vuole che Lynch, consapevole del loro immenso
valore strategico, li portasse sempre con sé, memorizzati su
dispositivi portatili, una pratica che sarebbe continuata anche dopo
la vendita di Autonomy a HP nel 2011, e che potesse avere copie di
backup o versioni modificate dei software, utilizzate per scopi
personali o legati a progetti segreti.
Un'eredità di enigmi
Mike Lynch rimane una figura enigmatica, capace di suscitare
ammirazione e sospetti in egual misura. La sua passione per l'agente
segreto più famoso al mondo, James Bond, che lo portò a acquistare
la sua celebre Aston Martin e a battezzare le sale del suo ufficio
con i nomi dei personaggi di 007, sono solo la scenografia dei suoi
legami con i servizi segreti inglese, americano, israeliano.
Il mistero dell'esistenza dei codici sorgente aggiunge un ulteriore
strato di complessità alla sua storia, trasformandola in un racconto
che sfuma tra realtà e finzione. Che i codici siano ancora nella
cassaforte del Bayesian o meno, una cosa è certa: Lynch ha lasciato
un'impronta indelebile nel mondo della tecnologia, e la sua ombra
continua a ispirare dibattiti e speculazioni. Forse, come ogni
grande mistero, questa storia non sarà mai completamente svelata. —
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I segreti
memorandum
del
Francesco Grignetti
Roma
Diceva due giorni fa il ministro Matteo Piantedosi, in Parlamento,
riferendosi alla Libia: «Scenari di rilevante valore strategico ma,
al contempo, di enormi complessità e delicatezza». Un eufemismo per
dire che la Libia preme assai a questo governo essendo un gigantesco
deposito di petrolio, ma è anche il suo tallone d'Achille. Perché si
può disquisire a lungo del Piano Mattei (che peraltro è ancora sulla
carta e gli investimenti per la Libia sono assai scarsi), ma la
sostanza è che gli sbarchi proseguono e per frenarli Giorgia Meloni
si muove nel solco dei suoi predecessori. Né una virgola in più, né
una in meno rispetto a quel che è scritto nel famoso Memorandum del
2017, che lei ha ereditato e coltiva con dedizione.
Forse la novità di oggi è che i libici chiedono al nostro governo
più tecnologia di un tempo. Adesso vogliono anche vigilanza
satellitare, droni, e torri di vigilanza elettronica da sistemare
nel Sahara, ma è roba troppo più grande di noi. Vedi le richieste
del ministro dell'Interno, Imed Trabelsi, a Piantedosi per meglio
fermare i migranti clandestini. Va anche ricordato che il ministro
Trabelsi è uno dei grandi sponsor del famigerato Almasri;
evidentemente a Roma hanno pensato che a contrariarlo c'era il
rischio di una reazione inconsulta.
Da quelle parti ci sono particolari suscettibilità. Un solo esempio
recente: per un'indagine della Guardia civil spagnola nei confronti
del rampollo del generale Haftar, per rappresaglia lo stesso Haftar
ha cacciato la società petrolifera iberica Repsol dal suo campo di
estrazione nel Sahara, il maggiore che gestiva nel mondo.
I rapporti tra Roma e Tripoli sono dunque regolati dal famoso
Memorandum del 2017. Prima ancora, in verità, venne Berlusconi. Il
Cavaliere srotolò i tappeti rossi e Gheddafi fece una clamorosa
quanto scombiccherata visita di Stato in Italia. Intanto si
predisponevano le carte perché a Bengasi il 30 agosto 2008 era stato
firmato un Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione. Al
punto 19 si prevedeva di rafforzare la "collaborazione in atto"
nella lotta all'immigrazione clandestina. E subito l'allora ministro
Roberto Maroni andò a Tripoli annunciando l'arrivo di sei
motovedette, sistemi informatici, equipaggiamenti, autovetture. La
Selex avrebbe supervisionato con occhi elettronici i confini
terrestri.
Come si ricorderà, però, nel 2011, con l'esplodere delle primavere
arabe e vista la repressione armata sui civili, l'amico Gheddafi
divenne nostro nemico. Fu guerra vera. Come inevitabile contraccolpo
dovemmo fronteggiare una prima ondata di immigrazione, poi una
seconda, e una terza. Tanti arrivavano, tanti morivano in mare. Con
il governo Letta, tra 2013 e 2014, si pensò di risolvere il problema
mandando le navi militari a raccogliere i profughi in mare con la
missione "Mare Nostrum". Dopo un anno l'Europa ci impose di
chiuderla perché ci stavamo trasformando in un formidabile scalo
tecnico per migranti.
La Libia intanto era divenuta sinonimo di caos. Nel 2016 arrivarono
180mila migranti. Si calcolava che sarebbero stati 250mila l'anno
dopo. Di qui la corsa del governo Gentiloni e del ministro Minniti a
chiudere la falla. Costasse quel che costasse. E venne il famoso
Memorandum del febbraio 2017, tanto contestato a sinistra,
maldigerito fin da subito da mezzo Pd, ora del tutto abiurato.
Gentiloni strinse l'accordo con l'allora premier ad interim Serraj
(benedetto dalle Nazioni Unite) nella prospettiva di consolidarlo.
Gli europei applaudirono e ci misero altri soldi.
Molti dettagli del Memorandum restano oscuri, ma si sa di
motovedette per la Guardia costiera libica, addestramento agli
equipaggi, divise, stipendi, pure una nave-officina nel porto di
Tripoli per riparare ai danni dei natanti usati per la caccia al
migrante. Militari italiani hanno gestito una sala operativa nel
porto. Abbiamo inviato anche jeep, visori notturni, droni e sistemi
di rilevamento per controllare la frontiera verso Sud.
Nel Memorandum, all'articolo 2, è scritto che le Parti "si impegnano
all'adeguamento e al finanziamento dei centri di accoglienza già
attivi". Merito di Minniti è aver preteso che la Libia ammettesse
sul suo territorio le diverse agenzie delle Nazioni Unite, tipo
Unhcr o Oim, fin lì escluse. Gli italiani avrebbero fornito
medicinali e attrezzature mediche. "Inoltre, l'Italia si impegna a
sostenere la formazione del personale libico all'interno dei centri
di accoglienza".
Questo è forse il punto più sensibile sotto un profilo politico ed
etico, perché s'è visto nel tempo che razza di predoni e torturatori
sia il personale libico che gestisce i centri. E la politica
italiana lo sa. Siccome il Memorandum si rinnova tacitamente ogni
tre anni, chiedere a chi lo ha confermato nel 2020 (governo Conte II,
maggioranza Pd-M5S) e di nuovo nel 2023 (governo Meloni, maggioranza
FdI-Lega-FI). Quel tipo di "aiuti" continua infatti indefesso da 8
anni. Come è evidente, non c'è partito italiano che possa dirsi
estraneo a quei patti scellerati. —
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L'azienda dello spyware ha interrotto il contratto col governo dopo
il caso dei telefoni monitorati Due i clienti: un'agenzia di polizia
e una di intelligence. Un team di esperti canadesi alla ricerca di
indizi
Attivisti e giornalisti spiati Paragon chiude con l'Italia "Violati
gli accordi etici "
Flavia Amabile
Grazia Longo
Roma
S'infittisce il giallo dei sette giornalisti e attivisti politici
spiati in Italia con il sofisticato software Graphite della Paragon
Solutions. Nonostante il governo abbia smentito di aver mai svolto
questo genere di spionaggio, dall'Inghilterra e da Israele arriva
una smentita. The Guardian e Haaretz sostengono infatti che Paragon
abbia interrotto il contratto con il governo italiano, per
contravvenzione al codice etico, dopo aver appreso che il direttore
di Fanpage Francesco Cancellato e uno dei fondatori e capo missione
della ong Mediterranea saving humans, Luca Casarini, erano stati
monitorati proprio con il loro spyware. Haaretz riporta che «Paragon
aveva in Italia due clienti, un'agenzia di polizia e
un'organizzazione di intelligence» a cui ha rescisso il contratto.
E ora gli spiati insistono nel chiedere verità e giustizia. «Il
governo ci vuole chiarire una volta per tutte se ha usato Paragon e
perché - afferma Francesco Cancellato - io non sono né un terrorista
né una persona pericolosa per la sicurezza del Paese, condizioni per
cui Paragon tollera lo spionaggio. Sono il direttore di un giornale
che ha fatto inchieste sulle lobby nere e i giovani meloniani. A chi
do dunque fastidio?». E aggiunge: «Chi ha spiato nel mio telefono
l'ha fatto perché cercava documenti, o indizi sulle nostre attività
d'inchiesta. Questo non si può fare: quando un governo compra
Graphite di Paragon, deve dichiarare di rispettare le condizioni di
utilizzo del software, che proibiscono esplicitamente di colpire
giornalisti e altri membri della società civile».
Luca Casarini è certo di essere stato controllato per il suo impegno
in difesa dei migranti, contro i trafficanti libici e contro il
torturatore libico Almasri. E a breve farà un esposto alla
magistratura e al Centro per la sicurezza cibernetica della Polizia
di Stato. «Forniremo agli inquirenti - precisa l'attivista - tutti
gli elementi necessari ad avviare le indagini: vogliamo capire cosa
è successo, chi ha ordinato di spiare il telefono e soprattutto per
quanto tempo è andata avanti questa attività illecita. Vogliono
provare a farci paura. Ma noi non abbiamo mai avuto nulla da
nascondere. Chi ha rapporti con i torturatori, chi li riporta in
Libia, chi fa morire la gente in mare forse sì, ma noi no».
L'esposto di Casarini verrà coordinato dai pm dell'antiterrorismo.
Nella sua comunicazione Meta consigliava di cambiare subito il
cellulare e di rivolgersi ai propri consulenti, un team di ricerca
all'Università di Toronto, The Citizen Lab. I tecnici Usa sono si
sono messi al lavoro sul cellulare utilizzato da Casarini con
l'obiettivo di ricostruire l'arco temporale in cui è stata
effettuato il monitoraggio illecito delle comunicazioni. E da
Toronto, John Scott Railton, senior researcher di Citizen Lab che
sta indagando sul caso come suggerito da WhatsApp, che ha segnalato
la presenza dello spyware sui cellulari delle vittime, dichiara: «La
notizia che è stata diffusa da The Guardian mette il governo
italiano in una posizione scomoda visto che ha negato di essere a
conoscenza di questa vicenda».
Il governo riferirà presto al Copasir sull'utilizzo dello strumento
da parte degli 007, mentre l'Agenzia per la cybersicurezza nazionale
sta svolgendo tutte le verifiche tecniche sulla vicenda. Tra i
bersagli di Paragon Graphite (la società lavora esclusivamente con
enti statali, tra cui i servizi di Tel Aviv e l'Fbi) c'è anche Husam
El Gomati, attivista libico che vive in Svezia ed ha posizioni
critiche sugli accordi dell'Italia con il Paese nordafricano. Così
come critici verso il governo sono anche Casarini e Cancellato.
Altre 83 persone sono state spiate con Paragon in Belgio, Lettonia,
Lituania, Austria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania,
Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia e Grecia. Anche in
quest'ultimo Paese è in corso un'indagine per far luce su chi si
nasconda dietro lo spionaggio. —
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Anche Beppe Caccia di Mediterranea e un rifugiato colpiti dal
software. Le accuse ai servizi italiani
Libia e ong al centro dello spionaggio
Quelle strane coincidenze col governo
ilario lombardo
roma
Seguire i profili di chi, inconsapevole, ha scoperto di avere lo
smartphone inquinato dallo spyware Graphite, aiuta a disegnare una
prima mappa per orientarsi in una storia ancora piena di ombre. Una
storia che ne intreccia un'altra, in cima alle cronache politiche di
questi giorni: la vicenda della scarcerazione di Almasri,
torturatore libico inseguito da un mandato di cattura della Corte
penale dell'Aja che l'Italia ha volutamente deciso di non eseguire.
Una scelta politica che solo nelle ultime ore trova la sua
motivazione in due parole, inconfessabili fino a qualche giorno fa
per la premier Giorgia Meloni e i suoi ministri: sicurezza
nazionale.
La Libia è il grande buco nero delle certezze democratiche italiane,
il terreno dove gli apparati di intelligence operano su diversi
livelli di intesse: la lotta al terrorismo, le politiche di
contrasto all'immigrazione nel Mediterraneo, gli affari dell'Eni,
colosso dell'energia in mano pubblica. Da quello che sta emergendo,
i target dello spyware prodotto dall'israeliana Paragon vanno
cercati tra le Ong, nella galassia degli attivisti che si battono
per i diritti umani calpestati dai miliziani libici e che, per gli
innumerevoli salvataggi in mare, sono entrati più volte nel mirino
del governo italiano.
Secondo la nota pubblicata mercoledì da Palazzo Chigi, con
l'intenzione evidente di allontanare i sospetti dalla presidenza del
Consiglio e dai servizi segreti, le utenze italiane colpite
dall'attacco hacker sarebbero sette. Finora, assieme a Francesco
Cancellato, direttore del sito Fanpage – autore di una
documentatissima inchiesta sui fenomeni di razzismo e antisemitismo
tra i giovani di Fratelli d'Italia - era emerso il nome di Luca
Casarini, di Mediterranea Saving Humans. La Stampa è venuta a
conoscenza del fatto che altri due attivisti della stessa
organizzazione hanno subito l'infiltrazione nel proprio smartphone:
uno è un rifugiato sudanese, l'altro è Beppe Caccia, l'armatore
della nave umanitaria. È un indizio incontrovertibile di dove
sarebbero state indirizzate le attività di spionaggio. A cui se ne
aggiunge un altro che abbiamo ricostruito. Il software israeliano di
sorveglianza, come è noto, ha puntato anche su Husam el Gomati,
oppositore libico che vive in Svezia e che su Telegram denuncia i
rapporti indicibili e di ferro tra il governo italiano e i
trafficanti di esseri umani. Da anni El Gomati sostiene la tesi
della complicità degli 007 italiani in Libia, arrivando a ipotizzare
un loro coinvolgimento addirittura nell'omicidio di Bija, forse il
più noto trafficante libico, ucciso nella sua auto a Tripoli lo
scorso settembre. Appena una settimana fa, il 31 gennaio, El Gomati
denuncia come «falso» un articolo pubblicato su Il Giornale. Siamo
nel pieno del caso Almasri. Il quotidiano vicino al governo Meloni,
edito da Antonio Angelucci, eletto con la Lega, assume la difesa
dell'esecutivo e prova a far emergere dalla polveriera libica le
ragioni che avrebbero portato alla liberazione del comandante
accusato di sistematici stupri e vari omicidi. Partendo dai
documenti pubblicati da El Gomati, l'articolo racconta di un «piano
per indebolire il governo italiano» orchestrato «ad arte dai servizi
segreti di Tripoli che rispondevano a fazioni non favorevoli
all'Italia».
I quotidiani The Guardian e Haaretz hanno svelato (non smentiti) che
l'azienda Paragon ha interrotto il contratto con il governo italiano
perché sarebbe stato violato il codice etico per l'utilizzo dello
spyware. Palazzo Chigi continua a sostenere di non c'entrare nulla
con questa storia, emersa dopo gli alert partiti da Meta, la
multinazionale che controlla WhatsApp. E di fronte a una mancanza di
prove contrarie, va presa per buona la nota in cui, tirandosi fuori
da qualsiasi responsabilità sul software, la presidenza del
Consiglio parla di una questione «di particolare gravità» e annuncia
di aver attivato l'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale. Se né la
premier Meloni né il delegato ai servizi di sicurezza, il
sottosegretario Alfredo Mantovano, erano informati, chi ha ordinato
di entrare nelle comunicazioni WhatsApp di figure che sono
considerate in qualche modo una controparte avversaria del governo:
un giornalista che ha scoperchiato le nefandezze neofascisteggianti
di Gioventù Nazionale, almeno tre attivisti di una Ong entrata in
collisione con le norme sui migranti della destra, e un oppositore
libico che accusa i servizi segreti italiani? Paragon ha solo
confermato che i suoi clienti italiani erano «un'agenzia di polizia
e un'organizzazione di intelligence» e Haaretz ha precisato come la
società israeliana lavori esclusivamente con entità statali. La
risposta che fonti di primo piano del governo hanno fornito in
queste ore aprirebbe due piste: o qualche agente troppo solerte che
si è mosso di propria iniziativa per accreditarsi, nella convinzione
di fare un favore a Meloni; o più semplicemente è in corso
un'indagine della magistratura, che ha tutto il potere di ordinare
intercettazioni di questo tipo, magari per provare l'associazione a
delinquere nel favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Tutte
le opposizioni hanno comunque chiesto al governo di chiarire e di
riferire in Parlamento. —
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Pubblicato un report di denuncia. Il coordinatore delle emergenze:
"Qui si muore perché non c'è assistenza"
Cisgiordania, la denuncia di Medici senza frontiere "Ospedali
assediati e cure negate ai palestinesi"
Nello Del Gatto
Gerusalemme
La guerra a Gaza, con il suo pesante bilancio di morte e
distruzione, ha spostato l'attenzione sulla Striscia, ma vittime e
scontri ci sono stati anche nei Territori Palestinesi. In
Cisgiordania, secondo l'Ocha, l'ufficio per gli affari umanitari
delle Nazioni Unite, dall'ottobre 2023 al gennaio 2025, almeno 870
palestinesi sono stati uccisi e oltre 7.100 feriti. Sono invece
1.500 gli attacchi di coloni israeliani contro palestinesi
registrati tra ottobre 2023 e ottobre 2024.
In una situazione nella quale l'assistenza sanitaria in
Cisgiordania, come a Gaza, il più delle volte è una chimera. Lo
denuncia Medici senza Frontiere in un nuovo rapporto pubblicato
ieri, "Violenza e cure negate", secondo il quale nei Territori le
violenze con i palestinesi sono anche aumentate dal 7 ottobre.
Nel rapporto, l'organizzazione internazionale riporta le interviste
di 38 persone, tra pazienti, staff di Msf, paramedici e volontari
che, in un anno dal 7 ottobre 2023, denunciano prolungate e violente
incursioni militari israeliane e restrizioni di movimento più
severe, che hanno ostacolato gravemente l'accesso ai servizi
essenziali, in particolare all'assistenza sanitaria.
L'operazione israeliana "Muro di Ferro", che ha preso di mira
principalmente il campo profughi di Jenin, base per diversi gruppi
terroristi come Hamas e Jihad Islamico, ma che mano mano si sta
allargando a diverse città palestinesi, è cominciata dopo la tregua
a Gaza e alla fine di una simile, di un mese, condotta dalle truppe
speciali dell'Autorità Nazionale Palestinese che aveva già creato
problemi alle strutture sanitarie della zona.
«I pazienti palestinesi stanno morendo perché semplicemente non
possono raggiungere gli ospedali» afferma Brice de le Vingne,
coordinatore delle emergenze di Msf. «Vediamo ambulanze bloccate
dalle forze israeliane ai posti di blocco mentre trasportano
pazienti in condizioni critiche, strutture mediche circondate e
danneggiate e operatori sanitari sottoposti a violenza fisica mentre
cercano di salvare vite umane».
Msf ha registrato un numero crescente di attacchi al personale e
alle strutture mediche, nonché molestie, detenzione, lesioni e
uccisioni di soccorritori e operatori sanitari da parte delle forze
israeliane. Tra ottobre 2023 e dicembre 2024, l'Oms ha registrato
694 attacchi all'assistenza sanitaria in Cisgiordania, con ospedali
e strutture sanitarie spesso assediati dalle forze militari.
Nel rapporto si denunciano diversi casi nei quali, soprattutto a
Jenin, Tulkarem e Nablus, le restrizioni di movimento e
l'impossibilità di raggiungere gli ospedali hanno avuto conseguenze
mortali. In più di una occasione, ambulanze e mezzi di soccorso sono
stati bloccati o colpiti, senza contare che la distruzione di
infrastrutture civili essenziali come strade e servizi sanitari,
impediscono la fruizione delle cure che rappresentano una condanna a
morte in particolare per i pazienti affetti da patologie croniche,
come chi ha bisogno di dialisi, costretti a rimanere a casa. —
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ERA ORA : I sindacati pronti a diffidare la Regione, poi il ricorso
al Tar. Gli infermieri contro i colleghi: "Noi collaboreremo, la
polemica non serve a nessuno"
I medici: "Stop alle visite private ricattatorio" Riboldi: "Seguo la
legge e non il modello Usa"
giulia ricci
Si alza il livello di scontro su liste d'attesa e visite private
negli ospedali. Sono i medici a levare gli scudi contro l'assessore
alla Sanità Federico Riboldi, promettendo una diffida: «Atti
ricattatori, siamo pronti a difendere i nostri diritti nelle sedi
legali opportune». Ma lui ribatte: «Ci sono padri che mi chiamano
perché non riescono a curare i propri figli, io rispetto solo la
legge». E con la Regione si schierano gli infermieri.
Il primo a lanciare il diktat, su La Stampa, è stato Thomas Schael,
che dal primo marzo sarà ufficialmente commissario della Città della
Salute: l'idea è quella di un intervento strutturale (come quello
già adottato nella sua attuale Asl Lanciano Vasto Chieti) che
prevede lo stop pro tempore alle visite private in intramoenia da
parte dei medici ospedalieri, fuori orario di lavoro e a fronte del
pagamento da parte del paziente di una tariffa. In Abruzzo, i
professionisti sanitari hanno potuto scegliere se impiegare quei
giorni rimasti "liberi" per smaltire le agende pubbliche (prendendo
il compenso da turno aggiuntivo) o restare a casa; la maggioranza ha
optato per la prima opzione. Proposta ribadita da Riboldi: «Il
blocco transitorio dell'attività privata negli ospedali è
un'opzione».
Da qui, la rabbia delle sigle sindacali piemontesi dei medici e
dirigenti sanitari Aaroi Emac, Anaao Assomed, Cimo-Fesmed, Fassid,
FpCgil e Fvm: «Quello che cerchiamo con l'assessore è un confronto –
spiega Chiara Rivetti, segretaria regionale Anaao –; la mediana di
chi fa l'Alpi (Prenotazioni in libera professione intramoenia, ndr)
guadagna 10 mila euro l'anno mentre ha un importante carico di
lavoro nei reparti, ma noi vediamo un accanimento contro i medici,
come se i cardiologi, i pneumologi, tutti i professionisti non
lavorassero nelle proprie ore in attesa dei pazienti privati». Nel
caso di stop, il pool di avvocati di tutte le sigle sindacali si
occuperanno di mandare una diffida ad Asl e Regione; poi, in seconda
battuta, ci sarà il ricorso al Tar. Diffida che il sindacato avrebbe
già indirizzato alle Asl e alla Regione Abruzzo dopo la mossa di
Schael, nel settembre scorso. «Ma la libera professione –
ribadiscono ancora i medici nella nota – viene esercitata dopo
l'orario di lavoro, nel tempo libero e dopo ore di straordinario non
retribuito. Si tratta di una punizione aggressiva che non risolverà
il problema delle liste d'attesa».
L'assessore Riboldi, dal canto suo, non fa passi indietro: «La mia
non è arroganza, ma fortissima volontà di abbattere le liste
d'attesa: oggi c'è una fascia di piemontesi, tra l'8 e il 12%, che
ha dovuto rinunciare alle cure. Io ho papà che mi scrivono perché
non possono curare i figli, e da padre non riesco nemmeno a
immaginare come sia. Che società vogliamo? Il modello americano,
dove la gente muore a casa?». Per l'uomo della giunta Cirio non è
solo una questione di scelte politiche, ma di leggi dello Stato: «La
104/2024 consente l'operatività dell'intramoenia, ma dice anche
chiaramente che in caso di liste d'attesa inaccettabili questa può
essere sospesa. Ovviamente, si tratta dell'estrema ratio, di una
soluzione che sarà attuata solo dopo che saranno state messe in
campo tutte le altre misure che partono dall'esercizio volontario
dei turni in orari festivi e serali».
Ad aprire alla Regione (e a rispondere ai medici) è invece il
sindacato degli infermieri Nursind: «Noi siamo pronti a dare il
nostro contributo, non ci interessano le polemiche e gli scontri che
sembrano avere più il sapore di una difesa di alcune posizioni che
la ricerca di soluzioni. Se si continuano a fare le stesse cose, i
risultati saranno sempre gli stessi. Siamo consapevoli che il
potenziamento del personale sia condizione imprescindibile, ma siamo
disponibili a prestazioni volontarie con il giusto riconoscimento
economico». —
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06.02.25
-
L'inchiesta di Milano che ha svelato una lunga attività di
dossieraggio contro magistrati e carabinieri di Torino
Gli errori del corvo della procura una cella telefonica lo ha
tradito
giuseppe legato
monica serra
La fabbrica dei dossier contro magistrati e investigatori della
procura di Torino compare sulla scrivania degli inquirenti milanesi
Giovanni Polizzi e Cristian Barilli (coordinati dall'aggiunta
Tiziana Siciliano) a gennaio del 2023. Ed è l'allora procuratore del
capoluogo piemontese Anna Maria Loreto a scrivere ai colleghi una
lunga missiva catalogata come «trasmissione atti per competenza».
Degli accertamenti verrà investita la sezione di pg della Guardia di
Finanza della procura meneghina.
Loreto racconterà l'invio di otto dossier firmati da sedicenti
mittenti e pochi mesi dopo uno dei pm bersaglio del "corvo" che
aleggia sulla procura di Torino, Gianfranco Colace, invierà – sempre
a Milano – una dettagliata denuncia/querela. Sarà anche sentito come
persona informata sui fatti.
Emergerà da atti e audizioni che gli esposti riguardano diverse
persone indagate dal dottor Colace e dai carabinieri della procura
coordinati dal colonnello Luigi Isacchini (anche lui parte offesa e
bersaglio di false accuse): inchieste su sanità e appalti, su
politica e amministrazione, su presunte turbative d'asta: Loreto
dirà ai pm di Milano che l'inizio della stagione dei corvi combacerà
in sostanza con la discovery sull'inchiesta a carico del magistrato
Andrea Padalino (poi assolto da tutte le accuse, non dal
disciplinare).
Gli invii di dossier
Certo l'investigatore Giovanni Carella, 35 anni, torinese, indagato
a Milano avrebbe trasmesso alcuni dei dossier a un ampio
indirizzario disseminato su diversi uffici giudiziari. Procuratori,
ministeri, conmandanti dei carabinieri, della Finanza, della Dia. Ma
se lo avesse fatto davvero, non sarebbe stato di certo solo. Tradito
dal codice Imei del telefonino nel quale è stata inserita la Sim da
cui è partita la mail con gli esposti falsi. Uno di questi sarebbe
stato inviato mentre il cellulare agganciava una cella compatibile
con la sua residenza. I finanzieri di Milano hanno messo a punto una
ricostruzione certosina: celle, sim, telefoni.
Al pm Colace, i corvi attribuirono presunti favori (per i pm di
Milano mai avvenuti) in termini di consulenze a parenti, altri
vantaggi avrebbe avuto in occasione dell'acquisto e della
ristrutturazione della dimora in cui vive nella cintura ovest di
Torino (stesse accuse mosse falsamente contro il colonnello
Isacchini). Ancora avrebbe usufruito gratuitamente dello Sky-Box
(Vip Hospitality) all'Allianz Stadium. Niente di vero. Il pm Colace
– con l'accordo se non la complicità del colonnello Isacchini -
avrebbe nell'ordine nascosto prove a favore di alcuni imputati,
aperto inchieste (è citata quella contro l'imprenditore dello
spettacolo Giulio Muttoni) «per gestire le informazioni con i vari
amici che avevano interesse a distruggere i concorrenti per
accaparrarsi i lavori e toglierli dal mercato». Ancora Colace
avrebbe "coperto" un maresciallo, Giuseppe Carboni, in un'inchiesta
che avrebbe visto il sottoufficiale coinvolto in un misterioso furto
di hard disk nell'ex carcere Le Nuove (in realtà sarà proprio Colace
a indagarlo in un altro procedimento per aver consigliato a un
imprenditore come rispondere a eventuali domande in sede di
interrogatorio). Tutto falso per i magistrati che hanno svolto gli
accertamenti e che ieri hanno firmato la richiesta di rinvio a
giudizio per Carella. Calunnie su calunnie.
Gli atti segreti rubati
E però corredate da atti veri e in parte coperti da segreto
d'ufficio. Come quelli sull'inchiesta (oggi archiviata) che ha
coinvolto un ex comandante del Nas di Torino, o come una bozza di
annotazione su un'indagine che soltanto la polizia giudiziaria
interna al palazzo poteva avere a disposizione. Chi li ha dati ai
corvi?
L'inchiesta restituisce l'immagine di magistrati e carabinieri
assediati dagli anonimi. Come quello inviato alla gip Lucia
Minutella che si occuperà dell'udienza preliminare del processo
Bigliettopoli in cui era coinvolto anche l'imprenditore Muttoni:
«Attenzione, Colace è un problema» c'è scritto su un foglio
imbustato e consegnato in ufficio. Un clima pesante che lo stesso
magistrato e la procuratrice dell'epoca Loreto racconteranno ai
colleghi milanesi sul cui sfondo restano "ignoti" coloro che
avrebbero aiutato Carella. Gente dentro le istituzioni. Scrivono i
pm: «Incaricati di pubblico servizio».
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05.02.25
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Corvi sulla procura
Torino
giuseppe legato
monica serra
torino-milano
Per due anni (e fino a novembre 2023) un anonimo mittente celato
sotto l'acronimo "RaffiGuari" (che richiama goffamente l'ex
procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, estraneo alla vicenda) ha
inviato alle autorità giudiziarie di tutta Italia esposti falsi
contro la procura di Torino. Calunniosi. Che ipotizzavano una sfilza
di presunti reati, di nefandezze, di complotti, di favori commessi –
secondo l'autore - da ex vertici della procura di Torino, da
magistrati, da ufficiali e sottufficiali dei carabinieri. Corredati
da atti di indagine secretati, ancora sconosciuti agli indagati. Che
avrebbero dovuto rimanere nei cassetti degli investigatori coperti
dal massimo riserbo, e che sono invece finiti nelle mani di una
banda di fabbricanti di dossier. Corvi sulla procura.
Al termine di un'articolata inchiesta, i pm di Milano Giovanni
Polizzi e Cristian Barilli coordinati dall'aggiunta Tiziana
Siciliano hanno identificato uno dei presunti membri del gruppo. Si
chiama Giovanni Carella, ha 35 anni, originario di Airasca, nel
Torinese, difeso dai legali Mauro Anetrini e Mariangela Melliti.
È una sorta di investigatore privato per nulla sconosciuto agli
uffici giudiziari del capoluogo piemontese: figura tra gli imputati
nell'inchiesta su una presunta rete di spioni impegnata anche nella
raccolta di informazioni riservate sul gigante della malta Kerakoll.
In quest'ultimo procedimento, Carella risponde di aver fatto parte
di un'associazione a delinquere capeggiata – secondo l'accusa -
dall'ex maresciallo del Ros dei carabinieri Riccardo Ravera
(indagato in quel procedimento e non nell'odierna indagine), meglio
noto come Arciere, nome di battaglia col quale arrestò Salvatore
Riina insieme al capitano "Ultimo".
Occhio agli incastri: il magistrato di quell'inchiesta – che si
trova in udienza preliminare proprio oggi – è Gianfranco Colace, il
principale bersaglio della banda dei corvi. Banda, sia chiaro,
perché la stessa procura di Milano ipotizza che l'investigatore
privato abbia trasmesso i dossier insieme con altri «ignoti». Con
Colace, invece, figurano come parti offese (quindi come destinatari
di false accuse) l'ex procuratore generale Francesco Saluzzo, il
colonnello dei carabinieri Luigi Isacchini, a capo dell'aliquota
carabinieri della procura e il luogotenente Giuseppe Carboni.
«Incolpati sapendoli innocenti» si legge nell'atto di chiusura
indagini a carico di Carella.
Le accuse contenute nei dossier facevano riferimento a supposti
(falsi) «reati nella direzione e nell'esecuzione delle indagini
dagli stessi rispettivamente coordinate ed effettuate». Alcuni dei
documenti inviati dai corvi consistono in «informative di polizia
giudiziaria, verbali di interrogatorio e di sommarie informazioni
testimoniali coperti da segreto». Non solo: Carella è ancora
indagato per una rivelazione di segreto d'ufficio che sarebbe poi
una grave fuga di notizie e atti a proposito di un'inchiesta –
ancora in corso – da parte della procura di Torino sul caso della
cooperativa Rear che vede sei indagati per malversazione tra cui
l'ex presidente della struttura – e deputato Pd – Mauro Laus.
Nei dossier inviati a diverse procure italiane i corvi sostengono
che il luogotenente Carboni avesse avvertito l'ex Pg Saluzzo di
intercettazioni in corso che lo riguardavano «per evitare possibili
imbarazzi». Si parla di sedicenti biglietti per una serie di
spettacoli che sarebbero stati recapitati all'ex magistrato (adesso
in pensione). A proposito di Colace e del colonnello Isacchini
diversi sono i riferimenti a presunte irregolarità nelle indagini
svolte anche a carico dell'ex sindaco di Torino Fassino nella
cornice degli accertamenti sul Salone del Libro (da cui Fassino è
stato assolto ndr.) «fatte – scriveva il corvo – solo per
delegittimare Fassino e i suoi amici di Crt per poi far posto agli
amici degli amici». Falso.
Come ancora false erano altre accuse messe nero su bianco e
veicolate anche ad alcune testate giornalistiche sulle inchieste
svolte dal pm Colace sul conto dell'imprenditore dello spettacolo
Giulio Muttoni «che – corvo dixit - servivano solo a gestire le
informazioni con i vari amici che avevano interesse a distruggere i
concorrenti per accaparrarsi i lavori e toglierli dal mercato».
L'ufficiale Isacchini avrebbe – secondo gli autori dei falsi dossier
– ottenuto l'assunzione di una parente in un'azienda del settore
sanitario e anche il luogotenente Carboni avrebbe ottenuto qualcosa.
Pure questo, secondo Milano, falso.
Nei documenti si fa riferimento a presunte (non veritiere, come
tutto il resto secondo gli inquirenti) presunte responsabilità del
sottoufficiale in un misterioso furto di un hard disk avvenuto
nell'ex carcere di Torino "Le Nuove" nel 2017. Non mancano i
riferimenti al dottor Andrea Padalino (in veste di potenziale
testimone) su una rilettura di una "guerra" tra carabinieri che si
sarebbe consumata all'interno della procura della Repubblica durante
la reggenza di Armando Spataro. Insomma: chi più ne ha, più ne
metta. Ora il tema non è solo l'attribuzione di condotte (false) che
pure ha creato nel palazzo un ambiente di tensione. Il tema forse
più inquietante è che in questi atti – per i pm milanesi – ci
fossero documenti secretati, legati a indagini in corso. E quindi,
come gli stessi magistrati annotano, gli ignoti concorrenti nel
reato di Carella debbano essere per forza «pubblici ufficiali e/o
incaricati di pubblico servizio». —
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Achille Serra
I reati
"
Il primo ad affacciarsi alla porta di casa di Achille Serra è
un barboncino marrone vivacissimo. Si chiama Pedro. «Da giovane ero
un casinista come lui», dice a La Stampa il suo padrone, l'ex
«poliziotto senza pistola», chiamato così già negli anni '70 prima
di diventare questore, prefetto e vicecapo della polizia. «Sono
cresciuto a Roma, nel quartiere di San Giovanni - spiega Serra -.
Litigavo con tutti, ero un piccolo boss. Un giorno rubai persino una
campana in una chiesa sconsacrata».
Uno così non sembrerebbe destinato a lavorare in polizia.
«E infatti volevo fare l'avvocato. Mentre preparavo il concorso -
era il '68 - uscì quello di commissario. Lo superai, andai al
ministero, mi chiesero: "Preferenze?". Risposi: "Milano". Era
costosa, fredda, violenta: nessuno voleva andarci. E infatti mi ci
spedirono di corsa».
Poche settimane e se ne voleva già andare.
«Mi misero a smistare carte in un piccolo commissariato. Andai dal
questore e dissi: "Se è così, torno a Roma e faccio l'avvocato". Lo
stesso giorno fui trasferito alle Volanti: in pochissimo tempo capii
che quel mestiere l'avrei fatto per sempre».
Il primo funzionario che affiancò a Milano fu Luigi Calabresi.
«Un uomo eccezionale, che non avrebbe fatto male a una mosca. Dopo
la morte di Pinelli, per la quale non ebbe alcuna responsabilità,
venne ucciso ogni giorno nei cortei e sui giornali. Gli chiesi:
"Perché non te ne vai?". Mi rispose: "Tu te ne andresti?". Per anni
odiai il governo (il primo di Andreotti, ndr) perché non lo trasferì
d'ufficio e non gli diede la scorta».
Che ricordo ha delle proteste studentesche di quegli anni?
«I tram rovesciati, le molotov, le macchine bruciate. Poi,
puntualmente, alle otto di sera, prima del quiz in tv, finiva tutto:
i manifestanti erano perlopiù figli di papà».
Nella sua autobiografia ha raccontato che salvò la pelle a Mario
Capanna.
«Durante i funerali di Antonio Annarumma, l'agente rimasto ucciso
negli scontri del novembre '69, Capanna lanciò un drappo rosso sul
feretro. La folla gli si riversò addosso. Insieme a Calabresi lo
prendemmo di peso e ci serrammo in una farmacia, salvandolo dal
linciaggio».
Il leader del '68 le avrebbe presto restituito il favore.
«A un altro funerale, di Giangiacomo Feltrinelli. Mi ero intrufolato
tra estremisti. Capanna mi scorse, ci fissammo a lungo. Se avesse
alzato un solo dito, in centinaia mi sarebbero saltati addosso.
Capii che dovevo andarmene».
Fu il primo a raggiungere Piazza Fontana dopo la strage del '69.
«Ero in questura quando arrivò una chiamata al 113. "Sarà esplosa
una caldaia", dicevano, così mandarono il più giovane. Appena
entrai, vidi un uomo tagliato in due. E poi le urla dei feriti, la
puzza di bruciato. Milano non aveva mai vissuto una pagina così».
Tre anni dopo arrestò Renato Vallanzasca.
«Facemmo irruzione nel suo appartamento grazie a una soffiata, ma
non avevamo prove. Renato si sfilò l'orologio e mi disse: "Vale tre
anni di stipendio, se riesci a incastrarmi è tuo". Le prove le
trovammo nel cestino: centinaia di pezzetti di carta che,
ricomposti, riportavano gli importi esatti del colpo. Gli restituii
l'orologio e lo accompagnai in galera».
A Milano si sparava tanto: in media c'erano 150 omicidi l'anno. E a
un certo punto iniziarono pure i rapimenti.
«Cominciammo a indagare come se fossero crimini comuni. Poi creammo
un vero e proprio pool. L'exploit fu nel '78, col sequestro di Carlo
Lavezzari: riuscimmo a catturare il telefonista mentre chiedeva il
riscatto. Disattivammo metà delle cabine telefoniche e disponemmo
gli agenti in modo che ce ne fosse uno a non più di trenta secondi
da quelle funzionanti».
Una delle confessioni più incredibili che raccolse non fu però
legata alla mala.
«Era il '71, stavo finendo il turno quando si presentò una maestra
delle elementari. Esile, composta, appoggiò la borsetta sulla
scrivania e tirò fuori un pene grondante di sangue. Aveva evirato
l'amante. Corremmo nell'abitazione e riuscimmo a salvarlo».
Ha guidato il Servizio centrale operativo, poi è tornato a Milano da
questore nel '93: fu allora che conobbe Berlusconi?
«Lo incontrai a un Milan-Roma, subito dopo mi invitò a cena con
Fabio Capello. A fine pasto, disse: "Se divento presidente del
Consiglio, la nomino capo della polizia"».
Divenne invece "solo" vicecapo vicario.
«Fu Oscar Luigi Scalfaro a opporsi: odiava così tanto Berlusconi da
contestargli ogni nomina. Finii in quello scontro e ne pagai lo
scotto anche dopo».
Il governo cadde, arrivò Dini e le chiesero di andare a Palermo.
«La città era in preda alla disperazione. In piena emergenza misero
20 agenti a piantonare l'albero di Falcone. Volevo toglierli. "E se
lo fanno saltare?", mi chiesero. "Lo ripiantiamo. Ma intanto usiamo
quegli uomini contro la criminalità". Non ci riuscii. Il procuratore
Caselli voleva la scorta per tutti i suoi sostituti. Erano 46. Gli
dissi: "Impossibile, servirebbero 2000 uomini". L'indomani andò da
Scalfaro, ne ottenne 2200. Fui costretto a usarli così».
Fu in quei mesi che decise di candidarsi con Forza Italia. Ma durò
poco: dopo due anni si dimise.
«Di solito, in questi casi, i funzionari li mettono in ghiacciaia.
Ma Giorgio Napolitano, allora ministro dell'Interno, mi rassicurò:
"La facciamo ricominciare da Firenze o Bologna"».
Si ritrovò invece ad Ancona.
«Anche lì per scelta di Scalfaro. Quando andai a ringraziarlo per
cortesia istituzionale, mi gelò: "Non c'è di che, lei adesso starà
quei 4-5 anni ad Ancona…"».
Lo prese come un avvertimento?
«Lo era. Quando uscii dal Colle mi tremavano le gambe».
Ad Ancona ci stette però solo undici mesi.
«Perché nel frattempo Scalfaro se ne andò. Ma ciò non gli impedì, da
presidente emerito, di chiamare il gabinetto della ministra
Iervolino per chiedere conto della mia nomina a prefetto di
Firenze».
Dove si ritrovò a gestire il Social forum del 2002, l'anno dopo il
G8 di Genova.
«Chiedevano di manifestare in centro senza vedere agenti. Oriana
Fallaci mi si scagliò contro: "Farà bruciare la mia città!". Ma
grazie al dialogo non ci furono scontri. Fu un successo».
Rimpiange di non essere mai diventato capo della polizia?
«No. Ci si diventa solo se si ha a lungo lavorato a Roma. E io, che
pure sono romano, nella capitale sono stato poco».
Qual è l'aspetto che è più cambiato nei suoi 40 anni di attività?
«Un tempo si indagava con intuito e determinazione, oggi ci sono più
strumenti, ma spesso sono proprio quegli strumenti a limitare
l'intuizione».
Meno furti, meno omicidi: tra ieri e oggi non c'è confronto. Perché
la percezione della sicurezza non è migliorata?
«Colpa di una malavita di strada che forse oggi è peggio di allora.
La baby gang che taglieggia il vecchietto all'ingresso di casa fa
molta più paura di una rapina in banca».
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04.02.25
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l'accusa di favoreggiamento
Una delle vittime denuncia il governo "Così mi impediscono di avere
giustizia"
Lam Magok Biel Ruei, una delle vittime di Osama Elmasry Najim,
detto Almasri, ha presentato alla Procura di Roma una denuncia per
"favoreggiamento" contro i ministri di Giustizia e Interno, Carlo
Nordio e Matteo Piantedosi, e contro la presidente del Consiglio,
Giorgia Meloni. Nella denuncia, il ragazzo, originario del Sudan e
oggi ospite a Roma di una struttura di Baobab Experience, sottolinea
che l'operato del governo ha consentito ad Almasri «di ritornare
impunemente nel suo Paese di origine, impedendo così la celebrazione
del processo a suo carico». Già il 29 gennaio scorso, Magok aveva
raccontato gli abusi subiti da Almasri in una conferenza stampa alla
Camera. «La prima volta che sono stato imprigionato in uno dei suoi
centri, mi ha picchiato con le sue mani» ha detto. « E dopo avermi
legato, ha tolto la croce che portavo al collo e ha iniziato a
colpirmi sulla testa, senza pietà». Secondo l'avvocato Francesco
Romeo, che lo assiste «la denuncia è un atto di giustizia per una
vittima di un torturatore. Ma anche per le altre persone che sono
ancora lì e che sono vittime come lui». ele.cam. —
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Accusò di revenge porn l'ex fidanzato, allora giocatore del Toro.
Ventun mesi al magistrato tifoso che aveva archiviato
Depistaggio Seck, condannato il pm Veronica: "Voleva che mi
fermassi"
elisa sola
«Non ho mai smesso di crederci. La giustizia c'è. Per questo
dobbiamo denunciare. E proteggerci. Sempre. A me dicevano di non
farlo, che con un calciatore famoso e un magistrato, nessuno avrebbe
creduto a me. Ma non era vero. Oggi sono felice. La giustizia ha
fatto il suo corso». Veronica Garbolino, 24 anni, è sveglia da pochi
minuti quando riceve la notizia che aspettava da due anni. A Los
Angeles, dove è andata a vivere in seguito alla bufera giudiziaria,
è appena sorto il sole. A Milano è pomeriggio. Il gup ha condannato
a un anno, 9 mesi e 10 giorni l'ex pm di Torino Enzo Bucarelli
(tifoso granata) imputato per frode in processo penale e depistaggio
in merito al caso Demba Seck, l'ex calciatore del Toro, indagato per
revenge porn. Seck era accusato di aver divulgato i video che filmò
di nascosto quando stava con Garbolino. Bucarelli ha chiesto e
ottenuto l'archiviazione.
Veronica, come si sente?
«Sono contenta. Quasi non ci credo. Due anni fa entravo nello studio
delle mie legali per la prima volta. Avevo appena scoperto che il
mio ex aveva girato i video dei nostri rapporti sessuali a mia
insaputa. È passato tanto tempo da quel giorno. Ci sono stati mesi
di silenzio. Non era un caso facile».
Si aspettava la condanna?
«Ho creduto nella giustizia dall'inizio. Mi dicevano che non mi
sarei dovuta esporre per evitare scandali. Ma io volevo solo
giustizia. Ci sono delle cose che mi hanno confortata. Come lo
sguardo dei due agenti della Guardia di finanza che mi hanno fatto
capire che lo Stato c'è, quando mi hanno sentita in procura».
A cosa si riferisce?
«Avevo denunciato Seck per revenge porn. Il pm titolare
dell'indagine mi aveva convocata nel suo ufficio. Mi diceva cose che
mi sembravano strane. Intendo dire, strane perché dette da un
magistrato. Diceva che non mi conveniva andare avanti. Che Seck non
aveva diffuso i video. Ma io sapevo che non era vero. I due agenti
erano nella stanza. Mi hanno guardata. Quando sono rimasta, dopo,
sola con loro, mi hanno detto: Veronica, potresti essere nostra
figlia. Vai avanti con questa storia perché c'è qualcosa che non
va».
E lei è andata avanti?
«Sì. Anche se non sono esperta, lo sentivo, da donna, che nelle
parole di quel pm c'era qualcosa di strano. Voleva convincermi a non
procedere contro il calciatore. Mi ha convinta del fatto che Seck
non avesse divulgato video. E così ho firmato una transazione
tombale. Senza sapere il vero. La posizione di Seck è stata
archiviata».
Qual è stato il momento in cui ha sofferto di più?
«Quel giorno. E quello in cui il gip ha archiviato. Ho saputo solo
dopo, che altri magistrati stavano indagando sul comportamento del
pm. Sono contenta della sentenza per questo. Ha un valore
psicologico per me. Non mi importa nulla dei soldi che il magistrato
dovrà risarcirmi».
Cosa le ha dato speranza, in questa vicenda?
«L'atteggiamento dei carabinieri di Ciriè, a cui mi sono rivolta la
prima volta per la denuncia. La forza che mi hanno dato le mie
avvocate, Alessandra Lentini e Silvia Lorenzino. Lo sguardo e le
parole di quei due finanzieri che, mentre il pm mi diceva che avrei
dovuto lasciare perdere, mi guardavano facendomi intendere che non
avrei dovuto ascoltarlo».
È stata la relazione di quei due agenti a dare la svolta
all'indagine a carico del pm...
«Sono stati coraggiosi. Si sono resi conto che stava accadendo
qualcosa di sbagliato. È grazie a loro, anche, che credo nello
Stato. E che sento, oggi, il senso della giustizia. Rifarei tutto.
Bisogna denunciare. Tutte dobbiamo farlo. Non siamo noi a doverci
vergognare, ma chi commette abusi». —
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Controlli in ogni ospedale, verso lo stop dove le liste di attesa
sforano. Parco della Salute: una torre pediatrica per accorpare
Regina e Sant'Anna
La stretta della Regione sulle visite private
alessandro mondo
Prestazioni private negli ospedali, da fine mese scatteranno i
controlli in tutte le Asl e gli ospedali del Piemonte, uno per uno:
la possibilità di uno stop pro tempore alle attività in intramoenia,
nelle specialità dove le liste di attesa sforano i parametri, è più
di una possibilità.
Parliamo dell'applicazione su scala regionale della misura che il
nuovo commissario della Città della Salute, Thomas Schael, si
propone di disporre nell'azienda di corso Bramante. E non perchè la
Regione intenda copiarlo, ma perchè, spiegano dal Grattacielo
Piemonte, il recente decreto del ministro della Sanità Schillaci per
governare le liste di attesa dettaglia in modo puntuale come
intervenire, e permette nuovi margini di manovra. Da fine febbraio,
quindi, una task force della direzione regionale e della neonata
Unità di gestione delle liste di attesa si recherà in ogni Asl e
ospedale per verificare sul campo l'attività privata (la rilevazione
da remoto è già in corso) in rapporto ai tempi delle prestazioni
pubbliche. Nei casi di specialità con tempi fuori range, i medici
saranno invitati a compensare, diminuendo le prime a favore delle
seconde. Se la "moral suasion" non sarà possibile, o se i risultati
non saranno quelli attesi, si applicherà in concorso con i direttori
generali delel aziende l'articolo 4 del decreto-Schillaci: "Presso
ogni azienda sarà assicurato il corretto ed equilibrato rapporto tra
attività istituzionale e attività libero professionale, con il
divieto che la seconda possa comportare per ciascun dipendente un
volume di prestazioni superiore a quello assicurato per i compiti
istituzionali. A tal fine l'attività libero professionale è soggetta
a verifica, con la conseguente applicazione di misure, consistenti
anche nella sospensione del diritto alla attività stessa».
Sempre in tema sanitario, ma alla voce "edilizia ospedaliera",
continua il sempiterno dibattito sull'assetto del nuovo Parco della
Salute. Nella quarta commissione del Consiglio regionale l'assessore
Federico Riboldi ha prospettato, per ora in forma ipotetica, il
rientro degli ospedali Regina Margherita e Sant'Anna nel costituendo
polo sanitario ma con lo status di aziende autonome. Come?
Acquistando il terreno delle Ferrovie, attiguo a quello su cui
sorgerà il Parco, per ospitarvi una torre pediatrica di 350 posti
letto collegata al futuro ospedale da un percorso sotterraneo e
finanziata con 200 milioni di fondi Inail. La stessa torre
prospettata illo tempore da Luigi Icardi, il predecessore di Riboldi.
Perplessi, per usare un eufemismo, i partiti di opposizione. «A
parte il fatto che Inail non può essere la bacchetta magica per
finanziare di tutto e di più, accorpare Regina e Sant'Anna equivale
a disinvestire sulla salute della donna, sulla prevenzione e sulla
cura ginecologica, ma anche sulla neonatologia - obiettano Pentenero,
Valle, Canalis e Conticelli -. Significherebbe riportare queste
aziende all'indietro, al materno infantile, rispetto ai progressi
nella prevenzione e nel trattamento di malattie ginecologiche. Si
indebolirà anche l'ostetricia». «A questo punto non vediamo
soluzione alternativa a quella di realizzare il nuovo Regina in una
zona adiacente al Parco», commentano per il M5s Disabato, Unia e
Coluccio. «Come è possibile avere le idee così confuse su opere che
costano centinaia di milioni e da cui dipende il diritto alla salute
per donne e bambini?», protestano per Avs Ravinale e Cera.
Ad oggi la sola certezza è che da parte del ministero non è ancora
arrivato il via libera all'utilizzo degli 84,4 milioni aggiuntivi
necessari per compensare l'aumento delle materie prime e costruire
il Parco della Salute, in assenza dei quali il commissario Marco
Corsini non può chiudere il contratto con l'impresa aggiudicataria.
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L'ex assessore regionale di Forza Italia colpevole in primo e
secondo grado Per gli ermellini il processo d'Appello è da rifare.
Assolto il manager Burlò
Politica e 'ndrangheta la Cassazione annulla la condanna di Rosso
giuseppe legato
Colpo di scena in Cassazione al processo che vedeva imputati l'ex
assessore regionale di centrodestra Roberto Rosso, accusato –
insieme a due presunti faccendieri che rispondono dello stesso reato
in concorso – di voto di scambio politico mafioso in relazione alle
elezioni regionali del 2019.
Annullata con rinvio a un nuovo processo d'Appello la condanna (in
realtà una doppia conforme) che era maturata a Torino in primo e
secondo grado: 4 anni e 4 mesi. Annullata senza rinvio – quindi nei
fatti un'assoluzione definitiva – per l'imprenditore Mario Burlò e
per l'agente immobiliare di Nichelino Ivan Corvino (avvocato Saverio
Ventura). In attesa delle motivazioni che saranno depositate entro
90 giorni si può immaginare – con il beneficio della prudenza – che
essendo state annullate (sempre con rinvio) tutte e tre le posizioni
che coinvolgevano Rosso e i suoi presunti complici, la Cassazione
abbia immaginato un vizio di motivazione a proposito della
consapevolezza di Rosso che i due signori Onofrio Garcea e Francesco
Viterbo che pagò in cambio di appoggio elettorale, fossero dei
mafiosi. E cioè che abbia condiviso quello che in due gradi di
giudizio era stato il focus del difensore del politico, l'avvocato
Giorgio Piazzese (Rosso è stato difeso in Cassazione dal professor
Franco Coppi).
Come – per onor di cronaca va detto – che gli stessi Garcea e
Viterbo sono già stati condannati in via definitiva (con altro rito)
per voto di scambio in relazione allo stesso episodio.
Giurisprudenze divergenti.
«Posso essere stato superficiale e imprudente, ma di una cosa sono
certo: non ho mai raggiunto accordi con la ‘ndrangheta né comprato
voti. La ndrangheta è una terribile piaga del nostro paese e tale la
considero» ha sempre detto Rosso che a – suo dire – si sarebbe
fidato delle persone sbagliate: «Un ex carabiniere, oggi nei servizi
segreti, marito di una mia collaboratrice non mi ha detto nulla. A
lui ho consegnato i 5000 euro dicendogli di farne ciò che meglio
intendeva. Da anni mi aiutavano nelle campagne elettorali. non
potevo immaginare che quei due (Garcea e Viterbo) fossero
criminali».
Burlò, imprenditore nel mondo dell'outsourcing, a capo di una fitta
rete di realtà imprenditoriali, difeso in primo grado dai legali
Domenico Peila e Maurizio Basile, commenta l'esito del processo: «Ci
ho sempre creduto. Nei tre gradi di giudizio e, nonostante due
condanne in primo e secondo grado, finalmente ho ricevuto giustizia.
Questi anni di immensa sofferenza per me e per la mia famiglia non
me li restituisce nessuno, ma sono sereno, perché da oggi per me
ricomincia la vita». L'inchiesta su Rosso e Burlò aveva messo nel
mirino la ‘ndrina Bonavota radicata a Carmagnola e nella cintura sud
I Torino con proiezioni anche a Moncalieri. Diverse condanne sono
fioccate per i leader delle famiglie mafiose inquisite dai pm Paolo
Toso e Monica Abbatecola. Rosso era stato arrestato all'alba del 20
dicembre 2019 dagli investigatori del Gico della guardia di Finanza.
Avrebbe pagato 7900 euro a due boss della ‘ndrangheta in cambio di
sostegno elettorale. Ora dovrà tornare in corte d' Appello per un
nuovo processo.
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03.02.25
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Avrà il controllo di ogni spesa compreso il programma Medicare di
contrasto alla povertà
Il dipartimento del magnate di Starlink mette le mani sulle agenzie
federali Usa
Alberto Simoni
corrispondente da Washington
Il controllo di Musk, tramite Doge (Dipartimento per l'Efficienza
governativa), penetra nel cuore delle agenzie federali e afferra i
cordoni della borsa. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent
confermato dal Senato in questa posizione nei giorni scorsi, ha
autorizzato alcuni collaboratori del team di Musk, guidati da Tom
Krause manager di Silicon Valley vicino al patron di Tesla, ad
accedere al sistema di pagamento del Dipartimento.
La decisione ha messo la parola fine a un braccio di ferro costato
il posto a David Lebryk, funzionario del Tesoro e che sino alla
ratifica di Bessent ha svolto l'incarico di ministro ad interim.
Lebryk, infatti, aveva resistito alle pressioni degli uomini di Musk
per avere accesso al sistema contabile. Donald Trump l'ha dapprima
messo in aspettativa pagata e venerdì Lebryk ha rassegnato le
dimissioni inviando una lettera ai colleghi spiegando le ragioni
della sua fuoriuscita.
Il funzionario difendeva una regola e una consuetudine nel governo
Usa che prevede che solo poche persone, dirigenti di carriera,
possano avere accesso al sistema che gestisce i pagamenti
dell'apparato federale proprio per evitare che questi possano essere
sospesi, discussi, contestati da scelte politiche.
Musk e il suo Doge godono però di spazi di azione inusuali e
dell'appoggio di Trump che attorno alla riduzione degli sprechi e
delle spese ha costruito parte della campagna elettorale e ora vuole
snellire la burocrazia di Washington.
Il Tesoro gestisce quasi 6mila miliardi di dollari di esborsi. Da
qui passano oltre che gli stipendi dei dipendenti federali anche
sussidi e i fondi dei programmi sociali e di contrasto alla povertà
come Medicare e Medicaid, oppure i rimborsi fiscali, i pagamenti dei
contractors e le concessioni di sovvenzioni fra una miriade di altre
funzioni. Un vero e proprio archivio che riassume le spese del
governo federale. Sono soldi già autorizzati dal Congresso e quindi
un eventuale blocco – di qualsiasi programma – avrebbe risvolti
legali.
Secondo quanto rivela il New York Times, che per primo ha scritto
del blitz degli uomini di Musk, al momento non ci sono state
conseguenze. Nessun pagamento è stato bloccato o sospeso. Agli
operativi del Doge, infatti, mancano ancora le competenze.
Sabato Musk aveva pubblicato un post su X nel quale criticava alcuni
programmi federali. L'accesso al sistema consentirà ai consulenti
del Doge di monitorare il flusso delle uscite e soprattutto a
individuare, come da piani di Musk, "esborsi impropri e truffe ai
danni del governo Usa".
La vicenda del Tesoro è emblematica di come il Doge abbia esteso i
tentacoli in ogni agenzia governativa e creato tensioni con i
funzionari. La CNN ha rivelato che due alti dirigenti dell'Agenzia
Usa per gli aiuti internazionali (Usaid) sono stati messi in
aspettativa retribuita sabato dopo essersi rifiutati di consentire
agli "inviati" di Musk di accedere al sistema informatico degli
uffici. L'opposizione non è cessata nemmeno quando i delegati del
Doge hanno minacciato di chiamare la polizia. —
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Federico Riboldi
l'intervista
"Con tempi d 'attesa intollerabili stop all'attività privata in
ospedale"
alessandro mondo
Assumere nuovo personale sanitario. Arginare la fuoriuscita di
quello in servizio. Ridurre le liste di attesa, garantendo visite ed
esami in linea con i parametri ministeriali. Federico Riboldi,
assessore regionale della Sanità, ha appena partecipato al congresso
di Nursind Piemonte, sindacato degli infermieri.
Partiamo dagli infermieri: per Ordine e sindacati in Piemonte ne
mancano circa 6 mila. Come procederà?
«Stiamo assumendo, sfruttando tutte le graduatorie aperte: vale per
gli infermieri come per i medici, nel secondo caso è anche più
difficile».
Ma come si fa se si formano 400 infermieri l'anno a fronte di 500
che nello stesso periodo vanno in pensione?
«Non a caso, cerchiamo risorse interne ed esterne. Il reclutamento
di personale dall'estero non è solo un annuncio, lavoriamo per
stipulare protocolli con gli Atenei finalizzati al riconoscimento
dei titoli di studio di chi arriva da altri Paesi».
Intanto molti di quelli in servizio lasciano.
«È una emergenza che va affrontata con risposte diverse, in concorso
con i sindacati: dalla remunerazione alla sicurezza, alla
conciliazione dei tempi casa-lavoro, soprattutto per le donne. In
questa ottica rientra il progetto degli asilo nido aziendali in
prossimità delle strutture in cui lavorano: come quello già
realizzato a Omegna» .
Liste di attesa, per una lunga serie di prestazioni la risposta
resta insufficiente. Il nuovo commissario della Città della Salute
vuole bloccare l'attività privata negli ospedali aziendali. Caso
isolato o modello da estendere?
«Una premessa. Negli ultimi 15 anni, il 10% dei piemontesi hanno
dovuto rinunciare alle cure. I soggetti più fragili: mamme sole,
anziani con pensione minima, abitanti dei quartieri a minor
inclusività sociale. Riportarli nell'alveo della sanità pubblica,
che per noi è l'unico modello possibile, è la nostra priorità».
Come?
«Unendo la comunità sanitaria: operatori sociosanitari, infermieri,
medici, amministrativi degli ospedali delle Asl. Ciascuno deve
sentirsi parte di questo grande obiettivo».
Quindi?
«In luoghi dove il distacco tra le esigenze e l'operatività
raggiungono limiti non tollerabili, è giusto intervenire anche con
misure innovative. Compreso il blocco transitorio dell'attività
privata negli ospedali».
I conti, altra nota dolente. A proposito: vogliamo sciogliere il
mistero dei bilanci 2024 delle Asl?
«In attesa di quelli definitivi, saranno chiusi a fine aprile, siamo
a meno 314 milioni di euro, molto al di sotto della soglia del piano
di rientro. La Città della Salute di Torino e l'azienda ospedaliera
di Cuneo, per esempio, oggi chiudono a meno 41 e a meno 8 milioni:
sono in atto dei correttivi, entrambe hanno già un ripiano perdita,
ex ante, di 139 e 23 milioni".
Intanto in Consiglio si consuma lo scontro con i partiti di
opposizione sul bilancio previsionale 2025: la accusano di tagliare
di tutto e di più. È vero?
«Nessun taglio. I progetti per il contrasto al gioco d'azzardo
patologico, sui disturbi alimentari, per il supporto psicologico
nelle scuole, gli interventi sulla salute mentale, sulle malattie
rare, sullo screening neonatale, sono tutti confermati, con fondi
nazionali e regionali. Idem per le malattie rare, la fibromialgia
gli screening natali e neonatali. Sono progetti avviati da tempo,
che continueranno anche nel 2025 e nei prossimi anni. E per ridurre
le liste di attesa passiamo da 25 a 37 milioni. Affermare il
contrario significa creare allarmismo e preoccupazioni infondate».
Conferma le prestazioni in orario extraconvenzionale?
«Sì, lanceremo un piano straordinario per estendere il servizio
anche di sera e nei giorni festivi, venendo incontro alle esigenze
delle persone che lavorano. Chiediamo la collaborazione di tutto il
personale sanitario, che ringrazio ogni giorno per la dedizione e
l'impegno»".
Nuovi ospedali?
«Il percorso è avviato, va monitorato con grande attenzione.
Parliamo di un piano del valore di 4,5 miliardi. Procediamo spediti
anche sul fronte dei fondi Pnrr, con la realizzazione degli Ospedali
di Comunità, delle Case di Comunità e delle Centrali operative
territoriali. Con buona pace delle opposizioni, in Piemonte non si
era mai visto nulla del genere ».
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02.02.25
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Sul tavolo di Xi le possibili risposte: anche una stretta sulle
terre rare necessarie alla tecnologia
Svalutazione e vendita di buoni Usa Pechino prepara la
controffensiva
Lorenzo Lamperti
Taipei
L'improbabile luna di miele è già finita, ma è ancora presto per
parlare di divorzio. Donald Trump ha annunciato il 10% di dazi
aggiuntivi sulle importazioni dalla Cina, motivati col flusso dei
precursori chimici per la produzione del Fentanyl. Pechino sfoglia
l'arsenale delle possibili ritorsioni, che appare più affilato
rispetto al primo mandato di Trump. Nei prossimi giorni, in arrivo
dure reazioni soprattutto a livello retorico. «Non ci sono vincitori
in una guerra commerciale», è la frase più ricorrente tra diplomazia
e media, accompagnata da impegni a favore del libero commercio e
contro il protezionismo. Nel concreto, la risposta sarà multiforme e
modulata a seconda delle possibilità di dialogo intraviste con la
Casa Bianca, con Trump che ha annunciato di voler visitare Pechino
entro i primi cento giorni di mandato. La certezza è che la postura
negoziale mantenuta nel 2018 e 2019 sarà accompagnata da una pratica
più assertiva, soprattutto se il potenziale summit tra leader non
dovesse produrre accordi. Il governo cinese sa che i dazi al 10%
sono solo un primo passo. In caso di scontro, Trump ha già
minacciato tariffe al 60%, o addirittura fino al 100%, qualora i
Brics procedessero nella costruzione di una moneta alternativa al
dollaro. Tra gli strumenti a disposizione di Pechino per avviare
ritorsioni c'è la svalutazione dello yuan. Un renminbi più economico
renderebbe le esportazioni cinesi meno costose per gli acquirenti
d'oltreoceano, mitigando l'impatto delle tariffe su un'economia
ancora molto dipendente dall'export, come segnala il surplus da
quasi 105 miliardi di dollari registrato a dicembre: un record. C'è
anche chi ipotizza la vendita in massa dei titoli del Tesoro
americano. A fine 2024 la Cina ne deteneva 768 miliardi, in leggero
aumento rispetto a ottobre ma all'interno di un calo costante,
accentuato rapidamente dall'autunno 2021. Pechino resta comunque il
secondo maggior detentore di bond Usa dopo il Giappone.
Rispetto al passato, Xi Jinping pare anche più disposto a utilizzare
la leva delle risorse minerarie. «Il Medio Oriente ha il petrolio,
noi abbiamo le terre rare», disse un tempo l'ex presidente Deng
Xiaoping. Oggi la Cina domina estrazione, raffinazione ed
esportazione di molti metalli critici per l'industria elettronica,
il green tech e il settore della difesa. Dallo scorso 1° ottobre
sono entrate in vigore una serie di norme che legano
indissolubilmente terre rare e materiali strategici alla sicurezza
nazionale, con una supervisione diretta dello Stato. Il 1° dicembre
sono stati inaspriti i controlli sulle esportazioni di materie prime
come tungsteno, magnesio e grafite, utili alla produzione delle
batterie per i veicoli elettrici. Precedentemente era stato fatto lo
stesso per l'antimonio, ampiamente utilizzato per le munizioni
militari, ma anche per gallio e germanio, fondamentali per la
produzione di chip.
L'entità della possibile stretta sarà modulata dall'entità delle
tariffe di Trump. I recenti successi di Huawei e DeepSeek su chip e
intelligenza artificiale danno alla Cina la speranza di poter
attutire l'effetto di nuove sanzioni e restrizioni sulle catene di
approvvigionamento. Fu proprio la guerra commerciale del primo
mandato di Trump a convincere Xi ad accelerare il perseguimento
dell'autosufficienza tecnologica, insieme al riorientamento
dell'export verso i paesi del cosiddetto Sud globale. Il tutto
sostituendo la manifattura semplice con le «nuove forze produttive»
come auto a nuova energia, pannelli solari e turbine eoliche.
Processi avviati, ma non completati. Per di più, in un contesto
interno di rallentamento della crescita e una sfiducia diffusa che
congela i consumi. Per questo, si mira a un qualche tipo di accordo,
contando sull'animo negoziale di Trump e magari su Elon Musk, che in
Cina ha enormi interessi con Tesla. Nel frattempo, Pechino si
prepara a una guerra che spera ancora di non dover combattere. —
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ritorsione sugli investigatori dell'assalto a capitol hill
Licenziati agenti e dipendenti dell'Fbi avevano indagato sul
presidente Usa
corrispondente di Washington
Una lettera di licenziamento è stata recapitata a sei alti
funzionari dell'Fbi e ad altre figure chiave del Bureau negli uffici
di tutta America. È la modalità con cui prende forma la ritorsione
di Donald Trump nei confronti di coloro che hanno partecipato – a
diverso livello – a inchieste e operazioni contro di lui e hanno
indagato sugli assalitori di Capitol Hill del 6 gennaio del 2021.
La lettera chiede la rimozione proprio in base al ruolo che questi
funzionari hanno avuto nelle indagini sull'insurrezione al Congresso
di quattro anni fa definite, le indagini, «una grave ingiustizia
nazionale perpetrata ai danni del popolo americano negli ultimi
quattro anni». A fianco a queste lettere di licenziamento è stato
inviato anche un memo a tutti i dipendenti dell'Fbi e a Brian
Driscoll Jr, che è il capo ad interim dell'Fbi in attesa della
ratifica della nomina di Kash Patel, nel quale si chiede di fornire
al vice procuratore generale degli Usa, Emil Bove, la lista di tutti
i dipendenti che hanno lavorato al "caso 6 gennaio" con l'obiettivo
«valutare se devono essere presi provvedimenti». Lo stesso Driscoll
ha ammesso di essere in quella lista. La decisione dell'Fbi arriva
mentre Patel, esponente Maga, è sottoposto allo scrutinio del
Senato. Il voto per la sua ratifica dovrebbe avvenire la prossima
settimana. Patel ha detto giovedì alla Commissione Giustizia che
«tutti i dipendenti dell'Fbi devono essere tutelati contro
ritorsioni politiche». Agenti speciali dell'Fbi dell'ufficio di
Washington sono stati coinvolti nelle indagini che il procuratore
speciale Jack Smith ha condotto nei confronti di Trump in due casi:
la sottrazione dei documenti classificati dalla Casa Bianca e
portati a Mar-a-Lago; e l'accusa di sovversione legata all'assalto
di Capitol Hill. Il team di Smith è stato smantellato e lo stesso
procuratore ha lasciato l'Fbi dopo la vittoria di Trump.
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"Inventai il manuale quasi per ridere Andreotti mi salvò dal
servizio militare"
Massimiliano Cencelli
Quando, più di mezzo secolo fa, Massimiliano Cencelli ideò il
meccanismo di spartizione degli incarichi di governo in base al peso
elettorale, pensava quasi a «una cosa per ridere». Venne invece
fuori il manuale più noto della politica italiana, così tanto citato
da diventare persino una voce del dizionario Treccani. «Era il 1967
- spiega oggi, a ottantotto anni, dal telefono della sua casa romana
- Al congresso della Dc, il futuro ministro Adolfo Sarti, di cui ero
collaboratore, aveva fondato con Paolo Emilio Taviani e Francesco
Cossiga una nuova corrente: "i pontieri". In vista del nuovo
governo, dissi: "Abbiamo ottenuto il 12%, dobbiamo avere un numero
equivalente di incarichi, come nel cda di una società per azioni"».
Come reagirono?
«Mi dissero: "Lavoraci su". Classificai così gli incarichi di
governo a seconda dell'importanza, attribuendo a ognuno un
coefficiente e dividendo tutto per il peso delle correnti della
Democrazia cristiana. Funzionò. Taviani mantenne il ministero
dell'Interno, mentre Cossiga e Sarti furono confermati come
sottosegretari».
Era un calcolo confidenziale che presto, però, sarebbe diventato
pubblico.
«Durante le crisi di governo, Sarti, che amava scherzare, per
schermirsi dalle domande dei giornalisti che lo assediavano per
conoscere i nomi degli incaricati, diceva sempre: "Chiedete a
Cencelli"».
E lei rispose. Nacque così il manuale che, anni dopo, finì davvero
per essere pubblicato. Andreotti lo definì «uno dei libri da
dimenticare, purché lo dimentichino tutti». Si offese?
«Nient'affatto. Andreotti è stato un grand'uomo a cui sono rimasto
affezionato: non m'ha fatto fare il servizio militare. Ogni anno, da
quando è morto, gli porto una rosa al cimitero».
Ma quel metodo ha sempre funzionato, anche con Andreotti?
«Regolarmente. Era proprio preciso, puntuale».
Cossiga non sembrava d'accordo. Durante una consultazione in cui si
decidevano i sottosegretari, disse che «le stanze grondavano
sangue».
«Di battute se ne facevano, e Cossiga ne faceva più di altri perché
era colto e spiritoso. La lotta di potere era viva, ma sempre in un
clima di civiltà e gentilezza».
Il «Cencelli» arrivò anche nella Seconda Repubblica: pure Berlusconi
si congratulò con lei.
«Lo incontrai quando era presidente del Consiglio. Si avvicinò
dicendomi: "Suo padre è stato davvero eccezionale!". Fu Gianni Letta
a fargli notare che mio padre non c'entrava nulla: quel manuale, in
realtà, era roba mia».
Lei è sempre stato democristiano?
«Sempre. A diciassette anni, frequentavo, qui a Roma, la sezione
della Dc di Borgo-Cavalleggeri, di cui mio zio era segretario. Un
giorno entrò Alcide De Gasperi. Scoprì che ero minorenne e che
perciò non potevo ancora iscrivermi. Chiese così una nuova tessera e
scrisse di suo pugno: "Socio aggiunto". Da allora non ho più
smesso».
De Gasperi era suo vicino di casa.
«Sì, una mattina lo incrociai a piedi: portava a risuolare le scarpe
della figlia. Si immagini oggi un presidente del Consiglio che porta
a riparare le scarpe dei propri familiari!».
Per anni, lei ha vissuto a Città del Vaticano.
«Il nonno materno era di Carpineto Romano. Da giovane raggiunse Roma
a piedi, iniziò a interessarsi di illuminazione, studiò e ristudiò
fino a quando non si occupò dell'elettrificazione della Basilica di
San Pietro. Quando il papa, Leone XIII, vide il risultato, chiese:
"Ma chi ha fatto 'sto miracolo?". E il nonno si trovò così a
lavorare nella società elettrica vaticana».
Suo padre Armando, invece, fu l'autista di un altro papa, Pio XII.
