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Dal Vangelo secondo Luca Lc 21,5-19
“In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». 
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».”

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche e meteriologiche  imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

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Marco Bava ABELE: pennarello di DIO, abele, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile.

Sono quello che voi pensate io sia (20.11.13) per questo mi ostacolate.(08.11.16)

La giustizia non esiste se mi mettessero sotto sulle strisce pedonali, mi condannerebbero a pagare i danni all'auto.

(12.02.16)

TO.05.03.09

IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI  IL PANE E LA ACQUA QUOTIDIANI E LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE, LA PACE NEL MONDO, IL BENESSERE SOCIALE E LA COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI. TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E FIGLI.

TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .

SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A TE.

Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile "d" demonio per cui una decisione razionale puo' diventare irrazionale per questa ragione (12.02.16)

Non prendo la vita di punta faccio la volonta' di DIO ! (09.12.18)

La vita e' fatta da cose che si devono fare, non si possono non fare, anche se non si vorrebbero fare.(20.01.16)

Il mondo sta diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per irresponsabilità politica (16.02.16)

I cervelli possono viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e' soggettivo. (19.02.17)

L'auto del futuro non sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono . Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno , e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto. INFATTI la Modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone possono essere confrontate con i prototipi del prossimo salone.(18.06.17)

La siccità e le alluvioni dimostrano l'esistenza di Dio nei confronti di uomini che invece che utilizzare risorse per cercare  inutilmente nuovi pianeti dove Dio non ha certo replicato l'esperienza negativa dell'uomo, dovrebbero curare l'unico pianeta che hanno a disposizione ed in cui rischiano di estinguersi . (31.10.!7)

L'Italia e' una Repubblica fondata sul calcio di cui la Juve e' il maggiore esponente con tutta la sua violenta prevaricazione (05.11.17)

La prepotenza della FIAT non ha limiti . (05.11.17)

I mussulmani ci comanderanno senza darci spiegazioni ne' liberta'.(09.11.17)

In Italia mancano i controlli sostanziali . (09.11.17)

Gli alimenti per animali sono senza controllo, probabilmente dannosi,  vengono utilizzati dai proprietari per comodita', come se l'animale fosse un oggetto a cui dedicare il tempo che si vuole, quando si vuole senza alcun rispetto ai loro veri bisogni  alimentari. (20.11.17)

Ho conosciuto l'avv.Guido Rossi e credo che la stampa degli editori suoi clienti lo abbia mitizzato ingiustificatamente . (20.11.17)

L'elicottero di Jaky e' targato I-TAIF. (20.11.17)

La Coop ha le agevolazioni di una cooperativa senza esserlo di fatto in quanto quando come socio ho partecipato alle assemblee per criticare il basso tasso d'interesse dato ai soci sono stato o picchiato o imbavagliato. (20.11.17)

Sono 40 anni che :

1 ) vedo bilanci diversi da quelli che vedo insegnati a scuola, fusioni e scissioni diverse da quelle che vengono richieste in un esame e mi vengono a dire che l'esame di stato da dottore commercilaista e' una cosa seria ?

2) faccio esposti e solo quello sul falso in bilancio della Fiat presentato da Borghezio al Parlamento sia andato avanti ?

 (21.11.17)

La Fornero ha firmato una riforma preparata da altri (MONTI-Europa sono i mandanti) (21.11.17)

Si puo' cambiare il modo di produrre non le fasi di produzione. (21.11,17)

La FIAT-FERRARI-EXOR si sono spostate in Olanda perche' i suoi amministratori abbiano i loro compensi direttamente all'estero . In particolare Marchionne ha la residenza fiscale in Sw (21.11.17)

La prova che e' il femore che si rompe prima della caduta e' che con altre cadute non si sono rotte ossa, (21.11.17)

Carlo DE BENEDETTI un grande finanziere che ha fallito come industriale in quanto nel 1993 aveva il SURFACE con il nome QUADERNO , con Passera non l'ha saputo produrre , ne' vendere ne' capire , ma siluro' i suoi creatori CARENA-FIGINI. (21.11.17)

Quando si dira' basta anche alle bufale finanziarie ? (21.11.17)

Per i consiglieri indipendenti l'indipendenza e' un premio per tutti gli altri e' un costo (11.12.17)

La maturita' del mercato finanziario e' inversamente proporzionale alla sottoscrizione dei bitcoin (18/12/17)

Chi risponde civilmente e penalmente se un'auto o un robot impazziscono ? (18/12/17)

Non e' la FIAT filogovernativa, ma sono i governi che sono filofiat consententogli di non pagare la exit-tax .(08.02.18) inoltre la FIAT secondo me ha fatto più danni all'ITALIA che benefici distruggendo la concorrenza della LANCIA , della Ferrari, che non ha mai capito , e della BUGATTI (13.02.18).

Infatti quando si comincia con il raddoppio del capitale senza capitale si finisce nella scissione

Tesi si laurea sull'assoluzione del sen.Giovanni Agnelli nel 1912 dal reato di agiotaggio : come Giovanni Agnelli da segretario della Fiat ne e' diventato il padrone :

https://1drv.ms/b/s!AlFGwCmLP76phBPq4SNNgwMGrRS4

 

Prima di educare i figli occorre educare i genitori (13.03.18)

Che senso ha credere in un profeta come Maometto che e'un profeta quando e' esistito  Gesu' che e' il figlio di DIO come provato  per ragioni storiche da almeno 4 testi che sono gli evangelisti ? Infatti i mussulmani  declassano Gesu' da figlio di DIO  a profeta perché riconoscono implicitamente l'assurdità' di credere in un profeta rispetto al figlio di DIO. E tutti gli usi mussulmani  rappresentano una palese involuzione sociale basata sulla prevaricazione per esempio sulle donne (19.03/18)

Il valore aggiunto per i consulenti finanziari e' solo per loro (23.03.18)

I medici lavorerebbero gratis ? quante operazioni non sono state fatte a chi non aveva i soldi per pagarle ? (26.03.18 )

lo sfregio delle auto di stato ibride con il motore acceso, deve finire con il loro passaggio alla polizia  con i loro autisti (19.03.18)

Se non si tassa il lavoro dei robot e' per la mancata autonomia in termini di liberta' di scelta e movimento e responsabilita' penale personale . Per cui le auto a guida autonoma diventano auto-killer. (26.04.18)

Quanto poco conti l'istruzione per l'Italia e' dimostrato dalla scelta DEI MINISTRI GELMINI FEDELI sono esempi drammatici anche se valorizzati dalla FONDAZIONE AGNELLI. (26.04.18) (27.08.18).

Credo che la lotta alla corruzione rappresenti sempre di piu' un fattore di coesione internazionale perche' anche i poteri forti si sono stufati di pagare tangenti (27/04/2018).

Non riusciamo neppure piu' a produrre la frutta ad alto valore aggiunto come i mirtilli....(27/04/2018)

Abbiamo un capitalismo sempre piu' egoista fatto da managers che pensano solo ad arraffare soldi pensando che il successo sia solo merito loro invece che di Dio e degli operai (27.04.18)

Le imprese dell'acqua e delle telecomunicazioni scaricano le loro inefficienze sull'utente (29.05.18)

Nel 2004 Umberto Agnelli, come presidente della FIAT,  chiese a Boschetti come amministratore delegato della FIAT AUTO di affidarmi lo sviluppo della nuova Stilo a cui chiesi di affiancare lo sviluppo anche del marchio ABARTH , 500 , A112, 127 . Chiesi a Montezemolo , come presidente Ferrari se mi lasciava utilizzare il prototipo di Giugiaro della Kubang che avrebbe dovuto  essere costruito con ALFA ROMEO per realizzare la nuova Stilo . Mi disse di si perche' non aveva i soldi per svilupparlo. Ma Morchio, amministratore delegato della FIAT, disse che non era accettabile che uno della Telecom si occupasse di auto in Fiat perche' non ce ne era bisogno. Peccato che la FIAT aveva fatto il 128 che si incendiava perche' gli ingegneri FIAT non avevano previsto una fascetta che stringesse il tubo della benzina all'ugello del carburatore. Infatti pochi mesi dopo MORCHIO  venne licenziato da Gabetti ed al suo posto arrivo' Marchionne a cui rifeci la proposta. Mi disse di aspettare una risposta entro 1 mese. Sono passati 14 anni ma nessuna risposta mi e' mai stata data da Marchionne, nel frattempo la Fiat-Lancia sono morte definitivamente il 01.06.18, e la Nissan Qashai venne presentata nel 2006 e rilancia la Nissan. Infatti dal 2004 ad oggi RENAULT-NISSAN sono diventati i primi produttori al mondo. FIAT-FCA NO ! Grazie a Marchionnne nonostante abbia copiato il suo piano industriale dal mio libro . Le auto Fiat dell'era CANTARELLA bruciavano le teste per raffredamento insufficente. Quella dell'era Marchionne hanno bruciato la Fiat. Il risultato del lavoro di MARCHIONNE e' la trasformazione del prodotto auto in prodotto finanziario, per cui le auto sono diventate tutte uguali e standardizzate. Ho trovato e trovo , NEI MIEI CONFRONTI, molta PREPOTENZA cattiveria ed incompetenza in FIAT. (19.12.18)

(   vedi :  https://1drv.ms/w/s!AlFGwCmLP76pg3LqWzaM8pmCWS9j ).

La differenza fra ROMITI MARCHIONNE e' che se uno la pensava diversamente da loro Romiti lo ascoltava, Marchionne lo cacciava anche se gli avesse detto che aumentando la pressione dei pneumatici si sarebbero ridotti i consumi.

FATTI NON PAROLE E FUMO BORSISTICO ! ALFA ROMEO 166 un successo nonostante i pochi mezzi utilizzati ma una richiesta mia precisa e condivisa da FIAT : GUIDA DIRETTA.  Che Marchionne non ha apprezzato come un attila che ha distrutto la storia automoblistica italiana su mandato di GIANLUIGI GABETTI (04.06.18).

Piero ANGELA : un disinformatore scientifico moderno in buona fede  su auto elettrica. auto killer ed inceneritore  (29.07.18)

Puoi anche prendere il potere ma se non lo sai gestire lo perdi come se non lo avessi mai avuto (01.08.18)

Ho provato la BMW i8 ed ho capito che la Ferrari e le sue concorrenti sono obsolete ! (20.08.18)

LA Philip Morris ha molti clienti e soci morti tra cui Marchionne che il 9 maggio scorso, aveva comprato un pacchetto di azioni per una spesa di 180mila dollari. Briciole, per uno dei manager più ricchi dell’industria automotive (ha un patrimonio stimato tra i 6-700 milioni di franchi svizzeri, cifra che lo fa rientrare tra i 300 elvetici più benestanti).E’ stato, però, anche l’ultimo “filing” depositato dal manager alla Sec, sul cui sito da sabato pomeriggio è impossible accedere al profilo del manager italo-canadese e a tutte le sue operazioni finanziarie rilevanti. Ed era anche un socio: 67mila azioni detenute per un investimento di 5,67 milioni di dollari (alla chiusura di Wall Street di venerdì 20 luglio 2018 ). E PROSSIMAMENTE  un'uomo Philip Morris uccidera' anche la FERRARI .   (20.08.18) (25.08.18)

verbali assemblee italiane azionisti EXOR :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pg3Y3JmiDAW4z2DWx

verbali assemblee italiane azionisti FIAT :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76phApzYBZTNpkGlRkq

 

Prodi e' il peccato originale dell'economia italiana dal 1987 (regalo dell'ALFA ROMEO alla FIAT) ad oggi (25.08.18)

L'indipendenza della Magistratura e' un concetto teorico contraddetto dalle correnti anche politiche espresse nelle lottizzazioni delle associazioni magistrati che potrebbe influenzarne i comportamenti. (27.08.18)

Ho sempre vissuto solo con oppositori irresponsabili privi di osservazioni costruttive ed oggettive. (28.08.18)

Buono e cattivo fuori dalla scuola hanno un significato diverso e molto piu' grave perche' un uomo cattivo o buono possono fare il bene o il male con consaprvolezza che i bambini non hanno (20.10.18) 

Ma la TAV serve ai cittadini che la dovrebbero usare o a chi la costruisce con i nostri soldi ? PERCHE' ?

Un ruolo presidenziale divergente da quello di governo potrebbe porre le premesse per una Repubblica Presidenziale (11.11.2018)

La storia occorre vederla nella sua interezza la marcia dei 40.000 della Fiat come e' finita ? Con 40.000 licenziamenti e la Fiat in Olanda ! (19.11.18)

I SITAV dopo la marcia a Torino faranno quella su ROMA con costi doppi rispetto a quella francese sullo stesso percorso ? (09.12.18)

La storia politica di Fassino e' fatta dall'invito al voto positivo per la raduzione dei diritti dei lavoratori di Mirafiori. Si e' visto il risultato della lungimiranza di Fassino , (18.12.18)

Perche' sono investimenti usare risorse per spostare le pietre e rimetterle a posto per giustificare i salari e non lo sono il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni ? perche' gli 80 euro a chi lavora di Renzi vanno bene ed i 780 euro di Di Maio a chi non lavora ed e' in pensione non vanno bene ? (27.12.18)

Le auto si dividono in auto mozzarella che scadono ed auto vino che invecchiando aumentano di valore (28.12.18)

Fumare non e' un diritto ma un atto contro la propria salute ed i doveri verso la propria famiglia che dovrebbe avere come conseguenza la revoca dell'assistenza sanitaria nazionale ad personam (29.12.18)

Questo mondo e troppo cattivo per interessare altri esseri viventi (10.01.19)

Le ONG non hanno altro da fare che il taxi del mare in associazione per deliquere degli scafisti ? (11.02.19)

La giunta FASSINO era inutile, quella APPENDINO e' dannosa (12.07.19)

Quello che l'Appendino chiama freno a mano tirato e' la DEMOCRAZIA .(18.07.19)

La spesa pubblica finanzia le tangenti e quella sullo spazio le spese militari  (19.07.19)

AMAZON e FACEBOOK di fatto svolgono un controllo dei siti e forse delle persone per il Governo Americano ?

(09.08.19)

LA GRANDE MORIA DI STARTUP e causato dal mancato abbinamento con realta' solide (10.08.!9)

Il computer nella progettazione automobilistica ha tolto la personalizzazione ed innovazione. (17.08.19)

L' uomo deve gestire i computer non viceversa, per aumentare le sue potenzialita' non annullarle  (18.08.19)

LA FIAT a Torino ha fatto il babypaking a Mirafiori UNO DEI POSTI PIU' INQUINATI DI TORINO ! Non so se Jaky lo sappia , ma il suo isolamento non gli permette certo di saperlo ! (13.09.19)

Non potro' mai essere un buon politico perche' cerco di essere un passo avanti mentre il politico deve stare un passo indietro rispetto al presente. (04.10.19)

L'arretratezza produttiva dell'industria automobilistica e' dimostrata dal fatto che da anni non hanno mai risolto la reversibilità dei comandi di guida a dx.sx, che costa molto (09.10.19)

IL CSM tutela i Magistrati dalla legge o dai cittadini visti i casi di Edoardo AGNELLI  e Davide Rossi ? (10.10.19).

Le notizie false servono per fare sorgere il dubbio su quelle vere discreditandole (12.10.19)

L'illusione startup brucia liquidita' per progetti che hanno poco mercato. sottraendoli all'occupazione ed illude gli investitori di trovare delle scorciatoie al alto valore aggiunto (15.10.19)

Gli esseri umani soffrono spesso e volentieri della sindrome del camionista: ti senti piu' importante perche' sei in alto , ma prima o poi dovrai scendere e cedere il posto ad altri perche' nessun posto rimane libero (18.10.19)

Non e' logico che l'industria automobilistica invece di investire nelle propulsione ad emissione 0 lo faccia sulle auto a guida autonoma che brucia posti di lavoro. (22.10.19)

L'intelligenza artificiale non esiste perche' non e' creativa ma applicativa quindi rischia di essere uno strumento in mano ai dittatori, attraverso la massificazione pilotata delle idee, che da la sensazione di poter pensare ad una macchina al nostro posto per il bene nostro e per farci diventare deficienti come molti percorsi dei navigatori  (24.11.19)

Quando ci fanno domande per sapere la nostra opinione di consumatori ma sono interessati solo ai commenti positivi , fanno poco per migliorare (25.11.19)

La prova che la qualità della vita sta peggiorando e' che una volta la cessione del 5^ si faceva per evitare i pignoramenti , oggi lo si fa per vivere (27.11.19)

Per combattere l'evasione fiscale basta aumentare l'assistenza nella pre-compilazione e nel pagamento (29.11.19)

La famiglia e' come una barca che quando sbaglia rotta porta a sbattere tutti quanti (25.12.19)

Le tasse sull'inquinamento verranno scaricate sui consumatori , ma a chi governa e sa non importa (25.12.19)

Il calcio e l'oppio dei popoli (25.12.19)

La religione nasce come richiesta di aiuto da parte dei popoli , viene trasformata in un tentativo di strumento di controllo dei popoli (03.01.20)

L'auto a guida autonoma e' un diversivo per vendere auto vecchie ed inquinanoroti , ed il mercato l'ha capito (03.01.20)ttadini

Il vero potere della burocrazia e' quello di creare dei problemi ai cittadini anche se il cittadino paga i dipendente pubblico per risolvere dei problemi non per crearli.  Se per denunciare questi problemi vai fuori dal coro deve essere annientato. Per cui burocrazia=tangente (03.01.20)

Gli immigrati tengono fortemente alla loro etnina a cui non rinunciano , piu' saranno forti le etnie piu' queste  divideranno l'Italia sovrastando gli italiani imponendoci il modello africano . La mafia nigeriana e' solo un esempio. (05.01.20)

La sinistra e la lotta alla fame nel mondo sono chimere prima di tutto per chi ci deve credere come ragione di vita (07.01.20)

Credo di avere la risposta alla domanda cosa avrebbe fatto Eva se Adamo avesse detto di no a mangiare la mela ?  Si sarebbe arrabbiata. Anche oggi se non fai quello che vogliono le donne si mettono contro cercando di danneggiarti. (07.01.20)

Le sardine rappresenta l'evoluzione del buonismo Democristiano  e la sintesi fra Prodi e Renzi,  fuori fa ogni logica e senza una proposta concreta  (08.01.20)

Un cavallo di razza corre spontaneamente e nessuno puo' fermarlo. (09.01.20)

PD e M5S 2 stampelle non fanno neppure una gamba sana (22.01.20)

non riconoscere i propri errori significa sbagliare per sempre (12.04.20)

la vera ricchezza dei ricchi sono i figli dei poveri, una lotteria che pagano tutta la loro vita i figli ai genitori che credono di non avere nulla da perdere  ! (03.11.21)

GLI YESMEN SERVONO PER CONSENTIRE IL MANTENIMENTO E LO SVILUPPO E L'OCCULTAMENTO DEGLI INTERESSI OCCULTI DEL CAPITALISMO DISTRUTTIVO. (22.04.22)

DALL'INTOLLERANZA NASCE LA GUERRA (30.06.22)

L'ITALIA E' TERRA DI CONQUISTA PER LE BANDE INTERNE DEI PARTITI. (09.10.22)

La dimostrazione che non esista più il nazismo e' dimostrato dalla reazione europea contro Puntin che non ci fu subito contro Hitler (12.10.22)

Cara Meloni nulla giustifica una alleanza con la Mafia di Berlusconi (26.10.22)

I politici che non rappresentano nessuno a cosa servono ? (27.10.22)

Di chi sono Ambrosetti e Mckinsey ? Chi e' stato formato da loro ed ora e' al potere in ITALIA ?
Lo spunto e' la vicenda Macron . Quanti Macron ci sono in Italia ? E chi li controlla ? Mckinsey e' una P2 mondiale ?
Mb

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

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Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere  .Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

  28. SE LE FORZE DELL'ORDINE INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117  PER UN PROBLEMA BANALE MI HA RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)

  29. GRAN PARTE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI ( DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)

  30. Spesso chi compera auto FIAT lo fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)

  31. Gli immigrati per protesta nei centri di assistenza li bruciano e noi dobbiamo ricostruirglieli  affinché  li redistruggono? (18.10.20)

  32. Abbiamo più rispetto per le cose che per le persone .29.08.21

  33. Le ragioni  per cui Caino ha ucciso Abele permangono nei conflitti umani come le guerre(24.11.2022)

  34. Quelli che vogliono l'intelligenza artificiale sanno che e' quella delle risposte autmatiche telefoniche? (24.11.22)

     

     

     

     

     

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

IL TRIBUNALE DI  TORINO E LA CONSOB NON MI GARANTISCONO LA TUTELA DEL'ART.47 DELLA COSTITUZIONE

Oggi si e' tenuta l'assemblea degli azionisti Seat tante bugie dagli amministratori, i revisori ed il collegio sindacale, tanto per la Consob ed il Tribunale di Torino i miei diritti come azionista di minoranza non sono da salvaguardare e la digos mi puo' impedire il voto come e quando vuole, basta leggere la sentenza SENT.FIAT Mb

 

Tweet to @marcobava

08.03.16

 

TEMI STORICI :

 

VIDEO DELLA TRASMISSIONE TV
Storie italiane
Puntata del 19/11/2019

SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI

https://www.raiplay.it/video/2019/11/storie-italiane-504278c4-8e8c-4b79-becc-87d5c7a67be6.html

 

10° Convegno
 
La grafopatologia in ambito giudiziario
L’applicazione della grafologia in criminologia, nelle malattie neurologiche e psichiatriche nel contesto giudiziario
 
Roma, 7 Dicembre 2019
 
Auditorium Facoltà Teologica “S. Bonaventura”
Via del Serafico 1 - Roma

 
alle ore 17,50
 
Vincenzo Tarantino
Gino Saladini
 
Elio Carlos Tarantino Mendoza Garofani
Grafologo giudiziario, esperto in fotografia forenseGiornalista, Criminologo
 
Il “suicidio” di Edoardo Agnelli: aspetti medico-legali criminologici e grafopatologici.

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

 PERCHE' TORINO HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI.  Gli feci presente che dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo delle indagini.

A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del "suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.

Mb

02.04.17

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 
NON DIMENTICARE CHE:

Le informazioni contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.

Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.


MARCO BAVA

 

 

  ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA

 

SITI SOCIETARI

 

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Ø     http://www.mef.it/it/index.html montefibre

Ø     http://www.gruppozucchi.com

M&C SITO :  http://www.mecinv.com/

 

 

La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

www.taxjustice.net ; www.fanpage.it

www.ecobiocontrol.bio

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Auto e Moto d’Epoca 2013

 

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Norme per la circolazione dei veicoli storici;
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http://www.vitalowcost.it

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 www.attactorino.org SITO SOCIALE TORINESE

 

 

 

 http://www.giurisprudenzadelleimprese.it/

 

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http://www.obiettivonews.it/

 

http://www.penalecontemporaneo.it

 

http://controsservatoriovalsusa.org/

 

http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/price-sensitive/home.html?lang=it

 

http://www.societaquotate.com/

 

 

 

http://smarthyworld.com/renault.html

http://www.turbo.fr/renault/renault-avantime/photos-auto/

http://avantimeitalia.forumattivo.it/

http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

http://www.avantime-club.eu/

http://www.centropestelli.it/  scuola di giornalismo torinese

www.foia.it x la trasparenza

http://www.lingottoierieoggi.com la storia del lingotto

www.ipetitions.com PETIZIONI

http://www.casa.governo.it GUIDA AGEVOLAZIONI CASA

http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

www.siope.it

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http://news.centrodiascolto.it

http://motori.corriere.it/prezzi-auto/

http://europa.eu/epso/index_it.htm

http://www.lavoro24.ilsole24ore.com/

http://www.huffingtonpost.it/

http://oggiespatrio.it/

http://www.renaultavantime.com/

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www.wefightcensorship.org

http://offertesottocosto.blogspot.it/

http://www.dinoferrari.altervista.org/homepage.htm

http://www.pergliavvocati.it/

 

http://www.opzionezero.org/

 

http://www.frontisgovernance.com/index.php?lang=it

 

 

 

 

http://www.maquantospendi.it/ rimborsi parlamentari M5S

 

 

 

 

ULTIMO AGGIORNAMENTO 02/12/2022 00.25.28

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LE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI

BOSSI PRODI DE BENEDETI GIANNI AGNELLI SCALFARI 1 SCALFARI 2 PANELLA GIANNI AGNELLI 2

ORIGINALI CUSTODITI DALLA BIBLIOTECA DI SETTIMO TORINESE  LETTERA SETT.T

SE VUOI AVERE UNA COPIA  DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI  :

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

COMODATO EA COMODATO D'USO DI VILLA SOLE DOVE VIVEVA EDOARDO AGNELLI

DOCUMENTi SULLA DICEMBRE SOCIETA' SEMPLICE CHE CONTROLLA STELLANTIS

DICEMBRE 2021

DICEMBRE 1984

 

il mio libro sui Piani INDUSTRIALI

Libro Mb

LA MIA TESI DI LAUREA IN GIURISPRUDENZA SUL PROCESSO AL SENATORE AGNELLI  PER AGIOTAGGIO

CON SENTENZA NEL 1912

TESI SEN AGNELLI

 

VEDETE  COME LAVORA UIBM

CACAO&MIELE\7228-REG-1547819845775-rapp di ricerca.pdf

 

02.12.22
  1. GIUSTO MA UNA POSIZIONE IMPEGNATIVA DA TENERE :   La maggioranza di governo mette una pietra tombale sul salario minimo. Delle cinque mozioni presentate ieri alla Camera sulla misura passa solamente – esito scontato – il testo del centrodestra che impegna esplicitamente l'esecutivo a «raggiungere l'obiettivo della tutela dei diritti dei lavoratori non con l'introduzione del salario minimo» ma con altre iniziative: «Estendere l'efficacia dei contratti collettivi nazionali più rappresentativi», contrastare i cosiddetti contratti pirata e «favorire l'apertura di un tavolo di confronto» con le parti sociali sulla «riduzione del costo del lavoro e all'abbattimento del cuneo fiscale». Buone intenzioni di poco valore per il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, che unisce i due fronti caldi di giornata: «Il governo Meloni abbandona i lavoratori in difficoltà e ingrassa la lobby delle armi: un Paese alla rovescia».
    Partito democratico, Movimento 5 stelle e Alleanza Verdi e Sinistra italiana, fra vari distinguo, votano in parte a favore delle rispettive mozioni. «Non ci mettiamo a piantare le bandierine, il fronte deve essere il più ampio possibile perché è una battaglia cruciale per il futuro del nostro Paese», propone in aula l'ex ministro del Lavoro Andrea Orlando. Non ci sta la quarta forza in campo, Azione-Italia viva, sempre più distante dalle altre tre. I deputati del Terzo polo votano infatti una propria mozione sul salario minimo, anch'essa respinta in aula, ma non quelle di Pd, M5s e Avs. Una posizione che, all'indomani dell'incontro fra il leader di Azione e la presidente del Consiglio, riaccende i sospetti di intelligenza con il "nemico": «Calenda fa politica sulle sedie dei talk show, dove crede che si possa dire di tutto senza rispondere della propria incoerenza – attacca il capogruppo Cinque stelle alla Camera Francesco Silvestri – per certi aspetti verrebbe da dire che il suo è un approccio da chi è già organico alla maggioranza». Dal Terzo polo rivendicano la scelta di merito: «Abbiamo votato solo la nostra mozione perché il salario minimo non è solo un titolo, ci sono diverse possibilità di realizzazione e noi eravamo pienamente convinti solo della nostra proposta», spiega il deputato di Italia viva Luigi Marattin alla Stampa. Il capogruppo di Azione-Iv a Montecitorio Matteo Richetti rimanda l'accusa al mittente: «Chiedete ai 5 stelle perché hanno votato contro la nostra mozione con la quale si introduceva il salario minimo a 9 euro come proposto da loro».
    L'ipotesi di una retribuzione minima entra anche nella "contromanovra" del Partito democratico. Dal Nazareno il segretario Enrico Letta inaugura delle consultazioni parallele, con le associazioni di commercianti e artigiani, poi con Confindustria e sindacati, per confrontarsi sulle proposte che i dem presenteranno a partire dal 3 dicembre: taglio strutturale del cuneo fiscale, proroga di Opzione donna e Ape Sociale, riforma del reddito di cittadinanza, introduzione del reddito alimentare. E appunto il salario minimo, fra i progetti di legge rimasti nel cassetto del governo Draghi. Lo rivendica l'ex ministro del Lavoro Orlando: «Noi riteniamo che la scelta di introdurlo non sia soltanto una scelta di equità, è una scelta per individuare un altro modello di competizione del nostro Paese, è una scelta per costruire un'idea dello sviluppo che non sia basata sulla contrazione del costo del lavoro e sull'infedeltà fiscale». E il coordinatore dei sindaci dem del Pd Matteo Ricci promette mobilitazione: «Promuoviamo una legge di iniziativa popolare».