«Quando la mattina andava a prenderlo, il pontefice gli chiedeva
sempre: "Hai dato il maritozzo a Massimiliano?". Mio padre,
immancabilmente, rispondeva: "Sì". E lui: "Bene, allora possiamo
andare". Il Vaticano di allora era una famiglia, come la Dc».
Ha nostalgia della Prima Repubblica?
«Certo. Una volta, i partiti erano comunità. C'erano le poltrone, ma
c'erano anche la gavetta, i dibattiti, il volontariato. E,
soprattutto, c'era una classe dirigente».
E adesso?
«Adesso, niente. Adesso, caro amico, non è rimasto più niente».
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Pfas nelle acque della Valsusa "Il Cnr faccia ricerca"
francesco falcone
Alla luce delle analisi che hanno più volte evidenziato la presenza
dei Pfas (perfluoroalchilici) nelle sorgenti idriche di diversi
Comuni della Val di Susa, da mesi desta apprensione l'inquinamento
delle acque di Valle da parte di queste sostanze impiegate in molte
produzioni industriali, benché potenzialmente nocive per l'uomo. E
anche in seguito agli incontri tra sindaci, Unioni montane, Asl e
Smat per sollecitare l'attenzione degli enti preposti sul tema, la
preoccupazione di parecchi cittadini non è venuta meno.
I primi allarmi sui Pfas in Valle risalgono alla fine del 2023.
Quando le analisi periodicamente condotte dalla Società
metropolitana delle acque ne hanno evidenziato la presenza, a
macchia di leopardo, da Villar Dora e Caselette a Oulx e
Bardonecchia, passando per Gravere, Chiomonte e Bussoleno.
Fortunatamente, a livelli inferiori alle soglie di riferimento per
il consumo potabile. E mai nel bacino della diga di Rochemolles, che
da anni (attraverso l'acquedotto di Valle) fornisce l'acqua che esce
dai rubinetti delle abitazioni di buona parte dei valsusini.
Nonostante le rassicurazioni fornite da Smat e Regione in più
occasioni, le Unioni dei Comuni e il Comitato popolare acqua sicura
invocano ulteriori verifiche sulla presenza in Valle dei Pfas, che
in alcune varianti (quali i Pfoa) sono potenzialmente cancerogeni.
Una decina di giorni fa, analisi indipendenti di Greenpeace hanno,
peraltro, nuovamente riportato l'attenzione sul tema, con l'annuncio
che tra centinaia di cittadine d'Italia prese a campione
dall'associazione ambientalista (e risultate accomunate dal
problema) proprio in Valle sono emersi alcuni valori particolarmente
elevati, seppur entro i limiti di legge.
«L'acqua del Torinese è sicura» ribadisce Smat. Utilitalia, la
federazione che associa le maggiori imprese italiane dei servizi
idrici, all'indomani delle analisi di Greenpeace riguardanti in
particolare Bussoleno ha sottolineato come «la qualità dell'acqua
del rubinetto in Italia sia tra le migliori d'Europa».
Rassicurazioni, tuttavia, insufficienti per il Comitato acqua sicura
valsusino, che sollecita da tempo «azioni concrete» per individuare
le cause di questo inquinamento.
Anche per i sindaci è tempo di fare chiarezza. Le Unioni montane
hanno stretto i tempi per affidare a studiosi del Cnr di
riconosciuta esperienza nel settore studi indipendenti sui Pfas in
Val Susa. Un atto che, alla vigilia dell'assemblea pubblica di
venerdì 6 febbraio a Bussoleno (sala consiliare ore 20,45), «il
Comitato accoglie come segnale positivo: ben vengano i passaggi
avviati dall'Unione per definire la collaborazione con il Cnr-Irsa
su analisi ambientali e studi per comprendere come il Pfoa finisca
nelle acque della Valle».
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01.02.25
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L'intervista
Gian Carlo Perego
"Un dispendio di denaro pubblico che potevano usare per accogliere"
Eleonora Camilli
roma
Monsignor Perego, presidente della Fondazione Migrantes e della
commissione migrazioni della Cei, come giudica il progetto Albania
alla luce della terza mancata convalida dei trattenimenti da parte
dei giudici?
«I giudici delle Corti d'appello hanno confermato quanto fatto dai
giudici delle sezioni specializzate, che avevano quindi agito
secondo legge e non in maniera ideologica. In generale, siamo di
fronte a un'operazione costosissima, con un grande dispendio di
denaro pubblico, quasi un miliardo, che poteva essere usato per
migliorare l'accoglienza e l'integrazione dei richiedenti asilo in
Italia. Un tema che ci vede al 16° posto in Europa. E poi c'è la
questione non secondaria dei diritti».
E cioè?
«Lo Stato deve accogliere chi arriva ed esaminare le domande d'asilo
sul proprio territorio. La procedura accelerata, invece, per
definizione comprime il tempo e i diritti. Nell'ultimo viaggio,
inoltre, mancando il personale di Oim per lo screening, ci sono
state meno garanzie per minori e vulnerabili. Così l'operazione
Albania dimostra l'incapacità di onorare l'articolo 10 della
Costituzione, che impegna a tutelare chi fugge da situazioni di
guerra e violenza».
Secondo Lei perché il governo ha deciso di andare avanti nonostante
le bocciature precedenti?
«Credo che di base ci sia un'ingenuità politica nel pensare di
fermare le migrazioni in questo modo. Invece, è solo un'operazione
di immagine sbandierata come sicurezza. Il fatto che il governo
abbia stilato una lista di Paesi sicuri non significa che il diritto
d'asilo non debba essere riconosciuto come diritto personale. E cioè
che non si debbano valutare le storie di chi chiede asilo, perché
anche se in un Paese non ci sono guerre ci possono essere
persecuzioni di tipo religioso o politico o altro, che mettono a
rischio le persone. L'Italia considera sicuri 19 Paesi, altre
nazioni come la Germania ne considerano 9. Questo significa che c'è
molta discrezionalità. E lo sappiamo bene, guardiamo l'Egitto e cosa
succede lì, a partire dal caso Regeni».
Il governo giustifica il progetto con l'effetto deterrenza che
dovrebbe avere sui migranti.
«Per i migranti non cambia nulla, vista la situazione in Libia. Chi
è destinato a torture e violenze cercherà sempre un domani migliore
provando a fuggire. Il sogno di chi parte non può essere infranto
evocando i campi in Albania».
A proposito di Libia, cosa pensa del caso Almasri?
«Aver rilasciato e rimandato indietro un torturatore per il governo
implica una responsabilità morale e politica. Vedremo se ci sarà
anche una responsabilità penale. Di certo in questo modo si
indebolisce un organismo internazionale come la Corte penale
internazionale. Se si firmano accordi si devono rispettare».
Si è parlato di ragion di Stato. C'è anche, più o meno rivendicata,
l'idea del rilascio per evitare un aumento degli arrivi sulle nostre
coste.
«Se fosse così sarebbe ancora più grave. Per una ragione di Stato
non si indebolisce un accordo internazionale. Inoltre gli accordi
fatti con Stati come Libia, Tunisia ed Egitto, cioè con Stati che
non tutelano i diritti, sono pericolosissimi. Gli mettiamo in mano
una un'arma di ricatto. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi con
l'aumento degli sbarchi. Quello che si dovrebbe fare, invece, è
creare dei canali regolari. Ma purtroppo questo tema è in fondo
all'agenda della politica. A oggi non esiste un canale regolare
d'ingresso, fatto salvo qualche corridoio creato dalle Chiese
cattoliche ed evangeliche e dalle organizzazioni per il
volontariato. —
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I giudici dell'Aia hanno ricevuto la segnalazione dalla Germania
venerdì 17 e il giorno dopo hanno emesso il mandato
"Almasri scoperto solo il 16 gennaio" Le carte che smontano il
complotto
MARCO BRESOLIN
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES
Perché la Corte penale internazionale ha emesso il mandato di
arresto nei confronti di Osama Almasri Njeem soltanto il 18 gennaio,
quando era appena arrivato in Italia, nonostante fosse in Europa dal
6 gennaio? Secondo quanto La Stampa è riuscita a ricostruire
attraverso fonti informate sul dossier, la risposta sembra essere
molto più semplice di quanto si possa pensare: perché è venuta a
conoscenza della sua presenza sul territorio europeo soltanto il 17
gennaio, quando ha ricevuto la prima comunicazione dalle autorità
tedesche. E perché Berlino ha informato l'Aja soltanto quel giorno
se, da quanto risulta, era in Germania almeno dal 13 gennaio? Perché
la polizia tedesca – stando a quanto è stato comunicato alla Corte –
lo ha individuato grazie a un controllo (di routine) solo il 16
gennaio, non prima.
E ancora: perché i Paesi nei quali è transitato – Regno Unito,
Francia, Belgio – non lo hanno segnalato alla Corte? Perché su di
lui, durante quei giorni, non pendeva alcuna richiesta di arresto né
esisteva un'allerta speciale sul suo nome nei database di polizia al
di fuori della Germania. Le autorità di Berlino avevano ricevuto una
"nota blu" il 10 luglio scorso per attivare una "sorveglianza
discreta", utile a ricavare informazioni sul generale libico, ma a
quell'epoca non esisteva nemmeno la richiesta di arresto da parte
del procuratore dell'Aja. Probabilmente se tale nota fosse stata
estesa anche ad altri Paesi, magari il suo ingresso nel Regno Unito
o nell'area Schengen avrebbe fatto scattare il campanello d'allarme
con qualche giorno d'anticipo. Ma quell'iniziativa di luglio era
stata intrapresa solo nei confronti della Germania, Paese nel quale
godeva di appoggi, proprio per raccogliere elementi utili
all'indagine che era ancora in corso. Di certo i suoi spostamenti in
Europa dal 6 gennaio in poi, contrariamente a quanto viene lasciato
intendere, non erano "monitorati" e sono stati ricostruiti con
esattezza soltanto a posteriori.
Basta mettere al loro posto questi tasselli per capire che i
sospetti e i complottismi che vengono agitati in ambienti di governo
in merito alla vicenda del generale libico appaiono privi di
fondamento. Sono stati fatti filtrare probabilmente per insinuare
dubbi e confondere le acque attorno a una vicenda che in questo
momento ha un unico punto fermo: la Corte penale internazionale ha
emesso un mandato d'arresto nei confronti di un individuo e il
governo italiano non solo non lo ha eseguito, ma ha rimpatriato il
destinatario dell'ordine di cattura con un volo di Stato che lo ha
di fatto messo "al sicuro". Andando così inevitabilmente incontro
alle conseguenze previste dal paragrafo 7 dell'articolo 87 dello
Statuto di Roma: "Se uno Stato parte non aderisce a una richiesta di
cooperazione della Corte, diversamente da come previsto dal presente
Statuto, impedendole in tal modo di esercitare le sue funzioni ed i
suoi poteri in forza del presente Statuto, la Corte può prenderne
atto e investire del caso l'Assemblea degli Stati parti, o il
Consiglio di Sicurezza se è stata adita da quest'ultimo".
Che poi è lo stesso concetto ribadito anche ieri da un portavoce
della Commissione europea, istituzione che in questa partita non
gioca alcun ruolo, ma è uno spettatore interessato: "Come da
conclusioni del Consiglio europeo del 2023 – ha ricordato –, il
Consiglio ha invitato tutti gli Stati a garantire la piena
cooperazione con la Corte, anche mediante la rapida esecuzione dei
mandati di arresto pendenti". E quindi, pur senza entrare nel merito
del caso italiano, il portavoce ha sottolineato un passaggio che
appare in netto contrasto con i dubbi e le insinuazioni alimentati
da esponenti della maggioranza circa la condotta dei giudici dell'Aja:
"Non spetta alla Commissione far rispettare il mandato della Corte
penale internazionale – questa la premessa – ma ciò che possiamo
dire è che sosteniamo la Corte, la sua indipendenza e la sua
imparzialità".
Dalla Corte dell'Aja filtra una certa irritazione per gli attacchi
ricevuti da Roma, anche se si è deciso di non rilasciare ulteriori
commenti dopo la dura nota emessa il 22 gennaio scorso nella quale
si dava conto dei chiarimenti chiesti all'Italia. Formalmente, la
procedura prevista dall'articolo 87.7 non è stata ancora avviata, ma
attualmente è in corso un carteggio propedeutico per cercare di fare
chiarezza sull'accaduto. Nel frattempo, il 24 gennaio scorso la
Corte ha deciso di desecretare e rendere pubblico il mandato
d'arresto, che è stato redatto "per correggere alcuni errori
tipografici e materiali e per allegare l'opinione dissenziente del
giudice Flores Liera". Come già reso noto precedentemente, infatti,
la prima Camera preliminare aveva emesso il mandato d'arresto
decidendo "a maggioranza", con il voto favorevole di due giudici su
tre.
Un altro interrogativo emerso nelle scorse settimane riguarda i
tempi della decisione dell'Aja. Perché se il procuratore aveva
depositato la richiesta il 2 ottobre scorso, i giudici ci hanno
messo così tanto tempo per decidere? Anche qui ci sarebbe un falso
mito da sfatare: non esiste una tempistica standard per questo tipo
di decisioni e tre mesi e mezzo per l'analisi del caso non sembrano
essere affatto eccessivi. Se è vero che nel 2023 il verdetto su
Vladimir Putin era arrivato in tempi record, nel giro di un mese,
nel caso dell'ex ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, sono
serviti quattro mesi e in quello del premier israeliano Benjamin
Netanyahu sei mesi. I giudici stavano lavorando al caso di Almasri
sin dalla richiesta del procuratore e il 17 gennaio, una volta
ricevuta dai tedeschi la segnalazione della sua presenza in Europa
che rendeva concreta la possibilità di eseguire l'arresto, si è
deciso di accelerare con la richiesta emessa sabato 18 ed estesa a
sei Stati membri. —
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GRAZIE MELONI : L'ex commissario
straordinario per l'emergenza covid
Arcuri assolto per le mascherine cinesi "Ora l'abuso d'ufficio non è
più reato"
Assolto «perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato».
Finisce così la lunga vicenda giudiziaria di Domenico Arcuri, ex
commissario straordinario per l'emergenza Covid. L'abuso d'ufficio,
di cui era accusato nell'ambito dell'inchiesta sulla fornitura di
mascherine dalla Cina nella prima fase dell'emergenza pandemica, è
stato ormai abrogato. Da qui la decisione del giudice per l'udienza
preliminare di Roma. L'inchiesta era nata dall'acquisto di 800
milioni di dispositivi di protezione individuale, che sarebbero
stati irregolari e pericolosi per la salute. Un affare da 1, 25
miliardi di euro.
Arcuri ha sempre rivendicato la correttezza del suo operato e aveva
chiesto il rito abbreviato per difendersi nel merito durante il
processo. I tempi della giustizia non l'hanno permesso e, cinque
anni dopo, l'avvocata Grazia Volo, legale di Arcuri, sottolinea il
«ritardo» e precisa di non aver «mai invocato una legge salvifica»,
ma di essere «sempre stata convinta della piena e totale innocenza»
del suo assistito. Nel corso del procedimento la procura aveva
chiesto una condanna a un anno e quattro mesi di carcere per il
manager, a cui, in una prima fase, erano state contestate anche la
corruzione e il peculato, entrambe accuse poi archiviate. Per quanto
riguarda gli altri imputati, circa una decina, che hanno scelto il
rito ordinario, il giudice ha sollevato la questione di
costituzionalità relativa all'attuale formulazione del reato di
traffico di influenze illecite, inviando gli atti alla Consulta e
accogliendo la richiesta della procura di Roma risalente allo scorso
dicembre. Tra loro anche Mario Benotti, imprenditore ed ex
giornalista, morto nel 2023. Mentre il responsabile della struttura
emergenziale per il Covid, all'epoca dei fatti guidata da Antonio
Fabbrocini, dovrà rispondere di frode nelle pubbliche forniture e
falso.
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31.01.25
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RICATTO DI STATO : Anm
Assedio
Lo Voi
a
irene famà
roma
Lo Voi sotto assedio. Gli attacchi al Procuratore capo di Roma, che
ha indagato il governo per il caso del generale Almasri, si
intensificano. Si alzano i toni, si moltiplicano i fronti. I
consiglieri laici del centrodestra del Consiglio superiore della
magistratura chiedono che venga aperto un fascicolo sul suo operato,
i senatori di Fratelli d'Italia lasciano intendere di voler portare
in Parlamento la discussione sul suo utilizzo dei voli di sto. E
ancora. Sempre al Csm si rincorrono le voci di un possibile esposto
per la vicenda Caputi, spy story all'italiana su alcuni accertamenti
dei servizi segreti sul capo di gabinetto della premier. Tutte
storie slegate tra loro. Per tempistiche e modalità. Ma che, se ben
intrecciate, possono costituire l'accerchiamento perfetto.E in
campo, al fianco del procuratore di Roma, scende l'Associazione
nazionale magistrati. Il segretario generale Salvatore Casciaro si
dice «sorpreso e preoccupato». Francesco Lo Voi «si è limitato a non
rinnegare i propri doveri, assolvendo all'obbligo impostogli da una
legge costituzionale. I magistrati non fanno politica, sarebbe
auspicabile che i politici non provassero a sostituirsi ai
magistrati, lasciando loro il compito istituzionale di esaminare e
valutare gli atti processuali senza impropri condizionamenti».
Vicenda chiave è quella della scarcerazione del rimpatrio dell'alto
militare libico. In procura a Roma arriva la denuncia dell'ex
politico e avvocato Luigi Li Gotti. Nome di peso, legale
d'esperienza, presenta un esposto dove indica nomi e possibili
reati. Il procuratore Francesco Lo Voi apre un fascicolo, indaga la
premier, il ministro della Giustizia e dell'Interno, il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi
segreti, e trasmette il plico al tribunale dei ministri. Molti
addetti ai lavori spiegano che l'iscrizione nel registro degli
indagati è un atto dovuto. Praticamente obbligato. Pena la
commissione di un illecito. Per alcuni consiglieri del Csm, invece,
non solo l'atto non era dovuto. Ma il procuratore Lo Voi dovrebbe
essere sottoposto a un provvedimento disciplinare. E lo scrivono
nero su bianco su una richiesta presentata al Comitato di presidenza
del Csm. Le firme? Isabella Bertolini, quota FdI molto vicina alla
premier, Claudia Eccher, quota Lega, Daniela Bianchini,
sponsorizzata dal sottosegretario Mantovano, Enrico Aimi, quota
Forza Italia e Felice Giuffré, quota Fratelli d'Italia.
Le motivazioni sono estremamente tecniche. E si possono sintetizzare
così: nessun automatismo, il procuratore Lo Voi aveva un margine di
discrezionalità che non ha utilizzato. Per questo i consiglieri
chiedono «l'apertura di una pratica, anche al fine di eventuali
profili disciplinari», per analizzare tempi e modalità. Sarà il
Comitato di presidenza del Csm a decidere se archiviare il tutto o
darne seguito.
Sempre dal Csm, poi, pare si stia preparando un esposto contro Lo
Voi per il fascicolo sulla vicenda Caputi, aperto a carico di alcuni
giornalisti del "Domani" per rivelazione di segreto e nato dopo la
denuncia del capo di gabinetto della presidenza del Consiglio. E si
potrebbe anche profilare il rischio di un'iniziativa disciplinare
del ministro della Giustizia, preceduta dall'invio di ispettori. O
l'apertura di una pratica di trasferimento per incompatibilità
ambientale. A creare malumori nel governo per una presunta
violazione sarebbe stato l'inserimento di un documento dell'Aisi
classificato come riservato, che invece sarebbe stato messo a
disposizione delle parti.
Tra annunci e iniziative, l'assedio prende forma. E si aggiunge il
fronte dei voli di stato. Diventato notissimo proprio nei giorni
scorsi, durante la polemica sull'inchiesta aperta con la
scarcerazione e il rimpatrio del generale Almasri. Tempo fa
Francesco Lo Voi aveva fatto ricorso al Presidente della Repubblica
e al Consiglio di Stato contro un provvedimento adottato dal
sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Nel gennaio 2023,
infatti, Alfredo Mantovano aveva sospeso l'uso dei voli di Stato per
il procuratore di Roma. Ne era nato, stando ai documenti diffusi dal
Tg1, un acceso botta e risposta. E ora una decina di senatori di
Fratelli d'Italia sembrano intenzionati a presentare
un'interrogazione per «fare chiarezza». Il vicecapogruppo Salvo
Sallemi attacca: «Sarebbe imbarazzante scoprire che il procuratore è
in contrasto con Palazzo Chigi, perché vuole utilizzare l'aereo di
Stato il fine settimana per tornare a casa nella sua Sicilia». E il
vicecapogruppo Raffaele Speranzon aggiunge: «Il procuratore Lo Voi
aveva in passato utilizzato il volo di Stato per ragioni di
sicurezza per spostarsi da Roma a Palermo. Ci vuole davvero una
bella faccia tosta.
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30.01.25
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La complessa rete di rapporti del generale libico, che con sé aveva
il documento degli Stati Uniti rilasciato a novembre e un passaporto
domenicano
la vignetta di rolli
Almasri, quel visto Usa di dieci anni e i legami con la Cia e i
Servizi di Londra
irene famà
ilario lombardo
roma
Un visto per gli Stati Uniti rilasciato il novembre scorso e valido
per dieci anni. Un passaporto della Repubblica Dominicana. E un
lungo periodo in Germania finito sotto il monitoraggio della Corte
penale internazionale. Dettagli che rendono ancora più intricata la
vicenda del generale Njeem Osama Almasri, arrestato su mandato
dell'Aia e poi rilasciato per un cavillo giudiziario. Chi è davvero
l'alto militare libico? Quali interessi porta avanti in Europa? O
per gli alleati americani?
Al vertice della Rada, una delle milizie più potenti in
Tripolitania, gestisce il carcere di Mitiga. Senza pietà. Lo
accusano di torturare, uccidere, violentare. Si è formato prima
contro i gheddafiani, poi l'Isis, infine i mercenari di Haftar. Ora
dirige la prigione dove vengono reclusi i presunti terroristi. Uomo
dei servizi segreti libici, raccontano, Almasri pare intrecci legami
anche con Cia e Mi6, l'agenzia di spionaggio britannica. Certo è che
lo scacchiere internazionale è complesso. Gli equilibri difficili. I
rapporti tra i miliziani della Rada e gli americani e i britannici
si erano già sviluppati durante la guerra contro Muammar Gheddafi.
Poi consolidati durante la battaglia anti-Isis a Sirte nel 2016. In
gioco diversi interessi: i russi che appoggiano Khalifa Haftar
nell'Est della Siria e la Turchia che cerca spazio a Tripoli. Ecco.
Questo è il contesto in cui il generale Almasri prende potere. E si
afferma. E fa affari.
Quel che sappiamo, da fonti di intelligence e diplomatiche, è che il
libico è una figura conosciuta dai servizi segreti italiani, e che
ha contatti diretti con gli 007 degli Usa e del Regno Unito. E
d'altronde un visto di dieci anni con timbro americano non è una
cosa rilasciata così facilmente a tutti. Almastri e i suoi compagni
della Rada si rivelano una sponda necessaria nella lotta al
terrorismo, anche a costo di chiudere più di un occhio sulla
gestione sanguinaria del potere.
È ormai noto, anche se è un aspetto coperto da confidenze non
ufficiali trapelate con La Stampa, che al momento dell'arresto i
servizi segreti comunicano il possibile ricatto esercitato dal
gruppo militare di Almasri, affiliato al governo di unità nazionale
di Tripoli. Gli agenti presenti in Libia comunicano il rischio di
ritorsioni su cittadini italiani e su giacimenti dell'Eni. Il
governo, alle richieste delle opposizioni, avrebbe potuto opporre la
ragione di Stato ma non lo ha fatto. E certamente avrebbe voluto
passasse sotto silenzio il trasferimento di Almasri. C'è un
precedente che in questi giorni è tornato alla mente. E riguarda un
altro esponente di primo piano della Libia. Questa volta della
Cirenaica: a fine luglio 2024 Saddam Haftar, figlio del generale
Khalifa, viene fermato all'aeroporto Capodichino di Napoli dalla
polizia, perché inseguito da un mandato d'arresto spagnolo per
contrabbando di armi. Dopo un'ora viene rilasciato. La storia non
suscita clamore, e viene gestita nel riserbo più assoluto. Qualche
giorno dopo le agenzie libiche battono la notizia della chiusura del
giacimento di El Sharara, controllato dalla spagnola Repsol. È un
gesto di pura rappresaglia. Se nel caso di Almasri l'epilogo è stato
diverso, ed è esploso pubblicamente, è anche grazie alle Ong e ai
partiti di opposizione, su tutti Alleanza Verdi e Sinistra, che
hanno segnalato la partenza da Ciampino e l'arrivo a Torino di un
aereo a disposizione del governo italiano la mattina del 21 gennaio,
quando ancora la Corte d'Appello non si era espressa sulla
scarcerazione. Un aereo che era pronto e che al termine di quella
giornata è finito, con tanto di bandiera italiana ben in vista,
nella foto di Almasri accolto trionfalmente a Tripoli.
Questo è il contesto che potrebbe aiutare a comprendere i suoi
viaggi per l'Europa. E i numerosi documenti che aveva nel
portafoglio. Il 6 gennaio parte da Tripoli. Fa scalo all'aeroporto
di Fiumicino e poi raggiunge Londra, dove si ferma sette giorni. Il
13 gennaio si trasferisce a Bruxelles in treno. Poi prosegue per
Bonn e Monaco, in Germania. Spostamenti registrati. Dalla Corte
penale internazionale, infatti, lo monitorano da tempo. Il nome del
generale Almasri viene inserito nei canali di comunicazione e
cooperazione internazionale il 10 luglio dello scorso anno. Con una
cosiddetta "nota di diffusione blu" diretta solo alla Germania, si
chiede di raccogliere informazioni su dati, documenti, telefoni,
incontri e contatti di Almasri in territorio tedesco. Si chiama
"sorveglianza discreta": la persona non deve essere messa in allarme
e non dev'essere arrestata. Una sorta di testimone da monitorare.
Poi l'accelerata. Il 18 gennaio, la Cpi estende la nota di
diffusione blu anche a Belgio, Regno Unito, Austria, Svizzera e
Francia. E nella serata di sabato 18, la polizia tedesca invia alla
Corte dell'Aia una scheda riassuntiva con gli accertamenti
effettuati in Germania. Non solo. Tra le informazioni che
forniscono, comunicano anche che il generale sembra intenzionato a
raggiungere l'Italia.
Alle 22.25, la Cpi sostituisce la nota blu con quella rossa: viene
emesso un mandato d'arresto internazionale. L'Interpol lo valida. A
Torino la polizia lo arresta in hotel, di ritorno dallo stadio. E,
si legge negli atti della Corte d'appello di Roma, avvisa tutti,
compreso il ministro della Giustizia. Almasri è responsabile di
crimini atroci, almeno per la Corte dell'Aia. E il procuratore della
Cpi, dopo 13 anni di indagine, aveva chiesto il mandato d'arresto
già il 2 ottobre. La decisione di procedere è di due sabati fa.
Viene presa a maggioranza. Arrestarlo è necessario «per garantire
che il generale compaia davanti alla Corte», si legge negli atti.
«Poiché è improbabile che possa arrendersi volontariamente e anche
che le autorità libiche possano collaborare». Di diverso avviso la
giudice María del Socorro Flores Liera: «Non concordo con
l'emissione di un mandato di arresto contro il signor Njeem - scrive
- e in particolare non sono d'accordo con i miei colleghi nella
misura in cui concludono che la Corte ha giurisdizione per giudicare
questi crimini». Due voti a favore, uno contro: il mandato viene
emesso. —
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Tra i migranti deportati in Albania. Mistero sugli avvocati
d'ufficio
"Anche a Gjader le vittime dei lager in mano alla Rada"
flavia amabile
inviata a Gjader (Albania)
Piange Ahmed mentre è seduto nella stanza del centro di Gjader dove
da oggi avranno il via le udienze di convalida dei 43 stranieri
portati in Albania sulla nave Cassiopea. Nella stanza c'è un
computer che oggi verrà utilizzato per la videoconferenza con i
giudici della Corte d'Appello un tavolo e alcune sedie. Ahmed ha al
massimo trent'anni, è originario dell'Egitto. «Avevo bisogno di
lavoro, ho incontrato delle persone, mi hanno promesso un posto ben
retribuito in Libia e sono partito». In Libia il lavoro ben
retribuito si è rivelato un impiego da falegname. E i soldi sono
finiti presto. «La polizia mi ha preso e portato dalla mafia»,
racconta Ahmed. A quel punto si è trovato a contatto con l'oleato
meccanismo del sistema di torture libico. Dal racconto di Ahmed
emerge una realtà di persone appese a testa in giù, percosse,
torture filmate e mandate ai parenti. «Per uscire di lì hanno
costretto la mia famiglia a mandarmi dei soldi. Ho pagato 5mila
dinari per essere liberato e 7 mila euro per imbarcarmi e arrivare
in Italia».
Nella stanza c'è Nadia Romeo, deputata dem, giunta ieri per parlare
con gli uomini rinchiusi nel centro. «Ma tu volevi venire in
Italia?». «No», risponde Ahmed. In un ufficio vicino Rachele Scarpa,
anche lei deputata del Pd, sta ponendo la stessa domanda a Abdul un
ragazzo di una ventina d'anni. Lui è partito dal Bangladesh attirato
dall'offerta di un lavoro in Libia. Gli è toccato fare l'imbianchino
poi anche per lui il sequestro da parte della polizia libica e la
consegna nelle mani dei torturatori di professione. «Noon volevo
venire in Italia, mi hanno costretto», risponde.
«Nel centro di Gjader ci sono le vittime di Almasri che il nostro
governo ha deportato in Albania e ora attendono di conoscere il loro
destino, mentre Almasri è stato riaccompagnato a casa con un volo di
Stato», sintetizza Rachele Scarpa. Anche in autunno, quando altri
due gruppi di stranieri erano stati trasferiti in Albania, a Gjader
erano risuonati gli stessi racconti di orrori commessi dalla polizia
insieme alla mafia libica. Sono i racconti che ieri i 44 stranieri,
38 del Bangladesh e 6 egiziani, hanno ripetuto alle commissioni
territoriali, l'organo amministrativo responsabile della loro
domanda di asilo. Dopo uno di questi racconti, si è deciso di
rivalutare la posizione di uno degli uomini.
Per le torture subite è stato considerato vulnerabile e si è dovuto
organizzare un ulteriore trasporto rapido verso l'Italia dopo il
trasferimento avvenuto già due giorni fa di 4 minori e di un
vulnerabile illegittimamente portati in Albania.
«Hanno raccontato storie di vita che potremmo replicare almeno negli
ultimi due secoli di emigrazione italiana. - spiega Toni Ricciardi,
deputato del Pd. «Sono persone partite per andare a fare lavori
umili e improvvisamente si trovano vittime di un gioco più grande e
messa sotto ricatto. La cosa straordinaria è che nessuno di loro
sapeva dell'Albania quindi non c'è nessun effetto deterrenza». Da
riconsiderare anche la nozione di paese sicuro secondo gli uomini
ascoltati. «Hanno spiegato di avere paura di tornare e che per loro
il luogo di origine non è un paese sicuro», spiega Francesco Ferri
di Action Aid e componente del Tavolo Asilo e immigrazione che fa
parte della delegazione in visita nei centri.
Oggi le udienze di convalida dei 43 uomini rimasti a Gjader. In
serata ancora non erano stati nominati gli avvocati d'ufficio. Per
la prima volta a decidere se convalidare o meno il trattenimento in
Albania saranno i giudici della Corte d'Appello. Domani si saprà se
al terzo tentativo, dopo aver modificato la procedura di convalida
del trattenimento, il governo raggiungerà l'obiettivo di non far
rimanere di nuovo desolatamente vuoto il centro di Gjader come è
avvenuto da ottobre quando è stato inaugurato. Oggi le udienze di
convalida dei 43 uomini rimasti a Gjader. In serata ancora era
mistero sulla nomina degli avvocati d'ufficio. Nell'elenco appare
numerose volte il nome di un legale che non ha ricevuto alcuna
comunicazione e non erano ancora indicate le date delle udienze.
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La ragnatela
libica
Francesco Grignetti
Roma
Il boom di partenze dalla Libia negli ultimi quindici giorni non è
un abbaglio. Quei 3354 migranti arrivati nel giro di due settimane
sono vissuti come un'emergenza che costringe palazzo Chigi a
convocare una riunione alla presenza di Giorgia Meloni, con i
vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro Matteo
Piantedosi. C'è infatti da esaminare la novità del premier e dei
ministri indagati, ma soprattutto capire cosa stia accadendo
sull'altra sponda del Mediterraneo (non in Tunisia, dove il governo
autoritario di Kais Saied, pur con metodi brutali che nulla hanno da
invidiare a quelli libici, è riuscito a cancellare i nuovi arrivi e
le partenze verso l'Europa) e se ci sia un collegamento tra la
vicenda del ras libico Almasri e il boom inatteso dei flussi.
Già, perché, a dispetto della propaganda, il sospetto d'un uso
strumentale delle partenze da parte libica c'è eccome. Non sarebbe
poi così strano. Sono più di vent'anni, dall'epoca del dittatore
Gheddafi, che di tanto in tanto i libici usano la leva dei migranti
per far pressioni sui nostri governi. Al termine del meeting, però,
a cui partecipa ovviamente anche l'intelligence, prevale la
convinzione che non ci siano complotti, bensì il sovrapporsi del
meteo favorevole a una particolare instabilità a Tripoli.
Spiegano fonti bene informate: «Anche se non se ne parla sui media
occidentali, da alcune settimane ci sono due tribù libiche che si
sparano addosso. Questo ha generato una fase di grande
destabilizzazione sulla costa e in alcuni porti. Almasri non c'entra
nulla».
Agghiacciante prospettiva, comunque: le milizie si contendono il
controllo dei porti perché il traffico di migranti è talmente
lucroso da giustificare perfino una guerra intestina.
A supporto di questa tesi parlano alcuni dati. Se è vero che il
risveglio delle partenze data 20 gennaio, il giorno dopo l'arresto a
Torino di Almasri, c'è da dire che le partenze sono proseguite per i
restanti 7, 8 giorni quando il caso era ormai chiuso con particolare
soddisfazione da parte del "generale" libico restituito alla sua
formazione paramilitare, il gruppo armato Rada guidato dal salafita
Abdul Rauf Kara.
Analizzando poi le nazionalità di chi è sbarcato a gennaio in
Italia, salta agli occhi che i gruppi di gran lunga più numerosi
sono bengalesi (1189) e pakistani (721). Seguono distanziati siriani
(426), egiziani, eritrei e etiopi. Quasi scomparsi gli africani. «Il
ragionamento da fare – insiste la fonte – è che si sono
drasticamente ridotti i flussi dall'Africa sub-sahariana verso il
Mediterraneo, mentre sono saldi quelli dall'Asia o dal Corno
d'Africa». Ovvero quei flussi più strutturati, che possono contare
su intermediari ben piazzati lungo le rotte, tutto o quasi alla luce
del sole, che convergono sull'Egitto e da lì preparano il passaggio
via terra per la Libia.
Nessun complotto, allora? Il solito business? Concorda un analista
indipendente come Matteo Villa, del centro studi Ispi, che su
Twitter ha mostrato come i trend di partenze dalla Libia in realtà
siano costanti da anni e semmai in ripresa da novembre scorso.
Scrive, polemico con tutti quelli che hanno spiegato l'aumento degli
sbarchi dalla Libia come una conseguenza dell'arresto di Almasri:
«La politica italiana è incredibile, ma anche il giornalismo che gli
va dietro». Detto ciò, Villa trova risibile che si possa parlare di
un effetto "deterrente" del Protocollo Albania quando vi sono stati
trasferiti 49 migranti (di cui 5 subito rimpatriati) a fronte delle
migliaia che arrivano nonostante tutto. Difficile dargli torto.
Tutti questi bengalesi, pakistani, siriani, eritrei, etiopi sono
partiti avendo pagato migliaia di euro in anticipo e a prescindere
dalle contingenze italiane del momento. La spinta migratoria dal
Bangladesh e dal Pakistan, in particolare, pare incontenibile. Fino
a qualche mese fa potevano contare addirittura su un vettore aereo
siriano, la controversa compagnia Cham Wings dietro cui si celavano
i sodali del dittatore Assad, che faceva la spola dagli aeroporti
pakistani e bengalesi con Damasco e da lì con l'aeroporto di
Bengasi, nella Libia orientale. Era tutto molto facile. E quando poi
i migranti erano atterrati, i trafficanti li nascondevano in
appartamenti o capannoni dove aspettavano il primo barcone utile.
Se il governo ritiene quindi che la vicenda di Almasri non incida
sulle partenze, ciò non toglie che il trend in ascesa li preoccupi
moltissimo, ma Meloni e Chigi possono fare ben poco. Devono solo
sperare che ci sia una tregua tra i combattenti tribali, che le
"autorità" locali riprendano il controllo dei porti e che rispettino
l'impegno di frenare le partenze. Con quali metodi, si sa. —
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Impoveriti
sanità
dalla
Federico Spandonaro
Paolo russo
roma
È una sanità che rende poveri quella che emerge dal 20° rapporto del
Crea-Sanità, dove dalla marea di dati ne spunta uno, inedito, che
attribuisce il 23% di quei 41,4 miliardi di spesa privata alle
famiglie povere. Che così, quando non finiscono per rinunciare del
tutto alle cure, scivolano inesorabilmente nell'indigenza. Definendo
con l'Oms «catastrofiche» le spese che superano il 40% della "Capacity
To Pay" delle famiglie (pari ai consumi totali della famiglia al
netto delle spese di sussistenza), si scopre infatti che sono
colpite dal fenomeno l'8,6% delle famiglie residenti (11,8% di
quelle che sostengono spese sanitarie), ovvero 2,3 milioni di
nuclei.
Il Mezzogiorno continua ad essere la zona più colpita, con il 9,9%
delle famiglie, segue il Nord-Est con il 9,0% il Nord-Ovest ed il
Centro con il 7,0%. É la Puglia la Regione più afflitta dal
fenomeno, con il 13,2% delle famiglie residenti; la Liguria quella
meno (7,0%). Le famiglie più esposte sono quelle degli anziani over
75 (soli o in coppia), con una incidenza rispettivamente del 15,1% e
17,7%.
Che a determinare l'impoverimento delle famiglie non sia il
consumismo sanitario, o detta in altri termini la spesa per
prestazioni inutili, lo conferma un altro dato elaborato
dall'Università Bocconi, che attribuisce il 40% della spesa privata
a visite, accertamenti e farmaci prescritti sulla ricetta rosa
utilizzata dai medici pubblici. Come dire che in prima battuta ci si
rivolge all'Ssn per poi dirottare verso il privato quando ci si
accorge che questo non riesce a garantire quel che ci serve in tempi
ragionevoli. Se le cose stanno così, non ci si deve poi stupire se
3,4 milioni di nuclei familiari dichiarano di rinunciare a qualche
consumo sanitario e se 1,2 milioni azzerano completamente le cure.
Le sperequazioni però non finiscono qui, perché le ritroviamo anche
quando si parla di finanziamento, visto che questo è concentrato su
appena il 20% della popolazione, mentre il restante 80% versa meno
dei servizi sanitari che riceve in cambio. «Un'esagerata
sperequazione dei redditi a livello nazionale – si afferma nel
rapporto – con conseguenze in termini di sostenibilità, visto che il
servizio sanitario pubblico economicamente pesa sulle spalle di una
quota davvero esigua della popolazione». Il rapporto non lo dice, ma
è chiaro che questo sbilanciamento è figlio dell'evasione fiscale,
che lascia ai soliti noti l'onere di sostenere la Sanità così come
il welfare in generale.
Resta comunque il fatto che in termini di risorse destinate alla
sanità pubblica l'Italia arranchi sempre più rispetto al resto
dell'Europa. Se infatti il nostro Pil pro capite è inferiore del
19,7% rispetto alla media dei Paesi originari dell'Ue, la forbice si
allarga e di molto quando si parla di spesa sanitaria pubblica, dove
il gap sale al 44,1%. Una distanza dall'Europa che cresce dell'1,2%
rispetto al 2022 e dell'11,4% nel decennio. Minore, anche se in
crescita del 2,3% rispetto a due anni fa, il gap in termini di spesa
privata, che è dell'8,7%.
Tutto questo nonostante il rapporto Crea riconosca che dopo l'ultima
manovra il finanziamento pubblico ha raggiunto il livello massimo
mai conseguito. Passando però a un confronto basato su una analisi
statistica della relazione fra risorse dei Paesi (Pil pro-capite, al
netto degli interessi sul debito pubblico che sono indisponibili per
il finanziamento del Welfare) e spesa sanitaria pro-capite, la spesa
per la sanità in Italia risulta inferiore al livello atteso
dell'11,3 per cento. Che tradotto in soldoni fanno circa 15 miliardi
mancanti all'appello.
Ma poiché con il nostro debito pubblico è impensabile un
rifinanziamento di queste dimensioni, ecco che affianco al rapporto
un Think Tank, composto tra gli altri dal Presidente del Crea,
Federico Spandonaro, dall'altro economista sanitario della Bocconi,
Francesco Longo e dall'ex deputato e presidente della Federazione di
Asl e Ospedali, Giovanni Monchiero, è stato elaborato un documento
per una riforma del nostro Ssn. «Se la situazione economica generale
e il deficit di finanziamento della nostra sanità pubblica sono
questi- sintetizza Spandonaro-, è allora necessaria una operazione
verità sul modello universalistico del tutto a tutti, che in realtà
a causa anche delle liste di attesa, sta creando sempre più
discriminazioni sul piano della tutela della salute».
Da qui l'idea «di prevedere una selezione di prestazioni
fondamentali e più a rischio di spese catastrofiche da continuare a
garantire in tempi certi anche ai più abbienti, chiedendo loro di
rinunciare in cambio di prestazioni meno onerose o essenziali.
Questo continuando a garantire tutto quel che va appropriatamente
garantito a chi non può permettersi di pagare». Magari senza più
sottostare alla gogna delle liste di attesa.—
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Il saldo negativo del 2024, comunicato alla Regione, è di oltre 200
milioni solo per le aziende di Torino e provincia: a fine aprile i
conti definitivi
Energia, materie prime, farmaci, personale Asl piemontesi, oltre 300
milioni di extracosti
alessandro mondo
Giornata frenetica, ieri e l'altroieri, negli uffici amministrativi
delle Asl e degli ospedali piemontesi, alle prese con una scadenza
tassativa e dirimente, per le aziende sanitarie come per la Regione.
Si trattava infatti di certificare, su richiesta della Regione e in
anticipo rispetto agli anni precedenti, i conti del quarto trimestre
2024 per poi girarli ai ministeri competenti (Salute, Economia e
Finanze). Relazioni di spesa dettagliate, voce per voce: personale,
farmaci, dispositivi medici, mobilità attiva (pazienti in entrata da
altre Regioni) e passiva (ovvero in uscita), etc.
Il quadro che emerge non è roseo, diciamo così. Città della Salute:
- 41 milioni. Asl Città di Torino: - 70. Asl Torino3: - 35. Asl
Torino 4: - 10,9. Asl Torino 5: - 55. San Luigi Gonzaga: - 4.
Siamo nella fase dei bilanci consuntivi 2024, uno step intermedio
tra gli iniziali bilanci di previsione (adottati dalle aziende tra
dicembre-gennaio 2024), i preconsuntivi e i consuntivi, cioè quelli
definitivi, che andranno approvati entro fine aprile.
Una accelerazione, da parte della Regione, motivata dalla necessità
di avere quanto prima un quadro il più aggiornato possibile sui
conti 2024 - il 2023 si era chiuso a - 223 milioni, coperti con una
"riserva di programmazione" - per correggere la rotta rispetto ai
rendiconti preventivi, poco attendibili, accertando le perdite e
calcolando una serie di poste nazionali e regionali, cioè di
entrate, non ancora incassate. E' il caso del "payback", che prevede
il recupero di una parte dei pagamenti effettuati alle aziende
produttrici di dispositivi medici nel caso in cui la spesa
complessiva superi il tetto stabilito dalle Regioni. Il San Luigi,
per esempio, conta di chiudere il bilancio definitivo se non in
pareggio, con un saldo negativo di meno di un milione.
Ecco perchè i dati inviati ieri vanno presi con le molle, nel senso
che siamo ancora alle stime, tenendo comunque conto che i conti
delle Asl risentono di un aumento dei costi su tutta la linea:
energia, materie prime, nuovi farmaci in commercio, sempre più
costosi, per nuove terapie, dispositivi medici, etc. Il personale,
anche, alla luce delle assunzioni per cercare di coprire i vuoti che
si aprono negli organici ed emanciparsi nei limiti del possibile dai
gettonisti (altra voce di costo). Stime ormai abbastanza
attendibili, però, che denotano un quadro di forte difficoltà - a
livello regionale il saldo negativo supera i 300 milioni -, al netto
delle ulteriori entrate e limature.
«Nessun allarmismo sui conti delle Asl - aveva precisato il 17
gennaio la Regione, dopo le prime indiscrezioni a mezzo stampa-. Per
questa amministrazione la Sanità rappresenta una priorità e una
spesa strategica a cui destiniamo risorse aggiuntive anche rispetto
a quelle del fondo nazionale, che lo scorso anno è stato aumentato
per il Piemonte per oltre 300 milioni e sarà incrementato anche nel
2025, grazie ai 3 miliardi supplementari destinati dal governo alla
Sanità. Il bilancio della Sanità nel 2024 risulterà in equilibrio e
così sarà per il 2025, anche in considerazione delle azioni di
efficientamento in corso e che continueranno l'anno prossimo, in
linea con il trend positivo di gestione della sanità certificato
dalla parifica positiva della Corte dei Conti».
Il che è vero: alla fine il bilancio definitivo delle Asl per il
2024 sarà in equilibrio, come lo era stato quello del 2023, nè
potrebbe essere altrimenti. Ma solo perchè la Regione ripianerà il
debito, accollandoselo. —
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29.01.25
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Può arrivare l'invio al procuratore
Ora il fascicolo al Tribunale dei ministr i 90 giorni per archiviare
o procedere
Novanta giorni per decidere. Questa è la tempistica che ha il
Tribunale dei ministri per valutare se archiviare o inviare il
fascicolo al procuratore. Dopo la trasmissione degli atti relativi
al procedimento che vede iscritti nel registro degli indagati
Giorgia Meloni, i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del
sottosegretario Alfredo Mantovano, ci saranno 90 giorni di tempo per
compiere l'attività. Compiute le indagini preliminari e sentito il
pm, può decidere l'archiviazione - nel qual caso il decreto non è
impugnabile - oppure la trasmissione degli atti con una relazione
motivata al procuratore, affinché chieda l'autorizzazione a
procedere alle Camere. —
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L'intervista
"
L'attacco a Nordio
I migranti
Ha detto
Luigi Li Gotti
Roma
«Liberare il generale Almasri è una scelta peggiore di quella di
Trump. Il presidente americano ha incatenato i migranti, noi abbiamo
scarcerato un boia». Luigi Li Gotti, ex politico e avvocato, sul
caso del generale libico ha denunciato la premier Giorgia Meloni e i
ministri coinvolti. E ora risponde agli attacchi del centrodestra.
Avvocato, perché ha presentato l'esposto?
«Come cittadino mi sono sentito ingannato».
Ingannato?
«Analizziamo i fatti. Il generale libico è stato arrestato e poi
rimandato indietro con un aereo di Stato solo perché il ministro
della Giustizia è stato inerte».
Il ministro Nordio ha detto di non essere stato avvisato in tempo.
«Prima che la Corte d'Appello di Roma si pronunciasse, il volo era
già pronto. È evidente che il ministro ha detto una falsità».
Lei si è detto indignato. Da cosa?
«Abbiamo restituito alla Libia, con tutti gli onori, un criminale
che continuerà a fare ciò che ha fatto sino ad ora».
Cioè?
«Gestire un centro di detenzione con torture, lavori forzati,
omicidi».
Secondo lei, perché questa scelta?
«Al governo serve un boia».
Non pensa che ci possa essere una "ragione di Stato"?
«La apponessero. Dicessero: "Noi non possiamo parlarne". Invece non
l'hanno fatto. Al contrario, Piantedosi presenterà un'informativa».
Che è stata però cancellata...
Ma lei perché ha deciso di presentare un esposto proprio su questa
vicenda?
«Perché sono indignato. E non mi pare ci siano dei precedenti».
Mai successo un caso simile?
«L'Italia ha liberato un boia. E sono state dette innumerevoli
bugie».
Ad esempio?
«Che non eravamo stati informati».
La premier l'ha attaccata pubblicamente. Ha detto che lei è un ex
politico di sinistra vicino a Prodi.
«Sono stato sottosegretario alla Giustizia dal 2006 al 2008 con il
governo Prodi».
Difficile vederla come un uomo di sinistra, visto che è nato come
militante del Msi.
«Noi eravamo della corrente di sinistra, ci rifacevamo a un
parlamentare dell'Msi che era Luigi Filosa. Che era un socialista,
ma eletto nelle file dell'Msi. Il Movimento sociale italiano era un
contenitore di diverse anime. C'era di tutto».
Lei però è rimasto di destra per 30 anni. Sbaglio?
«È vero. Poi ci fu il processo sulla strage di piazza Fontana. E ci
furono delle polemiche».
Come mai?
«Ero del Msi. E c'era chi diceva che non potevo rappresentare le
parti civili».
Questo spiega il suo passaggio all'Italia dei Valori?
«No. Era il periodo in cui c'era la vicenda di Berlusconi. Si
discuteva del legittimo impedimento, delle leggi ad personam, della
riforma della prescrizione. Erano interventi normativi fatti per
favorire Berlusconi».
Sta dicendo che non si è più sentito rappresentato?
«No. Assolutamente. Non mi riconoscevo più in quello schieramento».
Lo scontro tra governo e magistratura ritorna. Con diverse critiche
da parte del ministro della Giustizia. Come la vede?
«Queste critiche aspre da parte non le condivido. Mi sembrano toni
troppo violenti».
Anche nella vicenda Almasri sono stati attaccati i magistrati. La
premier ha detto che la decisione di scarcerare il generale è stata
dei giudici romani.
«La premier sa benissimo che non è così. Perché prima che la
magistratura intervenisse, avevano già preparato un aereo?».
Meloni ha dichiarato che lei è conosciuto «per aver difeso dei
pentiti del calibro di Buscetta, Brusca e altri mafiosi».
«Sì, ho difeso tante persone. Ho anche rappresentato i famigliari
del commissario Calabresi. Ho fatto diverse cose».
È stato descritto come l'avvocato dei mafiosi. Ribatte?
«Ho preso la difesa di alcuni. Ad esempio quando Giovanni Falcone mi
chiese di assistere Francesco Marino Mannoia che non aveva più
difensori».
Glielo chiese Falcone?
«Sì. In quel periodo stavo facendo il processo Calabresi. Falcone mi
chiamò e mi chiese se me la sentivo di assistere Mannoia. E io per
rispetto per me stesso, per la deontologia, dissi di sì. Poi
arrivarono altri. Io difendo la persona, non il reato».
Ora è tra i difensori dei famigliari della tragedia di Cutro. E
torniamo al tema migranti.
«Con Almasri c'è la longa manus».
In che senso?
«Il generale gestiva le partenze. Questo dice la Corte penale
internazionale. E a chi giova?».
Secondo lei?
«Trump espelle, il governo italiano ha mandato un boia per
continuare a fare quello che ha fatto finora».
«Impedire le partenze per l'Italia». i. fam. —
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Oltre al rischio dei domiciliari per il concorso sul progetto della
Biblioteca europea di Milano, l'archistar affronta un'ulteriore
vicenda giudiziaria
Boeri va a processo per il Bosconavigli "Una grande lottizzazione
abusiva"
monica serra
milano
Mentre rischia gli arresti domiciliari nell'inchiesta sulla Beic, l'archistar
Stefano Boeri è già a processo per il Bosconavigli. Proprio la
settimana scorsa, infatti, la procura ha trasmesso alla decima
sezione penale del Tribunale la citazione diretta a giudizio - senza
passare dall'udienza preliminare - dell'architetto di fama
internazionale accusato a vario titolo con altri sei tra costruttori
e dirigenti comunali di lottizzazione abusiva e abusi edilizi per la
realizzazione, oramai quasi ultimata, della grande costruzione che
ricorda il nome del suo più noto Bosco Verticale: 90 lussuosi
appartamenti su 12 piani, in un'area di 8.050 metri quadrati che,
nel quartiere San Cristoforo a Sud-Ovest di Milano, accoglieranno
333 nuovi abitanti, costruiti nel segno della tanto acclamata
"rigenerazione urbana" e venduti a partire da 6.300 euro al metro
quadrato per i tagli più "popolari". Il tutto, per l'accusa, «in
assenza di un piano particolareggiato esecutivo o di un piano di
lottizzazione» e in base a una convenzione che, invece di passare
dal voto del Consiglio o della giunta comunale, è stata firmata
davanti al notaio, da un semplice dirigente comunale e dal
costruttore Marco Nolli, dopo il via libera della Commissione al
paesaggio. Tra gli imputati nel processo che si aprirà in autunno
compare anche Giovanni Oggioni, considerato tra i «registi»
dell'operazione, all'epoca direttore dell'area Sportello unico per
l'edilizia del Comune, già al centro di altre inchieste
sull'urbanistica milanese del pool diretto dalla aggiunta Tiziana
Siciliano.
Tornando all'inchiesta sulla Beic, martedì, come previsto dalla
riforma Nordio, Boeri e il collega Cino Zucchi saranno interrogati
preventivamente dal gip Luigi Iannelli che dopo deciderà se
accogliere la richiesta di domiciliari avanzata dai pm Giancarla
Serafini, Mauro Clerici e Paolo Filippini. Con loro saranno sentiti
anche Pier Paolo Tamburelli, uno dei progettisti della cordata
vincitrice del concorso internazionale per la Biblioteca europea di
informazione e cultura che, per l'accusa, avrebbe avuto «un ruolo di
primo piano» nel pilotare la gara: anche lui ora rischia i
domiciliari. E poi gli altri due progettisti, Angelo Raffaele Lunati
e Giancarlo Floridi di Onsitestudio, ricercatori del dipartimento di
Architettura e studi urbani del Politecnico di Milano, dove
insegnano Boeri e Zucchi: per loro la procura ha chiesto
l'interdizione. Sulla Beic ha aperto un fascicolo conoscitivo anche
la procura della Corte dei Conti, per valutare eventuali danni
erariali.
Sono tanti i contatti tra Boeri e Tamburelli via whatsApp e Telegram,
ma su entrambe le chat il primo, presidente della commissione,
avrebbe cancellato «i propri messaggi» tanto da permettere la
lettura del solo «monologo» di Tamburelli. Il Nucleo di polizia
economico finanziaria della Gdf ha contato oltre mille messaggi in
sei anni, fino a quell'ultimo incontro in zona stazione centrale
proprio la notte prima del 5 luglio, quando la commissione ha
decretato vincitrice la sua cordata. Di ritorno dalla Sardegna,
Boeri si sarebbe precipitato da Tamburelli. All'inizio però il suo
progetto, il numero 29, era stato escluso dall'archistar, invitato a
rivalutarlo da Zucchi che aveva tenuto a precisare: «Non conosco gli
autori». E poi aveva aggiunto: «Qualsiasi risultato esce qualcuno
avrà da dire "Boeri Zucchi e la cupola milanese", e proprio per
questo mi sono posto l'obiettivo della massima purezza». Per
l'accusa, solo una «excusatio non petita» dell'architetto. Qualche
giorno prima della proclamazione dei vincitori, Tamburelli scrive a
Boeri: «Amico della realtà virtuale, è tutto come previsto nella
realtà virtuale?». Per la Gdf, un modo per cercare «rassicurazioni»
sull'aggiudicazione. Anche in questo caso Boeri ha cancellato la
risposta.
Significativo per l'accusa anche il suo comportamento con il terzo
classificato, Andrea Caputo: Boeri si sarebbe fatto mandare alcune
note per riconoscere il progetto e lo avrebbe avvisato in anticipo
sul suo terzo posto, che gli ha garantito un premio di oltre 44 mila
euro.
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il provvedimento al voto
Sala difende il Salva Milano in Senato "Non abbiamo mai fatto favori
a nessuno"
La legge Salva Milano «non è un salvacondotto o un liberi
tutti». Davanti alla commissione Ambiente del Senato Giuseppe Sala
difende il provvedimento che serve alla sua città per superare lo
stallo dell'urbanistica dopo le inchieste della Procura su presunti
abusi edilizi. «Non abbiamo mai fatto favori a nessuno», assicura il
sindaco nell'audizione, negando che la legge possa rappresentare una
sorta di condono in tutti i Comuni italiani. «Ho letto ambiguità
nell'interpretazione, ma dico che tutti i Comuni restano vincolati
ai limiti» delle leggi statali e regionali «e alle decisioni dei
Consigli comunali, quando hanno fatto programmazione urbanistica».
Un modo per rassicurare i tanti, anche dentro al Pd, che dopo il
voto favorevole alla Camera stanno frenando sull'opportunità di
approvare il testo senza modifiche a Palazzo Madama. Ma Sala ha
fretta, perché il Comune di Milano ha perso lo scorso anno 165
milioni di oneri di urbanizzazione e le pratiche edilizie sono
bloccate, si stima la perdita di tremila posti di lavoro e «il
perdurare di questa situazione può produrre una carenza cronica di
fondi anche dopo il mio mandato», spiega. Quindi, bisogna chiudere
la partita: «Dopo tutto il lavoro fatto ci aspetteremmo di arrivare
a una conclusione. Spero si trovi una convergenza». Una convergenza
tra il «suo» Pd, tutt'altro che compatto, e Fratelli d'Italia, dove
aumentano i dubbi tecnici e politici.
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28.01.25
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Caso Caputi: chi sono i protagonisti della spy story che preoccupa
Palazzo Chigi
28 Gennaio 2025 Ettore Bellavia Insider
CAPUTI
Storie di 007, scoop giornalistici, appalti e spionaggi: Palazzo
Chigi pronto a riferire al Copasir sulla vicenda che avrebbe visto
l’AISI indagare sulle attività di Gaetano Caputi
I servizi segreti italiani avrebbero condotto accertamenti su
Gaetano Caputi, capo di gabinetto della Presidente del Consiglio
Giorgia Meloni. Autori dello scoop che potrebbe far tremare Palazzo
Chigi i giornalisti di Domani, Stefano Iannacone e Nello Trocchia.
Un episodio che getta ombre sulla gestione delle informazioni
riservate da parte del nostro servizio di intelligence.
LO SPIONAGGIO A PALAZZO CHIGI SU GAETANO CAPUTI
La vicenda ha origine con un esposto dello stesso Caputi alla
Procura di Roma. Lo scorso febbraio, a seguito della pubblicazione
di una serie di articoli su Domani che ipotizzavano
un’incompatibilità tra il ruolo di capo di gabinetto e alcune sue
attività parallele, Caputi avrebbe chiesto alla Procura di indagare
sulla fonte di tali notizie.
Le indagini hanno portato alla luce tre accessi compiuti da agenti
dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna) sulla banca
dati dell’Agenzia delle Entrate Punto Fisco che avevano per oggetto
proprio il profilo di Caputi.
A giugno del 2024 Giuseppe Lo Voi, procuratore capo di Roma, scrive
al Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), allora
diretto da Elisabetta Belloni, chiedendo lo scopo di tali ricerche e
l’identità di chi le aveva condotte.
Della risposta s’incarica Bruno Valensise, direttore dell’Aisi, che
spiega nella sua missiva come le verifiche siano state autorizzate
per indagare sul conto di alcuni soggetti che gravitavano intorno a
Palazzo Chigi per interessi personali.
Come riporta Domani, alla base di uno di questi accertamenti ci
sarebbe stato l’interesse del vicedirettore dell’AISI Giuseppe Del
Deo, che – su richiesta di Mario Parente a quel tempo alla guida
dell’Agenzia – si sarebbe attivato per cogliere informazioni sul
legame familiare tra la moglie di Gaetano Caputi e un soggetto sotto
osservazione dei servizi.
CHI È GAETANO CAPUTI
Pugliese classe 1965, avvocato di formazione con un passato in
magistratura civile, penale e del lavoro, vanta una lunga lista di
incarichi di rilievo nella pubblica amministrazione. Tra questi la
guida dell’ufficio legislativo in seno al Ministero delle Finanze,
di cui fu anche vicecapo di gabinetto, in virtù della sua vicinanza
a Giulio Tremonti, e in seguito, la direzione e la segreteria della
Consob.
A ottobre 2022 viene nominato capo di gabinetto della Presidenza del
Consiglio dei Ministri. Com’è noto, il ruolo di capo di gabinetto è
una posizione molto delicata e rilevante, rendendolo di fatto uno
dei collaboratori più vicini alla Presidenza del Consiglio.
Un anno fa il quotidiano diretto da Emiliano Fittipaldi si era
interessato delle attività di Gaetano Caputi, chiamato a condurre
“uno dei capitoli più delicati per le casse dello stato: il gioco
d’azzardo legale”. Questione spinosa, scriveva Domani, “non solo per
via del suo ex, recente, socio Roberto Alesse, già storico
collaboratore di Gianfranco Fini e nominato un anno fa dal governo a
capo dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli”. Alesse e Caputi, spiega
il quotidiano, “fino a gennaio 2023 sono stati azionisti di
un’azienda che si occupava di vendita di software e consulenza
finanziaria. Tra le questioni più spinose passate al vaglio del capo
dei Monopoli c’è anche il prolungamento della concessione alla
società Global Starnet, ora in amministrazione giudiziaria”.
L’EX UFFICIALE DELL’ESERCITO GIUSEPPE DEL DEO
Ex ufficiale dell’esercito, considerato vicino a Fratelli d’Italia,
vanta una carriera trentennale all’interno dell’AISI, dove ha
ricoperto il ruolo di capo del Reparto economico-finanziario. Nel
luglio dello scorso anno, è stato nominato vicedirettore dell’AISI,
subentrando a Vittorio Pisani, promosso nel frattempo a capo della
Polizia.
IL VICEDIRETTORE DEL DIS BRUNO VALENSISE
Dal 2019, Bruno Valensise, direttore dell’Agenzia informazioni e
sicurezza interna (AISI), ricopre il ruolo di vicedirettore vicario
del DIS (Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza), l’organo
che coordina le agenzie di intelligence AISI e AISE. In passato, ha
anche diretto la Scuola di formazione del comparto e l’Ufficio
centrale per la Segretezza del DIS. Valensise è insignito di diverse
onorificenze: è stato nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della
Repubblica Italiana il 27 dicembre 2009, Ufficiale dell’Ordine il 2
giugno 2013 e, successivamente, Commendatore il 2 giugno 2017.
VITTORIO GRILLI, L’EX MINISTRO OGGI A JP MORGAN
A Caputi è legato un altro nome di rilievo che sta rimbalzando nelle
cronache di queste ore. Si tratta dell’ex ministro Vittorio Grilli,
oggi a JP Morgan, incaricata da Mps per fare da advisor nell’Ops
(Offerta pubblica di scambio) da 13 miliardi in vista della scalata
a Mediobanca. A lungo direttore generale del Dipartimento del
Tesoro, vice e poi ministro dell’Economia e delle Finanze nel
governo Monti, è oggi tra i banchieri più influenti a livello
europeo, Grilli ha lavorato a stretto contatto con Caputi in
occasione del delicato dossier relativo alla vendita delle rete Tim
al fondo americano Kkr.
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Milano, gli architetti sono accusati di turbativa d'asta e falso nel
progetto della biblioteca europea. L'inchiesta dopo la segnalazione
di un professore
"Hanno pilotato il concorso per la Beic"
Chiesti gli arresti per Boeri e Zucchi
Monica serra
milano
Contatti continui su whatsapp che i pm definiscono «collusioni» tra
le archistar in commissione e i candidati del concorso
internazionale per la realizzazione della nuova Beic, la Biblioteca
europea di informazione e cultura, che ha permesso al gruppo
vincitore di aggiudicarsi incarichi per oltre 8 milioni e mezzo di
euro. Al termine degli accertamenti della Gdf, la procura di Milano
ha chiesto gli arresti domiciliari per gli architetti di fama
internazionale Stefano Boeri e Cino Zucchi, indagati per turbativa
d'asta aggravata e falso, ma anche per Pier Paolo Tamburelli, uno
dei progettisti della cordata vincitrice, strettamente legato al
presidente della commissione Boeri e che avrebbe avuto «un ruolo di
primo piano» nel pilotare la gara. Quattro sono state invece le
richieste di interdizione, due delle quali già scremate dal gip
Luigi Iannelli che, il 4 febbraio, ha convocato gli indagati per gli
interrogatori preventivi – come previsto dalla riforma Nordio –
prima di decidere se applicare o meno le misure cautelari. E che ha
già bocciato anche la richiesta di un sequestro di circa 5 milioni
di euro a carico degli indagati.
«Sono sorpreso e molto turbato – è il commento di Boeri – Attendo
con fiducia l'incontro con il giudice per poter finalmente chiarire
la mia posizione». Nel frattempo, in una nota, la Fondazione Beic
rinnova «la piena fiducia nell'operato della commissione presieduta
dall'architetto Boeri, come anche nel lavoro della magistratura».
Agli atti dell'inchiesta coordinata dalla procuratrice aggiunta
Tiziana Siciliano e aperta dopo la segnalazione di un docente in
pensione, la «messaggistica whatsapp e telegram» intercorsa tra il 6
e l'8 luglio 2022, «successivamente cancellata da Boeri», che aveva
come «oggetto l'esito della gara», e che è stata sequestrata nel
corso delle perquisizioni dal Nucleo di polizia economico
finanziaria della Gdf. «Violando l'anonimato previsto dal bando»
della gara indetta dal Comune di Milano, Tamburelli «entrava
ripetutamente in contatto con i commissari Zucchi e Boeri durante
l'iter di valutazione dei progetti e nelle fasi immediatamente
precedenti alla scelta del vincitore, così che i commissari
potessero individuare, valorizzare e sostenere il progetto
presentato dal suo raggruppamento "Onsitestudio-Baukuh-Sce+altri" ai
fini dell'aggiudicazione della gara, come effettivamente è
successo». Un pressing fatto di richieste di incontri e
sollecitazioni. Agli atti anche un'immagine controversa: la foto di
un suo libro che Tamburelli aveva regalato a Zucchi. Nel volume c'è
un ventaglio di banconote da 50 euro: se ne contano diciotto. L'archistar
che gli scrive: «Un po' sfrontato, non c'è che dire… Comunque ben
accolto, avevo il bollo della moto da pagare». Per i pm Paolo
Filippini e Mauro Clerici una «evidente è l'allusione a ricchi
guadagni di cui Tamburelli beneficerà».
Né il presidente della commissione Boeri, né Zucchi avevano
dichiarato – come previsto dalla legge – i rapporti con i candidati
con cui entrambi condividevano il lavoro nel dipartimento di
Architettura e studi urbani del Politecnico di Milano (dove i
commissari sono professori ordinari e Angelo Raffaele Lunati,
Giancarlo Floridi di Onsitestudio sono ricercatori). Neppure erano
state dichiarate le collaborazioni professionali e quindi il
presunto conflitto di interessi con altri componenti della cordata
vincitrice. Tant'è che quando per la prima volta è esploso sui
quotidiani il caso Beic anche i dipendenti del Comune interessati
alla pratica ne hanno parlato tra loro in chat: «Abbiamo fatto le
verifiche anche noi. I rapporti in varie occasioni ci sono stati.
Non è possibile che architetti famosi non abbiano incontrato
colleghi. Si dovrebbe a questo punto annullare tutto. Ma un altro
concorso rivedrebbe potenzialmente ripetersi la situazione», si
legge nei messaggi. Agli atti la ricostruzione di un «incontro» a
Milano tra Boeri e Tamburelli «la sera prima» dell'aggiudicazione,
il 5 luglio. Qualche giorno più tardi, sarà Floridi a ringraziare
Zucchi in chat: «Evviva! ! ! grazie!!!!»
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coinvolte Nell'inchiesta altre 15 persone . Rinvenuti anche 370 mila
euro
Il blitz a Bruxelles: sequestrati cocaina, armi e gioielli
Traffico internazionale di stupefacenti e coinvolgimento in
un'organizzazione criminale che importava la cocaina dall'America
Latina all'Europa, attraverso il porto d'Anversa, e la distribuiva
in Belgio. È il reato di cui è accusato Radja Nainggolan, 36 anni
calciatore, ex di Roma, Inter e della nazionale belga, fermato ieri
a Bruxelles al termine di una maxi operazione della Polizia
federale. Un blitz che ha portato all'arresto di altre 15 persone.
Gli agenti hanno sequestrato 2,7 chili di cocaina, due giubbotti
antiproiettile e armi. Rinvenuti anche oltre 370 mila euro, gioielli
e orologi di lusso, due dei quali hanno un valore stimato di 360
mila euro ciascuno. Sequestrati anche un centinaio di monete d'oro
per un valore di 116 mila euro, oggetti di lusso e 14 veicoli.
Il legale di Nainggolan, Me Omar Souidi, dopo l'interrogatorio a cui
è stato sottoposto nella sede della Polizia giudiziaria di
Bruxelles, ha negato ogni coinvolgimento del suo assistito. «Mi
aspetto che torni in campo a Lokeren (Serie B belga) il prima
possibile. È menzionato nel fascicolo ma non è stato accusato. La
polizia ha interrogato molto adeguatamente il mio cliente. Ha
collaborato e ha risposto alle domande». Gli inquirenti, secondo la
legge belga, hanno 24 ore per vedere il loro fermo trasformato in un
arresto e un rinvio a giudizio da parte del magistrato. Già oggi si
capiranno gli sviluppi di questa vicenda. —
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Città della Salute, i pm allargano l'inchiesta su carte di credito e
visite nelle cliniche private
elisa sola
Relazione di servizio del 29 dicembre 2022, nucleo investigativo dei
carabinieri. I due militari che hanno incontrato in un bar una fonte
riservata, un medico, scrivono cosa ha riferito: «Ho chiesto più
volte all'ufficio della libera professione come funziona la
ripartizione dei costi che l'azienda trattiene dalla tariffa pagata
dall'utente. Ma non ho mai ricevuto risposte. Quando faccio visite
in libera professione in studi privati, non è presente personale del
comparto sanitario e la trattenuta si aggira intorno al 18 o 20
percento. Mi chiedo perché trattengano questa percentuale, che viene
posta a noi dirigenti medici, ma anche e soprattutto cosa se ne
faccia l'azienda. Nessuno mi ha mai risposto». Quali erano e quali
sono gli accordi che regolano le visite svolte dai medici dipendenti
di Città della Salute nelle strutture private? A chi vanno i soldi
che paga il paziente?
La procura continua a scavare sull'azienda. Non solo sui presunti
falsi in bilancio, inchiesta madre che vede 25 direttori, o ex, e
vari funzionari iscritti sul registro degli indagati. Ma anche su
alcune ipotesi di peculato. Sono due i nuovi filoni d'indagine
scaturiti dall'inchiesta principale dopo la chiusura di quest'ultima
e la recente richiesta di una proroga d'indagine di sei mesi da
parte dei pm Giulia Rizzo e Mario Bendoni. Il primo riguarda le
visite a pagamento nei centri privati da parte dei medici di Città
della Salute. Il faro degli inquirenti si allarga. Dagli ospedali
pubblici alle grandi cliniche private: Fornaca, Cellini, Larc. Ci
sarebbero timbrature che non paiono in regola. Dirigenti in ospedale
e in clinica nella stessa fascia oraria. Ma non si tratta solo di
questo. Già nel 2022 la fonte riservata diceva ai carabinieri: «In
generale questo sistema non è molto chiaro. Verificate il sistema
Alpi, che regola dal punto di vista informatico tutta la libera
professione. E' nato sotto la direzione dell'ex direttore generale
Gian Paolo Zanetta e dell'ex direttrice amministrativa, Andreana
Bossola, moglie dell'ex pm Antonio Rinaudo (non indagato, ndr)». È
una trama complicata. Nella quale spunta un altro mistero. «Durante
il periodo del Covid - afferma il testimone - alla clinica privata
Cellini sono stati riconosciuti ristori sanitari superiori a quelli
ricevuti dal pubblico. Tremila euro sono andati alla Cellini e mille
al singolo ospedale. Perché?». Il motivo non è chiaro. Sui rapporti
tra pubblico e privato continua a indagare la procura, che sta
approfondendo un altro filone, relativo all'uso delle carte di
credito aziendali. Sempre con l'ipotesi del peculato. Una parte
degli accertamenti è concentrata sul ruolo di Franca Fagioli,
direttrice Oncoematologia pediatrica all'ospedale infantile Regina
Margherita. Fagioli, che non ha ricevuto avvisi di garanzia, dice:
«Sono tranquillissima. Ho sempre agito con la massima correttezza».
Ma il filone più intricato è quello delle visite mediche
intramoenia. Un altro testimone alla procura ha dichiarato: «Sulla
libera professione c'è un impianto sulla contabilità analitica, ma è
una scatola vuota. Io ho rilevato una perdita di un milione e 35
mila euro. Ma nel bilancio, di ciò, non c'è alcuna indicazione. La
perdita non è scritta perché la legge parla chiaro. Se fosse
iscritta a bilancio una perdita così, andrebbe chiusa la libera
professione». Ci sarebbe un giro di affari non irrilevante. «Nelle
cliniche non c'era controllo - spiega il teste - perché, per loro
politica, non chiedono l'integrazione ai pazienti. Lo fanno per non
perdere clienti. La Fornaca, poi, ha una convenzione relativa solo
alle attività di ricovero. Il sistema delle prestazioni occasionali
era uno strumento per eludere il tracciamento. Si faceva, in
sostanza, figurare come occasionale una prestazione di ricovero.
Così si poteva eludere l'Iva al 19 percento sulla quota. La
strategia fa risparmiare le assicurazioni, ma potrebbe esserci un
falso da parte del medico». —
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27.01.25
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Nel 2017 il principe ereditario ha lanciato la sua strategia. Il
ruolo del fondo sovrano Pif
Nuove tecnologie, energie rinnovabili e Ai i piani di Mbs per
competere con Usa e Cina
C'è un nome che bisogna tenere a mente quando si parla dei risultati
economici dell'Arabia Saudita negli ultimi anni. È quello del Public
investiment fund (Pif), il fondo sovrano domestico, che ha una
potenza di fuoco da oltre 900 miliardi di dollari.
Dal 2017, anno della sua nomina a principe ereditario, Mohammed bin
Salman ha avviato un'agenda di trasformazione che sta ridisegnando
il Paese. Con la Vision 2030 come quadro strategico e investimenti
da oltre 1.000 miliardi di dollari, Riyadh si sta muovendo verso una
diversificazione economica mirata a ridurre la dipendenza dal
petrolio e volta a competere su scala globale con Usa e Cina. Al
centro di questa strategia si trova il Pif. che rappresenta una
colonna portante di questa ambiziosa visione.
Sotto la guida del principe ereditario, il Paese sta investendo in
settori come tecnologia, intrattenimento, turismo ed energie
rinnovabili. Il Pif è funzionale a questo scopo. Nel 2021, il fondo
ha lanciato una strategia quinquennale per raddoppiare i suoi asset
a 1.070 miliardi di dollari entro il 2025, investendo almeno 40
miliardi di dollari all'anno nell'economia locale e creando 1,8
milioni di posti di lavoro. Questi obiettivi sono legati alla
visione del principe ereditario di ridurre i legami con l'export di
greggio.
I progetti sostenuti dal Pif sono il simbolo delle ambizioni
saudite. La città futuristica di Neom, un progetto da 500 miliardi
di dollari, è forse il più iconico, con l'obiettivo di creare una
metropoli high-tech basata su AI e rinnovabili. Altri progetti come
The Red Sea Project e Qiddiya evidenziano il forte impulso verso il
turismo e l'intrattenimento.
A supporto ci sono anche le riforme. L'introduzione di un'imposta
sul valore aggiunto al 15% e incentivi fiscali per le imprese hanno
rafforzato la stabilità fiscale, attirando al contempo investimenti
diretti esteri (Fdi). Riyadh punta ad attrarre 103,4 miliardi di
dollari di Fdi all'anno entro il 2030. F. Gor. —
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L'alleato di Putin sanzionato dall'Occidente controlla il Paese con
la forza da oltre trent'anni
Minsk, presidenziali senza opposizione l'ultimo dittatore d'Europa
sfiora il 90%
giovanni pigni
minsk
Stabilità, sicurezza, pace. Per molti bielorussi diretti alle urne
queste sono le promesse che spingono a sostenere il presidente in
carica Alexander Lukashenko. «Grazie al nostro presidente siamo
sicuri del nostro domani, che non ci sarà la guerra come in
Ucraina», dice Olga, una giovane donna che ha appena votato per
l'attuale leader.
Noto come "l'ultimo dittatore d'Europa", Lukashenko governa la
Bielorussia con il pugno di ferro dal 1994 e sarà rieletto per il
settimo mandato consecutivo (i primi exit poll ufficiali di ieri
sera parlano dell'87,6% di voti in suo favore) al termine di
un'elezione senza reale opposizione. L'unica volta in cui il suo
potere fu messo in discussione risale alle elezioni del 2020:
allora, accuse di frode elettorale portarono a proteste di massa, a
cui le autorità risposero con una repressione brutale, migliaia di
arresti e procedimenti penali aperti contro i manifestanti.
All'uscita da un seggio, Timofey, 25 anni, rivela con esitazione che
nel 2020 votò per Svyatlana Tikhanovskaya, la leader
dell'opposizione ora in esilio. «Oggi è rischioso dire queste cose»,
afferma abbassando la voce. Uno dei suoi amici, che partecipò alle
proteste, è ancora in prigione. Ora Timofey ha segnato l'opzione
"contro tutti" sulla scheda elettorale, praticamente l'unico mezzo
rimasto per manifestare dissenso.
L'Unione Europea, gli Stati Uniti e l'opposizione bielorussa in
esilio hanno annunciato che non riconosceranno i risultati delle
elezioni, definendole una «farsa», citando la totale repressione del
dissenso. Con i principali leader dell'opposizione incarcerati o in
esilio, i quattro candidati ammessi alle elezioni di quest'anno
appaiono come una mera facciata e raramente criticano Lukashenko.
Quest'ultimo ha snobbato la campagna elettorale, rifiutando ogni
dibattito. «Onestamente, non sto seguendo, non ho tempo per questo»,
ha dichiarato alla stampa alla vigilia del voto. «Lukashenko vincerà
queste elezioni», ammette Oleg Gaidukevich, uno dei candidati che
non nasconde il suo pressoché completo sostegno al presidente. «Dal
2020, molte cose sono cambiate, abbiamo rafforzato lo Stato»,
spiega. «Ora le elezioni sono come devono essere: tranquille.
Nessuna protesta di strada».
Isolato e sanzionato dall'Occidente, il regime di Lukashenko dipende
totalmente dall'alleanza con Mosca per la sua sopravvivenza. Con
l'invasione russa dell'Ucraina, la Bielorussia ha servito da base
per il primo assalto di Putin e ha recentemente accolto armi
nucleari russe sul proprio territorio. Allo stesso tempo, sullo
sfondo della guerra che sta devastando il Paese vicino, Lukashenko
si presenta come un garante della stabilità.
«Non è il momento di cambiare presidente», dice Aleksandr, un
giovane ingegnere. «Nel 2020 volevamo cambiare qualcosa. Ma ora è un
periodo turbolento, e vogliamo stabilità». Intanto, le repressioni
politiche hanno causato un'emigrazione di massa: secondo Eurostat, i
bielorussi sono stati la seconda nazionalità più numerosa, dopo gli
ucraini, a ottenere permessi di soggiorno nell'Ue nel 2023.
«Tutti hanno paura di tornare», dice Viktoria, una casalinga fuggita
in Polonia con la famiglia. In queste elezioni, le autorità hanno
inasprito il controllo sul processo di voto, impedendo ai cittadini
all'estero di partecipare. Anche se potessero, Viktoria non
voterebbe. «Non porterebbe a nulla», dice sconsolata. Secondo
l'organizzazione per i diritti umani Vyasna, ci sono 1.246
prigionieri politici nel Paese. Nei mesi prima delle elezioni,
Lukashenko ha graziato oltre 200 di loro, gesto che gli analisti
vedono come un tentativo di migliorare i rapporti con l'Occidente.
Allo stesso tempo, le repressioni si sono intensificate in vista
delle elezioni, dicono gli attivisti.
«Le autorità continuano a cercare e arrestare chi partecipò alle
proteste del 2020, aprendo procedimenti penali contro di loro»
racconta Natallia Satsunkevich, attivista di Vyasna costretta
all'esilio.
«Mi dispiace per queste persone», dice Aleksey, un insegnante di 40
anni che ha votato per Lukashenko. Aveva sempre sostenuto il
presidente, tranne nel 2020, quando alcuni conoscenti lo convinsero
a votare per Tikhanovskaya. Ora si pente di quella decisione. «È
stata una scelta impulsiva e irrazionale, mi sono lasciato
trascinare dalla folla», confessa. Suo cugino partecipò alle
proteste, fu picchiato dalla polizia e messo in cella per dieci
giorni. Allora Aleksey ha realizzato che opporsi a Lukashenko porta
solo guai. «Quando votavo per lui, non c'erano queste repressioni»,
riflette. «Sono iniziate quando ho votato contro di lui». —
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Dal disastro dell'operazione Antonveneta fino all'assalto di venerdì
scorso alla finanza milanese L'ingresso del Mef nel 2017 ha evitato
il fallimento, con le cessioni recuperata parte dei soldi
Crisi, salvataggio pubblico e rinascita Lo Stato è in rosso di
quattro miliardi
ALESSANDRO BARBERA
ROMA
Della banca che fu, a Siena è rimasta la toponomastica. Non c'è
strada, angolo o edificio pubblico che non ricordi i fasti di una
storia costata agli italiani più di quattro miliardi, euro più euro
meno. E' quel che si evince da una rapida contabilità fra ciò che lo
Stato ha dovuto sborsare e ciò che ha incassato negli ultimi due
anni dalla vendita delle quote del Monte dei Paschi: se oggi può
permettersi di lanciarsi alla conquista di Mediobanca, lo si deve
anche agli italiani. La storia della crisi e resurrezione di Mps
inizia nel 2007, quando il vento sembra in poppa. La banca - allora
guidata dall'intraprendente Giuseppe Mussari - acquista dal
Santander l'italiana Antonveneta per la cifra iperbolica di 10,3
miliardi: pochi mesi prima gli spagnoli l'avevano pagata 6,6. Solo
l'imprudenza poteva spingere a un azzardo a pochi mesi dalla più
grave crisi finanziaria della storia. Nel 2008 la Banca d'Italia
vede le prime crepe. I nomi hanno poco a che spartire con il
toscano: Fresh, lo strumento finanziario che accompagna l'aumento di
capitale di Antonveneta. O i titoli Alexandria, che provocano
perdite enormi e vengono ceduti alla giapponese Nomura. La fregatura
per il contribuente inizia lì: Nomura spalma le perdite su
trent'anni e prenota 1,9 miliardi di un prestito pubblico, i
"Tremonti bond".
Nel 2010 la Banca d'Italia avvia un'ispezione, impone a Mps un
aumento di capitale e pretende aggiornamenti quotidiani sulla
liquidità. A luglio 2011 Fondazione Mps - che fino ad allora aveva
avuto il controllo incontrastato della banca - sottoscrive un
aumento di capitale da due miliardi. E' la vigilia del secondo
tsunami sulla finanza italiana, con la crisi dello spread e il
governo Monti. A novembre Fondazione Mps ha un miliardo di debiti
con i finanziatori di Antonveneta: per evitare il peggio vende
partecipazioni e il 15 per cento delle azioni. A cinque anni da
quell'operazione disastrosa la quota dei senesi è scesa dal 56 al 33
per cento.
Mps chiude i conti 2011 con quattro miliardi di perdite. Ad aprile
Giuseppe Mussari lascia e arriva Alessandro Profumo. Nel 2013 è
necessario un aumento di capitale da tre miliardi, ma Siena è ormai
un pozzo senza fondo: i conti 2014 si chiudono con un rosso di oltre
cinque. Nel 2015 è necessario un altro aumento di capitale da tre
miliardi. Nel 2016 Mps è la peggior banca fra le cinquantuno
sottoposte a test europei e il governo deve stanziare altri 5,4
miliardi. Nel 2017, in ossequio ad una norma comunitaria, lo Stato
salva la banca dal dissesto e diventa azionista al 68 per cento. Nel
frattempo - siamo nel 2019 - il tribunale di Milano condanna Mussari
a 7 anni e 6 mesi di carcere. Nel 2020 Mps è ancora una banca in
pessime condizioni e cede 8,1 miliardi di crediti deteriorati. Con
l'avanzare del risanamento sembrano imminenti le nozze con
Unicredit, ma la trattativa salta. Nel 2022 Mario Draghi - fra le
proteste della Lega - sceglie per guidare la banca Luigi Lovaglio.
Quell'anno lo Stato sborsa altri 1,6 miliardi, ma è l'ultima volta.
Fra il 2023 e il 2024 il governo Meloni vende a pezzi quote della
banca, e scende dal 68 per cento all'11, restituendo ai contribuenti
2,7 miliardi. L'anno scorso Mps ha distribuito un dividendo per la
prima volta dopo 13 anni: allo Stato sono andati quasi 90 milioni. —
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La memoria dei bambini
Francesco munafò
Èil 7 ottobre 1938. Un'alunna della scuola elementare Rignon apre in
lacrime il suo quaderno: «Caro diario - scrive - dimmi se ti ho mai
annunziato una notizia brutta come questa: debbo lasciare la mia
amata scuoletta». La bambina è Elena Ottolenghi: ha 9 anni e i
capelli rossi e come tutti i coetanei di origine ebraica non è più
gradita tra i banchi della scuola pubblica. Lo dispongono le leggi
razziali, che Benito Mussolini ha annunciato un mese prima.
Elena è disorientata: lei, così diligente, amata dalle insegnanti,
deve ricominciare tutto altrove. Riprende la quarta elementare alla
scuola ebraica "Colonna e Finzi" e le nuove maestre le piacciono,
così come i compagni. Ma continua a non capire. Una notte di aprile,
mesi dopo l'allontanamento, fa un sogno che la sveglia di
soprassalto: c'è la sua vecchia insegnante che le dà un bacio sulla
fronte dopo averle consegnato due libri. «Io a quel bacio mi
commossi - annota - pensando che io non potrò più stare con quella
maestra che mi insegnò a leggere, a scrivere, e piansi, piansi,
piansi, e poi mi svegliai sempre molto triste e con gli occhi
bagnati».
Quando la fondatrice dell'associazione Atelier Heritage, Mariachiara
Guerra, ha letto queste pagine, ha pensato di farne un laboratorio
per gli alunni della scuola elementare Aristide Gabelli, in via
Santhià, a Barriera di Milano. Mentre recitava quei passi ad alta
voce, l'anno scorso, in classe qualcuno bisbigliava: «Non è giusto».
In tanti avevano compreso la sofferenza di Elena e questo ha spinto
Guerra a ripetere l'esperimento didattico quest'anno: oggi, per il
Giorno della Memoria, saranno gli alunni della 5^A ad ascoltare i
passi di quei diari.
«Con loro faccio spesso questo esempio - spiega Guerra - "Immaginate
che tutti i bimbi con gli occhi blu o con i capelli neri non possano
più entrare a scuola"». È il suo modo per raccontare come il
fascismo si accanì contro tutte le diversità: politiche, etniche,
culturali. Ma è anche un monito a lavorare perché non accada più.
Un'idea che ha più valore in un quartiere multietnico come Barriera
e in una scuola come la Gabelli, frequentata da allievi di trenta
nazionalità: «Per noi non esistono italiani e stranieri - spiega il
dirigente scolastico, Luca Bollero - ma solo bambini che oggi sono
in Italia e condividono gli stessi valori. Così come era solo una
bambina Elena: per questo gli alunni si identificano in lei».
Dopo averne ascoltato la lettura, la classe sarà chiamata a
illustrare il diario con l'aiuto dell'artista Alessandro Rivoir: fu
suo zio Silvio, impiegato all'anagrafe, ad aiutare la famiglia
Ottolenghi a scampare alla deportazione procurando loro dei
documenti falsi.
Una storia custodita dall'Istituto piemontese per la storia della
resistenza, cui Elena Ottolenghi, morta l'anno scorso all'et, aveva
consegnato i suoi diari scolastici. Documenti preziosi perché, oltre
a raccontare il dramma dei più piccoli, «rappresentano l'angoscia di
chi visse da adulto gli stessi momenti» spiega Riccardo Marchis,
coordinatore delle attività didattiche di Istoreto. Di chi cioè «fu
di colpo relegato - aggiunge - in un mondo di discriminazioni e
disuguaglianza: non deve più accadere».
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A beneficiarne il compositore Diego Josè Ferrero, il campione di
pallamano Josè Guilherme De Toledo e il calciatore dell'Arsenal
Gabriel Martinelli
False cittadinanze italiane a 68 brasiliani L'ex sindaca di Lauriano
andrà a processo
andrea bucci
False cittadinanze italiane rilasciate a brasiliani attraverso
l'ufficio anagrafe di Lauriano, comune sulla collina chivassese.
Inizierà il 3 aprile a Ivrea il processo che vede imputate l'ex
sindaca Matilde Casa, la responsabile dell'ufficio anagrafe del
comune Barbara Anselmino, l'addetto all'ufficio anagrafe Giuseppe
Marcucci, l'ex titolare del B&B di Lauriano dove i brasiliani
alloggiavano, Niva Detti (il compagno Mauro Franchini è stato invece
prosciolto) e gli agenti della società d'intermediazione "Rotunno-Immigration
Solutions & Business" di San Paolo in Brasile, Gabriela Rotunno Val
De Sousa, Silvia Rotunno Simoes e Ileana Pastrone. A processo andrà
anche il responsabile dell'anagrafe del Comune di Asciano (Siena),
Marco Petrioli in quanto alcune cittadinanze sarebbero state
rilasciate in Toscana. Sono stati tutti rinviati a giudizio.
A beneficiare delle cittadinanze italiane figuravano anche il
compositore brasiliano, Diego Josè Ferrero, il campione della
nazionale verdeoro di pallamano, Josè Guilherme De Toledo e la
stella della nazionale di calcio brasiliana e dell'Arsenal, Gabriel
Martinelli. Risulterebbero, fino al 2023, tutti residenti a Lauriano,
iscritti all'Aire (anagrafe per i residenti all'estero). Proprio il
calciatore, insieme al padre (anche lui residente a Lauriano) aveva
postato sul suo profilo instagram la foto in piazza Risorgimento a
Lauriano. Era l'agosto 2019.
Per la procura di Ivrea tra Lauriano, la Toscana e il Brasile c'è
un'associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla
falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale. Per ottenere la
cittadinanza a Lauriano – secondo la ricostruzione della pm
Valentina Bossi – cittadini brasiliani (in tutto 68) versavano cifre
comprese tra i mille e 500 e 10 mila euro. Denaro che sarebbe stato
versato alla Rotunno Immigration Solution&Business, i cui agenti si
interessavano per far ottenere la residenza e la successiva
cittadinanza italiana attraverso il principio dello "Ius sanguinis",
ovvero attraverso discendenti italiani.
E per pochi giorni i brasiliani alloggiavano a Lauriano, nel B&B
immerso nel verde.
Su Lauriano si abbatte dunque un'inchiesta giudiziaria avviata sei
anni fa dalle indagini dei carabinieri. In mezzo ci sono state le
elezioni amministrative per il rinnovo del Consiglio comunale. Ora
Matilde Casa non è più sindaca. A parlare per lei è il suo legale,
l'avvocato Mauro Carena: «Rispetto alla decisione del giudice che
non condivido perché in un capo d'imputazione generico emerge
chiaramente come Casa non abbia commesso alcuna irregolarità avendo
semplicemente attestato residenze su pratiche istruite da anagrafe e
dalla Prefettura». E dice ancora: «Le viene contestata di aver
ottenuto in regalo una stampante, che non è mai stata consegnata».
Esce dal processo, invece, l'intermediario della società brasiliana,
Stefano Bardelli: ha patteggiato 2 anni e 6 mesi. «Abbiamo voluto
evitare l'ansia e i costi di un processo» ha commentato l'avvocato
Tommaso Servetto. —
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26.01.25
-
L'intervista
Nicola Gratteri "Le carriere separate servono a indebolire i pm Ecco perché ho
disertato"
inviata a napoli Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, ieri ha disertato
l'inaugurazione dell'anno giudiziario. «Troppe accuse contro la
magistratura», troppe scelte non condivise. «Non me la sono sentita
di rispettare il protocollo». È rimasto alla sua scrivania, a
lavorare, come ogni giorno. Un'assenza, la sua, carica di
significato. «Non ritengo utile la mia presenza, dato che nel corso
di tutto questo tempo, mesi e anni, nessuno ha chiesto e ha voluto
un confronto per discutere sul piano pratico, tecnico e giuridico
della riforma», aveva anticipato al mattino ospite di Agorà su
RaiTre. «Quindi andare lì a sentire lo stesso discorso fatto ieri,
fatto in televisione ieri sera o fatto l'altro ancora, non ne vale
la pena». Alla guida dell'Ufficio requirente più grande d'Italia, non ha mai
risparmiato critiche alla riforma della giustizia. Dalla separazione
delle carriere, che «serve solo a indebolire il pubblico ministero»,
alla questione intercettazioni. Dal Governo, poi, sono state
lanciate «accuse gravissime» contro la magistratura. Impossibile
restare indifferenti. Sacrosanta, quindi, la protesta
dell'Associazione nazionale magistrati. Anzi. Secondo il
procuratore, l'Anm «sinora è stata sin troppo timida rispetto anche
ad altre riforme». Procuratore, ieri ha dato forfait alla cerimonia. E in Sala dei
Busti nessuno l'ha vista. «No, non sono andato». Dov'era in quel momento? «In procura, in ufficio nella mia stanza. Ho preferito non
presenziare all'inaugurazione». Come mai? «È stata la prima volta da quando ricopro un ruolo istituzionale che
non partecipo ad una inaugurazione dell'anno giudiziario, ma ritengo
troppo gravi le accuse che sono state fatte contro la magistratura.
Non me la sono sentita di rispettare il protocollo». Il ministro Nordio, nel suo intervento, ha difeso la riforma. Cito:
«Come si può pensare che un ex magistrato, che per 40 anni ha svolto
quel ruolo, abbia come obiettivo l'umiliazione della magistratura?».
Come risponde? «Guardi, io credo che dobbiamo tutti ringraziare il ministro Nordio
perché è riuscito a fare quello che nessuno era riuscito a fare». Ovvero? «Rendere unita e compatta la magistratura. Non ci speravo più, era
dalla epoca delle stragi che non accadeva. Grazie a lui ora tutti i
magistrati, iscritti a correnti e non, penalisti, civilisti sono
uniti e compatti come mai prima». Meno dell'1% passa da pm a giudice. A chi serve la separazione delle
carriere? «Ripeto quello che ho detto più volte: serve per indebolire il
pubblico ministero». Quale il passaggio successivo? «La sua sottoposizione al controllo dell'esecutivo. Ma voglio
ribadire quello che ho detto due giorni fa a un suo collega». Mi dica. «Spesso si grida allo scandalo e si invoca la separazione delle
carriere dopo un'assoluzione eccellente». Come mai, a suo parere? «Ma scusate: se il giudice ha assolto che senso ha la separazione
delle carriere? Lo avrebbe solo se condannasse e si scoprisse che si
è messo d'accordo con il pm, in quanto colleghi. Al contrario,
l'assoluzione, eccellente o meno, è sintomatica dell'autonomia del
giudice rispetto al pubblico ministero». Dal Governo continuano a ripetere che anche il giudice Giovanni
Falcone era favorevole alla separazione delle carriere. Una
strumentalizzazione? «È falso. Giovanni Falcone come anche Paolo Borsellino hanno
cambiato funzione. Sono stati giudici e pm». Sempre il ministro Nordio ieri ha dichiarato: «Non potrei mai volere
una magistratura non indipendente». Poi, però, accusa i pm di essere
«superpoliziotti». «Quelle fatte sono accuse gravissime. Il ministro avrebbe dovuto nel
caso fare riferimento a casi specifici, precisando se abbia
esercitato i suoi poteri in punto di azione disciplinare, ovvero se
abbia disposto ispezioni mirate o inchieste amministrative. Io non
so quali pm conosce, a chi si riferisce. Quelli descritti dal
ministro non sono i pm che conosco io». —
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La novità con una circolare dell'Ad Rossi
Rai, polemica sui supervisori dei programmi "Vogliono controllare le
inchieste di Report"
L'hanno già ribattezzata «norma anti Ranucci», una misura
pensata per colpire il conduttore di "Report". La circolare firmata
dall'amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, stabilisce
che tutti i programmi debbano avere un capostruttura che ne presidi
il percorso e che questa funzione non possa essere delegata al
conduttore del programma stesso. Come avviene, al momento, proprio a
"Report", perché Ranucci è anche vicedirettore e non ha un
supervisore. «Scelta normale», assicurano dai piani alti di viale
Mazzini, spiegando che il provvedimento è conseguenza di un audit
interno di due mesi, che avrebbe evidenziato la sovrapposizione di
ruoli in alcune direzioni.
Per il sindacato Usigrai, invece, si tratta di «un attacco alla
professione giornalistica: un modo ulteriore per mettere sotto
stretto controllo l'informazione del servizio pubblico». E anche le
opposizioni vanno all'attacco: «Il governo Meloni ora pretende di
controllare quelli che funzionano, non è accettabile», avverte
Sandro Ruotolo, responsabile Informazione del Pd. Mentre per Dolores
Bevilacqua, 5 stelle in commissione di Vigilanza Rai, si tratta di
«un tentativo di addomesticare le trasmissioni che rispondono solo
al diritto/dovere di informare i cittadini». Stessa lettura da parte
di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli di Avs, convinti che
l'obiettivo sia «commissariare i programmi Rai e, in particolare,
"Report" – sottolineano –. È un atto contro la libertà
d'informazione e l'autonomia dei giornalisti». —
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L'ex capostazione che sfidò Trenitalia "Ora riparto dalle linee
fantasma"
Giuseppe Arena
Ha detto
Il matrimonio
Il progetto
"
La battaglia
PAOLA SCOLA
CUNEO
Quando il treno ha attraversato, ieri, dopo 13 anni, le stazioni da
Cuneo a Savigliano (nella pianura della provincia Granda), era a
bordo. Perché quello è il "suo" treno, con la livrea Arenaways,
marchio oggi della Longitude Holding. Lui è Giuseppe Arena, il
capostazione che per primo, a fine Anni '90, ha sfidato il colosso
Trenitalia. Fu una scommessa allora e lo è adesso, con la presa in
concessione di due tratte, chiuse dal 2012: corse ogni ora, a misura
di pendolari, su Cuneo-Saluzzo-Savigliano e in seguito Ceva-Ormea.
Arena inizia con un altro lavoro, poi in ferrovia. Infine realizza
il sogno: creare una compagnia privata che, dal trasporto merci,
passa ai convogli passeggeri. Cioè contrasta il monopolio di Fs. Fra
mille difficoltà, nel 2010 avvia il servizio, ma l'"anello" da
Milano a Novara, Vercelli, Torino, Alessandria, Asti e Milano gli
viene limitato, senza fermate intermedie. Impossibile sopravvivere:
Arenaways finisce in procedura fallimentare. Anni dopo il Garante
della concorrenza multerà Fs, per abuso di posizione dominante.
Il sogno di Giuseppe Arena non muore. E quando la Regione Piemonte,
un anno fa, sonda il mercato per riaprire quei "rami secchi",
Longitude Holding (la nuova società di cui lui è presidente
onorario, con il figlio Matteo direttore generale, gli spagnoli di
Renfe e altre aziende) si fa avanti. Con il marchio Arenaways.
Arena, come inizia la sua vita in ferrovia?
«Sono stato progettista di macchine tessili, poi all'Ufficio
Brevetti di Torino, negli Anni ‘70. Ho lavorato al carrello del
Pendolino dell'allora Fiat Ferroviaria di Savigliano e mi sono
appassionato ai treni. In Fs si accedeva solo per concorsi, ho vinto
quello da capostazione. Una soddisfazione. Mi hanno assegnato
Racconigi e affidato i corsi di formazione. Intanto inventavo
cosette per migliorare e rendere il lavoro più efficiente».
Quali "cosette"?
«Mi affidarono il compito di istruttore di movimento, per preparare
i capistazione. Ho introdotto novità, come insegnare con la lavagna
luminosa o i fumetti, che disegnavo io, per rendere meno noioso il
regolamento ferroviario. Usavo anche filmati, sceneggiati da
colleghi».
Si è sposato su un treno?
«Ho usato il treno per dimostrare che anche le linee minori andavano
mantenute, inventando iniziative particolari, e non chiuse: la
Ceva-Ormea rischiava il taglio, che poi venne comunque. La sposa
l'ho accolta sul predellino a Torino Porta Susa. Ci sposò il sindaco
di Ormea, in Comune, poi il pranzo si fece in treno, attrezzato a
ristorante per 75 ospiti. Compimmo il tour delle Langhe e alla
stazione di Alba tagliammo la torta sul primo binario».
Ma dalle Fs si è licenziato.
«Stava cambiando tutto, rispetto al clima in cui ero cresciuto. Mi
sono detto: "Ora la ferrovia la faccio io". Ho creato Rail Service,
un piccolo tour operator. Nel '91 era stata emessa la direttiva
comunitaria, la mamma di tutte le direttive per la liberalizzazione
del mercato ferroviario: l'ho letta e sono partito per fare qualcosa
di nuovo. Mi dissero che ero pazzo ad andare via».
E quindi?
«Ho fondato la "Strade ferrate del Mediterraneo" con sede ad
Alessandria, ottenendo la prima certificazione di sicurezza. Un
momento epocale ed emozionante. Mi ero presentato nel '97 al
direttore generale del Ministero, per chiedere la licenza da impresa
ferroviaria. Ho impiegato tre anni per averla. Avevo studiato tutto,
ma occorreva avere un treno».
Come ci è riuscito?
«Nelle mie scorribande per l'Europa, ho conosciuto un docente del
Politecnico di Zurigo e un imprenditore tedesco. Come nelle
barzellette, ci mettemmo in tre: lo svizzero lasciò il Poli per fare
il venditore di treni usati, il tedesco ci affiancò. All'officina
Fervet di Castelfranco Veneto facemmo sistemare un treno da
crociera. E organizzai un tour della Mitteleuropa di 10 giorni».
Poi è nata Arenaways.
«Era il mio pallino toccare il mercato dei passeggeri. Sono nato
prima di Italo, hanno fatto di tutto per sbattermi fuori dai binari.
Non ero appoggiato politicamente, ma un battitore libero e mi è
costato caro. Il mercato non era maturo. I miei azionisti si sono
spaventati, davanti al rischio che i nostri treni non potessero
circolare. Avevo creato un modello nuovo per il Piemonte: mi
dissero, anche dalle Regioni Piemonte e Lombardia, che non lo avrei
potuto fare, perché rompevo gli equilibri economici. Anche se avevo
creato posti di lavoro. Ho dovuto arrendermi».
Non si è ritirato, ha solo atteso.
«Per principio voglio sempre concludere quello che ho iniziato,
anche se ho preso batoste. Non ho gettato la spugna e ho
ricominciato da capo. Ho collaborato con altre imprese, poi con mio
figlio Matteo».
Una passione di famiglia?
«L'ho cresciuto senza che fosse costretto a seguire la mia strada,
poi si è appassionato allo stesso mondo. È lui il direttore generale
di Longitude Holding».
La sua scommessa?
«Una cosa nuova. Non Alta Velocità, ma una piccola tratta, con altri
progetti entro un paio d'anni. Quella riaperta non è una linea
commerciale. Con Regione e Agenzia della Mobilità ci siamo seduti ad
affrontare il problema delle linee sospese: quando il pubblico si
mette a un tavolo per trovare soluzioni in tempi brevi, in un
periodo con pochi soldi, e ci sono tecnici appassionati, ce la si
può fare. Nessuno ci credeva, in un anno abbiamo fatto qualcosa da
guinness, considerando che il mercato non è facile e non lo è
trovare un treno. Non è come entrare in un concessionario per
un'auto».
Il suo pensiero a bordo della prima corsa?
«Spero che non salgano solo macchinista e capotreno, altrimenti
abbiamo perso tutti. Ho fatto promozione, anche nelle scuole. Non
sono qui per prendere un contributo che copra i costi: la mia sfida
è portare la gente a bordo. Anche perché le strade della provincia
di Cuneo sono pessime».
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25.01.25
-
Cadono gli ex collaboratori, l'immunologo È stato minacciato per le
sue decisioni sul covid
Donald toglie la scorta a Fauci: "Se la paghi da solo"
corrispondente da washington
Cadono una dopo l'altra "le teste" degli ex collaboratori di Donald
Trump diventati poi critici. Dopo aver tolto le misure di protezione
a John Bolton, che fu suo consigliere per la Sicurezza nazionale nel
primo mandato, ieri il presidente ha annunciato che anche
l'immunologo Anthony Fauci, oltre 40 anni spesi nelle agenzie
governative e volto della lotta contro il Covid-19, non avrà più la
sicurezza garantita dal governo federale. Lo stop alla protezione è
arrivato in realtà giovedì, tanto che Fauci si è prontamente
cautelato ingaggiando la sicurezza privata. Rispondendo a una
domanda se si sentirebbe responsabile se accadesse qualcosa a Fauci
o a Bolton, il presidente ha replicato con un secco no. Spiegando
che non si può avere a vita la protezione del governo. Bolton e
Fauci «hanno fatto un sacco di soldi, possono assumere una sicurezza
privata», ha detto Trump.
Nel mirino sono finiti anche Mike Pompeo, che fu segretario di Stato
del tycoon, e il suo principale collaboratore Brian Hook. Misure di
protezione tolte nonostante su di loro pendano minacce dall'Iran da
quando hanno assunto posizioni molto dure nei confronti della
Repubblica Islamica. L'ex presidente Biden ogni anno della sua
presidenza ha rinnovato le credenziali di sicurezza.
Lo scorso anno in un'audizione al Congresso Fauci aveva raccontato
delle minacce di morte costanti cui sono bersaglio lui e la sua
famiglia. «Arriva di tutto, da molestie vie email, a sms, lettere».
In luglio aveva raccontato che «ogni volta che qualcuno si alza – e
succede anche nei media con la Fox News – e fa una dichiarazione
pubblica che io sono responsabile della morte di chissà quante
persone per le politiche fatte o per la folle idea che io ho creato
il virus, immediatamente, come un orologio, le minacce di morte
aumentano».
L'immunologo è diventato uno dei nemici giurati del popolo Maga che
lo accusa di non aver voluto indagare a sufficienza sull'origine del
Covid e di essere sostenitore di una campagna vaccinale (e dell'uso
dalla distanza fisica e delle mascherine ovunque) intesa. Il
Congresso a guida repubblicana ha più volte promesso che avrebbe
aperto un'indagine su di lui. Durante la deposizione della estate
scorsa, la deputata Marjorie Taylor Greene si era rifiutata di
rivolgersi a lui come dottore, «Non sei un dottore, nei miei pochi
minuti di intervento sei il signor Fauci».
Lunedì scorso, poche ore prima di lasciare la Casa Bianca, Biden ha
esteso un perdono preventivo a Fauci e ai membri della Commissione 6
gennaio per evitare inchieste e rappresaglie del congresso a guida
repubblicana. a . sim. —
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24.01.25
-
Le accuse al comandante libico "Ha torturato, stuprato e ucciso"
roma
Spietato. Sadico. Osama Almasry Njeem, «Mr Njeem», il comandante
libico arrestato a Torino su mandato internazionale e lasciato
libero per un cavillo giudiziario, è un uomo crudele. Lo racconta il
mandato di cattura della Corte dell'Aja. Che lo accusa di crimini di
guerra e contro l'umanità. Di stupri, omicidi, torture, botte. È
vero, si legge negli atti, Almasri «non ha un titolo ufficiale». Ma
nella prigione di Mitiga, ad ovest della Libia, «tutto avviene sotto
il suo controllo e con il suo consenso». Lì occupa «la posizione più
alta». È il direttore di quel lager. Dispone della vita e della
morte.
Dodici sezioni, celle che si susseguono. Quelle di isolamento,
quelle in cui i detenuti vengono ammassati. Oltre 5140 dal febbraio
2015 a marzo 2024. Ci sono, dicono, alcuni terroristi di Al Qaeda e
altri jihadisti. E poi ci sono tanti altri. Arrestati dalla Rada,
gruppo paramilitare a supporto del Governo di unità nazionale, di
cui Almasri è tra i personaggi al vertice. Ci sono tanti altri
imprigionati per motivi politici, religiosi. Per atteggiamenti
considerati immorali, perché omosessuali o transgender. Perché non
rispettano la legge islamica.
«Gli interrogatori sono brutali», scrive la Corte penale
internazionale. A Mitiga «non vengono rispettati i più basilari
diritti umani». Torture fisiche e mentali per «sottomettere,
togliere la dignità». I bambini vengono divisi dalle madri, alle
donne «vengono negati anche gli assorbenti». I prigionieri sono
«stuprati, seviziati». Si tortura con gli elettrodi, con finte
esecuzioni. In «un'atmosfera di terrore e oppressione». Si lasciano
uomini appesi a testa in giù per ore. Ad altri viene tolto il
respiro: la testa viene spinta nell'acqua, come a volerli annegare.
Poi vengono ripresi. E poi di nuovo giù, quasi a soffocarli.
A Mitiga non ci sono regole. O meglio. È il generale Almasri a
dettarle. «Mr Njeem era presente - si legge nel mandato d'arresto
della Corte dell'Aja - quando le guardie picchiavano e uccidevano i
detenuti». E ha promesso di «punire quelli che i reclusi li hanno
aiutati». Magari con del cibo, magari consentendo una telefonata a
casa, magari non infierendo su corpi esanimi. «Lui stesso ha
picchiato, torturato, ammazzato, stuprato. Ha abusato, anche di
minori». Per la Corte dell'Aja, il generale «sapeva cosa stava
facendo». Sapeva di violare non solo l'umana pietà, ma anche le
leggi internazionali. Eppure «oltraggiava con crudeltà». La sua
«violenza - si legge - è inflitta di proposito». Non solo. Tra le
accuse c'è anche «la persecuzione, la riduzione in schiavitù». E
«l'emettere sentenze» di condanna senza un giusto processo.
Trentaquattro le persone ammazzate nella prigione di Mitiga, di cui
la Corte racconta nel dettaglio. «Dodici morte per le torture
subite, sedici lasciate senza cure mediche anche se malate. In due
poi, sono stati chiusi in una cella al gelo, senza coperte né
vestiti». Il generale Almasri sa. Gli viene comunicata ogni cosa. E
di numerose brutalità è proprio lui il protagonista.
«L'arresto è necessario» per la Corte penale internazionale. Almasri
deve finire in manette: solo così «finirà davanti a un giudice»,
solo così «non potrà danneggiare le indagini». Solo così «non potrà
continuare a commettere crimini».
Il 2 ottobre 2024, il procuratore generale della Cpi chiede un
mandato d'arresto per Osama Almasri Njeem. «Per i crimini commessi
in Libia dal febbraio 2015 all'ottobre 2024». Il 18 gennaio 2025, la
decisione di procedere viene presa a maggioranza. E Almasri viene
intercettato dalla Digos di Torino mentre, con alcuni amici, sta
tornando in hotel dopo essere stato allo stadio a vedere la sua
squadra del cuore. In un borsello nero di marca ha tre passaporti
intestati a suo nome, un portafoglio, carte di credito tra le più
svariate, qualche moneta, un accendino, una penna. Al polso un Rolex
fasullo. Almasri, destinatario «di un mandato d'arresto
internazionale a fini estradizionali» a quanto risulta nella banca
dati dell'Interpol, finisce in manette. I suoi amici, Ayoub Yousef
Sghiar, Murad Shiboub Bramithah e Osama Mohamed Uta, vengono
indagati per favoreggiamento. E raggiunti da un ordine di
espulsione: devono lasciare l'Italia entro domani.
Il generale viene scarcerato tre giorni dopo, il 21 gennaio. Per un
«errore di procedura», sostiene la Corte d'appello di Roma. Il
ministro della Giustizia non sarebbe stato avvertito in tempo. La
Corte dell'Aja, in una nota, assicura: «L'Italia sapeva».
Esplode la bagarre politica, il rimpallo di responsabilità. Il
generale Almasri, nel frattempo, viene rimpatriato. Lo scorso
martedì, in tarda serata, torna in Libia, a Tripoli. E c'è una foto,
diffusa sui social, che lo immortala mentre scende sorridente,
accolto da braccia amiche e fuochi d'artificio, sotto le scalette
dell'aereo che lo ha riportato a casa: un aereo che sul lato, ben in
vista, la bandiera italiana.
Per la Corte dell'Aja, Almasri è un torturatore, da punire con la
pena massima dell'ergastolo. Per chi era ad aspettarlo a Tripoli, il
generale è una sorta di eroe nazionale. Per chi lavora nella
prigione di Mitiga, Almasri è la legge. Per chi è detenuto, il
generale è sinonimo di vita. O di morte
-
Il parlamentino dei magistrati compatto: il ministro ha superato il
limite
Il Csm contro le accuse di Nordio ai pm "Chiediamo la tutela per
tutte le toghe"
Dura critica del Csm al ministro della giustizia Carlo Nordio.
Tutti i componenti togati - unitamente al consigliere laico Roberto
Romboli, un costituzionalista vicino al Pd- hanno depositato, al
Comitato di presidenza, la richiesta di apertura di una pratica a
tutela dell'ordine giudiziario dopo le parole pronunciate l'altro
ieri dal Guardasigilli in Parlamento. «Nel descrivere l'attività del
pm - si legge in una nota - ha riferito di "clonazioni" di
fascicoli, di indagini "occulte ed eterne", di "disastri finanziari"
descrivendo tali condotte come prassi diffuse e condivise dalle
procure della Repubblica». Nordio, prosegue la richiesta dei togati
e del laico Romboli, «ha poi spiegato come i pubblici ministeri
siano già "superpoliziotti" che godono, però, delle garanzie dei
giudici proponendo così un'erronea ricostruzione dell'attività del
pm e del suo ruolo nell'attuale assetto ordinamentale».
Il consigliere togato della corrente progressista Area Marcello
Basilico ribadisce: «Con la nostra sollecitazione vogliamo segnalare
il limite oltre il quale la mera dialettica politica non può andare.
Le parole del ministro ledono fortemente la credibilità dei
magistrati».
I sostenitori della richiesta ritengono che «le parole di Nordio,
pronunciate perraltro in una sede istituzionale, integrino un
comportamento lesivo del prestigio e dell'indipendente esercizio
della giurisdizione tali da determinare un turbamento alla
credibilità della funzione giudiziaria e richiedono, pertanto,
l'apertura di una pratica a tutela dell'ordine giudiziario». Ma non
sono tutti d'accordo. Si dissocia infatti il consigliere laico
Enrico Aimi (in quota Fi), che definisce «surreale» la richiesta di
apertura pratica a tutela del prestigio dell'ordine giudiziario. «A
poche ore dalle cerimonie per l'inaugurazione dell'anno giudiziario
2025, queste suggestioni allarmistiche - osserva Aimi - non fanno
altro che esacerbare i già tesi rapporti tra magistratura e
esecutivo. Ricordo ai colleghi che il Consiglio superiore della
magistratura non è la terza Camera».
E il deputato Fi Enrico Costa stigmatizza: «Il Csm anziché aprire
inutili pratiche a tutela contro le sacrosante parole del ministro
farebbe bene ad approfondire le modalità della protesta voluta
dall'Anm all'inaugurazione dell'anno giudiziario». Avs chiede invece
le dimissioni del ministro Nordio, perché «fomenta una guerra
interna al sistema giudiziario». GRA.LON. —
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Gli epidemiologi: da ottobre oltre 500 mila casi in Piemonte.
Vaccinazioni in aumento: già 800 mila somministrazioni
Virus respiratori, boom tra i bambini In una settimana
contagi raddoppiati
alessandro mondo
Virus respiratori, ora sotto scacco ci sono i bambini. Casi
contenuti del vero e proprio virus influenzale, molti di più quelli
che rimandano agli altri componenti della popolosa famiglia degli
agenti infettivi. In ordine di frequenza: Rhinovirus, Coronavirus
diversi da SARS CoV-2, Virus Respiratorio Sinciziale, Adenovirus,
Metapneumovirus, Virus Parainfluenzali, Covid.
E' una delle novità di questa stagione epidemica, insieme al ritardo
nel raggiungimento del picco, cioè dell'apice della diffusione tra
la popolazione prima della lenta decrescita della curva. Conferma il
Seremi, Servizio di Epidemiologia Regionale, confermano i pediatri,
come sempre sul campo. «In effetti, riscontriamo un aumento
significativo di forme respiratorie dovute, più che alla classica
influenza, ad altri virus, nel mio studio vedo una media di almeno
sette-otto pazienti al giorno nella fascia zero-sei anni, quindi in
ambito prescolare», conferma il dottor Renato Turra, presidente Fimp
Torino e provincia». Una recrudescenza che ha coinciso con la fine
delle festività e la riapertura delle scuole. «La prima regola è la
prevenzione in termini di azioni igieniche, cominciando dal
frequente lavaggio delle mani - spiega Turra -. Dopodichè: queste
forme virali si trattano al limite con antinfiammatori. Al limite
perchè non bisogna dimenticare che la febbre è un meccanismo di
difesa dell'organismo, quindi vanno somministrati solo se ci sono
sintomi importanti. No agli antibiotici, almeno nelle prime 72 ore.
Poi riposo, idratazione, vitamina C naturale con spremute di
agrumi».
Insomma: nessun allarmismo ma nemmeno sottovalutazione. Per rendere
l'idea, spiegano dal Seremi, l'incidenza nei bimbi è raddoppiata:
nella seconda settimana dell'anno si attestava a 14.5 casi ogni
mille assistiti nella fascia 0-4 anni, nell'ultima è salita a 33,8.
Il tasso di incidenza resta invece di media intensità nella
popolazione con più di 14 anni, primi segnali di cedimento tra gli
adulti. Si stima che da metà ottobre i piemontesi con sindrome
simil-influenzale siano stati circa 534 mila, di cui 60 mila
soltanto nella terza settimana dell'anno.
Quanto alla campagna antinfluenzale, dalla Regione calcolano la
somministrazione di 804 mila vaccinati in Piemonte, numero che tiene
conto di tutte le fasce d'età, in aumento rispetto alle 760 mila
della passata stagione. Secondo gli infettivologi l'influenza e i
virus simil-influenzali dovrebbero cominciare ad allentare la
presa»: una buona notizia anche per i pronto soccorso degli
ospedali.
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Colpo di scena all'udienza preliminare contro l'ex del Ros "Arciere"
La sentenza della Consulta sull'inchiesta Renzi fa escludere le
prove
Inchiesta sugli spioni Inutilizzabili mail e chat dell'ex uomo di
Ultimo
giuseppe legato
Colpo di scena ieri pomeriggio a Torino all'udienza preliminare per
i presunti dossieraggi illegali in cui compare anche la Kerakoll di
Sassuolo (il gigante della malta con sede a Modena). La gup Manuela
Accurso Tagano ha dichiarato l'inutilizzabilità di una mole di email
e chat acquisite dalla procura nel corso delle indagini su una
presunta rete di "spioni" una parte dei quali indagati anche nella
maxi inchiesta della procura di Milano su "Equalize". Il gup ha
assunto questa decisione basandosi su una pronuncia (la 170 del
2023) della Corte Costituzionale sul concetto di "corrispondenza"
(la cosiddetta 'sentenza Renzi' in un procedimento in cui l'ex
premier era indagato a Firenze) e ha ribadito che, in questi casi,
per procedere a un sequestro occorre un provvedimento motivato
dell'autorità giudiziaria.
Secondo uno degli avvocati difensori, Fabrizio Siggia, legale
(insieme al collega Francesco Romito) di uno dei principali imputati
Riccardo Ravera, ex membro della squadra del capitano Ultimo che
arrestò a Palermo il sanguinario capo dei Corleonesi di Cosa Nostra
Salvatore Riina, il provvedimento «investe - ha detto all'Ansa - una
parte preponderante del materiale, tanto che per quel che ci
riguarda ora non c'è più niente». Il prosieguo dell'udienza –
prossimo appuntamento il 30 gennaio), dirà se ha ragione o meno.
Certo è che le mail al tempo – prima della pronuncia della Consulta
– sequestrate dalla procura sui computer di Ravera e altre tre
coimputati escono dal compendio probatorio. Inutilizzabili. Così
come le chat sui telefoni dei quattro e i documenti recuperati sui
device. «Difetto di legittimo provvedimento di sequestro». Restano
le chat di altri coindagati.
Durante le indagini la Cassazione era già intervenuta annullando una
serie di sequestri che però, in seguito, la procura aveva ripetuto.
Il legale di Ravera ha sollevato un'altra questione, relativa alle
modalità con cui la procura prelevò non meno di 14 mila messaggi di
posta elettronica riconducibili all'account di Ravera. A suo
giudizio era necessario inoltrare una richiesta a Google tramite
rogatoria. La giudice non si è pronunciata. In ogni caso la procura
afferma che si è trattato di normali operazioni di copia forense che
sono state debitamente messe a verbale. Il fascicolo resta a Torino.
Respinta l'eccezione di competenza territoriale sollevata da diversi
difensori secondo i quali il procedimento avrebbe dovuto essere
trasferito a Modena. Ravera è indagato insieme ad altri 21 e avrebbe
promosso – secondo il pm Gianfranco Colace - un'associazione a
delinquere finalizzata a una serie di reati. Tra questi figura il
presunto incarico a una società investigativa molto nota di Milano "affinchè
bucasse" i dispositivi elettronici in possesso di alcuni
investigatori torinesi, gli stessi che stavano indagando su Arciere.
Agli atti si legge che «Ravera avrebbe affidato ad alcuni ingegneri
l'incarico di accessi abusivi ai sistemi informatici del tenete
colonnello Luigi Isacchini capo della aliquota carabinieri della
procura e del suo sottoposto, il brigadiere Salvatore Sechi». —
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Dopo Platti e Caffè Norman, il gruppo continua lo shopping di bar in
città Ufficiale il passaggio di proprietà della caffetteria in via
Duchessa Jolanda
Gerla 1927 si allarga e acquista Dezzutto "Ma il marchio resta"
diego molino
La nuova vita dello storico bar caffetteria Dezzutto, che da quasi
settant'anni affaccia le sue vetrine nel quartiere di Cit Turin,
riparte dal gruppo Gerla 1927. L'azienda torinese, guidata dal
patron Roberto Munnia, ha ufficializzato l'acquisto dei locali che
si trovano in via Duchessa Jolanda 23. Le serrande si erano
abbassate da poco più di un mese, dopo l'addio della precedente
gestione, ma in questi giorni partono i lavori di restyling per
rinfrescare gli ambienti. L'inaugurazione è in programma per marzo.
Si tratta di un ulteriore tassello dell'universo Gerla, che negli
ultimi anni ha acquisito altri storici locali come Platti e il Caffè
Norman, senza dimenticare la Pista, iconico locale sul tetto del
Lingotto.
«L'acquisto di Dezzutto nasce su proposta della vecchia gestione.
Sono andato a vedere il locale e ho visto importanti possibilità di
sviluppo – racconta Roberto Munnia, presidente di Gerla 1927 – È
un'attività che rientra nel format classico del nostro gruppo, un
contesto in cui si parte fin dal mattino con la preparazione della
colazione per proseguire con il pranzo veloce, le merende e
l'aperitivo che termina alle 21». Una nuova vita, nel rispetto però
della tradizione di Dezzutto. Anche con la prossima riapertura,
insegna e nome saranno mantenuti. Si punterà forte sulla sinergia
con gli altri locali di Gerla per quanto riguarda la produzione di
dolce e salato, ma una delle linee guida sarà anche quella di
affidarsi al servizio dell'Academy del gruppo, allo scopo di
migliorare la formazione del personale e, di conseguenza, la qualità
e professionalità all'interno del locale.
«Gerla, e adesso anche Dezzutto, rappresentano bene quello che io
sono solito definire il lusso democratico. In altre parole, sono due
locali che offrono un contesto aperto un po' a tutti. Allo stesso
tempo, però, di classe, con un'ampia gamma di prodotti che spaziano
dal dolce al salato, dai tramezzini particolari alla cucina che
cambia il proprio menù tutti i giorni» racconta Munnia. Dezzutto
continuerà a puntare molto anche sulla categoria dell'area business,
visto e considerato che tutta la zona in cui si trova è molto
frequentata da professionisti, avvocati, notai, commercialisti e
medici.
Con l'acquisizione di Dezzutto, il panorama di Gerla 1927 aggiunge
un altro tassello. In questi anni, il gruppo ha già acquisito il
locale storico d'Italia Platti, che nonostante abbia una posizione
non così centrale continua a essere un punto di riferimento per i
turisti il sabato e la domenica, ma anche nelle più recenti
festività natalizie. Più di recente, l'acquisizione del bar Norman,
sotto i portici all'angolo con piazza Solferino, ha ridato nuova
vita a un altro locale storico cittadino, dove nacque anche il
Torino Calcio.
Allargando l'orizzonte di riflessione sulla città, Munnia ha una
propria stella polare per il prossimo passo da fare. «Penso che
sarebbe molto importante spingere sempre più sulla partnership con
Milano, dal momento che la nostra città si trova a nemmeno un'ora di
treno dal capoluogo lombardo – spiega – Qui da noi il costo degli
appartamenti è molto più basso rispetto a loro, incrementare e
potenziare i collegamenti ferroviari fra le due città potrebbe
convincere tante persone a fare i pendolari e vivere in pianta
stabile a Torino». Un ulteriore passo in avanti per una città che,
complici i grandi eventi internazionali arrivati sotto la Mole negli
ultimi anni, sta mettendo sempre più in mostra le sue eccellenze.
Compresi i caffè storici che sono pronti a rinascere, come Dezzutto.
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23.01.25
-
Per trattenere il militare libico basta vano un altro fermo e la
correzione degli errori
Dall'arresto al rimpallo di responsabilità Tutti i dubbi sui 4
giorni italiani del generale
irene famà
roma
La versione che vede il «crudele» Almasri rimesso in libertà per «un
errore di procedura» lascia perplessi i più.
Per ricostruire questa vicenda intricata, dove date, orari e
comunicazioni hanno un forte valore, bisogna partire dallo scorso
weekend. Il generale libico si trova in Germania da circa una
settimana. Sabato 18 gennaio si presenta a un autonoleggio. Affitta
una macchina, chiede se può riconsegnarla all'aeroporto di
Fiumicino, poi parte diretto a Torino. Ha appuntamento con tre amici
di origini libiche e residenti in Francia per andare a vedere la
partita della Juventus.
Il gruppo, a quanto emerge dalle prime informazioni, viene fermato
dagli agenti delle volanti, insospettiti da volti e targa tedesca.
Un semplice controllo, registrato come da procedura. Almasri e gli
amici, raccontano vicini ai servizi segreti libici, tornano in
hotel. Ma nel frattempo scatta l'alert: sul generale c'è un ordine
di arresto della Corte penale internazionale, emesso il giorno
stesso. Digos e squadra mobile si presentano in albergo e procedono
all'arresto. Almasri finisce in manette per crimini di guerra e
contro l'umanità, stupri, tortura, omicidio, gli altri tre ricevono
un ordine di espulsione.
La Digos di Torino, si legge nell'ordinanza, il 19 gennaio comunica
il tutto al ministero della Giustizia. Tre giorni dopo, il 21
gennaio, la Corte d'appello di Roma dispone la scarcerazione
immediata. L'arresto, sostengono i giudici, avrebbe seguito «le
procedure dell'estradizione» regolate dall'articolo 716 del codice
di procedura penale e non quelle previste dalla legge 237/2012 che
regolano i rapporti tra lo Stato italiano e la Corte penale
internazionale. In particolare il riferimento è all'articolo 2: «I
rapporti con la Cpi sono curati in via esclusiva dal ministro della
Giustizia, al quale compete di ricevere le richieste provenienti
dalla Corte e di darvi seguito».
Insomma, il torturatore libico dev'essere scarcerato perché il
ministro non è stato avvisato in tempo. A sconfessare questa
ricostruzione è la stessa Corte penale internazionale: «Erano
informati». E lo stesso giorno in cui la Cpi ha spiccato il mandato
d'arresto, un funzionario dell'Aja ha preso contatti con un
funzionario dell'ambasciata italiana in Olanda per comunicargli che
il generale sarebbe entrato in Italia. E ancora. Come spiegano gli
esperti del settore, se ci fosse stata la volontà di tenere Almasri
in carcere, pare sarebbe bastato ripetere l'arresto osservando
correttamente le procedure.
«L'Italia ha l'obbligo di rispondere ad ogni richiesta di arresto e
di consegna di sospettati con mandati di arresto pendenti»,
sottolineano diverse associazioni per i diritti umani, tra cui
Strali. Che non nascondono l'indignazione. «La mancata consegna di
Almasri costituisce una grave violazione dell'articolo 89 dello
Statuto di Roma». E l'Asgi attacca: «È un'occasione mancata in cui
il Governo poteva provare concretamente, non con proclami, a
combattere il traffico di esseri umani e a fermare le torture che
avvengono sistematicamente nelle prigioni libiche».
Ad analizzare date e orari si fa sempre più strada l'idea che
quell'errore di procedura sia un semplice escamotage per lasciare
libero il generale. Personaggio chiave nei rapporti con la Libia: è
al vertice delle Forze speciali di deterrenza e direttore della
prigione di Mitiga, dove sono trattenuti guerriglieri di Al Qaeda e
altri jihadisti.
Ancora un particolare. Il mandato d'arresto per il comandante libico
è stato chiesto dal procuratore della Corte penale internazionale lo
scorso 2 ottobre. La decisione di procedere, presa a maggioranza, è
di sabato scorso. Almasri, con gli amici, va in Italia per tifare la
sua squadra del cuore. Difficile crederlo uno sprovveduto. Viene
arrestato. Poi rilasciato per un errore procedurale che appare
sempre più come un cavillo. —
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22.01.25
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'intervista
Walter Isaacson
"Macché saluto romano Musk ha bisogno di Trump per arrivare su
Marte"
NEw york
«Non credo che Musk abbia voluto fare il saluto romano». Lo afferma
Walter Isaacson, giornalista, già autore di biografie prestigiose -
Henry Kissinger, Steve Jobs- e autore anche di quella
sull'imprenditore sudafricano. Un libro per scrivere il quale
Isaacson ha trascorso due anni non solo intervistando Musk e tutte
le persone più vicine a lui, ma anche seguendolo 24 ore su 24 nelle
sue attività, dalle visite alla catena di montaggio della Tesla alle
riunioni con gli ingegneri di SpaceX o di Neurolink, in quello che è
un ritratto puntuale, informato e intimo.
Gesto a parte, negli ultimi tempi Musk ha apertamente sostenuto il
partito tedesco di estrema destra AfD.
«È indubbio che negli ultimi due anni si sia spostato verso una
visione populista più nazionalista, ha sostenuto Milei in Argentina,
è amico di Giorgia Meloni. È parte di una tendenza verso un
sentimento populista di marca nazionalista e anti-immigrazione».
Nel tempo che lei ha trascorso con lui gli ha mai sentito dire cose
positive su Hitler?
«Assolutamente no».
Da dove viene la sua fascinazione per le figure autoritarie?
«Li vede come persone di azione, all'opposto dei burocrati. Pensa
che Stati Uniti e Europa in passato si siano assunte rischi, fossero
pieni di innovatori, mentre oggi soprattutto gli Usa siano diventati
una nazione di arbitri e regolatori. Crede che, sia che si tratti di
esplorazione spaziale o di nuove forme di energia, dobbiamo
incoraggiare l'imprenditorialità».
Basta per spiegare il suo spostamento a destra?
«È entrato in una crociata verso quello che lui definisce "il virus
della mente woke". Per lui è una questione personale: da quando, tre
anni fa, la figlia trans Vivian ha rotto i rapporti, lui si è
convinto che sia stata in qualche modo manipolata dalla scuola
californiana ultra progressista che frequentava. Poi ci sono altri
fattori: ha patito l'iper regolamentazione governativa durante il
Covid e nel 2021 Tesla non è stata invitata da Biden al vertice alla
Casa Bianca sul futuro delle auto elettriche, una cosa che lo ha
molto irritato».
Come si informa?
«Legge libri di storia, è appassionato di Napoleone, ma la maggior
parte delle notizie le legge online, non si fida dei media
tradizionali».
Parliamo della sua relazione con il neo presidente.
«Nel libro lo definisce un ciarlatano, un imbonitore carnevalesco,
un fantasista. E che gli ricorda suo padre, non esattamente un
complimento. All'inizio ha sostenuto Ron DeSantis, ma quando ha
capito che Trump sarebbe stato il candidato si è spostato su di lui.
E quando Musk prende una decisione del genere, va "all in". Non si
tira mai indietro né dice, beh, sono al 60% a favore e al 40%
contro. È estremo, totalizzante e mentre fa le cose non si preoccupa
dei danni che fa, delle macerie che lascia per strada, il che va
bene forse per le sue aziende, ma è problematico nella società,
quando hai bisogno di equilibrio tra varie forze. Ecco, non è molto
bravo a ottenere equilibri».
Musk che cosa vede in Trump?
«Crede che Trump sia l'unico in grado di sostenerlo nella sua
impresa di arrivare su Marte. È la sua ossessione: sente l'urgenza
per gli esseri umani di diventare multi-planetari. Pensa che
potrebbe esserci una crisi sulla Terra, o che potrebbe succedere
qualcosa, e che dobbiamo essere una specie multi-planetaria. Non
sostiene Trump per ottenere più sussidi dal governo, non è un fatto
finanziario».
Che rapporto ha con il denaro?
«I soldi sono come i punti in un videogioco. Elon è dipendente dai
videogiochi, vuole avere il punteggio più alto e sta sveglio tutta
la notte a giocare. Allo stesso modo vuole essere il più ricco,
ottenere il punteggio più alto in termini di soldi, ma poi non
compra isole caraibiche né barche lussuose, non va in vacanza, non
ha ville di lusso».
Nel libro racconta che a un certo punto ha venduto tutte le sue
case.
«È stato dopo la transizione della figlia che è diventata molto
progressista, odia i miliardari e le persone che sperperano. Elon
aveva circa cinque case e le ha vendute. All'epoca del libro viveva
in una piccola casa con due camere da letto nel sud del Texas,
vicino alla base di lancio di SpaceX».
Dove trova il tempo per fare tutto? Dorme?
«Non molto. È interessante il modo in cui gestisce le sue aziende:
stabilisce la strategia complessiva, ma non gestisce gli aspetti
quotidiani. Entra in gioco solo quando ci sono problemi da
risolvere. In quel caso può passare un'ora per cercare di capire
come eliminare gli scudi termici dei motori della Starship o stare
due ore a progettare la catena di montaggio del robot Taxi che Tesla
costruirà. Dice che la strategia l'ha imparata appunto da Napoleone
che arrivava sul campo di battaglia in modo che le truppe lo
vedessero immergersi nelle situazioni più difficili ma per il
restante 95% del tempo erano senza di lui».
Nel libro lo descrive come affetto da personalità multiple.
«Può essere molto entusiasta, ma può anche diventare molto dark in
quello che la sua ex compagna Grimes chiama "modalità demone". E può
anche diventare molto intenso in quella che io chiamo "modalità
ingegneristica", in cui filtra tutte le distrazioni e si concentra
su una questione di scienza dei materiali molto specifica».
L'intesa con Trump può durare?
«Musk non ha mai lavorato per nessuno prima ad ora e Trump non è uno
che divide volentieri la scena, ma al momento Trump ha bisogno che
Musk sia dirompente con la spesa federale e Musk ha bisogno che
Trump lo sostenga nella sua visione. Bannon in un'intervista credo
proprio a un giornale italiano ha detto che avrebbe fatto fuori Musk
prima dell'inaugurazione: abbiamo visto tutti come è andata. La mia
previsione è che magari non durano dieci anni, ma almeno un altro
anno sì».
Musk vuole essere visto come un eroe?
«Fin da quando era un bambino solitario senza amici, seduto
nell'angolo di una libreria in Sud Africa a leggere i fumetti e la
fantascienza, la sua fantasia è stata di indossare il mantello da
supereroe, ma un supereroe dark a cui non dispiace essere
maltrattato. Gli piace la lotta, gli piace essere controverso, ama
il dramma perché ha imparato fin da piccolo una forma di amore che è
sempre legata al dramma e al trauma».
Alla fine dipende sempre tutto dall'infanzia.
«Noi biografi sappiamo bene che per gli uomini potenti la grande
influenza è spesso il padre. Nel mio libro non cerco di essere uno
psicoanalista, ma se guardi al rapporto di Elon con suo padre
capisci quanto sia il fattore motivante. Errol Musk è stato un padre
abusivo, uno che quando il figlio è stato vittima di bullismo ha
preso le parti del bullo che gli aveva quasi spaccato la faccia sul
marciapiede e non di Elon. A me ha detto di averlo cresciuto perché
fosse un duro, ma le cicatrici che gli ha lasciato sono profonde e
sono quelle stesse cicatrici che lo hanno reso avventuroso, ma che
allo stesso tempo lo fanno sentire così a suo agio con il dramma». —
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La sveglia di Von der Leyen "L'Europa deve cambiare ci apriremo a
Cina e India"
Ha detto
"
marco bresolin
corrispondente da bruxelles
La «prima priorità» sarà quella di negoziare con l'America di Trump.
Ma «in un mondo che cambia, l'Europa deve cambiare e impegnarsi
oltre i blocchi e oltre i tabù». E dunque guardare ben al di là
dell'Oceano Atlantico: «Cercare nuove opportunità ovunque si
presentino», se necessario «persino espandendo i legami» con la Cina
come «risposta alla crescente competizione globale».
In quello che è stato probabilmente il suo discorso più geopolitico
da quando è alla guida della Commissione europea, Ursula von der
Leyen ha sorpreso molti osservatori nel suo intervento al forum
economico di Davos. Dove ha anche annunciato la meta del suo primo
viaggio del nuovo mandato: non gli Stati Uniti, bensì l'India.
Una filosofia anti-trumpiana negli obiettivi, ma al tempo stesso
trumpiana nella visione, laddove anche agli occhi di Bruxelles la
linea di demarcazione tra democrazie e resto del mondo sembra
svanire per lasciare spazio a uno scenario caratterizzato da una
crescente «concorrenza geostrategica» in cui ognuno pensa a usare
gli strumenti a disposizione per «proteggere la propria economia e
la propria sicurezza nazionale». Von der Leyen ha preso atto della
fine del disincanto della «iperglobalizzazione» che aveva segnato
l'inizio del millennio e aveva promesso un mondo «più integrato e
cooperativo»: venticinque anni dopo, ha riconosciuto, stanno
emergendo «nuove linee di frattura».
Secondo la presidente della Commissione, però, bisogna «evitare una
corsa al ribasso che non è nell'interesse di nessuno». Ed è convinta
che l'Europa continui a rappresentare «uno spazio unico al mondo»,
attrattivo per gli altri partner globali «perché noi rispettiamo le
regole del gioco senza condizioni nascoste», mentre «gli altri sono
interessati soltanto a esportare e a estrarre». Ed per questo che
emerge «una crescente volontà di stringere partnership con noi»: Von
der Leyen ha citato le recenti intese con i Paesi del blocco
Mercosur, con la Svizzera o con il Messico e ha annunciato
l'imminente viaggio in India. «I nostri valori non cambiano – ha
aggiunto –, ma per difenderli in un mondo che cambia, dobbiamo
cambiare il modo in cui agiamo». Ha rilanciato il rapporto Draghi
sulla competitività e ricordato i tre punti della strategia europea:
il completamento dell'unione dei mercati di capitali, il
miglioramento delle condizioni per chi fa impresa in Europa (con
riferimento al ventottesimo regime comune proposto da Enrico Letta)
e la spinta verso la transizione energetica.
Interessante poi il passaggio sulla Cina, con la quale l'Ue dovrebbe
cercare «benefici reciproci». Certo, bisogna tenersi pronti a
rispondere con misure difensive (leggasi i dazi adottati sulle auto
elettriche), «ma dobbiamo continuare a discutere in modo
costruttivo». Perché «c'è un'opportunità di intensificare le nostre
relazioni diplomatiche e, laddove possibile, persino espandere i
nostri legami in termini di commercio e investimenti».
Parole che certamente non faranno piacere all'amministrazione Trump,
ma il dialogo con gli Stati Uniti – «i nostri partner più vicini» –
rappresenta per Von der Leyen la «prima priorità». E dunque la
Commissione è disposta a impegnarsi per «discutere i nostri impegni
comuni» e «aumentare la cooperazione». Il commissario all'Economia,
Valdis Dombrovskis, ha confermato che un primo terreno d'intesa
potrebbe essere quello del gas naturale liquefatto per aumentare gli
acquisti da parte dell'Ue. I ministri delle Finanze ne hanno
discusso lunedì sera a cena in un'ottica di prezzi dell'energia:
«L'annuncio di Trump di aumentare la produzione di gas naturale e di
altre risorse – ha spiegato Dombrovskis – potrebbe avere l'effetto
di abbassare i prezzi globali dell'energia».
Con la Casa Bianca, l'Unione europea vuole negoziare «in modo
pragmatico», dunque non ideologico, ma «difendendo i nostri princìpi».
A differenza di Trump che ha deciso di uscirne, Von der Leyen
continua a considerare gli accordi di Parigi sul Clima come «la
miglior speranza per tutta l'umanità». Bruxelles guarda poi «con
preoccupazione» all'annuncio del ritiro degli Stati Uniti
dall'Organizzazione mondiale della Sanità, ma anche al memorandum
Usa che prevede l'uscita dal sistema della minimum tax previsto
dall'accordo raggiunto in sede di Ocse: «Noi restiamo impegnati a
rispettare i nostri obblighi internazionali», ha avvertito
Dombrovskis.
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ERA GIA' TUTTO PREVISTO:
Scarcerato e rimpatriato in Libia Il dietrofront su Almasri è un
caso
irene famà
ilario lombardo
roma
GGli ingredienti per un nuovo mistero internazionale ci sono tutti.
Un arresto, su mandato della Corte internazionale de L'Aja, un
detenuto libico accusato di crimini contro l'umanità, un pasticcio
procedurale – o presunto tale –, il rimpallo di responsabilità, il
ministro della Giustizia Carlo Nordio che si dice scavalcato, orari
che non tornano, la quasi immediata liberazione e la conseguente
espulsione, non sgradita al governo di unità nazionale di Tripoli,
riconosciuto dall'Onu, dall'Italia, e protetto dagli Stati Uniti.
Alle 20.09 di ieri sera Njeem Osama Almasri Hoabish è già in volo
verso casa, in Libia, quando l'Ansa batte la notizia della sua
scarcerazione. In realtà, come scopriremo, l'aereo, messo a
disposizione, era già pronto al mattino, in attesa della decisione
della magistratura. Decolla alle 11.14 da Ciampino e arriva a Torino
Caselle alle 12.13. Alle 19.51 l'aereo riparte, con a bordo Almasri,
per Tripoli Mitiga dove atterra alle 21.50 e da dove rientra in
Italia subito dopo. Qualcosa non torna rispetto a quanto fa
intendere Nordio, nel pomeriggio. E non è l'unico aspetto poco
chiaro di questo ennesimo giallo diplomatico.
Arrestato sabato a Torino, Almasri torna in libertà e viene
rimpatriato su provvedimento del ministro dell'Interno Matteo
Piantedosi. A suo favore – stando alle ufficiosità di fonti di
governo e investigative – avrebbe giocato un errore nell'esecuzione
della procedura del mandato di arresto internazionale. Un arresto
«irrituale» si legge nell'ordinanza della Corte di appello di Roma,
che nel tardo pomeriggio ne dispone la scarcerazione immediata. Il
fermo, scrivono i giudici, «non è stato preceduto dalle
interlocuzioni con il ministro della Giustizia, titolare dei
rapporti con la Cpi». E ancora: «Il ministro è stato interessato da
questo ufficio il 20 gennaio, immediatamente dopo aver ricevuto gli
atti dalla Questura di Torino, e che, ad oggi, non ha fatto
pervenire nessuna richiesta in merito». In sintesi: ci sarebbero
stati degli intoppi di comunicazione tra le parti. Da regola, il
ministro avrebbe dovuto ricevere la richiesta d'arresto prima, per
poi inoltrarla tramite la Procura generale di Roma alla Corte
d'Appello. Questioni tecniche, sembrerebbe. Ma potrebbe esserci
dell'altro. Come avvenuto per l'ingegnere iraniano Mohammed Abedini,
arrestato per conto degli Usa, in attesa di estradizione ma liberato
per ottenere in cambio, da Teheran, la giornalista Cecilia Sala.
Solo in tarda serata fonti di governo ammettono che Almasri è una
pedina troppo importante per il governo di Tripoli e per
l'amministrazione americana che, tramite la parte libica alleata,
monitora la lotta al terrorismo nell'area del Mediterraneo.
Quarantasette anni, era stato arrestato sabato scorso dalla Digos su
un ordine de L'Aja emesso il 18 gennaio «per crimini contro
l'umanità e crimini di guerra commessi – si legge – nella prigione
di Mitiga dal 15 febbraio 2011 e puniti con la pena massima
dell'ergastolo». La ong Mediterranea saving humans l'aveva
denunciato più volte. Più volte si era fatta portavoce delle torture
raccontate dalle vittime salvate in mare. Più volte il nome di
Almasri era risuonato in quelle testimonianze dell'orrore. Il libico
è personaggio chiave nella gestione dei centri dei migranti in
Libia, sarebbe uno dei capi dell'Unità della polizia militare
islamica di Tripoli, al vertice delle Forze speciali di deterrenza,
la Rada, gruppo paramilitare che opera nella regione ad Est di
Tripoli a supporto del governo, ed era a capo delle prigioni di Ain
Zara e di Mitiga, dove sono trattenuti guerriglieri di Al Qaeda e
altri jihadisti. Un uomo in tutto e per tutto affiliato
all'esecutivo guidato – in teoria ad interim – dal 2021 da Mohammed
Dbeibeh, sponda strategica per gli obiettivi di Giorgia Meloni,
decisa a fermare le partenze verso l'Italia.
Il sospetto di un favore a Tripoli e a Washington circola già prima
della scarcerazione, quando si muove Nordio, annunciando –
«considerato il complesso carteggio e i rapporti con la Corte de L'Aja»
– di star valutando la trasmissione del fascicolo al procuratore
generale di Roma, così come prevedono le norme della convenzione
internazionale. Quando il Guardasigilli dichiara queste intenzioni,
però, c'è già un volo pronto. Tutto sembra pianificato dal mattino.
L'aereo Dassault Falcon 900, sigla Icarg, di proprietà della
Compagnia Aeronautica Italiana parte da Ciampino, arriva a Torino a
mezzogiorno e attende fino alle 19. 51 il passeggero speciale. Un
quadro che sembra smontare la ricostruzione del pasticcio tecnico.