 

 

 

01.12.22
  1. HA RAGIONE DE LUCA :   Asse tra ministri Musumeci e Pichetto Fratin: "Valutare caso per caso". De Luca: "Disgrazia doppia"
    L'ipotesi nuovo condono "C'è un abusivismo leggero che possiamo accett are"
    Un nuovo condono s'avvicina. Sono due i ministri che lo annunciano. Uno è Nello Musumeci, Protezione civile, che dice: «Gli abusi non sono tutti uguali, la normativa attuale ha bisogno di interventi concreti e qualche volta anche radicali».
    Musumeci vorrebbe salvaguardare ciò che definisce «abusivismi leggeri» ovvero «abusivismi accettabili, casi sanabili come prevede la legge. «Non c'è neanche bisogno di dover fare una nuova legge; semmai si tratta di accelerare le procedure nei comuni italiani in particolare nel Mezzogiorno».
    Per dirla più chiaramente: «Bisogna fare una netta distinzione tra chi ha aperto una finestra in più e l'abuso di chi ha costruito un villino sulla spiaggia o in una zona ad alto rischio come è accaduto purtroppo ad Ischia».
    L'altro è Gilberto Pichetto Fratin, Ambiente, che si è pentito per la frase sui sindaci da arrestare («La mia dichiarazione è stata un po' forte quando ho detto che bisognerebbe arrestare»), ma distingue anche lui fra i piccoli abusi e il costruire «dove c'è il rischio della vita» e conclude: «Bisogna avere il coraggio di valutare caso per caso. Non è più tempo di passare sopra a illeciti urbanistici che possono trasformarsi in nuove tragedie». Tutto il resto, invece, sarebbe un altro discorso.
    La tragedia di Ischia ha messo il nuovo governo di fronte alla questione dei milioni di abusi edilizi che nei decenni si sono impantanati negli uffici comunali. Su cui si potrebbe fare cassa. Insiste perciò Musumeci: «C'è la necessita di verificare se alcuni casi di abusivismo leggero – l'esempio della finestra credo sia calzante, che non compromette la sicurezza della casa o il contesto del paesaggi – non sia il caso di recuperarli: tutto questo consente anche l'attivazione di una attività edilizia di riqualificazione senza consumo di nuovo suolo, perché questo è l'obiettivo del governo e quindi sarebbe anche una ricaduta economica».
    Lo stesso Musumeci lancia poi l'idea di un commissario contro il rischio idrogeologico con poteri sostitutivi se gli enti locali non spendono i fondi stanziati. Un'ipotesi già allo studio del governo. E domani potrebbe arrivare un decreto Ischia con nuovi aiuti.
    Pichetto Fratin inserisce invece questa possibile sanatoria che spiana la strada alle regolarizzazioni in un quadro più ampio, approvando assieme anche una legge che freni il consumo del suolo (pendente da due legislature) e la revisione del Piano nazionale integrato energia e clima.
    Le opposizioni sono però sbalordite che il governo, quando ancora a Ischia si scava alla ricerca dei dispersi, pensi a nuovi condoni. «Non è passata neanche una settimana dalla tragedia – commenta Chiara Braga, Pd – e già un ministro parla di legge speciale per far fronte a quello che definisce "abusivismo leggero". Una nuova frontiera dell'abusivismo di necessità. Questa destra non ce la fa proprio a dire che sono contro abusi e condoni; l'importante è mandare messaggi rassicuranti a chi li ha votati aspettandosi un nuovo, ennesimo, condono». E sono sarcastiche le parole del governatore Vincenzo De Luca: «In Italia abbiamo questo singolare privilegio: che le disgrazie diventano sempre doppie. Prima c'è la disgrazia delle valanghe di fango e di acqua, poi c'è la disgrazia della valanga di chiacchiere e di polemiche inutili».
  2. La suocera di Soumahoro lo copre : "Niente contratti e non abbiamo pagato gli stipendi ai migranti"
    «È vero, non abbiamo pagato gli stipendi per due anni, ma eravamo in difficoltà, non avevamo il denaro. E a due lavoratori non abbiamo fatto il contratto regolare, erano in nero». Lo ha ammesso di fronte alla commissione dell'ispettorato del lavoro di Latina Marie Terese Mukamitsindo, suocera del deputato Aboubakar Soumahoro, e presidente della coop Karibu indagata dalla Procura di Latina per truffa aggravata, false fatturazioni e malversazioni di erogazioni pubbliche. Affermazioni che potrebbero confluire nel fascicolo delle indagini della guardia di finanza delegata dal procuratore Giuseppe De Falco. L'inchiesta, avviata dopo la denuncia presentata da alcuni dipendenti delle due cooperative Karibu e Consorzio Aid, assistiti dal segretario Uiltucs di Latina Gianfranco Cartisano ha ricevuto un input anche dalla Banca d'Italia. È stata, infatti, la Uif, l'Unità informazioni finanziarie dell'istituto di via Nazionale - attraverso una Sos, ovvero una Segnalazione operazioni sospette - a rivelare alle fiamme gialle alcune anomalie nei bonifici effettuati dalle due coop. A ciò si è aggiunta la battaglia intrapresa dal sindacato per ottenere, per 26 lavoratori, un totale di 400 mila euro. Ieri mattina l'operatrice sociale Angela C., che reclamava 22 mila euro, ha ottenuto di fronte agli ispettori del lavoro, di riscuoterli attraverso una rateizzazione. Nulla di fatto, invece, per ora per i due dipendenti marocchini arruolati in nero. La loro situazione è stata rinviata a data da destinarsi. Di interesse giudiziario, relativamente all'accusa a Marie Terese Mukamitsindo di false fatturazioni, c'è anche il fatto che ai due marocchini sarebbe stato chiesto di presentare delle fatture che in realtà non erano nelle condizioni di produrre. C'è poi il capitolo delle imposte non pagate: i familiari dell'onorevole di Alleanza Verdi-Sinistra, Soumahoro, non hanno versato i contributi dei lavoratori all'erario e all'Inps né pagavano le tasse per l'impresa. Accumulando in questo modo 1 milione e mezzo di debiti a cui se ne aggiunge un altro milione nei confronti di banche e fornitori. «Se accetti – dice M. A. – sai che la paga oscilla tra 25 e 35 euro, a seconda del caporale e secondo il tipo di lavoro da svolgere e dove viene svolto, e che 5 euro sono per il trasporto. E quante ore bisogna lavorare. Ma c'é un'altra questione da considerare: sapere chi è il caporale e come tratta gli operai» aggiunge questo 28enne originario del Mali, un diploma di scuola superiore, in Italia dal 2016 e da ultimo occupato nelle campagne calabresi, tra le serre di Lamezia o i campi di cipolle di Amantea. «La regola – spiega M. A. – è che gli africani lavorano con i caporali africani e i lavoratori marocchini con i caporali marocchini, e così per i romeni o i bulgari. E non è detto che un caporale di un'altra nazionalità sia più severo o minaccioso oppure più violento di quello della tua comunità».
    Secondo l'ultimo rapporto, il sesto della serie, che fotografa il fenomeno delle agromafie e caporalato realizzato dall'Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil presentato ieri a Rom, in Italia sono 230 mila i lavoratori irregolari (ben 55 mila le donne) occupati in agricoltura, il 34% del totale. Il rapporto precedente ne aveva invece contati 180 mila: questo esercito di sfruttati e maltrattati è insomma aumentato di un terzo. E se è vero, come segnala lo studio, che il lavoro agricolo subordinato non regolare è radicato soprattutto in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria e Lazio con tassi che superano il 40%, è anche vero che in molte regioni del Centro-Nord gli occupati non regolari rappresentano una quota ugualmente rilevante, compresa tra il 20 e il 30%. Percentuali, al Nord come al Sud, che raddoppiano quasi prendendo in considerazione il peso dei lavoratori migranti, in particolare quello dei cittadini comunitari.
    In oltre il 70% dei casi si tratta di contratti di lavoro dipendente e, tra questi, in larga parte occupati in regime di part-time col risultato in questo ambito i tassi di irregolarità assumono valori decisamente più elevati rispetto a quelli dell'intero settore agricolo. Il risultato finale è che possono essere classificate come irregolari 300 milioni di ore lavorate in un anno su un totale di 820 milioni. Mentre le paghe decisamente magre fanno sì che il fenomeno del lavoro povero interessi circa 300 mila occupati in agricoltura, con una incidenza tripla rispetto alla media nazionale.
    In pratica pezzi o interi settori di produzione, come emerge dalla ricerca della Flai-Cgil, sono «delegati» ai caporali anche in distretti agricoli di eccellenza, con un valore aggiunto rilevante, ma dove si registrano condizioni di lavoro caratterizzate da sfruttamento, che spesso sfociano in rapporti servili e anche para-schiavistici, come testimoniano le numerose operazioni di Polizia e i dati frutto delle ispezioni effettuate dagli ispettorati del lavoro regionali/nazionali denuncia la Flai Cgil.
    In questo quadro «la liberalizzazione dei voucher è la peggiore risposta che il governo potesse dare, è un fatto di una gravità enorme – sostiene il segretario generale della Flai, Giovanni Mininni –. Dobbiamo impedire questa controriforma che è una destrutturazione del mondo del lavoro in agricoltura».
    Il numero di procedimenti e di inchieste avviate per motivi di sfruttamento lavorativo che sono stati censiti conferma l'estrema vulnerabilità del settore agricolo. Nel quinquennio 2017-2021, infatti, su un totale di 438 casi ben 212 (oltre il 48%) hanno riguardato il solo comparto primario. «Aspetto interessante, ma non sorprendente – sottolinea la Flai-Cgil – è che le inchieste sull'agricoltura sono prevalentemente incardinate presso le Procure del Sud Italia: questo aspetto emerge chiaramente per gli anni 2017-2018 (per il 2017, su 14 procedimenti relativi al settore agricolo, ben 12 riguardavano il Meridione; nel 2018, il rapporto era di 23 inchieste su 43) ma, a dire il vero, trova conferma anche nel monitoraggio dal 2019 al 2021, anche se con una leggera flessione, per cui le vicende del Sud Italia sono poco più della metà di tutte quelle che coinvolgono lavoratori agricoli (31 su 55 per il 2019; 24 su 51 per il 2020; 28 su 49 per il 2021)».
    Secondo il rapporto dell'Osservatorio l'appalto e il sub appalto illecito, sapientemente orchestrati da «colletti bianchi» senza scrupoli, con girandole di pseudo imprese, spesso false cooperative, ma anche srl farlocche quasi sempre intestate a compiacenti prestanomi, rappresentano l'evoluzione dell'intermediazione illecita di manodopera, che può essere definita «nuovo caporalato» o «caporalato industriale». «Un'evoluzione – spiega uno dei curatori della ricerca, Matteo Bellegoni – diventata un modello d'organizzazione del lavoro per imprese senza scrupoli che, pur di essere più competitive e di aumentare le proprie marginalità, calpestano contratti di lavoro, la dignità delle persone e leggi dello Stato». Un «modello» che non interessa solo le imprese dell'agroalimentare, ma che parte dai campi e arriva fino agli ospedali, passando dai macelli.
  3. NON CI SARA' NESSUNA TRATTATIVA DI PACE TRA RUSSA ED UCRAINA : L'Ucraina sta facendo il possibile per stabilizzare il sistema energetico dopo i ripetuti attacchi russi alle infrastrutture che hanno gettato metà del Paese nel buio. Ma la strada è ancora lunga.
    Gli abitanti della capitale ormai non tengono il passo con le interruzioni programmate della corrente, e da ieri la società per l'energia elettrica ucraina Dtek annuncia sul proprio sito il ritorno dei blackout. Per ora i residenti dei Kyiv possono contare solo su 2-3 ore di elettricità, due volte al giorno. Alla, 31 anni, racconta come organizza la sua nuova quotidianità senza la luce: «Mi sveglio di notte per poter lavare i piatti con l'acqua calda e ricaricare gli apparecchi elettronici, perché nel mio palazzo l'elettricità c'è dalle 3 alle 7 di mattina». La giovane donna, che lavora nel settore It, non esclude di trasferirsi temporaneamente in Polonia se gli attacchi russi sull'infrastruttura dovessero continuare: «Mi tocca fare la doccia al lavoro». Oleksiy, 39 anni, video editor, è tornato nella capitale da Kharkiv da poco. Nota le differenze tra le due città - a Kyiv comunque, c'è più luce: «Cammino per la città è tutto ronza attorno, dato che c'è una marea di generatori. I bar sono pieni di gente, tutti cercano di lavorare, di collegarsi alla rete da lì».
    Dopo gli ultimi attacchi della Russia alle infrastrutture energetiche ucraine i problemi con la fornitura di elettricità permangono in tutte le regioni. Lunedì scorso, a causa della rapida crescita del deficit nel sistema energetico, gli arresti d'emergenza sono stati attivati in tutto il territorio del Paese. Lo scrive l'operatore nazionale Ukrenergo sul suo canale Telegram, indicando l'arresto di emergenza delle unità in diverse centrali elettriche come il motivo del deficit di potenza. «Allo stesso tempo, i consumi continuano a crescere a causa del peggioramento delle condizioni meteorologiche», specifica l'operatore. E con la rapida discesa delle temperature la situazione si aggrava di ora in ora.
    Una delle situazioni più difficili dal punto di vista energetico rimane a Kherson, manca luce, acqua e la popolazione vive sotto i continui bombardamenti russi. Stando a quanto riportato dalle autorità locali, la fornitura di elettricità ripristinata copre solo il 41% nella città. L'ufficio presidenziale ucraino accusa i russi di avere nuovamente colpito, senza provocare vittime, l'ospedale parzialmente evacuato nei giorni scorsi. E gli ucraini continuano la caccia a coloro che accusano di avere collaborato con i russi. A Kherson è stato arrestato il vice sindaco, accusato di aver contribuito a istituire forze dell'ordine illegali, servizi comunali e abitativi per l'amministrazione installata da Mosca.
    «La Russia sta usando brutali missili per lasciare l'Ucraina al freddo e al buio. Il presidente Putin sta cercando di rendere l'inverno un'arma, di forzare gli ucraini a congelarsi», ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, in conferenza stampa dopo la ministeriale Esteri a Bucarest. La Nato fornirà all'Ucraina armi e generatori e «gli alleati dovrebbero essere pronti per il fatto che la Russia continuerà i suoi tentativi di distruggere le infrastrutture critiche ucraine. Tuttavia, in conferenza stampa a Bucarest ha detto che la decisione finale sul trasferimento dei sistemi missilistici antiaerei Patriot non è stata ancora presa.
    Ieri, intanto, la Marina ucraina ha lanciato l'allarme per nove navi da guerra russe nel Mediterraneo, tra cui cinque portamissili da crociera del tipo Kalibr con un totale di 76 missili pronti all'uso (altre 12 sarebbero nel Mar Nero). Il messaggio di Kyiv è chiaro: la minaccia russa riguarda anche l'Europa.
  4. XI PERDERA' IL CONTROLLO : Bastone e bavaglio da una parte, un po' di carota dall'altra. Il governo cinese prova a ristabilire l'ordine stringendo ulteriormente le già fitte maglie del controllo fisico e virtuale, mentre inizia a far intravedere la luce in fondo al tunnel delle restrizioni anti-Covid, motivo scatenante (ma non unico) delle proteste.
    La commissione centrale per gli affari politici e legali del Partito comunista ha scelto la linea dura disponendo di «reprimere con decisione gli atti illegali e criminali che turbano l'ordine sociale e mantenere efficacemente la stabilità». Sono state rafforzate le misure di sicurezza per prevenire le manifestazioni e la polizia si è attivata in maniera proattiva per controllare il territorio (a partire dalle università) e individuare chi supporta le proteste. Diversi video girati sui social mostrano agenti controllare foto e video sugli smartphone dei cittadini. Nel mirino anche le app e le vpn utilizzate per aggirare la grande muraglia digitale. La Tsinghua University di Pechino ha chiesto agli studenti di non parlare coi giornalisti stranieri la cui identità non può essere verificata. In tanti segnalano di aver ricevuto telefonate della polizia con la richiesta di smettere di condividere materiale sulle proteste nelle chat. C'è chi racconta che sono stati «avvertiti» anche i propri genitori. L'obiettivo è duplice: bloccare la diffusione di informazioni giudicate pericolose per la sicurezza nazionale e disconnettere i cittadini scoraggiando nuove azioni di gruppo. Il risultato è che si diffonde un senso di paranoia nel quale diventa difficile fidarsi degli interlocutori, reali o virtuali. Con la paura diffusa di finire nel mirino delle autorità. Il tutto mentre si prova a spingere la retorica delle interferenze esterne. In un video girato durante una delle proteste, si vede un giovane prendere il megafono e chiedere di fare attenzione perché «siamo circondati da forze estere anti-cinesi». Qualcuno ha replicato: «Intendi Marx ed Engels? Qui siamo tutti patrioti».
    Allo stesso tempo, si prova a mostrare di voler aggiustare almeno parzialmente le politiche anti Covid. La commissione nazione per la sanità ha chiesto ieri di revocare «in maniera tempestiva» le misure di controllo qualora possibile e promette di «gestire» le misure considerate «eccessive». I cittadini sperano non sia solo una promessa fatta per calmare gli animi. Già in passato avevano sperato in allentamenti mai davvero avvenuti. In ogni caso non si parla di una riapertura, ma un'applicazione meno estensiva delle regole da parte delle autorità locali. «Alcune aree hanno ampliato arbitrariamente la portata delle zone e delle persone poste sotto controllo, mentre altre hanno attuato restrizioni per periodi eccessivamente lunghi», ha dichiarato Chenq Youquan del centro di prevenzione e controllo in una conferenza stampa, annunciando la creazione di task force speciali per «rettificare le restrizioni superflue». Un modo anche per spostare l'attenzione sui funzionari provinciali.
    Intanto si cerca di dare impulso alla campagna vaccinale dei più anziani. Solo il 65,8 per cento degli over 80 ha ricevuto almeno due dosi. Qualche segnale dai media. Il Beijing News ha pubblicato delle interviste con dei pazienti guariti: interessante shift narrativo per ridurre preoccupazioni e stigma sociale. Ma sull'agenzia di stampa statale Xinhua resta la rivendicazione dell'efficacia della strategia generale, promossa d'altronde da Xi Jinping in persona, e la richiesta di continuare a combattere la «guerra» contro il virus: «La tenacia è vittoria». Tanti cinesi sanno però di non essere inclusi nella lista dei vincitori.
  5. IN IRAN E' SCOPPIATA UNA RIVOLUZIONE : Per i tifosi di calcio dell'Iran, me compresa, i mondiali di calcio di solito rappresentano il massimo della passione sportiva. Quest'anno, in Qatar, le cose sono diverse. Team Melli gioca in piena sollevazione popolare innescata dall'uccisione a metà settembre di una giovane donna curdo-iraniana, Mahsa Amini, per mano della polizia iraniana che vigila sulla moralità pubblica. Da allora, per settimane, le proteste – guidate da donne, giovani e minoranze etniche – si sono estese a ogni provincia del Paese al grido di «donna, vita, libertà». Il governo ha reagito con brutale violenza, arrestando migliaia di persone e uccidendone centinaia.
    Sullo sfondo di uno scenario così cruento, molti iraniani hanno detto che non sosterranno la squadra. Alcuni hanno chiesto alla Fifa di revocare la partecipazione degli iraniani ai mondiali, sostenendo che permettere a Team Melli di giocare sotto i riflettori di tutta la comunità internazionale offre alla Repubblica islamica l'occasione per offuscare la repressione in Iran. Altri ritengono semplicemente impossibile occuparsi di calcio mentre i manifestanti continuano a essere uccisi.
    I tentativi del governo di dare a Team Melli la sua identità, sommati all'apparente volontà di alcuni giocatori di partecipare ai mondiali hanno rattristato ancora di più i tifosi iraniani. Quando alcuni giocatori hanno posato per qualche foto con il presidente Ebrahim Raisi prima di partire alla volta del Qatar, molti l'hanno considerato un tradimento. L'insoddisfazione si è palesata più che mai nei filmati che circolano sui social media in cui si vedono gli striscioni di Team Melli dati alle fiamme in Iran, gesto inimmaginabile finora in un Paese che impazzisce per il calcio.
    Questa non è la prima volta che Team Melli partecipa ai campionati mondiali di calcio in un clima di insurrezione nazionale. Infatti, nel 1978 la squadra iraniana fece la sua comparsa in una situazione che ricorda da vicino quello che sta accadendo oggi. All'epoca ci furono controversie legate alla nazione ospitante, l'Argentina, governata da una giunta militare efferata che fece scomparire decine di migliaia di sostenitori di sinistra, nazione considerata quindi inadatta a ospitare un torneo mondiale di calcio, proprio come il Qatar oggi per come tratta i migranti e nega i diritti alla comunità Lgbtq. In Iran all'epoca era in divenire una rivoluzione. Per tutto il 1978, gli iraniani erano scesi in piazza per protestare contro la dittatura di Mohammed Reza Pahlavi appoggiata dagli Stati Uniti. A giugno, quando la formazione giocò in Argentina, le proteste di massa si erano temporaneamente fermate, e questo spinse il Primo ministro a dichiarare chiusa la crisi. Invece, nel corso dell'estate, le manifestazioni e gli scioperi dei lavoratori scoppiarono ovunque nel Paese e milioni di persone si unirono al più grande movimento di protesta della storia iraniana. All'inizio dell'anno seguente il regime dello scià sarebbe caduto.
    Quell'anno Team Melli scese in campo senza il suo capitano, Parviz Ghelichkhani. Fervente militante di sinistra, in passato imprigionato per breve tempo per il suo attivismo politico e costretto a esprimere il suo rimorso pubblicamente in una confessione mandata in onda in televisione, Ghelichkhani annunciò che non avrebbe giocato con la nazionale in segno di protesta contro la repressione in Iran. In sua assenza, la squadra non riuscì a vincere nessuna partita in Argentina.
    Occorsero vent'anni prima che l'Iran tornasse a giocare ai Mondiali, ma l'attesa valse la pena: nel 1998, in una calda serata estiva, Team Melli vinse la sua prima partita in Coppa del mondo in Francia sconfiggendo, ancora meglio, gli Stati Uniti con il risultato di 2 a 1. Qualificarsi ai Mondiali era stato molto complesso: le preoccupazioni della diplomazia e quelle legate alla sicurezza avevano intralciato i vari programmi e l'operatività negli stadi. Ma la partita, in sé e per sé, fu un successo enorme. Team Melli offrì rose bianche agli avversari prima della partita e prima del calcio d'inizio le due squadre si fecero immortalare insieme nelle foto. Gli iraniani di ogni estrazione sociale gioirono e trascorsero l'intera notte ballando e festeggiando per strada, uniti nella celebrazione del trionfo nazionale. L'esultanza si estese alla diaspora iraniana. Io ero adolescente, vivevo a New York e impazzii di gioia. Dopo i Mondiali, supplicai mia madre di trovarmi una maglia di Team Melli, impresa non semplice: quella che lei riuscì a procurarsi era di parecchie taglie più grandi della mia, ma per anni l'indossai piena di orgoglio.
    Per quanto si siano sforzate in ogni modo possibile, le autorità iraniane non sono mai state capaci di esercitare un controllo assoluto sul calcio. Seguendo l'esempio di campioni particolarmente coraggiosi, alcuni calciatori hanno iniziato a mostrarsi solidali nei confronti dei manifestanti. Dopo aver vinto la Supercoppa iraniana, questo mese, per esempio, i calciatori della squadra dell'Esteghlal FC di Teheran sono rimasti sobriamente fermi in piedi durante la cerimonia della premiazione, senza abbandonarsi alla gioia. Pochi giorni dopo, Saeed Piramoun, giocatore di beach soccer, ha espresso il suo entusiasmo per il gol vittorioso appena segnato simulando di tagliarsi i capelli, in omaggio alle donne che si tolgono il velo e si tagliano i capelli nelle proteste in corso.
    La recente immagine di Team Melli in ginocchio davanti al presidente è stata molto meno attraente. Eppure, pochi giorni prima, quando la squadra aveva giocato a Teheran, tutti i giocatori tranne due avevano scelto di non cantare l'inno nazionale. E, prima dell'incontro di lunedì, il capitano Ehsan Hajsafi ha espresso le sue condoglianze alle famiglia iraniane in lutto. Le sue prime parole sono state «nel nome del Dio degli arcobaleni», espressione usata dal bambino di nove anni ucciso la settimana scorsa. Hajsafi ha poi detto ai manifestanti: «Noi siamo al vostro fianco». Schierandosi solidali con i manifestanti, ed esponendosi personalmente a un rischio considerevole, i calciatori iraniani ai Mondiali hanno già vinto.
    *Gonar Nikpour è professoressa aggiunta di Storia al Dartmouth College.
  6. LA CORRUZIONE DEL PETROLIO : All'improvviso, quasi alla fine della fase a gironi, tra un'Olanda-Qatar e un Ecuador-Senegal il numero dei morti ufficiali per colpa di questo Mondiale sale a 500. Così, di colpo: una cifra arrotondata al ribasso, dopo mesi di negazionismo assoluto. Un numero buttato lì come fosse stato pescato in una tombola macabra.
    Saltano fuori centinaia di vittime: dalle 40 dichiarate fino a qui, solo 3 per la costruzione degli stadi, a questo numero che non ha parametri o spiegazioni, salta fuori per calmare le critiche e insieme esasperare un conto che non torna mai. Siamo lontani dalle migliaia di deceduti usciti dalle ricerche delle associazioni umanitaria e sempre rifiutati dagli organizzatori della Coppa del mondo. Siamo lontanissimi dai 6.500 fotografati dall'inchiesta di «The Guardian» che ha incluso tutti gli immigrati morti dal 2010, anno di assegnazione del torneo, alla chiusura dei cantieri. Distanti però pure da tutti i rifiuti mostrati fino a qui.
    In un'intervista, Al-Thawadi, il segretario generale del Comitato Supremo, estrae da non si sa dove una cifra che suona insieme riparatoria e casuale: potrebbe essere un tentativo di ammissione, così come una concessione misera, quasi un insulto. Non si capisce e lui stesso dice: «Non abbiano dati più precisi». Diventa assai difficile comprendere come si sia passati da 40 a 500 e che mondo esiste tra i 500 percepiti oggi dal Qatar e i 6.500 reali, contati nei decessi, per qualsiasi causa, tra i migranti arruolati. Le persone che hanno perso la vita mentre cambiavano la faccia di una nazione altrui.
    Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, in prima linea nella richiesta di dati certi e responsabilità precise, preferisce vedere il nuovo approccio come un punto di partenza: «Sono le prime ammissioni, anche se parziali e tardive. È importante insistere perché ci siano indagini trasparenti e a tutto tondo, altrimenti il numero dei morti non si conoscerà mai esattamente». Ad Amnesty interessa insistere e confrontarsi su ogni minima apertura perché loro hanno chiesto alla Fifa 440 milioni di dollari come risarcimento da dividere tra le famiglie delle vittime: «Si devono dare verità giustizia e fondi ai parenti dei lavoratori morti in Qatar». Non ci sono spiragli su questo. All'apertura dei Mondiali, il capo della Fifa Infantino ha chiesto perché non si pretendono gli stessi fondi per rispondere delle morti dei migranti in Europa.
    Il Qatar cambia atteggiamento, dal silenzio su un argomento trattato sempre come fastidio a frasi retoriche che per lo meno si fanno carico del problema: «Anche un solo morto sarebbe troppo, quello che possiamo dire è che le condizioni degli operai qui sono molto diverse da come erano 12 anni fa». Si torna alle modifiche di una legge che, nell'interpretazione, resta in mano a chi comanda. I toni sono i soliti, il pressapochismo è irritante eppure esiste un fatto. Per il Qatar sono morte centinaia di persone ed è successo per il Mondiale, per tutti gli sforzi richiesti senza dare tutele a quel 90 per cento della popolazione che arriva dal Nepal, dall'India, da Bangladesh, da Singapore. Gente che si ritrova tra la disperazione e un'esistenza in solitaria, in case vuote condivise con estranei, in stanze che non ospitano mai meno di cinque persone, se ti va bene e guidi il taxi. Altrimenti dormitori e giornate tutte uguali che iniziano in piena notte per evitare il caldo e finiscono con file di gente sedute sui marciapiedi ad aspettare il fresco. Spesso ci mangiano su quel marciapiedi e ci socializzano.
    In un settore dello stadio di Lusail, quello della finale, c'era un murales di facce: un omaggio a chi ha speso fatica per costruire le grandi opere. Tutti vivi, per fortuna, e sorridenti e con il pollice alzato. Era il tentativo di mostrare che esisteva anche soddisfazione e partecipazione nei cantieri indagati per vergogna, però pur sempre un tributo. È sparito e anche su quello ci sono più versioni. Dal silenzio stizzito a una spiegazione relativa alla consegna degli stadi mondiali con grafiche e disegni Fifa. Il murales era parte dell'architettura, non un orpello, pare tornerà dopo il 18 dicembre, a Mondiali consumati. Quando forse le centinaia di morti non meglio definiti diventeranno le migliaia di esseri umani che hanno perso la vita. Con un nome, un cognome e un perché.