«Quella di Nordio era solo una scusa» attacca Nicola Fratoianni di
Avs, tra i primi partiti a reagire: «Il governo Meloni protegge i
trafficanti di esseri umani». Subito dopo la scarcerazione,
intervengono anche gli altri leader di opposizione, da Riccardo
Magi, di Più Europa, a Matteo Renzi («cosa c'è sotto? ») fino alla
segretaria dem Elly Schlein: «Meloni non era quella che voleva
inseguire i trafficanti di esseri umani in tutto il globo
terracqueo? Invece ne hanno rimandato uno impunito in Libia. Il
governo deve chiarire». Anche perché l'Italia aderisce alla Cpi: «E
dunque – aggiunge Arturo Scotto del Pd – deve essere conseguente ai
trattati internazionali». È proprio su Almasri che l'Ecchr, il
Centro europeo per i diritti umani e costituzionali, aveva inviato a
L'Aja un dossier dell'orrore, con una lunga serie di testimonianze,
sul suo coinvolgimento nella gestione dei flussi migratori. Proprio
quella che Meloni ha più volte dichiarato di voler combattere, «in
una guerra globale», anche con strumenti usati nella lotta alla
mafia. Almasri era stato fermato a Torino mentre con tre
connazionali, già espulsi, stava tornando dallo stadio, dove avevano
assistito a una partita della Juventus. Gli accertamenti rivelano
chei era arrivato in città dalla Francia, a bordo di un'auto con
targa tedesca. E pare molto strano, sostengono fonti investigative,
che un personaggio di quel calibro si sia potuto muovere liberamente
in Italia senza che gli apparati di sicurezza si allertassero. —
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Chiusa l'inchiesta "Echidna" che ha colpito anche la 'ndrangheta
infiltrata nei subappalti dell'autostrada A32 Torino-Bardonecchia
Nuove accuse a Gallo: traffico di influenze "Soldi a IdeaTo per
sbloccare una pratica"
giuseppe legato
Non ci sono solo corruzione elettorale, concorso in estorsione e
peculato tra le contestazioni mosse dalla procura di Torino all'ex
ras dei Dem Salvatore Gallo. Da ieri, al lungo elenco delle accuse
maturate nella cornice dell'inchiesta della Dda ribattezzata
Echidna, si è aggiunta quella di traffico di influenze illecite.
L'indagine – che conta 35 imputati complessivi - è chiusa e si snoda
su due filoni. Uno riguarda l'infiltrazione della ‘ndrangheta nei
subappalti dei lavori di manutenzione della A32 e ha messo nel
mirino la famiglia Pasqua, ‘ndrina molto vicina – secondo il pm
Valerio Longi che ha coordinato l'inchiesta eseguita dal Ros dei
carabinieri – alle famiglie mafiose di San Luca (Nirta e Pelle). Che
ci sarebbero riuscite avvalendosi del rapporto con il manager
Roberto Fantini (anche lui indagato ma per concorso esterno in
associazione mafiosa). Fantini «nella sua veste di componente del
Cda e prima di amministratore delegato (dal 2006 al 2021) di Sitalfa
– si legge agli atti - concorreva nell'associazione di tipo mafioso,
traendo egli stesso vantaggio dalla consorteria e contribuendo al
consolidamento della stessa curando l'inserimento dei mezzi di ditte
riferibili ai Pasqua nei lavori di trasporto e movimento terra
affidati da Sitalfa e Cogefa».
Su Gallo resta da raccontare il perché della nuova contestazione: a
settembre del 2022 il direttore del Centro fisioterapico canavesano
Paolo Mattana ha da tempo una pratica ferma: vuole ampliare i locali
e quadruplicare le attività specialistiche. Da quattro a quindici.
C'è però bisogno di un lasciapassare della commissione di vigilanza
dell'AslTo4. Che non arriva. Così Fantini interessa Gallo. «Gli fai
fare un giro e alla fine gli sottoponi la questione, gli dici dov'è
la pratica, che cosa hai fatto, quando l'hai presentata. Fatti un
promemoria». Scrive il Ros: «L'incontro avviene il 29 ottobre 2020».
Gallo sin interessa e a novembre scrive all'amico imprenditore: «Ti
volevo dire che la pratica procede bene, le cose stanno andando
avanti». Il 23 dicembre Gallo informa Fantini «che l'assessorato
regionale alla Sanità aveva espresso parere favorevole all'istanza
di Mattana».
Ma Gallo mette subito le cose in chiaro: «Ho fatto telefonare a
quelle persone che hai conosciuto anche tu, di Chivasso, di Torino.
E gli ho detto: "Mettetegli la pratica sotto il naso e fategliela
firmare". Adesso – dice Gallo a Mattana – possiamo anche festeggiare
e poi speriamo di non avere bisogno ma se così fosse mi fai la
radiografia o qualcos'altro no?». In realtà la procura sostiene
nella contestazione che «come prezzo di questa mediazione illecita»
Paolo Mattana (ora indagato anche lui in concorso) abbia emesso un
bonifico da 500 euro a favore dell'associazione politica fondata da
Gallo IdeaTo.Perima di questo sarà Fantini a dire – intercettato – a
Mattana: «Se non era per me ci impiegavi tre anni. C'è Gallo che
vuole vederti prepara il portafoglio».
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21.01.25
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NAPOLI BATTE JUVE : Aurelio
De Laurentiis è riuscito in un mezzo miracolo: guadagnare e pure
molto bene da proprietario di una squadra di calcio. Negli ultimi
due anni il suo Napoli oggi affidato ad Antonio Conte, ha fatto
registrare 142,7 milioni di euro di utili, ed è la squadra di calcio
che ha reso più ricco il suo proprietario nel campionato italiano.
Basti pensare che al secondo posto in classifica c’è l’Atalanta dei
Percassi, che in due anni ha prodotto utili dieci volte inferiori a
quelli del Napoli: 13,6 milioni di euro. Anche il Milan nel biennio
è riuscito a guadagnare, in tutto 10,7 milioni di euro. Tutte le
altre grandi squadre però hanno fatto perdere soldi ai loro
azionisti. Il biennio è stato negativo per la Lazio di Claudio
Lotito, in rosso di 5,3 milioni di euro (ma il bilancio 2023-24 si è
chiuso con 25,5 milioni di euro di utile).
In perdita la Fiorentina, che fra il 2022 e il 2024 è andata in
rosso per 25,5 milioni di euro. Profondo rosso per le altre grandi
del campionato come l’Inter (-121,1 milioni di euro), la Roma
(-184,11 milioni di euro) e il record della Juventus (-322,9 milioni
di euro).
Il Napoli per risultato di bilancio è anche fra le primissime
squadre in Europa, alle spalle del Manchester City (+180,7 milioni
di euro) e del Barcellona che però nell’ultimo anno ha perso 91
milioni di euro e l’anno precedente ha fatto registrare un utile
superiore ai 300 milioni di euro, drogato però dall’incasso tutto in
un anno di 250 milioni di euro di diritti tv pluriennali. Guadagna
assai meno il Real Madrid (28 milioni di euro nel biennio), mentre
perdono tanto sia il Manchester United che il Paris St. Germain.
L’ottimo risultato di bilancio del Napoli si spiega soprattutto con
l’ottima gestione del parco giocatori, presi a cifre non colossali e
venduti assai meglio generando ricche plusvalenze. Anche se verrà
contabilizzata nel bilancio prossimo la plusvalenza record è proprio
quella appena ottenuta con la cessione del georgiano Kvicha
Kvaratskhelia al Paris St. Germain.
La cessione ha fatto piangere Napoli, ma certo non De Laurentiis.
“Kvara” è stato acquistato dal Napoli per 11,5 milioni di euro. Il
suo costo è stato ogni anno ammortizzato e nell’ultimo bilancio il
valore residuo era ancora di 3,312 milioni di euro. Ai francesi però
è stato venduto fra cartellino e premi per 75 milioni di euro,
quindi il Napoli incassa una plusvalenza di 72,67 milioni di euro,
che nella storia del calcio italiano è seconda solo alla cessione da
parte dello stesso Napoli di Gonzalo Higuain alla Juventus.
Grazie alle plusvalenze nette (sottratte quindi le minusvalenze) del
calciomercato il Napoli ha incassato nelle ultime due stagioni
150,39 milioni di euro (senza contare Kvara) e la squadra azzurra è
prima anche in questa speciale classifica.
Alle sue spalle c’è l’Atalanta di Gian Piero Gasperini, che ha
incassato poco meno: 134,17 milioni di euro. Terza in classifica
l’Inter, con 92,9 milioni di euro. Seguono la Roma (71,03 milioni di
euro), la Juventus (69,09 milioni), la Lazio (45,51 milioni), il
Milan (44,57 milioni) e la Fiorentina (33,59 milioni). […]
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I PRODI BOYS : A sinistra si cerca, disperatamente, un centro
di gravità permanente! C’è fermento dentro e intorno al Pd dopo che
il fronte centrista e cattolico si è riunito tra Milano e Orvieto.
Cosa vogliono fare i demo-cristi dem: una nuova Margherita o
rivitalizzare la corrente riformista all’interno del Pd?
L’idea di fondare un partito catto-progressista sembra essere stata
bocciata. L’esperienza di Matteo Renzi, che come leader del Pd è
arrivato al 41% e quando ha mollato il Nazareno per creare Italia
Viva è sprofondato a percentuali da prefisso telefonico, consiglia
prudenza. Piuttosto che creare un altro partitino destinato a
sparire nella giungla centrista meglio stare dentro il Pd.
Anche nella topografia delle correnti Pd, la situazione è in
evoluzione. Franceschini è stato il demiurgo che ha portato Elly
Schlein sulla tolda di comando del Pd e ora è vincolato al patto con
la segretaria multigender. “Base riformista” si è via via sfaldata:
l’ex governatore dell’Emilia Romagna e presidente del partito,
Stefano Bonaccini, è stato spedito in Europa; Lorenzo Guerini si è
“rinchiuso” al Copasir, a occuparsi di servizi segreti; in trincea è
rimasto solo Alessandro Alfieri. Un po’ poco per dare ossigeno alle
istanze riformiste. L’obiettivo, con l’arrivo di Ernesto Maria
Ruffini e dell’evergreen Paolo Gentiloni, è quello di riesumare
l’anima catto-progressista nel Partito democratico.
Per costruire una alternativa al governo Meloni la sfida parte dal
programma. Sanità, lavoro, occupazione. Quel vecchio volpone di
Romano Prodi chiede di mettere in chiaro le priorità politiche del
Pd che non possono essere solo tutela delle minoranze, temi Lgbtq+ e
diritti civili anche perché la linea woke ha portato la sinistra
alla sconfitta in ogni parte del mondo, a partire da Kamala Harris
negli Stati uniti. L’ex premier Gentiloni ha fiutato l’importanza
del tema della sicurezza su cui Salvini ha fondato il suo impero:
“Sia un nostro tema, dovremmo fare il poliziotto di quartiere come
Berlusconi”.
Schlein ascolta in silenzio. Di sicuro non vuole “pupari” intorno a
lei e vive con insofferenza le vecchie dinamiche di corrente e i
giochi di potere dei cacicchi. La segretaria, per ora, se la sente
caldissima: rivendica di aver preso in eredità il Pd da quel
grissino di Enrico Letta a un modesto 18% e di averlo portato al
24%.
Una posizione rinfrancata dai sondaggi. Certo, non mancano le rogne
per Elly a partire dal caso-De Luca. I catto-dem hanno aperto al
terzo mandato per governatori e sindaci. Si sono, infatti, resi
conto che gli amministratori locali sono una risorsa per il Pd:
rappresentano il partito sul territorio moltop meglio di quanto
facciano i maggiorenti di Roma e, dato non trascurabile, prendono
molti voti. Perché, è il ragionamento, dovremmo privarci di volti
così amati dai cittadini dopo solo dieci anni? Cosa farà ora Elly:
tace, acconsente o si risente? Ah, saperlo…
Federico Geremicca per “la Stampa” - Estratti
GENTILONI PRODI
Ripetono di non voler fondare un nuovo partito: tantomeno un partito
cattolico. E assicurano, naturalmente, che non puntano a diventare
una nuova corrente del Pd. Però chiedono – a voler sintetizzare
tanto – un cambio di passo, un "riequilibrio" nei temi, nelle
politiche e nella gestione del partito. E lo chiedono, se la
faccenda ha un senso, soprattutto ad Elly Schlein.
Ecco, il "cuore" di questo fine settimana "centrista" – tra Milano e
Orvieto, con Romano Prodi, Paolo Gentiloni, Beppe Sala ed Ernesto
Maria Ruffini – rischia di esser tutto qui. Le due iniziative,
naturalmente, hanno alimentato sospetti e qualche interpretazione
malevola, fuori e dentro il Pd. Ma immaginiamo che gli stessi
"centristi" sapessero perfettamente che sarebbe andata a finire
proprio così...
Che la segretaria del Partito democratico – leader in pectore
dell'intera coalizione – sia stata oggettivamente interlocutore e
bersaglio di qualche polemica in entrambi i convegni, non può
sorprendere: nel Pd, infatti, la "questione cattolica" è stata
ciclicamente trasformata in un'arma contundente... È ipotizzabile,
insomma, che qualche discussione fosse stata messa in conto. Nessuno
stupore, insomma. Quel che piuttosto colpisce, sono il linguaggio,
l'orizzonte e le proposte messe in qualche modo in campo tra Milano
e Orvieto.
Qui bisogna esser chiari: per i democratici italiani ed i riformisti
di mezzo mondo, è da anni un continuo andare controvento. Cioè
navigare contro la corrente che ormai muove l'opinione pubblica e
l'elettorato in ogni continente. Un capovolgimento ed una
rivoluzione di valori – dal globalismo al sovranismo, con tutto quel
che ha significato – che hanno spinto il progressismo in un angolo,
in tutto il mondo. Un lavoro improbo. Come dopo un lungo sonno, si
sono risvegliati in Paesi che faticano a riconoscere...
Tutto questo – cioè il fatto che ovunque «così vanno le cose» –
naturalmente non vuol dire dover adeguarsi e aderire «al nuovo modo
di pensare». Ma almeno farci i conti, sì: se non s'intende fermarsi
ad un non richiesto lavoro di testimonianza. Occorrerebbe aprire una
discussione (non semplice) partendo da poche cose.
La sicurezza – alcuni sindaci di sinistra lo avevano detto vent'anni
fa – non è né di destra né di sinistra: è necessaria. Il leaderismo
non è una parolaccia, il mondo è cambiato e Angela Merkel, Emmanuel
Macron e Barack Obama sono stati leader come lo saranno Donald
Trump, Javier Milei e forse la Le Pen: a contare non è più il ruolo,
ma la maniera in cui lo si esercita e gli obiettivi prefissati.
Parlare, parlare, parlare va bene. E confrontarsi anche: ma oggi gli
elettori premiano chi decide e chi si espone. Perfino chi esagera.
Come Trump. O come Giorgia Meloni, che va a Mar-a-Lago a trattare
per Cecilia Sala tenendo all'oscuro perfino il suo vicepremier e
ministro degli Esteri.
Si può non tenerne conto?
(…) i convegnisti di Milano e di Orvieto hanno comunque battuto un
colpo. Il prossimo, forse, avrà come oggetto la titolarità della
leadership del centrosinistra: o meglio, il ruolo di
candidato-premier. Ne seguirà una discussione ormai nota: il Pd lo
rivendicherà, qualcuno proporrà delle primarie, già ma di partito o
di coalizione, e aperte a chi? Film visti e rivisti: senza gran
successo, fatta qualche eccezione.
(…) Il Pd, i Cinquestelle e il centro – nelle sue imprevedibili
declinazioni – faticano e faticheranno come sempre a trovare un
accordo, e la destra potrebbe nuovamente incassare e ringraziare. A
meno che – e nessuno può escluderlo – qualcosa cambi. E non nei
rapporti politici, ma nelle regole elettorali: una nuova legge,
dichiaratamente proporzionale, ha più fan di quello che si possa
immaginare...
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20.01.25
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MODELLO CINESE : il caso
Ling, ragazza fantasma per 18 anni Mai a scuola, ora cerca un lavoro
legale
Le tappe della vicenda
monica serra
milano
È rimasta invisibile in Italia per diciassette anni e undici mesi.
Non è mai stata iscritta né ha frequentato una scuola, non si è mai
rivolta a un medico, a un ospedale, neppure banalmente per
sottoporsi a degli esami. È rimasta chiusa in uno di quei laboratori
del Nord Italia dove, dopo i turni estenuanti, i lavoratori in nero
si fermano anche a dormire su brandine e giacigli di fortuna tra le
macchine da cucire, la polvere e i tessuti accatastati.
È la storia di una ragazza cinese diventata un fantasma, uscita
dall'ombra soltanto nella primavera scorsa, nel corso di
un'operazione congiunta della polizia locale e della Guardia di
Finanza, in un Comune di 13 mila abitanti della bassa Bresciana. Gli
investigatori sono entrati nello scantinato per verificare
l'esistenza di un calzificio irregolare e si sono trovati davanti
anche lei: Ling, un nome di fantasia che adotteremo per tutelare la
sua privacy.
Ling non conosceva una parola in italiano, qualche giorno dopo
avrebbe compiuto la maggiore età e, almeno in base agli accertamenti
condotti fino a oggi, nel nostro Paese non ha quasi lasciato tracce
della sua presenza. Se non fosse per un atto di nascita registrato
all'ufficio anagrafe del Comune di Rovigo, in Veneto, nel 2006, dove
la madre l'ha partorita. Da quel momento in poi, ha vissuto solo
nella sua ombra.
La storia di Ling è stata anticipata ieri dal quotidiano Brescia
Oggi, che racconta anche come in questo momento la ragazza stia
cercando di riscattarsi. Secondo le cronache locali, avrebbe trovato
finalmente l'offerta di un'occupazione regolare, che potrebbe
aiutarla a ottenere la regolarizzazione della sua presenza in
Italia. La diciottenne si sarebbe già rivolta alla questura di
Brescia per chiedere il permesso di soggiorno e, in caso di diniego,
è pronta a fare ricorso al Tribunale amministrativo regionale.
Si deciderà così il destino di una ragazza che, senza avere alcuna
responsabilità, per diciotto anni è cresciuta passando da una città
all'altra, da un opificio all'altro, rimanendo sconosciuta a ogni
forma di sistema di istruzione o sanitario del nostro Paese. Prima
in Veneto, sembrerebbe tra Rovigo e Padova, poi nell'hinterland di
Brescia, ma è difficile ricostruire le tappe di una esistenza che
finora non ha lasciato traccia.
Quando Ling è nata, con lei c'erano la madre, il padre e un
fratello. Poi la coppia si sarebbe separata, il padre sarebbe andato
via con il figlio abbandonando il resto della famiglia e lei sarebbe
sempre rimasta con la madre, anche lei irregolare in Italia, che in
tutti questi anni avrebbe pensato soltanto a lavorare per ore e ore,
piegata su una macchina da cucire. L'unico modo per garantire la
propria sopravvivenza e quella della figlia.
La donna si è mossa tra i laboratori tessili dei connazionali e Ling
sarebbe cresciuta solo con loro. In quegli spazi angusti e
clandestini dove uomini e donne cinesi cuciono e stirano a ciclo
continuo senza un orario, di giorno e di notte. Dove mangiano,
dormono, vivono.
La sensazione e il timore è che questo possa non essere un caso
isolato. Che Ling possa non essere l'unica bambina in Italia
divenuta adulta nell'ombra, senza che nessuno, oltre alla madre, al
padre e ai connazionali che ha incrociato nei diversi opifici
clandestini dove è vissuta, abbia mai saputo della sua esistenza.
Proprio per fare luce su quel lavoro e quelle vite sommerse,
scoperte in uno scantinato dell'hinterland, la procura di Brescia,
diretta da Francesco Prete, sta lavorando per ricostruire gli
spostamenti e le storie di quegli operai cinesi irregolari e
impiegati in nero, scoperti da vigili urbani e Guardia di Finanza
della primavera scorsa. —
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19.01.25
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uno era nella "commissione della morte"
Iran, uccisi 2 giudici della Corte suprema Erano noti per le
esecuzioni dei dissidenti
Un agguato in pieno giorno nel tribunale da dove per anni
hanno emesso condanne a morte contro dissidenti, attivisti,
lavoratori e giornalisti. Due giudici della Corte Suprema iraniana,
Ali Razini, 71 anni, Mohammad Moghiseh, 68 anni, , sono stati uccisi
a colpi di arma da fuoco al Palazzo della Giustizia di Teheran. Un
terzo giudice è rimasto ferito insieme a una delle guardie del
corpo. L'assalitore, identificato come un dipendente del ministero
della Giustizia con nessuno caso pendente, si è suicidato dopo aver
tentato la fuga. Il movente dell'attacco non è chiaro, ma entrambi i
magistrati hanno avuto un ruolo nella persecuzione e nell'uccisione
di massa degli oppositori del regime islamico durante gli Anni 80 e
90. Il giudice Razini, insieme all'ex presidente Raisi, è accusato
di essere uno dei giudici coinvolti nella famigerata «Commissione
della Morte» che ha supervisionato il processo e l'esecuzione di
migliaia di prigionieri politici nel 1988. «Il loro omicidio è il
risultato di comportamenti, procedure e repressioni del sistema
giudiziario. Ciò che il vento semina, la tempesta raccoglie», ha
commentato del premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi. —
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Un nuovo social cinese sostituisce quello messo al bando: quasi un
milione di utenti americani
E gli orfani di TikTok migrano su "Libretto Rosso"
lorenzo lamperti
taipei
«Ciao, rifugiato. Sono la tua nuova spia cinese. Ora fammi vedere il
tuo gatto, oppure dammi i tuoi dati». Da qualche giorno, c'è un'app
che è piena di messaggi di questo tipo. Ironici autori alcuni dei
300 milioni di utenti di Xiaohongshu, letteralmente "libretto
rosso". L'applicazione è conosciuta nel mondo come RedNote e da
qualche giorno sta accogliendo un numero senza precedenti di nuovi
utenti stranieri. In molti si fanno chiamare "TikTok refugees" e
arrivano soprattutto dagli Stati Uniti. Già, perché mentre l'app di
proprietà del colosso cinese ByteDance è pronta allo spegnimento
negli States, è partita una migrazione di massa verso un altro dei
tool digitali made in Pechino. Oltre 700 mila dei 170 milioni di
utenti statunitensi di TikTok hanno scaricato RedNote, facendo
schizzare l'app in cima alla graduatoria dei download. Lanciata nel
2013, Xiaohongshu è stata inizialmente concepita come piattaforma
per la condivisione di recensioni di prodotti. Da allora si è
evoluta in una sorta di Instagram cinese.
È come se gli utenti americani avessero improvvisamente oltrepassato
la cosiddetta grande muraglia digitale e si trovassero in un
ecosistema con regole, e censura, cinesi. Gli scambi tra cinesi e
nuovi arrivati sono per ora pieni di stimoli. Si parla di sistema
sanitario, lavoro, soldi, Taiwan in un confronto tra i sistemi delle
due potenze. Elemento che sta facendo nascere un dibattito in Cina.
In molti prevedono un imminente stretta della censura, ma c'è anche
chi la pensa diversamente. «Non è un rischio, ma un'opportunità», ha
scritto Hu Xijin, influente commentatore ed ex direttore del tabloid
di stato Global Times.
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Federica Bottiglione L'ex manager che ha accusato la ministra sul
caso Covid: "La legge non è uguale per tutti"
" Per aver denunciato Visibilia non trovo più lavoro Le istituzioni
mi hanno lasciata completamente sola"
monica serra
milano
È stata l'unica a denunciare e ha perso tutto. Da due anni Federica
Bottiglione, ex investor relator di Visibilia, la società di Daniela
Santanchè e del compagno Dimitri Kunz, è stata licenziata, non ha
più un lavoro ed è sospesa in una causa civile infinita. Quando ha
scoperto di essere stata «coinvolta in un reato», di aver continuato
a lavorare mentre era a sua «insaputa» in cassa integrazione Covid a
zero ore, faceva anche la consulente a palazzo Madama dell'attuale
presidente Ignazio La Russa, fatturando al Senato. Non era l'unica
dipendente di Visibilia in quella situazione. A Milano è in corso
l'udienza preliminare del procedimento che vede la ministra accusata
di truffa ai danni dello Stato: la difesa ha chiesto di trasmettere
tutto a Roma per competenza e il 29 gennaio deciderà la Cassazione.
Bottiglione, cosa ha provato quando ha saputo del rinvio a giudizio
degli imputati, compresa Santanchè, per falso in bilancio?
«Conforto e speranza da cittadina, ho molta fiducia nella
magistratura che è un potere autonomo».
A che punto è la sua causa d lavoro contro l'azienda?
«Dopo due anni siamo all'inizio, nonostante gli inviti del giudice
non c'è stato margine di trattativa con l'amministrazione
giudiziaria di Visibilia».
Quante difficoltà ha incontrato?
«La prima è stata trovare un avvocato che accettasse di difendermi.
Per mesi ho contattato studi legali, ho inviato i documenti e tutti
hanno declinato l'incarico con le motivazioni più disparate».
Tipo?
«Qualcuno mi ha anche detto: "Facciamo finta di non esserci mai
sentiti"».
Lei ha una laurea e ha conseguito il secondo master. Ha cercato un
altro lavoro?
«Ho inviato decine di curricula, la mia età non aiuta ma ogni
colloquio si interrompe quando viene fuori il motivo per cui sono
disoccupata».
Secondo lei pesa il ruolo politico di Santanchè?
«Pesa il suo ruolo pubblico e il fatto che mi sono esposta in prima
persona. Che nel frattempo lei sia diventata ministra, credo non mi
abbia agevolata anche nella ricerca di un legale».
Che cosa le fa più rabbia?
«Sono rimasta completamente isolata anche dalle istituzioni e ho
dovuto combattere per riprendermi la dignità di cittadina e
lavoratrice».
Di recente, ha scritto anche una lettera aperta al presidente Sergio
Mattarella.
«Non ho ancora ricevuto risposta. Volevo solo rappresentargli
l'amarezza di una cittadina che ha provato a rispettare le regole
sacrificando la sua vita personale e professionale, dando fondo ai
risparmi di una vita e grazie all'aiuto dei miei. Non tutti se lo
possono permettere e finiscono per accettare l'ingiustizia».
Che cosa pensa dei colleghi che non hanno denunciato?
«Provo delusione e compassione ma capisco che con una famiglia, un
mutuo, degli impegni economici si sarebbero ritrovati senza un
lavoro come me».
Crede ancora nella giustizia?
«Non credo nella legge, che non è uguale per tutti».
Se potesse tornare indietro lo rifarebbe?
«Non ho dormito per molte notti ma rifarei tutto, in nome della mia
onestà».
Che cosa vede nel futuro?
«Voglio essere positiva, troverò un lavoro e saranno riconosciute le
mie competenze».
In Italia?
«Sto pensando di trasferirmi in Francia. Il nostro purtroppo non è
un Paese democraticamente maturo, l'ho scoperto sulla mia pelle». —
-
Federica Bottiglione L'ex manager che ha accusato la ministra sul
caso Covid: "La legge non è uguale per tutti"
" Per aver denunciato Visibilia non trovo più lavoro Le istituzioni
mi hanno lasciata completamente sola"
monica serra
milano
È stata l'unica a denunciare e ha perso tutto. Da due anni Federica
Bottiglione, ex investor relator di Visibilia, la società di Daniela
Santanchè e del compagno Dimitri Kunz, è stata licenziata, non ha
più un lavoro ed è sospesa in una causa civile infinita. Quando ha
scoperto di essere stata «coinvolta in un reato», di aver continuato
a lavorare mentre era a sua «insaputa» in cassa integrazione Covid a
zero ore, faceva anche la consulente a palazzo Madama dell'attuale
presidente Ignazio La Russa, fatturando al Senato. Non era l'unica
dipendente di Visibilia in quella situazione. A Milano è in corso
l'udienza preliminare del procedimento che vede la ministra accusata
di truffa ai danni dello Stato: la difesa ha chiesto di trasmettere
tutto a Roma per competenza e il 29 gennaio deciderà la Cassazione.
Bottiglione, cosa ha provato quando ha saputo del rinvio a giudizio
degli imputati, compresa Santanchè, per falso in bilancio?
«Conforto e speranza da cittadina, ho molta fiducia nella
magistratura che è un potere autonomo».
A che punto è la sua causa d lavoro contro l'azienda?
«Dopo due anni siamo all'inizio, nonostante gli inviti del giudice
non c'è stato margine di trattativa con l'amministrazione
giudiziaria di Visibilia».
Quante difficoltà ha incontrato?
«La prima è stata trovare un avvocato che accettasse di difendermi.
Per mesi ho contattato studi legali, ho inviato i documenti e tutti
hanno declinato l'incarico con le motivazioni più disparate».
Tipo?
«Qualcuno mi ha anche detto: "Facciamo finta di non esserci mai
sentiti"».
Lei ha una laurea e ha conseguito il secondo master. Ha cercato un
altro lavoro?
«Ho inviato decine di curricula, la mia età non aiuta ma ogni
colloquio si interrompe quando viene fuori il motivo per cui sono
disoccupata».
Secondo lei pesa il ruolo politico di Santanchè?
«Pesa il suo ruolo pubblico e il fatto che mi sono esposta in prima
persona. Che nel frattempo lei sia diventata ministra, credo non mi
abbia agevolata anche nella ricerca di un legale».
Che cosa le fa più rabbia?
«Sono rimasta completamente isolata anche dalle istituzioni e ho
dovuto combattere per riprendermi la dignità di cittadina e
lavoratrice».
Di recente, ha scritto anche una lettera aperta al presidente Sergio
Mattarella.
«Non ho ancora ricevuto risposta. Volevo solo rappresentargli
l'amarezza di una cittadina che ha provato a rispettare le regole
sacrificando la sua vita personale e professionale, dando fondo ai
risparmi di una vita e grazie all'aiuto dei miei. Non tutti se lo
possono permettere e finiscono per accettare l'ingiustizia».
Che cosa pensa dei colleghi che non hanno denunciato?
«Provo delusione e compassione ma capisco che con una famiglia, un
mutuo, degli impegni economici si sarebbero ritrovati senza un
lavoro come me».
Crede ancora nella giustizia?
«Non credo nella legge, che non è uguale per tutti».
Se potesse tornare indietro lo rifarebbe?
«Non ho dormito per molte notti ma rifarei tutto, in nome della mia
onestà».
Che cosa vede nel futuro?
«Voglio essere positiva, troverò un lavoro e saranno riconosciute le
mie competenze».
In Italia?
«Sto pensando di trasferirmi in Francia. Il nostro purtroppo non è
un Paese democraticamente maturo, l'ho scoperto sulla mia pelle». —
|
18.01.25
-
Processo di secondo grado per l'ammanco da 6 milioni di euro nella
finanziaria
Buco Finpiemonte, il pm insiste in Appello "Condannate Gatti a sette
anni e mezzo"
giuseppe legato
Condannare l'ex presidente di Finpiemonte Fabrizio Gatti a 7 anni e
mezzo di reclusione e confermare tutte le pene già statuite in primo
grado per gli altri imputati (tra gli altri 8 anni per Pio Piccini 7
anni e sei mesi per Massimo Pichetti, entrambi rampanti
imprenditori), con la sola eccezione di Cristina Perlo ex direttore
generale di Finpiemonte, che da quattro anni e mezzo dovrebbe
scendere, secondo il magistrato Francesco Pelosi, titolare
dell'indagine e rappresentante dell'accusa in primo e secondo grado,
a due anni. Il processo d'Appello riguarda la presunta distrazione
di quasi sei milioni di euro dalle casse di Finpiemonte. Secondo gli
inquirenti il denaro fu dirottato da un conto aperto da Finpiemonte
in Vontobel (uno degli imputati era, all'epoca dei fatti, il
direttore di una filiale dell'istituto bancario), in favore di una
società immobiliare riconducibile a Gatti che versava in difficoltà
finanziarie. La storia ruota intorno al destino di tre bonifici
partiti da un conto corrente di FinPiemonte aperto in una filiale
svizzera della Vontobel Bank e destinati a «Gesi Spa» e alla «P&P
Management» di Massimo Pichetti e Pio Piccini, imprenditori che
coltivavano contatti e appoggi. Denaro che, secondo la procura,
sarebbe servito a salvare un'altra società, la Gem Immobiliare,
riconducibile proprio a Gatti. Di Gatti, il pm ha descritto una
fotografia di uomo molto influente che trasmetteva un grande senso
di gerarchia e il cui parere non veniva mai messo in dubbio «che
sostiene di essere stato truffato dai due coimputati, peccato non si
capisca come mai gli stessi (Piccini e Pichetti ndr) garantiscano
per evitare il fallimento della società a lui riconducibile». A
febbraio toccherà a Gatti, per la procura l'architetto del piano per
sottrarre il denaro, o meglio al suo legale Luigi Chiappero,
spiegare la linea difensiva.
|
17.01.25
-
AL FRONTE CON LE TRUPPE DI MOSCA
Soldati nordcoreani, la denuncia della Nato "Sono 11 mila, un terzo
è già morto o ferito"
«Sappiamo che nella regione di Kursk ci sono circa 11 mila
soldati nordcoreani utilizzati dai russi. Quello di cui siamo a
conoscenza ora, e che sanno anche gli ucraini, è che un terzo di
loro sono feriti o morti».
Lo ha affermato il presidente del Comitato militare della Nato, Rob
Bauer, in conferenza stampa la termine della riunione del Comitato.
L'ammiraglio olandese ha sottolineato che le truppe inviate da
Pyongyang «non vengono utilizzate in modo molto efficace» perché
«c'è un problema linguistico con i russi, quindi il coordinamento
tra russi e nordcoreani non è realmente possibile». Ha precisato che
«non sono necessariamente usati come uno scudo», ma ha sottolineato
che la Russia non li usa in modo molto favorevole, quindi «molti di
loro moriranno, ed è cossì che vanno le cose».
Tuttavia, «il più isolato Paese del mondo com'è la Corea del Nord è
diventato un attore» nella guerra e questo rappresenta «un
cambiamento enorme, in un modo che nessuno pensava possibile», ha
osservato ancora Rob Bauer, presidente del Comitato militare Nato.
|
16.01.25
-
Il governo promette l'immunità a Netanyahu sotto mandato di cattura
internazionale Tajani: "Pronti a inviare un contingente militare a
Gaza per favorire il processo di pace"
L'Italia ignora l'Aja "Se Bibi viene da noi non l'arresteremo"
Grazia Longo
Roma
Il governo italiano vede con favore la tregua tra Israele e Hamas.
Al punto tale da aver deciso di inviare un contingente militare di
caschi blu che vigili sulla pace.
Lo annuncia il ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Siamo pronti
anche a dare una presenza militare in previsione di una eventuale
scelta delle Nazioni Unite di dar vita ad una sorta di
amministrazione modello Unifil in Palestina per unificare la
Striscia di Gaza con la Cisgiordania». Il ministro precisa che si
tratta di una scelta «per favorire il processo di pace fra due
popoli, due Stati». E a conferma delle sue parole lunedì volerà in
Israele e Palestina.
Dove lo attende un delicato lavoro diplomatico, soprattutto, in
Palestina. Qui infatti Tajani punta a rafforzare il ruolo di Anp su
Hamas. Ma si tratta di una partita complessa perché al momento non è
facile individuare un nuovo leader Anp che possa essere apprezzato
dai palestinesi. L'obiettivo, comunque, è quello di supportare la
pace al più a lungo possibile. «Martedì - precisa il titolare della
Farnesina - ho parlato a lungo con il ministro degli Esteri di
Israele e con il primo ministro palestinese, ad entrambi ho
illustrato la posizione italiana. Noi faremo di tutto perché si
possa creare una situazione di stabilità».
La sua posizione viene ribadita in una nota di Palazzo Chigi:
«L'Italia accoglie con grande favore l'annuncio di un accordo per un
cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi nelle mani di
Hamas e si congratula con Egitto, Qatar e Stati Uniti per il
risultato raggiunto dopo un lungo impegno negoziale che il Governo
italiano - anche in qualità di Presidenza del G7 - ha sempre
sostenuto con convinzione». E ancora: «Il cessate il fuoco fornisce
un'importante opportunità per aumentare in maniera consistente
l'assistenza umanitaria alla popolazione civile di Gaza. L'Italia
continuerà a impegnarsi in questo ambito, anche attraverso
l'iniziativa "Food for Gaza" incentrata sulla sicurezza alimentare e
la salute. L'Italia è pronta a fare la sua parte, insieme ai partner
europei e internazionali, per la stabilizzazione e la ricostruzione
di Gaza e per consolidare in modo permanente la cessazione delle
ostilità, anche nell'ottica di rilanciare un processo politico verso
una pace giusta e duratura in Medio Oriente, basata sulla soluzione
dei due Stati, con Israele e uno Stato di Palestina che vivano
fianco a fianco in pace e sicurezza, all'interno di confini
mutualmente riconosciuti».
Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto sostiene un impegno
militare per la pace: «La nostra priorità è una pace duratura, che
veda ripristinate le condizioni di legalità e rispettati i diritti
fondamentali. Continuiamo a credere, testardamente, che due popoli e
due Stati possano coesistere in un futuro con dignità e rispetto
reciproco. Quello che fino a ieri poteva apparire una pia illusione,
oggi è diventata una tregua, domani deve diventare una pace.
L'Italia, il suo governo e le Forze armate non si tireranno
indietro, come non lo hanno mai fatto, per aiutare e consolidare
questo percorso».
In questo contesto si inserisce anche la garanzia del governo
italiano di non arrestare Benjamin Netanyahu in base al mandato
della Cpi qualora il premier israeliano dovesse visitare il nostro
Paese. È il ministro degli Esteri dello Stato ebraico Gideon Sa'ar,
dopo la sua visita ieri a Roma, a divulgare la notizia: «Ho parlato
con i ministri Tajani e Nordio. Non ho l'abitudine di riferire ciò
che si dice, ma non c'è nessun problema per chiunque venga a Roma,
nemmeno per Netanyahu». E Tajani assicura: «Ci sono delle immunità,
e le immunità vanno rispettate».
L'intesa in Medioriente viene apprezzata anche dall'opposizione. La
segretaria del Pd Elly Schlein, intervenendo a Metropolis, dichiara:
«È un accordo che attendiamo da più di un anno, da quando abbiamo
chiesto il cessate il fuoco. Purtroppo non cancella il massacro di
50 mila civili palestinesi, così come non dimentichiamo le vittime
del 7 ottobre di Hamas. Abbiamo chiesto il riconoscimento dello
Stato di Palestina e questo passaggio non è rinviabile. Se c'è
l'accordo, è un primo passo perché come gli israeliani anche i
palestinesi hanno diritto a uno Stato in cui vivere in pace e
sicurezza».
-
Craxi e l'ingerenza americana la vera storia della crisi di
Sigonella
Da ottant'anni un Paese di frontiera come l'Italia ha scelto
di restare sotto l'ombrello americano e quei pochissimi leader -
Bettino Craxi e Aldo Moro - che hanno provato a far rispettare la
sovranità nazionale in momenti critici, hanno poi dovuto affrontare
un destino avverso. Da decenni un enigma si rincorre senza trovare
una risposta precisa: gli americani hanno fatto pagare un qualche
prezzo ai leader meno accondiscendenti? Ora, a 25 anni dalla
scomparsa di Bettino Craxi, documenti desecretati e nuove
testimonianze contribuiscono a capire come andarono le cose. A
cominciare dalla vicenda di Sigonella (...), passata alla storia
come un evento spartiacque: la prima occasione nella quale un
presidente del Consiglio italiano – tra coraggio e azzardo –
respinse un'interpretazione hard del concetto di sovranità da parte
degli Stati Uniti. Quella vicenda si dipanò lungo l'arco di tre
settimane, costò una crisi diplomatica con Washington e una crisi
politica a Roma (…), oscurando ciò che l'aveva realmente motivata:
l'attacco trasversale ad un piano italiano di pace per il Medio
Oriente che Craxi in quella fase stava coltivando, d'intesa col
presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. L'attacco alla Achille
Lauro fu mosso dalle frange palestinesi fondamentaliste, che
osteggiavano Arafat e il piano italiano. A dispetto della fama
filo-palestinese di Craxi, il piano aveva un impianto gradualista,
puntava, non ancora sui due Stati, ma sull'autogoverno di Gaza e
della Cisgiordania e avrebbe messo ai margini gli integralismi
israeliani e arabi. Alla prova del tempo, un piano lungimirante.
Dunque, in quella occasione accanto all'arroganza americana, Craxi
dovette fronteggiare un radicalismo palestinese che nel tempo
porterà ad Hamas (…).
Un piano osteggiato anche da Israele. Peres arriva a Roma il 18
febbraio 1985: è la prima visita di un Capo del governo israeliano
in Italia. Il faccia a faccia si svolge nello studio di palazzo
Chigi: Craxi cerca il consenso di Peres e quel che accadde allora,
lo racconta dettagliatamente l'unico testimone, l'ambasciatore
Antonio Badini. Peres si alzò quasi di scatto e disse: «Io non
compirò un salto nel buio, Craxi sei in anticipo con la Storia». E
Craxi replicò: «Peres, credo ad che essere in ritardo sia tu». I due
restarono per qualche attimo in silenzio. La mediazione era fallita.
Tutto era partito sull'Achille Lauro (…).
Certo, Craxi si espose con gli americani con la prova di forza di
Sigonella, di nuovo nell'ottobre 1986, facendo avvisare in tempo
Gheddafi per un attacco improvviso degli F111 americani che avrebbe
dovuto colpire il leader libico, ma per diverse ragioni non si era
infranta la fiducia personale che il presidente Reagan aveva per
Craxi che tuttavia si era indebolìto: in quelli che Badini chiama «i
corridoi del potere» di Washington, nel "deep state", come lo
definisce Beppe Scanni. Dunque, quei segmenti formati da Servizi,
Fbi, mondo finanziario, consiglieri (…).
Ma gli americani ordirono una trappola durante la stagione di Mani
pulite? Davanti alla gravissima crisi italiana - che è politica,
giudiziaria, finanziaria e di protagonismo mafioso - nel giro di tre
anni (1991-1993) si manifestano "due Americhe", dietro le quinte
drasticamente diverse tra loro: l'amministrazione Bush appoggia
incondizionatamente il pool di Mani pulite e non fa nulla per
coprire la vecchia classe dirigente della stagione anti-comunista. I
dispacci della Ambasciata americana sono espliciti e descrivono una
innaturale consuetudine del Console americano a Milano con tutti gli
esponenti del Pool. Ma dal 1993 l'amministrazione democratica di
Clinton cambia radicalmente, ritira l'appoggio al pool e lo fa con
un'iniziativa riservata, del tutto irrituale. Proprio per spezzare
quel legame tra ambasciata e Pool, l'ambasciatore Reginald
Bartholomew, approfittando della presenza a Roma del giudice della
Corte Suprema Antonin Scalia, lo fa incontrare a Villa Taverna con
sette magistrati italiani, il cui nome resterà sempre segreto. Ma
non il contenuto del discorso di Scalia: parlando dell'esperienza in
corso in Italia, rilevò una «violazione dei diritti di difesa», a
cominciare dall'abuso della detenzione preventiva, che «violava i
diritti basilari degli imputati». L'ambasciatore scioglie ogni
legame con il Pool, ma al tempo stesso investe decisamente su una
nuova classe politica. E punta, incontrandoli, su tre personaggi:
Silvio Berlusconi, Massimo D'Alema e Gianfranco Fini. La migliore
sintesi l'ha fatta Daniel Serwer, capo della rappresentanza
diplomatica tra le due Presidenze: Andreotti, Craxi, Martelli,
«erano nostri amici» e «però non facemmo nulla per proteggerli». Che
è cosa diversa da un complotto, da un "piano x" e tuttavia le due
Amministrazioni, pur perseguendo disegni diversi, finirono però per
determinare il risultato finale: l'espulsione definitiva dei
principali protagonisti della Prima Repubblica (…).
Craxi fu tra i pochi leader del secondo dopoguerra che provò a
superare i rigidi confini stabiliti a Jalta. La sua vita politica è
segnata dalla sfida per conquistare il massimo di sovranità, il
massimo di libertà possibile per il proprio partito e per il proprio
Paese. Un obiettivo che Craxi perseguì senza cedere a scorciatoie
verso il facile consenso. Nel 2021 un maestro della scienza politica
come Gianfranco Pasquino ha scritto: «Il decisionismo di Craxi,
nella misura in cui si esplicitò, non voleva avere e non ebbe nulla
di populista». —
-
Città della Salute, profondo rosso Bilancio in perdita per 62
milioni
alessandro mondo
«Prestazioni ad alta complessità in una struttura che sta cadendo a
pezzi». La frase di un medico delle Molinette è la sintesi perfetta
delle condizioni in cui versa la Città della Salute di Torino, da
anni alle prese con una lunga serie di problemi. In primis, conti
che non tornano.
Sia chiaro: tornare, non tornano in nessuna Asl, ma l'azienda
ospedaliera-universitaria, la più grande del Piemonte e tra le
maggiori in Italia, rappresenta un caso a sè. E non a caso, proprio
il bilancio consuntivo 2024, da approvare a fine aprile, è il fronte
che inquieta di più Thomas Schael, il nuovo commissario di governo
che si insedierà a marzo. Il previsionale 2024, già approvato, si
chiude con un saldo negativo di 62 milioni. Più o meno la stessa
cifra per il previsionale 2025: 59,4. Per rendere l'idea, il
consuntivo 2023 era stato chiuso a - 25 milioni. E' vero che per il
2024 parliamo di un bilancio previsionale, quindi di cifre calcolate
sulla stima di perdite da certificare e di poste, cioè di entrate,
non del tutto incassate. Ma se il buongiorno si vede dal mattino,
c'è poco da stare allegri. Altrettanto vero che anche quest'anno il
passivo sarà coperto dalla Regione (come per le altre aziende). La
quale, però, ha già il fiato corto di suo, e per questo la Città
della Salute rappresenta un problema.
«Ci sono due commissari (ndr: Messori Ioli per il Regina Margherita,
Schael per Molinette, Cto, Sant'Anna), che contribuiranno a creare
due aziende nuove e a risanare quella parte dell'azienda che ha un
bilancio che mette oggettivamente in difficoltà il bilancio della
Regione», ha rimarcato Alberto Cirio ieri, a margine di una
conferenza stampa in Regione. «Il bilancio della Città della Salute
è solo parte di un problema di squilibrio di bilancio sanitario
regionale, che si ripercuote su tutte le altre poste - spiega il
consigliere Daniele Valle, Pd -. Faccio una facile previsione: tra
qualche settimana arriverà un nuovo emendamento al bilancio per
raccattare qualche decina di milioni e tamponare l'emorragia ai
danni di cultura, welfare, trasporti».
Restando alla Sanità, e all'azienda in corso Bramante, la parole
chiave è, per l'appunto, risanamento". Risanamento contabile e
risanamento edilizio, facce della stessa medaglia in un'azienda che,
per rendere l'idea, spende 30 milioni l'anno per la manutenzione di
locali comunque obsoleti. Se poi si domanda a cosa è dovuto
l'incremento dei costi nonostante il susseguirsi di "piani di
efficientamento", con e senza advisor, mai risolutivi, l'elenco
delle voci di costo è interminabile: dalla farmaceutica ai
dispositivi medici, dalla manutenzione ai consumi energetici e delle
materie prime. Giusto qualche esempio. Voci, tra l'altro, che negli
ultimi due anni hanno registrato un'impennata. Senza considerare le
vere e proprie eccellenze - dai trapianti alle terapie per la
sclerosi multipla all'impiego delle staminali -, remunerate a
livello nazionale e regionale meno dei costi che presuppongono.
Tanto che molti si chiedono se un'azienda così complessa possa
effettivamente permettersi di raggiungere il pareggio, se non
l'attivo di bilancio. L'attivo magari no, e forse nemmeno il
pareggio, ma almeno un passivo meno marcato sì, è la posizione della
Regione. Tagliare i costi senza intaccare i servizi: sarà il compito
primario del nuovo commissario. —
-
l rendiconto sarà preparato tra Torino e Chieti, dove si trova il
manager. Il direttore amministrativo anticipa l'arrivo a Torino
Conti ai raggi X e uomini di fiducia Cirio telefona e media con
Schael
«Ci siamo sentiti, Schael farà la sua parte, da uomo delle
istituzioni, anche per quanto riguarda gli adempimenti formali
necessari all'approvazione dei bilanci: va da sè che chiunque, prima
di firmare una cosa fatta da altri, vuole leggerla». Così Alberto
Cirio e l'assessore alla Sanità Federico Riboldi ieri, a margine di
una conferenza stampa in Regione.
Messa così, verrebbe da pensare che la levata di scudi del nuovo
commissario sul bilancio consuntivo 2024 della Città della Salute -
«I patti con la Regione erano diversi, non firmo conti ereditati da
altri» - possa essere derubricata come un equivoco, o una crisi di
nervi preventiva.
In realtà le cose sono un po' più complesse. Schael, è vero, ha
trasformato in disponibilità la mezza disponibilità manifestata
nell'intervista rilasciata ieri al nostro giornale. Ad alcune
condizioni e nel corso di una "call" avvenuta ieri mattina - a
tambur battente, subito dopo avere letto La Stampa - con Cirio,
Riboldi e il direttore dell'assessorato, Antonino Sottile. Le
condizioni rimandano alle perplessità sui conti preliminari del
2024, che Schael non conosce ma che presuppongono un passivo a sei
zeri. Conti, peraltro, "attenzionati" dalla procura come dalla Corte
dei Conti. Un po' troppo per mettere disinvoltamente la firma su
quelli definitivi - il bilancio consuntivo, appunto - senza
interrogarsi sulle possibili conseguenze. In quest'ottica, la prima
uscita a mezzo stampa potrebbe essere letta anche come un segnale
alle autorità giudiziarie: un modo per prendere preventivamente le
distanze dal bilancio, con e senza firma.
Ecco perchè i conti della Città della Salute prenderanno a breve la
via per Chieti, e per l'Asl che Schael ancora dirige, onde essere
passati ai raggi X, parlando di sanità, dal commissario e da
Giampaolo Grippa, il direttore amministrativo che gode della sua
fiducia. E' lo stesso Grippa che, rispetto alle previsioni,
raggiungerà Schael a Torino già a metà marzo, in anticipo rispetto
al previsto: la dimostrazione di come il fronte amministrativo e
gestionale sia preminente per cominciare ad orientarsi in un'azienda
«con una situazione critica», come il commissario ha dichiarato
nell'intervista.
Non ci si limiterà alla lettura del bilancio in questione: più che
prevedibili integrazioni e correttivi in corso d'opera, nel solco
dei rilievi mossi dalla Corte dei Conti, previa richiesta di
chiarimenti da Chieti a Torino. In fase di costituzione il pool di
esperti di cui Schael intende avvalersi una volta alla Città della
Salute, in comando ad altre Asl o in convenzione con enti
strumentali (Agenas, Aifa, Istituto Superiore di Sanità), arruolati
pro tempore per aiutarlo a districarsi nei meandri contabili di
un'azienda tanto grande quanto complessa: una delle prime
ricognizioni riguarderà la spesa per farmaci e dispositivi medici.
Solo a queste condizioni a fine aprile Schael metterà la firma sul
bilancio consuntivo che poi andrà ad aggiungersi a quelli degli
ultimi sessant'anni, custoditi con altri documenti in un grande
magazzino a Parma, affidato dalla Città della Salute ad una ditta
specializzata nella classificazione e conservazione documentale.
Magazzino dal quale, su richiesta della direzione o della
magistratura, talora uno o più documenti escono prendendo la strada
alla volta del Piemonte, e di Torino. Il servizio di custodia e
consultazione a seguito della gara conclusa nel 2023 è stato
affidato per otto anni per complessivi 852 mila euro: quasi 9 mila
euro al mese. ale.mon . —
|
15.01.25
-
La Guardia di Finanza ne ha già denunciati 23; per tutti gli altri
sono in arrivo multe da 27 mila euro La frode inventata da un
cittadino ucraino: si faceva pagare 500 euro per il contratto
d'affitto fasullo
Residenze false per truffare Edisu Ottanta studenti stranieri nei
guai
chiara comai
gianni giacomino
Sono arrivati a Torino sognando una laurea al Politecnico o in
Economia e una vita migliore lontano dai loro Paesi. Ma anche di
poter usufruire dei benefit che l'università italiana garantisce
agli studenti fuori sede. Borse di studio da migliaia di euro
l'anno, per chi ha un Isee basso ed è al passo con gli esami.
Ed è qui che entra in gioco lui: un uomo di origine ucraina. Un
37enne che, secondo la guardia di finanza, avrebbe venduto dei
contratti di affitto falsi, al fine di ottenere la residenza a
quegli universitari che non erano riusciti a trovare casa entro il
termine per presentare la richiesta di borsa di studio. Il
risultato? Un'ottantina di studenti stranieri sono finiti nei guai
per truffa.
Le borse di studio variano dai tre agli ottomila euro all'anno per
ogni beneficiario. Undici di loro sono già stati esclusi dai fondi
di quest'anno con il rischio di dover lasciare l'Italia, non avendo
un sostegno economico. Altri 23 sono stati denunciati e altri 47 –
che avevano ricevuto solo la prima rata dei soldi – sono stati
sanzionati dovranno pagare multe per un totale di 400 mila euro.
«Ogni euro che abbiamo ricevuto è stato destinato alle spese
essenziali, soprattutto l'affitto – spiega con un comunicato un
gruppo di 35 di questi studenti – La nostra capacità di sopravvivere
e di continuare a studiare in Italia dipendeva interamente da questo
sostegno finanziario. È illogico pensare che metteremmo a rischio il
nostro futuro accademico, la nostra residenza legale e tutto ciò per
cui abbiamo lavorato solo per ottenere una frazione di euro in più».
La maggior parte di loro frequenta il Politecnico e viene dall'Iran.
Molti hanno già presentato ricorso al Tar per chiedere
l'annullamento della sanzione di Edisu che ha chiesto di pagare
circa 27mila euro di multa per ciascuno. Intanto dovranno rispondere
di "indebita percezione di erogazioni pubbliche". «Ma non è stata
colpa loro, si sono trovati in difficoltà anche a tradurre ciò che
dovevano firmare – dice Paolo Barisone, dell'Unione sindacale di
base – La maggior parte sono poveri studenti che speravano di avere
il permesso di soggiorno e studiare qui».
Le indagini, però, raccontano una storia chiara. Più di un anno fa
gli investigatori del 1°Nucleo Operativo Metropolitano Torino
scoprono che un 37enne ucraino affitta i suoi quattro appartamenti
in periferia a 66 ragazzi. Affittuari che nel frattempo vivono in
altri domicili sparsi per la città, in case di amici e connazionali.
Con annunci su Facebook e Telegram e il passaparola, grazie
all'aiuto di un mediatore, incontravano il 37enne ucraino per 500 o
600 euro forniva agli studenti un contratto d'affitto necessario per
dimostrare a Edisu di abitare in città e così ottenere i fondi:
l'uomo è stato denunciato per indebita percezione di erogazioni
pubbliche in concorso. Con lui è finito nei guai un 34enne torinese
che, con lo stesso meccanismo, aveva permesso a tre aspiranti
ingegneri di ottenere altre borse di studio. —
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MARY Una delle giovani coinvolte nella vicenda "Non avrei mai messo
a rischio i miei studi"
La ragazza iraniana "Non conosco le leggi mi sono solo fidata"
«Ci siamo trovati in questa situazione a pochi giorni
dall'arrivo in Italia, senza conoscere la lingua né il sistema
giuridico. Siamo stati truffati e adesso però siamo noi a dover
pagare, rischiando di perdere anche il percorso accademico». Mary ha
24 anni ed è una studentessa iraniana venuta a Torino per studiare
Biologia. È arrivata a metà novembre 2023, quando l'anno accademico
era già iniziato e a pochi giorni dalla scadenza del termine per
caricare i documenti sul portale Edisu per ottenere la borsa di
studio.
Come si è trovata in questa situazione?
«Ci sono voluti più di due mesi per ottenere il visto per venire
qui. Quando sono arrivata qui ero già indietro con le lezioni e
senza un posto dove vivere».
Come ha trovato il proprietario degli alloggi ucraino?
«I suoi annunci circolavano su Facebook, sui gruppi Telegram e con
il passaparola. Per paura di rimanere senza casa mi sono affidata a
uno sconosciuto. Mi ha inviato delle fotografie e mi ha chiesto un
deposito. Ho firmato un contratto validato dall'Agenzia delle
entrate, che ho caricato sul portale Edisu. Invece sono stata
truffata».
Quando se n'è accorta?
«Dopo aver firmato il contratto. Quando ho cercato di trasferirmi
nella casa il proprietario mi ha bloccata e ha cancellato tutte le
nostre conversazioni».
Come mai non avete allertato subito l'Edisu?
«Non sapevo cosa fare, non parlavo italiano, non conoscevo le leggi
e mi sentivo persa. Ero ancora senza casa e molto indietro con gli
studi, quindi ho accettato la perdita finché no ho trovato un altro
appartamento. Siccome non sapevo come funziona, non ho caricato il
nuovo contratto all'Edisu».
Finché non ha scoperto di essere stata multata e di dover restituire
i soldi.
«La maggior parte di noi ha un Isee inferiore ai 12 mila euro, cosa
che Edisu sa, e adesso dobbiamo pagarne 20 mila a testa. Non mi
sarei mai messa in questa situazione».
Quindi lei non era consapevole che fosse una truffa?
«Non farei mai qualcosa che possa compromettere tutti i miei sforzi
per ottenere un visto ed essere accettata per studiare in Italia a
un master. Siamo davvero disperati e adesso le nostre vite sono
rovinate. Siamo rimasti senza soldi e senza speranza solo perché non
conoscevamo le regole e siamo stati sfruttati».
Vi siete attivati in qualche modo in questi mesi?
«Abbiamo intrapreso alcune azioni legali e scritto ricordi alla
prefettura. Siamo scappati dal nostro Paese per un futuro migliore».
c.com. —
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LA VERITA' COSTA CARA : Imprese
italiane più pessimiste a fine 2024. Come segnala l'indagine
trimestrale della Banca d'Italia presso le imprese italiane
dell'industria e dei servizi non finanziari con almeno 50 addetti,
nel quarto trimestre dell'anno i giudizi sulla situazione economica
generale sono peggiorati.
Le imprese hanno valutato un indebolimento della domanda, in
particolare quella proveniente dall'estero e quella rivolta al
comparto dei servizi. Le prospettive sulle proprie condizioni
operative a breve termine - continua l'indagine - "sono
complessivamente sfavorevoli; vi incidono l'incertezza
economico-politica e, in misura più contenuta, i timori
sull'andamento dei prezzi delle materie prime energetiche e,
specialmente tra le imprese esportatrici, sulle politiche circa gli
scambi commerciali internazionali".
Quanto al 2025 "le imprese prefigurano un'espansione degli
investimenti nella prima metà" dell'anno, "nonostante continuino a
ritenere sfavorevoli le condizioni per investire. Le condizioni di
accesso al credito - continua l'analisi - sono valutate invariate e
la posizione complessiva di liquidità è considerata ancora
soddisfacente".
Sul fronte occupazione "la maggior parte delle imprese prevede di
mantenere invariata la propria forza lavoro". "La crescita dei
prezzi di vendita si è stabilizzata su livelli contenuti nei servizi
e nell'industria in senso stretto; nelle costruzioni è diminuita,
rimanendo tuttavia più sostenuta rispetto agli altri comparti. Nei
prossimi 12 mesi la dinamica dei listini resterebbe sostanzialmente
stabile in tutti i settori, a fronte di attese di aumenti salariali
contenuti. Le aspettative delle imprese sull'inflazione al consumo
sono diminuite su tutti gli orizzonti temporali" conclude l'indagine
di Via Nazionale.
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14.01.25
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I segreti di Abedini (per ora) restano in Italia Nella scheda madre
i piani di una "bomba sporca"
irene famà
francesco semprini
roma – new york
I segreti di Mohammad Abedini Ajafabadi restano in Italia. Almeno
per ora. Dopo la liberazione, decisa in tempi record dal ministro
della Giustizia, l'ingegnere iraniano è tornato a casa a Teheran. Ma
il cellulare e i dispositivi informatici, presi in consegna il
giorno dell'arresto, rimangono sotto sequestro, custoditi dalla
procura di Milano.
Abedini viene bloccato su mandato Usa il 16 dicembre a
Malpensa. Per Washington è «l'uomo dei droni» dei Pasdaran di
Teheran. E, tramite le sue società tra cui una in Svizzera, avrebbe
fornito materiali elettronici all'Iran aggirando l'embargo
statunitense. Non solo. Gli americani sono convinti che Abedini sia
tra i responsabili dell'attentato avvenuto in Giordania lo scorso
gennaio in cui sono morti tre militari Usa. Accuse che, almeno in
Italia, non hanno trovato i riscontri necessari. E così l'altro
giorno il ministro Carlo Nordio gli ha revocato la misura cautelare.
Nessuna estradizione, Abedini è tornato libero.
Attorno alle 11 di domenica ha lasciato il carcere di Opera e ha
raggiunto casa a bordo di un aereo militare Falcon. Un'operazione
gestita dall'Aise in gran segreto. L'ingegnere «è contento e sereno,
anche se non ha praticamente dormito», racconta il suo legale,
l'avvocato Alfredo De Francesco. «Accolto a Teheran dalla famiglia,
si è dedicato al figlio piccolo».
Il suo passaporto, il cellulare, il pc portatile, le chiavette usb,
il tablet, i device e gli hard disk che Abedini aveva nel trolley
sequestrato all'aeroporto, però, restano in Italia. In una
cassaforte al quarto piano del Palazzo di Giustizia di Milano. Ora
resta da capire se il legale del trentottenne depositerà una
richiesta di dissequestro. E se il Dipartimento di Giustizia
americano, tramite rogatoria internazionale, ne chiederà copia al
Procuratore di Milano Marcello Viola e all'aggiunto Eugenio Fusco
passando dagli uffici di via Arenula. C'è poi la possibilità che i
dispositivi rimangano nel "limbo" di una non decisione da parte
degli attori coinvolti e quindi custoditi nell'ufficio corpi di
reato.
Segreti. Di cui l'Fbi vorrebbe venire in possesso. E di cui pare
siano in possesso i nostri servizi di intelligence. Da fonti
americane, sentite da La Stampa, tra il materiale sequestrato ad
Abedini ci sarebbero tre "schede madri". Una in particolare sarebbe
quella che interessa agli inquirenti Usa. E conterrebbe, secondo
quanto rivelato da fonti informate, tecnologie per l'acquisizione di
una "bomba sporca", un ordigno fabbricato in maniera rudimentale e
impiegabile per attentati contro obiettivi civili.
Fonti dell'Fbi confermano al giornale l'interesse per i contenuti di
tale valigetta. «Imprescindibili» per gli accertamenti, dicono, le
«tre schede madri, di cui una di interesse assoluto». E potrebbe
essere questo uno degli elementi su cui l'incontro tra la premier
Giorgia Meloni e Donald Trump a Mar-a-Lago di sabato scorso si è
appoggiato per arrivare al via libera sulla non estradizione di
Mohammad Abedini.
Il punto è capire se questo materiale, di cui la procura di Milano
era ed è in possesso, sia stato consegnato ai servizi e a loro volta
agli americani che lo vogliono visionare. Oppure se l'intelligence
ne ha una copia e ha intenzione di condividerla con gli
interlocutori americani. Un altro punto interrogativo, poi, riguarda
l'utilizzo di questa tecnologia. Dove avrebbe dovuto essere
impiegata? Infine, rimane da comprendere, e non è un dettaglio, se
tutto questo intreccio abbia collegamenti con Roma. Gli americani,
infatti, stanno cercando di capire se la Capitale fosse un punto di
riferimento di Abedini o solo una sorta di piattaforma per fare
affari. Il giorno dell'arresto, il trentottenne iraniano è arrivato
a Milano da Teheran con un volo con scalo a Istanbul, ma
originariamente diretto all'aeroporto Fiumicino di Roma.
Una volta raggiunta la città turca, Abedini, dicono probabilmente
avvisato da qualcuno, ha cambiato destinazione su Malpensa. Ecco
quindi spiegato lo scalo all'aeroporto lombardo dove è stato fermato
dagli agenti della Digos e arrestato come da indicazioni americane
il 16 dicembre. Ovvero tre giorni prima dell'arresto in Iran della
giornalista italiana Cecilia Sala.
Abedini ora è libero. I suoi dispositivi tecnologici ancora sotto
sequestro. E proprio lì, spiegano dagli Usa «ci potrebbe essere
scritta la mappa degli spostamenti del signore al servizio di
Teheran». Dove ora è tornato, lasciandosi dietro collegamenti. Non
pochi. —
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13.01.25
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QUALI INFORMAZIONI HANNO I SERVIZI SEGRETI IRANIANI SULL'OMICIDIO DI
EDOARDO AGNELLI SULLE POSSIBILI RESPONSABILITA' DI CIA E MOSSAD ?
Con nuovi capi d'accusa sarebbe stato impossibile rilasciare l'uomo
che è in possesso anche del passaporto svizzero
L'improvvisa accelerazione del Guardasigilli e il timore di nuove
prove contro Abedini
Su Mohammad Abedini era attesa la decisione della Corte d'appello di
Milano. E mercoledì si sarebbe dovuta tenere l'udienza per discutere
dell'eventuale scarcerazione. Tappe precise. Poi l'accelerazione
nelle ultime dodici ore. Con il ministro Nordio che ha esercitato la
facoltà di poter, in qualunque momento, comunicare ai giudici,
obbligati ad attenervisi, la revoca della custodia cautelare.
Cos'è successo? La spiegazione fornita dal ministero della Giustizia
è squisitamente tecnica. Tra le varie contestazioni, Washington
accusa Abedini di «associazione a delinquere per violazione
dell'International emergency economic powers act», la legge sui
poteri economici in caso di emergenza internazionale. Ma il reato
previsto dalla norma federale Usa non è contemplato nell'ordinamento
italiano. E quindi i presupposti per l'estradizione vengono meno.
Inoltre, il periodo di indagine conoscitiva non ha portato a prove
evidenti delle accuse americane mosse nei confronti dell'ingegnere.
Questione di prove e di reciprocità, dunque. La spiegazione
dell'improvvisa accelerata sarebbe da cercare proprio lì, raccontano
i ben informati. Per rispettare quando promesso all'Iran per
ottenere la liberazione della reporter italiana Cecilia Sala, il
ministro Nordio si sarebbe affrettato a disporre la scarcerazione
immediata. A far passare il tempo, dice chi conosce bene la vicenda,
le accuse a carico dell'ingegnere avrebbero potuto irrobustirsi. E
sarebbero potute emergere altre ipotesi di reato. Queste
configurabili in Italia. A quel punto sarebbe stato impossibile
lasciare libero Mohammad Abedini.
Doppia cittadinanza, iraniana e svizzera, il trentottenne è stato
arrestato dalla Digos su mandato americano all'aeroporto di Malpensa
il 16 dicembre. Partito dall'Iran, aveva fatto scalo a Istanbul. E
avrebbe voluto raggiungere Roma. Ma, poco prima della partenza dalla
Turchia, «probabilmente su indicazioni arrivatagli da qualcuno»
spiegano fonti americane e italiane, decide improvvisamente di
cambiare biglietto. Modifica i suoi piani e si dirige a Milano. Per
poi, chissà, magari tornare in Svizzera noleggiando un auto, per
evitare i controlli.
Quali interessi portavano Mohammad Abedini nella Capitale? Chi
doveva incontrare? Perché? Per quale motivo, nel trolley che aveva
con sé e poi sequestrato, custodiva dei documenti? Suggestioni e
ipotesi si rincorrono. Compresa quella che l'ingegnere volesse
rivolgersi a dei centri di money transfer a Roma, magari nella zona
di piazza Vittorio, per riuscire a pagare i dipendenti iraniani di
una delle sue aziende con dollari americani. Oppure che seguisse la
partenza e l'arrivo di un flusso di denaro anche per altre faccende
su cui sembra sia stato acceso un faro dagli organismi
internazionali. Trasferire valuta dall'Italia ad un Paese sotto
embargo può configurare fattispecie di reato tali che, se provate,
avrebbero allargato il fascicolo giudiziario contro l'ingegnere in
Italia. Un aggravio di accuse che avrebbe potuto compromettere la
sua scarcerazione immediata.
Sembra che non fosse la prima volta a Roma per Mohammad Abedini,
considerato dall'intelligence un vero e proprio emissario del regime
iraniano. Gli americani hanno pochi dubbi: il trentottenne è «un
affiliato dei Pasdaran che da tempo si sarebbe infiltrato in Italia»
per poi fare base in Svizzera. Gli spostamenti dell'ingegnere,
spiegano fonti Usa, erano monitorati da tempo. I suoi e quelli del
socio in affari Mahdi Sadeghi, per cui sono scattate le manette
sempre il 16 dicembre in Massachussetts. Entrambi, sostengono gli
americani, avrebbero cospirato per esportare tecnologia statunitense
in Iran, aggirando le sanzioni, e avrebbero supportato le Guardie
rivoluzionarie che gli Usa considerano un'associazione terroristica.
E tra i dissidenti in Italia c'è chi è arrivato a definire Mohammad
Abedini una sorta di erede di Mohsen Fakhrizadeh, fisico nucleare e
generale della Guardia rivoluzionaria iraniana ucciso in un agguato
nel novembre 2020 ad Abasard, in provincia di Teheran. ire. fam
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Quelle valigette con dati sul nucleare che fanno gola ai Servizi
americani
Francesco Semprini
New York
C'è qualcosa che manca nel mosaico della ricostruzione della vicenda
che riguarda Mohammad Abedini-Najafabadi, il cittadino di origini
iraniane fermato all'aeroporto di Malpensa su indicazione della
autorità Usa. «Un affiliato dei Pasdaran che da tempo si sarebbe
infiltrato in Italia», secondo gli americani, per poi fare base in
Svizzera, dove ha fondato la società con la quale girava tecnologie
vietate a Teheran, dicono a La Stampa fonti informate dei fatti che
considerano Abedini un ganglo della lunga mano della Guardia
rivoluzionaria iraniana in occidente. Informate al punto tale da
spiegare che nella sua valigetta ci sarebbero stati alcuni hard disk
esterni, uno dei quali conterebbe segreti che riguardano tecnologie
nucleari. E che gli inquirenti americani vogliono a tutti i costi.
Perché? Di quale genere o entità o contenuti non è al momento dato
saperlo, ma presumibilmente potrebbero essere tecnologie nucleari.
Fonti della Fbi confermano al giornale l'interesse per i contenuti
della valigetta. Sono «imprescindibili», «tra i dischi rigidi, uno è
di interesse assoluto». Quindi potrebbe essere questo uno degli
elementi su cui l'incontro (definito «costruttivo» dallo staff del
presidente entrante) tra Giorgia Meloni e Donald Trump a Mar-a-Lago
si è appoggiato per avere il via libera sulla non estradizione di
Abedini.
Secondo quanto riferito a La Stampa da Alan Dershowitz, avvocato,
giurista, professore di Harvard e già legale del 47 esimo presidente
degli Stati Uniti, il trentottenne iraniano, peraltro, il giorno
dell'arresto arrivava da Teheran con un volo con scalo a Istanbul ma
originariamente diretto all'aeroporto Fiumicino di Roma. Una volta
raggiunta la città turca avrebbe però cambiato destinazione su
Malpensa, «probabilmente su precise indicazioni che gli sono state
date», spiegano fonti americane e italiane. Ecco quindi spiegato lo
scalo all'aeroporto lombardo dove poi, sempre il 16 dicembre, è
stato fermato dagli agenti della Digos e arrestato come da
indicazioni americane. Tutto questo tre giorni prima dell'arresto
della giornalista italiana Cecilia Sala evidentemente legato a
quello di Abedini, i cui spostamenti erano attenzionati da tempo. La
tempistica dell'arresto, avvenuta in contemporanea a quella del
socio in affari, Mahdi Sadeghi - per cui sono scattate le manette
sempre il 16 dicembre in Massachussetts - è dovuta più al rischio di
nuovi «trasferimenti pericolosi» che al pericolo di fuga.
Rimane il fatto che Abedini sembra essere più di un faccendiere,
forse, addirittura un emissario del regime, così come rimane da
capire perché volesse giungere a Roma e con quali scopi. Cosa che
era già accaduta in passato. Nel dossier di 36 pagine consegnato
dall'agente speciale dell'Fbi Ronald Neal alla Corte distrettuale
del Massachusetts, di cui La Stampa è in possesso, viene
tratteggiato un profilo chiaro dei due soggetti finiti nel mirino
della Giustizia Usa.
Secondo i documenti del tribunale, Abedini è il fondatore e
amministratore delegato di una società iraniana, San'at Danesh
Rahpooyan Aflak (Sdra), che produce moduli di navigazione utilizzati
nel programma militare dei Pasdaran. L'attività principale è, in
particolare, la vendita di un sistema di navigazione utilizzato in
velivoli senza pilota, missili da crociera e balistici. Abedini ha
fondato una compagnia svizzera collegata a Sdra, Illumove,
attraverso cui, assieme a Sadeghi, ha stipulato un contratto con una
società con sede nel Massachusetts per sviluppare componenti
elettronici, tra cui sofisticati semiconduttori. Sadeghi e Abedini
hanno quindi provveduto, secondo le accuse, al trasferimento di
beni, servizi e tecnologia dagli Usa all'Iran, attraverso la
Svizzera (ovvero Illumove), a beneficio di Sdra, eludendo i divieti
imposti dalle sanzioni sul trasferimento di componentistica a uso
militare alla Repubblica islamica. Tecnologia che sarebbe stata
impiegata appunto nella produzione di droni, tra cui quello che ha
causato la morte dei tre militari a stelle strisce di stanza nella
Tower 22. Da questo quadro nascono l'incriminazione per
«cospirazione per esportare componenti elettronici sofisticati dagli
Stati Uniti all'Iran in violazione delle leggi statunitensi sul
controllo delle esportazioni e sulle sanzioni» e la richiesta della
autorità federali a quelle italiane di arresto con successiva
estradizione dello stesso Abedini. «Il dipartimento di Giustizia
riterrà responsabile coloro che consentiranno al regime iraniano di
continuare a colpire e uccidere gli americani e minare la sicurezza
nazionale degli Stati Uniti», ha commentato il ministro Merrick B.
Garland. Ecco perché gli Usa volevano l'estradizione di Abedini,
perché avrebbe violato le sanzioni, «contribuito» all'uccisione di
tre militari americani, e soprattutto - è questa la novità - non
sarebbe solo una pedina o un faccendiere, ma un esponente dei
Pasdaran che avrebbe tramato e agito a lungo ai danni degli Stati
Uniti. Il dipartimento Giustizia Usa, interpellato da La Stampa, ha
preferito non commentare. Ultimo punto: quale era il giro di Abedini
a Roma? Non era la prima volta che passava nella capitale. Su questo
si aspettano chiarimenti dagli inquirenti. —
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ALTRO CASO DI INTERESSE NAZIONALE a dicembre il precedente
dell'ingegnere italo-svizzero
Falciani, l'altra estradizione negata
L'ingegnere iraniano Mohammad
Abedini Najafabadi, tornato libero ieri dopo l'intervento del
ministro della Giustizia italiano Carlo Nordio, non è di certo il
primo caso che riguarda la mossa di un membro del governo per
bloccare un'estradizione. L'ultimo e freschissimo precedente risale
allo scorso 18 dicembre, quando ritornò in libertà Hervè Falciani,
dopo essere stato arrestato a Milano lo scorso 7 dicembre in
esecuzione di un mandato d'arresto internazionale emesso dalle
autorità svizzere. L'ingegnere italo-svizzero era passato alla
ribalta delle cronache per essere stato il "whistleblower", la "gola
profonda" di una vicenda legata ad alcuni segreti finanziari passati
attraverso i dati bancari della Hsbc. Anche in quel caso la quinta
Corte d'Appello di Milano firmò un provvedimento con cui recepì una
nota del ministero della Giustizia che disponeva di non mantenere
alcuna misura cautelare nei suoi confronti. In Svizzera Falciani era
stato condannato nel 2015 a cinque anni per spionaggio economico ai
danni della banca di cui era stato dipendente. —
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ISTRAELE E' DIVENTATO UN AGGRESSORE :
La premio Nobel in difesa dei diritti in
Medio Oriente: "Non legittimate i talebani, cancellano le donne"
La denuncia di Malala: "Nella Striscia Israele ha decimato il
sistema educativo"
Fabiana Magrì
«In poche parole, i talebani in Afghanistan non considerano le donne
come esseri umani». Lo dice con contezza Malala Yousafzai, che a 15
anni è stata colpita alla testa da un proiettile dei talebani. La
pallottola avrebbe dovute metterla a tacere, lei che già da due anni
era diventata celebre come attivista per il diritto delle bambine
all'istruzione grazie a un blog sul sito della Bbc in cui denunciava
le violenze dei talebani pakistani. Invece, dopo altri due anni da
quell'imboscata a bordo dello scuolabus, nel 2014 è diventata la più
giovane onorata del Premio Nobel per la pace. La 27enne Yousafzai
oggi vive a Birmingham e continua dall'esilio la sua lotta. Tornata
in Pakistan solo poche altre volte dopo l'attentato - la prima è
stata nel 2018 - ieri si è presentata a Islamabad, al cospetto dei
leader di Paesi a maggioranza musulmana, per denunciare il governo
talebano in Afghanistan per aver «nuovamente creato un sistema di
apartheid di genere». L'attivista pakistana, «sopraffatta dalla
felicità» di essere tornata nel suo paese d'origine, ha voluto
precisare che «non c'è nulla di islamico» nelle politiche dei
talebani che impediscono alle ragazze e alle donne di accedere
all'istruzione e al lavoro. Quindi l'appello a «non legittimare»
quel regime di fondamentalisti tornati al potere a Kabul nel 2022
che, non a caso, ha declinato l'invito a partecipare al vertice.
La Nobel per la Pace ha denunciato anche i bombardamenti di Israele
a Gaza che, in q5 mesi di guerra, «hanno decimato l'intero sistema
educativo, distrutto più del 90% delle scuole e attaccato
indiscriminatamente i civili che si rifugiavano negli edifici
scolastici».
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Le mancate disdette delle prestazioni specialistiche e diagnostiche
sottraggono posti a chi è in lista e non ha alternative
Il 20% prenota le visite e non si presenta
alessandro mondo
Nei Paesi anglosassoni li chiamano "no show". Tradotto in italiano,
coloro che prenotano visite specialistiche ed esami diagnostici,
salvo non presentarsi il giorno fissato. E senza disdire prima
l'appuntamento. Senza curarsi del fatto che, così facendo,
ambulatori e laboratori di analisi non hanno più il tempo di
chiamare chi era in attesa, da tempo, per ottenere la stessa
prestazione.
Quando si parla di liste di attesa, meglio: di riduzione delle liste
di attesa, bisogna parlare anche di questo. Un dato, per chiarire
subito il quadro: i "no show" rappresentano il 20 per cento di chi
prenota. Lo ha ricordato venerdì l'assessore alla Sanità Federico
Riboldi durante la presentazione in Regione della nuova squadra dei
direttori generali di Asl e ospedali. Un dato passato quasi
inosservato, subito sepolto dal susseguirsi di altri dati - come i
pazienti cronici da prendere in carico, in Piemonte il 30 per cento
- e dichiarazioni, che solleva il velo su un problema significativo
per implicazioni: prestazioni diagnostiche e specialistiche saltate,
che vanno ad allungare l'attesa di chi invece aspetta mesi, se non
anni. Per non parlare del danno economico, perché dietro agli
accertamenti saltati ci sono comunque costi per il personale e di
ammortamento dei macchinari.
Calcolando che per la specialistica e la diagnostica il costo
stimato si aggira intorno ai 20 miliardi l'anno, ha spiegato il
ministro della Salute Orazio Schillaci, si parla di uno spreco di
circa 4 miliardi, risorse che si sarebbero potute utilizzare per
garantire un surplus di ossigeno alla Sanità pubblica, con il fiato
perennemente corto.
Non a caso, il decreto "taglia liste di attesa" del giugno scorso
prevede che il Cup due giorni prima contatti l'assistito
chiedendogli conferma dell'appuntamento. Dopodiché: chi non si
presenta senza disdire paga il ticket. Altre risorse recuperate.
Per questo bisogna attendere la parte applicativa del decreto,
spiegano dalla Regione e da Azienda Zero. Mentre nel Cup riformato
al quale si lavora in Piemonte, con riferimento al software
implementato con l'Intelligenza artificiale (la gara partirà entro
gennaio), «è previsto un sistema di accettazione automatica della
visita, in assenza della quale si verrà richiamati». Così spiega
Riboldi. In altri termini: una volta ricevuto il messaggio sms con
cui il Cup ricorda l'appuntamento, questo accade già oggi, l'utente
potrà/dovrà confermare o meno, via messaggio o tramite l'app (per
chi l'ha scaricata).
Un sistema utile per affrontare un problema che però sarebbe
riduttivo liquidare come «maleducazione sanitaria». «La percentuale
di quanti non si presenta cresce con l'aumentare del tempo di attesa
- commenta Chiara Rivetti, segretaria del sindacato medico Anaao
Assomed Piemonte - In alcuni casi perché per accelerare i tempi ci
si è rivolti al privato, in altri perché il problema di salute si è
risolto e la richiesta del medico si rivela essere stata poco
appropriata. Purtroppo, però, ci sono anche pazienti che nell'attesa
peggiorano e non si presentano alle visite, sono tra quelli che in
questi giorni affollano i pronto soccorso». Per dirla tutta. —
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12.01.25
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CHI BLOCCA ORCEL ? Il governo
tira dritto sul dossier Unicredit-Banco Bpm e punta ad avviare la
procedura formale di golden power. La pre-notifica che i legali di
Andrea Orcel hanno inviato a Palazzo Chigi il 13 dicembre non è
bastata a placare la politica: dopo meno di un mese di riflessioni,
l’esecutivo vuole avere più documenti a disposizione prima di
pronunciarsi sull’offerta da 10,1 miliardi di euro promossa su Banco
Bpm.
Il gruppo di coordinamento che si occupa di valutare le applicazioni
di golden power, infatti, ha deliberato che rientra nei casi in cui
è possibile l’applicazione e quindi ora si aspetta la notifica
dell’operazione da parte di Unicredit per poi avviare il
provvedimento che potrà dettare i paletti entro cui muoversi.
Con l’avvio della procedura, Palazzo Chigi guarderà nel dettaglio i
documenti che riguardano l’Ops per valutare possibili rischi per
Banco Bpm che è giudicata strategica dal governo. Piazza Meda in
autunno è stata prescelta come il giusto partner di Montepaschi di
Siena, prima che Orcel complicasse i piani del terzo polo e
accendesse il risiko bancario. Ma l’idea di legare Siena e Milano
resta viva e rallentare la scalata di Unicredit, che ha sempre il
suo fronte aperto in Germania con Commerzbank, può essere funzionale
a salvare il progetto iniziale.
Proprio nei giorni scorsi l’azionariato di Mps ha avuto un nuovo
scossone: Delfin, la finanziaria degli eredi Del Vecchio, è salita
al 9,78% delle azioni, diventando il primo socio privato di Rocca
Salimbeni. E Francesco Gaetano Caltagirone, al 5% ufficialmente,
avrebbe arrotondato la sua quota nella libertà di movimento che è
concessa sotto il 9,9%. Movimenti che lasciano trasparire fiducia
sul futuro di Siena e nelle cartucce del governo per portare al
traguardo il progetto del terzo polo. Mentre fonti politiche legate
alla maggioranza sottolineano il tentativo ostacolare l’interesse di
Orcel per Banco Bpm e indirizzarlo verso un altro obiettivo: Bper.
Guardando a quelli che potrebbero essere i paletti che Palazzo Chigi
potrebbe imporre con il golden power, secondo fonti finanziarie gli
ambiti di applicazione ipotizzati sono due: si potrebbero, infatti,
mettere vincoli per mantenere il numero degli sportelli e tutelare i
dipendenti impedendo licenziamenti. Del resto era stato proprio il
ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, appena
Unicredit aveva comunicato l’operazione, a sottolineare che
«vedremo, come è noto esiste la golden power. Il governo farà le sue
valutazioni». Ora queste valutazioni sono state fatte e il passo
successivo sarà proprio definire nel dettaglio cosa comporta la
scelta di proseguire nell’applicazione.
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11.01.25
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1,5°
Abbiamo superato la soglia critica adesso il Pianeta ci presenta il
conto
L'anno 2024 ha segnato un momento storico nella crisi
climatica: per la prima volta, l'aumento della temperatura media
globale ha raggiunto la soglia critica di 1,5°C rispetto all'era
preindustriale. A stabilirlo, da un punto di vista scientifico, è
stato Copernicus, il servizio europeo per il cambiamento climatico.
Un aumento della temperatura senza precedenti che abbiamo avuto modo
di vedere anche con i nostri occhi nella furia del ciclone Chido in
Mozambico, nelle inondazioni di Valencia in Spagna, e ora con gli
incendi che bruciano la California.
Le fiamme che divorano ettari di vegetazione rappresentano la
manifestazione più visibile di un sistema climatico che sta
cambiando a una velocità mai vista prima nella storia recente.
Il principale motore del surriscaldamento globale è «l'accumulo di
gas serra in atmosfera, dovuto principalmente alla combustione di
carbone, petrolio e gas», dice Copernicus, aggiungendo che la
concentrazione di Co2 non è mai stata così elevata negli ultimi due
milioni di anni.
Paradossalmente, proprio mentre le evidenze scientifiche si
accumulano e gli eventi estremi si intensificano, assistiamo a una
preoccupante recrudescenza del negazionismo climatico ai più alti
livelli politici. Il presidente eletto degli Stati Uniti Donald
Trump, continua a descrivere il cambiamento climatico come una
«bufala», proponendo politiche che andrebbero a smantellare gli
accordi internazionali sul clima e le misure di protezione
ambientale. Al cuore di questo negazionismo si nasconde una forma
particolarmente insidiosa di egoismo sistemico. Le forze politiche
che negano l'emergenza climatica stanno perpetrando quello che
potrebbe essere definito un vero e proprio furto generazionale:
sacrificano consapevolmente il futuro dei giovani e delle
generazioni a venire sull'altare del profitto immediato e degli
interessi di pochi. Non si tratta solo di miopia politica, ma di una
deliberata mancanza di solidarietà intergenerazionale, un tradimento
del patto sociale che dovrebbe legare le generazioni tra loro.
I dati parlano chiaro: negli ultimi decenni, la stagione degli
incendi si è allungata di quasi due mesi, e gli incendi stessi sono
diventati più intensi, più estesi e dunque più difficili da
contenere. Queste non sono opinioni politiche, ma fatti documentati
dalla comunità scientifica. E le conseguenze non sono solo
ambientali: intere comunità vengono sfollate, la qualità dell'aria
peggiora drammaticamente, e i costi economici si moltiplicano al
punto che negli Stati Uniti le assicurazioni si chiamano fuori. Gli
esperti dicono che ci stiamo dirigendo verso un mondo non
assicurabile: i rischi climatici aumentano di anno in anno e le
compagnie assicurative non sono in grado di coprirli (del resto è
più facile fare i negazionisti con i soldi degli altri).
Eppure il contrasto tra la realtà fisica e materiale in cui viviamo
e la retorica negazionista non potrebbe essere più stridente. La
questione climatica si configura sempre più come una cartina di
tornasole che rivela la vera natura del conflitto politico
contemporaneo: da una parte chi è disposto a sacrificare il
benessere collettivo e il futuro delle nuove generazioni per
preservare un sistema basato sull'energia fossile e dunque l'attuale
status quo economico, dall'altra chi comprende che la solidarietà
intergenerazionale non è solo un imperativo morale, ma una necessità
di sopravvivenza.
Mentre i vigili del fuoco combattono fiamme sempre più aggressive e
le comunità locali fanno i conti con i danni, il dibattito politico
continua a essere inquinato da narrazioni che negano l'evidenza
scientifica attraverso una sistematica disinformazione. Perché
l'epoca in cui viviamo è un'epoca di cambiamenti del clima, ma anche
le parole che usiamo per raccontarli stanno cambiando. C'è una
differenza cruciale tra allarme e allarmismo. Mentre i dati sul
riscaldamento globale e sugli incendi sono indubbiamente
preoccupanti, la società civile e molte amministrazioni locali
stanno reagendo, anche in opposizione alle posizioni negazioniste.
Il superamento della soglia di 1,5°C nel 2024 non rappresenta un
punto di non ritorno, ma piuttosto un campanello d'allarme che
richiede un'azione ancora più decisa. Gli incendi della California
ci ricordano che il cambiamento climatico non è una teoria politica
da dibattere, su cui ognuno può esprimere la propria opinione, ma
una realtà scientifica, fisica, che richiede risposte immediate e
concrete.
Nell'epoca della post-verità, la vera sfida è quindi culturale prima
ancora che tecnologica o politica: si tratta di scegliere tra un
modello sociale fondato sull'egoismo sistemico e uno basato sulla
solidarietà intergenerazionale. Le immagini apocalittiche della
California che brucia ci mostrano drammaticamente che il tempo delle
scelte è ora.
Le soluzioni esistono e stanno già dando risultati, ma richiedono un
impegno continuo e coordinato a tutti i livelli della società,
basato su evidenze scientifiche e non su convenienze politiche: un
cambio di paradigma che metta al centro la responsabilità verso le
generazioni future e verso i nostri figli.
Solo così potremo sperare di stabilizzare il clima e proteggere le
nostre comunità da eventi estremi che già oggi sono la nostra nuova
normalità. —
-
è il disastro naturale più costoso. decine di migliaia di polizze
non rinnovate
Danni per 150 miliardi, le assicurazioni non coprono più
simona siri
new york
Il disastro naturale tra i più costosi nella storia degli Usa
- si parla di danni per 150 miliardi - rischia un altro primato: la
fine delle polizze assicurative sulle case. Negli ultimi tre anni le
compagnie assicurative private hanno tagliato la copertura nelle
aree a rischio, lasciando i proprietari di case senza alternative.
State Farm, il più grande assicuratore immobiliare dello Stato, a
marzo aveva annunciato che non avrebbe rinnovato 72.000 polizze,
mentre Chubb e le sue controllate avevano già smesso di
sottoscrivere nuove case di alto valore e con un rischio di incendi
più elevato. La conseguenza è stata che California Fair Plan -
assicuratore di ultima istanza, con copertura limitata, creato negli
anni Sessanta per assicurare i quartieri di Los Angeles devastati
dalle rivolte che nessun privato voleva coprire - ha più che
raddoppiato le sue polizze tra il 2020 e il 2024. Nella sola Pacific
Palisades, Fair Plan assicura proprietà per quasi 6 miliardi di
dollari, mentre State Farm l'anno scorso abbandonava quasi il 70%
delle sue polizze nel quartiere. «Una delle maggiori compagnie di
assicurazioni circa quattro mesi fa ha annullato tutte le polizze di
Palisades», ha scritto l'attore James Woods su X. Anche Trump, tra
una critica al governatore democratico Newsom sulla gestione delle
riserve d'acqua e l'altra, ha commentato: «Gli incendi a Los Angeles
potrebbero considerarsi, in termini di dollari, i peggiori nella
storia del nostro Paese. In molti dubitano che le compagnie
assicurative abbiano abbastanza soldi per pagare questa catastrofe».
«Siamo consapevoli della disinformazione pubblicata online riguardo
alla capacità del Fair Plan di pagare i sinistri», ha detto la
portavoce, affermando che l'assicurazione sarà in grado di
rimborsare. Ciò significa non andare in bancarotta, ma per sperare
di salvarsi la compagnia dovrebbe aumentare i tassi su tutte le
altre polizze dello stato, facendo salire i prezzi alle stelle. A
dicembre, lo Stato della California aveva approvato un nuovo
regolamento non ancora in vigore che imporrà alle compagnie
assicurative di offrire copertura ai residenti nelle aree a rischio
pari almeno all'85% della loro quota di mercato. —
-
Cimitero
Gaza
Francesca Mannocchi
A dicembre Jonathan Dumont, capo della comunicazione per le
emergenze del Programma alimentare mondiale (Wfp) ha visitato la
Striscia di Gaza.
Dopo aver atteso ore al valico di frontiera israeliano di Kerem
Shalom, una delle poche rotte usate per la consegna degli
insufficienti aiuti umanitari, ha raggiunto Khan Younis, nel Sud
della Striscia.
Al valico, oltre ai convogli degli operatori, chilometri di
rifornimenti. Cibo, carburante, medicine che aspettano
autorizzazioni non arrivano.
Dumont ha trascorso dieci giorni a Khan Younis e ha scritto un
toccante quanto severo resoconto di quello che ha visto. Uomini,
donne e bambini che si prendevano a spintoni l'uno con l'altro per
non perdere una ciotola di riso, folle disperate che gridavano solo:
ho fame.
Dumont è un operatore umanitario d'esperienza, ha lavorato ad Haiti
devastata dalle bande armate, in Congo, ha visitato il Sudan in
guerra. Eppure, scrive, a Gaza la scala è diversa.
Una disperazione stretta tra il mar Mediterraneo e la distruzione
infinita. Ma soprattutto «c'è un'altra differenza rispetto a molte
altre zone di guerra: per i cittadini di Gaza non c'è modo di
sfuggire al conflitto. Sono intrappolati».
Non c'è via d'uscita e non c'è cibo. Quasi tutti gli abitanti della
Striscia hanno disperato bisogno di aiuti umanitari, quello che
entra non basta e le organizzazioni come il Wfp sono state costrette
a tagliare le razioni alimentari, e poi tagliarle ancora.
Il cibo che è entrato nella missione di dicembre, quella di Dumont,
bastava per un milione di persone (metà della popolazione di Gaza) e
solo per dieci giorni.
Israele ostacola gli aiuti e le bande armate assaltano i camion, per
rivedere il cibo al mercato nero. Un sacco di farina costa 150
dollari, un chilo di peperoni 190 dollari. Nessuno compra niente,
perché nessuno ha più soldi. Gli adulti, scrive Dumont, aspettano le
razioni quando ci sono, i bambini camminano anche due chilometri per
prendere un po' d'acqua.
Della strada verso l'uscita da Gaza, alla fine della sua missione,
ricorda i corpi a terra, in decomposizione «lungo il corridoio
militarizzato di Netzarim - che divide il nord e il sud dell'enclave
- abbiamo visto cadaveri sparsi a sinistra e a destra, in
decomposizione al sole. Qualche centinaio di metri dopo, un piccolo
gruppo di donne e bambini si è diretto in quella direzione,
trasportando pochi averi».
Il 5 gennaio un altro convoglio del Programma alimentaremondiale,
segnalato come mezzo umanitario, è stato colpito dalle forze armate
israeliane vicino al check point di Wadi Gaza.
I tre veicoli, che dovevano trasferire otto membri dello staff
dell'organizzazione internazionale, sono stati raggiunti da 18
proiettili nonostante la traiettoria fosse stata concordata in
precedenza e pertanto autorizzata dall'esercito di Israele.
È solo l'ultimo esempio dei rischi che corrono le agenzie umanitarie
per provare a garantire l'assistenza umanitaria all'interno della
Striscia sempre più affamata. Secondo gli esperti, il 90 percento
della popolazione affronta livelli di "crisi" di insicurezza
alimentar e 300.000 persone stanno vivendo uno stato di "fame
catastrofica" cioè il livello più alto di insicurezza alimentare. Un
sondaggio condotto dall'Unicef tra il 20 e il 26 novembre ha
rivelato che l'80 percento delle famiglie intervistate nella
Striscia di Gaza aveva almeno un bambino senza cibo nei tre giorni
precedenti al sondaggio.
Le vittime palestinesi, i numeri
Sono almeno 74 i bambini uccisi solo nella prima settimana del 2025,
in diversi attacchi soprattutto notturni a Gaza City, Khan Younis ad
Al-Mawasi, designata come zona sicura dalle forze armate israeliane.
Settantaquattro bambini che vanno ad allungare una lugubre lista di
vittime dell'offensiva israeliana su Gaza che un recente studio di
Lancet afferma essere superiore rispetto alle cifre del ministero
della Salute di Gaza.
La rivista scientifica stima, infatti, che nei primi nove mesi ci
siano stati 64.260 decessi per ferite traumatiche, cifra decisamente
maggiore rispetto ai 37.877 decessi registrati dalle autorità nel
territorio palestinese. La cifra è stata calcolata utilizzando uno
schema che incrocia tre elenchi separati e confronta registri
sovrapposti di tre fonti: i decessi documentati in ospedali e
obitori dal Ministero della Salute, un sondaggio online gestito
anch'esso dal ministero e necrologi condivisi su varie piattaforme
di social media, tecnica questa che è ampiamente utilizzata per
stimare le popolazioni quando condurre conteggi completi è poco
pratico o i dati disponibili non sono affidabili.
Secondo questo schema, la cifra dei decessi risulta superiore del
69,95% rispetto alle cifre rese pubbliche dalle autorità sanitarie
di Gaza, organismo sotto il controllo di Hamas e in conclusione,
l'articolo di Lancet suggerisce che, in base alla metodologia, il
numero delle vittime potrebbe essere superiore a 70.000.
I rischi delle prossime settimane
Due giorni prima che il convoglio del Programma Alimentare Mondiale
venisse colpito, otto membri del Comitato per gli affari esteri e la
difesa della Knesset, il Parlamento israeliano, hanno chiesto al
ministro della Difesa Israel Katz di ordinare la distruzione di
tutte le fonti d'acqua, energia e cibo nel Nord della Striscia.
I parlamentari, membri del Likud, il partito di Netanyahu, di
Sionismo Religioso, il cui leader è Smotrich, e di Otzma Yehudit,
guidato da Ben Gvir, chiedono all'esercito esplicitamente di
«ripulire» la parte settentrionale di Gaza dai residenti rimasti,
aggravando l'assedio, distruggendo le infrastrutture e «uccidendo
chiunque non abbia una bandiera bianca».
La lettera al ministro della Difesa Katz è esplicita: secondo i
firmatari le strategie militari non funzionano, o almeno non
consentono lo smantellamento totale delle capacità militari di
Hamas, quindi i piani di guerra vanno riconsiderati. Prima affamare,
e poi «entrare gradualmente per una completa pulizia dei nidi del
nemico».
Non solo nella parte settentrionale della Striscia, ma a Gaza in
tutta la sua estensione.
L'esercito israeliano, che ha assediato la parte nord di Gaza dal 6
ottobre, ha sempre negato di mettere in pratica il famigerato "piano
dei generali". Il piano imporrebbe una completa evacuazione della
parte Nord, considerando ogni civile che resta all'interno dell'area
come obiettivo militare, bloccando l'ingresso di ogni tipo
rifornimento, siano cibo, acqua o medicine. Ma, nonostante le prese
di distanza, quello che da tre mesi avviene a Nord del corridoio
Netzarim è uno svuotamento dall'area dei palestinesi, e un blocco
totale dei viveri.
L'Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli affari
umanitari (Ocha) ha riferito che, tra il 6 ottobre e il 30 dicembre
2024, l'Onu ha tentato di raggiungere le aree assediate nella parte
settentrionale di Gaza 164 volte: 148 tentativi sono stati respinti
dalle autorità israeliane e 16 sono stati ostacolati. La Palestinian
Civil Defence stima che in tre mesi siano state uccise circa 2.700
persone e più di 10.000 ferite, ma è impossibile sapere con
esattezza quante persone restino a Nord.
Le prossime settimane saranno cruciali per la popolazione della
Striscia di Gaza sia per l'insediamento di Trump e per le sorti
dell'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati
palestinesi. Secondo un funzionario israeliano intervistato dalla
Cnn pochi giorni fa, Israele starebbe valutando di limitare ancora
l'accesso degli aiuti umanitari dopo l'insediamento del nuovo
presidente, e alla fine del mese dovrebbero entrare in vigore le
leggi votate dal Parlamento israeliano a ottobre che vieterebbero
all'agenzia di operare su territorio israeliano.
Per i palestinesi sarebbe una catastrofe.
Israele ha accusato l'Unrwa di essere una copertura di Hamas,
sovrapponendo spesso l'agenzia Onu con il gruppo. Per i palestinesi,
l'Unrwa, è uno strumento indispensabile di sopravvivenza, che svolge
una funzione quasi statuale e fornisce cibo, acqua e medicine a
centinaia di migliaia di abitanti di Gaza e ai milioni di
palestinesi che vivono tra Giordania, Libano e Siria. Philippe
Lazzarini, direttore dell'Agenzia, poche settimane fa ha scritto
pubblicato sul britannico The Guardian, il cui titolo è "Unrwa
potrebbe essere costretta a smettere di salvare vite a Gaza. Il
mondo permetterà che questo accada?".
Guterres avverte, allarmato, sull'impatto devastante e
multigenerazionale che il divieto di accesso all'istruzione, alla
sanità e ai servizi sociali avrebbe.
E conclude: «Abbiamo ancora una finestra di opportunità per
scongiurare un futuro catastrofico in cui potenza di fuoco e
propaganda costruiscono l'ordine globale, determinando dove e quando
i diritti umani e lo stato di diritto si applicano, se mai lo fanno.
Gli strumenti e le istituzioni necessari per difendere e rafforzare
il nostro sistema multilaterale e l'ordine basato sulle regole
esistono e sono adeguati: dobbiamo solo trovare il coraggio politico
di usarli».
-
Tre morti per la calca alla Grande Moschea della capitale. Poi la
tappa a Beirut dal neopresidente Aoun
Tajani a Damasco per un "ponte" tra Siria e Ue
Fabiana Magrì
L'Italia si offre alla Siria come «ponte» di collegamento con
l'Europa. Ma chiede al nuovo leader Ahmed Al Sharaa di ergere una
diga per fermare «l'immigrazione illegale». Il vice premier Antonio
Tajani è andato ieri a Damasco con l'intenzione di confermare
l'impegno italiano per «accompagnare il processo di pacificazione e
ricostruzione del Paese» nel quadro «dei più ampi sforzi per una
stabilizzazione della regione». E per rilanciare in Siria «la
cooperazione economica in settori cruciali». La diplomazia italiana,
l'unica con una rappresentanza operativa a Damasco, sta
moltiplicando gli sforzi nell'area. Giovedì Roma ha ospitato i
ministri del Quint, ai quali Tajani ha suggerito di favorire «i
segnali incoraggianti» dalla nuova amministrazione siriana.
Nell'incontro con i nuovi vertici, tra cui il ministro degli Esteri
Hassan Al Shibani, «ci siamo soffermati anche sulla possibilità di
combattere i trafficanti di essere umani - ha detto Tajani - che
sono anche i trafficanti di droga». Proprio mentre il ministro
conduceva gli appuntamenti diplomatici, nel cortile della moschea
Omayyadi, soffocate nella calca creata dall'annuncio sui social di
un'imminente distribuzione di pasti gratuiti, sono morte almeno tre
donne. «Esprimo cordoglio per le vittime del grave incidente», ha
scritto Tajani su X. Poi, sulla via del ritorno, il capo della
Farnesina ha fatto tappa a Beirut per congratularsi con il
neopresidente libanese, Joseph Aoun, «amico dell'Italia». La sua
elezione «rappresenta un momento storico per il Libano e un segnale
importante» per il Medioriente, ha detto Tajani, augurandosi che il
cessate il fuoco con Israele «rappresenti il primo passo verso una
pace sostenibile». Cessate il fuoco in cui l'esercito israeliano
«continua a essere impegnato», ha detto il portavoce militare dopo
l'attacco di ieri, con un drone, su agenti di Hezbollah che
caricavano armi su un veicolo nel Libano meridionale. Tsahal ha
spiegato che l'azione era mirata a «rimuovere la minaccia». Israele
ha invece lanciato un'offensiva aerea contro obiettivi houthi in
Yemen «in risposta ai ripetuti attacchi con missili balistici e
droni contro Israele». Nel mirino, la centrale elettrica di Hezyaz
vicino alla capitale Sanaa e le infrastrutture nei porti di Hodeidah
e Ras Isa sulla costa occidentale. —
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il caso
Maduro schiaccia la protesta ma gli Usa mettono una taglia "A chi lo
arresta 25 milioni"
emiliano guanella
san paolo
Una sala contigua e più piccola rispetto all'aula del Parlamento,
una cerimonia blindata con i vertici delle Forze Armate in prima
fila e pochissimi capi di stato e di governo presenti. Nicolas
Maduro ha giurato così, tra volti più seri che festivi, per il suo
terzo mandato consecutivo alla guida del Venezuela. Un mandato
viziato in partenza, perché nasce da una vittoria elettorale che fa
acqua da tutte le parti, senza le prove e con la condanna ferrea
dell'opposizione e di parte della comunità internazionale. Il
presidente ha ricevuto la spada di Simon Bolivar e ringraziato i
militari, di fatto l'unico potere che gli è rimasto. L'erede di
Chavez avanza di un'ulteriore casella nella scala dell'autoritarismo
e ormai sono sempre di più i paesi che definiscono il suo governo
come una dittatura. Gli Stati Uniti hanno fissato a 25 milioni di
dollari la ricompensa per la sua cattura, Canada, Regno Unito e
Unione Europea hanno ampliato le sanzioni a funzionari del suo
governo. Il regime chiuso in un bunker si auto proclama come
rappresentante di un popolo che da tempo ha abbandonato la spinta
rivoluzionaria del socialismo bolivariano. Il parterre degli
invitati è minimo: oltre ai premier dei minuscoli stati-isole dei
Caraibi spiccano i due dittatori Diaz Canel di Cuba e Daniel Ortega
del Nicaragua, alleati di ferro che non si scandalizzano certo per
l'assenza di legittimità popolare di tutto il processo in corso. A
confermare il clima da operetta anche lo spostamento di orario,
giuramento anticipato di due ore, per evitare nuove manifestazioni
dell'opposizione come quelle viste il giorno prima. Caracas da
giorni è letteralmente sotto assedio, l'esercito ha controllato
l'autostrada che collega la capitale con l'aeroporto internazionale,
lo spazio aereo è stato chiuso su tutto il territorio nazionale per
72 ore, sigillate le frontiere con Colombia e Brasile. Il blitz a
sorpresa di Maria Corina Machado della vigilia ha spiazzato il
regime e ci sono ancora molti misteri sullo stato di fermo a cui è
stata sottoposta per quasi un'ora prima di essere rilasciata. Un
nipote del potentissimo Diosdado Cabello, a capo dei militari, ha
diffuso una versione che nelle assurdità del momento è parsa a molti
possibile. «La verità è che l'abbiamo fermata e poi l'abbiamo
liberata. Sapete perché? Perché nos dio la gana , ci è andato di
fare così, giusto per farvi capire che possiamo fare quello
vogliamo». Anche se Maduro proclama pace e fratellanza, è chiaro a
tutti che le cose possono solo peggiorare: è solo, non ha l'appoggio
della popolazione né la legittimità del voto e anche gli alleati
storici sembrano proclivi a un graduale distanziamento. Vladimir
Putin ha mandato a Caracas il presidente della Duma Volodin, non
proprio un pezzo da novanta, Pechino gioca sempre di più al basso
profilo. La strada verso un regime dittatoriale, del resto, è
spianata e lo stesso Maduro ha voluto spiegarne il cammino. Si vuole
riformare la costituzione creata dal 2000 da Hugo Chavez e il
modello istituzionale a cui si farà riferimento è proprio Cuba: non
ci saranno più elezioni libere, ma un'assemblea del Popolo con
delegati provenienti da organizzazioni legate al governo ed una
legge antiterrorista che di fatto impedirà qualsiasi voce
oppositrice. Se Maduro è sempre più isolato l'opposizione non è
messa poi così bene. Hanno promesso per mesi che il 10 gennaio
Edmundo Gonzalez sarebbe stato proclamato presidente, ora devono
cercare altri stimoli per continuare ad alimentare la speranza di un
miracolo. La Machado chiama alla resistenza e si guarda soprattutto
a Trump, ma tutti sanno che tra Ucraina, dazi e Medio Oriente, alla
Casa Bianca avranno tutt'altro che pensare nei prossimi mesi. È
stata apprezzata la presa di posizione forte di Giorgia Meloni,
anche se è impensabile una rottura delle relazioni diplomatiche con
l'Italia visto che in Venezuela ci sono quasi 200.000 nostri
connazionali e alcuni interessi economici da tutelare, a cominciare
dall'Eni. Gli otto milioni di venezuelani scappati all'estero
continueranno sicuramente a fare pressione sui rispettivi Paesi
d'adozione, ma molti di loro stanno ormai rassegnandosi, come hanno
fatto da tempo i cubani, a passare il resto della loro vita in
esilio.
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Le carte di Abedini finiscono nel mirino dell'Fbi
Milano
Nel trolley con cui viaggiava Mohammad Abedini Najafabadi,
quando è stato arrestato all'aeroporto Malpensa, c'erano «computer,
alcuni fogli documentali commerciali e qualche sim che serve per
strumenti personali e cellulari. Nulla di delinquenziale», ha
assicurato l'avvocato Alfredo De Francesco, legale dell'ingegnere
iraniano, dopo averlo incontrato ieri nel carcere di Opera, il
penitenziario in cui il 38enne rimane in attesa di sapere se sarà
estradato negli Stati Uniti o rilasciato.
I dispositivi sequestrati dalla Digos di Milano, su cui è forte
l'interesse dell'Fbi per le loro indagini sui collegamenti di
Abedini con i Pasdaran, sono tenuti sotto custodia dal procuratore
di Milano, Marcello Viola. Finora non è pervenuta dalle autorità
statunitensi – tramite rogatoria internazionale – alcuna richiesta
di copia del contenuto, analisi o di consegna. E nessuna attività è
stata svolta d'iniziativa dagli investigatori italiani anche perché
su Abedini non ci sono inchieste aperte.
Tutto il materiale, se non ci sarà l'estradizione, potrebbe anche
essere dissequestrato e riconsegnato ad Abedini. In attesa di
conoscere il suo futuro il 38enne – come riferito dal suo legale –
«ha saputo della liberazione di Cecilia Sala, ovviamente è sollevato
per non essere più collegato alle sue condizioni».
Una prima indicazione la riceverà, dopo l'udienza del 15 gennaio
sulla richiesta di scarcerazione: «Abbiamo predisposto una
brevissima dichiarazione spontanea da parte sua in cui confermerà la
sua disponibilità e il fatto di non volere scappare dall'Italia».
And. Sir. —
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la vigilanza dell'istituto: "l'avanzo deve essere investito"
Inail, critiche sul miliardo non speso
Il Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell'Inail ha
criticato l'avanzo finanziario di un miliardo di euro contenuto nel
bilancio di previsione 2025 dell'istituto, aprendo un caso che
potrebbe avere importanti ripercussioni.
La tesi sostenuta dal Civ è che «tutti gli avanzi di bilancio vanno
destinati alle attività caratteristiche dell'istituto e devono
essere restituiti ad imprese e lavoratrici e lavoratori, soprattutto
in termini di investimenti in prevenzione». In particolare, il
totale delle entrate ammonta a oltre 12,9 miliardi di euro, in
aumento di circa 144 milioni di euro (+1,13%) rispetto alle
previsioni del 2024 ed in aumento di 463 milioni di euro (+3,73%)
rispetto al consuntivo 2023, con entrate per contributi e premi di
assicurazione a carico dei datori di lavoro e/o iscritti pari a più
di 9,8 miliardi. Di contro, le spese ammontano a circa 11,8 miliardi
di euro, in aumento di 955,6 milioni di euro (+8,76%) rispetto alle
previsioni del 2024 ed in aumento di 2,5 miliardi (+26,62%) rispetto
al consuntivo 2023.
Il presidente del Civ, Guglielmo Loy, ha rimarcato la necessità di
destinare l'avanzo a imprese e lavoratori, soprattutto in termini di
investimenti in prevenzione. R. E.
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Manifestare non è un reato Archiviate le denunce
Manifestare dissenso non è un reato. E così il tribunale di Torino,
accogliendo la richiesta della procura, ha archiviato decine di
denunce ai movimenti ecologisti, da Extinction Rebellion ai
partecipanti al Climate Social Camp.
Le prime denunce risalgono al Climate Social Camp del luglio
2023: 14 persone furono individuate dalla Questura come le presunte
organizzatrici della pedalata che in quei giorni attraversò la
città. Erano state denunciate per «manifestazione non preavvisata»,
«invasione» e «imbrattamento». A queste, si aggiungono le denunce
per due azioni di Extinction Rebellion. La prima risale al 30 marzo
2023, quando venne rovesciato un quintale di letame all'ingresso del
grattacielo della Regione, per denunciare l'assenza di politiche
strutturali per far fronte allo stato di siccità. La seconda si è
svolta il 29 aprile 2024, quando un gruppo di persone si arrampicò
sul tetto della facoltà di biologia, in piazza Carlina durante il G7
Energia, Clima e Ambiente per appendere uno striscione con scritto
«Il re è nudo, il G7 è una truffa». Quel giorno, due persone erano
state fermate e perquisite da agenti in borghese e denunciate per
«detenzione abusiva d'armi», per il solo fatto di avere, negli
zaini, dei coltellini svizzeri.
Tutte le denunce sono state archiviate perché «il fatto non
sussiste».
Nel caso dell'azione al grattacielo della Regione, la pm Sellaroli
ha chiarito che «non c'è stata violenza privata né deturpamento o
imbrattamento stabile», ha sottolineato che «l'accesso al palazzo
era comunque garantito ai dipendenti» e ha precisato che «non è
stato occupato alcun terreno con la finalità di trarne profitto».
Infine, per quanto riguarda le denunce relative al Climate Social
Camp e alla pedalata che, partendo dal Parco La Marmora, ha
attraversato la città per concludersi al palazzo della Regione di
luglio 2023, il decreto di archiviazione evidenzia che «lo
speakeraggio e il ruolo di guida verso i luoghi delle
manifestazioni, o l'appartenenza al centro sociale Askatasuna, non
sono elementi sufficienti a qualificare gli indagati come
promotori». —
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10.01.25
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l'agenzia giudiziaria: "Si è suicidato"
Detenuto muore in cella L'Iran: una spia svizzera
Un cittadino svizzero, arrestato in Iran e accusato di
spionaggio, ieri «si è suicidato nella prigione di Semnan». A darne
notizia attraverso l'agenzia di stampa giudiziaria Mizan è stato
Mohammad Sadeq Akbari, presidente della provincia iraniana di
Semnann nel Nord del Paese. Senza fornire ulteriori dettagli
sull'identità del detenuto, Akbari ha detto che «era stato arrestato
dalle agenzie di sicurezza per spionaggio e che il suo caso è stato
oggetto di indagine». Ha poi aggiunto che i tentativi di rianimare
il prigioniero non hanno avuto successo. La Svizzera svolge un
importante ruolo di intermediario tra Washington e Teheran perché
rappresenta gli interessi americani in Iran e trasmette messaggi e
facilita le comunicazioni tra i due Paesi.
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Il dialogo tra 007 italiani e i pasdaran si è sbloccato i primi di
gennaio anche grazie all'emiro al-Thani Meloni a Mar-a-Lago si
sarebbe fatta ambasciatrice delle richieste di Teheran su nucleare e
sanzioni
La mediazione del Qatar il ponte tra Iran e Trump Così Sala è stata
liberata
federico capurso
francesco semprini
roma-new york
Il ruolo del Qatar, il canale di dialogo tra intelligence e
Pasdaran, la missione di Giorgia Meloni a Mar-a-Lago, sono alcuni
degli elementi chiave che hanno portato alla liberazione della
giornalista Cecilia Sala dal carcere di Evin, a Teheran. E che
riflettono, come davanti a uno specchio, la complessità del caso di
Mohammad Abedini, l'imprenditore militare iraniano legato alle
Guardie della rivoluzione, arrestato e tutt'ora detenuto in Italia
su mandato degli Stati Uniti. Una vicenda che il governo italiano
vorrebbe chiudere arrivando alla sua scarcerazione, ma lungo il
percorso per centrare questo obiettivo devono essere sbrogliati, uno
a uno, i tanti fili che si sono intrecciati in queste settimane.
Secondo la ricostruzione fatta a La Stampa da diverse fonti, gli
sforzi di Meloni si sono articolati su diversi piani. Il primo,
utilizzare il canale di dialogo col presidente iraniano Masoud
Pezeshkian, attivato già in estate nell'ambito dei confronti sul
Medio Oriente. Il secondo, individuare una sponda efficace nella
regione che potesse "facilitare" ulteriormente le comunicazioni con
Teheran.
L'emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani mostra subito sensibilità
al caso. Del resto il valore diplomatico di Doha è innegabile, come
dimostra la sua presenza in diversi tavoli di trattative, a partire
da quello tra Hamas e Israele. Il coinvolgimento di al-Thani risulta
incisivo - sembra - anche nella svolta che arriva i primi di
gennaio, quando l'Aise, il servizio di intelligence esterno, riesce
ad aprire un canale di dialogo con gli omologhi delle Guardie
rivoluzionarie, diretta emanazione dell'Ayatollah, coloro a cui
spetta sempre l'ultima parola in Iran.
Viene così confermata la disponibilità a un confronto a tutti i
livelli, nell'ambito del quale emerge l'interesse di Teheran per
Donald Trump e per il ruolo di interlocutrice che Meloni può
svolgere con il presidente eletto. D'altronde, l'arrivo alla Casa
Bianca di Trump fa paura alla Repubblica islamica, che teme una
pesante stretta anti-Iran. E anche di questo si sarebbe parlato
nella missione lampo a Mar-a-Lago della premier, voluta per
accelerare la liberazione di Sala e discutere di Abedini (di cui gli
Usa hanno chiesto l'estradizione).
Dopo la consultazione formale con Joe Biden, il quale - di fatto -
si sarebbe fatto da parte vista l'imminente scadenza del suo
mandato, il 20 gennaio, Meloni porta all'attenzione di Trump temi
che potrebbero essere legati al sistema di sanzioni nei confronti di
Teheran e al programma nucleare iraniano (lunedì prossimo l'Iran
terrà a Ginevra colloqui in materia col terzetto Francia, Germania e
Regno Unito). Un corollario al ragionamento sulla «via di uscita»
per la vicenda Sala, che scatta attraverso una sorta di apertura di
credito degli Usa all'Italia.
In questa apertura, però, c'è un tema che viaggia sotterraneo e che
lega gli interessi dei servizi segreti italiani e americani.
Riguarda alcuni degli effetti personali che aveva con sé Abedini
quando è stato arrestato all'aeroporto di Malpensa, tra cui due
smartphone, un pc, documenti commerciali e bancari. Il loro
contenuto viene ovviamente ritenuto d'interesse dall'Fbi, sulle cui
indagini poggia l'accusa ad Abedini di aver esportato illegalmente
dagli Usa tecnologie utili a scopi militari e di aver supportato le
Guardie della rivoluzione (che Washington considera un'associazione
terroristica). Ma sono elementi preziosi anche per la nostra
intelligence. Perché Abedini - come ha rivelato questo giornale -
aveva inizialmente preso da Istanbul un volo diretto a Roma, dove
sarebbe dovuto scattare l'arresto. Invece, poco prima della
partenza, l'industriale decide improvvisamente di cambiare i suoi
piani e di dirigersi a Milano, dove avrebbe poi preso un treno per
la Svizzera se non avesse comunque trovato le forze dell'ordine ad
attenderlo.
Sorgono, dunque, interrogativi su quali impegni avesse a Roma e sul
motivo per cui stesse portando con sé dei documenti bancari. È nota
ai servizi, ad esempio, la necessità di Abedini di pagare i
dipendenti iraniani della sua azienda "Sdra" con dollari americani.
Questo perché li aveva messi al lavoro su progetti legati
all'azienda statunitense Analog Device, con cui aveva firmato un
contratto mascherando la matrice "iraniana" della "Sdra" con la sua
altra società "fantoccio" aperta in Svizzera, la Illumove. La
possibilità che volesse rivolgersi a dei negozi di money-transfer in
zona piazza Vittorio, a Roma, non viene esclusa dalle nostre fonti.
Quel che è stato sequestrato a Abedini potrebbe contenere la
risposta, a questa come ad altre domande che si pongono invece negli
Usa. —
-
Elisabetta Canalis La showgirl vive a Los Angeles con la figlia e il
nuovo compagno
" Cause naturali, ma anche scelte scellerate la mia casa aperta per
aiutare chi ha bisogno"
Simona Siri
New York
«Sono in viaggio, una questione di famiglia che non potevo
rimandare, ma l'unico posto dove vorrei essere in questo momento è
proprio Los Angeles». Parla al telefono, tra un volo e l'altro,
Elisabetta Canalis che nella città degli angeli abita dal 2012. Nei
giorni scorsi, dalla casa che divide con la figlia e con il nuovo
compagno Georgian Cimpeanu, aveva documentato sul suo Instagram
l'inizio degli incendi. «Loro e tre dei cani sono rimasti, io sono
partita con uno, ma il mio cuore è con loro. Non sono in pericolo,
anzi mia figlia volendo potrebbe anche tornare a scuola, ma l'aria è
terribile, il fumo è ovunque. Casa mia è vicina alle Hollywood
Hills, a 20 minuti da Santa Monica e siccome è al centro prende un
po' il fumo proveniente da zone diverse. Dal mio terrazzo si vedono
chiaramente due degli incendi (Eaton e Hurst, ndr) e si vede salire
il fumo salire da quello di Pacific Palisades, il più ampio. Ho
amiche che lì hanno perso tutto, le case rase al suolo, alcune non
hanno neanche fatto in tempo a portare via le cose, i pompieri
impedivano l'accesso per ragioni di sicurezza, persino Arnold
Schwarzenegger non è riuscito a entrare in casa sua. È tutto molto
surreale. A Los Angeles siamo preparati agli incendi, li abbiamo più
o meno sempre, ma uno di questa portata non si era mai visto. Ci
sono intere comunità distrutte: non ci sono più scuole, non ci sono
più i supermercati, le banche, non c'è niente. Palisades Village non
esiste più, andato, scomparso».
Canalis, che è nata e cresciuta in Sardegna, dice che ai venti è
abituata, ma che questo fosse eccezionale lo ha capito il giorno in
cui è andata a lavare la macchina. «Per un pelo non sono stata presa
in pieno da uno di quei bidoni di metallo dell'immondizia che stava
volando».
Con un vento così forte, partito il primo incendio tutto è
precipitato velocemente: il fuoco di Palisades è passato in poche
ore da quattro ettari a milletrecento. «È stata la tempesta
perfetta: da una parte la causa naturale, e su quella non c'è niente
da fare, ma dall'altra ci sono le scelte scellerate di chi
amministra la città e lo stato che ha preferito salvare una specie
di pesce in via di estinzione (il Delta Smelt: sulla sua protezione
e sull'utilizzo dell'acqua che servirebbe per salvarlo c'è una
polemica in atto tra Trump e il governatore Newsom, ndr) invece di
mettere via acqua per poterla utilizzare dopo, con il risultato che
gli idranti sono a secco e i pompieri non hanno acqua a sufficienza
per spegnere il fuoco. Non mi sono mai espressa prima, ma ora lo
dico: spero che la carriera del governatore Newsom finisca qua e che
lui e la sindaca Karen Bass siano ritenuti responsabili: non si può
lasciare una città come questa senza acqua».
Intanto, come spesso accade nelle tragedie americane, è già scattata
la solidarietà. «Io stessa nel mio piccolo ho messo a disposizione
casa mia, ma c'è gente che ha messo a disposizione ettari di terreno
per mettere in salvo gli animali, specialmente i cavalli, e altri
che stanno aprendo le loro case. In questo gli americani si attivano
subito e sono molto generosi. Sono un popolo che non si piange
addosso, sono sicura che appena ripartirà la ricostruzione sarà
rapida, ma ora ci siamo ancora in mezzo, è ancora presto per
valutare i danni, c'è dolore e molta rabbia. Bisogna dire che i
pompieri, i poliziotti e i volontari stanno facendo un lavoro
incredibile. I premi e i riconoscimenti che Los Angeles dà sempre
agli attori questa volta spetterebbero a loro, a chi sta lavorando
per salvare la città». —
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09.01.25
-
Mario Tozzi
Caldo africano e venti a 160 all'ora il clima malato piega la
California
Come nei più catastrofici film, e nei classici incubi
statunitensi, le fiamme divorano migliaia di ettari attorno a Los
Angeles e attaccano Malibù, Palisades, Pasadena e Altadena. I vigili
del fuoco non riescono in alcun modo a contenere le fiamme: circa
80.000 persone sono in fase di evacuazione (tra questi Tom Hanks e
Steven Spielberg) e a 200.000 abitanti non arriva più corrente
elettrica; le vittime sono, al momento, cinque. Dall'altra parte
della nazione, la Casa Bianca dichiara l'emergenza federale, mentre
fonti statali affermano senza mezzi termini che il peggio deve
ancora venire. Gli automobilisti bloccati in coda raccontano di una
situazione terrificante, che ha mobilitato i ricordi di quanto già
accaduto appena un mese fa. Solo qualcuno, però, avrà avuto memoria
della impressionante regolarità con cui, anche in altre stagioni, il
fuoco ha attaccato la costa orientale statunitense nell'ultimo
quarto di secolo.
Mentre il tasso di contenimento delle fiamme è prossimo allo 0 per
cento, ci si interroga sulle cause: in tempi moderni quasi mai
boschi e praterie prendono fuoco per autocombustione, e
difficilmente in inverno. Quasi sempre l'origine è dolosa, vuoi per
disegno criminale, vuoi per incuria o disattenzione. Ma forse il
punto reale è perché gli incendi stanno periodicamente flagellando
regioni così diverse del globo con una frequenza sconosciuta in
passato? Tradizionalmente l'Australia, il continente più secco, ma
anche le foreste equatoriali, che secche non sono, e perfino la
Siberia, per non dire del Mediterraneo e dell'Italia. Per quali
ragioni iscriviamo anche i colossali roghi californiani come uno dei
sintomi più evidenti che la crisi climatica che ci attanaglia non
accenna certo a placarsi? In altre parole, è possibile sostenere che
anche quell'inferno sia connesso al surriscaldamento atmosferico e
oceanico in forsennato incremento negli ultimi anni?
Il primo elemento è il forte vento secco e caldo che spira da giorni
e che, anzi, si sta irrobustendo. In particolare, la velocità di
quelle raffiche, che si stima raggiungerà in queste ore i 160 km/h,
avendo abbondantemente già spirato a circa 130 km/h (dati Nws,
National Weather System). Alcuni testimoni hanno visto il vento
trascinare braci per decine di metri e il Nws certifica che velocità
simili non si registravano almeno dal 2011. Non è difficile intuire
come, quale che sia l'origine dell'incendio stesso, tali velocità
propaghino le fiamme dovunque in pochissimo tempo, impedendo
qualsiasi tipo di risposta adeguata. Anzi, diventando concausa nel
mancato intervento proprio a causa dell'impossibilità di muoversi in
quei frangenti, tanto meno con mezzi aerei. Ricordando comunque che,
quando intervengono i Canadair, vuole dire che la battaglia contro
le fiamme è persa, perché in quelle condizioni la maggior parte del
lavoro va fatto a terra e va fatto in prevenzione, non in emergenza.
Venti anomali che diventano più frequenti, esattamente come la
siccità, causa non meno importante degli incendi e non meno legata
alla crisi climatica nell'innesco e nella propagazione delle fiamme.
La California è disseccata da mesi di gran caldo: nonostante siamo
in pieno inverno le temperature non scendono sotto i 10°C e arrivano
quotidianamente oltre i 20°C. E non piove. Dalla primavera a fine
anno si sono registrati solo due giorni di pioggia, per sei
millimetri di precipitazioni (Nws) complessive, una quantità
irrisoria. Questo significa che le falde idriche si abbassano e il
sottosuolo e il suolo diventano più secchi. Di conseguenza foreste,
boschi, arbusti e praterie si ingialliscono e si seccano, diventando
bersaglio di elezione delle fiamme. Una vegetazione priva di acqua e
umidità brucia più rapidamente e per tratti più lunghi. E la siccità
contemporanea è figlia della crisi climatica in tutto il mondo,
California compresa. Anni di siccità, temperature estive
dell'atmosfera prossime ai 50°C, abbassamento delle falde acquifere
e impoverimento delle acque dolci di superficie hanno il minimo
comune denominatore del clima, non del destino cinico e baro.
Senza essere dichiarati millenaristi, è facile prevedere che un'era
del fuoco è vicina, con le fiamme che si accompagneranno alle
perturbazioni meteorologiche a carattere violento, in crescita
soprattutto per intensità. Da un lato il fuoco, dall'altro l'aria
riportati al loro capo comune di un clima estremizzato, in una
nazione che continuerà a puntare ai combustibili fossili come fulcro
dello sviluppo economico, quei combustibili responsabili del
surriscaldamento. Una nazione in cui ogni singolo cittadino emette
oltre 14 tonnellate di CO2/anno (un cittadino cinese sette, un
indiano tre) e che non ha alcuna intenzione di mettere in
discussione il suo stile di vita predatorio. Sotto un presidente che
vorrebbe devastare anche il Polo Nord pur di continuare a trivellare
come se non ci fosse un domani.
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08.01.25
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COSÌ LA GRANDE SPECULAZIONE DEI FONDI SPECIALIZZATI SULL’ENERGIA HA
RADDOPPIATO I PREZZI DEL METANO
Estratto dell’articolo di Federico Fubini per il “Corriere della
Sera”
Ieri il prezzo del gas in Europa, misurato alla cosiddetta Title
Transfer Facility (Ttf) di Amsterdam, è sceso rapidamente: meno
4,89% in un giorno a 47,2 euro a megawattora, la quotazione più
bassa dell’ultima decina di giorni. Ma quel valore fissato all’Intercontinental
Exchange (l’Ice) in Olanda resta il doppio rispetto a undici mesi fa
e quasi un quarto sopra ai livelli di metà dicembre.
L’interruzione del flusso di metano dalla Russia attraverso
l’Ucraina è la ragione apparente; i movimenti degli hedge fund e
altri fondi d’investimento sul quel mercato invece è quella reale.
Un’analisi del Ttf mostra che, almeno negli ultimi dodici mesi, il
prezzo del gas ha seguito le mosse di una specifica categoria di
partecipanti all’Ice: un gruppo di 380 fra hedge fund e altri fondi
d’investimento. Sembrano essere stati loro a determinare le
quotazioni con le loro scelte, non di rado puramente speculative. Il
prezzo del gas alla Ttf è infatti salito nell’ultimo anno con il
crescere dei volumi delle posizioni rialziste assunte dai fondi
attraverso i futures, cioè attraverso contratti derivati a scadenza
fra un mese o su altri periodi per lo più brevi.
I dati dell’Ice dicono che in gennaio e febbraio scorsi le posizioni
nette sulla Ttf dei fondi erano ribassiste in misura crescente. E il
prezzo del gas infatti è sceso, da 29 a circa 23 euro a megawattora.
Da marzo alla fine di giugno però i volumi su posizioni rialziste
nette — cioè sul saldo fra «long» e «short» — sono saliti sempre di
più, fino a scommesse al rialzo dei prezzi per volumi di forniture
da 149 milioni di megawattora. Con quelle, il prezzo del gas alla
Tff è salito in parallelo a 34 euro a megawattora.
Di solito un investitore speculativo compra un contratto a scadenza
con consegna del prodotto - per esempio - fra un mese o fra tre mesi
a un prezzo superiore a quello del momento, se pensa che quel prezzo
salirà. Che troverà dunque qualcuno disposto a comprare a quel
prezzo. Ma il fatto stesso di rastrellare futures con prezzi più
alti ne alimenta la domanda, altera la percezione del prezzo
«giusto» e finisce per trascinare al rialzo le quotazioni.
È ciò che accaduto da giugno in poi. Da quel momento, i fondi all’Ice
di Amsterdam hanno continuato ad ammassare posizioni rialziste. A
fine novembre erano raddoppiate, come volumi, rispetto ai livelli di
cinque mesi prima. E il prezzo del gas Ttf aveva seguito fedelmente
le loro mosse, salendo fino quasi a 50 euro a megawattora. […]
Certo ad alimentare quelle posizioni rialziste dei fondi sono stati
due fattori: prima l’attesa dell’interruzione a fine anno dei flussi
dalla Russia, pari al 5% delle forniture via gasdotto all’Europa;
poi le previsioni meteo di un inverno freddo. Così i prezzi sono
saliti anche se in realtà l’offerta di gas è sempre rimasta
abbondante.
Il paradosso è che gran parte dei prezzi su volumi immensi di gas
fisico in Europa sono trainati dalle quotazioni della Ttf, cioè
dalle scelte di pochi hedge fund su piccoli volumi virtuali espressi
in contratti futures. Così il mercato reale funziona malamente. Ma
quello finanziario all’Ice funziona così bene, per gli hedge fund,
che il loro numero quali investitori sulla Ttf è raddoppiato negli
ultimi due anni da 186 a 380.
2 - ALLARME GAS, NEGLI USA SALE DEL 10%
Estratto dell’articolo di Fausta Chiesa per il “Corriere della Sera”
[…] nel frattempo si apre un altro fronte: negli Stati Uniti,
diventati il primo fornitore di gas naturale liquefatto dell’Europa
assieme al Qatar, il prezzo del gas ieri è balzato fino a un massimo
del + 10,7% in un solo giorno. Sul mercato Henry hub ha toccato i
3,71 dollari per million British thermal units, tre mesi fa
scambiava sotto 2,5 dollari.
Un rialzo stabile delle quotazioni americane causerebbe rincari
anche nella Ue, che già paga il Gnl più del metano via gasdotto.
Ieri il presidente Joe Biden, il cui mandato scade tra due
settimane, ha vietato nuove trivellazioni offshore di petrolio e gas
nella maggior parte delle acque costiere, uno sforzo dell’ultima ora
per bloccare un’eventuale azione dell’amministrazione Trump volta a
espandere le esplorazioni.
Ma è stato soprattutto il freddo intenso a far schizzare il prezzo
negli Usa. Freddo a cui si guarda anche in Europa per la tenuta del
livello degli stoccaggi. Per far scendere le quotazioni, il ministro
dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha proposto di mettere un
tetto al prezzo.
«La stampa internazionale finora non ha dato seguito alla proposta
italiana — commenta Simona Benedettini, economista dell’energia — e
per vedere quali sono le opinioni dei partner Ue il primo Consiglio
europeo dell’energia sarà il 17 marzo. Ma introdurre un tetto
sarebbe rischioso in un momento in cui dobbiamo sostituire il gas
russo e c’è una ripresa della domanda asiatica, soprattutto da parte
della Cina. Il tetto renderebbe il mercato europeo meno attrattivo».
Sul consenso nella Ue, poi, ci sarebbe da mettere in conto una
prevedibile opposizione dei Paesi Bassi, grandi produttori ed
esportatori di metano, e probabilmente anche della Francia, che
esporta energia elettrica da fonte nucleare facendola pagare più
delle tariffe che applica internamente. L’Italia l’anno scorso ha
importato 52 Terawattora di energia su poco più di 300 Thw di
consumi annuali nazionali (dati Terna).
Ma anche se il gas non dovesse salire più e si stabilizzasse attorno
a 48-50 euro al megawattora si tratterebbe comunque di livelli più
alti di un anno fa e con aumenti del 20% nelle ultime tre settimane.
Rincaro che — riporta un’analisi del centro studi di Unimpresa —
rischia di costare caro alle piccole e medie imprese italiane. Il
consumo delle Pmi è di circa 10 miliardi di metri cubi annui su 61
miliardi complessivi in Italia. L’aumento di 15 euro comporterebbe
un aggravio di 1,575 miliardi. […
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Nel palazzo milanese dove è registrata la filiale del gruppo Usa:
"Mai sentita nominare"
Clienti in Italia e fatture in Irlanda "La sede? Qui nessuno ne sa
niente"
francesco moscatelli
gianluca paolucci
milano
Nessuna insegna. Nessun logo. Nessuna cassetta postale. «Starlink
Italy Srl? Mai sentita. Sicuri che abbia sede qui?». Il portiere di
"Abruzzi 94" - grattacielo formato mignon affacciato all'angolo fra
la circonvallazione e piazzale Loreto nel quale hanno sede gruppi
multinazionali, brand come Shiseido e Wella - di Elon Musk e della
sua azienda di comunicazioni satellitari non ha mai sentito parlare.
«Se ci fossero dei dipendenti lo saprei, qui conosco tutti»,
aggiunge consultando un librone zeppo di sigle e nomi di società.
Starlink non compare né nell'elenco delle aziende di cui accettare
la posta, né in quello delle aziende la cui corrispondenza è invece
da respingere. Probabilmente ex inquilini. «Niente, nessuno ne sa
niente» conferma il custode dopo aver fatto un paio di telefonate.
«Forse si tratta di una società che qui ha solo il domicilio. Però
non è nemmeno delle più grosse, perché quelle anche solo per sentito
dire me le ricordo».
Eppure, la filiale italiana del colosso Musk, quella che starebbe
trattando un contratto da 1,5 miliardi per cinque anni con il
governo, ha sede proprio in questo palazzo milanese.
Starlink Italia ha anche un account X. Attivato nel 2020, è stato
abbandonato pochi mesi dopo. Salvo riattivarsi nell'estate del 2021
per un singolo post che recita così: «P am. P@Laogauzill.pv m p.
L'ho p in mn.M l po. m. Nel». Poi più nulla.
Per trovare l'unica esile traccia italiana di Starlink, bisogna
contattare gli uffici della Bdo Italia Spa, un network di società di
consulenza e revisione contabile dove lavorano fiscalisti e legali.
Un colosso che opera in 167 Paesi con oltre 1.650 uffici e che in
Italia ha oltre 1.200 dipendenti e 80 partner. A Milano ha sede
proprio al decimo piano di "Abruzzi 94". «Eccola qui, Starlink Italy
Srl» confermano dalla segreteria di Bdo dopo aver a loro volta
controllato un lungo elenco. Parlare con il commercialista associato
che se ne occupa, però, risulta alquanto complicato. «Il partner ci
ha detto di riferirvi che senza il permesso di Starlink non può
rilasciare alcuna dichiarazione in merito alla loro attività» si
congedano con gentilezza dalla segreteria. Eppure, la società è viva
e vegeta. Guidata da due manager di SpaceX (Richard J. Lee e Lauren
Ashley), lo scorso 2 gennaio ha depositato in Camera di commercio,
con singolare tempismo, l'ultimo bilancio. È quello del 2023, è
stato approvato in ritardo e non è ancora disponibile. Ma cercare
qui i numeri veri del servizio Starlink con i circa 40 mila clienti
italiani è inutile. I servizi vengono infatti fatturati in Irlanda,
dalla Starlink Internet Services ltd. Con uno schema classico dei
colossi hi-tech che scelgono di registrare ricavi in Irlanda per
abbattere il proprio carico fiscale, nel 2023 questa società ha
avuto ricavi per 358 milioni di euro, letteralmente esplosi dai 122
milioni dell'anno prima. L'utile netto - dopo le tasse - è stato di
6,2 milioni. Quanta parte dei ricavi venga realizzata nei vari paesi
europei dove Starlink opera e con che tipologie di clienti è però
complicato da stabilire. «Un'analisi dei ricavi per categorie di
attività e mercati geografici non è fornita in quanto, secondo gli
amministratori, potrebbe essere seriamente pregiudizievole per gli
interessi della società», è scritto nel bilancio.—
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Stop ai consulenti, saranno gli utenti a segnalare post falsi.
Zuckerberg : "Ritorno alle origini"
Facebook cancella il fact-checking: basta censura
Facebook eliminerà il programma fact-checking per il
controllo delle informazioni condivise sulla piattaforma. Lo ha
annunciato Mark Zuckerberg in un video pubblicato sui social della
galassia Meta. Una svolta che pone fine all'era dei social network
controllati da figure esterne, i cacciatori di bufale. Il controllo
delle informazioni sarà affidato agli utenti stessi che potranno
aggiungere note ai post quando riterranno che le informazioni
contenute siano false o fuorvianti.
Di fatto il social si affida alla competenza dei suoi stessi
iscritti, esattamente come avviene su X.com, il social di Elon Musk.
«Per noi è un ritorno alle origini, ai nostri valori sulla libertà
di espressione», ha detto Zuckerberg in video, accusando l'attuale
sistema di fact-checking di essere scivolato troppo spesso nella
censura. Avviato nel 2016, affidato a una serie di società chiamate
a controllare e verificare le informazioni condivise (90
organizzazioni in 60 lingue), il programma fact-checking nasceva per
cercare di arginare il fenomeno della disinformazione online. Il
controllo si è poi allargato ai contenuti in grado di offendere
minoranze, orientamenti sessuali e religiosi.
Per Zuckerberg le maglie di questo controllo sono diventate troppo
strette. Impedendo la libera circolazione di idee. Forse la causa
sono stati i controllori stessi e i loro pregiudizi, che avrebbero
penalizzato i contenuti politici degli utenti di estrazione
repubblicana, o in generale di destra, a volte più inclini alla
condivisione di post più aggressivi. Ma quella è una fetta
importante di utenti delle piattaforme. E Meta non vuole più
penalizzarla. «Voglio solo assicurarmi che le persone possano
condividere i loro pensieri e le loro convinzioni sulle nostre
piattaforme, senza censura», ha ragionato Zuckerberg. Consapevole
che la scelta è comunque dettata da una situazione politica
radicalmente cambiata. Donald Trump, l'uso disinvolto dei social di
Musk (che ha elogiato la svolta), sono effetto di un clima diverso.
Sono testimoni non solo della fine di un approccio politicamente
corretto alla comunicazione online. Ma forse anche alla fine di
aziende chiamate a sposare cause sociali per vendere prodotti. E
anche alla fine dell'illusione che la grande piazza globale possa
essere indirizzata da un pool di esperti e dalle loro idee su cosa
sia vero e cosa no. a. roc.
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l bando che sembra su misura per la compagnia usa
La Lombardia apre al web spaziale
Sperimentazione di satelliti per portare internet nelle aree
periferiche a bassa connettività. La Regione Lombardia pubblicherà
il bando di gara entro uno o due giorni sulla piattaforma telematica
Sintel. E non il 7 gennaio come previsto in precedenza, vista la
decisione del rinvio per verificare l'adeguamento al Dlgs correttivo
al codice degli appalti.
Governo e giunta regionale hanno dato mandato ad Aria, azienda della
Regione per l'innovazione e gli acquisti, diselezionare i fornitori
interessati a cui affidare la tecnologia complementare alla fibra.
C'è attesa di una partecipazione da parte di Starlink di Elon Musk.
Ma nella schiera di operatori noti ci sono anche le società Viasat,
le australiane NBN Sky Muster e Telstra, la canadese TeleSat, la
lussemburghese SES SA, OneWeb dell'inglese Eutelsat, Project Kuiper
di Amazon, l'inglese EchoStar Mobile e l'araba Thuraya. Se dal
progetto pilota arrivasse un feedback positivo, peraltro, potrebbero
seguire altre regioni, probabilmente una del Centro Italia e una del
Sud, sebbene la connessione satellitare non sostituisca né riesca a
competere con quella in fibra.
Nel dettaglio della sperimentazione delle «reti space-based per la
fornitura di capacità di backhauling satellitare in sinergia con
quelle terrestri nelle aree a difficile connettività» in Lombardia,
è previsto un finanziamento di 5 milioni di euro, per la quota del
Dipartimento per l'innovazione, e di 1,5 milioni dalla Regione
Lombardia. Per il capogruppo del Pd regionale, Pierfrancesco
Majorino, questo bando «sembra disegnato per Elon Musk. Vogliamo
vederci chiaro. La connessione nelle zone non coperte è
fondamentale, ma dovrebbe essere garantita dal pubblico». g.tur. —
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L'inarrestabile ascesa di Starlink Obiettivo, il monopolio dei
satelliti
Arcangelo Rociola
Roma
Alle 20:43 di lunedì 6 gennaio, mentre in Italia si ragionava
sull'opportunità o meno di considerare Starlink un'azienda
affidabile per la comunicazione di dati governativi, un razzo di
SpaceX partiva da Cape Canaveral per portare in orbita 24 nuovi
satelliti della sua controllata. Si è trattato del lancio numero 221
per la società di Elon Musk. Lancio che ha portato il numero di
satelliti Starlink mandati in orbita a 7.656. Di questi 6.906
funzionanti, il resto si è perso o è andato distrutto. Numeri che
confermano il primato dell'azienda nel mercato dei satelliti a bassa
orbita (Costellazioni Leo, acronimo inglese per Low Earth Orbit).
Starlink è la costellazione satellitare per la trasmissione dati più
estesa e capillare al mondo. Ed è il dato da cui partire prima di
porsi domande e ragionare.
l1Perché internet via satellite è diventata così importante?
Internet via satellite è fondamentale in situazioni critiche:
catastrofi ambientali, emergenze, guerre. In caso di guerra
cinetica, uno stato potrebbe attaccare le infrastrutture di
comunicazione (come in Ucraina). Ma un satellite è più difficile da
distruggere o hackerare.
l2Quali sono i numeri di Starlink e SpaceX?
Starlink è un'azienda controllata da SpaceX (fondata nel 2002 in
Texas, ha 13 mila dipendenti). Ha circa 3 milioni di abbonati. 40
mila in Italia. Non ci sono dati ufficiali sui conti della società,
che non è quotata, ma secondo Bloomberg contribuisce per circa 3
miliardi ai 10 miliardi di ricavi di SpaceX.
l3Quali servizi offre a governi e eserciti?
SpaceX una divisione destinata alle applicazioni governative e
militari. Si chiama Starshield. Un centinaio di satelliti in grado
di raccogliere dati terrestri, offrire soluzioni di comunicazione
crittografata per scopi militari e governativi. Attualmente è
ampiamente in uso dal Dipartimento della Difesa americana. L'Italia,
nel caso in cui decidesse di affidarsi a SpaceX, sarebbe la prima
nazione europea a farlo.
l4Quali i servizi per cittadini e imprese? Conviene?
Internet via satellite porta la rete veloce in aree difficilmente
raggiungibili dalle normali connessioni via cavo. Aree di montagna,
zone remote, alto mare. In Italia si è ipotizzato che Starlink possa
aiutare a raggiungere gli obiettivi di copertura delle aree grigie,
quelle senza banda larga, per centrare gli obiettivi del Pnrr. Ma
privati e imprese che possono avere una normale rete veloce via cavo
non hanno un motivo reale di scegliere quella che viene da una
costellazione Leo.
l5Cosa intendiamo per costellazioni Leo?
Sono costellazioni a orbita bassa, gruppi di satelliti che orbitano
sulla Terra, generalmente tra i 160 e i 2.000 chilometri.
l6Quanti ce ne sono al momento intorno alla Terra?
Il numero di satelliti a orbita bassa lanciati da progetti pubblici
e privati è circa 10.000.
l7Quali sono le alternative a Starlink?
Esistono diversi progetti alternativi. Ma minori. Amazon sta
sviluppando una costellazione di satelliti simile a Starlink. Il
piano prevede 3.236 satelliti. In Europa il progetto più grande è il
progetto franco-inglese OneWeb, che al momento ha una rete di 620
satelliti. Altri progetti sono Telesat Lightspeed, canadese, che ha
una rete di 198 satelliti. AST SpaceMobile, texana, ne ha al momento
243.
l8Cosa sta facendo l'Unione europea?
Per creare un'alternativa europea a Starlink, l'Ue ha finanziato a
dicembre un piano da 10 miliardi il lancio di 300 satelliti.
Dovrebbero essere pronti entro il 2030. Il progetto si chiama Iris2.
Nello stesso arco di tempo, i satelliti Starlink dovrebbero
diventare 30.000.
l9Scegliere Starlink è incompatibile con i piani dell'Ue?