 

30.11.22
  1. LE DIMISSIONI DI ANDREA SONO UNA SCONFITTA ANCHE PER ME : Da tempo i conti non tornavano nella Juventus e il doppio rinvio dell'assemblea degli azionisti, chiamata ad approvare il bilancio al 30 giugno 2022 con un passivo da 254 milioni di euro (record per il calcio italiano), era il segnale che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Le contestazioni della Consob e l'inchiesta della Procura di Torino, nel mirino le plusvalenze sospette degli ultimi anni e la "manovra stipendi" causa Covid, hanno ulteriormente complicato i piani del club e anche per questo è maturata la decisione di una svolta drastica. Il rischio di approvare un altro bilancio e vederlo nuovamente contestato era troppo grande, considerando che la Procura aveva già chiesto l'arresto di Andrea Agnelli (proposta respinta dal Gip) per questo motivo.
    Via tutti, allora, e così l'assemblea del 18 gennaio 2023 dovrà eleggere un nuovo Consiglio d'Amministrazione e ovviamente un nuovo presidente. In attesa di capire se ci saranno novità anche sul bilancio, magari con un aumento di capitale, gli azionisti il 27 dicembre dovranno confrontarsi su un documento che presenta oltre 250 milioni di euro di passivo dopo un crollo costante negli ultimi esercizi. L'ultimo bilancio positivo risale alla stagione 2016/17, chiusa con il sesto scudetto consecutivo e la Champions persa solo nella finale di Cardiff contro il Real Madrid, con 42 milioni all'attivo. Poi è stato un lungo scavare: -19,2 milioni nel 2017/18, -39,9 milioni nel 2018/19 e -89,7 milioni nel 2019/20. L'ingaggio di Cristiano Ronaldo (proprio durante l'ultimo Mondiale: così si chiude un cerchio) ha inceppato una macchina che funzionava bene dentro e fuori il campo, mentre il coronavirus e gli stadi vuoti hanno dato il colpo di grazia a un conto economico già compromesso. Così al 30 giugno 2021 la Juventus ha dichiarato un "rosso" da 209,9 milioni di euro e un anno dopo le perdite hanno superato la quota di 254 milioni.
    La Juventus nel comunicato di ieri sera ha già rettificato i propri conti, su indicazione della Consob. «Tali revisioni di stime e di assunzioni comportano pertanto rettifiche delle stime di oneri di competenza a fine giugno 2020, fine giugno 2021 e fine giugno 2022 per effetto delle integrazioni salariali siglate a luglio/agosto 2020 e dei "loyalty bonus" siglati a settembre 2021», mentre «sono sostanzialmente nulli sui flussi di cassa e sull'indebitamento finanziario netto, sia degli esercizi pregressi che di quello appena concluso e futuri, e non sono material sul patrimonio netto al 30 giugno 2022».
  2. PICHETTO HA RAGIONE MENTRE SALVINI HA LA CODA DI PAGLIA:   Dopo lo strazio e prima ancora che siano finiti gli interventi di emergenza, è cominciato il tempo delle indagini. La Procura di Napoli – che ieri ha aperto un'inchiesta per disastro colposo, frana colposa e omicidio colposo a carico di ignoti per la catastrofe di Casamicciola – nominerà presto un pool di consulenti per effettuare le verifiche sul territorio colpito dalle frane e su tutte le abitazione edificate nella zona. Inoltre, da quanto emerso, la procuratrice facente funzioni Rosa Volpe avrebbe intenzione di assegnare a più pubblici ministeri il fascicolo e di coinvolgere diversi corpi di polizia giudiziaria.
    Del resto, che i magistrati partenopei avrebbero fatto presto la loro parte s'era capito già l'altro ieri ascoltando le parole del procuratore generale di Napoli Luigi Riello: «La Campania è la regione dove il 64, 3% degli immobili è abusivo, almeno risparmiamoci le lacrime di coccodrillo». E che ci sia tanto da investigare e da approfondire s'era capito subito, prima dalle dichiarazioni dell'ex magistrato Aldo De Chiara e poi, ieri, sfogliando le carte mostrate dall'ex sindaco di Casamacciola, Giuseppe Conte, compresa una Pec urgente che contiene la specifica richiesta di evacuare la zona per i "gravi rischi" che correva la popolazione, una mail inviata quattro giorni prima della tragedia, il 22 novembre. I destinatari? Le principali autorità, dal prefetto di Napoli al commissario di Casamicciola. Spiega l'ingegner Conte: «Avevo segnalato il pericolo della calamità naturale imminente, anche perché i lavori richiesti in passato per la messa in sicurezza non erano stati realizzati. L'ho fatto per senso civico, ma nessuno mi ha risposto».
    Dal 25 settembre, giorno della prima allerta meteo in quella zona, Conte – che è stato dirigente nel settore Acque e acquedotti della Regione Campania – ha inviato ben 23 mail alle autorità: «Avevo scritto al prefetto di Napoli, al commissario prefettizio di Casamicciola, al sindaco di Napoli, a quello di Lacco Ameno e alla Protezione civile della Campania, ricordando anche le verifiche seguite a quanto successo la notte del 13 febbraio 2021, quando al vallone la Rita era crollato di uno degli stabilimenti termali della zona». Ecco il passo del documento, che come tutti gli altri portava l'intestazione "Allerta meteo": «Considerato che i tecnici hanno riscontrato l'esistenza di una situazione decisamente catastrofica e la possibilità di ulteriori crolli e l'urgenza di ripulire tutto l'alveo (…) può sussistere lo "stato di grave crisi" per la calamità naturale "imminente" nei comuni di Casamicciola Terme e di Lacco Ameno». E a chiudere, l'invito «ad adottare tutte le iniziative necessarie per la sicurezza e la salute delle persone». —
  3. Il ministro dell'Ambiente interviene sugli abusi edilizi, Salvini lo attacca . Protesta anche l'Anci
    "Sindaci in galera" L'uscita di Pichetto spacca il governo

    Con il raramente utile "senno di poi", il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin avrebbe voluto usare altre parole. Per dirle, magari, tra qualche giorno, una volta conclusa la ricerca dei dispersi a Ischia. Invece: «Contro l'abusivismo edilizio? Basterebbe mettere in galera il sindaco e tutti quelli che lasciano fare, perché i sindaci non devono lasciar costruire». Sbotta, il ministro di Forza Italia, ospite di Rtl. E una grandinata di critiche gli si rovescia addosso, dai sindaci di Ischia, dall'Anci, da Pd, Verdi e Sinistra italiana. Ma nel plotone di esecuzione, a sorpresa, spuntano in prima linea anche gli alleati della Lega e di Fratelli d'Italia. Mentre nessuno, da Forza Italia, cerca di difendere il collega di partito.
    Il più duro è Matteo Salvini, che dal palco di Lombardia 2030, a Milano, usa una forma solitamente dedicata agli avversari: «Qualcuno vorrebbe arrestare i sindaci, io invece li voglio proteggere e liberare dalla burocrazia, perché è su loro che grava la maggiore responsabilità». Non lo cita mai, ma marca una differenza di approccio sostanziale, quasi che Pichetto Fratin fosse un esponente dell'opposizione. A quello stesso evento avrebbe dovuto partecipare anche il ministro forzista, ma darà forfait per «sopraggiunti impegni», fanno sapere gli organizzatori. Le parole al veleno di Salvini però gli sono arrivate lo stesso. Seguite, poco più tardi, dalle prese di distanza di Fratelli d'Italia. Il collega delegato alla Protezione civile e al Mare, Nello Musumeci, archivia l'ipotesi dell'arresto e chiede piuttosto di «garantire accanto al sindaco una costante presenza dello Stato, perché spesso dietro l'abusivismo edilizio ci sono le organizzazioni criminali». Corregge il collega, ma al contrario di Salvini non affonda il colpo: «Può capitare a tutti di essere fraintesi». Il ministro ai Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, cerca di mediare, ma fa notare che i sindaci non hanno responsabilità: «Sono alle prese con una situazione difficilissima e hanno pochissimi strumenti», dice a Radio 1. E se poi riconosce a Pichetto Fratin di essere nel giusto «quando invoca pene severe per chi si rende responsabile di danni gravi», dall'altra parte Ciriani sottolinea anche che i sindaci non vanno arrestati, ma «aiutati». Insomma, nessuna caccia alle streghe, specie in questo momento.
    Pichetto Fratin, nel pomeriggio, tenta di correre ai ripari: «La mia è una riflessione di carattere generale e non fa riferimento ad alcun amministratore in modo particolare», fa sapere con una nota. Quello che non trapela, nel comunicato, è l'incredulità del ministro quando ha saputo che proprio a quei comuni, nel 2010, erano stati destinati dal ministero dell'Ambiente 3,1 milioni di euro per la messa in sicurezza del territorio, e che, a distanza di dodici anni, non hanno ancora completato la fase di progettazione di un piano di interventi. Qualcuno, per Pichetto Fratin, dovrà pur avere delle responsabilità. L'ipotesi dell'arresto fa infuriare tutti. «Il ministro non sa che la competenza sul dissesto idrogeologico è del suo stesso ministero – evidenzia Antonio Decaro, sindaco Pd e presidente Anci –. Non sono interventi che fanno i comuni. Non è corretto usare i sindaci come capro espiatorio».
    Giornata di proteste, dunque, ma la vera preoccupazione del governo nasce dal veto del presidente della Campania Vincenzo De Luca sulla nomina di Simonetta Calcaterra a commissario per l'emergenza a Casamicciola. Il governatore della Campania ha già comunicato all'esecutivo il suo no alla nomina: preferisce un altro funzionario. Uno stop pesante, perché il governo può proporre il nome del commissario, ma il parere del presidente di Regione è vincolante. Di fronte alla contrarietà di De Luca, quindi, si dovrà procedere alla nomina di un nuovo commissario. E nel frattempo resterà bloccato l'iter dell'ordinanza della Protezione civile. —
  4. "I Comuni non sono Cosa Loro l'abuso d'ufficio? Falso problema"
    Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, condivide l'idea di abolire il reato di abuso di ufficio?
    «Credo che sia un falso problema perché i processi per abuso di ufficio sono pochissimi ed è un reato quasi indimostrabile».
    I sindaci però lamentano la "paura della firma" che nasce dal possibile intervento di una Procura.
    «Quello che dicono i sindaci forse è vero, ma è anche vero che il Comune non può diventare "cosa propria". Forse la strada giusta è una rivisitazione della norma».
    Che impressione le ha fatto il ministro Nordio?
    «Mi ha fatto piacere la sensibilità istituzionale di venire all'inaugurazione della nuova sede della Procura di Catanzaro. L'ho conosciuto lì. Mi sono complimentato per la scelta di Antonello Mura come capo dell'ufficio legislativo: non lo conosco personalmente, ma ne ho grande stima. E ho ribadito anche a Nordio, ma credo ne abbia piena consapevolezza, che la riforma Cartabia è una tragedia».
    Soddisfatto del rinvio della sua entrata in vigore?
    «Certo che sono felice: il rinvio era inevitabile, richiesto e gridato a viva voce da me da tanto tempo, poi da altri uffici giudiziari, dal Csm, dall'Anm. Ma non basta».
    Andrebbe modificata, e come?
    «Bisognerebbe con un solo articolo abolire l'intera riforma. Ovviamente è una provocazione, so bene che non si può fare. Però molte, ma veramente molte disposizioni vanno radicalmente cambiate».
    Per esempio?
    «La cosiddetta udienza predibattimentale: per un procedimento monocratico, due giudici dove prima ne bastava uno. O i nuovi adempimenti che appesantiscono il lavoro soprattutto della già fin troppo oberata sezione dei giudici delle indagini preliminari. E potrei fare molti altri esempi».
    E sulle indagini di mafia?
    «Su indagini complesse per definizione, il pm sarà tenuto a depositare gli atti (rendendoli noti alle parti), anche se nel frattempo il giudice starà decidendo su una misura cautelare. Risultato: l'associazione mafiosa saprà che c'è un'indagine e che pende una richiesta di cattura sui suoi esponenti. Ma le sembra possibile?».
    L'obiettivo di ridurre i tempi della giustizia penale del 25% sarà rispettato?
    «È tutto paradossale. Ci sarà la paralisi dei procedimenti, la paralisi della giustizia. Non so se è chiaro cosa significhi per la collettività. Altro che Pnrr».
    Però in parte i soldi del Pnrr li abbiamo avuti grazie alla riforma Cartabia.
    «Avremmo potuto averli comunque, ma con riforme di gran lunga più adeguate. Anzi una riforma presentata con lo slogan "è l'Europa che ce lo chiede" va esattamente nel verso opposto. Lo dice la stessa Europa nella Relazione sullo stato di diritto 2022, documento annualmente redatto dalla Commissione Ue che analizza gli sviluppi dei sistemi giudiziari negli Stati membri, evidenziando diverse critiche nei confronti delle riforme volute dal ministro Cartabia».
    Il discorso vale anche per la riforma del Csm?
    «La riforma del Csm invece di indebolire ha rafforzato le correnti e le ultime elezioni lo dimostrano».
    Cosa altro si potrebbe fare nell'immediato?
    «Innalzare l'età pensionabile dei magistrati da 70 almeno a 72 anni; diminuire il numero dei magistrati fuori ruolo nei ministeri e nelle commissioni parlamentari; prevedere che a occuparsi della scuola superiore della magistratura, al netto dei danni che ha fatto e sta facendo, vengano assegnati magistrati in pensione».
    Nel governo prevarrà l'anima garantista o quella "legge e ordine"?
    «Non ho la sfera di cristallo, e comunque credo che non siano incompatibili».
    Il compromesso sull'ergastolo ostativo funzionerà?
    «Bisogna trovare il giusto equilibrio tra i principi espressi dalla Consulta e dalla Corte europea dei diritti dell'uomo e una norma, voluta da Falcone nel 1992, che subordina per i condannati per alcuni reati gravi, in particolare mafia e terrorismo, i benefici penitenziari alla collaborazione con la giustizia, dimostrando così il loro ravvedimento».
    Il suo libro "Fuori dai Confini", scritto con Antonio Nicaso, esplora la ramificazione della ‘ndrangheta all'estero: l'Italia è diventata periferica?
    «Assolutamente no. Spieghiamo ciò che sta accadendo e potrebbe accadere dopo la guerra. Subito dopo la guerra nella ex Jugoslavia, nelle indagini si è visto come ‘ndrangheta, sacra corona unita, mafia albanese sono andate in Bosnia e Montenegro a comprare armi pesanti ed esplosivo. Oggi armi micidiali si stanno utilizzando in Ucraina, senza nessun controllo sull'effettivo utilizzo. E se succedesse la stessa cosa?».
    Un capitolo è dedicato a Malta: nel cuore dell'Europa, tra broker e malacarne.
    «Sicuramente è uno Stato prediletto per società di gioco online, luogo d'incontro per operazioni sospette. Ma quando chiediamo notizie, attraverso rogatorie internazionali, La Valletta risponde poco o in notevole ritardo. Ma in Europa non è solo Malta che non collabora bene».
    Quanto le è spiaciuto non essere nominato procuratore nazionale antimafia?
    «Mi è dispiaciuto abbastanza. Ma vado avanti».
    Sempre in Calabria?
    «Non potendo rimanere a Catanzaro fino alla pensione, credo che farò anche la domanda come procuratore generale di Roma. Concorro solo per i posti che mi interessano realmente per sfruttare al meglio la mia esperienza. Se me lo consentiranno».
  5. Vite abusivi
    Peppino Conte Ex sindaco Giovanni Di Iorio Ex pescatore

    Non cambierà. Il finale è già scritto. «Come posso abbandonare la mia casa? È ancora in piedi, non ha subito danni gravi. Toglieranno il fango e riallacceranno le utenze. Quella casa è tutta la mia vita. Sì: in parte è abusiva. Come sono abusive moltissime altre case sull'isola. Ma perderla significherebbe perdere il senso della mia vita intera, perché tutto quello che ho fatto, ogni sacrificio, è lì».
    Non è difficile incontrare il proprietario di una casa abusiva sull'isola di Ischia. Sono 28 mila le domande di condono. Significa che su circa 63 mila residenti, quasi la metà ha questo problema: abita in una casa che non dovrebbe essere lì dove si trova. Non con tutti quei vani. Non costruita in quel modo. Non con quella cubatura. Non con quel garage.
    Per le strade disastrate di Casamicciola senti continuamente chiamare in causa la natura: «È colpa nostra del cambiamento climatico?». Ma l'ennesima tragedia dell'isola di Ischia ha qualcosa di esemplare. E riguarda l'uomo, il fattore umano. Si può già dire adesso, e prima di ogni inchiesta giudiziaria, che tutti i rivi erano intasati, gli alvei pieni di detriti, gli sfoghi naturali cementificati. E tutti gli allarmi sono stati disattesi, compreso quello arrivato quattro giorni prima del disastro. E poi la colata di fango, che si è staccata dal monte Epomeo, ha investito molte case che non dovevano essere lì.
    Tre giorni dopo, a metà pomeriggio, la ruspa ancora si impantana in Piazza Bagni. Ancora si cercano quattro dispersi. Ancora la montagna fa paura: «Resta elevato il pericolo di instabilità». Ragazzini con le pale e i volti infangati si aggirano fra le rovine. C'è una boa gialla, a 700 metri dal mare, fra le case svuotate. E cataste di legni e detriti – cemento e mobili – in mezzo alla vita in disgrazia. Ma anche questo scenario non basta, si capisce che non basterà. «Adesso sono ancora un po' confuso, ma credo che tornerò. Non c'è altra possibilità che tornare e rischiare ancora».
    Hanno portato gli sfollati all'Hotel Michelangelo di Lacco Ameno. Un grande albergo su una curva panoramica, pieno anche di soccorritori. Ed è lì, con due borse di vestiti dentro ai sacchi della spesa e otto parenti al seguito, che incontriamo il signor Giovanni Di Iorio, capitano di lungo corso, 83 anni, proprietario di una casa abusiva al centro del disastro.
    «Non mi tiro indietro. So dove volete arrivare. Non dovevamo costruire. Facile da dire. Ma dove andavamo a vivere? Negli anni Settanta e Ottanta sono nati molti figli a Ischia, io stesso ho otto fratelli. I nostri genitori avevano la casa per loro, ma non c'era più posto per noi. O costruivamo da zero o abbandonavamo l'isola. E abbandonare Ischia non si può».
    Gli sfollati adesso sono al riparo. Ma nessuno può dirsi veramente salvo. «E allora, ecco le cose come stanno», racconta Giovanni Di Iorio. «Nel 1972 via Santa Barbara non esisteva. Era uno sterrato in salita. Lì il padre di mia moglie, Teresa Mennella, aveva un terreno per gli agrumi. In quegli anni a Ischia c'erano solo due possibilità di vita: contadino o pescatore. Il padre di mia moglie faceva il contadino e aveva un piccolo pezzo di terra da regalarci per il nostro futuro».
    Oggi al numero 43 di via Santa Barbara c'è la casa della famiglia Di Iorio: la casa dei nonni, con vicino gli appartamenti dei figli. Tutto è stato edificato su quel terreno «a uso agricolo». «Però all'inizio abbiamo chiesto i permessi. E poi, nel 1984, abbiamo fatto il condono di una parte. Sono tornato in mare per tre anni, ancora a fare crociere, apposta per avere quei soldi».
    Nell'esistenza del signor Di Iorio il mare ha un ruolo fondamentale, è vita e colpa: «Per vent'anni io sono partito. Giappone, Australia, Buenos Aires. Ho fatto tutta la carriera sui mercantili, fino a diventare capitano. Ma quello non è un lavoro. È un impegno totale, che ti sottrae alla vita. Io non c'ero quando è nato mio figlio, io non c'ero quando gli altri padri portavano i loro bambini a scuola. Tutti i soldi che ho guadagnato per mare, tutti, li ho messi nella nostra casa. Per metà l'abbiamo affidata a un'impresa, per metà l'abbiamo rifinita io e mia moglie. E adesso dovrei rinunciare a quello che ho fatto? Quella casa sono io».
    Il problema è che il fango ha lambito i muri perimetrali. E solo per una casualità, per qualcuno si chiama fortuna, ha distrutto le case vicine e non la sua. Inoltre, nessuno sarà in grado di garantire che un'altra frana dal monte Epomeo non si abbatta su Casamicciola. «Lo so. Ne siamo consapevoli. Non dico che la cosa mi lasci indifferente, tutt'altro. Ma penso che torneremo alle nostre case, perché altre case non ne abbiamo. Io poi la lascerò la casa in eredità ai miei figli, dopo averli responsabilizzati».
    Non è solo un abusivismo di necessità, come spesso viene definito. È anche un abusivismo sentimentale. Ormai l'amore si è consumato, il matrimonio è sancito. Chi può permettersi di annullare nozze ultra trentennali? «Noi siamo quella casa. E lo saremo sempre. Quando abbiamo costruito nessuno è venuto a dirci niente». Da settant'anni a Casamicciola manca un piano regolatore. Significa che tutto quello che è stato costruito esula da ogni cura pubblica e da ogni responsabilità politica. L'attenzione è mancata anche in prossimità del disastro. L'ex sindaco Peppino Conte, di mestiere ingegnere e già funzionario della Regione Campania, aveva lanciato l'allarme quattro giorni prima: «Ho mandato 23 Pec. Al prefetto, al sindaco di Napoli, alla Protezione civile, a tutti. Non ho ricevuto risposta. C'era l'allerta arancione. Sapevo che la gente di Casamicciola era in pericolo. Perché tutti gli interventi per la manutenzione e la messa in sicurezza degli alvei non erano stati fatti. Per questo avevo chiesto di mandare via la gente da quelle case, per metterla al sicuro».
    Troppo tardi. Come sono stati inutili gli stanziamenti. Soldi per la manutenzione del territorio mai spesi. Ed è proprio qui, dove la politica latita e la montagna frana, dove tutto si ripete identico a se stesso e l'abusivismo è diventato un pensiero lecito, che il finale è noto.
  6. LA SOLITA REALTA': Nuovi guai giudiziari per la suocera del deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Aboubakar Soumahoro. Oltre alla malversazione, la procura di Latina contesta a Marie Therese Mukamitsindo anche la truffa aggravata e le false fatturazioni. Le indagini della Guardia di Finanza puntano a chiarire dove sono finiti i 400 mila euro destinati ai dipendenti delle due cooperative dell'agro pontino per l'assistenza ai migranti Karibu e Consorzio Aid. Da quasi due anni, 26 lavoratori attendono di ricevere lo stipendio mentre la moglie di Soumahoro, Liliane Murekatete (fino a due mesi fa impegnata nelle due coop) ostenta abiti e accessori griffati tanto da essere stata soprannominata «Lady Gucci». Non è ancora chiaro, poi, come il deputato ivoriano e consorte abbiano potuto acquistare a Casal Palocco, periferia Sud di Roma, una villetta a schiera per 360 mila euro con un mutuo di 270 mila. A «Piazzapulita», su La7, il conduttore Formigli ha chiesto: «Con quali garanzie ha ottenuto il mutuo, se non era ancora entrato in Parlamento e non prendeva un euro dalla sua Lega dei braccianti?». La risposta di Soumahoro: «Ho scritto un libro». Mentre prosegue l'inchiesta giudiziaria procede anche il lavoro degli ispettori del lavoro: stamani saranno sentiti due dipendenti delle cooperative, assunti in nero, che aspettano di ricevere complessivamente 80 mila euro. E non si placa neppure la polemica politica. Il deputato di Fratelli d'Italia, Federico Mollicone annuncia «un'interrogazione parlamentare per conoscere lo stato delle cose e chiarire le passate responsabilità». Ma il capogruppo dell'Alleanza Verdi e Sinistra Peppe De Cristofaro, ribatte: «Il collega Mollicone invece di fare il moralista sul caso Soumahoro, che non risulta indagato, risponda degli 8 tra deputati e senatori di Fratelli d'Italia indagati in mezza Italia»
  7. IL TRONO DI XI TRABALLA: «Ho paura che sia già finita». Nella tarda serata di ieri, Emma non trovava nessuna notizia o video di manifestazioni significative. Dopo una domenica notte con almeno 16 città cinesi coinvolte in proteste senza precedenti per vastità e contenuti negli ultimi decenni, una battuta d'arresto. I giovani che intonavano l'Internazionale e l'inno cinese, ma anche slogan in cui chiedevano libertà d'espressione e la fine delle restrizioni anti Covid, hanno lasciato posto alle macchine della polizia. Già dalle prime ore del pomeriggio, i punti nevralgici di diverse città sono stati occupati dagli agenti, con l'obiettivo di prevenire assembramenti. Diverse testimonianze circolate in rete raccontano di persone fermate per ricevere un controllo della galleria fotografica del proprio cellulare: le immagini di proteste sono state cancellate. La censura si è impossessata anche del web: contenuti e parole chiave sono stati bloccati, mentre i social sono stati invasi di messaggi promozionali (spesso a luci rosse) rendendo difficile la navigazione. Altri segnalano come la regia della tv cinese eviti ora di mostrare gli spalti degli stadi dei mondiali di calcio. Non mancano i cinesi che raccontano che vedendo i tifosi senza mascherine si sono sentiti «su un altro pianeta».
    Nelle strade hanno intanto continuato a essere sfoderate anche le manette. Il governo britannico ha definito «inaccettabili» l'aggressione e l'arresto di Edward Lawrence, giornalista della Bbc poi rilasciato ma accusato di non aver «presentato volontariamente le sue credenziali» alle autorità. Il Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti ha espresso sostegno col diritto dei cittadini a protestare pacificamente, criticando la strategia zero Covid di Pechino, a lungo fiore all'occhiello del secondo mandato di Xi Jinping. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha collegato le proteste a «forze con secondi fini». E un post su Weibo della moglie del diplomatico fa riferimento esplicito a «interferenze straniere». Altri account ultranazionalisti ripescano la teoria del complotto delle armi biologiche americane. Per questo l'amministrazione Biden è stata per ora molto cauta, nel tentativo di evitare di alimentare tensioni.
    Sul piano interno, Pechino sembra muoversi su un doppio binario. Da una parte prova a capire come dare qualche piccolo e graduale segnale di allentamento senza farlo passare per concessione. A Guangzhou, ad alcune categorie di cittadini non verrà più richiesto il tampone ogni 48 ore. Dall'altra parte si rafforzano controllo e (qualora dovesse essere necessario) repressione. Anche perché non si esclude che nei prossimi giorni le strade tornano a popolarsi di fogli bianchi. Dai messaggi sui social e dalle chat si capisce che nella popolazione (soprattutto urbana) si è diffuso un sentimento di sfiducia che non sarà facile dissipare. Anche perché in aiuto non arrivano i dati economici. Apple, nel frattempo, conta i danni: a causa delle proteste nello stabilimento della Foxconn a Zhengzhou, si prevede un calo di produzione di quasi 6 milioni di esemplari di iPhone Pro.

 

 

29.11.22
  1. DI MAIO PROTETTORE SOPRA LA LEGGE :   Quando si parla di lotta all'abusivismo edilizio e demolizioni di case fuorilegge in Campania si parla di Aldo De Chiara, il primo - e a lungo anche l'unico - che nei difficili anni Ottanta diede battaglia alla cementificazione selvaggia, sino diventare un punto di riferimento per tutti quelli (allora pochi) che si battevano contro la camorra del mattone e le nuove «mani sulla città». Il magistrato – che è stato viceprocuratore generale alla Corte d'appello di Salerno e oggi è in pensione ma continua a battersi per la legalità con articoli e libri – qualche mese fa ha ricevuto da Italia Nostra la nomina a presidente onorario.
    De Chiara, la chiamiamo presidente?
    «Sono orgoglioso di questo riconoscimento che, come sa, viene assegnato ai servitori dello Stato che si sono distinti nella difesa del patrimonio italiano. Presumo però che lei voglia parlare di Ischia».
    Siamo tornati a «È succiess nu casamicciola», espressione che indica un terrificante disastro.
    «Fu coniata dopo il terremoto che colpì il piccolo centro nel 1883 (2.313 morti, ndr) e che ebbe grande risonanza sia per le dimensioni della tragedia sia perché vi perì la famiglia di Benedetto Croce e lui stesso rimase gravemente ferito. Poi sono venute le frane, gli altri terremoti, le alluvioni, la storia si ripete... Ma non si tratta solo di calamità naturali».
    Parliamone.
    «Lo dicono i geologi: quella parte dell'isola sorge su un terreno franoso che amplifica anche i danni provocati dalle scosse e si presta a criticità di origine idrogeologica. Si è costruito dove non si doveva e le amministrazioni e la politica hanno lasciato correre. Per incuria, per "distrazione", e per motivi clientelari…».
    Facciamo un passo indietro, lei è una sorta di leggenda per gli ambientalisti perché da pretore fu il primo a fare in modo che si cominciassero ad abbattere gli abusi, una svolta epocale.
    «A quel tempo la legge non attribuiva ai giudici il potere di ordinare gli abbattimenti. Io procedevo per il reato di omissione nei confronti degli assessori coinvolti, i quali a quel punto non potevano non ordinarli. Poi adottai una misura drastica: il piantonamento h24 dei cantieri abusivi».
    Una rivoluzione che però non è riuscita a cambiare le cose. Secondo l'opinione comune il primo problema è economico, non ci sono i soldi per pagare le spese dei tanti abbattimenti.
    «C'è una soluzione anche per questo: usiamo gli uomini e i mezzi del Genio civile militare, così sarebbe tutto a costo zero per i Comuni. Ma non dimentichiamo che la legge è mutata, certo, però non è ancora sufficiente a sciogliere tutti i nodi. La durata della prescrizione per il reato edilizio, ad esempio, non può essere quella di una contravvenzione».
    Un altro nodo?
    «Ho proposto, senza esito, una modifica molto semplice: che l'ordine di demolizione emesso dal giudice abbia esecuzione immediata, senza aspettare che la sentenza passi in giudicato. Anche se il reato si è estinto, l'abuso va abbattuto».
    Il governatore De Luca ieri ha ribadito che non esiste l'abusivismo di necessità, esiste la condizione sociale di necessità, ma l'abusivismo è sempre illegale.
    «Ha totalmente ragione. Sono più trent'anni che affermo le stesse cose».
    Torniamo a Ischia, 27 mila richieste di sanatoria edilizia, in pratica ogni ischitano è collegato, direttamente o tramite un parente, a un caso di abusivismo. Nascono qui le rivolte popolari contro le ruspe e anche le minacce rivolte a lei e al governatore Caldoro qualche anno fa? Forse la questione culturale è stata sottovalutata?
    «Guardi, c'è una cosa di cui non posso non dar conto perché ho avuto modo di osservarla direttamente: i residenti ritengono di essere i padroni assoluti dell'isola. Serve un'inversione di tendenza. Le regole vanno rispettate, sempre e da tutti. Da parte delle amministrazioni e della politica occorrono interventi più dissuasivi, leggi più severe».
  2. L'ITALIAIOTA DI CONTE : La mattina dopo la tragedia di Ischia, Matteo Renzi prova a controllarsi. L'attacco diretto a Giuseppe Conte sul «condono di Ischia» è pronto, lo si intuisce dalle dichiarazioni già fatte da altri esponenti di Italia Viva, ma il leader decide di rimandare le polemiche politiche. «Il disastro di Ischia richiama molti temi che affronteremo nei prossimi giorni, a cominciare dalle scelte del 2018 sul condono e sull'unità di missione – scrive su Instagram – Ma oggi è il momento del dolore e dei soccorsi». Poi, però, il presidente del Movimento 5 stelle va in tv, ospite di "Mezz'ora in più" su Rai 3, e sostiene che quello contenuto nel decreto del settembre 2018 sul ponte di Genova, approvato dal suo primo governo, «non era affatto un condono» per l'isola di Ischia. Secondo Conte, era «una procedura di semplificazione per accelerare le pratiche impantanate, per sbloccare una situazione che c'era senza derogare ai vincoli idrogeologici». E ricorda che «a Ischia ci sono migliaia di richieste di condono precedenti al 2018 e, quindi, al mio governo».
    Sui social, però, inizia a girare la foto della pagina del decreto con l'articolo 25, quello incriminato, il cui titolo è effettivamente: "Definizione delle procedure di condono". Un dettaglio che non sfugge nemmeno a Renzi, che non si tiene più: «Le dichiarazioni di Conte sono farneticanti. Si deve vergognare per il condono di Ischia e per aver chiuso l'unità di missione sul dissesto idrogeologico – scrive in un post sui suoi canali social – Nel 2018 abbiamo chiesto a Conte di fermarsi. C'è un limite alla decenza. Oggi lo ha sorpassato». E pubblica un video, che riassume tutti i suoi interventi pubblici del 2018, anche in Parlamento, in cui contestava all'allora premier la norma sul condono a Ischia. A dargli man forte arriva anche Carlo Calenda: «Conte ha fatto un condono pericoloso a Ischia e cancellato l'unità di missione "Casa Italia", per l'unica ragione che l'aveva istituita Matteo Renzi. Entrambi gravi errori», attacca via Twitter il leader di Azione, peraltro confondendo il dipartimento con la struttura di missione, che si chiamava "Italia sicura". Ma l'obiettivo è bastonare il presidente 5 stelle, perché «cercare a posteriori di prendere in giro gli italiani, con eloquio stile azzeccagarbugli, è anche peggio». Il fuoco di fila dei renziani aumenta di intensità con il passare delle ore, da Paita a Scalfarotto, poi anche Bonifazi e Marattin. Tutti contro il Conte «bugiardo».
    Il quale, ovviamente non ci sta a farsi dipingere come sponsor dell'abusivismo edilizio, se non addirittura responsabile indiretto del disastro di Casamicciola. Dal quartier generale del Movimento 5 stelle parlano di «sciacallaggio politico». E in una nota spiegano che «i condoni a Ischia sono stati approvati dai governi Craxi e Berlusconi. Il Conte I nel 2018 stabilì una cosa molto semplice, ossia che sulle procedure di condono, risalenti ad anni e decenni precedenti, lo Stato doveva velocizzare le risposte: un sì o un no ai cittadini in 6 mesi, nel rispetto dei vincoli esistenti». Nessuna nuova sanatoria, dunque. Ma anche il co-portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli, condivide ricordi un po' diversi: «Spiace precisare che l'art. 25 del decreto Morandi del 2018 era nella sostanza un nuovo condono edilizio – dice – e prevedeva la disapplicazione dell'art. 32 comma 27, che riguarda proprio i vincoli idrogeologici». All'epoca, va ricordato, non mancarono polemiche anche all'interno del Movimento, c'è chi arrivò a definire la norma per Ischia «una porcata» e diversi parlamentari si rifiutarono di votare il decreto (10 i senatori M5s dissidenti). Passato, sia alla Camera sia al Senato, anche con il sostegno di un partito di opposizione: Fratelli d'Italia.
  3. LA CAMORRA GOVERNA : «Comm'è doce, comm'è bella,'a cittá ‘e Pullecenella...». L'altoparlante gracchiava a singhiozzo, ma una generosa tramontana diffondeva la voce di Mario Merola su piazza Plebiscito, la mattina dell'11 febbraio 2010. Dietro un cordone di telecamere, una folla variopinta di migliaia di persone: capifamiglia, donne appena uscite dal parrucchiere, ragazzi sottratti alla scuola, sindacalisti fai-da-te, addetti al volantinaggio, responsabili degli striscioni, suonatori di tamburi, distributori di panini al prosciutto. I turisti incuriositi scattavano foto, credendo di trovarsi in mezzo a una manifestazione folkloristica. Ma cominciarono a dubitarne quando i partecipanti, dopo averle sventolate platealmente, scaraventarono a terra e poi bruciarono le bandiere tricolori listate a lutto.
    Era la prima manifestazione unitaria delle associazioni contrarie al piano della Procura di Napoli per abbattere gli immobili abusivi, nate in pochi mesi in tutta la Campania con i nomi più fantasiosi: da comitato Casa Sicura di Cava de Tirreni a Casa Aurea di Casoria, da Amici del Territorio di Santa Maria la Carità a Diritto alla Casa di Ischia e Procida. Gli abusivi sciamavano nel centro di Napoli ritmando «La casa è nostra/e non si tocca».
    Una settimana prima, le ruspe erano arrivate di notte a Ischia, nel comune di Casamicciola Terme, scortate da poliziotti in tenuta anti sommossa per sfondare i cordoni dei comitati degli abusivi a protezione di una villetta su una collina con vista dominante. Per ore furono botte, cariche, urla e lacrime, con il proprietario che si disperava: «Stanotte dormiremo per strada, non è giusto!».
    La tecnica degli abusivi è guadagnare tempo, considerando che ai ritmi attuali si stima che occorrerebbe mezzo secolo per smaltire tutte le domande di condono a Ischia. Dopo la sentenza definitiva e l'ordine di demolizione, inventano mille scuse per rinviare l'appuntamento con le ruspe, sperando in un condono edilizio (la sola istanza ha efficacia sospensiva).
    Aldo De Chiara, mitico procuratore napoletano e massimo esperto di reati edilizi, all'epoca minacciato di morte, raccontava di espedienti da teatro eduardiano. Nella casa abusiva confluivano bambini da tutto il parentado, perché la presenza di minori giustifica il rinvio dell'abbattimento. Oppure all'arrivo dei vigili urbani, nelle camere abusive fossero pure verande e tinelli, spuntavano lungodegenti attaccati a flebo come in una clinica svizzera.
    La strategia era tutt'altro che velleitaria, perché contava su tre fattori: l'onerosità economica e l'esiguità di forze disponibili per gli abbattimenti, che infatti dopo dieci anni sono fermi al 2%; la generale indifferenza, se non avversione, di sindaci e autorità varie alla questione («punizioni inique!», tuonava il vescovo Filippo Strofaldi alla vista delle ruspe); la disponibilità di un vasto e trasversale fronte politico a infilare nuovi condoni nei più insospettabili canali parlamentari.
    «Abusivismo di necessità, non c'era alcun elemento speculativo», spiegava nel 2006 Peppe Brandi, berlusconiano sindaco di Ischia. Poco prima una frana (se ne contano tre solo negli ultimi 15 anni) aveva travolto e ucciso tre bambine in una casa costruita, come altre centinaia, sotto la collina definita nelle mappe del suo stesso Comune «R4-alto rischio per la popolazione». Il proprietario, morto anch'egli, aveva presentato una delle 28mila domande di condono dei circa 120mila vani abusivi, su una popolazione di 63mila abitanti.
    Il «problema» di Ischia è che l'ultimo condono edilizio berlusconiano, del 2003, non è applicabile per lo speciale vincolo ambientale che preserva l'isola (ex) verde. Servirebbe un condono del condono. I parlamentari locali ci provarono almeno cinque volte solo in quel 2010 in cui si votava, tra l'altro, per la Regione. Quando un deputato del Pd fu scoperto a firmare l'emendamento salva-abusivi del Pdl, balbettò un'imbarazzata retromarcia.
    Il Quirinale stoppò un decreto ad hoc, ma Berlusconi non si arrese. L'anno dopo, scendendo per il ballottaggio delle elezioni comunali, calò l'asso, esibendo in pubblico «il provvedimento che sospenderà gli abbattimenti delle case». Gli strateghi calcolavano che potesse spostare 60mila voti.
    Nel 2012 a Ischia il centrosinistra andò a pezzi «nel più trasformista e peggiore dei modi», denunciarono i Verdi, quando il sindaco pd Giosi Ferrandino (oggi Italia Viva) affidò le deleghe sul condono edilizio a un fedelissimo di Nicola Cosentino, ras berlusconiano imputato di collusioni con la camorra.
    Dopo le elezioni del 2013, il Pdl – con gli ex ministri Nitto Palma e Carfagna, oltre al pasdaran Falanga – provò a togliere alle Procura il potere di abbattimento. Ma anche i parlamentari campani del Pd depositarono un testo per fermare le ruspe e riaprire i termini del condono, «aperti al confronto con Pdl e M5S» in nome «dell'emergenza abitativa». Gli ambientalisti contavano 19 proposte di condono formalizzate in Parlamento in due anni e mezzo.
    Nel 2018 Berlusconi rilanciò in campagna elettorale promettendo «una sanatoria per l'abusivismo di necessità». E pochi mesi dopo, quando il governo gialloverde inserì un «ravvedimento operoso» ad hoc per Ischia nel decreto Genova sul ponte Morandi, Pd e Forza Italia esultarono. Sergio Costa, ministro dell'Ambiente, si oppose, ma fu zittito dal vicepremier e allora suo leader pentastellato Luigi Di Maio.
    E siamo ai giorni nostri. Elezioni 2022. Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, ricorda che «il 9 settembre all'hotel Ramada di Napoli si tenne una riunione fra alcuni sindaci campani, i rappresentanti dei movimenti anti-demolizioni e i candidati leghisti Rixi, Cantalamessa, Castiello e Nappi. Tema: un decreto per bloccare gli abbattimenti». Un volantino leghista proclamava «Condono edilizio subito».
    Del resto, come spiegò un sindaco ischitano, «sono piccoli abusi, non mostri di cemento». E pazienza se le stalle trasformate in prime case si sono arricchite di mansarde, tavernette e terrazze, con prezzi al metro quadro che nemmeno sui Navigli.
  4. LA MELONI NON PUO' CONTINUARE A FARE QUELLO CHE HANNO FATTO GLI ALTRI : Dalle mie parti abbiamo un modo di dire: è stata una Casamicciola.
    Intendiamo una catastrofe, una tragedia. Qualcosa di irreparabile e di ingovernabile, talmente enorme da non consentire altro che osservare le rovine e cercare le vittime.
    Sembra oggi, e invece è un modo di dire piuttosto antico, che contrariamente a molti proverbi e massime di incerta origine ha una data di nascita ben precisa, perfino un'ora, approssimativamente le 21,30 del 28 luglio 1883, quando quella parte dell'isola di Ischia fu colpita da una scossa di terremoto che, sulla base dell'analisi storica che i sismologi possono fare oggi, raggiunse circa i sei gradi della scala Richter e, purtroppo, il decimo della scala Mercalli, quella che si basa sui danni provocati. Morirono 2.313 persone, un'enormità se si considera la minore popolazione dell'epoca, e crollò l'80% delle costruzioni. Il resto fu gravemente danneggiato.
    Un terremoto, lo sapete, è imprevedibile. Questa nostra terra sospesa sul fuoco di un immenso vulcano, i cui crateri si collegano sotto la superficie a profondità variabile, è inquieta quanto bella. Un terremoto, lo sapete, è una mazzata che spezza la serenità e c'è assai poco da fare, se non rispettare le moderne norme che regolano le costruzioni, se non sperare che la scossa non sia troppo violenta e attivarsi immediatamente per fronteggiare le successive. Un terremoto, lo sapete, rompe per sempre la serenità della vita. Lascia come una risonanza, come un'eco che non finisce. Un terremoto, lo sapete, genera una precarietà che accompagnerà chi lo subisce per tutta l'esistenza.
    Una frana no.
    Una frana, lo scivolamento di un costone di una montagna a valle, è un evento idrogeologico di diversa natura. Lo studio del territorio, l'analisi scientifica consentono abbondantemente di prevedere, di prepararsi. Esistono molteplici correttivi che si possono, e talvolta si debbono, mettere in atto per scongiurare le tragedie. Per non dover contare i morti.
    Casamicciola, Lacco Ameno, sono luoghi di incomparabile bellezza. Se ci siete stati, quando il sole fa luccicare l'azzurro ed esalta il verde, sapete che quello è un pezzo di paradiso, in cui anche il cuore più duro e insensibile si ritrova a contemplare, fuori dal tempo e perfettamente all'interno dello spazio, una natura che sembra non smettere di benedire e di accogliere.
    Ma questo è un pezzo di paradiso molto incline a diventare inferno. Al terremoto proverbiale del 1883 ha fatto seguito un altro terremoto, cinque anni fa; quello, ringraziando il cielo, non fu una Casamicciola, niente vittime e solo una bella paura. Ma le frane sono un altro discorso. Le frane non vengono dal cielo, quella è la pioggia; le frane sono un fatto umano, una colpa, una maledizione autoinflitta.
    Perché l'isola, una meraviglia assoluta, un luogo di immeritata e mal gestita bellezza, è vittima di se stessa. I morti e i dispersi che ci tengono in queste tragiche ore col fiato sospeso vengono infatti dalla costruzione selvaggia e abusiva di edifici in luoghi impropri e inadatti; dalla deforestazione, dall'abbattimento di alberi che se preservati drenano l'acqua e trattengono con le radici la terra lavica così instabile e friabile, contrariamente al cemento che l'acqua la devia, costringendola a destabilizzare a valle migliaia di metri cubi di montagna, che quindi cedono verso il mare; dai condoni che vengono erogati a cadenza fissa, allettando un'edificazione folle e suicida.
    Ischia ha sessantamila abitanti, e circa ventisettemila domande di sanatoria di abusi in sospeso, all'interno degli ultimi tre condoni. Seicento costruzioni sono prive di domanda di condono e perciò destinate all'abbattimento, che procede così a rilento da essere a sua volta una specie di condono. Il territorio è adeguatamente mappato, il dissesto è noto e non coglie nessuno di sorpresa.
    Casamicciola e Lacco Ameno non sono state colpite da un imprevedibile uragano, o da una tempesta di fulmini. Gli eventi estremi sono purtroppo diventati assai frequenti, e una forte pioggia, ancorché eccezionalmente copiosa, alla fine di novembre non può certo essere annoverata tra le imprevedibili tragedie naturali, come il terremoto del 1883. Agli eventi estremi ci dobbiamo abituare, e preparare. È fuor di dubbio.
    Chissà se qualcuno tra quelli che hanno firmato condoni, hanno rallentato abbattimenti, hanno chiuso un occhio o si sono semplicemente girati dall'altra parte, che hanno posposto o cancellato le opere per limitare il pericolo delle frane stanno dormendo bene, in queste terribili notti in cui non conosciamo ancora il numero dei morti che dovremo piangere.
    Da parte nostra, possiamo solo conservare la speranza che chi deve pagare, finalmente paghi per questa Casamicciola.
  5. I COMPROMESSI-ERRORI DI MELONI : Il testo ancora non c'è. «Questione di ore», fanno sapere dal ministero del Tesoro. Se tutto andrà bene, domattina i deputati riceveranno la bozza della legge di Bilancio. Per il pomeriggio è già in calendario una riunione della maggioranza per discutere delle modifiche. Forza Italia insisterà per innalzare le pensioni minime a 600 euro, la Lega per aumentare la soglia delle cartelle esattoriali da rottamare oltre i mille euro.
    Giancarlo Giorgetti ha già messo da parte un po' di risorse per affrontare il solito Vietnam. La strada migliore per evitarlo è anticipare le mosse del Parlamento. La maggioranza preme per ridurre le sanzioni ai commercianti che non fanno uso del pos nei pagamenti elettronici, e così nell'ultima bozza si fissa il limite agli importi superiori ai sessanta euro. Avrebbe dovuto essere trenta, ma meglio abbondare. In compenso, per evitare di far crollare il gettito da lotta all'evasione e di confliggere con gli impegni presi con l'Europa sul piano nazionale delle riforme, restano le sanzioni introdotte a giugno per gli importi superiori e l'obbligo di fattura per le vendite online. La Finanziaria introduce anche una stretta per le partite Iva fittizie: in caso di chiusura di un'attività, per riaprirla sarà necessaria una polizza o fidejussione bancaria di tre anni e per un importo non inferiore ai 50mila euro annui. Nelle intenzioni della maggioranza la norma dovrebbe impedire il fenomeno delle imprese «mordi e fuggi», spesso utilizzate per il riciclaggio di piccole e grandi somme illecite.
    A ieri sera non era ancora definita la riformulazione della norma che promette di innalzare la tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche. Una volta decisa, dovrebbe far venire meno le contestazioni di chi lamentava l'applicazione dell'imposta anche a utili che nulla avevano a che fare con l'aumento dei prezzi di petrolio e gas. Sia come sia, nelle bozze circolate nelle ultime ore lo spazio di quell'articolo era ancora in bianco. Da quella norma dipende parte delle coperture dell'intera manovra: la decisione di finanziare gli oltre trenta miliardi con un deficit per oltre venti non è stata fin qui sufficiente. La riforma - o meglio l'abolizione - del Reddito di cittadinanza nel 2024 vale l'anno prossimo un risparmio di meno di un miliardo. Risparmi importanti arriveranno dai tagli dei bonus edilizi, che però il governo ha introdotto nel precedente decreto di aiuti contro il caro bollette. Insomma, al netto di alcune poste minori, la gran parte dei soldi mancanti dovranno arrivare dalla tassa sugli extraprofitti.
    Per approvare i 155 articoli della legge di Bilancio il Parlamento ha a disposizione meno di un mese. Il voto a fine settembre (mai accaduto nella storia repubblicana) mette a rischio l'approvazione tassativa entro il 31 dicembre. Se accadesse, il governo sarebbe costretto all'esercizio provvisorio e a conseguenze sul giudizio dei mercati nei confronti dei titoli italiani. Per evitarlo, le modifiche importanti saranno a Montecitorio (da cui l'iter ha inizio). I senatori saranno costretti a votare un testo a scatola chiusa; e poiché la maggioranza a Palazzo Madama è risicata, per Giorgia Meloni la soluzione ha l'indubbio vantaggio di evitare blitz della maggioranza su questa o quella misura. Sui conti pubblici la premier non può permettersi passi falsi: la Banca centrale europea sta preparando un importante stop al possesso di titoli pubblici, italiani e non. Oggi la presidente Christine Lagarde ne parlerà davanti al Parlamento europeo. Dall'anno prossimo il debito italiano dovrà tornare a reggersi sulla credibilità di chi lo governa, e non più dalle decisioni di Francoforte.
  6. DEBITI POLITICI RIPAGATI : Mai così tanti soldi alle scuole paritarie. Nella manovra del governo di centrodestra ci sono 70 milioni di euro in più nel 2023 agli istituti privati, che sommati ai 550 già stanziati dall'esecutivo di Mario Draghi portano la dote a 620 milioni di euro. «Per loro c'è una cifra esagerata, soprattutto considerando il taglio alla rete degli istituti. Nelle scuole paritarie si investe, in quella pubblica no», dice il segretario della Flc Cgil Francesco Sinopoli, che annuncia: «Noi riteniamo questa manovra sbagliata e siamo pronti a mobilitarci».
    Le scuole paritarie in Italia sono circa 13 mila (8 mila quelle cattoliche) e si rivolgono a quasi 900 mila alunni, di questi, mezzo milione sono bambini che frequentano le scuole dell'infanzia. Negli ultimi dieci anni le risorse sono state più che raddoppiate, visto che nel 2012 il capitolo delle "private" assorbiva 280 milioni di euro.
    Che il governo Meloni tenga particolarmente all'istruzione non statale si evince dal comunicato di Palazzo Chigi del 22 novembre scorso, quando il Consiglio dei ministri varò la legge di bilancio. L'unica voce che compare nel capitolo "scuole" riguarda «il ripristino del contributo di 70 milioni per le paritarie». "Ripristino" perché fu proprio Draghi a lasciare in sospeso quei soldi senza attribuirli, visto il calo degli iscritti che ha colpito le paritarie negli ultimi cinque anni e che si è acuito con la pandemia.
    L'Uds, l'Unione degli studenti, ha contestato questa scelta: «Non è accettabile che i soldi pubblici siano investiti per aiutare le strutture private invece di rendere accessibili quelle pubbliche».
    Nella nota della presidenza del Consiglio trova poi spazio solo un altro elemento: 24 milioni di euro a favore del trasporto per le persone con disabilità.
    Il ministro dell'Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, ha annunciato uno stanziamento di 500 milioni di euro in più per finanziare interventi che vanno dall'edilizia al pagamento delle supplenze.
    Nel provvedimento sono stati inseriti 150 milioni di euro destinati al rinnovo del contratto degli insegnanti. «Abbiamo mantenuto l'impegno con i sindacati sull'aumento degli stipendi», ha detto il ministro Valditara rispondendo a un'interrogazione alla Camera. Sinopoli attacca: «I 150 milioni sono per il triennio scaduto, nella legge di bilancio manca il finanziamento dei contratti collettivi nazionali di lavoro del triennio in corso, se non lo si fa i salari continuano a restare al palo, altro che aggancio con gli stipendi europei».
    Gli articoli della bozza della manovra che si occupano di scuola, università e ricerca sono quattro: dal 98 al 101, e vengono ripescate due misure previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. La prima riguarda il "dimensionamento", vale a dire la riorganizzazione del sistema della rete a partire dall'anno scolastico 2024-2025, «con i criteri per la definizione del contingente organico dei dirigenti scolastici, dei direttori dei servizi generali e amministrativi e la distribuzione tra le regioni». Il giudizio del segretario della Flc Cgil è durissimo: «Il taglio alla rete scolastica nazionale è una delle cose più gravi, colpisce gli istituti e produrrà un esubero tra i dirigenti. Il punto è che questa riduzione di spesa incide nelle aree più fragili».
    L'altra misura della bozza vuole promuovere le competenze Stem - le discipline scientifiche - nelle scuole dell'infanzia, del primo e del secondo ciclo. In più c'è l'impegno a favorire l'accesso a percorsi di istruzione e formazione nel campo della scienza «sostenendo l'uguaglianza di genere».
    In Italia la spesa per l'istruzione in rapporto al Pil nel quinquennio 2018-2022 si è attestata al 3,9% contro una media europea al 4,7%, un parametro che andrà monitorato per capire veramente quali sono le priorità del Paese nell'assegnazione delle risorse.
  7. IL METODO CONTE DEL LOOKDOW NON PIACE NEPPURE AI CINESI: «Speranza». Quanto durerà e che risultati porterà la protesta che si è diffusa in Cina è difficile dirlo. Ma nella serata di domenica in tanti utilizzavano questa parola nelle comunicazioni verso l'esterno. «Non avrei mai pensato di sentire dei cittadini cinesi gridare in pubblico che Xi Jinping si deve dimettere», ripetono in tanti sui social. La maggior parte delle manifestazioni è nata per commemorare le vittime dell'incendio di Urumqi, Xinjiang, bloccate all'interno di un edificio a causa delle restrizioni anti Covid. Stavolta la solidarietà non si è fermata al web, ma si è riversata nelle strade di tante città del paese. Prima Shanghai e Guangzhou, poi Pechino, Chengdu, Wuhan. E altrove.
    «Non vogliamo mascherine, vogliamo libertà», si sente cantare insieme all'inno cinese in tanti video. Dopo che la polizia ha intimato di non urlare «basta chiusure», c'è chi ha risposto: «Più chiusure» e «voglio fare i test Covid». Una sfida alla censura, come i cartelli tenuti in mano dai manifestanti: completamente bianchi e senza slogan, per evitare l'arresto. Le manette sono scattate comunque per tanti, compreso (pare) il corrispondente della Bbc Edward Lawrence, che stava filmando le proteste. Sempre a Shanghai, un uomo ha inscenato un discorso pubblico sulle strisce pedonali con un fiore in mano. Alcune persone hanno provato a evitare che fosse caricato su una macchina della polizia. Altri video mostrano dei manifestanti aggrediti dopo essere stati portati su un bus. Il cartello col nome di "via Urumqi" dove si è svolta la protesta è stato rimosso, come se si potesse cancellare quanto avvenuto. Anche in altre città file di agenti di polizia, che inizialmente assistevano passivamente, hanno iniziato a muoversi per respingere e dividere la folla. E ad arrestare persone. A Nanchino dei giovani universitari hanno risposto urlando il loro nome alle autorità dell'ateneo che li volevano identificare. A Chengdu si chiede libertà di parola e di espressione. Ben oltre la mezzanotte, il ponte Liangma di Pechino ha visto un grande raduno di persone. Soprattutto giovani, che hanno preso a intonare l'Internazionale mentre diverse macchine passando suonavano il clacson in segno di supporto. Quacuno urlava «siamo tutti dello Xinjiang».
    L'insofferenza non nasce solo dalla durezza delle restrizioni ma anche (o soprattutto) dalla confusione e dall'inefficienza delle misure identificate come causa di diverse tragedie. Per lungo tempo, in molti hanno accettato la limitazione delle libertà individuali pensando che favorissero il benessere collettivo. E i numeri infinitamente più bassi di contagi rispetto ai paesi occidentali sembrava confermare la retorica del Partito, che ha sempre sostenuto che il modello cinese sia il migliore e che, anzi, rispetti i diritti umani salvando vite. Ma lo scorso aprile per molti qualcosa è cambiato, si è iniziato a sentire che la limitazione della libertà collettiva stesse avvenendo senza una vera ragione. Anche se diversi esperti sostengono che una riapertura totale potrebbe portare a un aumento esponenziale di contagi e vittime.
    «Vorrei tanto essere in una delle città in cui si protesta», dice a La Stampa una ragazza che chiede di restare anonima da una delle province di seconda fascia. «Qui la gente ha ancora paura dell'aumento dei casi, ma non protesta anche perché credo non sappia nemmeno quello che sta succedendo», dice. Diversi account ultranazionalisti iniziano a sostenere che le proteste siano sobillate da «potenze straniere», com'era accaduto anche qualche anno fa a Hong Kong.
    Sul Web iniziano a circolare i paragoni con quanto accaduto nella primavera del 1989. «È prematuro comparare le due situazioni», dice Huang Yasheng del Massachusetts Institute of Technology. «Allora la dirigenza era divisa sulle manifestazioni studentesche e questa spaccatura era una condizione preesistente». Ora, invece, Xi ha appena ricevuto un terzo mandato che rafforza ulteriormente i suoi poteri. Difficile leggere nella "scatola nera" del Partito. Intanto, sventolano però dei fogli bianchi. —
  8. DIRITTI INNATI : Schiava a 14 anni. Questa è la storia di una ragazzina di Roma, che chiameremo Sveta solo perché vuol dire Luce, come la luce che deve illuminare questi angoli torbidi e farli uscire dalla loro miseria umana. Sveta era vittima addirittura dei suoi genitori. La facevano vivere di stenti e la obbligavano a chiedere le elemosine fuori da un supermercato. In casa, viveva nel terrore, tra violenze fisiche, minacce e le botte se non ubbidiva, costretta da quando aveva 10 anni a far la serva, piegata sulle ginocchia a passar gli stracci e pulire i pavimenti, come la Cenerentola della favola vessata dalla matrigna. Ma questa volta i torturatori erano suo padre e sua madre, lui 41 anni e lei 36, immigrati dalla Bosnia nella capitale. Una serva di dieci anni, non si riesce nemmeno a immaginarla, mani piccole, infanzia rubata. Bisogna raccontarle ai figli queste storie, perché è la faccia crudele e invisibile dell'innocenza che non può difendersi. Storie come quella di Iqbal, ceduto dal padre a un venditore di tappeti di Islamabad per pagare un debito di 12 dollari. O come quella di Zohra venduta in Pakistan dai poverissimi genitori quando aveva appena 8 anni per far la domestica in una ricca famiglia, e picchiata fino a ucciderla perché aveva fatto scappare due pappagalli. Zohra non era più una bambina, quando è stata ammazzata, ma era diventata una schiava su cui gli altri hanno diritto di vita e di morte. Lo stesso destino che aspettava Sveta. I genitori padroni le avevano già combinato il matrimonio con uno sconosciuto disposto a pagare il giusto per comprarsela e poter continuare a trattarla com'era stata trattata fino ad allora. Se lei provava a dir di no veniva picchiata senza pietà. E quando la poveretta aveva tentato davvero di rifiutarsi e l'aveva urlato con tutta la sua forza, loro l'avevano riempita di schiaffoni e insulti. Davanti a quel supermercato a far l‘elemosina lei aveva visto che esisteva anche una vita diversa, che poteva essere un'altra cosa. Dopo quattro anni di terrore, non ce l'ha più fatta e a ottobre è corsa negli uffici della polizia di San Basilio a cercare un aiuto e denunciare i suoi aguzzini. L'unico modo per salvarsi. Ma non tutti ce la possono fare. Una ragazza cinese, sempre a Roma, ce l'ha fatta solo a 19 anni, scappando dalla cantina dove la tenevano chiusa: da quando ne aveva 9 disse che era stata costretta a lavorare 12 ore al giorno e che la sera suo padre entrava in camera per violentarla. Ai volontari del centro antiviolenza dove era andata a rifugiarsi lo disse quasi sottovoce chinando la testa: «Pregavo tutte le volte perché non si aprisse quella porta». Sveta invece è entrata negli uffici della polizia ed è scoppiata a piangere. Dopo poco più di un mese di accurate indagini, gli agenti sono riusciti a mettere la parola fine al suo incubo. I genitori sono ora accusati, in concorso tra loro, dei reati di riduzione o mantenimento in schiavitù e di lesioni personali con l'aggravante di aver commesso tali delitti nei confronti della figlia. Per il padre, il giudice ha disposto la custodia cautelare in carcere, mentre la donna è stata sottoposta agli arresti domiciliari. La ragazzina, invece, è finita in una struttura protetta, dove cercherà di riscrivere la sua vita e potranno insegnarle le cose che si insegnano a tutti i bambini del mondo.
    Non è un problema solo italiano questo. Al mondo su mille persone, tre sono schiave. Dai 20 ai 45 milioni, per la stragrande maggioranza donne e bambini, dai 6 ai 10 anni, vittime dei traffici sessuali o segregati come sguatteri e servi. Oltre alla tratta di minori e donne, alla schiavitù domestica e quella sessuale, esiste anche il reclutamento di bambini in guerra, 300mila piccoli soldati con l'AK47 in mano. Il 58 per cento delle persone schiave vivono in 5 Paesi: India, Cina, Pakistan, Bangladesh e Uzbekistan. In Europa, Turchia e Macedonia. In questa terribile classifica c'è anche l'Italia, al 141esimo posto, e la quasi totalità dei casi riguarda la tratta delle prostitute (fino a 120mila) e bambine e ragazze di famiglie che provengono da Paesi di religione musulmana. Una vita senza colori come nella cantina di Sveta.
  9. UN'AFRICA SFRUTTATA DAGLI AFRICANI CORROTTI: Hawa Issack ha camminato cinque giorni per arrivare a Baidoa. Il fiume intorno a cui lei e suo marito coltivavano frutta e verdura si è asciugato, suo marito è morto, e sono morte anche tutte le bestie che avevano. Viene da Galen, un villaggio rurale, viveva lì con una comunità di pastori e agricoltori. Un'esistenza di abitudini che si tramandano da generazioni, i padri, i figli, i figli dei figli. Oggi la catena delle tradizioni da passare di mano in mano si sta spezzando, le terre stanno morendo e i figli stanno morendo. Anche tre dei suoi non ce l'hanno fatta.
    Oggi a questa ragazza di ventiquattro anni resta solo il più piccolo che tiene legato sulle spalle con uno scialle annodato all'altezza del petto. È talmente malato che non piange nemmeno più. È la prima cosa che insegnano i medici in un posto come questo: finché piangono abbiamo speranza, vuol dire che ancora hanno la forza di reagire a uno stimolo che si chiama fame, è quando i bambini smettono di piangere che la situazione è davvero critica.
    L'ultimo figlio che ha perso Hawa Issack aveva quattro anni ed è morto lungo il cammino per arrivare a Baidoa, un mese fa. Non ce l'ha fatta a seppellirlo lungo la strada, appoggiando una pietra accanto al suo corpo, come hanno fatto tanti prima di lei, così ha chiesto agli altri sfollati di aiutarla a trasportare il cadavere del figlio su un asino, fino all'arrivo al campo per sfollati di Baidoa dove adesso vive con l'unico bambino sopravvissuto.
    Al confine del campo c'è una distesa di pietre, per la gente qui è il cimitero. È accanto a una pozzanghera d'acqua dove i bambini arrivano a bagnarsi, intorno qualche decina di capre e mucche asciutte e scarne si muove lentamente in cerca d'acqua. Sembra lo sfondo naturale di questa parte di mondo, invece sotto le pietre ci sono i corpi di chi non ce l'ha fatta, come il bambino di Hawa, morto a quattro anni mentre sua madre cercava di salvargli la vita portandolo via dalle campagne, ormai secche, che non sfamano più. Una minuscola tomba di rocce e cespugli spinosi dove piangere e pregare.
    Oggi Hawa è salva ma non ha mezzi per sfamarsi. Vive in una capanna di rami e stracci. Dentro c'è un tappeto, un secchio per l'acqua vuoto e una ciotola per il riso, anch'essa vuota.
    In un Paese in cui la pastorizia e l'agricoltura sostenevano oltre la metà della popolazione, la perdita di circa 3 milioni di capi di bestiame per fame e mancanza di acqua è stata devastante per le famiglie, le Nazioni Unite stimano che più di un milione di persone, in pochi mesi, si sia spostato dalle campagne ai centri urbani, e solo a Baidoa ci sono cinquecento insediamenti di tende per mezzo milione di persone.
    Definirli campi profughi non racconta la privazione di queste vite.
    Un campo per sfollati si immagina dotato di tende, servizi igienici, punti di accesso all'acqua, distribuzione di cibo. Qui, in Somalia, non è così. Si vive in rifugi improvvisati, insiemi di rami e pezzi di vecchi vestiti. È il grado zero della fuga, i numeri sono talmente alti e le crisi talmente ripetute che gli aiuti faticano a stare al passo con le emergenze.
    Il campo dove vive Hawa, ad esempio, non ha servizi igienici e c'è un solo un rubinetto per l'acqua. Ogni mattina centinaia di donne e bambini arrivano con una tanica d'acqua da venti litri, aspettano il loro turno e camminano di nuovo verso le capanne. Venti litri a famiglia che devono bastare per lavarsi, cucinare, bere, e quando si riesce lavare gli unici abiti che hanno, quelli che portano addosso.
    Said Mohamud Isse è il responsabile comunicazione di Save the children a Baidoa, l'organizzazione qui ha contribuito a costruire e gestire il punto d'acqua. Ma non basta più. Quando hanno finanziato il punto di distribuzione dell'acqua nel campo vivevano 15 mila persone, oggi ce ne sono 50 mila.
    Ci sono campi con 1300 famiglie e un solo punto d'acqua, un solo bagno.
    «Stiamo cercando di allargare le infrastrutture idriche per riuscire ad aiutare tutti - dice - ma le risorse sono limitate». Poi abbassa lo sguardo come chi sa che non può fare niente.
    Guarda le donne in fila, scorrendone i volti uno per uno. Qui dire che le risorse sono limitate e non si riesce ad aiutare tutti, significa dire che se prima c'era un bagno ogni cento persone, domani ce ne sarà uno ogni mille. Che se prima si riusciva ad avere una tanica da venti litri al giorno, domani sarà una tanica ogni due, dopodomani una tanica ogni tre. È per questo che si muore qui, in Somalia.
    Perché manca l'acqua pulita, e ci si ammala di più e più velocemente. Se non hai acqua pulita usi quella delle pozzanghere, che è intossicata e i bambini si ammalano di infezioni virali altrove facilmente curabili, come la diarrea e il morbillo, e in questa parte del mondo di diarrea e morbillo si muore. E si muore tanto.
    I bambini malnutriti hanno una probabilità di morire di diarrea o morbillo undici volte più alta rispetto ai loro coetanei in salute, nei primi sei mesi del 2022 nel Paese si è registrato un numero di casi di morbillo doppio rispetto all'intero 2021, in quattro mesi, da maggio ad agosto, sono stati registrati 14 mila casi di contagi di colera.
    Le persone che arrivano nei campi di Baidoa scappano dalla fame ma la fame li insegue perché la velocità della crisi continua a superare la capacità di risposta.
    È una corsa contro il tempo per gli aiuti che scontano - come tutto, come tutti - l'aumento dei prezzi di produzione e trasporto. L'ottanta per cento del cibo che serve qui è importato e la crisi mondiale sta moltiplicando i prezzi del cibo e quelli degli aiuti, il prezzo del trasporto del PlmpyNut, il cibo terapeutico, è più che raddoppiato da 50 $ a 130 per un pacco da 15 chili.
    Ogni mattina, di fronte a uno dei centri medici gestiti da Save the Children a Baidoa, centinaia di donne aspettano coi figli in braccio l'apertura del cancello. Ai bambini viene misurata l'altezza, la circonferenza del braccio. I gravemente malnutriti vengono trasferiti negli ospedali, agli altri distribuito il cibo terapeutico che prova a salvarli. Sono bustine che contengono tutti i nutrienti di cui i bambini hanno bisogno, i bambini possono succhiarlo direttamente dalla confezione, evitando di toccarlo con le mani sporche, e non va diluito, eliminando così il rischio di malattie dovute all'acqua sporca. È il circolo vizioso della crisi. Gli alti tassi di malnutrizione non dipendono solo dalla mancanza di cibo, ma anche dalla scarsa igiene, perciò per prevenire l'aumento dei tassi di malnutrizione servirebbe un investimento nelle infrastrutture, dare acqua pulita un passo prima che centinaia di migliaia di persone si trovino in una condizione di crisi alimentare. Servirebbero piani di aiuti a lungo termine ma tutto sembra consumarsi in un eterno presente, nonostante i dati che riguardano il paese siano noti e non circostanza imprevedibili.
    La crisi climatica e i fondi occidentali
    Quelle che vive il Sud del mondo sembrano sempre tutte crisi improvvise, emergenze da tamponare. Invece non c'è niente che non potesse essere guardato con lungimiranza, non è una novità che la Somalia sia il quinto Paese più povero del mondo, che le piogge non bastino più da anni, che camminando lungo le strade che dalle città portano alle campagne si incontrino carcasse di animali e cimiteri improvvisati per chi non ce l'ha fatta a salvarsi. La Somalia è il secondo posto al mondo, dopo il Niger, più vulnerabile agli impatti dei cambiamenti climatici, ma i somali producono una quantità minuscola di emissioni rispetto ai Paesi ad alto reddito. Nel 2019, secondo la Banca Mondiale, la Somalia ha prodotto 690 mila tonnellate di emissioni di anidride carbonica, 1/7.000 rispetto agli Usa, che hanno prodotto 4,8 miliardi di tonnellate. Significa che una famiglia americana di quattro persone è responsabile delle stesse emissioni di un villaggio somalo di milleseicento. Per tamponare crisi e coscienze, al COP27, l'ultimo vertice sul clima, i Paesi ricchi hanno deciso di stanziare un «finanziamento di perdite e danni» per le zone svantaggiate del mondo, cioè per quelle - come la Somalia - che pagano danni che non hanno prodotto. C'è chi ha gridato alla svolta storica: finalmente, si è detto, i Paesi ad alto reddito che si sono arricchiti alimentando la crisi climatica, compensano le controparti a basso reddito. Ma come spesso accade, dietro i titoli e le dichiarazioni piene di giubilo, restano da capire i dettagli: chi pagherà e quanto, dove saranno distribuiti i finanziamenti, chi ne trarrà davvero vantaggio. La diffidenza è tanta e i buoni propositi sono tutti da provare, visto che l'impegno di dieci anni fa dei governi ricchi di aiutare i Paesi vulnerabili al clima con 100 miliardi di dollari di aiuti all'anno entro il 2020 non si è ancora completamente concretizzato. Il mondo annuncia, poi si distrae e l'urgenza si aggrava. In Somalia servirebbe una politica capace di immaginare un mondo che muta, non solo che medica le ferite che ha prodotto con qualche iniezione di fondi di compensazione. Così oggi, qui, servono soldi, tanti, e subito, serve un piano d'urgenza, ma dei soldi necessari chiesti dalle organizzazioni internazionali ne sono arrivati meno della metà.
    Said Mohamud Isse dice che quando arrivano qui gli sfollati bisogna pensare ai bambini, poi alle donne e agli anziani. Che bisogna prima pensare a mangiare e sopravvivere, il resto è comunque secondario.
    Secondario diventa il futuro. Al punto che in questi campi di rami e stracci, è talmente tanta la miseria che non si nota più tutto quello che, intorno, manca a queste vite.
    Non solo acqua, non solo riso, non solo legna. Qui, per esempio, nessuno va a scuola. Un po' perché non ci sono scuole per tutti, un po' perché se pure ci fossero i bambini senza mangiare non avrebbero la forza di frequentarle, studiare, imparare. Un po' perché la sopravvivenza ha le sue gerarchie. Prima mangiare, poi - eventualmente - tutto il resto.
    Così in attesa di acqua pulita e cibo, i bambini crescono analfabeti. Anche questi sono gli effetti delle crisi affrontate nell'eterno presente, nell'eterna urgenza, nell'eterna indifferenza.
    La fame che se non mangia il presente di questi milioni di bambini, mangia il loro futuro. —