No. Un eventuale accordo tra Starlink e altri paesi, come l'Italia,
è compatibile con Iris2, progetto al quale l'Italia partecipa. Un
portavoce dell'Ue ieri ha spiegato che l'Italia, come paese sovrano,
ha pieno potere decisionale.
l10Perché è diventata una questione di interesse geopolitico?
Starlink ha contribuiti a dare agli Stati Uniti un vantaggio
competitivo senza pari nelle Costellazioni Leo. E il potere
tecnologico che ne deriva è una sfida strategica di primaria
importanza. Tutti i grandi paesi si stanno muovendo in questo senso,
perché possedere l'infrastruttura satellitare è diventato sinonimo
di autonomia e sovranità tecnologica. Soprattutto in caso di
necessità. O di cambiamenti improvvisi degli assetti geopolitici. Ma
al momento tutti, anche l'Europa, devono rincorrere. E una
partnership (temporanea) con SpaceX o concorrenti può essere un modo
per tutelare gli interessi nazionali nel breve periodo.
l11Cosa si rischia ad affidarsi a un'azienda privata invece di
creare una propria infrastruttura?
Il timore più diffuso è che Musk, o chi per lui, possa decidere di
‘spegnere' internet, come è avvenuto in Ucraina quando ha impedito
l'uso dei suoi satelliti per consentire a Kiev di colpire obiettivi
in territorio russo. Una gestione privata, seppur motivata dal
timore di violare trattati internazionali o contratti, potrebbe
esporre a rischi. Nel caso di Musk, a questi timori sono più gravi.
Nelle ultime settimane è intervenuto in modo aggressivo in questioni
di politica interna di nazioni alleate come la Gran Bretagna o la
Germania. Sollevando timori sulla sua capacità di gestire i suoi
impulsi del momento. —
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Strage alla stazione di Bologna "Fu Bellini a portare la bomba"
filippo fiorini
bologna
Era un «aviere» neofascista e non un «corriere» palestinese. Era lui
l'uomo coi baffi ritratto in un Super8 amatoriale quel giorno alla
stazione. Era lì per mettere la bomba. Forse, l'aveva addirittura
portata. Intera o una parte, da assemblare in loco insieme agli
altri complici già condannati. Per questo, l'ergastolo ricevuto in
primo grado da Paolo Bellini come autore della strage di Bologna è
giusto.
Lo aveva deciso l'8 luglio scorso la Corte d'Appello della città che
ha subito il più grave attentato del Dopoguerra, il 2 agosto
dell'80. Ieri sono arrivate le motivazione dei giudici. Hanno
rigettato tutte le istanze della difesa, così come anche per gli
altri due imputati di questo ramo processuale. Hanno confermato, per
l'ennesima volta, la matrice neofascista, il finanziamento della P2
di Licio Gelli, le coperture date prima e durante l'azione, divenute
depistaggi in seguito, da parte di spie che, tradito il giuramento
alla Repubblica, tramavano col resto della banda per l'avvento di
uno Stato autoritario.
La vicenda è lunga, tortuosa, in parte irrisolta. Sappiamo che 85
persone sono morte in un attimo e altre 200 sono rimaste ferite per
mano di Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini,
Gilberto Cavallini e Bellini stesso. Reggiano, terrorista,
pluriomicida, pregiudicato, Bellini e i suoi avvocati le hanno
provate tutte per scansare le accuse. Hanno evocato la Costituzione
e scovato cavilli.
In una guerra di perizie, hanno tentato di resuscitare la falsa
pista palestinese, per cui un ordigno trasportato da terroristi
mediorientali era esploso per errore. In un'intercettazione tra un
fascista veneto e il figlio, dicevano di ascoltare la frase «è stato
lo sbaglio di un corriere», invece che «i nostri ambienti erano in
contatto con il padre di sto' aviere e dicono che portava una
bomba». Bellini ha il brevetto di volo e in tribunale è stato
dimostrato che i due parlavano di lui.
Poi, l'alibi «appositamente preordinato» per cui il 2 agosto era
altrove in compagnia della nipote bambina. È durato 40 anni, finché
sua moglie non ha smesso di coprirlo e lo ha identificato nel video
che un turista tedesco girò per caso, attimi prima dello scoppio.
Ciò che è certo «senza ombra di dubbio», scrivono ora i magistrati
bolognesi, è che Bellini in stazione c'era, e che era lì per
partecipare «in piena consapevolezza» a una strage ordinata e pagata
dai piduisti. Il problema è che anche in questo recente documento
processuale compare un'espressione che, nella ricostruzione delle
responsabilità, finora non è mai mancata: «Restano altre persone da
identificare». Sono sempre meno, ma chi sono?
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07.01.25
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Lascia la coordinatrice dei servizi segreti. A pesare i rapporti col
fedelissimo di Meloni Tra i motivi delle liti la volontà di
introdurre la figura del Consigliere per la Sicurezza
La gestione del caso Sala e gli attriti con Mantovano dietro l'addio
di Belloni
Elisabetta Belloni
ilario lombardo
roma
Le dimissioni della coordinatrice dei servizi segreti nei giorni di
una delicata trattativa internazionale, condotta dall'intelligence e
da tutto il governo, per arrivare alla liberazione della giornalista
Cecilia Sala, detenuta senza ragioni dall'Iran, è un cratere
istituzionale che in pochi minuti si riempie di indiscrezioni,
sospetti, ombre sulla verità ufficiale. Perché Elisabetta Belloni
lascia quattro mesi in anticipo il Dis, il Dipartimento che sotto la
presidenza del Consiglio ha la responsabilità sulle due principali
agenzie dei servizi, Aisi (interni) e Aise (Esteri)? La risposta
formale, dopo le rivelazioni de La Repubblica, la dà l'ambasciatrice
passata, durante il governo di Mario Draghi e confermata da Giorgia
Meloni, dalla carriera diplomatica alla testa dell'intelligence: «Ho
maturato questa decisione da tempo ma non ho altri incarichi.
Lascerò il posto di direttore del Dis il 15 gennaio».
I fatti sono questi. Il 23 dicembre Belloni comunica alla premier e
al sottosegretario della presidenza del Consiglio che è anche
autorità delegata, l'intenzione di lasciare l'incarico cinque mesi
prima la scadenza naturale del mandato. Ancora la notizia
dell'arresto di Cecilia Sala, avvenuto a Teheran il 19 dicembre,
viene tenuta segreta dal governo italiano: verrà resa pubblica solo
il 26 dicembre. Una settimana prima dell'incontro tra Belloni,
Meloni e Mantovano, c'è il fermo di Mohammad Abedini, su cui pende
un mandato di cattura americano e una richiesta di estradizione.
Meloni chiede a Belloni di aspettare fino a metà gennaio. Ieri esce
la notizia dell'addio, Belloni conferma e da Palazzo Chigi tutto
tace. Neanche un ringraziamento formale. Il gelo. Fin qui i fatti.
Tutto quello che segue è la ricostruzione di cosa avrebbe portato
alla decisione di lasciare in anticipo il Dis, basata su diverse
fonti, alcune vicine all'ambasciatrice, altre apparentemente ostili.
Di certo, Belloni si era fatta diversi nemici un po' ovunque: a
Palazzo Chigi, alla Farnesina, nelle agenzie dell'intelligence. E
non è difficile, ora che non è più sotto l'ombrello protettivo della
presidente del Consiglio, sentir parlare con disappunto o con veleno
di lei.
Si racconta di un rapporto sempre più complicato con Mantovano. Che
si è compromesso definitivamente sulla gestione delle trattative per
la liberazione di Sala, già nelle prime ore, quando resta il
sospetto che la Farnesina o i servizi abbiano agito in ritardo per
mettere al riparo la giornalista dopo l'arresto di Abedini in
Italia. Belloni non fa mistero con alcuni collaboratori che si
sarebbe mossa diversamente. Contraria all'idea di indispettire gli
alleati americani, avrebbe cercato contropartite con l'Iran –
nell'area geografica di influenza e sul fronte economico - invece di
insistere subito con lo scambio di Abedini. Ma a quel punto, dentro
di sé, ha già maturato il desiderio di andarsene. Si sente
costantemente scavalcata da Mantovano, che contatta il direttore
dell'Aise Giovanni Caravelli senza passare da lei. Anche Meloni la
marginalizza nella scelta di nominare vice dell'Aise il generale
Francesco Paolo Figliuolo, poco esperto di servizi, al posto di
Nicola Boeri, uomo di fiducia di Belloni. Il giorno della nomina di
Figliuolo è lo stesso dell'arresto di Sala: 19 dicembre. Sono scelte
che arrivano al termine di mesi tesi, con Palazzo Chigi che ha
nutrito sospetti di scarsa riservatezza da parte dei servizi e di
alcuni agenti di polizia.
Dopo una carriera sempre in ascesa da segretario generale della
Farnesina, Belloni è stata candidata un po' a tutto, diverse volte
al ministero degli Esteri ed è stata a un passo dal diventare la
prima donna presidente della Repubblica nel 2022. Per un profilo del
genere non è facile restare nelle seconde file della trincea
politica e istituzionale. Mantovano è l'autorità che ha la diretta
responsabilità sugli 007, lei ha invece un incarico più
amministrativo che operativo, ruolo che invece spetta ai capi
dell'agenzia di sicurezza interna Bruno Valensise ed esterna
Caravelli. Belloni ha in testa un modello americano che vorrebbe
importare in Italia: il Consigliere per la sicurezza nazionale della
Casa Bianca. Quello che ha fatto in questi anni Jake Sullivan per
Joe Biden: gestire il coordinamento tra il presidente,
l'intelligence, la Difesa e il Dipartimento di Stato (cioè gli
Esteri). È un'idea che non piace a Mantavano, né al capo della
Farnesina, Antonio Tajani. E così, progressivamente, Belloni viene
tagliata fuori dal sottosegretario. I malumori dell'ambasciatrice
cominciano a emergere con forza tra fine novembre e inizi dicembre.
In quei giorni si è concluso da poco il G20 di Rio de Janeiro, che
l'ha vista al centro della missione in qualità di sherpa della
presidenza italiana del G7. Il ruolo era in scadenza il 31 dicembre
e Meloni glielo aveva affidato dopo aver licenziato l'ambasciatore
Luca Ferrari, spedito a Tel Aviv.
La destinazione che Belloni avrebbe voluto per sé diventa oggetto di
insinuazioni e retroscena che non trovano dirette conferme
dall'interessata. Nella cerchia vicina a Meloni raccontano che
avrebbe puntato insistentemente a prendere il posto di Raffaele
Fitto - promosso vicepresidente della Commissione europea - al
superministero degli Affari europei e del Pnrr, e che anche in
questo caso Mantovano e Tajani avrebbero sollevato forti
perplessità. Altra delusione, questa, che l'avrebbe allontanata
dalla premier. E ancora: la presidenza dell'Eni. Una poltrona
sfumata dopo l'altra, Belloni sembra essere finita lontana dal cuore
del potere meloniano. In queste ore si è parlato di un nuovo
incarico in Europa, alla Commissione, accanto a Ursula von der Leyen.
Qualcuno però sussurra di guardare ai vertici di realtà private,
grandi società o banche
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È la garanzia informale che la premier avrebbe ottenuto da Trump
nella visita a Mar-a-Lago Sulla trattativa con Teheran il
sottosegretario Mantovano al Copasir si è detto "fiducioso"
Se l'iraniano verrà liberato nessuna ritorsione dagli Usa
FRANCESCO MALFETANO
ROMA
L'eventuale rilascio di Mohammad Abedini Najafabadi non causerà un
incidente diplomatico tra Roma e Washington. È la garanzia,
assolutamente informale, che il presidente eletto Donald Trump
avrebbe offerto a Giorgia Meloni sabato notte, nel corso della
visita lampo della premier a Mar-a-Lago rivelata dalla Stampa. Un
via libera sostanziale che, con modalità e tempi ancora tutti da
definire, aprirebbe la strada allo sblocco delle trattative con
Teheran per la liberazione di Cecilia Sala, detenuta nel carcere di
Evin. Un potenziale punto di svolta che però nasconde ancora
numerosi interrogativi. Non solo perché è oggi ignoto cosa il tycoon
repubblicano possa aspettarsi in cambio da Meloni o dall'Italia
(ieri intanto è arrivata secca la smentita di palazzo Chigi sulla
chiusura di un appalto da 1,5 miliardi di euro con SpaceX, il
colosso di Elon Musk). E neanche perché ora sarà necessario
intavolare nuove e delicatissime interlocuzioni tra gli emissari
nostrani e il regime degli Ayatollah. In questa fase il benestare
trumpiano sul destino dell'ingegnere 38enne detenuto nel carcere di
Opera, su cui pende un mandato di cattura internazionale spiccato
proprio dagli Stati Uniti, deve restare per forza di cose coperto.
«Formalmente, e soprattutto legalmente, Trump non è autorizzato a
parlare con i suoi omologhi dei dossier» che lo attenderanno nello
Studio Ovale solo dopo il giuramento del prossimo 20 gennaio. Come
spiega una fonte di rilievo ai vertici dell'esecutivo, questo è un
protocollo su cui gli americani sono molto rigidi e che, se rotto,
innescherebbe una lunga serie di malintesi e rimostranze con gli
apparati statunitensi. Il sottotesto è quindi che «l'igiene
istituzionale» impone che la questione venga affrontata da Meloni
nel fine settimana, quando a villa Doria Pamphilj incontrerà per
l'ultima volta il presidente uscente Joe Biden, in arrivo in Italia
per incontrare Papa Francesco. Nello stesso filone della trattativa
e delle sue eventuali contropartite regionali può essere inquadrato
anche il vertice internazionale promosso da Antonio Tajani per
giovedì. A Roma, il ministro degli Esteri incontrerà gli omologhi di
Usa, Francia, Germania e Regno Unito (oltre all'Alta rappresentante
della politica estera Ue Kaja Kallas) per discutere di Siria, Iran
e, in generale, della situazione regionale in Medioriente.
Tornando a Trump e Meloni, non sarebbe un caso che ieri il
sottosegretario di Stato Alfredo Mantovano si sia limitato a
definire «conviviale» il viaggio della premier in Florida. Al
Copasir, dov'era stato convocato a gran voce dalle opposizioni per
riferire sulla gestione del caso della giornalista 29enne da parte
del governo, il braccio destro della premier ha appunto spiegato
come sul tavolo del golf club di proprietà di Trump non possa aver
trovato spazio la vicenda della giovane italiana. Formalità
istituzionale ed equilibrio diplomatico vanno di pari passo. A
dimostrarlo anche i «no comment» dietro cui si trincera Mantovano
parlando con i giornalisti in piazza San Macuto, a cui destina solo
dei ripetuti auguri di buon anno. Silenzi replicati dal
sottosegretario anche quando gli si chiede delle dimissioni della
presidente del Dis Elisabetta Belloni, che in molti riconducono alle
incomprensioni maturate proprio nei suoi confronti.
In ogni caso le quasi due ore e trenta di riunione hanno consentito
a Mantovano di leggere una relazione in cui ha ripercorso tutte le
tappe della vicenda Sala, dall'arresto della giornalista di Foglio
eChora Media il 19 dicembre fino alle più recenti informazioni
disponibili sul suo stato di salute. Senza entrare sull'ipotetico
ruolo recitato da Trump e registrando il "segnale" iraniano che ieri
ha per la prima volta provato a tenere separati i due casi, il
sottosegretario ha anche analizzato l'intreccio dell'arresto di Sala
e quello di Abedini. Un po' come fatto da Meloni nel giorno del
faccia a faccia con la madre della giornalista, Mantovano ha
garantito al Comitato che non si sta lasciando nulla di intentato,
riportando tutte le strade percorse per liberare al più presto la
29enne e – in attesa del suo rientro – alleggerire le condizioni
della sua detenzione. —
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L'agonia di Naima torturata in Libia e quelle vite negate dopo i
respingimenti
Don Mattia Ferrari
«Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate
tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questa è
una donna, senza capelli e senza nome». Queste parole di Primo Levi
tornano alla mente guardando il video dell'ennesima donna torturata
nei lager libici, diffuso il 6 gennaio. In questo caso la donna però
un nome ce l'ha, grazie a Refugees in Libya, il movimento sociale
dei migranti che conduce la resistenza della solidarietà e della
fraternità.
La donna si chiama Naima Jamal, ha 20 anni ed è originaria di Oromia,
una regione dell'Etiopia in cui la popolazione è colpita dal duplice
flagello della guerra e della siccità dovuta alla crisi ecologica.
Naima ha dovuto lasciare l'Oromia e, non potendo accedere a canali
di migrazione legali e sicuri, ha dovuto percorrere, come tanti
altri, la strada del deserto. Poco dopo il suo arrivo in Libia nel
maggio 2024 è stata rapita dai trafficanti. Da allora la sua
famiglia è stata sottoposta a varie richieste di riscatto, che non
aveva la possibilità di pagare. Fino a quando, ieri, i trafficanti
hanno mandato ai suoi familiari un video in cui Naima viene
brutalmente torturata e chiedono 6.000 dollari di riscatto. Hanno
inviato anche una foto, in cui si possono vedere più di 50 altre
vittime, con i corpi incatenati e gli sguardi abbassati.
Queste notizie non sono le uniche arrivate in questi giorni. Mentre
si dice che gli arrivi in Europa sono diminuiti, non bisogna
dimenticare due elementi. Il primo è l'alto numero dei naufragi,
almeno tre intorno al Capodanno, con circa 50 vittime, tra cui
bambini, perché non ci sono operazioni strutturali di soccorso e si
ostacolano le navi delle ong. L'altro elemento sono le violenze
terribili che avvengono ai danni delle persone migranti bloccate in
Libia e in Tunisia.
Il 3 gennaio un gruppo di 8 ragazzi provenienti dal Gambia ci ha
contattato dal deserto. Cinque giorni prima avevano cercato di
raggiungere l'Europa via mare, ma erano stati catturati dalla Garde
Nationale sulla base degli accordi fatti con l'Unione Europea e
l'Italia. In seguito alla cattura in mare, sono stati riportati
indietro, sbarcati sulle coste tunisine e contestualmente deportati
nel deserto. Risultano dispersi.
Il 4 gennaio le milizie libiche hanno deportato nei deserti di
Dirkou, al confine con il Niger, oltre 600 persone migranti
provenienti da Paesi dell'Africa subsahariana.
Tutto questo è il risultato delle nostre politiche di respingimento,
che consistono nel finanziare le autorità libiche e tunisine perché
blocchino le persone migranti, le catturino in mare e le riportino
indietro, costi quel che costi. Si parla di lotta ai trafficanti, ma
ci vuole chiarezza su questo. Gli accordi Italia-Libia del 2017 sono
stati fatti, come ha dimostrato Nello Scavo, coinvolgendo ai tavoli
uno dei più efferati boss della mafia libica, Bija. Quegli accordi
sono stati puntualmente rinnovati e grazie ad essi il potere della
mafia libica è cresciuto: molti dei suoi boss occupano ora posizioni
apicali negli apparati libici. Il caso più eclatante è quello di
Emad Trabelsi, attuale ministro dell'Interno del governo di Tripoli.
In più di un rapporto internazionale dell'Onu, del Dipartimento di
Stato Usa e di Amnesty International proprio Trabelsi viene indicato
come «uno dei peggiori violatori di diritti umani e del diritto
umanitario internazionale». Nonostante sia considerato da tutti i
massimi esperti come uno dei capi dei trafficanti, in questi anni
Trabelsi è stato ricevuto più volte dalle autorità italiane come
interlocutore nel contenimento dei migranti.
In tutto questo, si leva il grido delle persone migranti, attraverso
Refugees in Libya. Nei giorni scorsi il loro portavoce, David Yambio,
ha fatto una lunga dichiarazione, in cui ha affermato: «L'Europa
finanzia le milizie, fa costruire i centri di detenzione e chiama
questi accordi "controllo delle frontiere". Condanna nei discorsi la
violenza ma distribuisce denaro a coloro che la eseguono. La Libia è
la creazione dell'Europa, il suo oscuro segreto, l'inferno che ha
costruito per tenersi le mani pulite». David e le altre persone che
sono con lui hanno subito quelli che l'Onu definisce «orrori
indicibili». Eppure nelle loro parole c'è anche la speranza. Una
speranza che nasce dalla solidarietà, dall'amore. «La giustizia deve
essere un'azione che spezza le catene e costruisce ponti. Deve
essere riparativa, affrontando le ferite della storia, e
trasformativa, rimodellando i sistemi che perpetuano queste
ingiustizie. Per noi la giustizia non è un ideale astratto, è l'atto
quotidiano di alzarsi in piedi, di parlare apertamente, di
rifiutarsi di scomparire. È la solidarietà che troviamo l'uno
nell'altro, la luce che condividiamo anche nei luoghi più bui. È la
consapevolezza che, nonostante abbiano cercato di cancellarci, siamo
ancora qui e non rimarremo in silenzio. Fino ad allora, ci
sosterremo a vicenda, come abbiamo sempre fatto. Perché anche negli
angoli più oscuri di questo mondo, troviamo la luce nella forza
l'uno dell'altro».
Questa luce è proprio quello di cui noi abbiamo bisogno, in una
società individualista e affascinata dall'autoritarismo a tal punto
che la solidarietà sembra diventata sovversiva. La strada per
sconfiggere i trafficanti è molto chiara: fermare gli accordi per i
respingimenti, prendersi per mano con le persone migranti stesse e
con la società civile tunisina e libica che resiste alle mafie.
Nella notte della storia, la luce di questa resistenza della
solidarietà e della fraternità è l'unica che può salvarci.
- I torinesi Regina e Galliano traditi a
Bressanone dalla paletta sul cruscotto Sono pensionati: lui aveva
prestato servizio nella Stradale, lei alla Polfer
Porsche, Rolex e soldi Arrestati in Alto Adige due ex agenti di
polizia
gianni giacomino
Avevano deciso di trascorrere le festività natalizie in Alto Adige,
ma le vacanze non sono andate come previsto. Anzi. Dal paradiso
delle Dolomiti e dei mercatini di Natale due ex poliziotti torinesi
sono finiti in carcere alle Vallette.
Angelo Regina, 63 anni, fino a qualche anno fa in servizio alla
polstrada è accusato di riciclaggio e detenzione abusiva di arma da
sparo. Stefania Galliano, 60enne in forza alla Polfer fino a un anno
fa, dovrà rispondere di ricettazione e detenzione illegale di
munizionamento da guerra.
Di essere finiti in guai seri i due ex agenti in pensione lo hanno
capito quando hanno visto dei poliziotti veri che li aspettavano
intorno alla loro Porsche Cayenne parcheggiata in divieto di sosta
nel centro di Bressanone, il giorno di Capodanno. Sul cruscotto era
appoggiata una paletta originale della Stradale, ma senza
l'indicazione bilingue, prevista per tutte le dotazioni dei mezzi
della polizia in Alto Adige. «Scusate ma siamo in servizio» –
avrebbero tentato di giustificarsi i due con gli ex colleghi. Che,
però, non gli hanno creduto. Poco più tardi gli investigatori della
Mobile di Bolzano hanno perquisito Galliano e Regina che, in
passato, aveva già avuto delle noie con la giustizia. Li hanno
trovati in possesso di due distintivi veri, in uso ai due all'epoca
in cui erano in servizio (in relazione a quello in della donna in
passato era anche stata presentata una denuncia di smarrimento). Poi
due tesserini di servizio falsi che ne attestavano ancora
l'appartenenza alla polizia. E, nascosto nella Posche, un giubbotto
ad alta visibilità originale, di quelli utilizzati durante i posti
di blocco. Nella perquisizione della camera dell'albergo di San
Genesio, affittato dai due per trascorrere il periodo delle
festività, gli investigatori hanno sequestrato dei gioielli e 3mila
euro in contanti. Tutto sequestrato, pure la Porsche Cayenne. La
coppia è stata così denunciata per ricettazione e possesso di segni
e distintivi contraffatti, e la donna anche per il peculato della
placca di cui aveva denunciato lo smarrimento. Oltre al divieto di
non presentarsi nel comune di Bressanone per i prossimi tre anni.
Ma un'altra sorpresa è arrivata quando gli agenti di Bressanone,
insieme ai colleghi della Polfer, hanno perquisito le abitazioni dei
due, a Torino. Nell'appartamento di Regina sono stati ritrovati una
pistola semiautomatica Beretta calibro 7,65 mai denunciata, con
caricatore inserito e cinque colpi pronti per essere utilizzati. La
riproduzione di una Beretta ma senza tappo rosso, un'uniforme
originale della polizia e un falso esserino di riconoscimento. Poi
34mila euro in contanti, diversi orologi Rolex e di altri marchi di
lusso, tre telefoni cellulari e un I-pad. In casa della Galliano
sono invece stati rinvenuti tre proiettili calibro 9x19, diverse
divise originali complete della polizia e ben dieci telefonini con
diverse sim. E, infatti le indagini sono tutt'altro che concluse.
Perché gli inquirenti, come ha spiegato il questore di Bolzano Paolo
Sartori (che per i due ha già dispostola misura dell' avviso orale
di pubblica sicurezza, in vista della successiva richiesta di
applicazione della Sorveglianza Speciale), sospettano che i due ex
poliziotti - che dovranno anche giustificare la provenienza di tutti
i beni sequestrati - possano avere dei collegamenti con la
criminalità organizzata. Come e in che modo resta ancora tutto da
chiarire. Intanto, oggi o, al più tardi domani, si terrà l'udienza
di convalida.
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06.01.25
-
L'ora
X
dell'Italia
Il governo italiano accelera e si prepara a chiudere un maxi
accordo da 1,5 miliardi di euro con SpaceX, la società spaziale
fondata da Elon Musk. Nello specifico, come rivelato da Bloomberg
News, Roma sta spingendo per sottoscrivere un contratto di cinque
anni per utilizzare a scopi governativi e militari le tecnologie di
Starlink, la costellazione di satelliti per telecomunicazioni che
sta rivoluzionando l'industria di riferimento. Dopo uno stallo di
due anni arrivano i primi risultati della visita a sorpresa della
presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nella residenza del
prossimo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump.
Il progetto con SpaceX, secondo l'agenzia Bloomberg sarebbe già
stato approvato dai servizi di intelligence italiani così come dal
Ministero della Difesa e potrebbe essere il maggior in Europa. E, se
sarà concluso, potrebbe rappresentare il preludio di altre intese
fra i due lati dell'Atlantico dopo l'insediamento di Trump, previsto
per il prossimo 20 gennaio, quando prenderà il posto dell'attuale
presidente Joe Biden.
La firma definitiva non c'è ancora, come evidenziano fonti vicine al
dossier interpellate dall'agenzia di stampa statunitense, ma diversi
capitoli sarebbero stati sbloccati nelle ultime ore. Dai telefoni
dei funzionari governativi, passando per l'utilizzo di internet per
gli uffici, arrivando ad altre soluzioni accessibili attraverso
Starlink, come la crittografia di ultimo livello, l'intesa con
l'azienda di Musk potrebbe cambiare il panorama delle telco della
Repubblica. Il piano in discussione includerebbe anche servizi di
comunicazione per l'esercito italiano nell'area del Mediterraneo,
nonché l'implementazione dei cosiddetti servizi satellitari
direct-to-cell in Italia per l'uso in emergenze come attacchi
terroristici o calamità naturali, hanno affermato le fonti
interpellate da Bloomberg. Non è la prima volta che si discute
dell'interazione fra Roma e Starlink, dal momento che il possibile
accordo è in fase di revisione dalla metà del 2023. Una intesa che,
tuttavia, è stata osteggiata da alcuni funzionari italiani
preoccupati di come i servizi potrebbero sminuire i vettori locali.
In questo contesto, l'Italia è tra i Paesi già serviti da Starlink e
già lo scorso anno vi erano state alcune schermaglie con gli
operatori domestici. Come ricordato da Bloomberg, la società di Musk
aveva affermato che Telecom Italia stava ostacolando il lancio dei
suoi servizi internet ad alta potenza.
Nello specifico, l'accordo di cui si sta discutendo è con SpaceX,
che controlla in forma diretta Starlink. La prima è la società di
Elon Musk capace di lanciare razzi, anche riutilizzabili come lo
Starship, nello spazio. La seconda crea satelliti per le tlc.
Starlink ha circa 6.700 satelliti in bassa orbita, la costellazione
di satelliti più grande capace di portare internet veloce dallo
spazio. Nel 2024 SpaceX ha aggiunto più di 20 nazioni, dal Ghana
all'Argentina, al suo servizio Internet satellitare Starlink. Ora
serve più di 4 milioni di persone in oltre 100 Paesi e territori. Di
fatto ricopre il globo di servizi a banda larga. Una sfida agli
operatori tradizionali e ad altre aziende e nazioni, come la Cina,
che sembrano più indietro rispetto allo sviluppo di questa
tecnologia. Ma soprattutto uno degli assi nella manica utilizzati
dall'Ucraina per contrastare la brutale invasione da parte della
Federazione Russa di quasi tre anni fa.
Nei mesi scorsi ci sono stati diversi incontri tra Musk e Meloni.
Alcuni di questi si sono tenuti a Palazzo Chigi, a suggello di un
rapporto che si sta consolidando giorno dopo giorno. Ora il passo in
avanti. Ma sono ancora valide le possibili alternative, che hanno
degli oneri maggiori. A oggi il governo italiano stava esaminando
l'opzione della Satellite Constellation Company IRIS² dell'Unione
europea e la costruzione della propria costellazione satellitare. In
ambo i casi, il costo complessivo dei progetti avrebbe superato
quota 10 miliardi di dollari. Vale a dire molto di più rispetto a
quanto si pagherebbe per la tecnologia statunitense. Che, oltre a
essere già stata testata sul campo per anni, si sta rivelando come
una delle possibilità più credibili per la diffusione di internet ad
altissima velocità e con uno standard di sicurezza più elevato
rispetto alla concorrenza. Del resto, nel suo campo, Starlink (e
SpaceX) ha raggiunto un significativo livello di penetrazione del
mercato.
In attesa di un commento dalle parti in gioco, i buoni rapporti
transatlantici e l'affidabilità di Starlink, insieme con il
risparmio in previsione, potrebbero essere stati determinanti per la
svolta definitiva che si sta prospettando. —
-
entro la primavera sarà attivo il servizio wi-fi sui voli
Intesa con United, per internet sugli aerei
United Airlines accelera l'adozione del servizio Wi-Fi satellitare
di Starlink sui propri aerei in volo. I test per la tecnologia di
SpaceX di Elon Musk erano prevista per la primavera, ma ieri la
compagnia ha annunciato che avverranno già dal mese di febbraio. Il
primo volo commerciale operato da un velicolo regionale Embraer
E-175 con questo equipaggiamento è in programma dalla primavera.
United Airlines ha chiarito che l'accesso sarà gratuito solo per i
membri MileagePlus, mentre in precedenza aveva assicurato Wi-Fi
gratis a tutti i passeggeri.
L'obiettivo di United Airlines è ambizioso: entro la fine dell'anno,
l'azienda prevede tutta la sua flotta di aerei regionali con due
classi di servizio dotata del servizio. Inoltre, c'è l'intenzinoe di
far volare il primo aereo di linea principale, equipaggiato con
questa innovazione, già entro la fine del 2025. Più a lungo termine,
l'intera flotta, composta da oltre un migliaio di aeromobili, sarà
equipaggiata con il Wi-Fi satellitare.
SpaceX, d'altra parte, ha già intese con varie compagnie aeree per
fornire servizi Internet in volo. Il fornitore di servizi Internet
via satellite ha già firmato accordi con Hawaiian Airlines e il
vettore regionale Jsx. —
- Le tasse contro le diseguaglianze
sociali La modernità di Matteotti sul fisco
Ernesto Maria Ruffini
È da poco terminato l'anno in cui articoli e libri hanno commemorato
il centenario dell'assassinio di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso
nel giugno 1924 da una squadraccia fascista. Gran parte di questi
lavori ne ricostruiscono l'esistenza, l'impegno politico, la
lungimiranza e, in particolare, la morte. E da pochi giorni è stata
ricordata la data – il 3 gennaio – in cui Mussolini rivendicò il suo
assassinio.
La tragica fine, tuttavia, ha oscurato molto della sua attività
precedente alla marcia su Roma. Conosciamo per lo più il Matteotti
oppositore del fascismo, che paga con la vita la contrarietà alla
nascente dittatura. Conosciamo meno, invece, dei suoi studi e dei
suoi interessi.
Pochi sanno, ad esempio, che una parte centrale della sua attività
fu rivolta alla questione fiscale, intesa come uno strumento per
costruire una società più giusta, ridurre gli squilibri, alleviare
la miseria delle classi più povere e ridistribuire la ricchezza.
A rivelare questo volto inedito di Giacomo Matteotti è Francesco
Tundo, che nel suo La Riforma Tributaria. Il metodo Matteotti
esplora uno dei lati meno noti dell'esponente socialista. Si scopre
così che l'Italia uscita dalla Grande guerra rivelava sorprendenti
analogie con quella odierna, a cominciare dalla pressione fiscale,
già all'epoca fra le più alte d'Europa. In questo contesto, le
principali critiche riguardavano gli «accertamenti rilassati sulla
base di medie, contrattazioni e concordati» con cui il fisco
procedeva verso i contribuenti (come denunciava Luigi Einaudi), lo
sbilanciamento del prelievo sui lavoratori dipendenti, le rendite
catastali non aggiornate da decenni, l'insuccesso nella tassazione
degli (extra)profitti conseguiti dall'industria bellica durante il
primo conflitto mondiale, lo svuotamento del ruolo del Parlamento
operato dalla decretazione d'urgenza.
Con le sue proposte Matteotti è assolutamente moderno rispetto ai
suoi tempi. In primo luogo, è uno dei pochi – forse l'unico – ad
avere piena consapevolezza che il debito pubblico è una minaccia che
incombe sul futuro: «Stiamo percorrendo una strada molto pericolosa
in Italia – afferma nel 1920 con straordinaria lungimiranza –.
Viviamo tutti sui debiti e ci creiamo un baratro per domani». Al
tempo stesso, è profondamente critico verso quei provvedimenti, come
le imposte sui consumi, utilizzate per ripianare il deficit causato
dalla guerra, ma che colpivano le fasce più povere della
popolazione.
Tuttavia Matteotti è anche colui che propone la progressività delle
imposte (oggi scontata, all'epoca un'eresia); è favorevole
all'introduzione di un'imposta personale progressiva (l'odierna
Irpef) e di calcolarla su base familiare anziché individuale, come
qualcuno sostiene ancora oggi, ritenendo possa fotografare meglio
l'effettiva capacità contributiva; addirittura suggerisce di far
partecipare i Comuni nel contrasto all'evasione, incentivandoli
attraverso la destinazione di parte delle risorse recuperate, come
sarebbe poi stato previsto più mezzo secolo dopo.
Per Matteotti il fisco non è un aspetto a sé, ma è ciò su cui si
fonda il patto alla base della comunità ed è dunque inserito in una
più ampia visione politica fondata sull'uguaglianza dei
contribuenti, un tema che all'epoca non era affatto scontato. Di
conseguenza il sistema tributario è concepito come perno attorno al
quale costruire una comunità, una specie di tessuto connettivo della
società che necessita di una sistemazione razionale per poter
realizzare la giustizia sociale. L'idea del fisco come leva per
ridurre le differenze sociali è lungimirante per l'inizio del
Novecento, tanto che avrebbe trovato degna collocazione – terminata
la dittatura – nella nostra Carta, dove la progressività delle
imposte è divenuto addirittura un principio costituzionale. Un
principio che deve la sua presenza anche ai semi gettati da
Matteotti, convinto che far pagare a tutti i cittadini una stessa
cifra o richiedere proporzionalmente lo stesso sacrificio economico
avrebbe contribuito a perpetuare le disuguaglianze di partenza. Come
avrebbe detto don Lorenzo Milani qualche decennio dopo, «Non c'è
ingiustizia più grande che fare parti uguali fra disuguali».
Matteotti, però, è avanti anche rispetto alla sua stessa parte
politica, che predica la rivoluzione con un'oratoria incendiaria, ma
trascura le questioni concrete. E così, consapevole che per un
politico sia fondamentale capire come funziona un bilancio, nel 1920
collabora al Manuale per gli amministratori degli enti locali,
pensato per fornire gli strumenti di base alle giunte socialiste che
si trovano a governare un numero crescente di città e paesi.
Quando viene eletto deputato, questa visione pragmatica e
scientifica confluisce nell'attività parlamentare, fatta di studi,
ricerche e statistiche, che gli servono come base per i suoi
interventi in Aula. Perché Matteotti non affrontava i temi politici
prima di un attento e scrupoloso studio di ogni aspetto, senza
lasciarsi trasportare da una facile e inutile retorica assai in auge
all'epoca. Anche questa è una novità pressoché assoluta, che per la
sua lungimiranza fa tornare alla mente le parole pronunciate pochi
anni dopo da Alcide De Gasperi, quando era un semplice impiegato
della Biblioteca Vaticana, strettamente sorvegliato dall'Ovra:
«Dobbiamo prepararci a quello che verrà dopo il fascismo».
È facile capire, insomma, come – al di là della stima di cui godeva
– ben prima del fascismo Matteotti fosse una spina nel fianco per
ogni esecutivo. Al tempo stesso, Matteotti rifugge il populismo
fiscale che ancora oggi riscuote tanta fortuna: «È dannoso
l'additare all'odio del popolo le tasse, le imposte – scrive nel
1907, ad appena 22 anni –; noi dobbiamo limitarci a dimostrare che
le imposte sono mal distribuite, ma diffondere nel tempo stesso la
persuasione che sono assolutamente necessarie».
Insomma, sembra argomentare Matteotti, le tasse non sono belle né
brutte, ma soltanto indispensabili, perché senza risorse non può
esistere nessun progetto politico, non può essere scritto nessun
programma di governo e non può essere raggiunto nessun obiettivo. E
la scelta di come le risorse possano essere trovate e impiegate è
una scelta puramente politica. Nel nostro Paese, invece, a distanza
di un secolo, sembra ancora che le tasse vengano imposte da
un'entità avvertita come estranea.
Viene in mente una frase pronunciata in quegli anni da un altro
brillante intelletto: «Il contribuente italiano paga bestemmiando lo
Stato. Non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria
funzione sovrana». La frase è di Piero Gobetti e risale proprio al
1924. Nel giro di un paio di anni, ironia del destino, anche a lui
sarebbe toccata la stessa sorte di Matteotti: morire a causa di
un'aggressione di camicie nere. —
- Francesco La Licata
Bombe, depistaggi, ricatti e
politica il lungo filo nero di Cosa Nostra
Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese, detto "Lucchiseddu", sono
dunque indicati - con tanto di imprimatur giudiziario - come due
degli esecutori materiali dell'omicidio di Piersanti Mattarella,
fratello dell'attuale Capo dello Stato, assassinato a Palermo il
giorno dell'Epifania del 1980. Sono trascorsi 45 anni ma, alla fine,
quello che era sulla bocca di tutti sembra aver ricevuto un qualche
riscontro investigativo.
Non sembri, questo, un traguardo trascurabile (i due stanno
scontando più di un ergastolo per altri delitti) nell'attività che
magistrati e inquirenti svolgono da anni nel tentativo di offrire
una chiara matrice per un delitto oggettivamente identificabile come
"politico" e quindi attribuibile alla mafia, ma anche ad "interessi
alti" di gruppi di potere occulti. Sembra perciò, in questo senso,
abbastanza stucchevole e fuorviante il dibattito che focalizza tutta
l'attenzione sul fatto che Lucchese e Madonia sono mafiosi e quindi
il "delitto è solo di matrice mafiosa".
Non è così e la storia di Cosa nostra e di questi due personaggi ne
rappresenta la prova più evidente. Cosa nostra e "fasci" hanno
attraversato, soprattutto in Sicilia, lunghi periodi di sinergia e
di scambio di favori, coinvolti nella loro principale missione che
era quella di fermare l'avanzata della sinistra e impedire al Pci
l'ingresso nei governi. Attività intrapresa già all'indomani della
fine della guerra (subito dopo lo sbarco degli Alleati) con il
terrorismo banditesco di Salvatore Giuliano (Portella della
Ginestra, 1947), eterodiretto dai servizi di sicurezza, dalla mafia
e dagli agrari che difendevano i loro privilegi.
Certo, Nino Madonia non era ancora nato e neppure "Lucchiseddu", ma
Cosa nostra c'era già e c'era per esempio Bernardo Brusca (padre di
Giovanni il bombarolo di Capaci) che "mediava" tra la banda Giuliano
e l'Alto commissariato per la lotta al banditismo. Ma i legami e gli
abbracci inconfessabili durano nel tempo e si tramandano grazie alla
grande forza ricattatrice che possono esercitare.
Per questo chi ha vissuto in Sicilia gli anni del compromesso e del
"quieto vivere" non può stupirsi nell'apprendere degli indizi (nuovi
e vecchi) emersi nelle indagini sull'assassinio politico di
Piersanti Mattarella. Chi ha superato una certa età ricorda come
spesso coincidessero le attività criminali di mafiosi e militanti
"neri". Gli Anni Settanta "siciliani" meritano di essere, in questo
senso, ripensati.
Nino Madonia è il figlio maschio grande di Francesco, detto "Cicciobomba"
per la sua "passione" verso gli esplosivi e nei confronti della
"polizia senza divisa", i Servizi. Era il 1970 e Cosa nostra aveva
da poco aderito al progetto di golpe del comandante Junio Valerio
Borghese salvo, poi, ripensarci quando l'ufficiale golpista chiese
un elenco dei mafiosi partecipanti. Lì saltò l'accordo che era stato
sottoscritto in una riunione in Svizzera cui avevano partecipato i
capi di Cosa nostra, tra cui Luciano Liggio, mentore e protettore
dei Madonia. Una promessa infranta, però, non può rinnegare una
solida amicizia.
Così negli Anni Settanta le strade di mafia e neri spesso si
incrociano. Palermo, Trapani e Catania vantano i gruppi criminali
egemoni e pure le punte di diamante del terrorismo nero. Due nomi su
tutti: Pierluigi Concutelli e Francesco "Ciccio" Mangiameli, che
navigano a vista nella galassia neofascista con l'occhio alla lotta
armata. E, dunque, può accadere che, mentre forma Ordine Nuovo,
Concutelli venga candidato alle elezioni dal Movimento Sociale di
Almirante. E Mangiameli rompa col partito d'origine per dirigersi
verso quella Terza Posizione che lo porterà a morire, ucciso in una
faida tutta interna ai "fasci" di Fioravanti e Cavallini. Verrà
ripescato in fondo al lago di Tor de' Cenci, a Roma, dopo essere
stato a Palermo e forse messo al corrente del progetto per eliminare
Piersanti Mattarella, politico inviso alla mafia, certo, per le sue
prese di posizione che mettevano in crisi il sistema di corruzione
tenuto in piedi dai grandi appalti regionali e nazionali, ma odiato
anche per la sua politica di apertura verso la sinistra. Ecco perché
spesso la sua figura viene accostata a quella di Aldo Moro.
Era, quello, il periodo in cui i fascisti compivano a Palermo
attentati molto mirati - famosi quelli ai tralicci dell'Enel e ai
negozi di Luisa Spagnoli - e li rivendicavano a nome di formazioni
della sinistra. Tenevano campi militari e organizzavano convegni a
copertura di esercitazioni belliche (a Menfi, tra Agrigento e
Trapani). A Campofelice di Fitalia (Palermo) fu tenuto un seminario
sulla "cultura di destra" (lo scrittore francese Pierre Drieu La
Rochelle), "arricchito" da una sana attività militaresca. Ma
soprattutto era un periodo in cui "ballava" una quantità
impressionante di esplosivi. Ma non la gestivano i "neri", i
candelotti erano una specialità di "Cicciobomba". Ne fu prova ciò
che accadde la notte dell'ultimo dell'anno 1970, quando cinque
cariche esplosive colpirono in contemporanea altrettanti siti
istituzionali (assessorati regionali e la sede del Comune di
Palermo).
Le bombe di Capodanno provocarono panico e clamore, fu chiaro che si
"trattava di soldi", nel senso che la mafia chiedeva qualcosa che
l'amministrazione pubblica negava. Ovvio che fosse una questione di
appalti che aspettavano di essere sbloccati, come auspicava, per
esempio, Vito Ciancimino. Poche ore dopo i "botti", l'allora
capitano dei carabinieri Giuseppe Russo (che di azzardi si
intendeva) si precipitò in via Castelforte a perquisire casa e
magazzino di "Cicciobomba" trovando 400 candelotti di dinamite. Come
faceva a sapere, Russo? Forse l'ufficiale e "Cicciobomba" si
conoscevano da prima?
Questo era il clima: Mangiameli gestiva un club di picchiatori (Il
Trocadero), menava gli studenti di sinistra e non veniva mai
arrestato mentre Concutelli, tra una riunione e l'altra dentro
Ordine Nuovo, si assentava per frequentare la Camea, Loggia
massonica imbottita di politici e mafiosi o per esercitarsi nella
pineta di Bellolampo con mitragliette clandestine. C'è da
meravigliarsi se il terrorista sia riuscito a ottenere, da
ergastolano semilibero, il posto di guardiano al cimitero del Verano,
prima di morire per una grave malattia?
E meno male che simile considerazione non ha ricevuto Madonia quando
ha chiesto un permesso premio, forse approfittando del "buonismo" di
cui hanno goduto fior di boss in queste ultime settimane. —
|
05.01.25
-
la storia
La guerra di Piero contro la Sla e l'Inps "Mi negano il sussidio per
un cavillo"
Dopo una vita da ufficiale dell'Aeronautica in giro per il mondo, il
signor Piero Scurpa si trova immobilizzato in un letto di una Rsa
della Lombardia. L'unica parte del corpo che riesce a muovere sono
le palpebre, oltre a un dito. La respirazione è indotta con un
ventilatore meccanico. Ha 46 anni, due figli. Faceva il manutentore
dei Tornado. Nel 2018 ha accusato i primi sintomi: «Una pesantezza
anomala degli arti inferiori». La situazione è degenerata in pochi
mesi. «Dopo una serie di esami, sono stato ricoverato all'ospedale
Besta di Milano. Lì mi hanno diagnosticato la malattia del
motoneurone, più nota come Sla, quella che ha decretato il mio
passaggio al regno dei malati incurabili».
La malattia avanza. Ferma i muscoli uno dopo l'altro, ma lascia il
cervello intatto. Il signor Scurpa è perfettamente lucido,
immobilizzato e lucido. Avrebbe diritto a un'indennità di
accompagnamento da 500 euro al mese per poter rallentare questa
corsa verso il nulla e alleviare le sue sofferenze. Ma l'Inps, che
nel 2021 gliel'aveva concessa quando le sue condizioni erano meno
gravi, adesso gliel'ha revocata con questa spiegazione: «Per
concedere l'accompagnamento serve una data di fine ricovero». «Solo
che nessuno conosce quella data», dice l'avvocato Gian Maria Mosca
di Torino. «Questa è una storia vera da non poterci credere».
Tutte le parole virgolettate che leggete in questo articolo sono il
pensiero preciso dell'ufficiale in congedo Piero Scurpa. Le ha
scritte di notte, con il puntatore oculare. Una lettera dopo
l'altra, frase per frase. Il suo sembra l'incubo di un servitore
dello Stato che vuole vivere, ma che adesso si trova lo Stato
contro. «Non sono io contro lo Stato, non lo sarò mai. Casomai io
sono contro una burocrazia troppo rigida nei formalismi, che
ostacola accessi a misure che mi spettano sicuramente per la
condizione in cui mi trovo. Mi hanno rincuorato le parole
pronunciate dal nostro presidente della Repubblica, Sergio
Mattarella, nel discorso di fine anno. Mi spingono a combattere per
avere le cure».
Di fronte alla domanda scritta direttamente dal signor Scurpa,
sempre con il suo puntatore oculare, dall'Inps è arrivata la più
paradossale delle risposte: «Attualmente l'istituto non dà la
possibilità di ricevere l'accompagnamento, se non dopo la fine del
ricovero. Si consiglia di iniziare una azione giudiziaria per capire
se un giudice possa riconoscere questo diritto». E cioè: l'Inps gli
ha consigliato di fare causa all'Inps. Ma da quando l'avvocato Mosca
è stato incaricato di sostenere questa battaglia legale, non dorme
più neanche lui. «Stiamo promuovendo la causa, certamente. C'è una
sentenza della Cassazione molto chiara nello stabilire il diritto
all'accompagnamento anche in caso di ricovero. Ma conosciamo i tempi
della giustizia italiana e sappiamo che non corrispondono affatto a
quelli della malattia».
La malattia è veloce, la giustizia è lenta. Il signor Scurpa non può
avere quel minimo sostegno – due ore al giorno – che sarebbe
fondamentale. Anche la struttura in cui si trova ricoverato ha
fornito un certificato per suffragare la sua domanda: «Si certifica
che il signor Scurpa è affetto da sclerosi laterale amiotrofica, in
ventilazione meccanica... Durante questo periodo di degenza abbiamo
rilevato la necessità che venga supportato emotivamente durante la
giornata e con anche una opportuna stimolazione individuale.
L'attività individuale permetterebbe a Piero di essere più sereno e
protetto dalle ansie di malattia in un ricovero per lui necessario».
Niente. Risposta negativa. Lo Stato contro. Anche se a Piero Scurpa
non piace pensarla così. «Io sono un ufficiale dell'Aeronautica
Militare italiana in congedo, ho svolto numerose missioni anche
all'estero. Mi occupavo della manutenzione del Tornado, il velivolo
che ci era stato assegnato. Il mio compito, con la squadra, era di
consegnarlo in condizioni perfette al pilota. Intanto ho cercato di
essere un buon marito e un buon padre».
Già, un padre. Ha due figli di 7 e 13 anni. «I motivi che mi
spingono a lottare ancora contro questa malattia sono semplici: il
primo è la mia indole combattiva, per cui troverei troppo facile
mollare e lasciarmi andare. Il secondo motivo sono i miei figli. Mi
hanno letto quello che ha scritto il più piccolo, nella consueta
lettera di Babbo Natale: non voleva nessun regalo, perché ha detto
di avere già tutto, ma ha chiesto se poteva guarire suo padre.
Queste parole mi danno una forza enorme».
E così, sono loro: il signor Piero Scurpa, la sua famiglia, i due
figli, il cugino Massimiliano Subiaco - «Dobbiamo essere rapidi,
perché questa malattia è rapidissima» – con l'avvocato Gian Maria
Mosca, tutti davanti al grande Moloch della burocrazia italiana.
Eppure, ecco come viene definito l'assegno di accompagnamento dalla
stessa Inps: «È una prestazione economica, erogata a domanda, a
favore dei soggetti mutilati o invalidi totali per i quali è stata
accertata l'impossibilità di deambulare senza l'aiuto di un
accompagnatore oppure l'incapacità di compiere gli atti quotidiani
della vita». Chi più del signor Scurpa, purtroppo per lui, ne
avrebbe diritto?
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PERCHE' NO A TORINO ?: firmato dalla regista giorgia furlan
"Il delitto perfetto", arriva
anche il docufilm Il 9 gennaio l'anteprima a Roma e Bologna
Il docufilm di Giorgia Furlan Magma. Mattarella, il delitto perfetto
è un'indagine su quello che viene descritto come il delitto più
grave dopo quello di Aldo Moro. Piersanti Mattarella era un suo
pupillo e un suo erede: in Sicilia, di cui era presidente, ne aveva
ripreso la linea di un rinnovamento della vita politica e di
convinte aperture verso il Pci. Il docufilm – prodotto da Mauro
Parissone per 42° Parallelo, Antonio Campo dell'Orto e Ferruccio De
Bortoli – verrà presentato a Roma con un'anteprima nazionale il 9
gennaio 2025 al cinema Moderno, e a Bologna con una proiezione
speciale al cinema Modernissimo. Attorno al caso Mattarella vengono
ricostruite le vicende che avevano visto la nascita di un governo
regionale che aveva alzato il velo sul sistema siciliano delle
connivenze e della convergenza di interessi tra mafia, poteri
occulti e politica. —
- il caso
"Ecco chi erano i killer di Mattarella" La nuova pista grazie alle
foto d'archivio
Riccardo Arena
Palermo
Del patto inconfessabile tra neri e mafiosi era convinto lo stesso
Giovanni Falcone e la pista che indicava come esecutori materiali
due terroristi neofascisti è stata a lungo seguita, anche in tempi
recenti, pure quando - pure contro ogni ostacolo processuale -
Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini erano stati ancora ritenuti
al centro della complessa trama dell'omicidio di Piersanti
Mattarella, fratello di Sergio. La stessa pistola che avrebbe ucciso
il presidente di una Sicilia che voleva avere «le carte in regola»
avrebbe poi assassinato il giudice Mario Amato, pochi mesi dopo, a
giugno del 1980: mancavano però i riscontri, l'identità tra le ogive
esplose nei due delitti non era certa. E lasciamo stare che i due
"neri" sono stati assolti con una sentenza che è definitiva da un
quarto di secolo, ostacolo processuale tecnicamente insormontabile.
Ora però vengono fuori gli indagati e i due possibili esecutori
materiali sarebbero nomi di peso nell'universo mafioso: uno è Nino
Madonia, superkiller e appartenente a una famiglia di rango, figlio
di Francesco, un componente della commissione condannato (con Riina
e Provenzano) come mandante del delitto. Madonia da anni ormai è
sospettato di avere sparato a Piersanti Mattarella anche per via
della sua somiglianza - all'epoca - con Fioravanti. L'altro è
Giuseppe Lucchese, "Lucchiseddu", superkiller di mafia. Scontano
entrambi ergastoli, potrebbe non fare alcuna differenza, per loro,
uno in più o in meno. E però quel delitto di 45 anni fa si porta
dietro ancora mille misteri, sebbene si parli del fratello
dell'attuale presidente della Repubblica, tra i primissimi a
intervenire – inutilmente – in soccorso del prossimo congiunto. Il
grumo di interessi mafiosi e di altro genere, politici e
imprenditoriali innanzitutto, contro quell'anomalo democristiano
allievo di Aldo Moro e insensibile ai richiami all'ordine e
all'equilibrio costituito di pacifica convivenza e connivenza del
tempo, non è mai emerso con nettezza. Se dovessero essere
individuati i killer, ci sarebbe comunque un tassello di verità in
più.
Il processo che fu celebrato all'epoca, su input del procuratore
aggiunto Giovanni Falcone e dei sostituti Giuseppe Pignatone e Guido
Lo Forte, prendeva in considerazione - non a caso - i "delitti
politici" (Mattarella, Reina, La Torre, Dalla Chiesa) nel loro
complesso. Un'auto sospetta, fotografata per caso sul luogo del
delitto, in via Libertà: ci sarebbe questo, alla base della nuova
ipotesi investigativa che ha portato a una decisa accelerazione
dell'inchiesta, già riaperta anni fa. Un riscontro possibile per
circoscrivere il novero dei sospetti e anche per escludere
definitivamente che quel giorno avesse agito Fioravanti e non
Madonia. La somiglianza tra i due potrebbe avere tratto in inganno
la vedova del presidente, Irma Chiazzese, che in aula si era detta
sicura che a sparare fosse stato Fioravanti. Nei mesi scorsi una
lettera anonima era stata recapitata ai familiari: lì si indicava il
killer, con tanto di identikit e foto del possibile colpevole. Poi
gli investigatori della Dia erano andati nelle redazioni di
quotidiani, televisioni e agenzie di stampa, alla ricerca di foto e
articoli. Avevano riprodotto tantissimo materiale, anche fogli di
vecchi giornali dell'epoca e si sarebbero imbattuti nella foto di
un'auto non rubata, riconducibile a soggetti legati a Cosa nostra.
Il 6 gennaio 1980 un killer dagli occhi di ghiaccio, con estrema
freddezza, sparò una prima volta quattro colpi con una calibro 38
Special e, dopo che la pistola si era inceppata, andò a cambiarla,
facendosi passare una Smith&Wesson dal complice che lo aspettava su
una 127 rubata. Camminando con andatura ballonzolante si riavvicinò
alla Fiat 132 su cui c'erano il presidente siciliano, che la
domenica rinunciava alla scorta per andare a messa, la moglie, che
cercò di fargli scudo col corpo, rimanendo ferita, la madre di lei e
i figli della coppia: Maria, recentemente scomparsa, e Bernardo, ex
deputato regionale del Pd. Sergio Mattarella, che abitava di fronte
(e ha ancora casa lì) venne immortalato mentre cercava di tirare
fuori dalla 132 il fratello morente, in una storica foto di Letizia
Battaglia, che passava di là per caso e scattò senza sapere chi
fosse la vittima. Si moriva tanto, a Palermo, allora, si faceva
fatica persino a capire che avevano sparato al presidente della
Regione. —
-
recensioni
Il bazar
delle
lorenzo cresci
«Comprare recensioni su TripAdvisor». Basta un clic. Il motore di
ricerca si avvia e restituisce il paradiso, anzi, la «reputation».
Perché di quella si vive, in fondo, soprattutto se fai ristorazione.
Ci sono siti – che si presentano come agenzie – che mettono in
vendita pacchetti di voti tra gli 11,90 e i 15,90 euro. La selezione
è ampia: il commerciante può scegliere tra due Opzioni («I tuoi
commenti» oppure «Commento su misura») e anche quante recensioni al
giorno: una, due o tre. D'altro canto, garantisce l'agenzia «con
sedi a Roma e New York», ormai «più dell'80% degli utenti Internet
consulta le recensioni dei clienti e le loro stelle su un sito prima
di andarci. I buoni commenti aiutano a indirizzare questi utenti
alla tua piattaforma». Secondo un sondaggio di Fipe-Confcommercio il
valore percentuale è del 65%, ma comunque resta molto alto.
Questa è l'offerta low cost, perché le agenzie considerate di alto
livello – GetAFollower, Media Mister o Buy Real Media – chiedono
anche 57 euro a recensione su TripAdvisor. L'aspetto curioso è che
non necessariamente si possono acquistare soltanto recensioni a 5
stelle. Sono in commercio anche quelle a 1 o 2 stelle, per cercare
evidentemente di mitigare l'entusiasmo. Una delle ricerche più
recenti della stessa TripAdvisor – il Review transparency report
datato 2022 – sostiene che «oltre 1,3 milioni di recensioni al mondo
sono risultate false», ovvero il 4,3% di quelle complessive, un dato
in crescita rispetto agli anni precedenti, anche se condizionato dal
periodo del Covid, quando soprattutto associazioni come
Confesercenti denunciarono le false recensioni scritte dai No Green
Pass. Ma c'è un elemento importante: i pareri manipolati perché a
pagamento in realtà sono stati appena 24.500, e l'Italia è tra i
primi Paesi al mondo, quinta, tra Turchia e Vietnam.
È un grande bazar, insomma, quello delle recensioni, se non fosse
che di mezzo c'è autenticamente la credibilità: del ristoratore e
del cliente. Il ristoratore mettendoci la faccia, il cliente spesso
l'anonimato. Un po' come nel caso avvenuto a Roma negli scorsi
giorni: «Esperienza del tutto inaspettata, completamente deludente
per il nostro gruppo», scrive il cliente. «Peccato che un ragazzo
abbia avuto la brillantissima idea di lanciarsi dalla finestra, e
gli altri abbiano giocato a tennis con i taglieri dei salumi»,
risponde il proprietario del ristorante.
Chi non si è piegato a una pioggia di improvvise recensioni negative
– dopo centinaia di giudizi positivi – è il ristoratore
dell'Hostaria Ducale di Genova, Enrico Vinelli. Che ha fatto causa
(vincendola) a Google. «Improvvisamente mi sono arrivati decine di
giudizi negativi, ma non credibili – racconta Vinelli – Un sedicente
cliente addirittura diceva di "aver mangiato qui la peggiore pizza
di Roma". Erano tutte in inglese, fioccavano una dopo l'altra». A
quel punto l'imprenditore si rivolge a Google chiedendo di
verificare le recensioni, ma il colosso dice che non è così, in
fondo quelle recensioni non hanno contenuti offensivi. Si arriva in
procura e, dimostrata la falsità dei contenuti, Google viene
costretta a rimuovere le recensioni lasciate da un cosiddetto "bot",
e, si legge nell'ordinanza, «usando l'ordinaria diligenza, ne
avrebbe potuto facilmente riconoscere la falsità, provvedendo quindi
autonomamente alla loro eliminazione».
Si è scagliato direttamente contro un cliente, invece, Simone
Angeli, proprietario del ristorante "Chi Burdlaz" di Marina centro a
Rimini (2.542 recensioni su Google, media di 4,3 stelle su 5), che
ha querelato per diffamazione aggravata un cliente tedesco che aveva
pubblicato online una recensione negativa, aggiungendo che non gli
era stato rilasciato uno scontrino fiscale (accusa giudicata falsa,
perché il pagamento elettronico del conto dimostrerebbe il
contrario). I fatti sono del 2022, «la querela è rimasta» conferma
il proprietario al telefono, anche se la pratica è ferma e non c'è
stato uno sviluppo giudiziario. Altri casi? «Ogni tanto capita,
rispondo solo se mi fanno realmente arrabbiare, altrimenti lascio
perdere», conferma. Altri casi arrivano in ordine sparso da ogni
parte d'Italia: il ristorante Rigoletto di Mantova è stato
tempestato di giudizi negativi dopo aver partecipato alla
trasmissione tv di Alessandro Borghese per l'atteggiamento della sua
proprietaria, così come un ristoratore di Arezzo che nella stessa
trasmissione aveva affermato di essere gay. E c'era un autista di
autobus romagnolo (condannato) dietro decine di recensioni negative
al ristorante Artrov di Rimini, reo di non somministrare spritz,
mentre era un vicino di casa indispettito dalla musica che proveniva
dal locale a scrivere «Very bad... pessimo» dell'agriturismo di Jesi
"bocciato" nelle recensioni.
C'è di tutto, insomma ma in generale il problema secondo i
ristoratori è uno: «Chiunque può lasciare una recensione in forma
anonima, mentre piattaforme come The Fork sono sulla carta più
affidabili perché offrono un servizio di prenotazione. Il cliente,
arrivato al ristorante, viene "segnato" presente e solo a quel punto
potrà scrivere una recensione». Sulla carta sicuro, ma siccome non
sempre è solo il cliente ad avere torto, c'è chi ha scoperto un
inganno: può essere lo stesso ristoratore a prenotare – magari
usando il nome di un conoscente o di un parente – quindi segnalare
l'arrivo del presunto cliente con l'apposita app, pagare 2,50 euro
di commissione e infine liberare il tavolo. E rilasciare un giudizio
(positivo). In fondo, business is business: e 2,50 euro è meglio dei
57 euro proposti dalle agenzie di vendita recensioni. —
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Le carte degli Usa
di
La rete
Abedini
Roma
Della storia di Mohammad Abedini, l'ingegnere iraniano arrestato a
Malpensa su mandato degli Stati Uniti, restano alcuni aspetti da
chiarire. Si è scritto ieri, su questo giornale, della sua carriera
folgorante nell'industria militare, alla guida dell'azienda "Sdra",
e del rapporto con i suoi principali clienti, i Pasdaran. Washington
l'accusa di aver esportato illegalmente tecnologie americane in
Iran, fornendo un supporto all'associazione terroristica delle
Guardie della rivoluzione. Ma Abedini, per quanto intraprendente e
potente sia diventato, non può aver fatto tutto da solo. Quella che
segue è quindi la ricostruzione degli eventi fornita da un resoconto
delle indagini condotte dall'unità di controspionaggio dell'Fbi di
Boston, di cui La Stampa è in possesso. Da questo fascicolo emergono
il metodo e la rete di relazioni che avrebbero permesso ad Abedini
di penetrare nel mondo delle aziende statunitensi, esportare le loro
tecnologie e alimentare l'industria dei droni iraniana.
Nella storia di Abedini svolge un ruolo da protagonista un altro
ingegnere iraniano, Mahdi Sadeghi. È laureato all'Università di
Teheran e ha un dottorato alla Michigan University dove da
ricercatore guida un progetto per lo sviluppo di Mav, droni poi
rimpiazzati dai moderni Uav. Vive in Massachusetts e qui nel 2015
fonda insieme a due soci la "Tacit Motion", un'azienda che si
dovrebbe occupare di sensori di movimento per il fitness.
Nell'agosto dello stesso anno chiede e ottiene un prestito da 790
mila dollari dalla "Fondazione nazionale per le élite iraniane", un
ente governativo di Teheran sospettato di svolgere un ruolo di
scouting per i Pasdaran. L'accordo dietro questo prestito prevede -
secondo l'Fbi - che Sadeghi crei una società gemella di "Tacit
Motion" in Iran e che condivida la proprietà intellettuale dei
prodotti che svilupperà negli Usa. I due soci di Sadeghi sanno di
essere entrati nel territorio dell'illegalità. Il 3 dicembre 2015
avviene questo scambio di mail: «Avrei bisogno dei weekend liberi» -
«Puoi avere tutti i weekend liberi che vuoi, se prometti di portarmi
un po' di chai in prigione». E ancora, il 1 agosto 2016, Sadeghi
interroga uno dei soci sulla società gemella iraniana. «Immagino - è
la risposta - che dovrei sapere almeno che nome abbia quando verrò
condannato in tribunale».
Subito dopo aver ricreato l'azienda di sensori per il fitness a
Teheran, nel 2016 viene messo in contatto con Abedini e la sua "Sdra",
che già da anni progetta componenti di missili balistici per i
Pasdaran. Abedini - per l'intelligence - capisce che la presenza di
Sadeghi negli Usa può rivelarsi utile: ha bisogno di tecnologia
americana per far crescere la Sdra. Prima, però, devono fidarsi
l'uno dell'altro. Così, Sadeghi firma un contratto da 250 mila
dollari per acquisire da Sdra firmware e prototipi di hardware. Poi,
nel dicembre 2016, ordina del materiale elettronico da un'azienda
statunitense e nella bolla di spedizione del pacco, che arriva in
Massachusetts, si specifica che alcuni di quei prodotti verranno
esportati e viene segnato come "riferimento cliente" la Sdra per due
di quei prodotti. Il 2 gennaio 2017 vola quindi a Teheran, per
tornare negli Usa il 10 gennaio, portando con sé – sospettano gli
Usa – i due materiali per Abedini, violando i divieti di
esportazione. Abedini ora sa che può contare su Sadeghi e tra il 2 e
il 10 gennaio lo invita spesso nella sede della Sdra. In almeno tre
occasioni, infatti, l'Fbi registra che Sadeghi consulta le sue mail
dall'indirizzo IP della Sdra. E anche dopo la partenza di Sadeghi, i
due restano in contatto.
Nell'agosto 2017 Sadeghi parla a Abedini della sua idea: una
collaborazione tra la sua Tacit Motion e l'azienda americana A.D..
Sa che è la preferita di Abedini, quella con cui l'amministratore
della Sdra ha intrattenuto rapporti fin dall'inizio delle sue
operazioni. Sadeghi dice di avere un contatto in quell'azienda: un
suo ex compagno della Michigan University. È un'occasione perfetta.
L'inasprimento delle sanzioni americane voluto da Donald Trump nel
maggio 2018 porta a un'accelerazione. Abedini, pochi mesi più tardi,
fonda una nuova società in Svizzera, la Illumove: una vetrina
europea per poter ricevere materiale elettronico dagli Usa e - si
sospetta - esportarlo in Iran. Ma l'obiettivo - secondo l'Fbi - è
più ambizioso: infiltrarsi in una delle più importanti aziende
tecnologiche americane. Sadeghi continua quindi a lavorare sul suo
contatto in A.D. e nel marzo 2019 (un mese dopo essere stato di
nuovo a Teheran nella sede della Sdra) ottiene il primo successo:
riesce a farsi assumere in A.D. come ingegnere. Si è aperta una
breccia. E i due la sfruttano. Sadeghi presenta Abedini come Ceo
della Illumove, ne tesse le lodi, fino a ottenere nell'agosto 2021un
contratto di collaborazione tra A.D. e Illumove. Abedini dovrà
sviluppare uno strumento per valutare prodotti di A.D., che si
chiamerà "Evaluation Board Project". A.D. inizia quindi a inviare
materiale in Svizzera e i viaggi di Abedini da Losanna a Teheran
aumentano. Tra i prodotti inviati ci sono sensori e semiconduttori
che verranno utilizzati, poi, sul sistema di navigazione Sepehr
prodotto dalla Sdra e venduto ai Pasdaran per i loro droni militari.
Compreso quello che ucciderà nel gennaio 2024 tre militari americani
in una base in Giordania. Quando l'Fbi recupera e analizza il chip
di quel drone, estrapola dei dati dal microcontroller e scopre che è
stato prodotto dalla Sdra. Anche il chip è, a vista, sostanzialmente
identico a quello fornito dalla Sdra, come testimonia la foto di un
chip prodotto dall'azienda di Abedini che l'Fbi trova nel suo
archivio mail.
Abedini intanto è lanciato e a nome di Illumove propone alla A.D. di
sviluppare prodotti che ha già creato, come «NavStudio», un sistema
di navigazione sviluppato dalla Sdra iraniana e che può essere
applicato al sistema Sepehr per droni militari. Mette quindi al
lavoro sul progetto i dipendenti della Sdra a Teheran, pagandoli in
dollari americani. E i dipendenti si lamentano: «I pagamenti in
dollari a chi lavora in Iran sono una cosa ingiusta!», si legge in
una mail. «Dovrebbero considerarlo un lavoro della Sdra», replica il
collega. Condivide con i dipendenti della Sdra, da marzo 2022 ad
aprile 2024, innumerevoli schede tecniche e informazioni su prodotti
della A.D., anche se "riservati" o etichettati dal governo Usa come
«materiale antiterrorismo». Nell'indagine Fbi ci sono nomi, numeri,
date, mail, documenti. E su queste prove dovrà decidere la Corte
d'Appello di Milano se estradare Abedini negli Usa o se, come prova
a dire Teheran, sono solo «false accuse». —
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STATO DI SALUTE
liste d'attesa
I fantasmi
delle
Così su La Stampa
Paolo Russo
roma
Dietro le liste di attesa che si allungano ci sono anche gli
assistiti habitué della "buca". Quelli che si rivolgono al Cup per
prenotare e che poi, il giorno fatidico, al momento di dover
effettuare una visita specialistica o un esame diagnostico non si
presentano, senza nemmeno degnarsi di disdire prima l'appuntamento.
Senza curarsi del fatto che così facendo ambulatori, centri
diagnostici e laboratori di analisi non hanno più il tempo di
chiamare chi era in lunga attesa per ottenere la stessa prestazione.
Un gesto di "maleducazione sanitaria" che secondo i calcoli del
ministero della Salute fa saltare ogni anno circa il 20% di visite e
accertamenti vari programmati. Detta così sembra non poi così grave.
Salvo scoprire che di prestazioni diagnostiche e specialistiche il
nostro Ssn ne eroga qualcosa come 760 milioni l'anno e che quindi
sono oltre 150 milioni le analisi, le tac, risonanze e gli
appuntamenti dal medico saltati, che vanno ad allungare l'attesa di
chi invece aspetta mesi se non anni, quando si parla di prestazioni
diagnostiche come tac, risonanze o ecografie.
Per non parlare anche del danno economico, perché dietro a quegli
accertamenti per cui si è "dato buca" ci sono comunque costi per il
personale e di ammortamento dei macchinari. Calcolando che per la
specialistica e la diagnostica il costo stimato si aggira intorno ai
20 miliardi euro l'anno, si parla di uno spreco di circa 4 miliardi,
che si sarebbero potuti utilizzare per risollevare un po' le sorti
della nostra sanità pubblica in perenne debito di ossigeno.
Considerando sempre due assistiti su dieci che non si presentano,
ecco che, nel dettaglio, ad andare in fumo sono 114 milioni di
prestazioni di laboratorio su 572 milioni erogati ogni anno. A
questi si aggiungono circa 12 milioni di diagnostica, 6 di sedute
per la riabilitazione, 7 milioni di attività terapeutiche varie e
quasi 11 milioni di visite specialistiche.
Usando ancora di più la lente di ingrandimento, parliamo di quasi un
milione di Tac non fatte, 2,8 milioni di radiografie, due milioni di
ecografie e 900 mila risonanze magnetiche che si potevano casomai
effettuare a chi ne aveva realmente bisogno. Anche se non è detto
che dietro il fenomeno di chi salta l'appuntamento ci sia sempre una
sorta di consumismo sanitario. Quello che fa prescrivere visite e
accertamenti senza una vera ragione, ai quali poi si rinuncia vari
motivi, anche futili. In molti casi infatti c'è la cattiva abitudine
di prenotare anche dopo aver già ottenuto un appuntamento, cogliendo
caso mai l'offerta del Cup di uno a distanza di tempo più
ravvicinata. Questo però senza degnarsi di disdire la visita o
l'accertamento già fissato precedentemente.
Della cattiva abitudine si è accorto il ministro della Salute,
Orazio Schillaci, che nel decreto taglia liste di attesa del giugno
scorso all'articolo 3, comma 5, prima prevede che il Cup due giorni
prima contatti l'assistito chiedendogli conferma dell'appuntamento.
Poi al successivo comma 7 stabilisce che a quel punto «l'assistito,
anche se esente, che non si presenta nel giorno previsto senza
giustificata disdetta, salvi i casi di forza maggiore e
impossibilità sopravvenuta, è tenuto al pagamento all'erogatore
pubblico o privato accreditato della quota ordinaria di
partecipazione al costo, stabilita dalle norme vigenti alla data
dell'appuntamento, per la prestazione prenotata e non usufruita».
Tradotto: se non ti presenti all'appuntamento e non hai disdetto
prima paghi il ticket. Che per quel 20% di assenti ingiustificati a
visite e accertamenti vari fa 1,8 miliardi in un anno. Altri soldi
che lo Stato potrebbe incassare ma che non incamera. Perché lo
stesso decreto legge per applicare la tassa prevede, sempre
all'articolo 3, comma 5, l'emanazione di specifiche linee di
indirizzo che a distanza di sei mesi dall'approvazione del Dl non
risultano ancora essere state predisposte e nemmeno sembrano in
procinto di esserlo.