 

28.11.22
  1. CONDONI BY DI MAIO :  Neanche il dolore per le vittime può reprimere la rabbia che prende alla gola quando, regolarmente, i territori dissestati d'Italia presentano il conto alla popolazione. Purtroppo chi ha maggior interesse nel non capire è subito pronto a puntare il dito: rispetto per i morti, prima, si chiede, rimandando a chissà quando la comprensione. Si chiede rispetto per le vittime, ma poi se ne perdono presto le tracce in tempo di pace, quando non piove e gli alberghi delle località turistiche sono pieni e sembra di vivere nel migliore dei mondi possibili. Ma il rispetto che manca davvero è quello per i vivi e siamo sicuri che il miglior modo per onorare chi è venuto a mancare è proprio quello di esercitare la memoria e la conoscenza, illudendosi che dopo questa volta sì, almeno questa volta, si possa girare pagina.
    Ischia è stata uno dei paradisi d'Europa per decenni, se non per secoli, e ha continuato a esserlo perfino dopo il terremoto del 1883 e l'alluvione del 1910. Ma oggi periodicamente assomiglia a uno degli inferni, e le ripetute alluvioni con frane (l'ultima del 2010) e il terremoto del 2017 lo testimoniano drammaticamente. Certo, l'estremizzazione del clima ci mette del suo, soprattutto in termini di quantità di acqua caduta per unità di tempo: i flash-flood sono ormai la regola nelle nostre isole e anche piccoli impluvi possono rivelarsi micidiali. E c'entra moltissimo anche la costituzione geologica del territorio: le regioni vulcaniche attive sono, appunto, sempre in movimento geologico e offrono la gola agli eventi atmosferici. Ma proprio per questo ci vorrebbero maggiori precauzioni e prevenzione, invece della colpevole indifferenza e della speranza nella buona sorte, considerando disastri quelli che non dipendono affatto dalla stelle avverse (come nell'etimo della parola), ma solo ed esclusivamente da noi, dalle nostre azioni e dalle nostre omissioni.
    Un'immagine aerea del margine settentrionale dell'isola d'Ischia spiega più e meglio di mille parole: edifici, case, costruzioni di ogni tipo e natura affastellate sul mare senza alcuna pianificazione né precauzione, la natura originaria cancellata e, quando va bene, sostituita da lacerti di paesaggio addomesticato, l'ambiente strapazzato. Case su altre case appoggiate malamente su un terreno per sua natura cedevole e fragile, in un festival della bulimia costruttiva che ha pochi pari in Italia. Per accennare solo en-passant all'abusivismo, di cui l'isola è regina incontrastata, con circa 60mila abitanti e più di 27 mila pratiche di sanatoria per abusi edilizi presentate in occasione degli ultimi tre condoni nazionali. Quasi un ischitano su due, quindi, costruisce illegalmente, un record. E ci sono anche 600 edifici che da anni sono in lista d'attesa per essere abbattuti. Non li abbatteranno mai.
    Ora, non necessariamente franano i terreni solo sotto le costruzioni abusive, ma è sicuro che quelle costruzioni creano un rischio ex-novo dove prima non c'era. E, non da ultimo, accrescono il degrado appesantendo i territori e obbligando all'infrastrutturazione i sindaci stessi. E' una storia lunga, che si intreccia con l'economia dell'isola, ormai tutta orientata verso il turismo e l'accoglienza. Ischia un tempo era conosciuta solo dai pionieri, che comunicavano agli amici più cari il tesoro scoperto e li invitavano alla visita. Così sono arrivate le prime camere in affitto e qualcuno ha cominciato a cucinare per gli ospiti ciò che proveniva dal mare e dalla campagna. Ma quando l'isola entra nel turismo di massa, l'infrastrutturazione diventa esponenziale e il risultato è quello di soffocare gli elementi naturali del territorio e ricoprire tutto di cemento. Creando inoltre ammassi di detriti in equilibrio instabile. Così le infrastrutture rischiano comunque il crollo, perché Ischia non ha spazi illimitati, e le infiltrazioni malavitose possono diventare la regola, vis
    to che sono quasi sempre capitali esterni a sfruttare quella miniera d'oro che invece prima era una ricchezza diffusa e consentiva a tutti di sopravvivere, garantendo al contempo agli avventori la qualità del soggiorno. Un'isola come Ischia, se non avesse le terme aperte tutto l'anno e i congressi di medici, sarebbe probabilmente già scomparsa dagli itinerari del turismo di qualità, quello che resta più a lungo, si affeziona e ritorna, e non il mordi e fuggi che anzi da quelle condizioni viene incrementato.
    Turismo o no, nei luoghi pericolosi non si può continuare a vivere e non ci sono opere che tengano come dimostra il terrapieno franato di questa ultima tragedia. Non possiamo pensare di innalzare muraglioni di cemento su ogni singola località a rischio della penisola e delle isole, primo perché sarebbe orribile e innaturale, secondo perché sarebbe inutile. Dai luoghi troppo pericolosi bisogna comunque venire via: se sono abusivi abbattendo quelle costruzioni che il rischio lo hanno creato, perché la sanatoria eventuale non lo potrà mai sanare, se non lo sono aiutando in concreto la delocalizzazione.
    Dispiace scrivere queste righe, anzi, ripetere queste parole, ma non sono dettate dal pregiudizio (peraltro, come nipote di napoletani mi sarebbe difficile) o da un malinteso senso di superiorità, solo dall'osservazione di quanto avviene ormai da decenni e dalla rabbia di aver provato a farlo notare ricevendone in cambio solo l'accusa di non amare l'isola o di essere un menagramo. Perché da noi sembra che gli eventi naturali diventino catastrofi per caso, perché così piace agli dei, e non perché ci comportiamo male con il territorio e non ci piace, proprio non ci piace, chi punta il dito nel tentativo inutile di evitare morti e danni. Ed è giusto farlo notare ora, quando c'è ancora dolore, perché così se ne possano evitare altri in futuro, visto che su quelli di oggi c'è poco da fare per rimediare. Ma mentre lo scrivo so già che non sarà così, che la prossima sarà ancora la stagione dei condoni e degli abusi, del girare la testa dall'altra parte, dell'attesa del bel tempo per scordare il più in fretta possibile ciò che invece non dovrebbe essere dimenticato. «E basta ca ce sta ‘o sole / ca c'è rimasto ‘o mare … Chi ha avuto, ha avuto ha avuto / Chi ha dato, ha dato, ha dato /Scurdàmmoce ‘o ppassato …» con quello che segue.
  2. FOLLIE PUTINANE : Una candela per le vittime del Holodomor, da accendere mentre scende il buio. Nel 90º anniversario della carestia, era impossibile contare le candele nelle finestre, nelle città ucraine dove quartieri interi sono ancora immersi nel buio, nelle case dove le candele oggi si accendono non per commemorare i caduti, o per creare un'atmosfera romantica, ma per sopravvivere. Le candele vengono usate per lavorare, per studiare, per scaldare una tazza di caffè o la pappa di un bambino, milioni di fiammelle accese per alimentare una resistenza quotidiana. Luce, riscaldamento, acqua, telefono, Internet continuano a mancare in centinaia di migliaia di case ucraine, e con loro la possibilità di conservare le provviste in frigo o di cucinarle (almeno per chi ha il forno elettrico). Uno dei dirigenti dell'ufficio della presidenza, David Arakhamia, ha ieri avvertito gli ucraini in televisione che devono fare scorte di alimenti secchi da mangiare pronti, perché si aspetta una nuova pioggia di missili russi sulle centrali elettriche la settimana prossima.
    «La fame non deve diventare mai più un'arma», proclama Volodymyr Zelensky al summit per la sicurezza alimentare che non a caso viene convocato a Kyiv proprio nell'anniversario del Holodomor, e il presidente insieme alla first lady Olena e agli ospiti stranieri porta lumini accesi davanti al memoriale della carestia, sopra la capitale ancora parzialmente immersa nell'oscurità. La fame è diventata di nuovo un'arma, in questa guerra, prima con il ricatto del Cremlino sul grano che l'Ucraina non poteva esportare dai propri porti, e ora come uno dei cavalieri di quella apocalisse Vladimir Putin vuole far sprofondare l'Ucraina bombardandola, regolarmente e intenzionalmente. La fame rischia di seguire il buio e il freddo, mentre politici e propagandisti putiniani mostrano alla televisione russa le cartine delle infrastrutture civili colpite e chiamano il «furore sacro dei russi» per «far congelare e marcire» gli ucraini.
    Nulla poteva chiudere il dibattito sul Holodomor più efficacemente, e tragicamente, dei missili russi. Per decenni, gli studiosi e i politici, anche quelli concordi sulla portata immensa di una carestia indotta costata la vita ad almeno 4 milioni di persone, si erano divisi su quanto potesse venire qualificata come sterminio intenzionale degli ucraini da parte del potere di Mosca. Difficile non crederci adesso, e la campagna internazionale per proclamare il Holodomor un genocidio - alla quale hanno finora aderito una ventina di parlamenti, tra cui il Congresso Usa - ha smesso di essere una causa sostenuta da poche associazioni. Migliaia di europei hanno ieri celebrato la memoria delle vittime. I disegni della Storia si ricompongono, e i bombardamenti punitivi di un Paese che combatte contro l'invasione fanno capire meglio anche i meccanismi che si erano messi in moto 90 anni fa. È vero che nel 1932 Stalin ordinò di requisire il grano ai contadini anche delle regioni della Russia e del Kazakhstan, per far crescere l'industria, soprattutto bellica. Ma è vero anche che soltanto agli ucraini fu impedito di lasciare i villaggi per andare in cerca di cibo: i cordoni militari attorno alle città, e il divieto di spostarsi in altre regioni significavano una condanna alla morte per fame.
    Una "operazione speciale" che in poco più di un anno trasformò quella che da secoli era il "granaio d'Europa" in una terra di orrore e desolazione. Solo pochi spericolati diplomatici e reporter stranieri sono riusciti a penetrare in Ucraina in segreto, per consegnare alla Storia testimonianze atroci di cadaveri abbandonati per le strade, bambini denutriti dalle pance gonfie, abitanti dei villaggi che si nutrivano dei cadaveri dei loro vicini. È dal Holodomor ucraino - "holod" vuol dire "fame", "mor" "moria", la moria per fame - che nacque il mito dei comunisti che mangiavano i bambini, che scambiava in una macabra ironia i colpevoli e le vittime: il cannibalismo fu l'atto di disperazione estrema dei contadini ai quali i comunisti avevano sequestrato l'ultima spiga di grano. Fu il Holodomor a insegnare a generazioni di sovietici a fare ossessivamente scorte, e ad apprezzare più la quantità che la qualità del cibo, dopo aver mangiato frittelle di paglia, pane di corteccia, carcasse di animali e patate marcite nella terra gelata (il cui furto dal campo collettivo veniva comunque punito con la reclusione nel Gulag).
    Una tragedia che aveva sradicato e spaventato una nazione fieramente contadina. All'epoca sovietica era vietato anche solo menzionare il Holodomor, non solo perché era un crimine del comunismo, ma perché rimetteva il "legame fraterno" tra russi e ucraini in una prospettiva coloniale, di sfruttamento e distruzione. Ammettere o negare il Holodomor è diventata una delle tante linee del fronte con la Russia: una delle prime azioni dei russi dopo aver occupato Mariupol è stata la demolizione del monumento alle vittime della carestia, insieme alla cancellazione di targhe in ucraino e delle bandiere azzurro-gialle. Il martirio della carestia oggi fa parte dell'identità ucraina, e la testimonianza di essere stati vittime di un genocidio non ha più bisogno di prove: basta guardare le candele nelle finestre buie.
  3. "La nazionale ha tradito il nostro Iran la gente muore, rischino anche loro"
    Il bacio della paura è un'espressione che in Iran conoscono tutti, ci crescono. Scoprono la vita e pure il terrore di perderla o di vederla sciupata, proibita, limitata a prescindere da quello che fanno. Niyaz Azadikhah e Alireza Shojaian sentono quel bacio ancora addosso, nonostante lei sia scappata da Teheran sei mesi fa e lui addirittura nel 2016.
    Sono due artisti e attivisti nati tra il 1984 e il 1988, in quella generazione che ha provato a ribellarsi e non ci è riuscita. Scappare è rimasta l'unica opzione. Oggi seguono i fratelli minori, «con un coraggio struggente» e sostengono la causa: «Se tutti insieme non la lasciamo cadere stavolta ne usciremo». Hanno inventato una performance: «Stitches on the Body of Freedom» (Suture sul corpo della libertà). L'hanno portata al Centro Pompidou di Parigi e oggi replicano, per la terza serata, a Treviso, a Cà Scarpa, grazie alla Fondazione Imago Mundi. Ricamano insieme parole, capelli, bottoni e pensieri. Mescolano tradizione, rivoluzione, i mondiali di calcio e il bisogno di alzare l a voce.
    Che pubblico vi trovate davanti?
    «In Italia molto giovane e interessato, under 25, per questo abbiamo deciso di spiegare e raccontare la protesta. Un ragazzo ha chiesto, "che cosa possiamo fare noi? ". Abbiamo risposto: tutto. L'insistenza, la pressione internazionale sono necessari perché ormai la gente da noi è in strada e indietro non si torna. Se si spegne la luce ne ammazzano a centinaia».
    La nazionale iraniana aiuta a tenere accesa l'attenzione?
    «Ce lo auguravamo, ma non ci pare proprio. Rappresentano ancora la Repubblica dell'Islam non il nostro Iran».
    Non hanno cantato l'inno all'esordio e sono stati minacciati. Avrebbero dovuto continuare a tacere?
    «Dovrebbero far salire il livello della protesta. Hanno un palcoscenico unico, un seguito che nessun altro potrà mai raggiungere e lo stanno sprecando con atti simbolici, inutili. Non hanno cantato l'inno… se fosse stato il primo atto di una rivolta a tappe, allora avrebbe avuto senso. Invece sono tornati indietro e il successo contro il Galles è stato festeggiato da quelli che uccidono i manifestanti».
    Sicuri che gli iraniani non sentano vicina una nazionale che ha provato a staccarsi dagli estremisti?
    «Troppo poco, in un momento troppo delicato. Noi, nel nostro piccolo, sentiamo la responsabilità di agire, di parlare, di metterci la faccia e non è scontato: se spariamo noi non se ne accorge nessuno e le nostre famiglie non hanno protezione. Loro possono usare il nome, il calcio, ma che aspettano? ».
    Che cosa dovrebbero fare?
    «Far saltare gli equilibri. Sedersi sul campo e non giocare, per esempio. Hanno l'opportunità, l'ascolto, il peso, sono protagonisti dell'evento più visto al mondo».
    Non state chiedendo loro di rischiare troppo?
    «Le persone in strada in Iran non rischiano? Gli esuli non rischiano? Gli attivisti non rischiano? Abbiamo bisogno di rischi e se li prendessimo tutti sarebbe più semplice perché la polizia non può controllare ognuno di noi, nemmeno la polizia morale. L'Iran ha educato chi ha l'età dei nostri genitori al terrore e li ha convinti a collaborare per il quieto vivere. È il bacio della paura: non conosci altro, sai che può arrivare in qualsiasi momento, ne avverti il brivido, te la aspetti, quasi l'idea ti dà tregua. È tremendo».
    La prossima partita è Iran-Usa, quella che la dittatura ha usato come propaganda nel 1998.
    «Nel 1998 abbiamo visto altro, ragazzi come noi che potevano fare cose importanti, come vincere una partita ai Mondiali ed è stato un momento speciale. A nessuno importava della retorica sulla partita contro Satana. La gente, per la prima volta dalla presa di potere degli ayatollah, si è ritrovata fuori di casa e senza timori, anche le donne a cui lo stadio resta proibito. Eravamo insieme, felici. Sembrava uno spiraglio e ci siamo accontentati. Ora non ci crediamo più. Sappiamo che non basta. Serve rumore, traino. E poi, proprio con tutte le problematiche in Qatar, dovrebbe essere ancora più naturale prendere posizione».
    Perché?
    «I giocatori dicono di vincere per il popolo, ma lo hanno fatto in un posto che non ha permesso ai nostri tifosi di ricordare Mahsa Amini, morta per la libertà, hanno fermato chi aveva lo striscione Donna, vita, libertà. I giocatori lo sanno e non hanno detto una parola. Vengono da un posto dove succede lo stesso e non denunciano».
    Vi aspettate un gesto prima che la nazionale lasci il Mondiale?
    «Il gesto sarebbe lasciarlo con fragore, farsi portare via dal campo a braccia dopo averlo occupato. Le azioni possibili sono tante, però le facce contrite sull'inno non servono, non spostano, non fanno male a chi comanda».
    Che cosa pensate che succederà ora in Iran?
    «La generazione zeta non si lascerà rimbambire. Noi non avevamo idea di che cosa succedesse fuori, loro sì e non si priveranno dei diritti. Ci hanno indicato il momento, adesso siamo tutti in mezzo, se cedessimo ci sarebbe la repressione e non possiamo permetterlo. Anche se questa fase può durare tanto, ne siamo consapevoli».
  4. INACCERTABILE : Le fotografie scattate sull'autobus, di ritorno da scuola, e la minaccia del bulli: «Queste le pubblichiamo su TikTok. Tutti devono sapere che sei uno sfigato». Dopo avere parlato con i genitori dei ragazzi e con gli insegnanti, è stata questa la miccia definitiva per i genitori di un undicenne della provincia di Treviso. Venerdì mattina si sono presentati al Commissariato di Breda di Piave e lì hanno denunciato i tre bulli, ragazzi dalla prima alla terza media, che da un anno e mezzo stanno rendendo un inferno la vita del loro figlio.
    Tutto è iniziato l'estate del 2021. «All'improvviso, i tre ragazzini con cui mio figlio si ritrovava a giocare hanno iniziato a fare i bulli con lui. Gli rubavano il pallone. Lo prendevano in giro perché ha una bicicletta di seconda mano e, per questo, gliela nascondevano dall'altra parte del paese, oppure lo minacciavano di gettarla nel Piave. All'inizio non ci ho dato troppo peso, pensavo che fossero delle ragazzate», ricostruisce la mamma del bambino. La situazione è precipitata quando il figlio si è iscritto in prima media, ritrovando a scuola quelli che erano diventati i suoi aguzzini. «Tornava a casa ed era sempre più taciturno, mi rispondeva male. Ha cominciato a mangiarsi le unghie, a parlare nel sonno, a fare la pipì a letto. Poi mi ha confessato tutto. Quei tre bambini hanno iniziato a minacciarlo, a dirgli frasi come "È meglio se ti ammazzi, non vali niente". E lui ha finito per crederci, mi diceva che forse avevano ragione loro. Sono persino arrivati alle mani. Un giorno è venuto da me e mi ha detto: "Preferisco morire piuttosto che andare in quella scuola". Per me è stato terribile».
    I genitori del ragazzo hanno prima parlato con i papà dei bulli. Poi, vedendo che la situazione non cambiava, si sono rivolti agli insegnanti del figlio. «Ma è stato tutto inutile. Mi hanno detto che non possono permettersi di vigilare sempre su di lui e che, se voglio, sono libera di fargli cambiare scuola. Ma è allucinante che, in una vicenda di questo genere, siano i bulli ad averla vinta». È così, almeno fino ad ora, tant'è che il ragazzo non va a scuola da tre giorni e non ha nemmeno intenzione di tornarci. «Non vuole salire sull'autobus, perché è terrorizzato. Chiede sempre a suo padre di accompagnarlo e andarlo a prendere, ma non è giusto. Nei prossimi giorni mio figlio non tornerà in aula, ma ci andrò io, tutte le mattine, anche a costo di venire cacciata. Mio figlio ha tutto il diritto di frequentare l'istituto che ha scelto», dice la mamma, che intanto si è rivolta ai carabinieri, nella speranza di trovare giustizia. Il repertorio di angherie subite dall'undicenne trevigiano compone uno dei moltissimi casi che si ripetono, come uno schema, in tante scuole italiane. Sempre nel Trevigiano, un preside ha appena reso nota la vicenda di un ragazzo che ha deciso di trasferirsi in un'altra scuola media, fuggendo dai bulli che lo perseguitavano nell'istituto dove era iscritto.
    Ad Andria, due ragazzini di 14 e 15 anni sono stati denunciati per tentata rapina aggravata in concorso e lesioni aggravate, per avere colpito con uno schiaffo e spinto ripetutamente un 13enne, che si era rifiutato di consegnare 2 euro ai bulli. Ed è ancora più spaventosa la storia che arriva da Ravenna, dove i genitori di una ragazzina di 14 anni hanno denunciato il tentato suicidio della figlia dopo aver visto un video su YouTube che istigava gli utenti a togliersi la vita. Lo youtuber, un 30enne di Vicenza, è stato denunciato e il suo profilo oscurato. «Tutto questo è allucinante - dice il papà dell'undicenne trevigiano, parlando della vicenda del figlio -. Ai miei tempi, gli insegnanti avrebbero convocato i ragazzi a scuola e avrebbero fatto loro una vera e propria ramanzina, con i genitori presenti. E invece tutto quello che ci hanno saputo dire è il percorso che intendono seguire. Una strada che ritengo impregnata di burocrazia».
  5. INESTIRPABILE : Cinquecento euro per una fotografia. È quanto sono arrivati a chiedere ai turisti che affollano il Colosseo alcuni «centurioni», i personaggi che gravitano intorno al monumento più celebre della Capitale vestiti da antichi romani a «caccia» di visitatori. Dopo alcune denunce, gli agenti del commissariato Celio hanno proceduto all'applicazione di una misura cautelare nei confronti di 3 uomini gravemente indiziati del reato di estorsione. L'indagine è coordinata dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo. In particolare, un turista del Nord Italia ha rifiutato di pagare 40 euro per una foto, è stato circondato e minacciato finché non ne ha pagati 150. A un turista irlandese è andata peggio: ha detto di non avere soldi per pagare il «selfie» e i tre personaggi lo hanno costretto a prelevare al bancomat 250 euro.
  6. GUERRA CIVILE ED INSENSATA: Il medico No Vax rientra in servizio ad inizio novembre in una struttura territoriale dell'Asl To 3, dopo la sospensione secondo la normativa Covid in vigore fino a ottobre, e fa causa all'azienda per averlo allontanato dal posto di lavoro. Si è rivolto, tramite legale, al giudice del lavoro per ottenere la dichiarazione di «nullità, invalidità o illegittimità del provvedimento di accertamento di violazione dell'obbligo vaccinale e di sospensione dal servizio dell'Asl - si legge nella documentazione pubblicata dall'azienda sanitaria - nonché dei medesimi provvedimenti emessi dall'Ordine dei medici di Torino». Non solo. Il medico ha anche chiesto «la corresponsione di quanto dovuto in merito alla retribuzione ed oneri accessori, compresi i contributi assistenziali e previdenziali» per tutto il periodo in cui è stato forzatamente lontano dal posto di lavoro e fino al suo reintegro. Ovviamente con interessi compresi o in alternativa «un risarcimento del danno patrimoniale equivalente da quantificarsi in linea con le mancate retribuzioni».
    A Torino e provincia sono 397 i medici e odontoiatri sospesi che sono rientrati in servizio ad inizio di novembre. Tra coloro che lavorano in strutture pubbliche, molti non hanno fatto rientro nel reparto dove erano di servizio prima della sospensione. Chi è stato allontanato da un reparto con malati Covid, proprio per tutelarli dal rischio contagio. Dal punto di vista dei pazienti ora si cerca di non mettere in contatto un medico No Vax con i malati più fragili, sebbene si sa che il contagio possa arrivare anche da persone che sono state regolarmente vaccinate. Potrebbero arrivare altre cause in futuro? «La maggior parte dei medici ed odontoiatri coinvolti dalle sospensioni sono liberi professionisti - spiegano dall'Ordine dei Medici - Coloro che sono all'interno delle Asl sono una minoranza. Ma ad oggi non possiamo sapere, nemmeno escludere, l'arrivo nelle prossime settimane di altre azioni legali da parte di chi si sente danneggiato».
    L'allontanamento forzato per non aver ottemperato all'obbligo vaccinale era stato comunicato al dottore dell'Asl To3 a luglio: lui aveva presentato il ricorso al Tribunale del lavoro poco dopo. Ora la questione andrà in giudizio, cosa che ha obbligato l'azienda sanitaria a spendere soldi pubblici per gli avvocati: circa 4 mila euro. Nel documento firmato dal direttore generale dell'Asl, Franca Dall'Occo, si sottolinea di voler «far valere le legittime ragioni dell'azienda, in relazione alla corretta attuazione del procedimento di accertamento dell'inadempimento dell'obbligo vaccinale e conseguente applicazione della sospensione dal servizio senza retribuzione». Non c'era molta scelta: c'era una normativa in vigore e l'azienda sanitaria era tenuta a rispettarla. L'Asl non ha voluto aggiungere nulla di più sulla vicenda.

 

27.11.22
  1. IMPOSSIBILE OGNI DIALOGO CON LA FRANCIA :   «Il governo italiano non può pensare di dialogare sulle regole di bilancio perché ne ha bisogno e andare allo scontro sui migranti perché porta consenso: così Meloni indebolisce il suo Paese in Europa». Philippe Aghion parla a margine dei Colloqui Internazionali di Toscana "The truth about economy", promossi da Fondazione Feltrinelli, a cui ha partecipato in questi giorni. Il consigliere economico di Emmanuel Macron, guardando all'Europa, ha un rimpianto, l'uscita di scena di Mario Draghi, che muove da una certezza: «Patto di stabilità, crisi energetica, Ucraina: il vostro ex premier è un grande leader che ha proposto una visione complessiva che l'Ue non potrà abbandonare».
    Ora però c'è Giorgia Meloni. Diceva che per l'Europa la pacchia era finita, poi ha approvato una manovra molto prudente. Che cosa si aspetta?
    «Senza Draghi l'Italia non è più un Paese leader in Europa. Credo che su molti dossier, a partire da quelli economici, Meloni sceglierà la continuità: non solo perché lo dice da tempo, ma perché è molto pragmatica. Stia però attenta a non essere dialogante solo quando le conviene».
    Ma questo non significa fare legittimamente l'interesse del proprio Paese?
    «L'Ue non funziona così, ha delle regole e un metodo: il confronto costante».
    Sui migranti però l'Italia è stata spesso lasciata sola, "colpevole" di essere Paese di frontiera.
    «E' vero, l'Ue e la Francia stessa non sono state sempre collaborative. Ma un conto è negoziare, anche picchiando i pugni sul tavolo, un altro è fare da sé. I migranti non sono un decreto sui rave: quando le questioni interessano tutta Europa, si affrontano insieme. Ci sono molti modi per essere rigidi, ma negoziando. Così Meloni indebolisce l'Italia».
    Italia e Francia hanno un problema comune: il debito. Sulla riforma del Patto di Stabilità un'intesa non conviene a tutte e due?
    «Sì e mi aspetto che ci sarà una convergenza, a patto appunto che la cooperazione ci sia non solo dove conviene».
    Condivide la proposta di riforma della Commissione?
    «Per battere l'inflazione serve la transizione energetica: senza nuove fonti i prezzi non scenderanno. Dunque c'è bisogno di pesanti investimenti, anche pubblici: per questo l'Ue deve rivedere le regole sul debito e dare più margini di spesa. L'idea di valutare le singole voci è corretta. Conta la qualità della spesa, non la quantità. E' la linea Draghi».
    L'Europa non ha dato risposte alla crisi energetica. E' sufficiente continuare con gli aiuti a famiglie e imprese in attesa che la transizione riequilibri il mercato?
    «Il mix tra crisi energetica, risparmio accumulato durante la pandemia e blocco della catena dell'offerta è stato pesantissimo: calmierare i prezzi è ancora necessario. Nel frattempo però va giocata una partita di lungo periodo per la transizione. Anche la Bce deve tenerne conto».
    Quindi stop ai rialzi dei tassi di interesse?
    «Non so quando ci si debba fermare, ma serve molta prudenza. Non possiamo scoraggiare gli investimenti che garantiranno le nuove fonti. E' una sfida che l'Europa deve vincere unita».
    Il programma del governo Meloni rivendica la difesa dell'italianità. In Italia ci sono importanti appetiti francesi: da Tim avviata nell'operazione della rete unica a Ita, da Bpm a Mps. Che evoluzione immagina?
    «E' comprensibile che il governo voglia controllare gli asset strategici, è anche la linea Macron. Ma non si deve scadere nel protezionismo. Serve una visione più ampia: l'Europa unita deve competere con Cina e Usa, non dobbiamo guardare troppo dentro all'Ue, ma allo scenario globale.
  2. LA TESI DI BERLUSCONI : «Aboubakar ha creato tutto questo, qui ora c'è la guerra». Nel ghetto di Torretta Antonacci, in provincia di Foggia, la situazione è tesa. Sambarè Soumaila lo sa bene. Soldi che in molti chiedono di sapere che fine abbiano fatto e un clima di sospetti. Tutti contro tutti. I fedelissimi di Soumahoro contro quelli che gettano ombre sul suo operato, prima ancora che la procura di Latina aprisse un'inchiesta sulle cooperative gestite dalla moglie e dalla suocera del deputato, autosospesosi da Sinistra Italiana.
    Insieme a Alfa Berry e Aboubakar Soumahoro, Sambarè è stato il fondatore della Lega Braccianti. Ci ha creduto sul serio. Raccontato spesso come sindacato di strada e degli ultimi, è un'associazione socio-lavorativa. Un ente del terzo settore che ha perso due dei suoi soci fondatori. «Volevamo sapere come venivano spesi questi soldi e a un certo punto ci ha fatti fuori. Siamo stati cacciati. Senza un documento ufficiale, senza che ci abbia mai convocati». Il riferimento è alla raccolta fondi attraverso la piattaforma «GoFundMe» e a presunte irregolarità nella gestione delle donazioni da parte di Soumahoro. Alcuni mesi fa, fu l'Usb a farsi portavoce dei dubbi sulla destinazione di quei fondi, dopo il reclamo di Sambarè e Alfa rientrati nel sindacato dopo la parentesi nel soggetto fondato con il neo parlamentare. «Risulta evidente che una larga fetta di quelle risorse non è mai arrivata a destinazione. Da qui la domanda: dove sono finiti quei soldi?» scrivevano a gennaio.
    Che cifra vi risulta sia stata effettivamente spesa?
    «Lui disse che sul conto c'erano 250mila euro. Ne abbiamo spesi circa 60mila per comprare cibo e distribuirlo nei ghetti nel periodo più difficile del Covid. Invece a noi risulta che avrebbe dato rimborsi spese alle persone che lo accompagnavano. A quel punto gli chiedemmo un estratto conto perché non eravamo a conoscenza di quanto spendeva. Gli abbiamo anche chiesto di poter usare una parte della somma raccolta in favore degli abitanti e che avremmo portato le ricevute. Lui fu d'accordo, disse di aprire un conto affinché ci trasferisse del denaro. Invece avrebbe raccontato che noi volevamo fregare i soldi della Lega Braccianti. E gli altri se la sono presa con noi. Se non dimostriamo la nostra innocenza, che fiducia la gente potrà avere?».
    E ora?
    «Siamo gli uni contro gli altri. Non abbiamo mai preso un centesimo da Aboubakar e non abbiamo tolto niente a nessuno. Di quello che abbiamo speso noi ho le ricevute, ma del resto dei soldi nessuno sa nulla. Invece vorremmo sapere. Dobbiamo essere tranquilli con il resto della popolazione del ghetto».
    Da quanti anni vive lì?
    «Sono stato tra i fondatori. Torretta l'abbiamo creata noi. Abitavamo nei casolari che, pian piano, si sono ingranditi. Sono arrivato in Italia nel 1992. Ho iniziato raccogliendo pomodori ed è quello che faccio ancora. Da 30 anni. Mia moglie e i nostri 4 figli vivono a Napoli. Io scendo in Puglia per lavorare».
    Da quanto tempo conosce Aboubakar Soumahoro?
    «Di persona dal 2017. Ho lavorato con lui per 4 anni. Per la Lega Braccianti avevamo progetti e proposte, ma lui diceva sempre di no. Voleva decidere tutto. Non ci ha mai raccontato della cooperativa dei suoi familiari. In tanti anni, stranamente, non ha mai parlato con nessuno di noi di questa attività».
  3. RENZI-PM: Breve e interlocutoria, l'udienza fiorentina del processo Open ha riservato un sorprendente fuori programma. Quando la giudice Farini si apprestava a lasciare l'aula, il procuratore Luca Turco e il senatore-imputato Matteo Renzi si sono accapigliati per un tempo di recupero, dieci minuti, degno del mondiale qatariota.
    I testimoni riferiscono di imbarazzo, toni concitati, voce alta, confronto acceso. Prima scintilla in udienza, quando Turco definisce Renzi «il principale imputato» e lui risponde: «Che intende dire? Non mi risulta che questa figura sia prevista dal codice». Renzi era peraltro unico di 11 imputati presenti. Non salta un'udienza.
    Alla fine è Turco a rivolgersi a Renzi, con il dito alzato e sventolando sull'iPad l'intervista a La Stampa (di cui è abituale lettore, come noto in Procura): «Lei qui si vanta di dire in faccia ai giudici "di voi non mi fido". Poi qui in udienza non lo dice».
    «Non mi riferivo ai giudici, ma a voi pubblici ministeri. Intanto glielo dico in faccia: di lei non mi fido. E lo dirò anche in udienza».
    «Ah, ma questo lo so già. Me lo ha detto tante volte».
    «E adesso che fa? Mi processa anche per le interviste?».
    «Ma come fa dire certe cose?».
    «Io ho rispettato la legge, lei non ha rispettato la sentenza della Cassazione. Ora vado a denunciarla a Genova».
    «E allora corra perché gli uffici chiudono alle 11».
    «Procuratore, non si preoccupi, noi al governo si è introdotta la pec».
    «Comunque fa bene non fidarsi di me».
    «Lo so, mi ha arrestato i genitori...».
    Come nei migliori film western, erano i secondi (il pm Nastasi e l'avvocato Bagattini) a cercare di dividere i duellanti. Invano.
    Alla competente Procura di Genova, Renzi denuncia Turco per aver inviato «violando l'ordine di distruzione della Cassazione» atti dell'indagine al Copasir, che li aveva richiesti su profili di sicurezza nazionale per i compensi ricevuti dall'Arabia Saudita. Per Turco l'atto era dovuto. Se la vedrà la Procura di Genova, a cui Renzi aveva già inoltrato una denuncia per abuso d'ufficio a carico di Turco, archiviata per infondatezza.
    In ogni caso Renzi, ringalluzzito dall'inattesa sfida all'OK Corral, uscito dall'aula l'ha resa pubblica, tacciando ulteriormente Turco di essere «eversivo o anarchico». Poi ha dato appuntamento in Senato, dove giovedì interrogherà sul punto il ministro della Giustizia Nordio, di cui è estimatore. Ricambiato, tanto che sulla copertina del riedito bestseller "Il mostro" campeggia l'esergo del ministro: «Questo libro dovrebbe essere studiato alla Scuola superiore della magistratura».
    Il processo, su richiesta della Procura, è stato rinviato a fine gennaio. Si attende l'ordinanza della Consulta nel conflitto Senato-Procura su mail e chat dei parlamentari. La questione è decisiva.
    Con i colleghi, Turco ha derubricato l'irrituale screzio a «franco scambio di vedute», conclusosi con una stretta di mano. La linea resta quella di sempre: nessuna bolgia mediatica; trattare il processo come tutti gli altri e l'imputato come tutti gli altri. La Procura è acefala da sei mesi. E altrettanti potrebbero trascorrere, se il Csm non nominerà il nuovo procuratore nelle prossime tre settimane. Nel frattempo proprio Turco è il reggente, per anzianità. Storico pm fiorentino, esperto di reati economici, colonna di Magistratura Democratica, ha ottenuto la condanna, tra gli altri, di Denis Verdini, nel cui cellulare la Procura di Milano ha poi trovato un messaggio del 2015 a Lotti, piena era Renzi: «La quinta commissione del Csm ha votato all'unanimità per procuratore aggiunto di Firenze il dott. Turco. UNA PAZZIA SOSTENUTA DAL TUO ERMINI. E una leggera presa per il culo»
  4. UN'ALTRA TRAGEDIA:  Quando è arrivata a Baidoa, sei mesi fa, Oray Adan era incinta, sfinita e denutrita al punto da non avere più nemmeno la forza di mangiare. Suo marito è un agricoltore del villaggio di Bakal Yere, o meglio lo era, prima che la siccità seccasse la terra, condannasse a morte il bestiame e portasse la famiglia alla fame.
    Nei mesi che hanno preceduto la sua fuga dalla campagna tre dei loro quattro figli sono morti di stenti, malattie altrove curabili con un antibiotico e che in Somalia uccidono un bambino in una settimana, come il morbillo.
    Per salvare il figlio superstite di due anni e quello che portava in grembo Oray Adan ha camminato due settimane e ha raggiunto il primo centro urbano in cerca di cure, acqua e cibo. È arrivata a Baidoa, città nella zona centro meridionale della Somalia, ed è stata indirizzata in un centro medico per bambini malnutriti. Scheletrica lei, scheletrico il figlio che teneva per mano, deperito il neonato che stringe tra le braccia con la cura che si deve a qualcosa di fragile che rischia di spirare da un momento all'altro. Si chiama Shukri Mohamed, ha quattro mesi, dovrebbe pesare otto chili, ne pesa solo due.
    Oray Adan è avvolta in una veste che la copre dal volto fino ai piedi, del corpo ossuto si intuiscono la punta delle ginocchia, la secchezza delle braccia, il viso macilento è scavato dalla tubercolosi, dalla fame e dalla pena. Ho perso tutto - dice solo questo - ho perso tutto. La siccità le ha tolto le bestie, i campi, l'unico sostentamento che aveva. La siccità le ha tolto il cibo e la salute, le ha tolto i figli, ha reso fragili quelli rimasti in vita. Ho perso tutto, ripete. Poi stringe a sé il bambino tra l'avambraccio e il petto, lo dondola del cullare delle madri - il gesto universale di chi spera che il calore del corpo plachi il pianto e spenga la fame - poi lo stende sul letto del Centro di Stabilizzazione della città.
    È qui che arrivano i bambini in uno stadio di severa malnutrizione. Lo scorso anno in un mese, a ottobre, i ricoverati erano stati 122. Dodici mesi dopo, a ottobre del 2022, sono stati 809.
    Indicatore, uno dei tanti, dell'emergenza umanitaria che sta attraversando il Paese e che le agenzie umanitarie avvertono potrebbe diventare una crisi senza precedenti sia per dimensioni che per letalità se non verranno messe in campo, subito, le risorse necessarie.
    I numeri sono spaventosi: secondo i dati delle Nazioni Unite 7 milioni di persone sono colpite dalla siccità e devono affrontare una grave carenza di cibo, un milione e mezzo di bambini a rischio di malnutrizione acuta, e un milione e duecentomila persone che in pochi mesi hanno lasciato tutto per cercare cibo e acqua nei centri urbani.
    In Somalia sono fallite quattro stagioni delle piogge, sta fallendo la quinta, significa quasi tre anni con la terra che diventa arida, si secca, affama animali e persone.
    Ma da sola la siccità non basta a provocare questi numeri, il Paese è vittima una volta ancora degli effetti combinati del cambiamento climatico, della crisi alimentare globale e della guerra che attraversa il Paese da trent'anni, la presenza del gruppo qaedista Al Shabaab che controlla vaste zone rurali, assedia villaggi e città, minaccia la popolazione civile e gli operatori umanitari.
    Una tempesta perfetta che sta portando la Somalia sull'orlo di una nuova carestia. I ripetuti allarmi delle Nazioni Unite hanno ottenuto poco. L'anno scorso a dicembre, quando l'invasione russa in Ucraina non era ancora cominciata ma il Corno d'Africa già contava le conseguenze della quarta stagione delle piogge senz'acqua, gli indicatori c'erano tutti, bisognava intervenire e subito, con fondi ingenti e le Nazioni Unite lo ripetevano ogni mese: «Le dichiarazioni di carestia non dovrebbero essere l'unico fattore scatenante per un'azione significativa. I livelli di fame sono catastrofici da più di un anno», scrivevano. Ma gli allarmi sono stati ampiamente ignorati e, nonostante le promesse di impegno internazionali dei soldi richiesti è arrivato meno della metà.
    Dagli ultimi allarmi è passato un anno, nel mezzo c'è stata la guerra in Ucraina che ha spostato altrove non solo la già poca attenzione destinata a queste zone del mondo ma anche i soldi della compassione. Ora è novembre, fine della stagione delle piogge e quella che sta fallendo è la quinta consecutiva. Significa che da tre anni non c'è abbastanza acqua per rendere coltivabile la terra, significa che muoiono gli animali, che i pastori e gli agricoltori abbandonano i villaggi e le campagne coi volti scavati dalla fame e dagli stenti in un esodo che li sta portando a centinaia di migliaia verso le città, come Baidoa.
    Negli ultimi trent'anni la città è stata testimone della lenta discesa della Somalia nel caos, un tempo considerata il granaio del Paese, negli anni della guerra civile si è guadagnata il titolo di «città della morte». Durante la carestia del 1992 un terzo degli abitanti è morto di fame e di stenti e nel mese più terribile dell'assedio i camion attraversavano le vie della città recuperando i cadaveri e nell'unico orfanotrofio della città morivano di fame dai dieci ai quindici bambini al giorno.
    Sulla carta oggi è ancora controllata dal governo, ma è circondata da militanti islamisti di Al Shabaab e può essere rifornita solo per via aerea, per questo portare aiuti qui è sempre più difficile, si entra solo con voli interni - o i pochi commerciali, o con i voli delle Nazioni Unite da Mogadiscio -, il coprifuoco per gli stranieri scatta alle tre del pomeriggio e per muoversi sono necessarie auto blindate e una consistente scorta armata.
    I fantasmi delle passate carestie
    Chi arriva qui camminando per giorni, portando con sé bambini sfiniti, diventa il fantasma del passato venuto a dire: agite finché siete in tempo, agite prima di contare i morti a centinaia di migliaia. La Somalia ha vissuto già due carestie in passato, nel 1992 e nel 2011, che hanno provocato almeno mezzo milione di morti.
    «I numeri e il grado di malnutrizione che vediamo oggi nei bambini è esattamente quello del 2011»: a parlare, con parole nette, è Mohamed Osman Wehliye, il medico responsabile del Centro di Stabilizzazione gestito da Save the Children a Baidoa.
    Ha poco più di trent'anni, è nato e cresciuto qui. I morti del 1992 e del 2011 li ricorda perché c'era e oggi, di fronte ai cartelloni con le statistiche annuali, con i numeri dei ricoveri che si moltiplicano, con la città assediata e gli aiuti che faticano ad arrivare dice solo: non pensavo che sarebbe successo ancora.
    Da mesi assiste all'arrivo di madri come Oray Adan. Bussano alla porta, gli dicono che non sfamano i figli da tre, quattro, cinque giorni. Lui ogni volta fa quello che deve e quello che può - ossigeno, antibiotici, cibo terapeutico - e ogni sera torna a casa chiedendosi chi peggiorerà il giorno successivo, se le medicine basteranno per tutti, chi sarà la prossima madre a bussare alla porta del centro e se lui sarà in grado di salvare i suoi figli.
    A volte, quando ha in carico casi molto gravi non torna a casa, resta lì a guardare i bambini, «i miei bambini» li chiama, sperando di avere abbastanza mezzi per non segnare +1 sulla statistica dei morti.
    Il dottor Wehliye dice che la carestia è già qui e che si sta perdendo troppo tempo, come l'ultima volta, nel 2011, quando metà delle oltre 250.000 vittime è morta prima che la carestia venisse ufficialmente dichiarata. Centoventicinquemila erano bambini.
    Per dichiarare lo stato di carestia esistono dei parametri: è necessario che un terzo dei bambini di una regione sia gravemente malnutrito, un quinto della popolazione non abbia accesso al cibo e che si verifichino due decessi per fame ogni 10 mila persone ogni giorno. Parametri nel catalogo della crisi.
    Cammina lungo i muri dove sono appesi cifre e percentuali. Dice che tutto si è moltiplicato ma che chi arriva qui, emaciato, consumato dalla fame, è comunque nel bacino dei fortunati. Si possono contare, dunque sono vivi. Meglio che invisibili. Lo dice perché oggi mancano i dati di chi non riesce a lasciare controllate da al Shabaab, e lì non solo non entrano gli aiuti umanitari, ma non escono i numeri, reali, dei morti.
    Sono morti che sfuggono ai radar perché anche qui, come in Ucraina, come in Siria, la fame è un'arma di guerra. Chi sta morendo oggi è invisibile e domani diventerà un numero delle statistiche fuori tempo massimo, quando i parametri per ottenere il marchio della carestia, della piaga per fame, saranno già stati superati dagli eventi.
    Per questo il dottor Wehliye dice che la carestia la conosce chi la vive e non chi la osserva da lontano.
    Entra nelle stanze, visita i bambini, li pesa, sente il battito e il respiro. E ricorda che qui, in Somalia, si muore di morbillo perché nelle aree remote non arrivano i vaccini, e quando i bambini arrivano con gli occhi rossi e la pelle segnata è tardi, e muoiono di una malattia infettiva che in Europa è debellata, in pochi giorni.
    «Le loro vite valgono meno delle altre», lo scandisce sillaba dopo sillaba, nel corridoio del Centro di Stabilizzazione di Save the Children, «la differenza è nel colore, voi siete occidentali, questi bambini sono africani. Si chiama discriminazione».
    È il colore della pelle che determina la compassione, dice il dottor Wehliye.
    Gli occhi delle donne sono asciutti, secchi anche loro come la terra e come i campi, asciutti come i corsi d'acqua, secchi perché malati, perché il corpo è disidratato, perché sono finite le lacrime dopo aver perso un figlio per fame, un altro di morbillo. Il resto del mondo resta voltato altrove, perché sa che guardare in faccia questi volti rinsecchiti inchioderebbe alla responsabilità collettiva, alla presa in carico di una comune, condivisa, urgente, umanità.
    Stesi sui materassi i bambini somali dalla pelle aggrinzita piangono lacrime che sono identiche a ogni angolo del pianeta, sono le lacrime di chi ha fame.
    Il mondo intanto aspetta che i numeri dei morti soddisfino i criteri, le soglie tecniche, per definire la carestia e a quel punto, solo a quel punto, agiranno. A quel punto anche queste vite saranno diventate fantasmi.
  5. NON E' SCUSABILE : Il Papa «vuole la mia morte. Non pensavo arrivasse a questo punto». Il cardinale Giovanni Angelo Becciu, imputato Oltretevere nel processo per la compravendita del palazzo di lusso al centro di Londra e per la gestione di alcuni fondi della Santa Sede, si esprime così sul Pontefice in una chat con amici e familiari, finita nell'informativa della Guardia di Finanza di Oristano su rogatoria del Vaticano (resa nota dall'agenzia Adnkronos). Il porporato riceve anche consigli come «un colpo in testa al Papa».
    L'esistenza delle conversazioni via chat - che contengono soprannomi e frasi ostili contro il Vescovo di Roma - è stata comunicata dal Promotore di Giustizia vaticano Alessandro Diddi. Becciu usava il termine «Zizzu» («Ciccio», abbreviazione di Francesco) riferito al Papa, o «Puzzinosos», parola sarda «di senso dispregiativo», per indicare chi ha condotto indagini e processo.
    Nello scambio di messaggi del 13 luglio 2021 il cardinale - ora indagato anche per associazione a delinquere in un nuovo filone del procedimento giudiziario - esordiva con un «Buongiorno! Un bel programma per oggi». Qualcuno scriveva in chat: «Un colpo in testa al Papa», e Becciu ribatteva: «Non ci riesco»; allora «lo facciamo noi», rispondeva l'interlocutore.
    «Vuole la mia morte. Mai avrei immaginato (che) non un Papa ma (che) un uomo arrivasse a tanto», scriveva il porporato alla parente Giovanna Pani, il 22 luglio 2021, due giorni prima di registrare di nascosto una telefonata a Jorge Mario Bergoglio, con l'aiuto della figlia di Pani e nipote di Becciu, Maria Luisa Zambrano. La donna lo invitava ad avere coraggio, «vedrai che la verità trionferà». E Becciu: «Per ora sono loro a trionfare e trafiggerci!», «ma la vittoria sarà degli onesti».
    Pani attaccava: «È cattivo, vuole la tua fine», riferendosi a «su Mannu», «il maggiore», appellativo riferibile al Papa. Il prelato sosteneva: «Non vuole fare brutta figura per la condanna iniziale che mi ha dato». Per la familiare «è un grande vigliacco, ma tu combatti e fai risplendere la verità, è dura lo so, coraggio vinceremo in pieno; c'è del marcio in Vaticano».
    Becciu in un altro passaggio commenta l'inchiesta vaticana: «E come ne uscirà la Chiesa? A me le ossa le hanno già rotte e quindi non farò più notizia». E parla di «politica di falsa e inopportuna trasparenza». —
  6. "Io, investito in via Nizza vi spiego come la pista può diventare sicura"

    In via Nizza, lo scorso novembre, Daniele Vico stava andando a lavoro in sella alla sua bicicletta. Un tragitto quotidiano, da Porta Nuova al Lingotto. Passata piazza Carducci, un'auto svolta e lo investe. «Non sono riuscito a frenare in tempo. Per fortuna mi ha preso la ruota davanti e non mi sono rotto nulla. La bici invece sì». Un incidente già scritto. «Me lo aspettavo. In via Nizza la visibilità per le auto è molto bassa. Le mancate precedenze sono all'ordine del giorno, come le macchine parcheggiate sulla ciclabile».
    Daniele ha 27 anni e si muove in bici sin da bambino: «Quei venti minuti in sella mi trasmettono benessere sia fisico sia psicologico e poi Torino è una città pianeggiante. Muoversi in bicicletta è facile». Anche in via Nizza? La ciclabile tanto discussa a lui ha cambiato la vita in positivo. «Prima che la disegnassero, per andare a lavoro ero costretto a passare per il Valentino. Un tragitto più lungo, costellato di salite e discese». Funzionale, sì. «Ma dovrebbe essere fatta meglio». A iniziare dalla visibilità, ridotta sia per i ciclisti sia per gli automobilisti. «I parcheggi a ridosso degli incroci, nascondono il passaggio sino all'ultimo». E Daniele ne sa qualcosa. Poi c'è la malasosta, di chi lascia la macchina sulla ciclabile per andare a prelevare o a prendere il caffè. E i furgoni di chi deve effettuare le consegne. «Così si aggiunge un ulteriore ostacolo», osserva Daniele. Che non è l'unico a dover fare lo slalom tra auto in doppia fila e fattorini che devono scaricare e difficilmente trovano un posto idoneo.
    Daniele non si occupa di urbanistica e lo dice chiaro: «Io uso solo la bici». I suoi suggerimenti sono frutto dell'esperienza quotidiana. A iniziare proprio da via Nizza. «Mi rendo conto che ci si vede all'ultimo ed è così sia per chi è in auto sia per chi è in bicicletta. So che non è semplice gestire la mobilità, ma se si sacrificassero due parcheggi in prossimità degli incroci, la situazione migliorerebbe». E ancora. «Per aumentare la sicurezza, in alcuni punti sarebbe sufficiente mettere dei cordoli di protezione. E aumentare i controlli sull'uso della pista». Le ciclabili migliori, «sono quelle protette da qualche tipo di cordolo o separate dalla strada da un marciapiede». Un esempio? Quelle della zona di Porta Susa. Le ciclabili più pericolose, va da sé, sono quelle senza alcun tipo di protezione. «Dove c'è solo la linea gialla dipinta a terra». Come via Nizza. E come corso Vittorio.
  7.  UN DISASTRO AMBIENTALE : Anche ai 1500 metri di Ceresole il sole del primo pomeriggio di un giorno di metà novembre è piacevole come quello che scalda in primavera. Non fosse per quella brezza frizzante e fresca, quasi vento, che soffia e alza nuvole di limo e sabbia sottilissima dall'invaso ridotto ad un laghetto da mesi di siccità e caldo. «È una polvere che si infila dappertutto e sporca anche i panni stesi ai balconi, una vera rottura», sbuffa il vice sindaco Mauro Durbano mentre, vicino a lui, lungo il "girolago" due coppie di ragazzi scattano dei selfie che hanno come sfondo quello che resta dello specchio d'acqua: 4 milioni di metri cubi sui 34 di capacità massima dell'invaso.
    Ecco il riassunto di quello che mostrano le foto scattate dal satellite a due anni di distanza, ottobre 2020 e ottobre 2022. Sul letto del lago in secca si possono vedere i ruderi delle case abbandonate nel 1920 quando iniziò il cantiere per la costruzione del bacino artificiale, le tracce del vecchio mulino, l'antico pascolo e le mulattiere usate dai montanari prima che tutto venisse sepolto dall'acqua. «Il livello si è alzato un po' dopo le ultime precipitazioni, ma non è nulla - riflette Durbano -. Ci auguriamo una stagione invernale ricca di neve, che, oltre a consentire lo le attività legate al turismo invernale, costituiscano una buona riserva d'acqua per le prossime primavera ed estate. In caso contrario, oltre alla scarsità di produzione idroelettrica, si rischia l'emergenza siccità per le coltivazioni della pianura anche per il 2023».
    «Le proiezioni vedrebbero un ritorno di precipitazioni consistenti tra dicembre e gennaio, ma con tutti i condizionali del caso, ma la carenza idrica non si risolve certo con due settimane di maltempo - abbozza Daniele Cat Berro, ricercatore della Società Meteorologica Italiana -. La verità è che il 2022 è stato l'anno più caldo dal 1753 e se entro il 31 dicembre non cadono 140 millimetri di acqua sarà anche il più siccitoso dal 1871». Anche del ghiacciaio del Nel e della neve che abbracciava punta Basei non c'è quasi più traccia. Restano una distesa di massi, rocce e pietraie sdrucciolevoli. Ma la carenza di acqua ha anche un'altra conseguenza che si ripercuote su larga scala, ovvero la produzione di energia idroelettrica garantita dagli impianti delle Valle Orco. L'«oro blu» dell'invaso di Ceresole alimenta la centrale di Rosone e, da lì, le acque di scarico fanno girare le turbine dell'impianto di Bardonetto, a Locana e poi ancora quelle di Pont. A Ceresole invece la centrale di Villa è raggiunta dall'acqua degli invasi più a monte delle dighe Serrù, Agnel e Nel.
    «Con questa carenza idrica tutto il settore dell'idroelettrico sta producendo meno nel Nord Italia - analizza Nicola Brizzo, il direttore della produzione idroelettrica di Iren Energia spa -. In assenza di piogge autunnali significative stiamo centellinando l'acqua disponibile. Insomma, con circa il 40% in meno di acqua rispetto alla media storica annuale, la produzione va gestita in modo molto attento».
    Il momento più critico si è toccato in estate, quando il settore ha dovuto andare in soccorso dei campi della pianura, ridotti a distese rinsecchite. Con l'acqua dei sette impianti in valle Orco si producono circa 700 milioni di kilowatt/ora l'anno. In Italia i circa 4300 impianti idroelettrici forniscono tra il 15 e il 17% dell'elettricità nazionale. «Per fortuna ci sono altre fonti di energia - termina Brizzo -. Però adesso è più che mai necessario pianificare la gestione dell'acqua in quota e, per il futuro, programmare la realizzazione di nuovi invasi ad uso plurimo».
  8. LA CAUSA DEL DISASTRO ? Giovedì 8 dicembre. Ecco la data che gli operatori della Vialattea avrebbero scelto per inaugurare la stagione dello sci. Il guaio è che la neve naturale resta un miraggio e così sono entrati in azione i cannoni per sparare fiocchi artificiali sperando che si abbassino ancora le temperature in quota e il vento caldo non faccia scherzi. A Sestriere, per ora, tutti gli sforzi sono concentrati sul doppio appuntamento di Coppa del Mondo di Sci Alpino femminile il 10 e 11 di dicembre che richiamerà in valle migliaia di persone.
    «Stiamo faticando davvero tanto, soprattutto nella parte più alta, ma non ci perdiamo d'animo e lavoriamo giorno e notte – non nasconde Giovanni Brasso, presidente della Sestrieres spa – la pista Kandahar è pronta all'80%, abbiamo ancora bisogno di tre giorni di freddo allora tutto sarà perfetto». Ovviamente la pista, dopo la gara, sarà a disposizione degli appassionati. «Contiamo comunque di aprire anche il tracciato di Borgata, la pista numero 3 e il baby – spera Brasso – sono più ottimista di una settimana fa e poi vedo che si respira entusiasmo, insomma c'è voglia di partire». Lo conferma anche Renzo Roux, il presidente degli albergatori di Sestriere dove, più o meno, ci sono 5mila posti letto tra hotel e residence: «Le prenotazioni ci sono, certo, ma dovrebbe arrivare anche un po' di neve perché tutto sia perfetto». Anche a Bardonecchia sono entrati in azione i cannoni e l'obiettivo è quello di garantire agli utenti un certo numero di piste per il lungo ponte dell'Immacolata.
    «Stiamo facendo neve ma, solo con una parte, dei circa 400 cannoni a disposizione» spiega Alessandro Pietroboni al timone del Consorzio Tolomeo che, dopo due gare d'appalto andate deserte si è aggiudicata la produzione e lo «smucchiamento» della neve sulle piste di Sansicario (Cesana), Claviere e Sauze d'Oulx. Ma non la battitura. «Prima di iniziare a lavorare abbiamo "georeferenziato" tutto il territorio con l'impiego dei droni per predisporre il sistema "snowsat" che grazie a dei sensori collegati ai gatti delle neve indica l'esatto spessore dello manto» – analizza ancora l'imprenditore bresciano.
    L'aspetto positivo, per ora, è che i bacini dedicati alla produzione della neve artificiale hanno una buona portata d'acqua. Quello negativo di tutto il business che ruota intorno al grande circo bianco è, però, il massiccio consumo di energia elettrica che porterà a delle super bollette. Ma questo i gestori l'hanno messo in conto cercando di rientrare un minimo, almeno questa è la speranza, con il ritocco dei giornalieri che, a seconda delle stazioni, costeranno due, tre o quattro euro in più. Qualche settimana fa Nicola Bosticco, ad di Colomion e vice presidente di Arpiet, l'associazione regionale piemontese delle imprese che garantiscono il trasporto a fune, lo ha detto chiaramente: «Con queste tariffe per l'energia se ne andranno il 30% dei ricavi, ma non possiamo fermarci perché non esiste un'alternativa allo sci per mantenere in piedi l'economia della montagna»