Così come tra i provvedimenti attuativi del medesimo decreto manca
quello che doveva dar vita al tassello forse più importante: la
norma taglia coda, che consentirebbe agli assistiti di rivolgersi
direttamente al privato pagando solo l'eventuale ticket, qualora nel
pubblico i tempi di attesa superino quelli massimi previsti per
legge. Che sono di 72 ore nei casi urgenti, 30 giorni per quelli
differibili (che diventano 60 per gli accertamenti diagnostici), 120
giorni per le prestazioni programmabili. Il "decreto Schillaci"
prometteva un passo avanti rispetto a oggi, perché al momento prima
si anticipano i soldi e poi si chiede il rimborso con tanto di Pec e
prova documentale di non aver ottenuto la prestazione nei tempi
massimi stabiliti per legge. Un percorso a ostacoli che rende di
fatto inesigibile questo diritto. Che tale resterà fino a quando non
verrà alla luce un qualche provvedimento o circolare che spieghi
come saltare la fila senza sborsare denaro in anticipo, sperando poi
nella remota possibilità di vederselo restituire dalla propria Asl.
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04.01.25
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L'atto di accusa dell'Fbi ad Abedini "Così lavorava per i pasdaran"
Federico Capurso
Roma
Sono intrecciati, ormai, i destini di Cecilia Sala e di Mohammad
Abedini, il cittadino iraniano arrestato il 16 dicembre scorso
all'aeroporto di Malpensa su mandato degli Stati Uniti. Teheran
pretende che non venga consegnato agli Usa. Washington invece ha già
chiesto l'estradizione ed entro 21 giorni invierà alla Farnesina il
fascicolo dell'inchiesta sulla base del quale la Corte d'appello di
Milano deciderà del destino di Abedini. La Stampa è in possesso di
un resoconto delle indagini portate avanti dal controspionaggio
americano su cui si fonda l'accusa contro Abedini e contro Madhi
Sadeghi. Entrambi sono imputati di aver cospirato per esportare
tecnologia statunitense in Iran, aggirando le sanzioni, e di aver
supportato le Guardie rivoluzionarie che gli Usa considerano
un'associazione terroristica.
Quella che segue è la ricostruzione della rapida ascesa di Abedini
nel mondo dei pasdaran, ottenuta attraverso il lavoro
dell'intelligence americana e le informazioni ricavate da fonti open
source. Ne emerge un personaggio che supera la semplice definizione
di «ingegnere dei droni». Come risulta chiaro, ad esempio, dal ruolo
di consulente, dal 2019 al 2021, al servizio dell'Ente di ricerca
per l'autosufficienza del jihad, un'organizzazione collegata alle
Forze aerospaziali delle Guardie rivoluzionarie. In questo ramo
delle milizie pasdaran vengono sviluppati sistemi missilistici,
veicoli militari, equipaggiamento per cyber attacchi, radar, e ha
tra i suoi "clienti" organizzazioni terroristiche come Hamas e
Hezbollah.
La carriera di Abedini inizia prestissimo. Ed è folgorante. Nel
2010, mentre sta svolgendo un dottorato in ingegneria meccanica
all'università Sharif di Teheran, viene avvicinato dal dipartimento
per le Relazioni industriali dell'ateneo, grazie al quale nel 2011,
appena 24enne, fonda insieme a due soci l'azienda San'at Danesh
Rahpooyan Aflak, nota come "Sdra". E ottiene il ruolo di
amministratore delegato, oltre al 32% delle quote della società. Non
sembra una start-up qualunque, almeno a giudicare dall'identità di
uno dei due soci, Amid Fazeli, già amministratore dell'Agenzia
spaziale iraniana. Dal 2011 al 2013 l'azienda di Abedini raccoglie
soprattutto informazioni, struttura l'azienda, abbozza i primi
progetti. È un periodo che coincide con gli anni centrali del
dottorato di Abedini alla Sharif University. Per l'intelligence
americana, già dal 2014 il giovane Ceo della Sdra è a conoscenza del
divieto di esportare in Iran tecnologia statunitense. Manda infatti
una mail a un'azienda in Massachussets - che chiameremo A.D. -,
vuole farsi spedire dei sensori per la sua tesi di dottorato in
robotica e meccatronica. Un dipendente di A.D. gli risponde, però,
che non può fornirglieli a causa del divieto di esportazione dovuto
alle sanzioni.
Nonostante questo, secondo il business plan della Sdra ottenuto
dall'intelligence, nel 2014 l'azienda di Abedini inizia comunque a
stipulare contratti con i pasdaran tramite il Centro industriale di
ricerca per la Marina e le Forze aerospaziali Shahed. Dalle carte
dell'inchiesta risulta, poi, che i tecnici della Sdra abbiano
lavorato con e per le Forze aerospaziali delle Guardie
rivoluzionarie su progetti per la produzione di missili balistici.
Abedini, però, compie il primo salto di qualità quando, grazie anche
al doppio passaporto iraniano e svizzero, nel 2015 ottiene un posto
da ricercatore all'École polytechnique fédérale di Losanna, in
Svizzera. Dunque, è in Europa. E dal gennaio 2016 - si legge nel
rapporto - è in grado di procurarsi materiale tecnologico americano.
Si rivolge ancora all'azienda A.D., ma questa volta chiede di
spedire tutto al nuovo indirizzo di Losanna. «Destinatario: Mohammad
Abedini, Sdra», si legge sui pacchi che contengono componenti per
sistemi di navigazione, utilizzabili su droni militari. L'obiettivo
successivo è riuscire a portarli in Iran. Sempre nel gennaio 2016
Abedini invia quindi una mail alle autorità dell'aeroporto di
Ginevra chiedendo se può trasportare «campioni» di prodotti di A.D.
sul volo per Teheran. Per i servizi Usa «mente alle autorità
svizzere» quando sostiene che siano «prodotti generici, non coperti
da restrizioni», utilizzati per progetti universitari. Gran parte di
quei materiali - si legge nel report - erano invece soggetti a
restrizioni. Sarebbe un reato, ma il viaggio è un successo. Nei
successivi due anni, Abedini inizia a ordinare materiale elettronico
da molte aziende Usa, sempre con lo stesso metodo. Attraverso queste
spedizioni ottiene - secondo l'intelligence - anche i
microtelecomandi che utilizzerà per il futuro prodotto di punta
della Sdra: il sistema di navigazione Sepehr per i droni "Uav" dei
pasdaran.
Nel 2018 Abedini deve però superare un nuovo ostacolo. L'8 maggio
l'allora presidente Donald Trump annuncia l'uscita degli Usa dal
Jpcoa, l'accordo sul nucleare iraniano che, in cambio di restrizioni
sullo sviluppo della tecnologia nucleare, allentava le sanzioni alla
Repubblica islamica. Poco dopo, gli Usa tornano a imporre un
massiccio sistema di sanzioni sull'export verso l'Iran. Per Abedini
è un problema serio. Non può continuare a farsi spedire materiale
per scopi universitari dalle aziende americane. Il 9 agosto un
professore universitario, suo amico, gli dice quindi che, «alla luce
delle proposte di partnership e del ritorno delle sanzioni
americane, deve spostare i suoi affari lontano dall'Iran. La
Svizzera - lo consiglia - sembra una buona opzione». E Abedini si è
già dimostrato intraprendente. Appena un mese dopo, il 10 settembre
2018, insieme a un nuovo socio svizzero, invia un business plan in
cui risulta cofondatore di una nuova società, la "SadraLab", che -
si legge nel business plan - si occuperà di fornire sistemi di
navigazione alle aziende. Viene omesso, invece, qualunque
riferimento alla Sdra e ai collegamenti con i pasdaran. A metà 2019
il nome SadraLab viene però bocciato dal "board" (l'intelligence
pensa che si tratti del consiglio d'amministrazione della Sdra),
perché se l'azienda deve essere una "vetrina pulita" attraverso cui
far arrivare materiale tecnologico dagli Usa, non può avere un
riferimento così smaccato alla Sdra iraniana. Nasce, così, "Illumove".
In un documento interno dell'azienda (secondo i servizi è una bozza
di accordo tra Abedini e il socio svizzero) si stabilisce che: «Illumove
è stata fondata con la funzione di ramo d'azienda per le vendite e
il branding della Sdra»; che Abedini è «l'azionista di maggioranza»,
perché le sanzioni all'Iran non permettono a Sdra di avere un ruolo
diretto in un'azienda svizzera; che i guadagni di Illumove sarebbero
stati «trasferiti alla Sdra tramite Abedini».
Il documento indica poi - scrive l'intelligence - che lo scopo
principale di Illumove è quello di aggirare le sanzioni all'Iran e
spiega, in parte, il modo in cui pensa di farlo. Così, nasce quello
che per gli Usa diventerà il cavallo di Troia attraverso cui Abedini
e la Sdra si avvicineranno alle aziende tech americane, penetreranno
al loro interno e riporteranno informazioni e tecnologie in Iran.
Due anni dopo nasce il sistema di navigazione Sepehr e i pasdaran lo
adorano. Nel 2021 l'87% di vendite del sistema di navigazione per
droni della Sdra è rappresentato da contratti con le Guardie della
rivoluzione. Nel 2022, con la guerra in Ucraina e la vendita di
droni a Mosca - si legge nel resoconto - le vendite del Sepehr
aumentano del 556% e i contratti con i pasdaran rappresentano,
ormai, il 99,5% dei profitti della Sdra. Il trucco funziona. —
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03.01.25
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Per la pg le garanzie sull'iraniano sono insufficienti. America in
allarme: "Altissimo pericolo di fuga"
Parere negativo sulla scarcerazione di Abedini Dall'America stoccata
all'Italia: 7 ricercati già evasi
monica serra
milano
Per la procura generale di Milano, le garanzie offerte dalla difesa
di Mohammad Abedini Najafabadi sono «insufficienti». I domiciliari
in un appartamento privo di controlli, messo a disposizione dal
consolato iraniano ma a tre chilometri dalla sua sede milanese, e la
revoca in caso di evasione del sostegno economico che Teheran gli
assicura sono ritenute «circostanze non adeguate» a escludere il
pericolo di fuga dell'uomo dei droni.
Con queste motivazioni, la procuratrice generale Francesca Nanni ha
dato parere negativo all'istanza di scarcerazione o, in alternativa,
di domiciliari avanzata dal legale dell'ingegnere iraniano, su cui
deciderà la Corte d'Appello in un'udienza che per legge non può
essere fissata prima del 13 gennaio.
Solo qualche ora prima, il ministero della Giustizia aveva trasmesso
a Milano una nota datata 2 gennaio con cui il Department of Justice
bacchetta l'Italia. E in cui, avendo «appreso dell'istanza di
domiciliari», gli Usa ricordano l'«altissimo rischio di fuga» di
Abedini, che può «compromettere il procedimento di estradizione» e
«vanificare risorse giudiziarie e processuali dell'Italia e degli
Stati Uniti». Come del resto – si sottolinea – è già capitato in
almeno sette casi negli ultimi quattro anni. Il primo e più noto
latitante dell'elenco è il figlio dell'oligarca russo Artem Uss,
fuggito dai domiciliari nel marzo del 2023 prima della decisione
sull'estradizione. Ma prima di lui – si ricorda nella nota – ci
erano riusciti la spagnola Laura Virginia Fernandez Ibarra, scappata
da Firenze, il nigeriano Efeturi Simeon, sospettato di truffe
informatiche, l'americano Christopher Charles Gardner, fuggito da
Genova, il greco Christos Panagiotakoupoulous scomparso in Veneto,
la svizzera Daisy Teresa Rafoi Bleuler, accusata di riciclaggio e
sparita da Milano, il tedesco Uwe Bangert, che nel 2019 ha ottenuto
i domiciliari a Trento. Tutti casi che «rafforzano» il fatto che i
domiciliari non «garantiscono efficacemente» la consegna del
latitante.
Nel file si fanno presenti le «ingenti risorse finanziarie» e i
«legami con il regime iraniano» di Abedini su cui pesano accuse
gravi. È sospettato di cospirazione per l'esportazione di componenti
elettronici sofisticati e di fornire sostegno materiale alle Guardie
della Rivoluzione islamica, inserite da Washington nella lista delle
organizzazioni terroristiche e che hanno portato alla morte di tre
militari statunitensi nel corso di un attacco con un drone a una
base militare in Giordania. Come ha spiegato anche al legale
dell'ingegnere, Alfredo De Francesco, che ieri ha ricevuto nel suo
ufficio, nel parere negativo la pg Nanni non è entrata nel merito
delle accuse «riservandosi un'approfondita e completa valutazione
all'esito degli atti» che si attendono dagli Usa e riguardano il
procedimento di estradizione per cui i tempi saranno più lunghi. Si
è limitata a valutare che le garanzie offerte «per il momento» nella
richiesta di domiciliari non bastano, anche se accompagnate da una
affidavit del consolato. Anche perché l'appartamento messo a
disposizione non è neppure frequentato da personale consolare.
E a poco servirebbe imporre ad Abedini il divieto di espatrio e
l'obbligo di firma come chiede la difesa. Nessun cenno compare,
ovviamente, negli atti all'arresto di Cecilia Sala. I giudici non
possono entrare nel caso diplomatico ma il governo potrebbe
intervenire sul fronte giudiziario: la legge prevede, infatti, che
in qualsiasi momento il ministro Nordio autonomamente possa decidere
di scarcerare Abedini. —
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02.01.25
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LA PROF.SSA MARIA GRAZIA SESTERO
MI HA LASCIATO DIRE QUELLO CHE PENSAVO CONDIVIDENDO 30 ANNI FA LE
MIE PROPOSTE DELLE PISTE CICLABILI : L'ex deputata e
presidente dell'Anpi aveva 82 anni. Da titolare della Viabilità
trasformò il centro e le periferie che continuava a sognare
"pedonali"
Addio Sestero, l'assessora che ridisegnò Torino Tolse le auto da via
Lagrange e piazza San Carlo
ANDREA JOLY
Ha trasformato via Lagrange, nonostante le polemiche. Ha ridisegnato
piazza San Carlo, rendendola il "salotto di Torino" senza auto. Ma
anche piazza Vittorio, con il parcheggio interrato lungo tutta la
spina dorsale del centro, e via Carlo Alberto, «resa pedonale con i
risparmi degli altri cantieri – racconta l'ex sindaco Sergio
Chiamparino, che le ha affidato le deleghe alla Viabilità in Comune
dal 2001 al 2011 – uno dei suoi tanti colpi da grande assessora». E
ancora: la Metro 1, la Spina centrale, le prime ciclabili in centro
come via Principe Amedeo e via dell'Arcivescovado: Maria Grazia
Sestero ha ridisegnato tutta Torino nel suo viaggio al servizio
della città, dall'esordio in Consiglio comunale nel 1978 a ieri,
quando si è spenta all'età di 82 anni alle prime ore del nuovo anno.
Torino, all'alba del nuovo anno, ha dovuto dire addio alla «madre
delle pedonalizzazioni». Ma non solo: Maria Grazia Sestero, volto
storico della politica torinese prima con il Pci e poi con
Rifondazione Comunista, Movimento dei Comunisti Unitari e
Democratici di Sinistra, è stata docente e preside del liceo
Einstein. E anche presidente dell'Anpi provinciale, missione per la
Memoria che ha portato avanti fino alle ultime ore della sua vita,
come ricorda l'attuale presidente della sezione torinese Nino Boeti:
«Nel nostro ultimo incontro a casa sua, durante la malattia, abbiamo
parlato di politica, dell'attuale governo così lontano da noi e dai
nostri ideali, dell'Anpi, del 25 Aprile prossimo e dell'Ottantesimo,
con tutte le iniziative che stiamo portando avanti».
L'impegno politico ha toccato tutti i fronti, dalla Città al
Parlamento come deputata della Repubblica dal 1992 al 1994. Ma è nel
suo ruolo da assessora alla Viabilità e ai Trasporti, tra il 2001 e
il 2011, che ha cambiato volto a Torino. «Gli angoli della città che
portano la sua firma sono troppi per citarli tutti - aggiunge
Chiamparino - ma tra i tanti mi piace citarne uno in periferia,
forse il fronte più nascosto di tutto il suo enorme lavoro per la
città». Quale? «Il sottopasso in piazza Rivoli. Senza quell'incrocio
sarebbe anche peggio di piazza Baldissera». Ridisegnare le periferie
è stato il suo ultimo sogno per la città. Tanto che, nell'ultima
intervista a La Stampa di luglio, suggeriva: «Le auto spariscano
anche lontano dal centro». «In giunta era una protagonista anche
quando le discussioni non trattavano le sue deleghe - conclude
Chiamparino - e sapeva arricchire sempre il dibattito».
Il primo a ricordarla, ieri mattina, è stato l'attuale sindaco
Stefano Lo Russo: «Ci lascia una parte importante della nostra
storia, sempre a disposizione della comunità. Ci mancheranno molto
la sua intelligenza e la sua ironia». «Ne ricordo la competenza, la
passione civile, l'attenzione e la cura per le persone, l'amore per
l'insegnamento e per una scuola aperta all'innovazione» è il
cordoglio dell'ex sindaco Piero Fassino. Nino Boeti, sull'impegno da
assessora, aggiunge: «Ha reso Torino una città europea», mentre l'ex
sindaca e parlamentare Chiara Appendino ha scritto: «Chiunque abbia
lavorato per Torino ha avuto a che fare con lei e col suo impegno
per la nostra città». In Parlamento l'hanno ricordata anche i dem
Andrea Giorgis - «Un esempio di impegno e di passione politica e
civile» - e Anna Rossomando: «Un riferimento autorevole e
battagliero, laddove la dialettica più aspra comprendeva sempre
l'ascolto dell'altro». E Marco Grimaldi, di Avs, studente
dell'Einstein ai tempi di Sestero preside: «Occupavamo ed eri sempre
pronta all'ascolto. Eri una grande donna, erede della storia
partigiana».
Da oggi Torino può salutarla presso la Casa Funeraria Memoria della
cooperativa Astra in lungo Dora Colletta 113/12 (14,30-17,30). —
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01.01.25
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LA LEGGE CALTAGIRONE-GROSS PIETRO :
DAGOREPORT – AVVISATE IL GOVERNO MELONI: I GRANDI FONDI
INTERNAZIONALI SONO SULLA SOGLIA PER USCIRE DAI LORO INVESTIMENTI
MILIARDARI IN ITALIA - I VARI BLACKSTONE, KKR, MACQUARIE, BLACKROCK,
CHE ALL’INIZIO AVEVANO INVESTITO IN AZIENDE DI STATO, BANCHE,
ASSICURAZIONI, RITENENDO IL GOVERNO DUCIONI STABILE E AFFIDABILE,
DOPO APPENA DUE ANNI SI SONO ACCORTI DI AVER BUSCATO UNA SOLENNE
FREGATURA - DAL DECRETO CAPITALI AD AUTOSTRADE, DALLA RETE UNICA
ALLE BANCHE, E’ IN ATTO UN BRACCIO DI FERRO CON NOTEVOLI TENSIONI
TRA I “POTERI FORTI” DELLA FINANZA MONDIALE E QUEL GRUPPO DI
SCAPPATI DI CASA CHE FA IL BELLO E IL CATTIVO TEMPO A PALAZZO CHIGI,
IGNORANDO I TAPINI DEL MANGANELLO, COSA ASPETTA LORO NELL’ANNO DI
GRAZIA 2025...La bozza è pronta e non manca molto per completare il
regolamento attuativo della legge capitali. In vigore da domani, è
ormai quasi certo che la Consob riesca a concludere il lavoro per
rendere operativa la norma già entro la fine di gennaio - o al
massimo per la metà di febbraio - in modo che possa essere
pienamente utilizzata per i rinnovi dei cda che si aprono nella
primavera del 2025.
Il secondo giro di consultazioni tra esperti, infatti, termina tra
due settimane e poi non resta che finalizzare il regolamento. Ma
intanto i principali dubbi espressi da giuristi e gestori di fondi
d'investimento nell'applicazione della norma sono stati sciolti.
Questo non vuol dire che il giudizio sulla riforma del mercato dei
capitali, approvata l'anno scorso alle Camere, sia cambiato: resta
una scelta del governo indigesta a molti, soprattutto agli
investitori internazionali che la considerano «bizantina e poco
comprensibile».
Il governo, però, ha deciso di tirare dritto (per i critici la norma
è stata scritta appositamente per favorire la prossima primavera la
modifica degli equilibri all'interno del cda delle Generali). E ora
il parere degli esperti è che, con i chiarimenti predisposti dalla
Consob, almeno i nodi operativi sono risolti.
Il principale riguarda la presentazione della lista del cda, una
prassi che si era diffusa in passato ma che non era mai stata
regolamentata. È giudizio diffuso che possa diventare più complessa
la presentazione.
A partire dall'obbligo che contenga un numero di candidati superiore
di un terzo rispetto ai posti disponibili liste: quindi ci saranno
elenchi meno "studiati a tavolino" e con qualche margine di effetto
sorpresa.
Per quanto riguarda le liste di minoranza, spetterà nel cda un
numero di seggi proporzionale ai voti ottenuti e la Consob precisa
che sarà stabilito «in misura proporzionale ai voti realizzati da
ciascuna lista che abbia conseguito una percentuale di voti non
inferiore al tre per cento, ma tenendo fermo il principio di default
secondo il quale, a tutela della governabilità della società, la
maggioranza degli amministratori da eleggere debba essere tratta
dalla lista risultata prima».
Un ultimo punto è quello della seconda votazione: dopo la prima
tornata che indica la lista vincitrice, ci sarà un secondo voto per
scegliere i componenti. In questo caso la Consob ha chiarito che
potrà votare solo chi aveva espresso la propria preferenza per la
lista di maggioranza, evitando quindi i timori di molti
sull'ingovernabilità.
[…] Con queste premesse, la prima socità che andrà al rinnovo dei
vertici con la nuova legge sarà proprio Generali. E secondo fonti
finanziarie appare sempre più scontato che il cda non presenterà una
propria lista, come invece fece la scorsa tornata: lo scontro si
profila tra la lista di maggioranza che dovrebbe essere presentata
da Mediobanca e quella di minoranza guidata da Caltagirone e dalla
Delfin di Del Vecchio.
Per la legge capitali resta però un'ultima incognita che arriva da
Bruxelles. La Commissione Ue starebbe valutando se l'articolo 11,
quello relativo alle assemblee a porte chiuse scritto nel 2020 per
il Covid e inserito anche nella nuova norma, violi la Shareholders
Right, che invece prevede l'ampliamento della partecipazione.
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31.12.24
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L'anno nero
del
clima
In un contesto di ignoranza selvaggia, malafede politica, e
qualche volta istituzionale, menefreghismo irresponsabile e
affidamento allo stellone o agli dei, i dati relativi agli eventi
climatici estremi dell'anno appena passato non incutono il timore
che dovrebbero e non inducono nessuno ad alcuna decisione di
rilievo. Si va tutti sulla stessa barca dentro un vortice che ci
inghiottirà tutti, senza prestare alcuna attenzione alla voce dei
dati e degli scienziati, senza preoccuparci, se non di noi, almeno
del benessere dei nostri figli e nipoti: avanti tutta, per carità
senza cambiare niente, senza mettere in discussione un modello di
sviluppo che sarà pure l'unico, ma che certamente è il primo
responsabile di questo stato di cose. Sapiens perennemente sull'orlo
di un futuro incerto. Ma partiamo dai fatti.
Secondo il bilancio 2024 di Legambiente su città e clima, in Italia,
siamo arrivati a 351 eventi meteorologici estremi. Una leggera
crescita di appena il 485% rispetto al 2015: che volete che sia, non
vorrete mica entrare in ecoansia ed agitarvi? La siccità, in
particolare, che dobbiamo a tutti gli effetti considerare maltempo,
si è prolungata con danni per oltre il 50% in più rispetto al 2023,
le esondazioni sono aumentate del 24% e le inondazioni del 12;
Emilia-Romagna la regione più colpita, Roma la città più presa di
mira. Per non dire dei danni da vento, grandine e mareggiate. Con
montagne in cui gli effetti del riscaldamento globale sono sempre
più tangibili, con impatti sui ghiacciai, sempre più sottili e in
arretramento, ecosistemi e biodiversità. Nel 2024, in Piemonte, lo
zero termico in quota è arrivato a 5.206 metri, sfiorando il record
di 9 anni fa, quando era salito fino a 5.296 metri.
Tutto questo causato, in termini di numero di eventi, potenza e
frequenza degli stessi, dalla crisi climatica globale che stiamo
subendo impassibili da anni. Una crisi che riguarda il mondo intero
e che, dunque, non ci fa ritenere al sicuro solo perché, magari, noi
europei e italiani "inquiniamo" meno degli altri: se considerassimo,
come dovremmo, la curva cumulata di anidride carbonica dal XVIII
secolo scopriremmo che, dopo gli Stati Uniti, è l'Europa il
continente più inquinante, prima dell'Asia. E che, per persona, un
indiano emette 3 tonnellate di CO2 all'anno, contro le 7 nostre e
dei cinesi e le 14 degli statunitensi: indovinate chi dovrebbe
cambiare il proprio stile di vita. Secondo tutti i dati (Copernicus
in particolare), il 2024 sarà l'anno più caldo da quando si
effettuano registrazioni strumentali. Non solo: per la prima volta,
viene superata la soglia di 1,5 °C sopra i livelli pre-industriali.
Ricordate? Quella soglia di incremento che gli scienziati del clima
raccomandavano di non superare assolutamente? Quella che negli
accordi di Parigi del 2015 era posta come limite invalicabile? Ecco,
quella è diventata un ricordo, in attesa di porci altri obiettivi
che, non facendo assolutamente nulla, saranno poi comunque
disattesi. Il mese di novembre 2024 è stato il secondo più caldo a
livello globale, dopo il novembre 2023, con una temperatura media
dell'aria superficiale di 14,1°C, +0,7°C, al di sopra della media di
quel mese, del periodo compreso tra il 1991 e il 2020. Il novembre
2024 è stato di 1,6°C al di sopra del livello pre-industriale ed è
stato il 16° mese, in un periodo di 17 mesi, in cui la temperatura
superficiale media globale dell'aria ha superato di 1,5°C i livelli
pre-industriali. Anche la temperatura superficiale media marina per
il mese di novembre 2024 ha registrato livelli record, con 20,6°C,
il secondo valore più alto registrato per il mese, e solo 0,13°C al
di sotto del novembre 2023.
Ma invece di trarre elementi di riflessione critica su quanto non è
stato fatto per contrastare le cause della crisi climatica, generata
dalle attività produttive dei sapiens, come asserisce il 98% degli
specialisti, noi ci arrabattiamo su una presunta possibilità di
adattamento, non avendo compreso che ci stiamo inoltrando in
territori inesplorati, in cui opere e piantumazione di alberi
serviranno a molto poco. Non solo: sapendo che dovremmo lasciare
sottoterra oltre il 60% degli idrocarburi per non vedere crescere
ancora la temperatura atmosferica, continuiamo allegramente a
trivellare e a sovvenzionare, direttamente o indirettamente, le Oil
Companies, vero male assoluto, responsabili coscienti della crisi e
indisponibili a ogni forma di riconversione. Infine, prestiamo
ascolto a chi dice che il clima è sempre cambiato e perché questa
volta dovrebbe essere diverso? Ma la risposta la conosciamo bene:
non è mai esistita sulla Terra una specie così pervicace, invasiva e
prepotente come la nostra, una specie che si illude di superare i
limiti fisici del pianeta solo perché è in grado di studiarlo e
raccontarlo. Scimmie nude lanciate a tutta velocità sulla corsia di
sorpasso che non si domandano più nemmeno se quell'ombra lontana
laggiù è un muro. —
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PAGA I DEBITI DI CALENDA : Un imprenditore offre un impiego a
Baudissone Esodato dell'Embraco, da un anno vive in strada
"Commosso dalla storia di Andrea: lo assumo io"
andrea bucci
pier francesco caracciolo
«Un impiego? Te lo offro io». Lo avevamo lasciato in Galleria San
Federico, seduto su un sacco a pelo, intento a chiedere una moneta
ai passanti. Ieri Andrea Baudissone, 61 anni, esodato dell'Embraco
che da un anno vive in strada, ha ricevuto una visita inattesa:
quella di Riccardo Gorrieri, 36 anni, imprenditore, che gli ha
proposto di andare a lavorare nella sua azienda: «Ne sarei
felicissimo», la risposta di Andrea.
Baudissone era stato costretto a lasciare lo stabilimento di Riva di
Chieri nel 2018, a un anno dalla pensione. Da allora cercava un
lavoro, ma senza successo. «Sono troppo vecchio, non mi vuole più
nessuno» spiegava l'altro giorno alla Stampa. Negli ultimi tempi
aveva ripulito qualche cantina e dato il bianco a casa di un amico.
Niente di più. «Abbiamo bisogno di qualcuno che si occupi del
servizio di portierato» gli ha spiegato Gorrieri, seduto con Andrea
al tavolino di un bar.
L'azienda di cui è socio, la "Sicurezza 360", che si occupa si
sicurezza non armata, con sede a Orbassano, nel 2025 si ingrandirà:
«Un impiego perfetto per me» ha risposto entusiasta Baudissone. I
due si rivedranno dopo Capodanno per definire i dettagli
dell'accordo. L'obiettivo è consentire ad Andrea di iniziare a
lavorare tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio.
«Ho letto la storia di Andrea sulla Stampa: mi sorprende che sia
stato abbandonato dalle istituzioni» dice Gorrieri. Ieri, arrivato
sotto i portici del centro, ha donato ad Baudissone e agli altri
senzatetto una busta con una bottiglia d'acqua, un succo di frutta,
un trancio di pizza e due focacce. «Aiuteremo Andrea ad arrivare a
una pensione dignitosa», promette Gorrieri. Un traguardo, aggiunge,
che dovrebbe rappresentare «un elemento cardine per la democrazia».
«Non mi sembra vero» dice Baudissone, uno dei 537 lavoratori dell'Embraco
rimasti senza impiego dopo il fallimento dell'azienda. Lui, che per
quasi vent'anni aveva caricato e scaricato compressori per
elettrodomestici, a suo tempo era stato spesso in prima fila nelle
manifestazioni di protesta post-chiusura. Poi, dopo aver ripianto
qualche debito, si era ritrovato da solo e senza un euro in tasca.
Da un anno la sua casa è Galleria San Federico, nel cuore della
città, dove trascorre la notte insieme a una ventina di senzatetto.
«Sono felice - ha aggiunto ieri - Ma lo sarei ancora di più se
aiutassi anche lui». Nel dirlo all'imprenditore, Baudissone ha
indicato Giacomo Boetto, 55 anni, ex consulente finanziario, uno
degli "invisibili" di Galleria San Federico, che vive in strada con
la mamma di 84 anni e il loro cane malato, Sky: «Sono loro, ora, la
mia famiglia» spiega Andrea.
«Troverò un posto anche a te» ha assicurato Gorrieri, rivolgendosi a
Boetto. Finito il caffè, ha salutato tutti ed è entrato in farmacia,
dove ha acquistato una medicina per Sky. Oggi, assicura, la porterà
in Galleria. —
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30.12.24
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Le deportazioni in Libia e Tunisia producono solo morte e sofferenza
Don Mattia Ferrari
«Cittadini e cittadine italiani ed europei, vi preghiamo,
ascoltateci! Aiutateci a salvarci da queste deportazioni: ve lo
chiediamo in nome della giustizia e della fraternità!». È questo il
grido che giunge dalla Tunisia e che i movimenti sociali Refugees in
Tunisia e Refugees in Libya, composti dai migranti stessi, stanno
cercando di far giungere alle nostre orecchie. Molti migranti si
sono accampati vicino a Sfax e stanno diffondendo il video del loro
grido.
La situazione in Tunisia peggiora costantemente. Dopo gli accordi
con l'Unione Europea, fatti su spinta dell'Italia, le milizie
tunisine hanno intensificato le violenze ai danni dei migranti
presenti nel Paese. La Garde Nationale cattura i migranti in mare e
li riporta indietro, dove spesso vengono poi caricati sui pullman e
deportati. Quella delle deportazioni è una pratica che continua da
più di un anno. Il caso più noto delle vittime di queste
deportazioni è quello di Fati e Marie, la moglie e la figlia di Pato,
uccise dalla sete nel deserto. È un caso spesso citato da Papa
Francesco. Ma è solo uno dei tanti casi che si ripetono
continuamente. Il 12 novembre scorso due gruppi di migranti
catturati in mare e deportati nel deserto sono riusciti a diffondere
la posizione gps del punto nel deserto in cui si trovavano e hanno
supplicato di essere soccorsi. Tra loro c'erano varie donne incinte
e vari bambini. Il loro grido è stato diffuso dai media vaticani, da
Scomodo, la rivista giovanile indipendente più grande d'Italia, e da
altre testate. Tuttavia nessuno è andato a soccorrerli e queste
persone sono così state risucchiate dal buco nero del deserto.
Nei giorni scorsi è peggiorata la situazione nei campi profughi
vicino a Sfax. Le violenze delle milizie sono continue e non c'è
assistenza sanitaria. L'ennesima vittima è una donna, Bintu,
originaria della Guinea. La sua tenda è stata distrutta la settimana
scorsa e non ha potuto prepararla di nuovo correttamente perché
faceva troppo freddo. Non aveva abbastanza coperte, quindi ha
provato ad accendere la carbonella, ma è rimasta soffocata. Molti
altri sono in pericolo di vita a causa delle infezioni che si
diffondono e non osano lasciare il campo profughi perché se escono
li attendono le violenze delle bande armate.
Tutto questo è il risultato degli accordi per respingere i migranti.
In Tunisia si è scelto di replicare in sostanza quel modello Libia
applicato nel 2017: finanziare un Paese che si trova sull'altra
sponda del mare perché blocchi i migranti per conto nostro, anche a
costo di sacrificare i diritti umani sull'altare del cinismo. In
Libia quegli accordi hanno portato a un grande rafforzamento del
potere della mafia libica, come hanno dimostrato le inchieste di
giornalisti coraggiosi. E hanno portato a quelli che l'Onu definisce
«orrori indicibili» ai danni dei migranti. Nonostante questo quegli
accordi sono ancora in vigore, perché sono stati rinnovati.
Il dramma dell'Italia e dell'Europa è che il cinismo delle politiche
si salda con l'indifferenza di larga parte della popolazione e il
risultato é il dilagare di questa violenza indicibile ai danni di
persone che cercano solo vita degna e fraternità, in fuga dalle
guerre, dal disastro ecologico, dalla miseria causata dal
neocolonialismo. A denunciare tutto questo sembrano rimasti solo il
Papa, alcuni vescovi, i movimenti sociali, le associazioni e le Ong.
Per il resto domina un silenzio complice, frutto dell'individualismo
che ha preso possesso dei nostri cuori. Un individualismo esasperato
che non ci rende più felici e che anzi ci ha fatto entrare in quella
che autorevoli psichiatri definiscono "l'epoca delle passioni
tristi". Sì, perché una società che si chiude nella ricerca del
benessere individuale e sottomette tutti al principio di prestazione
genera solo sofferenza mentale, come sta denunciando da anni ad
esempio la Rete degli Studenti Medi. Questo avviene perché abbiamo
dimenticato la fraternità.
Ora queste persone migranti gridano verso di noi e ci chiedono
proprio di riscoprire la fraternità. Martin Luther King proclamava:
«Ho il sogno che un giorno gli uomini si leveranno in piedi e si
renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come
fratelli». Quel sogno è lontano dal realizzarsi. E quel grido
risuona oggi nelle voci e nei volti di Refugees in Tunisia e
Refugees in Libya. Sta a noi dare risposta. Ecco perché attraverso
le pagine del quotidiano La Stampa, che ringrazio, voglio far
risuonare l'appello di tutte le persone di buona volontà che si sono
fatte prossime ai migranti che gridano a noi e voglio esclamare:
cari e care concittadini italiani ed europei, liberiamoci dalle
catene dell'individualismo che tiene prigionieri i nostri cuori e le
nostre menti e ascoltiamo il grido di fraternità che giunge a noi
dalla Tunisia e dalla Libia! Poniamo fine a questi respingimenti e
queste deportazioni, e accettiamo la sfida di costruire insieme un
altro mondo possibile, la civiltà dell'amore. È giunto il momento di
levarsi in piedi, di riappropriarci della nostra identità più
profonda, quella di fratelli e sorelle tutti, e di darle carne. —
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Disastro Embraco-CALENDA
leonardo di paco
antonella torra
Quella di Andrea Baudissone, ex operaio Embraco diventato
homeless, costretto a dormire sul marmo freddo di Galleria San
Federico, è la storia di un grande fallimento collettivo. La
fotografia di un disastro industriale e politico. Quasi 500 persone
rimaste senza lavoro dopo anni di promesse, passerelle di politici,
manifestazioni, decine di trasferte a Roma da parte degli operai per
piantonare le riunioni dei tavoli di crisi al ministero dello
Sviluppo Economico. E la speranza di rilancio tramite
reindustrializzazione poi rivelatosi una truffa.
Lo stabilimento di Riva di Chieri fu costruito negli Anni Settanta
dalla Aspera, divisione di Fiat specializzata nella produzione di
frigoriferi che nel 1985 venne venduta a Whirlpool, colosso Usa
degli elettrodomestici che investì nello stabilimento arrivando,
alla fine Anni Novanta, a occupare circa 2.500 dipendenti. Lavorare
per quella multinazionale era garanzia di sicurezza. E la Embraco
era una grande fabbrica-famiglia dove c'era posto per tutti. Mogli e
figli dei dipendenti. Negli anni d'oro i lavoratori avevano la mensa
interna, i bus che li andavano a prendere e portare a casa. E lavoro
a volontà.
Quando l'azienda consegnò ai lavoratori le lettere di licenziamento
dopo aver deciso di spostare la produzione in Slovacchia, era
l'inizio del 2018, l'allora numero uno del Mise, Carlo Calenda, si
lanciò in una grande campagna personale per trovare una soluzione e
ricollocare i lavoratori. Venne individuata una società, la Ventures
srl, che rilevò la Embraco, lavoratori inclusi, con la promessa di
reindustrializzare il sito producendo bici elettriche, robot
pulitori di pannelli fotovoltaici e distributori automatici. Ma
trenta giorni dopo aver rilevato al prezzo simbolico di 10 euro il
ramo d'azienda, compreso lo stabilimento di Riva di Chieri, alcuni
dei vertici Ventures, acquistarono cinque auto: due Bmw serie 5,
un'Audi A4, due Audi A5. Valore totale 250 mila euro: soldi, secondo
la procura, distratti dalle somme vincolate all'investimento
promesso. Che infatti non si concretizzò.
Nel pieno della crisi l'ex candidato sindaco di Torino,
l'imprenditore Paolo Damilano, si offrì per dare un'occupazione a
una decina di operai sfruttando una norma che consentiva ai datori
di lavoro che assumono con un contratto a tempo indeterminato
lavoratori di aziende per le quali sono aperti tavoli di crisi al
Mise, di ottenere l'esonero totale dei versamenti dei contributi
previdenziali. «Facemmo diversi colloqui ma poi il progetto non si
concretizzò complice anche la lontananza dal Chierese dei posti di
lavoro che avevo offerto nelle mie aziende». Ma anche con i progetti
di ricollocamento proposti dalla Regione, negli anni sono stati in
pochissimi a ritrovare un'occupazione stabile, nonostante corsi di
aggiornamento e decine di colloqui.
Federico Bellono è l'ex segretario della Fiom di Torino. C'era lui
alla guida del sindacato delle tute blu della Cgil quando scoppiò il
caos Embraco. «Negli ultimi anni, il territorio torinese ha visto
molte aziende attraversare crisi profonde. In situazioni di
disimpegno da parte dell'impresa, sia per fallimento che per altre
ragioni, spesso emergono figure di pseudo-imprenditori o venditori
di fumo, i cosiddetti "cavalieri bianchi" , che si rivelano
semplicemente faccendieri. La storia di Embraco, come molte altre a
Torino, riflette il dramma delle aziende in crisi, dove spesso le
uniche soluzioni sono gli ammortizzatori sociali. È un racconto che
parla di multinazionali che, dopo decenni di radicamento in un
territorio, possono decidere di andarsene, guidate da strategie
globali che ignorano le realtà locali. In questo contesto, i
lavoratori di Embraco hanno dimostrato determinazione e generosità,
ma sono stati anche oggetto di strumentalizzazioni inopportune».
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i fratelli tesauro: " traditi da tutti"
"Scaricati anche dalle famiglie siamo tornati con la mamma"
Franco e Vito, i due fratelli Tesauro, 59 e 54 anni, sono ex
operai Embraco: «Tornati a vivere con nostra madre, altrimenti ora
saremmo in strada». Anche perché, sempre grazie alla mamma, riescono
a mangiare: «Viviamo con la sua pensione, noi un lavoro non lo
troviamo e sussidi non ce ne sono più. Non avremmo mai pensato di
finire così». Con la perdita del lavoro, sono andate distrutte anche
le loro vite: «Le mogli o fidanzate se ne sono andate, poi abbiamo
perso anche la casa. Non abbiamo più niente». Le loro giornate sono
sempre uguali: «Ci alziamo al mattino – raccontano i fratelli – e
andiamo a cercare un lavoro. Guardiamo gli annunci, passiamo nelle
agenzie. Ma tutti ci dicono che siamo vecchi. Riusciamo a tirare su
10 o 20 euro perché diamo una mano ad un amico a pulire il bar,
oppure scarichiamo della merce. Nulla che ci permetta di vivere». La
vicenda dell'Embraco brucia ancora: «Siamo stati traditi, presi in
giro, truffati. Dai politici, dai sindacati, da tutti. La Regione
continua a proporci dei corsi, ma di lavoro poi nemmeno l'ombra. E
noi con i corsi non mangiamo». a. tor. —
- "Campo con 350 euro al mese Il caffè al
bar è il mio lusso"
Michele Trasente ha 53 anni, è di Torino. Ha passato trent'anni all'Embraco:
«E ora non ho più niente. Vivo nella casa di mia madre, sarebbe
anche di mia sorella ma lei abita con il compagno e non mi ha mai
fatto pesare che non le ho mai dato la sua parte. Anzi mi aiuta
pagando metà Imu». Michele vive con 350 euro al mese: «E meno male
che sono solo, altrimenti non so come farei». Una moglie l'aveva ma
se n'è andata poco dopo la fine del lavoro all'Embraco: «Quella
storia mi ha portato via tutto. Ora vivo con i residui della
liquidazione di Embraco prima e Ventures poi, 350 euro al mese
appunto, non posso spendere di più. Lavoro per me non c'è». Per la
spesa Michele usa 30 euro a settimana: «Vado nei discount e compro
solo prodotti in offerta. Se non ho bollette da pagare mi concedo
anche qualche sigaretta e il caffè al bar. Sono i miei unici vizi».
a. tor
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29.12.24
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VITTIMA DI CALENDA :strada
Dall'
Embraco
Andrea Baudissone
alla
Andrea Bucci
Pier Francesco Caracciolo
«Mi occupavo di caricare e scaricare i compressori. L'ho fatto per
quasi vent'anni. E guardi ora come sono ridotto».
Ore 23,45: in Galleria San Federico, elegante scrigno nel cuore di
Torino, per terra dormono in venti. Sfidano il freddo pungente - il
termometro segna 2 gradi - accucciati nei loro sacchi a pelo.
Qualcuno ogni tanto butta giù un sorso di vino da una bottiglia
nascosta accanto alle coperte, stese addosso o ammonticchiate in
buste e zaini. La città dell'accoglienza, dei Santi sociali, delle
mense per i poveri non è in grado di accogliere tutti.
Poi, tra gli invisibili noti lui. Il nome è Andrea Baudissone. Ha 61
anni. Indossa un giubbotto rosso, un paio di pantaloni stazzonati di
colore blu stinto, un paio di scarpe da ginnastica. Andrea
Baudissone è uno dei 537 esodati della Embraco, la fabbrica che
produceva compressori per elettrodomestici a Riva presso Chieri, a
due passi dal capoluogo piemontese. Ex «stabilimento d'avanguardia»
definitivamente chiuso dopo mesi di lotte sindacali e manifestazioni
in strada. Era il 2018. E Baudissone - come tutti gli altri suoi
colleghi - si trovò da un giorno all'altro senza lavoro. Gli mancava
un solo anno per raggiungere la pensione.
Baudissone aveva iniziato ad occuparsi di compressori nel 1989.
All'epoca lo faceva in via Passo Buole, a Torino, in un'altra
azienda, la Aspera. Due anni dopo l'impresa era stata assorbita
dalla Embraco e lui si era trasferito nello stabilimento a Riva di
Chieri. Ricorda: «Guadagnavo due milioni di lire al mese. Lavoravo
anche di notte». Poi tornava a casa, in via Stradella, periferia
Nord di Torino, dove all'epoca lo aspettava la compagna. Una vita
stabile, la sua. O almeno così sembrava: «Era un periodo felice».
Nato a Torino nel 1963, Baudissone ha iniziato a lavorare a 16 anni.
Per sei anni ha fatto il macellaio in un quartiere popolare. Poi si
è occupato dello scarico merci per conto di una cooperativa. Infine,
l'ingresso in fabbrica.
«Quando sono entrato all'Embraco era il 1991 e c'erano 5 mila operai
- ricorda Baudissone - Le linee di produzione erano sette». Sembrava
un mondo felice. Ma le cose erano cambiate quasi subito. «Dopo un
anno si era già ridotta la produzione. I nostri stipendi erano
calati. Abbiamo protestato, ma non è servito». Una lenta discesa,
fino alla chiusura.
Oggi le sue giornate sono un lento lasciar scorrere il tempo,
scandito dalla ricerca di un pasto caldo. «Pranzo in una mensa per i
poveri - racconta -. Ma spesso ci sono code lunghissime e rischi di
restare a pancia vuota. Nei fine settimana mangio se riesco: le
mense sono chiuse».
Le monete dei passanti gli permettono di racimolare quel che basta
per un panino: «Ma su mille persone che ti passano davanti - dice -
ti aiutano in due». E la notte? Inutile pensare di andare a
riposarsi in un dormitorio. «Si dorme con un occhio aperto: spesso
ti rubano scarpe e vestiti». A dare una mano a lui, e agli altri che
dormono sotto i portici di Torino, sono i volontari delle
associazioni: «Ci portano spesso un bicchiere di latte caldo e dei
vestiti».
Andrea racconta senza commozione. Ma poi il discorso torna lì, all'Embraco,
a quelli che lui chiama «i miei anni più felici». Ricorda: «Quando
la crisi dell'azienda si è fatta acuta, ero uno dei più attivi nella
protesta». E ancora: «In quel periodo il mio stipendio era sceso a
mille euro al mese. Delle sette linee di produzione ne era rimasta
soltanto una». Il Natale davanti alla fabbrica. I picchetti. Gli
incontri con la politica: «Ricordo quello con l'allora sindaca
Chiara Appendino. Venne da noi anche Alessandro Di Battista. Tutti
ci hanno fatto grandi promesse. E tutte sono cadute nel vuoto».
Quindi l'Embraco è stata dichiarata fallita: «Mi hanno riconosciuto
un Tfr di 30 mila euro. Ma nel frattempo avevo accumulato molti
debiti. Per ripianarli sono rimasto quasi senza soldi. Ho perso
anche la casa».
Con i pochi soldi rimasti è andato a vivere in bed and breakfast,
dove dava una mano nelle piccole manutenzioni. Quindi ha trascorso
qualche mese a casa del fratello. Un anno fa è rimasto solo. E senza
denaro. E ha iniziato a vivere in strada. «Nei primi mesi mi sono
accampato alla stazione di Porta Nuova. Un posto dove qualcuno che
ti dà una moneta lo trovi sempre».
Poi si è spostato in galleria San Federico. Un posto più riparato.
E, nelle notti più fredde, un po' più caldo. È qui che ha conosciuto
Giacomo, 55 anni, la mamma Fernanda, 84, e il loro cane malato.
«Sono loro la mia nuova famiglia».
Nell'ultimo anno non ha smesso di cercare lavoro. «Ho svuotato
qualche cantina e dato il bianco a casa di un amico». Nulla che gli
permetta di avere quei dodici mesi di contributi in più, che gli
garantirebbero i soldi della pensione. «Alla mia età chi volete che
mi offra un impiego?» —
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I due iraniani legati al regime nel mirino della giustizia
statunitense
I due maghi dei droni dei Pasdaran che Washington vuole a tutti i
costi
new york
«Non colpevole». Questa è stata la dichiarazione di Mahdi
Sadeghi dinanzi al giudice del tribunale Federale di Boston, nel
corso dell'udienza preliminare che si è tenuta venerdì in merito
alla sua incriminazione. L'ingegnere di origini iraniane è accusato
di aver venduto illegalmente tecnologia utilizzata nella costruzione
di droni impiegati dalle Guardie rivoluzionarie e dalle loro procure
in Medio Oriente. Non ultima la formazione irachena che alla fine di
gennaio ha condotto il raid in Giordania costato la vita a tre
militari americani.
Dagli Usa all'Italia
L'arresto di Sadeghi avvenuto in Massachusetts, ha una doppia
valenza per l'Italia, prima di tutto perché scattato in parallelo
con quello del suo "socio in affari", Mohammad Abedini-Najafabadi
arrestato dagli investigatori della Digos milanese all'aeroporto di
Malpensa, dov'era in transito proveniente da Istanbul, ora in attesa
che la Corte d'Appello decida sulla sua estradizione negli Usa.
Secondo la procura americana è fondatore di una società della
Repubblica islamica che produce moduli di navigazione utilizzati nel
programma di droni militari dei Pasdaran. «Il dipartimento di
Giustizia riterrà responsabile coloro che consentiranno al regime
iraniano di continuare a colpire e uccidere gli americani e minare
la sicurezza nazionale degli Stati Uniti», ha commentato il ministro
Merrick B. Garland. Il secondo elemento di interesse per l'Italia è
che la cattura dei due potrebbe essere stata il motivo dell'arresto
di Cecilia Sala.
I militari Usa uccisi
Per comprendere l'importanza del doppio blitz condotto per mano e su
indicazione di Washington occorre riavvolgere il nastro della storia
indietro al 28 gennaio 2024, quando la polveriera mediorientale
mieteva le prime vittime americane dal 7 ottobre 2023, inizio della
guerra tra Hamas e Israele. Si tratta di tre militari Usa caduti
sotto il fuoco di un drone scagliato da formazioni irachene
riconducibili all'Iran. Erano impiegati alla Tower 22, l'avamposto
giordano distaccato dalla base di Al-Tanf situata in una (ex) zona
franca del governatorato di Homs, in Siria a 24 km a Ovest del
valico di Al-Walid a ridosso del confine tra Iraq e Siria. A
confermare qualche giorno dopo a La Stampa la matrice di quel raid è
stato Haider Al-Ami, leader dell'ufficio politico di Harakat
Hezbollah al-Nujaba (Movimento del Partito dei Nobili di Dio),
ufficialmente la 12ª Brigata, formazione sciita irachena vicina
all'Iran e appartenente alla rete della Resistenza islamica in Iraq
(Iri), una delle principali procure militari di Teheran in Iraq.
Quel drone, secondo la ricostruzione compiuta in quasi un anno di
indagini dall'Fbi, incorporava tecnologie "made in Usa" che Sadeghi
e Abedini avevano venduto al regime iraniano aggirando le sanzioni
imposte dagli Usa e dall'Occidente.
"Il navigatore"
Nel dossier di 36 pagine consegnato dall'agente speciale dell'Fbi,
Ronald Neal alla Corte distrettuale del Massachusetts, viene
tratteggiato un profilo chiaro dei due soggetti finiti nel mirino
della Giustizia Usa. Secondo i documenti del tribunale, Abedini è il
fondatore e amministratore delegato di una società iraniana, San'at
Danesh Rahpooyan Aflak (Sdra), che produce moduli di navigazione
utilizzati nel programma militare dei Pasdaran. L'attività
principale è, in particolare, la vendita di un sistema di
navigazione utilizzato in velivoli senza pilota, missili da crociera
e balistici. Abedini ha fondato una compagnia svizzera collegata a
Sdra, Illumove, attraverso cui, con la complicità di Sadeghi, ha
stipulato un contratto con una società con sede nel Massachusetts
per sviluppare componenti elettronici, tra cui sofisticati
semiconduttori. Sadeghi e Abedini hanno quindi provveduto al
trasferimento di beni, servizi e tecnologia dagli Usa all'Iran,
attraverso la Svizzera, a beneficio di Sdra, eludendo i divieti
imposti dalle sanzioni sul trasferimento di componentistica a uso
militare alla Repubblica islamica. Tecnologia impiegata appunto
nella produzione di droni, tra cui quello che ha causato la morte
dei tre militari a stelle strisce. Da qui nasce l'incriminazione per
«cospirazione per esportare componenti elettronici sofisticati dagli
Stati Uniti all'Iran in violazione delle leggi statunitensi sul
controllo delle esportazioni e sulle sanzioni» e la richiesta della
autorità federali a quelle italiane di arresto e successiva
estradizione dello stesso Abedini.
Scenari
La vicenda dei due iraniani è, almeno sulla sponda americana, ancora
nei canali di Intelligence, Fbi, dipartimento di Giustizia e, come
da prassi in questi casi, il presidente non agisce direttamente, pur
rimanendo informato dei fatti. In questa fase quindi, che alla Casa
Bianca ci sia Joe Biden o Donald Trump cambia poco. Nel caso la
vicenda dovesse assumere una rilevanza politica, il presidente Usa,
su sollecitazione del governo di Roma, potrebbe muoversi valutando
eventuali ipotesi. Rimane da dire che, essendo gli Stati Uniti assai
attenti alle attività di infiltrazione iraniane, è chiaro che la
priorità del governo è prima ottenere il massimo delle informazioni
possibili dai due detenuti e poi individuare un "ritorno" a un
eventuale scambio come quelli già avvenuti in passato. A quel punto,
- ci si muove sempre nel campo delle ipotesi -, le valutazioni
potrebbero assumere diversi contorni sulla base delle esigenze
fissate dal presidente in carica in quel momento. —
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Le intercettazioni dell'inchiesta che ha sgominato la presunta
associazione a delinquere : 35 indagati dalla Guardia di finanza
Esami della patente truccati e revisioni false "Io e te siamo due
che mangiano bene insieme"
elisa sola
«Io e te mangiamo bene insieme». Primo agosto 2023. Albino Fornaca,
funzionario della Motorizzazione e William Antoniello, gestore di
una società d'auto e di una scuola guida di Venaria, non sanno di
essere intercettati. Si complimentano a vicenda per come «mangiano
bene». E rimpiangono i tempi del passato. Quelli in cui ogni
documento esisteva solo di carta. «Minchia oramai con i computer…».
«Eh non scappi più porco Giuda». «Una volta era più facile». «Una
volta spariva la pratica e dov'è? E che ne so io!».
È questa, secondo il pm Giovanni Caspani, e anche secondo il
tribunale del Riesame, l'intercettazione chiave dell'inchiesta che
ha sgominato la presunta associazione a delinquere che fabbricava
revisioni false e che, dietro pagamento, faceva sì che candidati
ignoranti passassero il test per conseguire la patente. Sono 35 gli
indagati dalla Guardia di finanza di Torino. Due quelli con la
posizione più grave. Tra cui Antoniello, che nei giorni scorsi si è
rivolto al tribunale delle libertà per chiedere una misura meno
afflittiva rispetto ai domiciliari. Ma il collegio, composto dai
giudici Luca Ferrero, presidente, Cristiano Trevisan, estensore e
Loretta Bianco) ha respinto la richiesta.
«Io e te mangiamo bene insieme» è per i giudici «l'intercettazione
manifesto» dell'operazione. Mangiare vuole dire guadagnare. Fornaca
avrebbe preso mazzette da Antoniello. Dai 500 ai 1.800 euro, quelle
documentate.
E Antoniello, a sua volta, avrebbe fatto affari garantendo ai propri
clienti pratiche false ottenute in tempi record. Revisioni e
certificati di ogni tipo. «Pratiche fantasma» ottenute senza alcun
controllo dei mezzi.
Ma il grande raggiro contestato ai presunti membri dell'associazione
a delinquere finalizzata alla corruzione, al falso e altri reati,
sarebbe stato quello delle patenti facili.
Secondo la procura, lo schema era semplice. Antoniello e la moglie
cercavano clienti disposti a pagare – mille euro – per tentare
l'esame di guida. Prima della prova i candidati venivano "vestiti".
Dotati di un kit di strumenti necessari per collegarsi con
l'esterno. La vestizione avveniva in un camper parcheggiato davanti
al McDonald's di Nichelino, a otto chilometri dalla sede della
Motorizzazione. A bordo c'era chi forniva ai candidati gli
smartphone e gli auricolari. E i "sapientoni" che, collegati in
diretta, suggerivano le risposte, dopo aver visto su un monitor le
foto delle domande.
Il sistema non poteva reggere senza il vigilantes addetto ai
controlli. Per 200 euro a sessione, chiudeva un occhio riguardo ai
candidati che avevano pagato per trassare. Di buon mattino, oltre
alla bustarella, prendeva un mazzetto di pizzini: su ognuno c'era
scritto il nome dell'esaminando da non guardare. Anche i pizzini
sono stati sequestrati dalla Finanza durante le perquisizioni.
Erano molte le cose che il vigilantes faceva finta di non vedere. Il
cellulare nascosto sotto la maglietta del candidato. La telecamerina
nascosta nel buco del tessuto, di modo che potesse inquadrare il pc.
Gli auricolari collegati con il suggeritore esterno. Ma le
telecamere nascoste dagli investigatori hanno ripreso tutto.
È il sei maggio 2023. Il giorno della prima tornata d'esame. Entrano
Chanel, Nikita, Manuel e Claudia. Nessuno ha studiato. Due di loro
si sono iscritte a scuola guida solo sette giorni prima del test.
Alla Fenice di Venaria. Eppure sono di Bergamo. Non proprio una
scelta comoda.
Il 23 giugno si presentano due fratelli, Claudia e Denny. Antoniello
intercettato, dice a Fornaca: «Il padre (sinti potente e facoltoso,
ndr) è una persona seria. C'ha in mano tutta la Lombardia». Ma la
sorte è avversa. La ragazza non supera l'esame. Il giorno dopo si
scopre il motivo: «La strumentazione non prendeva». «Peraltro –
scrivono i giudici del Riesame – neanche il fratello di costei
subisce miglior fortuna. Prima di sostenere l'esame resta coinvolto
in un incidente stradale».
A settembre andrà meglio per tutti e due. Ma anche questa volta
qualcosa va storto. La candidata Marylin non passa il test. «È una
scimunita», commentano i due indagati. «Motorino di avviamento
rotto», il testo del messaggio sulla non ammissione, che suscita la
disapprovazione degli indagati. Mostrano disprezzo anche per il
vigilantes, per il comportamento che avrebbe tenuto durante la
perquisizione. «Hanno trovato i biglietti! Doveva mangiarseli,
invece che farseli sequestrare».
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28.12.24
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L'ALTER TRUMP :
Mentre tutti si chiedono fino a che punto Elon Musk condizionerà le
politiche di Donald Trump e trarrà vantaggio dal ruolo che si è
conquistato per favorire le sue imprese, un altro tycoon della
Silicon Valley, meno noto del capo di Tesla, emerge come figura di
grande potere economico e, forse, politico.
Peter Thiel, un precursore (primo a investire in Facebook mentre
PayPal è una sua creatura) e intelletto più acuto e raffinato della
Silicon Valley (è un leader dell’industria tech e della finanza, ma
a Stanford si è laureato in filosofia e lì dal 2018 tiene corsi sui
limiti della globalizzazione), torna a pesare nel mondo di Trump del
quale era stato grande sostenitore all’inizio del primo mandato.
Poi, deluso dall’assenza di sue riforme radicali […] si è defilato.
Ma ha continuato a finanziare senatori repubblicani «eccellenti» ed
ora torna alla ribalta da capo di Palantir, gigante dell’analisi dei
dati per i servizi segreti e il Pentagono e da promotore di Anduril,
start up dell’intelligenza artificiale (AI) per la difesa: sono le
due società che, secondo il Financial Times e altre fonti,
lanceranno a gennaio un consorzio di 12 aziende, tra le quali la
OpenAI di Sam Altman e la SpaceX di Elon Musk, per conquistare il
grosso dei contratti federali per la difesa sostituendo l’oligopolio
dei giganti storici del «complesso militare-industriale»: Lockheed,
Boeing, Raytheon, Grumman, Northrop.
Già fioccano accuse di conflitto d’interessi di Musk e anche di
Thiel: vecchi monopolisti rimpiazzati da giovani monopolisti? [...]
Ma ci sono altre conseguenze inquietanti: Silicon Valley sempre più
impegnata nelle tecnologie militari (dopo Palantir e AWS di Amazon,
scendono in campo anche Facebook-Meta e Anthropic, azienda che si
considera iper-etica, mentre anche Google che aveva voltato le
spalle al Pentagono, cambia rotta) e nella corsa alle armi autonome.
E, poi, Thiel, un tempo profeta dell’autoritarismo tecnologico, che
riemerge con le sue idee radicali.
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27.12.24
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Colpiti 3,4 milioni di utenti in regime di "maggior tutela"
Luce, stangata sui clienti vulnerabili A gennaio rincaro in bolletta
del 18%
Stangata di inizio anno sulle bollette della luce degli
utenti più vulnerabili, cioè quelli che sono rimasti sotto
l'ombrello del servizio di "maggior tutela" anche dopo il passaggio
ai contratti di mercato per tutti gli altri. Lo annuncia l'Arera
(l'Autorità per l'energia) che prevede un aumento del 18,2% per la
fascia dei cosiddetti clienti di tipo 1 nel primo trimestre del
2025. La super-bolletta elettrica colpirà circa 3,4 milioni di
utenti, che sono persone sopra i 75 anni, oppure percettori di bonus
sociale, disabili, residenti in moduli abitativi di emergenza o
nelle isole minori e utilizzatori di apparecchiature salva-vita.
Nonostante gli aumenti, segnala l'Arera, la spesa annuale di chi
usufruisce del regime di maggior tutela diminuirà del 2,1% nel
periodo compreso tra il primo aprile 2024 e il 31 marzo 2025 (523
euro anziché 534) rispetto al periodo primo aprile 2023 e 31 marzo
del 2024. Alla base del rincaro annunciato ieri c'è il rally del gas
di fine anno, che coincide con l'imminente scadenza dell'accordo tra
Russia e Ucraina per il transito del metano verso l'Europa Centrale.
È un contratto che il prossimo 31 dicembre sarà lettera morta in
assenza di un rinnovo.
Sulla piazza finanziaria Ttf di Amsterdam, che fa da riferimento in
Europa per il metano, i contratti "future" sul mese di gennaio ieri
hanno concluso le contrattazioni con un rialzo del 4,3% a 47,7 euro
al Mwh.
Lo scorso 19 dicembre, il presidente ucraino Zelensky aveva escluso
il rinnovo dell'intesa con Mosca. Risultano basse le scorte di gas
nell'Unione europea, scese sotto la soglia del 75% della capacità,
ben al di sotto della media dell'82% degli ultimi 5 anni. Restano
sopra l'80% l'Italia (80,5%) e la Germania (82,1%). Il presidente
russo Putin nelle sue ultime dichiarazioni ha dsostemuto che non è
la Russia a creare problemi ma l'Ucraina, rifiutando il transito del
gas russo. Gli analisti non escludono un accordo in extremis.
Nonostante il grande sforzo fatto dall'Europa per trovare
alternative al gas russo. Le importazioni di Mosca costituiscono
ancora il 19% del fabbisogno dell'Ue. l. g.
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L'intervista
"L'oro di Mosca finiva sui conti del Pci toccò a me chiudere i
rubinetti"
Gianni Cervetti
La militanza
L'Urss
"
Filippo Maria Battaglia
Milano
Si è iscritto al Pci dopo aver incontrato Togliatti ed è stato uno
dei più stretti collaboratori di Berlinguer. A ventidue anni il suo
partito l'ha spedito a Mosca per studiare economia e, ventidue anni
dopo, è stato lui, sempre per conto di quel partito, a chiudere i
rubinetti dell'oro sovietico che lo finanziavano.
Gianni Cervetti è tra i pochi superstiti comunisti nati prima della
seconda guerra mondiale. Del Pci è stato militante, dirigente,
deputato ed europarlamentare. Basterebbe metà della sua vita per
trarne, con profitto, un intenso biopic. Ma Cervetti - 91 anni
compiuti a settembre - è stato un comunista di stampo ambrosiano:
«Uno che pensa quattro volte prima di parlare», dice di sé nel
soggiorno di casa sulla circonvallazione interna di Milano.
Pragmatismo e disciplina di partito lo hanno indotto a scegliere
sempre vie discrete e laterali. Le stesse percorse, peraltro, nel
pamphlet I ragazzi di via Rovello, pubblicato da poco da De Piante,
in cui racconta alcune sue passioni: i libri, Dante, la musica,
Machiavelli. E, ovviamente, la politica.
Si ricorda la sua prima manifestazione pubblica?
«Nel luglio del '43. Avevo poco meno di dieci anni, eravamo sfollati
nel Monferrato. Centinaia di civili si radunarono davanti alla sede
del dopolavoro fascista per festeggiare la caduta di Mussolini.
Provarono ad abbattere la porta: non ci riuscirono. Due di loro mi
spinsero così attraverso un piccolo varco. Una volta dentro, lanciai
dalle finestre i quadri del duce e del re. Quando la folla si
disperse, mi rimase la sensazione di essere stato protagonista di un
atto di sacrosanta ribellione».
Era già comunista?
«No. Mi iscrissi nel '49, a Milano, in una sezione intitolata ad
Antonio Gramsci».
Cinque anni dopo, su richiesta del Pci, sarebbe andato via
dall'Italia.
«Studiavo Medicina quando venni convocato in una stanza della
federazione. Ci trovai anche Aldo Lampredi, il partigiano che aveva
guidato il plotone per l'esecuzione di Mussolini. Mi disse: "Andrai
a studiare all'estero. Te lo chiede il partito"».
E lei?
«Rimasi di stucco, ma al contempo ne fui onorato. Cercai di capire
almeno in quale Paese e in quale facoltà. Mi rispose: "Studi
politici". Avvisai solo la mia famiglia, poi partii, senza dire
nulla».
Nemmeno alla fidanzata?
«Mi comportai da mascalzone, ma non avevo scelta: mi fu raccomandato
di non parlarne con nessun altro».
La destinazione era Mosca, la facoltà Economia politica.
«Eravamo quattro italiani e un vietnamita. Nessuno di noi conosceva
il russo, facemmo sei mesi di lezioni con un'insegnante con cui
comunicavamo a gesti».
Su quei banchi c'era anche Gorbaciov.
«Quando entrai in università, lui la stava terminando. Lo conobbi
bene solo nel 1985, dopo l'elezione a segretario del Pcus. Era
sempre un fiume di parole, io un po' meno».
Nell'anno in cui arrivò a Mosca, il 1956, iniziò la "
destalinizzazione". Che aria tirava?
«Il sabato andavamo a ballare con le ragazze, la domenica sentivamo
i concerti dei grandi musicisti. Sembrerà strano ma in realtà, in
quegli anni, a Mosca, in fatto di relazioni e di morale, c'era più
libertà lì che in Italia».
Dopo la laurea rientrò a Milano. Che città trovò?
«Totalmente diversa da quella di sei anni prima. Il traffico
intenso, il centro che si ampliava a dismisura, un'infinità di
palazzi in costruzione».
E il partito?
«A guidare la federazione c'era Armando Cossutta. Con un discorso
enfatico, mi fece capire che non mi volevano nell'apparato
politico».
Il motivo?
«Lo capii solo dopo: ero stato troppo tempo a Mosca, non era
opportuno che lavorassi lì».
Detto da Cossutta, uno dei più filosovietici del partito…
«Non aveva ancora posizioni così marcate. Ma, anni dopo, il ricordo
di quell'incontro mi rafforzò nella convinzione che alla politica,
come alla vita, si deve guardare sempre senza schematismo».
Nel partito però ci tornò presto. Prima da segretario cittadino e
poi da membro della segreteria nazionale: il più giovane scelto da
Enrico Berlinguer.
«Pochi mesi prima della nomina, nel '73, il leader Pci venne a
Milano con uno dei dirigenti, Salvatore Cacciapuoti. Fu lui, a un
certo punto, a indicare una borsa a Berlinguer, che assentì senza
dire una parola».
Cosa voleva dire?
«Che sarei andato a Roma a occuparmi dell'organizzazione e della
cassa del partito. Non servì aggiungere altro».
Come andò?
«Mi gettai a capofitto per conoscere la situazione finanziaria, a
cominciare dal cosiddetto "oro di Mosca": polizie e cancellerie di
mezza Europa sapevano dei soldi che arrivavano dall'Urss, ma tutti
facevano finta di niente».
Tutti?
«A cominciare dall'allora ministro dell'Interno Cossiga. Anni dopo
mi raccontò che quando il nostro uomo, un certo Schiapparelli,
andava a convertire i dollari che ricevevamo, i Servizi li
acquistavano per verificare che non fossero falsi. E la questione
finiva lì, nessuno ne parlava più».
Quando fu deciso lo stop al finanziamento?
«Nel febbraio del '74. Eravamo a Mosca. Una sera, Berlinguer mi
propose di uscire in giardino. Si gelava. Gli dissi: "Dobbiamo
prendere le distanze da questi qui". Assentì».
Fu una svolta.
«Ci vollero altri quattro anni. Quando comunicai la decisione a
Boris Ponomariov, l'uomo che teneva i contatti con noi, disse: "È
una vostra scelta". Ma aggiunse: "In ogni caso, avete i soldi del
petrolio'". Lo guardai incredulo: "Quali soldi?". E lui: "Ah, se è
così, chissà dove vanno finire"».
A cosa faceva riferimento?
«Non riuscii a capirlo mai».
Nel Pci lei faceva parte dell'ala riformista guidata da Napolitano.
Quando lo conobbe?
«Nel '63, su una spiaggia delle Marche. Clio, sua moglie, era di
quelle parti. Erano da poco diventati genitori: Giorgio, sorridente,
teneva il primogenito Giovanni in braccio».
Eravate i "miglioristi": non suonava come un complimento.
«Non lo era. Ci chiamò così per la prima volta Pietro Ingrao.
Napolitano non gliela perdonò mai».
Quando, nel 2006, venne eletto capo dello Stato, lei seguì lo
spoglio nel suo studio.
«Appena raggiunto il quorum, mi commossi. Giorgio mi guardò e disse:
"Fuori i piangenti!". Ovviamente scherzava».
Che giudizio dà di Putin?
«Molto critico. È stato uno dei frutti della presidenza di Eltsin,
un vero disastro per la Russia».
Nel suo ultimo libro racconta la sua passione per Dante.
«Ereditata da mio fratello. Nel mio studio ho più di duecento
edizioni della Commedia».
Quale dei sette vizi capitali, rievocati nei suoi versi, è più
pericoloso in politica?
«La superbia».
E nella vita?
«L'invidia. Entrambi, in modo diverso, si distaccano dalla realtà e
dalle sue istanze. Un errore imperdonabile». —
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26.12.24
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Bombe, faccendieri e poteri occulti Gli angoli ancora bui degli anni
Settanta
Raccontare gli anni Settanta, impresa folle e disperatissima. Enrico
Deaglio, dopo gli anni Sessanta, si è buttato nella grande opera. E
ne è venuto fuori un epico ma anche drammatico scanzonato e
affettuoso racconto di storia e di costume. Il decennio in verità
finisce presto perché i Settanta muoiono nel maggio 1978 con i colpi
di pistola che uccidono Aldo Moro. E perciò sul libro campeggia una
foto che è un pugno nello stomaco: l'immagine della camicia
insanguinata dello statista ucciso dalle Br. Scrive Deaglio: «Quegli
spari scellerati, a bruciapelo, all'alba, che abbiamo messo – non
senza sofferenza – in copertina di questo volume, resteranno, come
avrebbe detto Borges, nella "storia universale dell'infamia", il
trauma che ci porteremo sempre appresso».
Se il delitto Moro è il punto finale di un processo venefico che
brucia gli anni Settanta e tanti suoi protagonisti, speranze di
cambiamento comprese, c'è però una storia oscura che gli corre
accanto, s'interseca come un fiume carsico, a volte si sovrappone. È
la storia dei poteri criminali.
Un po' ce lo siamo dimenticato, quel periodo. Ma ci pensa Enrico
Deaglio a rinfrescarci la memoria su come l'eversione di destra
mettesse bombe in treni, stazioni, università e come avesse
preparato numerosi colpi di Stato. Come i gruppi criminali – banda
della Magliana, Cosa nostra, P2, l'allora sconosciuta 'ndrangheta –
si associassero al potere e facessero i "lavori sporchi" in cambio
di impunità.
Ci siamo dimenticati, ad esempio, come al crocevia di finanza,
mafia, traffico di droga, corruzione, ci fosse un tal Michele
Sindona. Breve ripasso: l'uomo nasce dalle parti di Messina nel
1920, in Sicilia stringe utili contatti con gli americani nel
periodo di occupazione, negli anni Cinquanta si trasferisce a Milano
e il suo studio di fiscalista diventa famoso tra i "cummenda".
L'ascesa pare inarrestabile. Rileva un'antica banca e poi un'altra,
domina la Borsa, amministra le proprietà immobiliari del Vaticano.
Si scoprirà solo in seguito che le sue banche erano coinvolte nei
movimenti dell'Anonima sequestri e riciclavano soldi della mafia
siciliana. Per qualche anno gli va tutto benissimo. Ricostruisce
Deaglio: «In America è addirittura proprietario della decima banca
del Paese, la Franklin Bank di Long Island, che gode di una buona
clientela legata al Partito repubblicano e alla comunità
italoamericana. Ma il più grande sogno è crollato in pochi mesi,
anno 1974. La Franklin ha fatto improvvisamente bancarotta, e beati
i depositanti che sono riusciti a recuperare i loro soldi. E in
Italia è crollato "l'impero Sindona", quando – finalmente – gli
ispettori della Banca d'Italia hanno avuto il permesso dal
governatore Guido Carli di andare a guardare i conti delle sue
banche».