 

 

26.11.22
  1. ERRORE DI MELONI E SALVINI, PAGHERANNO GLI ITALIANI :   La Commissione europea ha preparato un bastone e una carota per l'Ungheria di Viktor Orban. Mercoledì prossimo è atteso un annuncio destinato a infiammare la situazione: Bruxelles metterà in pratica le conseguenze del meccanismo sullo Stato di diritto e proporrà di sospendere 7,5 miliardi di fondi Ue. La carota consisterà nel via libera al Recovery Plan presentato dal governo di Budapest (è indispensabile che l'approvazione arrivi entro la fine del 2022, altrimenti l'Ungheria perderebbe definitivamente il 70% delle risorse). Ma sarà una carota amara: fino a quando non avrà portato a termine una serie di riforme, Orban non vedrà un centesimo dei 5,8 miliardi di euro che gli erano stati assegnati.
    Ieri Ursula von der Leyen ha incassato il mandato del Parlamento europeo, che ha approvato una risoluzione in cui si invita la Commissione a congelare le risorse all'Ungheria (416 i voti a favore, 124 contrari e 30 astenuti). Ma non basta: per far diventare esecutivo il taglio dei fondi del bilancio Ue, la proposta della Commissione dovrà essere approvata dal Consiglio, che a dicembre dovrà esprimersi votando a maggioranza qualificata. Per salvarsi, Orban punta a costruire una minoranza di blocco: servono almeno quattro Paesi che rappresentino almeno il 35% della popolazione. Numeri alla mano, l'Italia (13,5% della popolazione Ue) potrebbe rivelarsi l'ago della bilancia, visto che i Visegrad e altri Paesi come Bulgaria, Croazia e Romania potrebbero schierarsi con Budapest.
    Ufficialmente il governo non si è ancora espresso, ma ieri gli eurodeputati di Fratelli d'Italia e della Lega (tranne Gianna Gancia che si è astenuta) hanno votato contro la risoluzione a Strasburgo. Forza Italia si è invece schierata a favore del taglio dei fondi (fatta eccezione per Massimiliano Salini). Fratelli d'Italia ha giustificato il suo "no" denunciando «un accanimento» del Parlamento europeo nei confronti dell'Ungheria e criticando «l'uso dello Stato di diritto per colpire un governo non allineato politicamente». Nel caso in cui si andasse al voto anche tra i governi, il Consiglio chiamato a esprimersi sarà l'Ecofin: per l'Italia spetterà dunque al ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti, esponente della Lega.
    Proprio ieri la delegazione del Carroccio ha stretto un'alleanza con Fidesz - il partito di Orban - e con altre sigle sovraniste, rilanciando il progetto che punta a creare una grande alleanza di partiti nazionalisti alla destra del Ppe, unendo le sigle che attualmente si trovano nel gruppo Identità e Democrazia e in quello dei conservatori (Ecr). A Strasburgo è stata firmata una «lettera di cooperazione» che prevede di fare fronte comune su una serie di temi: «Agire con fermezza contro ogni forma di immigrazione illegale; prevedere un ruolo attivo dell'Ue nel ripristinare pace, sicurezza sociale e stabilità nei settori europei dell'energia; trasferire competenze dal livello Ue a quello degli Stati membri». Oltre alla Lega e a Fidesz, il documento è stato sottoscritto dagli spagnoli di Vox, dai francesi del Rassemblement National, dai polacchi di «Polonia Solidale» e dagli austriaci della Fpö.
    La Commissione è pronta a fare il grande passo contro l'Ungheria perché giudica insufficienti le riforme fatte fino a questo momento. Nei mesi scorsi Bruxelles aveva concordato con il governo di Budapest 17 obiettivi da raggiungere entro il 19 novembre nel campo dello Stato di diritto (dalla legge anti-corruzione all'indipendenza dei giudici, fino al rispetto dei diritti delle minoranze). La valutazione fatta in questi giorni ha dato esito negativo e così mercoledì si passerà all'azione con la raccomandazione sul taglio dei fondi del bilancio Ue. Eppure ancora ieri Viktor Orban si è detto certo che non ci saranno problemi: «Abbiamo rispettato tutti i requisiti ed entro la fine del mese ci sarà il via libera di Bruxelles ai fondi». Nel caso in cui non riuscisse a ottenere il sostegno di una minoranza di blocco, il premier ungherese potrebbe chiedere l'intervento del Consiglio europeo (che decide all'unanimità). In quel caso, il dossier finirebbe sul tavolo dei leader Ue il prossimo 15-16 settembre.
    Nel frattempo l'Ungheria continua a bloccare il piano di assistenza macro-finanziaria all'Ucraina, che prevede l'erogazione di prestiti per 18 miliardi di euro nel 2023. Per l'ok è necessaria l'unanimità, visto che la Commissione dovrà emettere bond per raccogliere i fondi sui mercati. Budapest ha offerto di sostenere bilateralmente Kiev versando 187 milioni, ma non intende approvare un nuovo piano di debito comune.
  2. PRONTO UN'ALTRO PERDONO DEL PAPA: Il cardinale Giovanni Angelo Becciu è indagato per associazione a delinquere, in un filone aperto in Vaticano parallelamente al processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, a cominciare dalla compravendita del palazzo di Londra. E spunta anche la registrazione di una telefonata del porporato al Papa. Il promotore di giustizia Alessandro Diddi ha confermato l'ulteriore inchiesta riferendo dell'esito della rogatoria per l'ipotesi di reato associativo, nell'ambito della quale il Tribunale di Sassari ha trasmesso gli accertamenti sulla Cooperativa Spes di Ozieri, guidata dal fratello di Becciu, Antonino. Il cardinale e i suoi difensori hanno detto di non sapere nulla di questo fascicolo. Inoltre, dalla relazione della Guardia di Finanza di Oristano emerge la registrazione di una telefonata tra Becciu e il Pontefice del 24 luglio 2021, tre giorni prima del processo e una decina di giorni dopo l'uscita di Francesco dal Gemelli per l'operazione al colon. Nell'audio, fatto sentire in aula a porte chiuse, si ascolta Becciu lamentarsi col Papa: «Lei mi ha già condannato, è inutile che faccia il processo». Il porporato parla anche dei soldi versati su indicazione di Cecilia Marogna per la liberazione della suora rapita in Mali. Afferma Diddi: «Per il riscatto Becciu chiede al Papa di confermargli che c'era stata la sua autorizzazione. Il Santo Padre resta perplesso. D'altra parte era da poco uscito dal suo ricovero, era affaticato».
  3. INACCETTABILE : A che punto è la notte in Afghanistan? È una notte con un'oscurità fitta dalla quale sembra difficile vedere la luce, a seguire le poche notizie che riescono ad arrivare da un luogo ormai dimenticato da tutti. Quel poco che filtra sono le immagini raccapriccianti di un inferno gestito da uomini. «Uomini», i talebani al potere, prima di tutto misogini, con un odio per le donne così viscerale, da emergere subito, fin dalle prime iniziative: la reclusione delle donne in un costume, il burqa, la limitazione della loro libertà di movimento, e perché fosse ancora più chiaro, anche quella intellettuale con il divieto all'istruzione.
    L'alibi è la sharia, eppure c'è un Hadith del profeta Muhammad dove si dice che «il paradiso è ai piedi delle madri». Le madri appunto. Le donne, le figlie, le moglie, le sorelle, che nella fitta notte dell'oscurantismo islamista e talebano sono condannate a vivere come fantasmi.
    Ma tant'è, il leader dei taleban Haibatullah Akhundzada, a distanza di 26 anni, ha chiesto l'applicazione stretta della sharia una decina di giorni fa, riaprendo la strada alle punizioni in pubblico, che includono esecuzioni, lapidazioni e flagellazioni.
    La sharia dei talebani, segue l'interpretazione della scuola hanafita, e la mescola con il codice tribale Pashtun. Un cocktail che ha creato un mostro legislativo dove i diritti e le libertà dell'individuo sono mutilati. Se si è donne poi, è finita.
    Questa interpretazione della legge islamica include non solo le esecuzioni pubbliche, ma anche amputazioni pubbliche e lapidazione.
    Messaggio recepito. Le ultime notizie, riguardano, l'orgoglio talebano, che - in barba all'isolamento internazionale, una crisi economica che sta affamando un'intera popolazione - ha deciso di passare ai fatti. In uno stadio della provincia di Logar a Sud di Kabul, a pochi giorni dall'annuncio di voler applicare in maniera più rigida la «sharia» si è inaugurata la barbarie. Dodici persone tra le quali 3 donne sono state frustate in pubblico nello stadio con tanto di telespettatori, dopo la condanna per furto e adulterio di un tribunale locale. Un'iniziativa della quale, a quanto pare era orgoglioso il governatore della provincia, visto che ha inviato centinaia di inviti per seguire in diretta la punizione pubblica andata in scena. Una specie di spettacolo dell'orrore, che ricorda il Colosseo nell'antica Roma.
    Solo che qui ne sono passati di secoli, eppure l'Afghanistan oggi in mano ai taleban, sembra essersi fermato in un'epoca che pensavamo di aver lasciato alle spalle. Storia complessa certo, con 20 lunghi anni di guerra, il ritiro delle forze Usa e Nato di cui si dovranno analizzare i risvolti. L'oggi però è quello di un Paese e una popolazione assediata, isolata, ed afona della quale si parla poco, e ancor peggio, delle cui sorti interessano poco.
    Quando i taleban hanno preso il potere ad agosto 2021, senza alcun riconoscimento del loro governo, i fondi stranieri che affluivano in Afghanistan sono stati congelati e si è innescato un collasso economico che ha lasciato dietro a sé una vera e propria devastazione.
    Gli afghani stanno dando ai loro bambini affamati medicine per sedarli. «I nostri bimbi continuano a piangere e non dormono. Non abbiamo cibo - racconta un afghano alla Bbc - e quindi andiamo in farmacia, prendiamo le compresse e le diamo ai nostri figli in modo che si sentano assonnati. Ma l'inferno afghano non è ancora finito. Chi è adulto e sano arriva anche a vendere i propri organi per far sopravvivere la famiglia ridotta sul lastrico. Chi ha una figlia in più, gira le spalle allungando la mano, per venderla al primo offerente. Bimbe piccolissime, già promesse spose dietro una piccola somma di denaro che può far andare avanti una famiglia per soli tre o quattro mesi. L'incredibile aumento dei tassi di malnutrizione è la prova dell'impatto che la fame sta già avendo sui bambini sotto i cinque anni. Secondo Medici Senza Frontiere, il tasso di ricoveri presso le proprie strutture per il trattamento della malnutrizione è aumentato del 47%.
    Il centro nutrizionale di MSF a Herat è l'unica struttura per la malnutrizione ben attrezzata che si rivolge anche alle vicine province di Ghor e Badghis, dove i numeri sono cresciuti del 55% in un anno.
    L'Afghanistan oggi è uno di quei luoghi nel mondo dove è finita la pietà e l'umanità e come al solito sono i più deboli a pagarne le conseguenze.Ancora una volta, l'oscurantismo religioso, impostato sullo squilibrio dei diritti, diventa la fossa comune di un'intera comunità. Ma anche qui, il silenzio assordante della Umma, la comunità islamica mondiale, che non prende ancora una volta posizione chiara sulla barbarie che si nasconde dietro alla parola «sharia», non fa sperare che l'Afghanistan possa rialzarsi. Perché le colpe dell'Occidente in Medio Oriente sono evidenti, ma non possono nascondere quelle endemiche di un mondo islamico che fatica a confrontarsi a viso aperto, indicando una volta per tutte la barbarie che una certa interpretazione islamica permette, e protegge.
  4. IL CALCIO E' L'OPPIO DEI POPOLI : Un luna park dentro un dormitorio, Asian Town si presenta subito per quello che è: un posto con troppe anime per avere una definizione e troppe urgenze per trovare un senso.
    Il gruppo di costruzioni, perse in pieno niente, luccica ai bordi della zona industriale che fa da cuscinetto tra la Doha dei più ricchi al mondo e il distretto degli ultimi. Sono gli immigrati, quasi il 90 per cento della popolazione locale e non hanno residenza qui, non hanno certezze, non hanno parenti al seguito, hanno un Mondiale. E Cristiano Ronaldo. Li guardano da vicino, ne respirano la stessa aria e fa la differenza dentro un campo da cricket di 15 mila posti, venuto su nel 2013 per dare una domenica alla forza lavoro del Qatar.
    Di solito giocano nei parcheggi, il Cricket Stadium è il ritrovo per partite importanti e giorni speciali a cui si è aggrappato un ipermercato con prodotti ribassati e una sfilata di ristoranti con lo stesso menù: riso fritto al curry, zuppa di fagioli rossi piccante, pollo in qualsiasi modo riassunto in un onnicomprensivo gram bangla. In questo piazzale si gioca il Mondiale. Non lo si vede dal vivo, ma c'è, vero, tangibile, il primo evento di casa per migliaia di espatriati a forza. Migrazione climatica, sopravvivenza economica, qualsiasi sventura costringa un uomo tra i 20 e i 40 anni a lasciare affetti e radici per trovare un lavoro sempre sottopagato, a condizioni infami, in orari assurdi, nel tentativo di dribblare un caldo insopportabile. Un caldo che uccide se devi costruire stadi e asfaltare strade. Ma adesso è autunno, la sera si porta la felpa e qui, ora, sarebbe crudele chiedere a queste persone solo quante ore faticano e con quanti altri uomini dividono una stanza. Mai meno di cinque, a giudicare dalla micro statistica raccolta durante Portogallo-Ghana. No, questi signori non vogliono dire quanto male vivono e perché, sono ragioni private, calcoli personalissimi. Adorano invece spiegare per chi tifano e che cosa guardano e perché il Mondiale si porta dietro ore insperate. Almeno per un mese si crea una comunità.
    Sono già senza faccia per i datori di lavoro (indifferenti alle norme vagamente sindacali introdotte nel 2019) e sono senza differenza per i numeri che cercano di fotografarli in scatti sempre più mossi. Al Cricket Stadium ci vanno per riconoscersi.
    Li sputa fuori il T610, bus che raccoglie operai, sorveglianti, camerieri, netturbini e li accompagna fino a un bagliore nel deserto. Fermata nel nulla: a un chilometro qualsiasi di una superstrada che ai lati si fa sabbia. L'autista, Karim, qui da 7 anni, indiano, la indica come se fosse il più ovvio dei marciapiedi: «È qui ma'am». Ci si deve credere solo perché scendono tutti e tagliano le quattro corsie in obliquo verso market plaza che poi è altro niente con dei tavoloni da picnic puntellati a terra. Dietro c'è il Mondiale e la corsa per arrivarci.
    I posti nel prato si esauriscono in fretta e quello è la curva, il cuore. Lekh, nepalese, arrivato solo due mesi fa, dopo quattro stagioni da inserviente a Dubai, sa dividere i cantoni per gruppi e non si tratta affatto di etnia «dove si balla, bisogna stare dove si balla». Non è subito chiaro perché durante una partita di calcio bisognerebbe ballare, ma tanto non c'è nulla che segua l'ordine costituito in questo campo sospeso tra Medio ed Estremo Oriente. Bisogna fidarsi.
    Esultano più sui replay che nelle azioni dal vivo, si alzano a fotografare ogni primo piano di Ronaldo sul maxi schermo: catturare la sua immagine riflessa basta a testimoniare la presenza alla sfida, l'unicità del momento. Quando segna è la festa globale e nessuno pensa di essere parcheggiato a più di un'ora nel posto in cui si gioca davvero. Un luogo inaccessibile a chiunque sia seduto qui. Comprare un biglietto è impossibile, può costare anche un mese di stipendio perché il salario minimo (per chi lo rispetta) sta sui 260 euro al mese. Guadagna di più chi è riuscito a comprarsi una macchina e fa il tassista solo che loro adesso sono in giro, è il momento di raccogliere clienti, per cui Asian Town resta a chi occupa il posto più basso della scala sociale.
    La partita sul video gigante, con le luci della sagra patronale, non regala briciole di vita da piani alti, offre condivisione. Basta guardarsi intorno: non ci sono donne, non ci sono bambini o ragazzi solo uomini singoli che imparano a trovare amici invece che persone con cui condividere un appartamento spoglio. Non investono un euro nel posto dove si accampano, hanno famiglie a carico e sono monoreddito. I soldi escono da qui e valgono un ritorno a casa lungo due mesi, poi si rientra alla monotonia di un mestiere privo di ambizioni che finisce tra file di gente seduta in strada. Parole poche, posti da frequentare meno tranne in questo mese dove esiste un punto di ritrovo e un motivo per andarci.
    Scelgono sempre la squadra con i giocatori più noti e non ci sono discussioni sulla Var: il rigore di Portogallo-Ghana è un dogma e sono già tutti con il telefono alto per catturare l'istante in cui CR7 segnerà sotto il loro stesso cielo.
    Senza il lavoro che hanno fatto questo Mondiale non ci sarebbe, lo sanno e sono ben consapevoli che finita la baraonda resterà il cricket delle serate particolari. E basta. Non si accontentano, non raccolgono scarti, non approvano, non ammettono giudizi, vogliono solo prendersi l'emozione delle serate buone.
    Arrivano, tolgono i sandali e ci si siedono sopra per isolarsi dall'umidità dell'erba. Cinque minuti prima dell'intervallo sono tutti in piedi: la musica parte prima che BeIn Sport stacchi il collegamento e chi si è messo negli angoli più vivaci si scatena. Si balla. E nient'altro conta. Non qui, non adesso, non davanti a Ronaldo.
  5. IL REGALO DI SPERANZA : C'è una data che può fare la differenza per migliaia di pazienti, per i rispettivi medici, e per la pressione sul sistema sanitario, alle prese con la necessità di recuperare le prestazioni arretrate a seguito del Covid: le famose liste di attesa, insomma.
    Il 5 dicembre Aifa, Agenzia Italiana del farmaco, si pronuncerà sulla richiesta delle Regioni, Piemonte compreso, a proposito di un tema più che spinoso: la rivalutazione del piano terapeutico di un noto prodotto farmaceutico - si chiama ranolazina ed è utilizzato nel trattamento dei dolori cronici al petto (angina pectoris) - che impone di riconvocare brevi tempore un esercito di pazienti entro tre mesi. Anzi, meno, considerato che la determina di Aifa è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 24 ottobre, quindi risulta in vigore da quella data. Di quante persone parliamo? Oltre 10 mila, solo in Piemonte.
    In sintesi, l'Agenzia ha rinegoziato le condizioni di rimborsabilità per il medicinale, a carico del servizio sanitario, e la Commissione Tecnico Scientifica ne ha modificato le condizioni di prescrivibilità. Ai fini della appropriatezza prescrittiva, cioè per evitare abusi, è stato introdotto un piano terapeutico che i medici devono compilare, nelle strutture pubbliche come in quelle private, valutando chi lo assume per la prima volta e rivalutando chi ne fa uso da anni.
    Al di là del merito della decisione, il problema sono i numeri, e i tempi. Da qui la richiesta delle Regioni all'Agenzia: una exit strategy per evitare un ingorgo di proporzioni inimmaginabili. Con una differenza. Mentre alcune stanno ferme in attesa del parere dell'Agenzia, è il caso del Piemonte, altre si sono mosse in autonomia. Emblematica l'iniziativa della vicina Lombardia. Fa fede la comunicazione inviata pochi giorni fa dalla Direzione generale Welfare farmaceutica e Dispositivi medici ad una pluralità di soggetti (aziende sanitarie, case di cura, medici, farmacisti): «Per i pazienti che iniziano la terapia con ranolazina, il piano terapeutico dovrà essere redatto già dal giorno successivo alla pubblicazione della determinazione Aifa in Gazzetta Ufficiale, mentre per garantire la continuità terapeutica dei pazienti già in trattamento, la redazione del piano terapeutico da parte dello specialista potrà avvenire alla prima visita utile».
    In sostanza: la rivalutazione dei pazienti che già fanno uso del farmaco, la maggior parte, non è vincolata alla scadenza dei tre mesi ma avverrà , per l'appunto, solo in occasione della prima visita utile. Una differenza sostanziale: per i pazienti come per i cardiologi, gli internisti, i geriatri e i medici di famiglia, a vario titolo allarmati. Sia come sia, fra pochi giorni ne sapremo di più. Una cosa è certa: con i tempi attuali, rispettare la scadenza temporale sarà una missione praticamente impossibile.
  6. SIAMO ALLO SFASCIO : Non si trovano gli inverter, i dispositivi che garantiscono la trasformazione dell'energia accumulata con i pannelli fotovoltaici in corrente comune e diverse aziende del carmagnolese restano al palo nonostante migliaia di euro di investimento per creare l'impianto sui tetti. Una di queste è la Chiesa Viaggi, nota azienda di trasporti locale. Silvana Chiesa, la titolare, è furibonda: «Abbiamo speso migliaia di euro per essere pronti con l'impianto in autunno e siamo fermi perché non si trova l'inverter. Dobbiamo usare l'energia comune: spendendo e inquinando di più. Mi dica lei se è normale. Sono mesi che sollecitiamo le ditte apposite: niente da fare».
    I dispositivi in questione, legati alla tipologia di impianto, li fabbricano in Israele: «Stiamo facendo di tutto per reperirli, ma non c'è verso – aggiunge Chiesa -, sto telefonando ogni giorno e ieri mi hanno detto che ce n'erano disponibili in Olanda. Siccome noi facciamo dei servizi fino lì, ho pensato che potevamo allacciare un discorso per portarne in Italia qualcuno. Invece mi hanno detto di no, che non possono essere ceduti così, su due piedi. In sostanza, non li danno». Anche perché è quasi certo che la situazione vissuta dalle aziende del territorio sia la stessa di chissà quante altre in Italia e non solo. Insomma il tema della carenza di tecnologia, di materie prime per crearla, fa sentire i suoi effetti ancora una volta. E alla rabbia si aggiunge anche l'amarezza per aver cercato di ammodernare i propri capannoni, spendendo soldi, ma al momento senza trarne alcun vantaggio: «Abbiamo delle giornate bellissime per essere novembre e anziché sfruttare il nostro tesoro, il sole, per risparmiare e non inquinare, dobbiamo andare avanti come se l'investimento per il fotovoltaico non fosse stato fatto – conclude la titolare della ditta di trasporti -, e come me ci sono almeno un'altra decina di imprenditori nel circondario che sono nella stessa situazione»

 

 