Inseguito da due giustizie, Sindona ripara a New York. Dall'Italia,
comunque, lo aiutano in tanti con i cosiddetti "affidavit", cioè
lettere a garanzia di quanto fosse una brava persona. «A garantire
per Michele Sindona troviamo il procuratore generale presso la Corte
d'appello di Roma, Carmelo Spagnuolo, il segretario del Psdi Flavio
Orlandi, la vulcanica imprenditrice milanese Anna Bolchini, due
persone a noi sconosciute, Paul Rao esponente del Partito
repubblicano americano e soprattutto figlio di un giudice della
Corte suprema, Philip Guarino, che si presenta come rappresentante
della comunità italoamericana di New York, John McCaffery, già capo
del controspionaggio inglese ai tempi della guerra, il nobiluomo
torinese Edgardo Sogno, appena uscito dalle accuse di aver tramato
un colpo di Stato, il fresco ministro "tecnico" del Tesoro nel
governo Moro, ed ex presidente della Banca Commerciale, Gaetano
Stammati». E naturalmente c'è Licio Gelli.
A raccontarci poi chi fosse il segreto sponsor politico di Sindona
sarà Aldo Moro, nel suo Memoriale scritto quand'era nelle mani delle
Brigate rosse. E così due storie tanto diverse s'incontrano fino a
diventare un tutt'uno. Racconta infatti Moro che Giulio Andreotti,
in quel momento senza incarichi di governo, era andato appositamente
in America per partecipare a un pranzo in onore di Sindona, libero
su cauzione. Tentarono invano di sconsigliarlo sia l'ambasciatore
Egidio Ortona, sia Moro stesso. «Andreotti si impuntò e sarà
l'ospite d'onore (da solo) al banchetto offerto all'hotel St. Regis
in cui dichiarerà Sindona l'italiano più importante della storia».
Andreotti disponeva a New York di un "ufficio di rappresentanza",
tenuto dalle sorelle Grattan, antica famiglia di politici
repubblicani, di fede anticomunista. Una delle sorelle, interrogata
nel 1994 dai pm di Palermo, confermò che tra il 1978 e il 1979 aveva
incontrato per otto volte Sindona nel suo studio.
Si moriva, all'epoca, a toccare Sindona. Un incorruttibile avvocato
milanese, Giorgio Ambrosoli, che si occupava della liquidazione
delle sue banche fu fatto uccidere da un sicario italo-americano. Il
banchiere Enrico Cuccia fu convocato a New York e minacciato di
morte, lui e i figli, affinché non si mettesse di traverso al
salvataggio delle banche a spese dello Stato italiano. A Palermo,
l'investigatore Boris Giuliano, fu ammazzato in strada perché aveva
scoperto chi era il banchiere dei clan.
Infine Sindona organizzò un auto-sequestro a immagine e somiglianza
del dramma di Aldo Moro: scomparve a New York nell'agosto 1979 e
ricomparve nella Grande Mela due mesi dopo facendo un racconto
farneticante di comunisti che lo avrebbero rapito e torturato. In
realtà era andato clandestinamente in Sicilia ad incontrare massoni
e capi mafiosi che volevano sapere come avrebbero riavuto indietro i
miliardi che gli avevano affidato. Tutto fu organizzato
meticolosamente: mentre era ospitato da un medico della polizia a
Palermo, massone, scriveva lettere di finta disperazione che ogni
volta un picciotto portava in aereo fino a New York per essere
imbucate a Brooklyn. Incontrò il famoso avvocato Vito Guarrasi, il
potentissimo esattore Nino Salvo, il cavaliere del lavoro Gaetano
Graci, il capo della massoneria siciliana Barresi. «Ma più che
assicurare ai clienti che avrebbe restituito loro i soldi perduti –
contava di ricattare i politici italiani che gli avevano affidato i
loro risparmi perché li esportasse all'estero, ma quelli si erano
salvati dal suo crack –, Sindona era venuto a vendere l'idea di un
colpo di Stato separatista, il vecchio sogno del 1943; si diceva
sicuro di avere l'appoggio americano, dell'amministrazione Carter,
della Cia, dell'ambasciata a Roma; vantava rapporti diretti – li
aveva finanziati, perbacco! – con i vertici dei servizi segreti
italiani, parlava addirittura di strategie militari». Finì come
doveva finire. Con un caffè alla stricnina in cella. E chissà quanti
altri segreti sono stati sepolti con i fantastici anni Settanta. —
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25.12.24
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"Spot e slogan ingannevoli non si conoscono i rischi"
Silvio Garattini
Le frasi
flavi aamabile
ROMA
A 96 anni, Silvio Garattini, presidente e fondatore dell'Istituto di
Ricerche Farmacologiche Mario Negri, sta trascorrendo il pomeriggio
di Santo Stefano a calcolare quanti principi attivi in eccesso
esistono nel Prontuario farmaceutico nazionale. Interrompe
volentieri per analizzare i pericoli dei farmaci per perdere peso.
Per il quotidiano The Guardian, nel Regno Unito il mercato dei
farmaci per perdere peso sta diventando sempre più aggressivo, con
pubblicità che aggirano i divieti e propongono prodotti ai
consumatori senza controllo. Qual è la situazione in Italia?
«In Italia abbiamo un problema preliminare: a fornire le
informazioni sui prodotti sono solo le aziende dell'industria
farmaceutica che hanno tutto l'interesse a far crescere il settore
attraverso notizie che sfuggono a ogni controllo. Secondo
un'elaborazione di Unione Italiana Food su dati New Line, nel 2023
il fatturato del comparto dell'integrazione alimentare in Italia ha
raggiunto i 4,5 miliardi di euro in valore delle vendite e le 300
mila tonnellate in quantità. L'Italia si conferma il primo mercato
europeo, con il 26% del fatturato totale e nel 2024 dovrebbe
raggiungere quota 5 miliardi. Tutto questo è senza senso, non c'è
alcuna base scientifica che i prodotti abbiano efficacia ma sono
comunque molto utilizzati. Si preferisce mangiare in eccesso e usare
dei prodotti per perdere peso basandosi sulle promesse di una
pubblicità senza controllo».
Quindi anche in Italia i consumatori non sono protetti dai messaggi
che arrivano dalla pubblicità delle aziende farmaceutiche?
«In televisione, sui giornali, sulle riviste, sui social, assistiamo
a comportamenti molto aggressivi. A volte si usano delle formule
indirette e si aggirano le regole fornendo messaggi fuorvianti.
Sarebbero necessari controlli perché il compito della pubblicità è
di comunicare attraverso affermazioni vere che nel settore della
salute rivestono particolare importanza sia per i singoli sia per le
conseguenze sul Servizio sanitario nazionale, eppure non ho mai
visto ritirare una pubblicità su un farmaco per aver trasmesso
notizie non vere. Si può fare e dire quello che si vuole, al
contrario del principio presente nella Costituzione che lo Stato
deve proteggere la salute di tutti».
Come si fa a capire quali farmaci per perdere peso sono davvero
efficaci?
«Per approvare un nuovo farmaco la legislazione europea si basa su
tre caratteristiche: qualità efficacia e sicurezza. Non ci chiarisce
nulla, però, su un aspetto fondamentale e cioè il rapporto con
farmaci che già esistono per la stessa indicazione. Per le industrie
questa mancanza è molto comoda: si può quindi ottenere
l'approvazione anche se il nuovo farmaco è meno attivo o uguale,
questo consente alle industrie di poter affermare liberamente che il
proprio farmaco è il migliore perché non è possibile fare un
confronto. Inoltre i farmaci vengono studiati sui maschi, le donne
usano farmaci non studiati per loro, il 75% degli studi controllati
non permette di stabilire quale sia l'efficacia di un farmaco in
base al genere ma sappiamo che la stessa malattia non si presenta in
modo uguale nei maschi e nelle femmine».
Che cosa sappiamo degli effetti negativi dei farmaci per perdere
peso?
«Il sistema è tutto orientato a capire l'efficacia dei farmaci,
sulla tossicità si sa poco. Dagli studi clinici controllati sappiamo
che gli effetti negativi che accadono più di frequente sono di
natura gastrointestinale, infatti molti devono abbandonare l'impiego
di questi farmaci per questo motivo. Possiamo dire che conosceremo
le reali conseguenze sulle persone solo in futuro. Non abbiamo
un'organizzazione per raccogliere le informazioni sugli effetti
tossici dei farmaci, non abbiamo un'agenzia o una struttura che se
ne occupi. Ci si basa sui gesti volontari di farmacisti o persone
che scrivono all'Aifa per comunicare le conseguenze negative
riscontrate. In questo modo emerge solo il 10 per cento degli
effetti tossici di un farmaco. Questo deve rendere i medici più
attenti e responsabili nel fare prescrizioni».
Ad aumentare la confusione è anche il fatto che molti di questi
farmaci in realtà dovrebbero essere usati per altre malattie come il
diabete o l'ipertensione.
«È un uso irrazionale da evitare. Fra le informazioni che mancano su
questi farmaci non sappiamo quanto in un soggetto che non è
diabetico assumere questi farmaci che fanno perdere peso ma anche
calare la glicemia potrebbe essere dannoso se non si è
iperglicemici».
C'è anche chi, in vista delle feste, fa scorta di questi farmaci.
«Lo trovo ridicolo, un esempio di ignoranza in materia di salute.
Non si ingrassa per quello che si mangia a Natale o a Capodanno ma
per quello che si mangia il resto dell'anno. Questi farmaci
dovrebbero essere assunti solo in caso di grave obesità o per
evitare interventi chirurgici. In tutti gli altri casi non servono a
nulla: è provato che, se non si è imparato a mangiare, quando si
smette il trattamento si prende di nuovo rapidamente il peso perso»
|
24.12.24
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,1-18
...
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.
Gli israeliani hanno avuto questi segnali ma non li hanno voluti
vedere.
Da allora si
sono alleati con satana.
Perche' non
prenderne atto :
Matteo 6,24
Nessuno può servire due padroni, perché o odierà
l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo per
l'altro. Voi non potete servire Dio e Mammona.
Luca 16,13
Nessun domestico può servire due padroni: perché o
odierà l'uno e amerà l'altro, o avrà riguardo per l'uno e disprezzo
per l'altro. Voi non potete servire Dio e Mammona”.
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23.12.24
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PACE IN TERRA AGLI UOMINI DI BUONA VOLONTA' "Betlemme senza
natività è un luogo monco C'è bisogno di speranza"
Pierbattista Pizzaballa
Nello del Gatto
Gerusalemme
«A Gaza è tutto distrutto, la situazione è molto grave, ma qualche
segno di speranza, di vita, c'è ancora». È la prima immagine che ha
fornito ieri il cardinale di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa,
appena tornato da una visita alla comunità cattolica della Striscia.
Il patriarca gerosolimitano, unico esponente straniero ad aver
effettuato due visite a Gaza (la prima era stata a maggio), glissa
anche sulle polemiche scaturite dalle parole del Papa circa un
rifiuto, poi smentito dalle autorità israeliane, del suo ingresso a
Gaza. «Io alla fine sono entrato, questi sono i fatti. L'ingresso a
Gaza non è mai semplice, ci sono tante questioni, di protocollo, di
sicurezza e così via. È importante restare sui fatti. Sono entrato e
voglio ringraziare quelli che mi hanno aiutato. Ci sono stati dei
problemi, degli ostacoli, ma ci sono state anche persone che poi
hanno aiutato a risolvere e questo è quello che conta».
Le polemiche non sono mancate, anche rispetto alle parole del Papa
che negli ultimi tempi ha usato espressioni forti sulla guerra. Il
cardinale è una figura molto apprezzata da ogni parte in Terra
Santa, dove vive da 35 anni, per la sua opera anche di mediazione.
Da qui i suoi buoni uffici con i governi israeliano, giordano e
palestinese. All'inizio della guerra si offrì per sostituirsi agli
ostaggi. E non si tira indietro rispetto alle polemiche, dice, ci
sono sempre state ma lo lasciano indifferente, non distraendolo e
proseguendo per la sua strada. «Il Papa è sempre stato molto chiaro.
Forse non siamo abituati a un Papa che non usa molte sfumature. Ha
chiesto la fine della guerra, di questa come di tutte le altre,
chiedendo la liberazione degli ostaggi. Lo ha detto parecchie volte.
E ha anche condannato in maniera chiara la reazione considerata
sproporzionata. Questa guerra come tutte le guerre è molto crudele
ed ha avuto e ha un impatto molto forte su tutto e su tutta la
popolazione».
A Gaza, Pizzaballa ha incontrato le poche centinaia di cattolici
rimasti. Che al pastore della chiesa di Gerusalemme, hanno chiesto
cibo, aiuti e scuole per i figli. Segno di vita, di speranza, dice
il cardinale. Per il quale è necessario anche non tanto un
cambiamento di leader, ma la ricerca di una leadership. «Abbiamo
bisogno di creare un contesto di un gruppo o di una squadra dove le
persone con responsabilità hanno il coraggio di incontrarsi e
organizzare qualcosa insieme. E noi, come Chiesa cattolica, siamo
pronti. Dopo questa crisi, dove vediamo anche la debolezza di una
leadership politica e istituzionale, qualcosa di nuovo deve uscire.
Non possiamo costruire un nuovo futuro con le stesse facce».
Domani è Natale. A Betlemme come l'anno scorso ci sarà la messa
della vigilia, ma non le luminarie. L'amministrazione locale e
quella dell'Autorità palestinese in segno di cordoglio per Gaza le
hanno vietate. «Avremmo voluto qualcosa, non una festa normale ma
almeno qualcosa di un po' più vivace, anche perché la gente ha
bisogno di un po' di respiro. Speriamo sia l'ultimo Natale in tono
minore perché, soprattutto Betlemme, senza Natale, è monca». La
città, come tutti i Territori, vive una profonda crisi economica che
ha portato molti ad emigrare. «Questa guerra ha avuto un impatto
enorme sulla popolazione sia israeliana sia palestinese. Si sa che
non si tornerà com'era prima, ma non si capisce come sarà il futuro,
con chi, come e quando, come finirà. Ecco, questa mancanza di
certezze per il futuro, questa insicurezza un po' su tutto, ha
creato un sentimento molto pesante nella vita della popolazione.
Dobbiamo lavorare. È chiaro che noi come Chiesa cerchiamo di aiutare
il più possibile, ma senza un cambiamento nella prospettiva politica
sarà molto difficile avere un'influenza determinante sul sentimento
della popolazione».
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22.12.24
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Mavi e l'intervista da sogno al Presidente "Gli ho chiesto se è
felice, mi ha detto di sì"
«Lei è felice? O questa grande responsabilità la preoccupa troppo?».
Mariavittoria Belleri è appena entrata nello studio del presidente
della Repubblica salutata dal batter di tacchi dei due corazzieri
alla porta: ora lei e Sergio Mattarella sono seduti l'una davanti
all'altro per l'intervista che questa bambina di dieci anni sognava
da tempo e che adesso, grazie a Telethon e all'idea di ricavarne un
corto firmato da Francesca Archibugi, è diventata realtà. Cinque
minuti trascorsi a tu per tu che "Mavi", come la chiamano i genitori
e i compagni di classe, non dimenticherà facilmente: «Lui ha
risposto di sì, che è felice, ma non posso dire nient'altro –
racconta -: un po' perché deve restare un segreto fra me e il
presidente e io non posso spoilerare nulla, ma anche perché ero
talmente emozionata che non mi ricordo più niente…».
A Mariavittoria, quando aveva un anno d'età, è stata diagnosticata
la Sma, l'atrofia muscolare spinale per cui non ha mai potuto
camminare e che la obbliga a muoversi su una sedia a rotelle
elettrica. «Ha iniziato a parlare prestissimo e da subito ha
inondato di domande me e mio marito - spiega Eleonora Fontana, la
mamma -. Le abbiamo chiarito sempre tutti gli aspetti della sua
malattia, e a un anno e mezzo ha saputo che non avrebbe mai
camminato. Siamo convinti che le bugie non possano funzionare».
Avere un incontro col presidente Mattarella, dice Mavi, che sentiamo
al telefono mentre sta tornando in macchina a Brescia, dove vive con
i genitori, «era il mio obiettivo, ci ho pensato la prima volta un
anno fa, perché mi piace l'idea di intervistare i capi di Stato». E
così, di sogno in sogno, si scopre che la prossima volta le
piacerebbe fare qualche domanda al Pontefice: «Ora mi piacerebbe
intervistare il Papa... In passato avevo pensato a Biden e anche a
Putin, ma in questo caso avevo paura che, se avessi fatto una
domanda non gradita, se poi si fosse arrabbiato avrebbe potuto
schiacciare il pulsante rosso della bomba atomica». Paure di bambina
che riflettono l'incubo risvegliato negli ultimi anni dal mondo
degli adulti.
Molto più tranquillizzante il dialogo con Sergio Mattarella: «Ero
emozionatissima, quasi non so come descriverlo - dice Mavi -; è
stato gentile e accogliente, un pochino dà l'idea di un nonno buono
, ma non vorrei sminuire la sua figura». I corazzieri? «Altissimi».
Il personale del Quirinale che l'ha accolta e scortata dal
presidente con tutti gli onori? «Molto disponibile». Fino al suo
ingresso nello studio di Mattarella, perché da quel momento in poi
non ci sono stati testimoni del colloquio. Il suo passaggio nei
saloni del Quirinale, d'altra parte, ha osservato tempi e scene che
appartengono a qualsiasi fiction, perché tale è Una giornata
pazzesca, realizzato per la 35esima Maratona di Fondazione Telethon.
Mariavittoria, da brava interprete, «si è attenuta alle indicazioni
della regista, ci sono state numerose inquadrature e riprese, ha
dovuto ripetere le battute: un'attrice a tutti gli effetti che
interpreta sé stessa», dice la mamma. Di professione avvocata, non
ha mai voluto abbandonare la professione: «Io e mio marito, che fa
l'ottico, abbiamo voluto mantenere le nostre individualità e le
nostre abitudini per quanto possibile. Avere ognuno il suo spazio
lavorativo dà più valore al tempo che trascorriamo insieme. E a casa
c'è una persona preziosa che ci aiuta».
Il commento di Mavi è pronto e risoluto: «Non vorrei neanche io
avere mia mamma ventiquattr'ore al giorno, vorrei anche un po' di
calma. Bastano la sera e la mattina». La madre parla del rapporto
che ha con sua figlia come qualcosa di «simbiotico» e intensissimo:
«L'aspetto cognitivo di Mavi, che è molto sveglia e curiosa, ci ha
sempre aiutati a superare la sua disabilità motoria. La nostra è una
vita normale anche se con le sue specificità. In ogni caso è un
vivere, non un sopravvivere».
Il che ovviamene non significa che sia semplice: «Anche lei fa le
sue osservazioni e in un certo senso è il peggior giudice. Un
esempio? Mia figlia chiede tanto aiuto, anche per i suoi movimenti,
e noi la riprendiamo quando non chiede "per favore". La sua reazione
è stata: "Ma allora se chiedo per favore per ogni movimento passo la
mia vita così..."». Il ruolo di Telethon, che ha trasmesso alla
presidenza della Repubblica la richiesta d'intervista di Mavi
propiziando l'iniziativa, viene sottolineato così: «È fondamentale
quello che fa per la ricerca. La presenza del presidente Mattarella
inoltre dà un sigillo importante alla campagna contro le malattie
genetiche rare».
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"Salvini? Non vede il dolore degli altri Follia un mondo governato
da miliardari"
Richard Gere
Il mondo è sull'orlo del baratro, ma la naturalezza
rasserenante con cui Richard Gere espone le sue convinzioni spinge a
pensare che, forse, non tutto è perduto: «Dobbiamo provare a tenere
aperti i nostri cuori, per ascoltare il dolore dei nostri simili,
per interessarci delle tragedie che avvengono ovunque. Penso che
tutti noi siamo qui sulla Terra con un obiettivo comune, che è
proprio quello di aiutarci l'un l'altro».
Nell'agosto del 2019 ha visitato l'"Open Arms", ormeggiata al largo
di Lampedusa e carica di migranti che non potevano raggiungere la
terraferma. L'allora Ministro degli Interni Matteo Salvini, che
aveva impedito lo sbarco, è stato processato e ora appena assolto.
Che cosa ne pensa?
«Quando sali su un'imbarcazione come quella, cosa che ho fatto in
quell'occasione e poi anche in altre, vedi le stesse cose che, in
questi anni, abbiamo visto in tanti luoghi del pianeta, India,
Honduras, Bangladesh, Africa e anche in America. Gente che cerca una
casa, un posto dove vivere, un riparo. In un certo senso siamo tutti
rifugiati e, anche se non conosco i dettagli di questo caso
giudiziario, penso che, se non riusciamo a specchiarci nelle
sofferenze dei nostri fratelli, vuol dire che, come razza umana,
abbiamo fallito».
L'America ha di nuovo scelto Trump, che effetto si aspetta dalla
ri-elezione?
«È difficile rispondere a una domanda del genere in pochi minuti.
Posso dirle però che di recente sono stato a Washington, per un
evento speciale dedicato al Tibet, una campagna internazionale in
cui, alla presenza di Nancy Pelosi, è stato proiettato il
documentario sul Dalai Lama che ho prodotto. Sono stato in giro, ho
incontrato rappresentanti del Congresso, sia repubblicani che
democratici con l'obiettivo di capire quale percezione abbiano del
futuro che ci aspetta. Sa come è andata? Nessuno ha saputo
rispondere».
Che cosa la preoccupa di più?
«Trovo davvero molto inquietante il fatto che, del governo Trump,
facciano parte due tra le persone più ricche dell'intero pianeta e
che esse abbiano, quindi, la facoltà di esercitare il loro potere.
Il fatto che siedano nell'ufficio presidenziale è per me molto
allarmante. Nella Costituzione americana ricorre più volte la
formula "noi, il popolo", non certo "noi, i miliardari". Dimenticare
il popolo americano, quello vero, che non è certo fatto da
super-milionari, è la cosa che più mi spaventa, quella che veramente
fa tremare se pensiamo alle nostre sorti future. In America, ma
anche in tante altre nazioni».
Fra gli scenari più preoccupanti c'è quello riguardante il sistema
sanitario. Il neo-presidente Trump sarebbe pronto ad annunciare il
ritiro degli Usa dall'Oms, nel primo giorno del suo mandato. Che ne
dice?
«Mia moglie è spagnola e, quando è venuta a vivere con me in
America, è rimasta letteralmente scandalizzata nel constatare che,
negli Stati Uniti, il Paese più ricco del mondo, non esiste un
sistema sanitario pubblico. Per motivi che ancora non sono del tutto
chiari il Partito repubblicano si rifiuta di crearlo. È una cosa
incredibile, ci ho riflettuto a lungo, la nostra priorità dovrebbe
essere proprio la salute, il fatto che tutti abbiano la possibilità
di curarsi, di nutrirsi, di avere un tetto, insomma il minimo, le
cose più semplici. Credo che se ci impegnassimo tutti in questo
senso le cose andrebbero subito meglio. E questo dovrebbe valere
ovunque, per tutti i cittadini del mondo. Se ognuno dei nostri Paesi
mettesse a disposizione dei soldi per garantire i diritti basilari,
gran parte dei problemi sarebbero risolti».
La diffusione delle armi è un'altra piaga americana.
«Restiamo sconvolti ogni volta che assistiamo alle stragi nelle
scuole, con ragazzini che vengono ammazzati, ma la vendita delle
armi continua a proliferare e l'esercizio della violenza in Usa è
onnipresente, sempre in crescita. Mi sono attivato in questo senso,
cerco di promuovere movimenti che controllino la diffusione delle
armi».
Nel suo ultimo film Oh Canada I tradimenti (dal 16 gennaio nei
cinema) interpreta, diretto da Paul Schrader, il documentarista Leo
Fife che, prossimo alla fine della vita, rivive la sua giovinezza, a
iniziare dalla fuga in Canada per evitare di andare a combattere in
Vietnam. Lei è nato nel '49, in un'America molto diversa da quella
di oggi. Che ricordi ha di quel periodo?
«Faccio parte esattamente di quella generazione che ha ricevuto la
prima chiamata al fronte, quando è scoppiata la guerra in Vietnam.
Era un periodo molto particolare, c'è stato come un risveglio
universale, una voglia di reagire da parte dei ragazzi di allora, di
dire no a quello che stava succedendo, forse anche perché gli orrori
dell'Olocausto e del Secondo conflitto mondiale erano ancora vicini
e allora quei giovani hanno saputo dire "no, non voglio essere parte
di una nuova guerra"».
Ha rimpianti?
«Ha una giornata libera? Ce ne vorrebbe almeno una per poterglieli
dire tutti. Certo che ne ho, credo che ognuno di noi, nell'arco
della propria esistenza, sappia di essersi comportato male nei
confronti di altre persone, in modi più o meno gravi, e che questo
ci abbia fatto vergognare di noi stessi». —
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Battaglia aerea nello Yemen abbattuto un F-18 americano
New York
Benjamin Netanyahu annuncia il pugno duro a oltranza contro
gli Houthi per assestare un altro colpo all'Iran, da dove arrivano
nuove smentite sull'impiego da parte di Teheran di procure militari
nella regione in funzione anti-israeliana. Il tutto mentre gli
americani rischiano di perdere due piloti impegnati nei raid contro
le postazioni dei ribelli yemeniti per colpa - sembra - del fuoco
amico. Si è ormai chiaramente spostato in Yemen il baricentro
bellico del conflitto in Medio Oriente, dopo aver toccato Gaza,
Libano (inteso come Hezbollah), Iran e di sponda la Siria. E a
sentire il premier israeliano, la campagna contro gli Houthi,
considerati vicini all'Iran, si preannuncia dura e prolungata.
«Come abbiamo agito contro i terroristi iraniani, agiremo forza e
determinazione contro gli Houthi dello Yemen», afferma Netanyahu
dopo che nella notte tra venerdì e sabato un missile balistico ha
bucato la difesa aerea israeliana colpendo un parco di Tel Aviv e
causando 16 feriti. Si è trattato dell'ultimo raid di una serie che
la formazione yemenita ha intensificato nelle ultime settimane. In
una dichiarazione video rilasciata dopo la riunione del suo
gabinetto di sicurezza a Safed, Netanyahu ha promesso che, anche se
l'operazione contro gli Houthi potrebbe richiedere del tempo, i
risultati saranno gli stessi delle campagne di Israele contro altre
procure iraniane nella regione, tra cui Hamas a Gaza e Hezbollah in
Libano.
Poco prima era stata Teheran a farsi sentire rilanciando la campagna
di resistenza "spontanea" nella regione: «Yemen, Hezbollah, Hamas e
Jihad Islamica non sono procure iraniane, ma combattono per propria
convinzione. Se volessimo entrare in azione, non avremmo bisogno di
alcuna forza per procura», tuona la Guida suprema, Ali Khamenei. Il
quale è intervenuto anche sulla caduta del regime siriano di Bashar
Al-Assad: «Gli Stati Uniti progettano di dominare (la regione),
stimolando caos e scontri in quel Paese». Una strategia che, secondo
Teheran, vorrebbe essere replicata anche in Iran. «Un personaggio di
nazionalità statunitense ha detto che se la gente in Iran si
rivoltasse, gli Usa l'aiuterebbero - ha affermato Khamenei -. Ma si
tratta solo di un idiota. Il popolo iraniano schiaccerà sotto i suoi
piedi chiunque accetti di diventare un mercenario Usa e aiuti i
disordini nel nostro Paese».
Le attività militari Usa nella regione intanto proseguono con
intensità sullo Yemen non senza presentare rischi. Due piloti della
Us Navy sono stati abbattuti sul Mar Rosso domenica mattina in «un
apparente caso di fuoco amico», afferma l'esercito americano.
Entrambi sono vivi e al sicuro ma «le valutazioni iniziali indicano
che uno dei membri dell'equipaggio ha riportato ferite lievi»,
riferisce il Comando centrale (Centcom) degli Usa. «È in corso
un'indagine completa», spiega il Centcom. L'incrociatore
lanciamissili Uss Gettysburg «ha fatto fuoco per errore e ha colpito
l'aereo caccia F/A-18» che era pilotato dai piloti di Marina
provenienti da un'altra nave, la Uss Harry S. Truman.
L'errore, potenzialmente letale, mette in evidenza i rischi e le
insidie della missione in cui gli Stati Uniti sono coinvolti da più
di un anno. I ribelli yemeniti hanno lanciato più di 200 missili e
170 droni contro Israele in 13 mesi, riferisce il Times of Israel.
Secondo l'Idf (Forze di difesa israeliane), la stragrande
maggioranza non ha raggiunto Israele o è stata intercettata
dall'esercito e dagli alleati israeliani nella regione. Nell'ultima
operazione americana in ordine di tempo, avvenuta appunto la notte
scorsa, sono stati colpiti obiettivi "nemici" nella capitale Sanaa.
«Le forze di Centcom hanno condotto attacchi aerei di precisione
contro un impianto di stoccaggio missilistico e una struttura di
comando e controllo gestita dagli Houthi», si legge in una nota del
Comando.
L'operazione condotta dai militari Usa è avvenuta in risposta,
appunto, all'attacco condotto dalla formazione yemenita in cui è
stata "bucata" la copertura israeliana. L'esercito israeliano ha
ammesso di non essere riuscito a intercettare un missile balistico
che ha colpito quello che gli Houthi hanno affermato di essere «un
obiettivo militare» a Tel Aviv. Il raid, che ha causato anche il
ferimento di una bambina di tre anni, sarebbe andato a segno a causa
di un guasto tecnico del sistema di intercettazione dei missili
Arrow. Fra.Sem. —
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l ministro degli Esteri turco a Damasco
Segnali di nuovo corso politico in Siria Una donna nell'esecutivo
provvisorio
Ahmad Al-Shara rinnova la promessa di proteggere le
minoranze, sottolinea il valore della coesistenza e assicura di
essere già al lavoro sugli obiettivi. In un faccia a faccia a
Damasco tra il ministro degli Esteri della Turchia, Hakan Fidan e il
leader della nuova Siria, Al-Shara ha garantito che tutte le armi
presenti nel Paese passeranno sotto il controllo dello Stato,
comprese quelle detenute dalle forze a guida curda, invise ad
Ankara, che ha sostenuto la sua avanzata sulla capitale siriana. A
una delegazione libanese guidata dal leader druso Walid Jumblatt,
Al-Shara ha assicurato che la nuova Siria - slegata da Teheran, non
eserciterà più un'influenza «negativa» in Libano. Il nuovo corso
politico comprende anche l'entrata in scena di una donna, Aisha
al-Dibs, nominata capo dell'ufficio per gli affari delle donne
nell'amministrazione provvisoria istituita dopo la caduta del
regime. R.E.
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Anke Julie Martin L'attivista: "Le autorità lo conoscevano, ma
negavano: è emersa la verità". L'allarme sui social
"Sono stata la prima a segnalare il saudita Diceva follie, ma
nessuno mi ha dato retta"
Anke Julie Martin
dall'inviata a magdeburgo
Anke Julie Martin scrive da Israele e in questi giorni su X è
attivissima (supponiamo che sia una femmina, perché non vuole
rivelare la vera identità), dopo l'attentato di Magdeburgo. È stata
lei la prima a denunciare la pericolosità di Taleb al-Abdulmohsen,
l'uomo di origine saudita che ha compiuto la strage. Ci risponde da
lontano con solerzia. Ci racconta i dettagli di una conoscenza solo
virtuale con il presunto assassino del mercatino, con i dettagli di
conversazioni che i due avevano avuto nel 2017. «L'aggressore era
noto alle autorità tedesche da allora – ci spiega –. Io stessa avevo
segnalato due volte alla polizia del Nordreno-Westfalia alcuni suoi
tweet. Aveva accusato il servizio di assistenza ai rifugiati e aveva
fatto nomi di uomini che sfruttavano la gente vulnerabile».
Uno dei deliri diventata la ragione per cui Abdulmohsen avrebbe
architettato l'attentato del mercatino di Natale: a suo dire, il
comportamento delle forze dell'ordine della Germania nei confronti
dei migranti ex musulmani come lui. «La polizia tedesca vuole
islamizzare il Paese», diceva recentemente lo psichiatra paranoico e
complottista. Ma da tempo parla di abusi e di obbligo di assumere
droghe, per destabilizzare i rifugiati. «Quando ho letto i suoi
tweet – racconta Anke Julie Martin – l'ho invitato ad andare a
denunciare alla polizia, se era vero». Poi, però, l'utente di X ha
notato in Taleb altri post strani: «In uno rivelava la presenza in
Germania di un uomo arabo con background islamista. Il tweet di
Taleb conteneva il nome di quest'uomo, la data, la città, l'hotel e
il numero della camera d'albergo in cui si trovava. Questa persona
era ricercata all'estero».
All'epoca, altri utenti di Twitter avevano reagito a al post di
Taleb in arabo, dicendo che doveva smetterla, che quel che stava
facendo era scorretto. «Ho pensato di informare le autorità locali,
in modo che sapessero che quell'uomo pericoloso si trova in città.
Oppure, se non era vero e le informazioni contenute nei tweet di
Taleb erano inventate, la polizia poteva avvertire l'hotel in
anticipo, per proteggere gli ospiti».
A queste segnalazioni, Anke Julie Martin non ha ricevuto risposta.
Lei non è la sola ad aver denunciato i comportamenti strani del
saudita: anche l'attivista americana-saudita Nora Abdulkarim ha
raccontato di aver conosciuto Taleb mentre seguiva il rimpatrio di
una donna a Riad, e lo ha descritto come «aggressivo, egocentrico,
instabile». «Non è vero che non lo conoscevano», continua Anke, «chi
dice questo mente. E, infatti, ora viene fuori la verità». Giudica
le sue azioni come un atto dovuto: «Non ho fatto nulla di che –
spiega –. Ho semplicemente preso sul serio le accuse contenute nei
suoi tweet, ad esempio contro gli aiuti ai rifugiati, e le ho
trasmesse alla polizia». Ha comunicato con lui sempre nel mondo
digitale, «gli ho chiesto ripetutamente di contattare le forze
dell'ordine. Se necessario, anche gli agenti di un'altra città, se
non l'avessero preso sul serio».
Dal 2017 e 2018 ad oggi più nulla, nessun contatto. Fino alla strage
di Natale e il thread che Anke Julie Martin ha scritto sul social,
riannodando i fili sulla rete che tiene in memoria tutto. Anche
quegli stessi post di Taleb che ora sono all'esame degli inquirenti.
l. tor.
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Tutti i misteri
Falciani
di
ELISA SOLA
Da Milano a Roma. Da Alassio alle Cinque terre. Nel 2024 Hervé
Falciani, l'ingegnere che vive sotto copertura da quando ha rivelato
i nomi di oltre 130mila evasori fiscali, è stato almeno quattro
volte in Italia, prima del 7 dicembre. Negli hotel in cui ha dormito
si è sempre registrato con il proprio nome. Ha mostrato il
passaporto. Eppure, per quattro volte, non è mai scattato il sistema
di allerta che segnala alle forze dell'ordine la presenza di un
ricercato. E Falciani, destinatario di un mandato d'arresto
internazionale per «spionaggio economico» emesso dalla Svizzera, non
è mai stato arrestato. Ha fatto il bagno ad Alassio. Ha cenato a
Roma con amici di vecchia data. Ha visitato i borghi più
spettacolari del Levante. Fino al 7 dicembre, quando alle tre di
notte i poliziotti di Milano hanno bussato alla stanza 508 del The
corner Duomo hotel. Poche ore prima, alla reception, il whisteblower
che ha sottratto dalla Hbsc migliaia di liste sui fondi neri, aveva
mostrato il passaporto. Come aveva fatto nei mesi precedenti a Roma
e ad Alassio. Ma, come Falciani stesso pochi giorni fa ha detto alla
Corte d'appello di Milano, prima di essere liberato grazie (anche)
al provvedimento del ministro della Giustizia: «Nessuno mi aveva mai
fermato prima di oggi».
Il primo mistero della «spy story» dell'esperto di finanza che
collabora con i servizi di 40 Paesi è racchiuso in questa domanda.
Perché nessuno in Italia, se era ricercato da anni, l'ha arrestato
prima del 7 dicembre? Le ipotesi possibili non sono molte. La prima
è legata al suo doppio passaporto. Su quello francese il nome è
scritto completo: Hervé Daniel Marcel Falciani. Su quello italiano
compare solo il primo nome, senza accento. Forse, il sistema di
allerta scatta soltanto se viene inserito il nome completo
accentato. E in effetti l'esperto di finanza, il 7 dicembre, ha
mostrato il documento francese. Una seconda spiegazione potrebbe
essere legata a eventuali, ma ben più improbabili, problemi tecnici
di connessione degli hotel in cui ha soggiornato prima di dicembre,
che avrebbero reso impossibile l'allerta. La terza tesi è che
qualcuno - legato alle intelligence - abbia deciso di fare scattare
l'allarme Falciani in Italia soltanto adesso. Perché il contesto
storico e geopolitico sarebbe favorevole soltanto ora a una sua
eventuale nuova collaborazione con il governo italiano. «Sono a
disposizione e chiedo protezione», ha ribadito Falciani ai giudici,
a fianco del suo avvocato difensore Giorgio Bertolotti. Ma sul
contenuto delle informazioni rilevanti che intenderebbe comunicare,
mantiene un riserbo assoluto.
Così come erano coperte dal segreto totale le celebri liste che
Falciani aveva consegnato alla procura di Torino nel 2010. C'erano i
nomi di settemila evasori fiscali. Il procuratore dell'epoca, Gian
Carlo Caselli, con l'aggiunto Alberto Perduca, aveva fatto stampare
tutto. L'operazione era durata una settimana. Le indagini si erano
arenate perché le autorità svizzere non collaborarono. Anche la loro
fine costituisce un mistero. Perché non è mai trapelato nulla dal
Palazzo di Giustizia. In ogni caso «le liste Falciani», in Europa,
sono state utili per rintracciare molti evasori e per recuperare
tesoretti anche milionari.
Tornando ad oggi. Falciani sostiene di possedere informazioni
importanti per il nostro governo. Potrebbe trattarsi di liste nuove.
Quelle che ha consegnato finora nel mondo, dopo averle sottratte
alla Hsbc dal 2008 in avanti, «sono solo una minima parte di quelle
che aveva», fa sapere una fonte autorevole. «Lui non ha mai
consegnato tutti i file, li ha dosati selezionandoli di volta in
volta».
C'è un filo rosso che collega il valore potenziale delle notizie che
l'ingegnere informatico possiederebbe alla vita sotto copertura che
conduce. Falciani è ricercato da molti evasori che ha fatto stanare
e che cercano vendetta. Nessuno lo ha mai trovato perché è protetto
dai servizi. Non di un unico Paese, ma di molti. Da 15 anni vive in
località segrete, spostandosi da un luogo all'altro. Protetto.
All'anagrafe, la sua residenza figura a Beausoleil, circoscrizione
di Nizza. Poco distante da Montecarlo, il luogo dove è nato.
«Viaggio spesso, amo l'Italia e la sua dolce vita», ha detto
Falciani. Gode della dolce vita con il rigido protocollo di
sicurezza che regola la sua vita. Ma non ne parla. Ai giudici
milanesi ha detto: «Ho lavorato nel campo delle investigazioni
scientifiche e nella lotta al terrorismo». È un uomo misterioso.
Dice di non sapere perché, dopo quattro visite in Italia, le manette
siano scattate solo il 7 dicembre. Quando glielo abbiamo chiesto, ha
risposto: «Sarà la forza del destino», alludendo all'opera di Verdi
che ama. Ha sorriso. Dopo un po', ha aggiunto: «Ci sono cose
importantissime da riformare oggi nel mondo dei servizi». Questa
volta con un'espressione seria. —
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POTEVANO EVITARLO NON LO HANNO FATTO PERCHE' NON ERA ROBA LORO:
Ladri di orologi d'epoca e microscopi storici triplice assalto
all'ex Manifattura Tabacchi
Piero Bianucci
caterina stamin
Due furti in un solo mese. Il primo a fine novembre: i ladri hanno
forzato le porte e fatto razzia di rame, ferro e acciaio. Cose di
poco conto rispetto al bottino del secondo furto: un intero
laboratorio di orologeria, saccheggiato a metà dicembre. Pezzi
unici, secoli di storia spariti nel nulla.
Sono più di diecimila gli oggetti custoditi dall'Archivio
Scientifico e Tecnologico dell'Università di Torino (Astut), e 1.
500, di particolare valore, risultano già studiati e schedati.
Strumenti scientifici, prototipi di laboratorio, attrezzature
sanitarie, elettrodomestici d'epoca: accolti nei 34 mila metri
quadrati della ex Manifattura Tabacchi, in corso Regio Parco 142,
questi materiali documentano la scienza e le sue applicazioni dalla
fine del Settecento ad oggi. Ma negli ultimi otto mesi il patrimonio
dell'Astut ha subito atti di vandalismo. Già il 5 aprile i
carabinieri avevano registrato una prima denuncia per effrazione e
furto in un magazzino. Poi, a fine novembre, una seconda per
danneggiamento dell'impianto elettrico, sottrazione di cavi di rame,
con conseguente disattivazione dell'allarme, e furto di materiali
museali. Pochi giorni fa, a metà dicembre, un'altra denuncia ancora,
la più pesante: chi è entrato nell'ex Manifattura ha divelto le
sbarre di ferro e rotto i vetri dei portoni, portando via diversi
pezzi delle collezioni storiche di orologeria e oculistica. «È
sparito un intero laboratorio di orologeria, apparecchi e strumenti
come torni, frese, dentatrici – spiega l'ex direttore Marco Galloni–
Avremmo potuto fare delle mostre eccezionali sull'orologeria antica,
adesso non più».
Diretto oggi da Enrico Pasini, professore di Storia della filosofia
e della scienza all'Università di Torino, l'Astut negli anni ha
organizzato varie mostre e allestito un percorso per le scuole e il
pubblico. Poi la scoperta di amianto negli edifici ha bloccato
tutto: la struttura è stata chiusa al pubblico e al personale, ogni
accesso all'ex Manifattura è stato proibito per le precarie
condizioni di sicurezza della struttura. «Sono ventiquattro anni che
queste collezioni sono lì dentro e non abbiamo mai subito furti di
questo genere – prosegue Galloni – Per mesi, visto l'abbandono
totale della struttura, nessuno è più potuto entrare. Eccetto i
ladri che hanno neutralizzato l'allarme, aperto le porte e rubato
tutto». Il valore del bottino? «Migliaia di euro, oltre all'immensa
ricchezza storica e culturale».
L'Ateneo comunica che anche durante le vacanze di Natale si lavorerà
per mettere in sicurezza l'immenso patrimonio museale dell'Astut.
Verranno murate alcune porte e incentivati ulteriori atti di
vandalismo. Poi, per gli oggetti custoditi nell'ex Manifattura – tra
cui il primo rudimentale simulatore di volo, la sala operatoria di
Achille Mario Dogliotti e lo scafandro metallico di Angelo Mosso –
già nei prossimi mesi inizierà il trasferimento. L'intero patrimonio
verrà custodito nei tre piani interrati dell'ex stabilimento de La
Stampa in via Marenco. E lì inizierà la sua nuova vita.
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21.12.24
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La replica di israele: "atroce è farsi scudo dell'infanzia"
Il Papa: "Bombardati i bambini a Gaza"
Papa Francesco torna a condannare gli attacchi aerei
israeliani a Gaza. «Ieri sono stati bombardati dei bambini», ha
denunciato il Pontefice, sempre più esplicito nel condannare la
campagna militare di Israele contro Hamas, in apertura del suo
discorso di Natale ai cardinali in Vaticano. Attacchi, quelli di
venerdì, che secondo le fonti mediche nella Striscia hanno ucciso
almeno 25 palestinesi, tra cui sette bambini, nel campo profughi di
Nuseirat e nella città di Jabalia. «Questa è crudeltà. Questa non è
guerra. Volevo dirlo perché tocca il cuore». Lo Stato ebraico va al
contrattacco sul Vaticano: «Crudeltà è che i terroristi si facciano
scudo dietro i bambini», risponde il ministero degli Esteri di
Gerusalemme con un post su X indirizzato direttamente a Francesco.
«Crudeltà - continua - è tenere in ostaggio 100 persone, tra cui un
neonato e bambini, per 442 giorni e abusare di loro». Israele
ritiene le dichiarazioni del Papa «particolarmente deludenti, in
quanto sono slegate dal contesto reale e fattuale della lotta di
Israele contro il terrorismo jihadista, una guerra su più fronti a
cui è stato costretto a partire dal 7 ottobre». Il Papa ha anche
accusato le autorità israeliane di non avere consentito al Patriarca
di Gerusalemme, il cardinale Pierluigi Pizzaballa, di entrare a
Gaza, nonostante gliel'avessero «promesso»
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Il fantasma
armi chimiche
Francesca Mannocchi
Zamalka
La notte del 21 agosto 2013 Belal Hussein era in casa con i suoi
figli e sua moglie, a Zamalka, periferia di Damasco, quando razzi
pieni di gas Sarin hanno colpito il quartiere.
Ha preso i suoi figli, li ha avvolti nelle coperte e li ha portati
ai piani più alti insieme a sua moglie. Aveva capito che non fosse
un attacco come gli altri, e sapeva che le sostanze chimiche sono
più pesanti dell'aria, così - prima di prestare aiuto a chi si era
nascosto negli scantinati - ha salvato la sua famiglia, portandola
all'ultimo piano dell'edificio in cui vivevano.
Poi ha messo un asciugamano bagnato sul viso ed è sceso prima in
strada, poi nei seminterrati dove il quartiere cercava riparo dalle
bombe.
Nell'attacco di quella notte, Belal Hussein ha perso sua madre, suo
padre e il fratello minore coi suoi due figli più piccoli. Quando
racconta dei bambini con le convulsioni e la bava alla bocca, le sue
mascelle si irrigidiscono. Oggi parla seduto su una sedia di
plastica all'esterno di casa sua, o meglio di ciò che ne resta. La
prospettiva dell'intero quartiere è lugubre. Non c'è un singolo
edificio che non porti i segni dei bombardamenti. Ciononostante, da
quando i gruppi ribelli guidati da Hayat Tharir Al-Sham (Hts), hanno
lanciato l'offensiva che in 12 giorni ha deposto cinquant'anni di
regime di Assad padre e figlio, molte famiglie stanno tornado a
casa. Ricorda che hanno cercato di portare le persone negli ospedali
sotterranei e ricorda che morivano anche medici e infermieri. Che,
negli scantinati, il giorno dopo non hanno trovato solo chi si era
andato a nascondere ma anche chi, in un tentativo disperato, era
sceso in cerca dei propri cari per metterli in salvo e aveva trovato
la morte.
Il regime di Assad e gli attacchi chimici
La Ghouta, area alle porte di Damasco, era stata un focolaio di
dissenso durante i giorni delle proteste di piazza in Siria nel
2011, tanto che nel 2012 l'area era quasi interamente controllata
dalle forze di opposizione. Poi, all'inizio del 2013, Assad ha
circondato le zone in mano ai ribelli, imponendo un assedio totale e
tagliando fuori cibo, gas e comunicazioni alle circa 400.000 persone
intrappolate all'interno.
Alla fine di agosto del 2013, la regione di Ghouta è stata colpita
con missili contenenti Sarin, un mortale gas nervino. Le
organizzazioni umanitarie e i team medici sul campo hanno stimato un
bilancio di circa 1400 vittime, più della metà donne e bambini. Il
regime siriano ha sempre negato di aver utilizzato armi chimiche, e
la Russia - che per anni è stato il principale alleato di Assad - ha
sostenuto che l'attacco fosse stato messo in atto dalle forze di
opposizione e ha ripetutamente utilizzato il suo veto come membro
permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per
ritardare o bloccare le indagini o istituire un tribunale penale
internazionale speciale per la Siria. Gli specialisti sul luogo,
però, affermarono che i sistemi missilistici coinvolti nell'attacco
fossero nell'arsenale dell'esercito siriano. Tuttavia, benché il
regime di Bashar Al-Assad sia ampiamente ritenuto responsabile
dell'attacco, il crimine resta a oggi ancora impunito. Dopo
l'attacco alla Ghouta gli Stati Uniti minacciarono rappresaglie, per
l'allora presidente Barack Obama l'uso delle armi chimiche avrebbe
dovuto essere la "linea rossa" per passare all'intervento in guerra
di Washington. Però né l'opinione pubblica americana, né il
Congresso, mostrarono sostegno per una nuova guerra e così Obama si
accontentò di un accordo: Assad avrebbe rinunciato e distrutto le
scorte di armi chimiche, e gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti
in guerra. Così nel 2013 il regime ha firmato la Convenzione sulle
armi chimiche che vieta queste armi e sotto la supervisione
dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche,
l'organizzazione internazionale incaricata di implementare questo
trattato, ha distrutto la sua scorta (almeno quella dichiarata) di
armi chimiche, che includeva 1.300 tonnellate di armi chimiche e
ingredienti.
Ma, sebbene la Siria affermi di aver eliminato il suo arsenale
chimico ai sensi di quell'accordo, una ricerca del Global Public
Policy Institute con sede a Berlino ha rilevato 336 attacchi chimici
distintivi durante il conflitto, il 98 percento dei quali può essere
attribuito al regime di Assad e secondo Human Rights Watch, ci sono
stati almeno 85 attacchi con armi chimiche registrati tra il 2013 e
il 2018, anni in cui l'esercito siriano ha iniziato a utilizzare un
nuovo tipo di arma chimica, le barrel bombs di cloro, come parte
della campagna contro l'opposizione.
Nel 2018, la città di Douma, l'ultima enclave ribelle nella Ghouta
orientale, è stata il luogo di un altro mortale attacco chimico: un
elicottero dell'aeronautica militare siriana ha sganciato due
bombole gialle su un paio di edifici residenziali, rilasciando gas
di cloro. Sono morte soffocate almeno 40 persone.L'attacco mise fine
all'assedio, il gruppo ribelle di Jaish Al-Islam, che allora
controllava l'area si arrese il giorno dopo.Centomila persone furono
sfollate forzatamente a Nord, a Idlib.
I residenti che oggi stanno tornando a casa ricordano che quando,
pochi giorni dopo, il regime permise agli investigatori
dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche di
accedere al sito dell'attacco, agli abitanti fu imposto di dire che
i loro vicini e parenti erano morti per aver inalato «fumo e
polvere, non sostanze chimiche». Se avessero detto la verità,
sarebbero stati puniti, o uccisi. A conferma di quanto racconta la
gente a Douma oggi, una delle conclusioni del rapporto Opcw del 2019
su Douma afferma: «Alcuni testimoni hanno affermato che molte
persone sono morte in ospedale il 7 aprile a causa dei pesanti
bombardamenti e/o soffocamento dovuto all'inalazione di fumo e
polvere». Delle armi chimiche, nelle parole della gente, non c'era
traccia.
L'arsenale dopo la caduta del regime
Dopo il crollo del regime di Assad l'urgenza è localizzare e mettere
in sicurezza le scorte di armi chimiche. Il leader ribelle siriano,
Ahmad Al-Sharaa mercoledì scorso ha dichiarato a Reuters che il suo
gruppo Hts avrebbe lavorato con la comunità internazionale per
proteggere potenziali siti di armi chimiche.
Come scrive Gregory D. Koblentz, direttore del Biodefense Graduate
Program presso la George Mason University «la cooperazione di
Damasco con l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche
è stata limitata. Il regime ha negato l'accesso ad alcuni dei suoi
membri del personale, si è rifiutato di rivelare la vera portata
della sua ricerca, produzione e test sulle armi chimiche. Damasco
non ha mai reso conto del destino di 360 tonnellate di iprite
(abbastanza per riempire migliaia di proiettili di artiglieria) che
afferma di aver distrutto all'inizio della guerra civile. E i
sospetti che la Siria avesse trattenuto armi chimiche non dichiarate
sono stati confermati nell'aprile 2017, quando l'aeronautica
militare ha lanciato un attacco con gas Sarin a Khan Shaykhun, una
città controllata dai ribelli nel Nord-Ovest del paese, uccidendo
quasi 100 civili, tra cui 33 bambini».
Secondo l'ultimo rapporto dell'organizzazione, pubblicato a fine
novembre, «grandi quantità di agenti e munizioni per la guerra
chimica» del regime di Assad rimangono disperse.
Nel corso di una riunione di emergenza del consiglio esecutivo dell'Opcw,
pochi giorni fa, il direttore generale, l'ambasciatore Fernando
Arias, ha espresso preoccupazione per il fatto che la Siria potrebbe
ora avere armi chimiche che «includono non solo elementi residui ma
anche potenziali nuovi componenti di un programma di armi chimiche».
«La situazione politica e di sicurezza nel Paese rimane instabile -
ha detto - e le preoccupazioni includono non solo elementi residui
ma anche potenziali nuovi componenti di un programma di armi
chimiche e anche il programma del cloro».
È il tramonto quando alcuni camion si fermano davanti allo spiazzo
di Belal Hussein. Sono i suoi vicini, hanno caricato tutto quello
che avevano nelle tende o nelle abitazioni di fortuna dove hanno
vissuto negli ultimi anni, e sono tornati a casa. Anche se le case
non ci sono più. Sopravvissuti come lui ai bombardamenti e agli
attacchi chimici, e come lui, nei giorni successivi, costretti a
tacere o mentire alle squadre investigative che indagavano
sull'attacco. Il figlio più piccolo di Belal Hussein siede accanto
al padre, mentre racconta di come lui e gli altri uomini di Zamalka
hanno accatastato i corpi, degli animali - morti soffocati anche
loro - e dei bambini nati morti, mesi dopo l'attacco. E di come per
giorni non hanno dormito temendo di aver seppellito qualcuno ancora
vivo, insieme ai cadaveri. Non dice una parola e non mostra
un'emozione. Ha undici anni, è nato dopo l'inizio delle proteste.
Conosce solo guerra e sfollamento. Non ha mai avuto una casa che
avesse tutte le pareti intatte.
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Carissimo
Giubileo
Roscioli (Federalberghi)
PAOLO BARONI
ROMA
Un caffè a 4 euro, come una bottiglietta d'acqua. «Una speculazione»
inaccettabile hanno denunciato già a metà novembre Cgil e Uil di
Roma scrivendo al sindaco Gualtieri per segnalare il «comportamento
opportunistico di molti operatori» che nelle zone turistiche della
Capitale, in vista del Giubileo, avevano applicato rincari del 300%.
Le associazioni dei pubblici esercizi hanno risposto piccate
smentendo queste cifre, ma intanto il sasso è stato lanciato.
A Roma inflazione record
Il problema è che questi rincari, secondo i due sindacati, non solo
colpiscono molti visitatori ma anche chi vive, lavora o studia a
Roma spingendoli sia a ridurre i propri consumi che a vedere il
proprio potere d'acquisto ridotto. Ed in effetti, secondo l'analisi
dell'Unione consumatori a novembre, Roma dopo Bolzano risultava la
seconda più cara d'Italia con un'inflazione del 2% contro una media
nazionale dell'1,3% ed un aumento delle spesa media annua
nell'ordine di 518 euro a famiglia.
Alberghi e B&b
L'aumento dei prezzi è un incubo che ormai da settimane tormenta la
Capitale. Aumenta, o rischia di aumentare, un po' tutto, dai
pubblici esercizi, ai taxi, dai musei ad alberghi e B&b, sino ai
prezzi delle case.
Secondo le stime di Assoutenti, per effetto dell'aumento della
domanda, i prezzi minimi di una notte in albergo aumenteranno del
51% mentre i B&b rincareranno del 27%. Tanto per fare un esempio:
già a fine novembre il costo di una notte in albergo in camera
doppia in Zona Vaticano-Prati oscillava da 92 a 605 euro, da 85 a
372 euro il prezzo di un B&b, mentre per un appartamento andava
messo in conto una spesa compresa tra 106 e 840 euro. Volendo
prenotare il 28 marzo la stessa tipologia di camera per Assoutenti
il prezzo di una notte in hotel lievita a 139-858 euro, il B&b a
108-1.202 euro mentre l'appartamento può arrivare anche a 1.912
euro.
«Escludo fenomeni di speculazione. Certo, in base al principio della
domanda e dell'offerta, in occasione degli 8-9 appuntamenti più
importanti ci saranno delle concentrazioni di clientela e lì ci
saranno degli aumenti dei prezzi - spiega il presidente di
Federalberghi Roma, Giuseppe Roscioli -. Ma ad esempio in questi
giorni i prezzi delle camere sono leggermente più bassi di quelli
dell'anno passato e in generale sono più bassi di quelli di Milano,
Parigi e di tutte le altre grandi capitali». Per il 2025 Roscioli
prevede lo stesso numero di presenze di quest'anno, attorno ai 50
milioni, ma siccome «ci sarà una "sostituzione" di turisti, mancherà
cioè la clientela altospendente, il settore dovrà certamente mettere
in conto un calo del fatturato».
Bar e pizzerie
Sperando che i 4 euro dell'espresso siano un caso limite secondo
Assoutenti anche i listini di bar, pizzerie, fast food e ristoranti
sono dati in metto aumento. Stando alle previsioni il caffè da 1
euro e 10 potrebbe salire di 10 centesimi segnando un aumento del
9%, +12,8% per il cappuccino che passa da una media 1,33 euro a
1,50, e ancora + 13,8% il panino al bar (4 euro e 20), +10,9% un
pasto al fast food (10,25) e +14,9% un pasto in pizzeria che da una
media di 10,88 euro sala a 12,50.
Ristoranti nel mirino
Per arginare i rincari l'Associazione Consumerismo ha lanciato la
proposta di un «patto della carbonara», ovvero di un «accordo
volontario tra gli esercenti della ristorazione ed i consumatori»
recepito tra l'altro con voto bipartisan dall'assemblea capitolina,
che impegna gli esercenti a praticare la sua offerta secondo il
concetto del «giusto profitto» e, ad esempio, a fissare a 12 euro il
prezzo di una pasta alla carbonara, ovvero uno dei piatti simbolo di
Roma, che oggi viene proposto anche a 14-19 euro.
Musei, bus e taxi
Con la scusa dell'aumento dell'affluenza e dei relativi costi anche
l'amministrazione di Roma, a sua volta, ha approvato una serie di
aumenti che interessano trasporti e servizi turistici. E così il
prezzo della versione da 72 ore del «Romapass», che consente di
accedere a musei e mezzi pubblici, è passato da 52 a 58 euro e 50 e
quello da 48 ore da 32 euro è passato a 36,50. Il costo dei permessi
Ztl per i bus turistici è stato invece triplicato per disincentivare
l'assalto al centro e più cari sono diventati anche i taxi con
l'introduzione di una quota minima di 9 euro e ritocchi ai prezzi a
tariffa fissa verso gli aeroporti di Fiumicino e Ciampino ed il
porto di Civitavecchia. Sventato invece, grazie ai fondi della
Regione Lazio, il rincaro a 2 euro della corsa singola su bus e
metropolitane dell'Atac, ad aumentare saranno solo il biglietto
quotidiani e quello settimanale.
Mattone…d'oro
Molto pesante l'effetto Giubileo anche sul mercato immobiliare. Gli
esperti del settore parlano di «effetti nefasti» prodotti dalla
calata dei 30-35 milioni di visitatori previsti per l'ocasione. In
particolare nelle zone vicine al Vaticano i prezzi al metro quadro
segnano aumenti a due cifre, disponibilità zero invece per gli
affitti a lungo termine perché i proprietari in questa fase
guadagnano di più con le locazioni brevi. Secondo il sito
Idealista.it i prezzi di vendita delle case in centro a Roma
quest'anno sono cresciuti del 10,2% arrivando anche a toccare i 7
mila ero al metro quadro. In zona Vaticano il quartiere Prati fa
segnare n +8,8% ( e 5.802 euro di media al metro quadro), +6,7%
l'Aurelio a quota 3.712 euro. In parallelo anche lo stock delle case
in vendita è diminuito in maniera significativa: -18,5 in centro,
-13,1 Aurelio e -11,4 Prati, aggravando così l'emergenza casa in
atto già da tempo nella capitale. —
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Ha detto
L'opera
"Aiuto gli Stati a stanare i grandi evasori Vorrei incontrare Nordio
per collaborare"
Le radici
"
Hervé Falciani
Su La Stampa
La collaborazione
elisa sola
«Lavoro con le pubbliche amministrazioni, i servizi e le
intelligence da tanti anni. Sono esposto. Lotto contro l'opacità del
sistema bancario per stanare gli evasori fiscali. All'Italia chiedo
protezione». Dopo l'arresto avvenuto a Milano su mandato della
Svizzera e la scarcerazione ottenuta su disposizione del ministero
della Giustizia italiano, Hervé Falciani, che ha rivelato i nomi di
130 mila correntisti di Hsbc Private Bank di Ginevra sospettati di
evasione, si racconta. Lo fa in video collegamento da una località
segreta. Compare in dolce vita nera sullo schermo del pc del suo
legale di fiducia, l'avvocato Giorgio Bertolotti, che con il collega
Riccardo Magarelli assiste l'ingegnere informatico italo-francese.
Falciani, come sta?
«Sto come sempre. Centrato sugli obiettivi di vita da oltre
vent'anni. Ormai io, i miei familiari e amici siamo consapevoli che
possono succedere cose come l'arresto di Milano. Fanno parte del
cammino».
Si aspettava di essere arrestato?
«Vivo sapendo che può accadere. Non solo in Italia Perché c'è l'Interpol
e perché siamo in un contesto di lawfare, di uso della legge come
arma di conflitto. Un elemento fondamentale della guerra economica.
Ma io continuo a collaborare».
Che lavoro fa?
«Varie cose. Gestisco il mio patrimonio familiare. Ma l'attività che
mi piace di più è la collaborazione con la pubbliche amministrazioni
per capire meglio il ruolo e come si possa gestire il rientro
dell'off shore».
Ed è un lavoro pagato?
«Anche. Ma non è quello che mi ha fatto ricco. Tutto ciò che ho
fatto con le pubbliche amministrazioni, l'ho fatto quasi del tutto
in maniera gratuita. Per me è una fortuna poterlo fare. Ma certo,
comporta tanti rischi».
Lei si definisce ricco?
«Ho sufficienti mezzi per dedicarmi alla lotta contro l'evasione
anche senza guadagnare».
Dopo l'arresto di Milano, è tornato libero grazie al ministero della
Giustizia. Cosa ne pensa?
«Finora la giustizia mi ha sempre protetto. Quello che c'è di nuovo
oggi è che esiste una consapevolezza politica e identitaria. Nel
provvedimento del ministro si fa riferimento alla mia cittadinanza,
che è anche italiana. Ho subito dalla Svizzera una condanna per
spionaggio economico. Una condanna politica. È importante che la
politica italiana prenda una decisione. Ma non solo su di me».
In che senso?
«In un contesto di guerre ibride economiche, qualsiasi persona che
fa il whistleblower come me dovrebbe essere accolta e protetta, al
di là della cittadinanza».
Lei si sente italiano?
«Certamente. Sono nato a Monte Carlo, dove ci sono più italiani che
francesi. Mi sento italiano per cittadinanza, ma soprattutto per
cultura. E per la dolce vita».
Cosa intende per dolce vita?
«Il valore sociale delle relazioni. Quello che rappresenta di più
l'Italia è la vita sociale. E per me la socialità ha un valore
prioritario».
Ha degli amici in Italia?
«Sì. Vivo la dolce vita con loro. Ma da vent'anni ho una vita
semplice».
Qual è la sua giornata tipo?
«La mattina passo due o tre ore a leggere e studiare. Poi gestisco
gli affari familiari e faccio in video collegamento riunioni di
lavoro con agenzie che lottano contro la frode e la corruzione».
Nessuno svago?
«Faccio sport. Amo l'opera. Nei giorni scorsi ero a Milano per
vedere la prima della Scala. La forza del destino di Verdi. Mi hanno
arrestato la sera prima. L'opera l'hanno trasmessa in carcere, alla
tv».
Come ha passato la sua prima notte in cella?
«Ho fatto amicizia con il mio compagno. Gli hanno portato un piatto
di spaghetti aglio, olio e peperoncino. Me ne ha dato metà».
Lei ha detto ai giudici che è pronto a collaborare con l'Italia.
Cosa vuol dire, in concreto?
«Non c'è niente di più concreto di quello che mi è successo.
Informare in modo corretto è l'azione più forte che esista».
Adesso lei resterà in Italia?
«Sì. Era già previsto. Per motivi familiari, di lavoro e di affari.
Vorrei tornare a Milano, ma non vorrei mai che alla tre della notte,
quando sono in hotel, vengano a cercarmi». (Sorride).
Lei ha detto di essere stato in Italia molte volte nel 2024. Come è
possibile che non l'abbiano mai arrestata prima del 7 dicembre?
«Parlavamo di Verdi. Sarà la forza del destino». (Sorride di nuovo).
Con chi vorrebbe parlare della sua volontà di collaborare?
«Con il ministro Nordio».
E cosa gli direbbe?
«Credo di potere dare una mano all'Italia. Il mio passato e la mia
esperienza lo dimostrano». —
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21.12.24
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Falciani arrestato, Nordio lo fa liberare
Hervé Falciani, l'ex informatico della filiale di Ginevra
della banca Hsbc noto per avere svelato i dati di centinaia di
migliaia di evasori fiscali consegnandoli alle procure di 40 Paesi,
è stato arrestato a Milano il 7 dicembre. Le manette sono scattate
su esecuzione di un mandato d'arresto internazionale emesso dalla
Confederazione elvetica per «servizio di intelligence economico
aggravato». Un reato che in Italia non esiste ma che è punito
severamente in Svizzera. Si tratta, in sostanza, di "spionaggio
economico". Falciani era a Milano in vacanza con la moglie. Dopo
dieci notti passate in una cella nel carcere di San Vittore, il noto
whistleblower – che vive sotto protezione e in località segrete per
motivi di sicurezza – è stato scarcerato, il 17 dicembre, e
sottoposto ai domiciliari, come stabilito dalla Corte d'appello di
Milano.
I giudici hanno accolto la richiesta dei difensori italiani di
Falciani, gli avvocati Giorgio Bertolotti e Riccardo Magarelli, che
ai giudici hanno spiegato, in sintesi: «Falciani in Italia ha legami
affettivi e un domicilio». La Corte ha accolto la tesi difensiva
considerando, tra l'altro, che nel suo caso il pericolo di fuga non
esisterebbe. Falciani non si è mai nascosto. È arrivato in hotel a
Milano, si è registrato con il suo nome vero. Ha dato alla polizia
il suo cellulare quando lo hanno fermato. Tra l'altro nel 2024 l'ex
informatico, che è un informatore delle intelligence di tutto il
mondo, è stato in Italia quattro o cinque volte, senza celarsi
dietro a un'identità fittizia. E nessuno lo aveva mai fermato prima
di due settimane fa. I motivi sono ignoti.
Il 18 dicembre, 24 ore dopo l'ordinanza di scarcerazione della Corte
d'appello (presidente Francesca Vitale, consigliere estensore Ilaria
De Magistris), Falciani è tornato definitivamente libero. In un
tempo record la misura dei domiciliari è stata revocata dopo che la
direzione generale Affari internazionali del ministero della
Giustizia italiano ha disposto che nessuna misura cautelare sarà
eseguita o mantenuta nei confronti di Falciani. Nemmeno il divieto
di espatrio. L'atto del ministero è stato mandato anche alla Corte
d'appello di Milano. La motivazione è in una pagina e mezza. Il
punto chiave in tre righe: «Considerata la nazionalità francese e
italiana, l'Italia potrebbe, ai sensi dell'articolo 6, paragrafo 1,
della Convenzione europea di estradizione, rifiutare l'estradizione
essendo Falciani suo cittadino». Falciani è anche italiano. E
dunque, ora, è un uomo libero. e. sol. —
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Gli agenti delle volanti hanno bussato alla stanza di Hervé Falciani
alle 19 e 30 del 6 dicembre. Era nella camera 508 dell'hotel
The corner Duomo di Milano. Al quinto piano. «C'è un mandato
d'arresto europeo a suo carico. È stato emesso il 3 maggio 2017. Ci
segua in questura». Falciani è rimasto sereno, hanno detto di lui.
Poche ore dopo, l'ex informatico che da anni collabora con i servizi
segreti contro gli evasori e i fondi neri entrava in una cella del
San Vittore. Ha dormito lì per dieci notti. «Mi hanno trattato
benissimo», ha confidato ai suoi avvocati Giorgio Bertolotti e
Riccardo Magarelli. E ha aggiunto: «Sono tranquillo. Mi aspettavo
l'arresto. In fondo forse volevo essere arrestato. Sono pronto a
collaborare con il governo italiano».
Falciani era stato arrestato in Spagna nel 2018 e poi liberato.
L'estradizione lì era stata rifiutata. «Vedo l'arresto in Italia
come una opportunità», ha detto Falciani in sala colloqui a
Bertolotti dopo le prime 48 ore di carcere . «È un'opportunità
questo arresto anche per l'Italia. Perché adesso può prendere una
posizione. Su di me, e sul tema dell'evasione fiscale. La Spagna lo
ha già fatto».
Poche ore dopo quel colloquio, davanti alla Corte d'appello Falciani
ha parlato per quattro ore. Ha risposto alle seguenti domande: «Come
si chiama?». «Che lavoro fa?». E Falciani, rispondendo, ha spiegato
cosa si aspetta dal nostro Paese. L'udienza si chiama « di
individuazione». Per Falciani c'è stata due giorni dopo l'arresto.
La procedura prevede che debba svolgersi entro i primi cinque. Alla
domanda «Acconsente all'estradizione?», il whistleblower ha
risposto: «No». E ha spiegato i suoi motivi: «Collaboro con 40 paesi
nel mondo. Non voglio scappare dall'Italia. Voglio collaborare anche
qui. Credo di avere una responsabilità pubblica sul tema della lotta
contro l'evasione fiscale, l'opacità bancaria e a quello della
difesa dei whistleblowers». «Aggiungo che – ha aggiunto - essendo
possibile che la notizia del mio arresto abbia una risonanza
mediatica importante, sono disponibile a incontrare un
rappresentante del ministero della Giustizia prima di rilasciare
tramite i miei difensori dichiarazioni pubbliche. Il tutto in
un'ottica collaborativa».
L'ex informatico ha ricordato di avere messo a disposizione elenchi
di presunti evasori fiscali, consegnando decine di faldoni alla
procura di Torino, 15 anni fa, quando era guidata da Gian Carlo
Caselli e dall'aggiunto Alberto Perduca. C'era il sospetto che
nell'elenco ci fossero i nomi di colletti bianchi collusi con la
criminalità organizzata. Falciani ha raccontato anche questo, ai
giudici, pochi giorni fa. «Sto combattendo da anni perché si possano
contrastare i metodi e l'opacità del sistema bancario svizzero, che
mantiene segreti contrari agli interessi nazionali di altri Stati.
So che c'è un mandato d'arresto internazionale contro di me. Ma io
ero disposto a essere arrestato. Dal 2012 sono entrato in Italia
centinaia di volte. Non mi sono mai nascosto. Ho collaborato coi
servizi di intelligence mondiali sui segreti bancari svizzeri. Non
voglio danneggiare gli interessi italiani. Ma aiutare».
È un'udienza decisiva. Un'ora dopo i difensori chiedono che
l'ingegnere informatico italo francese venga scarcerato.
«È un'opportunità per il governo italiano e l'autorità giudiziaria
italiana dimostrare di volere proteggere i whister blowers»,
l'ultimo appello di Falciani alla Corte. «Vorrei che anche in
Italia, che considero anche il mio Paese, venisse riconosciuta
protezione a me e a chi come me potrà farlo in seguito. Rifiutare la
mia estradizione da parte dell'Italia significherebbe affermare che
anche qui, come in Francia, in Spagna e negli Stati Uniti, si tutela
la prevalenza dell'interesse nazionale e il valore di chi, mettendo
in pericolo se stesso, intende tutelarlo dal sistema svizzero».
Poche ore dopo l'udienza arriva il primo punto a favore di Falciani.
Dal carcere passa ai domiciliari. La Corte d'appello accoglie la
richiesta di scarcerazione accogliendo la richiesta difensiva: «Non
vuole scappare, una parte della sua famiglia vive qui».
Nell'ordinanza di scarcerazione del 12 dicembre, compare, il primo,
esplicito riferimento al ministero della Giustizia che, sei giorni
dopo, stabilirà che l'informatico debba essere libero del tutto,
senza alcun divieto di espatrio. I giudici scrivono che il ministero
della Giustizia «ha chiesto con urgenza informazioni e documenti al
ministro dell'Interno circa le procedure di estradizione avviate in
Spagna e Francia il 12 dicembre». Ribadendo, infine, il punto
cruciale : «Falciani in Italia non si è mai nascosto». Nemmeno il 6
dicembre. Al The Corner hotel Duomo di Milano si è registrato con il
suo nome. Era quasi sera. All'addetto al ricevimento ha detto:
«Buonasera, sono Hervé Falciani. Camera 508 per favore». —
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Anas non ci ha dato nessun programma
Egregio Direttore,
Le scrivo questa lettera, che vorrei fosse pubblicata in seguito
all'articolo dal titolo «Ora è ufficiale: il Tenda bis non aprirà a
dicembre 2024» pubblicato il 16 dicembre 2024, riguardante la
riunione della Commissione intergovernativa italo– francese (CIG)
tenutasi lo stesso giorno e che ha trattato anche del tunnel
stradale del Colle di Tenda.
In effetti, in particolare il commento presente nel vostro articolo
secondo il quale «l'Anas era pronta ad aprire la nuova galleria...
ma si è trovata davanti al "no" dei Francesi» non rispecchia a | |