25.11.22
  1. I CINESI HANNO UTILIZZATO I MODELLI CONTE-DRAGHI DEL LOCKDOW E GREEN PASS PER CONTROLLARE MEGLIO LA POPOLAZIONE.
  2. LA STORIA DELL'AFRICA ESPORTATA IN ITALIA:  Non solo non pagavano i braccianti impegnati nelle campagne dell'agro pontino, ma non versavano neppure i loro contributi né pagavano le tasse per l'impresa. Accumulando così 1 milione e mezzo di debiti a cui se ne aggiunge un altro milione nei confronti di banche e fornitori.
    Nuovi guai per la cooperativa Karibu dei familiari del deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Aboubakar Soumahoro. La coop gestita da sua suocera Marie Therese Mukamitsindo, sua moglie Liliane Murekatete e suo cognato Michel Rukundo, ha maturato, al 31 dicembre 2021, un passivo di 2 milioni e 425 mila euro. «È veramente grave che una società che riceve appalti da enti pubblici abbia un'esposizione così elevata», tuona Gianfranco Cartisano, sindacalista della Uiltucs che per primo ha denunciato il caso dei lavoratori non retribuiti dai parenti di Soumahoro.
    La procura di Latina ha avviato due inchieste, una prima in collaborazione con la Guardia di finanza che vede indagata per malversazione la suocera del parlamentare, e una seconda che si avvale delle indagini dei carabinieri di Latina appena avviata per distruzione e occultamento di documenti contabili.
    Ma a questi due filoni d'inchiesta potrebbe a breve aggiungersene un terzo per maltrattamento di minori, a seguito delle segnalazioni che alcuni ragazzini hanno presentato al sindacato Uiltucs di Latina: «Non ci davano da mangiare e abitavamo in case senza acqua e senza luce». L'altro ieri, infatti, queste denunce sono state raccolte anche dagli ispettori del Ministero per lo sviluppo economico che hanno effettuato un sopralluogo a Latina. È quindi verosimile che anche la Procura accenda i fari su questo aspetto e indagare su quanto accaduto nelle case per i minori.
    Il fatto, insomma, è che come la si giri e la si rigiri, questa storia fa acqua da tutte le parti. A partire dalla moglie del deputato paladino dei braccianti che sfoggia sui social media abiti e accessori super griffati e costosi e poi non paga i dipendenti. Fino a un altro cognato di Soumahoro, Richard Mutangana, altro fratello della moglie, che si presentava come direttore dei progetti della Karibu e che riceveva in Ruanda (dove ha altre attività ) bonifici al vaglio della Guardia di finanza di Latina. E poi c'è, appunto, la questione delle tasse non pagate.
    Scorrendo le varie voci del bilancio si scopre, peraltro, che la Karibu per il 2021 aveva ricevuto contributi a fondo perduto Covid per 227 mila euro. Come ha usato questi soldi? Perché non li ha spesi per pagare i dipendenti ?
    Tra trattenute sulle buste paga dei dipendenti, contributi Inps e tasse per l'impresa non è stato versato 1 milione e mezzo di euro. «È scandaloso che oltre a non saldare il conto con i braccianti non abbiano pagato neppure il fisco» incalza Gianfranco Cartisano. Il quale aggiunge: «Tutto è partito da noi della Uiltucs e dai lavoratori. Non è possibile che oggi diventi una battaglia di tutti: dov'erano prima gli enti, e la politica in generale? Oggi rimane per noi l'unico obiettivo di ripristinare la dignità di questi lavoratori e pagarli nell'immediatezza. Il prefetto deve, in questa vicenda sociale, attivare un tavolo specifico con tutti gli enti responsabili degli appalti. Non possiamo più attendere i passaggi burocratici di palazzo: stipendi subito». Per questo, ribadisce il segretario della Uiltucs di Latina, «stiamo predisponendo una lettera per chiedere un incontro urgente al prefetto di Latina, perché convochi d'urgenza tutte le parti e i soggetti interessati, come per esempio la Regione Lazio e i Comuni che assegnavano i progetti, perché si raggiunga un accordo. Questa vertenza, e il disagio di questi lavoratori per noi non hanno colore politico».
    Non si fermano, intanto, anche gli accertamenti dell'Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) sulle cooperative Karibu e consorzio Aid. Gli atti sono in via di conclusione, e sono stati avviati in base alle denunce di alcuni lavoratori. «Proprio martedì - precisa Cartisano - abbiamo ottenuto la rateizzazione per una lavoratrice Karibu che era creditrice di 8 mila euro di stipendi. Per altri tre lavoratori ci siamo riaggiornati al 29 novembre. Ciò che vogliamo è che sia applicata per i lavoratori non pagati la procedura di intervento sostitutivo di pagamento delle retribuzioni già applicato per quattro dipendenti della Aid».
  3. ARROGANZA ITALIANA: L'imbarazzo è difficile da nascondere. «Non posso credere che abbiamo preso un abbaglio, che lui sia solo un grande bluff», sussurra un parlamentare dell'Alleanza Verdi e Sinistra, sintetizzando lo stato d'animo sia dalle parti di Nicola Fratoianni che da quelle di Angelo Bonelli. «Lui» è, ovviamente, il collega deputato Aboubakar Soumahoro: il paladino degli ultimi, il sindacalista simbolo dei braccianti e dei lavoratori sfruttati, arrivato a Montecitorio con gli stivali sporchi di fango. E ora travolto dai sospetti e dalle polemiche. A destra, con Matteo Salvini che su Twitter ironizza: «E questi sarebbero i buoni...». Ma anche a sinistra, dove si fatica trattenere il disappunto di fronte agli sviluppi della storia. Le denunce dei lavoratori, non regolarizzati e non pagati dalle cooperative di Latina gestite da sua suocera e sua moglie, alle prese anche con pesanti debiti con il fisco. Le accuse per la raccolta fondi da migliaia di euro fatta un anno fa, per donare giocattoli ai bambini di un ghetto di migranti in provincia di Foggia, dove in realtà di bambini ce ne sono pochissimi. E chissà cos'altro. Perché questo è il punto: «Se ha taciuto su questi problemi vecchi di mesi, se non di anni, cos'altro può venire fuori?». La domanda resta sospesa in attesa dell'incontro chiarificatore tra Soumahoro e la coppia Fratoianni-Bonelli. «Non ci sarà nessuna sospensione di Aboubakar, siamo un'alleanza che fa del garantismo un principio importante – anticipa il co-portavoce di Europa Verde – La politica fa la politica, la magistratura farà il suo corso. Certo c'è una questione politica e lui deve delle spiegazioni, non solo a noi, ma anche a chi ci ha votato». Sulla stessa linea Fratoianni, convinto che «sul terreno giudiziario lavora la magistratura, non interviene il dibattito politico – spiega il leader di Sinistra italiana – C'è poi la dimensione della politica, che riguarda le questioni del diritto del lavoro. E su questo credo sia giusto avere un confronto diretto». Un primo round c'è stato ieri sera, evidentemente non risolutivo, visto che oggi si vedranno di nuovo. C'è un tema di credibilità politica compromessa, quella di Soumahoro, e un tema di fiducia tradita, quella di Fratoianni e Bonelli, che pare non fossero a conoscenza dei guai "familiari" del sindacalista.
    Anche se, almeno nel caso di Fratoianni, un campanello d'allarme poteva accendersi. «Lo avevo avvisato», dichiara don Andrea Pupilla, responsabile della Caritas di San Severo, da anni impegnato a "Torretta Antonacci", uno dei ghetti di migranti nella provincia di Foggia, dove Soumahoro ha concentrato la sua attività sindacale. Un'attività «solo virtuale e tesa ad accendere fuochi, ma non l'abbiamo denunciata ora – spiega il sacerdote –. Quando è stato candidato, ho scritto personalmente a Fratoianni in privato, dicendogli che stavano facendo un autogol, ma non mi ha risposto».
  4. VIOLENZA VERBALE SOGGETTIVA: Roberto Saviano rinuncia alla parola. Ha annullato tre incontri , due a Reggio Emilia e uno a Roma, spiegando in una lunga lettera i motivi della sua decisione. Una forma di protesta, quasi un autoimbavagliamento dello scrittore dopo l'apertura del processo per diffamazione per aver esclamato «Bastardi, come avete potuto» riferendosi a Giorgia Meloni e Matteo Salvini durante una puntata di Piazzapulita del 2020. Una scelta quasi necessaria dopo aver sottolineato due giorni fa le parole usate da The Guardian, che in un editoriale definiva «bullismo» l'abuso della legge italiana sulla diffamazione «per intimidire, silenziare il dissenso».
    «Resisti», gli chiede il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi. Non bisogna sottovalutare il suo monito, è il messaggio che arriva dal presidente dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini. Roberto Saviano per ora preferisce che sia il silenzio a parlare per lui. «Scrivo questa lettera con molta fatica e gran dispiacere», inizia così il testo della lettera inviata alla Fondazione "I Teatri" di Reggio Emilia, per spiegare il motivo del rinvio della sua partecipazione agli incontri del 27 novembre nell'ambito di "Finalmente Domenica", e il 28 con gli studenti delle scuole, per presentare il suo libro su Falcone. «Per me questa è una fase difficile, portato a processo da tre ministri di questo governo: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano». In particolare, il ministro della Cultura «mi ha poi minacciato nuovamente, di altro processo, per le critiche rivolte recentemente a lui; Salvini invece si è costituito, a sostegno di Giorgia Meloni, parte civile nel processo a mio carico. Ben cinque le azioni giudiziarie pendenti da parte di ministri di questo governo. Chiunque, al mio posto, ne sarebbe paralizzato». L'attacco - aggiunge Saviano - è organizzato, congiunto. «I giornali di estrema destra, in alcuni casi pagati direttamente da esponenti della maggioranza parlamentare, stanno facendo uno squadrismo quotidiano» e - denuncia lo scrittore - «chi dovrebbe difendere spazi di libertà e democrazia è impegnato a nascondere le macerie di un percorso politico, culturale e intellettuale che non ha saputo creare ponti, ma solo disgregazione».
    Da un lato «c'è un comportamento feroce, di diffamazione, di isolamento, dall'altro prudenza, distinguo, precisazioni, paura, silenzio per convenienza. Questo genera solitudine. Per fortuna so che non sono solo: sento la solidarietà di chi mi legge, di chi sostiene le idee che esprimo e di alcuni dei miei colleghi, i più coraggiosi (pochi, tra gli scrittori, lo sono). La sento e ne sono preoccupato, perché temo seriamente che chi mi è vicino sia oggetto di vendette trasversali. Non voglio certo votarmi alla solitudine, ma sento di dover proteggere chi non ha scelto il mio percorso, ma desidera starmi accanto».
    Sono in tanti a rassicurare Saviano, non è solo. Oltre a esprimere la solidarietà di tutta la comunità emiliano -romagnola, Stefano Bonaccini avverte che il gesto di Saviano «è un monito che non può essere sottovalutato». E invita lo scrittore ad andare avanti comunque. «Abbiamo bisogno della sua voce e della sua testimonianza, per un impegno che deve essere anche di tutti noi».
    Solidarietà e vicinanza anche dal sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi. Al Teatro Valli della città, Saviano era atteso per presentare il suo libro su Giovanni Falcone agli studenti. «Caro Roberto, non sei solo», assicura il sindaco. «La città che ti ha conferito la cittadinanza onoraria è al fianco di chi si impegna in prima persona contro la criminalità organizzata, per la legalità e la sicurezza. Qui stiamo e qui ci troverai, sempre». La speranza del sindaco e di tutta la comunità è che lo scrittore presto cambi idea. La stessa speranza è stata espressa da Paolo Cantù, direttore della Fondazione "I Teatri" di Reggio Emilia «Lo avevamo invitato a parlare e discutere di quella memoria che, nel caso di Giovanni Falcone, vorremmo senza indugio condivisa e pubblica. Ci dispiace che l'attualità politica abbia preso il sopravvento e stiamo già cercando una data alternativa, il prima possibile, per riuscire ad avere Roberto Saviano con noi, per continuare ad esercitare fino in fondo la nostra funzione di spazio e presidio pubblico di pensiero e dialogo». Annullato anche l'incontro a dicembre a Roma al Festival Più libri, più liberi con Michela Murgia e Chiara Valerio dal titolo «Cremini e altre cose nere. Un viaggio nei registri simbolici nei quali siamo cresciuti».

 

 

 

24.11.22
  1. Stupro di Stato
    Arrestate, picchiate e poi stuprate. I miliziani degli ayatollah scelgono le ragazze più carine e le portano in stanzette per interrogatori "privati". A conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, che le donne hanno svolto un ruolo centrale nella rivolta iraniana, iniziano ad arrivare le conferme degli stupri contro le attiviste e le ragazze scese in piazza per protestare contro le leggi del regime teocratico. Tutto è nato dalla ciocca di capelli di Mahsa Amini, la ragazza di 22 anni picchiata a morte dalla polizia morale, sguinzagliata per far rispettare il velo obbligatorio. I capelli sono il simbolo della liberà di queste ragazze, che vogliono vivere come noi, che vogliono essere padrone del proprio corpo. E proprio sul corpo delle donne ancora una volta si accanisce la violenza, la volontà di controllo. È una storia antica e qui si ripete con la brutalità del regime che stringe il cappio contro le manifestazioni: incursioni notturne nelle case, rastrellamenti di studenti, coprifuoco nei villaggi. Ma la violenza dei moralizzatori, di questi barbuti che vogliono coprire il corpo delle ragazze, tocca il fondo della moralità e si accanisce contro il corpo delle ragazze e anche dei ragazzi, per la verità.
    In un bellissimo e terribile reportage dal confine tra Iraq e Iran, la Cnn ha raccolto testimonianze oculari sconvolgenti. Ci sono le parole di una ventenne curdo iraniana, Hana per proteggere la sua vera identità, che racconta di aver assistito e subito violenze sessuali durante la detenzione. Lei è riuscita a scappare attraverso le montagne, aggregandosi a un gruppo di contrabbandieri, in un viaggio estremamente pericoloso perché la zona di confine è pattugliata dai militari che sparano a vista. Prima di essere arrestata, sua madre aveva ricevuto una telefonata di un vicino di casa, funzionario di alto di una prigione, che le diceva di non far uscire le figli di casa «per nessun motivo». Lei invece è scesa in strada, si è unita alle proteste, ha ballato e sventolato in aria il velo prima di bruciarlo. Un video di sorveglianza l'ha incastrata. Arrestata e portata in un centro di detenzione presso la stazione di polizia. «C'erano circa 30-40 donne e il resto sono ragazzi - racconta -. C'erano ragazzi di 13 e 14 anni che sono stati catturati durante le manifestazioni. Sono stati brutalmente feriti. Alle ragazze hanno fatto ancora più male. Le hanno violate sessualmente».
    C'è il racconto di quanto è successo a Armita Abbasi, altra ventenne, capelli corti decolorati, un piercing al sopracciglio. Postava filmati su Tik Tok mentre gioca con i suoi gatti sul divano di casa. Sembrava una ragazza come tante della Gen Z. Postava le critiche contro il regime senza nascondersi dietro l'anonimato. Sono andati a prenderla a casa, il governo ha detto che era la leader delle rivolte e che nascondeva 10 bombe molotov nell'appartamento. È stata rasata a zero (ancora i capelli, per umiliare, come nei campi di sterminio) stuprata e poi hanno dovuto portarla in ospedale per un'emorragia anale. E qui la Cnn è riuscita a raccogliere le conversazioni dei medici nei messaggi privati di Instagram. Sconvolgenti. Eccoli: «Quando è arrivata la prima volta, (gli agenti) hanno detto che aveva un'emorragia dal retto... a causa di ripetuti stupri. Gli uomini in borghese hanno insistito affinché il medico scrivesse che si trattava di uno stupro prima dell'arresto» ha scritto uno dei medici: «Dopo che la verità è diventata evidente a tutti, hanno cambiato l'intera sceneggiatura». Volevano che nella cartella clinica venisse scritto che il ricovero era per problemi gastrici: «Era una mia paziente. Sono andato al suo capezzale. Le avevano rasato i capelli e la testa era fasciata. Era spaventata e tremava». «Per farla breve, hanno fatto un casino. Hanno fatto un casino e non sanno come rimetterlo insieme». «Non è mia intenzione diffondere paura e orrore. Ma questa è la verità. Sta accadendo un crimine e non posso rimanere in silenzio». Quando la Cnn ha chiamato l'ospedale, un membro del personale ha detto di non avere alcuna traccia della donna. L'hanno portata via da un'entrata posteriore, poco prima che la sua famiglia arrivasse per vederla. «Il mio cuore che l'ha vista e non ha potuto liberarla mi sta facendo impazzire», ha scritto un medico.
    Sono messaggi in bottiglie, frasi, spezzoni, che rendono bene l'idea di cosa stia accadendo. Le ragazze, quelle che sopravvivono, hanno paura a denunciare. I militari filmano gli stupri per ricattarle e farle stare zitte. Mancano all'appello 240 persone, ma secondo le organizzazioni umanitarie come Armita Abbasi sono sparite quasi un migliaio di ragazze e ragazzi. Quello che stiamo raccontando è solo la punta di un iceberg profondo di terrore e dolore. Difficile anche da raccontare, perché l'Iran non permette l'ingresso ai giornalisti e oscura Internet.
  2. Insorge il Kurdistan, e il regime ha paura
    Lo spettro siriano si aggira per l'Iran e il regime degli ayatollah reagisce con la massima brutalità. Un video verificato dalla Bbc in persiano documenta come le Guardie rivoluzionarie abbiano usato addirittura le mitragliatrici contro un corteo di protesta nella città curda di Javanroud. Le immagini mostrano poi persone coperte di sangue, a terra. Una strage, almeno sette morti. In tutto il Kurdistan iraniano le vittime nel fine settimana sarebbero invece trenta. Un bilancio da guerriglia, più che da manifestazioni di massa. I sostenitori del governo pubblicano a loro volta video con presunti rivoltosi curdi che incendiano le case dei Pasdaran nella zona di Mahabad, il capoluogo regionale. È questo scenario che inquieta il presidente Ibrahim Raisi e i suoi consiglieri, molto più che la protesta delle donne. L'insurrezione dei curdi, circa il dieci per cento della popolazione, concentrati nel Nord-Ovest montuoso del Paese.
    Una rivolta su base etniche che potrebbe poi coinvolgere altre minoranze. Gli arabi nel Sud, i baluci nell'Est. La balcanizzazione strisciante della Repubblica islamica. Fin dall'inizio delle proteste per l'uccisione di Mahsa Amini, anche lei di etnia curda, il regime ha usato due registri. Quello militare nel Kurdistan, e quello affidato più alle forze di polizia, e almeno all'inizio più morbido, a Teheran e nelle altre grandi città persiane. E anche ieri la repressione militare contro i curdi si è estesa oltre il confine, in Iraq, con raid sulle base del Pak, il Partito curdo della libertà, separatisti curdo-iraniani. Mentre il presidente turco Erdogan bombarda Kobane e minaccia l'invasione, Raisi fa altrettanto. Nel 1946 Mahabad è stata la capitale dell'unico Stato curdo indipendente, anche se soltanto per un anno e di fatto sotto il controllo dell'Urss. A Teheran temono una replica, questa volta sotto l'egida degli Stati Uniti. E sono pronti a tutto per stroncare la rivolta curda.

 

 

23.11.22
  1. DETERMINANTI I SERVIZI SEGRETI:   Matteo Renzi dice che è una «vendetta» contro di lui, perché nel gennaio scorso si oppose alla candidatura di Elisabetta Belloni, la direttrice dei servizi segreti. È seccatissimo, l'ex premier, perché Belloni nel maggio 2021 ha rifiutato di dire alcunché sul famoso incontro dell'autogrill tra lo 007 Marco Mancini e Renzi stesso. Belloni ha opposto il segreto di Stato alle domande dei magistrati che cercavano di capirne di più. E Mario Draghi ha confermato il segreto.
    «Ma che c'entra un segreto di Stato?», s'interroga Renzi, che collega le azioni di Belloni allo stop alle sue ambizioni quirinalizie. «La cosa mi colpisce. Così non si saprà niente per i prossimi 15 anni. ..».
    Epperò, a difesa di Belloni ora si schiera palazzo Chigi. A parte che è notoria la vicinanza con Giorgia Meloni, che spinse per lei alla presidenza della Repubblica, il sottosegretario Alfredo Mantovano «conferma piena fiducia al direttore del Dis, ambasciatrice Elisabetta Belloni, a fronte delle dichiarazioni rese dal senatore Matteo Renzi».
    Mantovano rimarca che il segreto di Stato è stato ufficializzato da Draghi e che il tutto è avvenuto «nel corso di indagini dell'autorità giudiziaria, in relazione alla sola esigenza di tutelare la funzionalità dei Servizi, e per scongiurare il rischio di violarne la necessaria riservatezza». Il segreto di Stato era stato peraltro comunicato al Copasir.
    Certo è che il colloquio incriminato avvenne nel dicembre 2020, quando si era all'apice dello scontro tra Renzi e Giuseppe Conte; e l'agente Mancini era in procinto di diventare il vice di Gennaro Vecchione, fedelissimo di Conte. Fu rivelato dalla trasmissione Report il 3 maggio 2021. Tutto avveniva quando Belloni ancora non era entrata in scena, e tantomeno era prevedibile la candidatura per il Quirinale. —
  2. BONUS BERLUSCONI INOPPORTUNO : Stanziati 100 milioni di euro per il bonus tv e decoder. Per l'acquisto del televisore bisogna rottamare un apparecchio vecchio e ottenere così un contributo del 20% della spesa, pari a massimo 100 euro. Per il decoder non c'è la rottamazione e l'aiuto è di 30 euro.
    Il bonus "decoder a casa" consiste nella consegna direttamente a casa di un decoder compatibile con la nuova tecnologia e può essere richiesto dai cittadini di età pari o superiore ai settant'anni, con un trattamento pensionistico non superiore a ventimila euro annui e che siano titolari di abbonamento alla Rai.
    Tra le misure inserite nella bozza spicca il rinnovo della "Nuova Sabatini", la legge a sostegno del sistema delle Pmi per l'acquisto o l'acquisizione in leasing di beni strumentali. È poi previsto un fondo ad hoc per promuovere e sostenere misure per la valorizzazione e la tutela del made in Italy.
  3. BONUS SALVINI ALLA MAFIA : Torna la società Stretto di Messina: era in liquidazione da 9 anni e, invece, adesso dovrà svolgere le sue funzioni. C'è, infatti, un dibattito aperto sull'aggiornamento del vecchio progetto o sulla necessità di bandire una nuova gara per il Ponte sullo Stretto di Messina.
    Il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Matteo Salvini, la vede così: «Sono assolutamente ateo e laico. A me interessa la realizzazione della nuova infrastruttura». Tecnicamente, sottolinea Salvini, «non sarà semplice, va rivisto il piano economico e finanziario, va aggiornato il progetto».
    L'intenzione è quella di posare la prima pietra del Ponte già nel 2023. L'ipotesi filtrata in queste ore è a costo zero: il governo può dirottare i 50 milioni di euro stanziati per lo studio di fattibilità su un nuovo progetto a tre campate all'aggiornamento del vecchio progetto a campata unica, quello già approvato nel 2011 dal governo Berlusconi.
  4. L'IRAN ASPETTA BIDEN : Immaginate di leggere una notizia come questa: Monica Bellucci arrestata per i post provocatori contro il governo pubblicati sui suoi canali social rischia una condanna a morte. Immaginate la reazione. Ora traslate la notizia e spostatela qualcosa come tremilacinquecento chilometri verso Est (la distanza tra Roma e Teheran) e cercate di avere la stessa reazione. Sussultate. Indignatevi. Gridate che la libertà è un valore da difendere anche a costo della vita. No, non ci riusciamo. Ma non è colpa nostra. A parte pochi attivisti (penso al partito radicale che ostinatamente cerca di mantenere viva l'attenzione sulla rivolta dei giovani iraniani con prove di manifestazioni e scioperi della fame) la maggioranza di noi tutti pensa all'Iran come a qualcosa di troppo distante e si accalora più per una maglietta idiota indossata in un programma tv.
    Ma in Iran si continua a morire, per difendere la libertà. E ogni famiglia, ogni madre e ogni padre, sa che la sera il figlio e la figlia potrebbero non rientrare a casa. Più di 500 morti e di questi 58 sarebbero minorenni o addirittura bambini. E ieri sì, hanno anche arrestato due attrici famose, Hengameh Ghaziani e Katayoun Riahi – che si sono mostrate senza il velo obbligatorio e hanno espresso solidarietà con le proteste che da oltre due mesi scuotono la Repubblica islamica, dal 16 settembre in cui è morta Mahsa Amini, la vittima numero zero, uccisa dalla polizia morale perché portava male il jihab.
    Hengameh Ghaziani e Katayoun Riahi, chi sono costoro? Sono volti noti del piccolo e grande schermo, vincitrici di premi e molto popolari. Ma non solo. Non nascono come modelle o influencer per poi tentare la carriera artistica, sono donne che hanno studiato, attive nei movimenti per la difesa dei diritti umani, impegnate in associazioni caritatevoli. Per questo fanno ancora più paura al regime. Le ho cercate su Google, perché per chiunque nel mondo occidentale, sono nomi sconosciuti.
    Hengameh Ghanziani, 52 anni, si è laureata in Geografia umana ed economica presso l'Università Islamica Azad di Mashhad e Shahre-Rey, e ha anche studiato Filosofia occidentale presso l'Università di San Francisco. Ha tradotto un saggio storico sullo status dei nativi americani e nel 2015 ha fondato un gruppo musicale dove canta lei stessa. Sabato ha postato un video su Instagram, dove prima si rivolge alla telecamera senza parlare, poi si gira e si lega i capelli in una coda di cavallo e fa sapere di essere stata convocata dalla magistratura: «Forse questo sarà il mio ultimo post, da questo momento in poi, qualsiasi cosa mi accada, sappiate che come sempre sono con il popolo iraniano fino all'ultimo respiro». È stata arrestata per incitamento e sostegno ai «disordini» e per aver comunicato con i media di opposizione, riferisce l'agenzia di stampa ufficiale Irna. La settimana scorsa, aveva accusato il regime di aver «assassinato» oltre 50 minori.
    Katayoun Riahi, 60 anni, è stata arrestata nell'ambito della stessa indagine: nota anche per le sue opere di beneficenza, apparsa in film pluripremiati e conosciuta a livello internazionale per la serie tv Prophet Joseph, a settembre aveva rilasciato un'intervista - a testa scoperta - all'Iran International Tv emittente invisa al regime con sede a Londra, durante la quale aveva espresso solidarietà alle proteste scaturite dalla morte di Mahsa Amini e si era opposta all'obbligo del jihab.
    Intanto sugli account social degli attivisti e delle associazioni umanitarie che riescono a diffondere i post in arrivo dall'Iran, dove Internet è bloccato, scorrono video e scene di orrore. Scontri a fuoco per le strade, maree di giovani in jeans e senza velo che cercando di scappare alle rappresaglie delle milizie del regime, corpi di ragazzi e ragazze riversi a terra in pozze di sangue, corpi avvolti nelle lenzuola bianche della morte, parenti e famiglie che piangono le vittime. Difficile capire il numero dei morti. Per il gruppo Iran Human Rights la repressione statale ha provocato almeno 378 morti, tra cui 47 bambini. Secondo Amnesty International almeno 21 persone sono state accusate di reati che potrebbero portare alla pena di morte mentre le autorità hanno già emesso condanne a morte per sei persone che protestavano in piazza.
    Ma come sempre, sono i bambini a colpire di più, anche il nostro distante immaginario. Secondo Hra sono 46 i ragazzi e 12 le ragazze sotto i 18 anni uccise dall'inizio delle proteste. Solo nell'ultima settimana le forze di sicurezza avrebbero ucciso 5 bambini.
    L'ultimo numero dell'Observer ha raccolto le testimonianze strazianti delle famiglie che raccontano la morte dei figli, uccisi dalle forze governative. Kian Pirfalak aveva 9 anni, è stato colpito mentre viaggiava nell'auto di famiglia accanto al padre. Kumar Daroftadeh voleva diventare un «grande uomo» ma è stato colpito a distanza ravvicinata a sangue freddo. Il video del padre che piange sulla tomba del bambino è diventato virale sui social. Mohammad Eghbal, 17 anni, è stato colpito alla schiena mentre si recava alla preghiera del venerdì, in quello che è diventato il «venerdì di sangue» (93 persone uccise in tutto l'Iran). Secondo Amnesty nello stesso giorno sono stati uccisi altri 10 bambini. Abolfazl Adinehzadeh, 17 anni, era sceso in piazza per amore delle sue tre sorelle. L'hanno sepolto con ancora 50 pallini di piombo in corpo. «Era un vero femminista che voleva pari diritti per uomini e donne», ha raccontato uno dei parenti all'Observer. I servizi di sicurezza iraniani negano ogni responsabilità, dando la colpa ai terroristi, con formule di rito che le famiglie delle vittime hanno imparato a conoscere. Le morti, secondo le autorità, hanno sempre cause esterne: malattie pregresse, attacchi di cuore, suicidi, terroristi, fantomatici «stranieri». Ma i giovani continuano a scendere in piazza e il loro messaggio è chiaro. Potete uccidere noi, ma non ucciderete il nostro messaggio. E più li uccidono, più il loro messaggio diventa virale e difficile da fermare.

 

22.11.22
  1. IL PIFFERO MAGICO DI ELON MUSK :   L'Italia guidata dal centrodestra si candida a diventare il Paese (e il governo) più vicino a Elon Musk in Europa. E questo molto al di là dei tentativi in corso, da parte di Matteo Salvini e del suo entourge, di stabilire un contatto con l'imprenditore sudafricano. Di sicuro, in modi diversi, le tre forze di governo stanno cercando di creare un asse e un rapporto con il nuovo capo di Twitter. Da tempo. E lui potrebbe avere qualche bisogno di loro.
    La storia comincia qualche tempo fa, e non ha a che fare col presunto trumpismo di Musk, ma con alcuni precisi eventi. Nelle settimane che precedono l'acquisto di Twitter da parte del boss di Tesla e Starlink, mentre Musk propone il suo rumoroso e assai discutibile «piano di pace» per Russia e Ucraina (che scatena un putiferio sul social e l'ostilità diffusa degli ucraini), è in corso in Italia un lavoro silenzioso per partecipare all'acquisizione. Unipol entra in contatto con Musk e alla fine prende parte, con l'1 per cento, alla compagine finanziaria dell'acquisto del social network americano. Fino a quel momento in Unipol non sono in tanti ad avere relazioni con manager o imprenditori della Silicon Valley, ma anche solo ad appassionarsi all'uso o alle vicende di quel social che ha nel logo i cinguettii e è stato in questi anni, letteralmente, croce e delizia di chiunque si occupasse di politica e editoria. Non di assicuratori e banche.
    E così, a cavallo tra fine ottobre e inizio novembre, quando il presidente di Unipol Carlo Cimbri riunisce in un paio di cene, anche a Milano, alcuni alti manager del gruppo per spiegare meglio (e festeggiare) l'operazione, i radar sono spenti anche dentro l'azienda, dove sono in pochissimi a conoscere la vicenda. Tutta la partita viene gestita da Cimbri e dal suo amministratore delegato, con estrema riservatezza che piace molto agli americani, e del resto viene imposta dallo studio legale blindatissimo di Musk. Solo dopo la cosa diventa pubblica. Cimbri il venerdì 28 ottobre viene intervistato al Tg1. Nell'auto che lo porta negli studi televisivi Rai vengono avvistate con lui due persone: Fernando Vacarini, direttore delle relazioni istituzionali Unipol, e Andrea Stroppa, informatico e security researcher che da tempo ha un contatto diretto con Musk, il quale interagisce spesso online con lui su data analysis, numero di bot e fake accounts, sicurezza sul social.
    Le particolarità della vicenda sono tante anche per l'importanza tecnologica e editoriale di Twitter, e La Stampa è in grado di rivelare diversi dettagli inediti. Dei circa 40 investitori mondiali della cordata-Musk, Unipol è l'unico investitore finanziario europeo (un fondo svedese, inizialmente della partita, si è poi ritirato). Altri investitori non americani sono singoli individui, uno nel principato di Monaco, un altro in Svizzera. E qui entra in gioco l'Italia, e il ruolo che potrebbe avere nella partita. Ovviamente la politica e il governo non c'entrano nulla, direttamente, in questa operazione finanziaria e tecnologica, e del resto l'investimento di Unipol non è enorme (dal punto di vista degli americani), ma Musk sa che in Italia c'è l'unico governo che non gli è ostile – e Francia e Germania non hanno nessun azionista nella nuova compagine. Lo sa non perché lo immagina, ma perché glielo dicono o glielo fanno sapere. Di Salvini si sa: due giorni fa definisce Musk «genio innovatore» e si augura che «possa lavorare di più con l'Italia», anche per creare «un polo di attrazione di investimenti e capitali stranieri che diventi un punto di riferimento per l'innovazione. So – dice Salvini - che ha qualche problema sullo sbarco in Germania, noi spalanchiamo le porte». Il nuovo Twitter di Musk potrebbe avere problemi nell'Unione europea con il nuovo Digital Services Act, molto più restrittivo su dati e privacy per le big tech. Il commissario Thierry Breton ha già convocato Musk. La nuova presidente dell'Europarlamento ha chiesto anche lei di vederlo. Nell'Unione europea in tanti sono convinti che Twitter con Musk sarà (ancora più di quanto già non fosse) lasco su hate speech e sovranismi trumpiani. E quindi l'imprenditore sudafricano risponde a Salvini, sempre su Twitter: «Gentile da parte sua. Non vedo l'ora di un incontro». I sovranisti italiani proconsoli di Elon a Bruxelles?
    Mentre il vicepremier si profonde in zelo («Per te le porte del mio ministero sono sempre aperte», promette), Giorgia Meloni è assai più discreta. Ma sappiamo che anche da Palazzo Chigi è arrivato, sia pure nella distanza dall'operazione, apprezzamento a Unipol per l'asse con Musk. E da Forza Italia ci sono stati contatti per avvicinarsi all'imprenditore di Starlink, Tesla e Twitter, l'uomo che ha fatto sognare lo spazio e disperare la terra.
  2. LA SOLITA PERSECUZIONE DI ERDOGAN : È stata battezzata «Spada ad artiglio» l'offensiva militare lanciata ieri dal presidente turco Erdogan contro le milizie curde in Siria e in Iraq, considerate da Ankara una spina nel fianco, con un bilancio di almeno 31 morti fra le fila dei combattenti. Un'azione che segue di pochi giorni l'attentato nel centro di Istanbul, che ha provocato la morte di sei persone, e che Ankara attribuisce proprio al partito curdo del Pkk e alle milizie curde siriane affiliate delle Ypg, una formazione armata che negli scorsi anni è stata sostenuta dagli Stati Uniti e da altri Paesi occidentali in funzione anti-Isis. Ore dopo l'offensiva turca, dal territorio siriano sono stati lanciati dei razzi contro un posto di frontiera turco, ferendo almeno tre forze di sicurezza, ha riferito l'agenzia di stampa Anadolu.
    Il ministero della Difesa di Ankara ha precisato che l'azione militare è stata portata a termine con «successo» e condotta «in conformità con i diritti alla legittima difesa contenuti nell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite» con il fine di «eliminare gli attacchi terroristici» da queste regioni. I raid, condotti con 50 aerei e 20 droni, hanno preso di mira le basi del Pkk nelle regioni montuose settentrionali dell'Iraq di Kandil, Asos e Hakurk, nonché le basi delle Ypg nelle regioni di Ayn al-Arab (chiamata Kobane in curdo), Tal Rifaat, Jazira e Derik in Siria. Distrutti tutti e 89 gli obiettivi prefissati, tra rifugi, bunker, caverne, tunnel, depositi di munizioni, i cosiddetti quartier generali e i campi di addestramento appartenenti ai miliziani. I militari hanno poi precisato che molti «terroristi» sono stati neutralizzati, compresi i loro leader, mentre tutti gli aerei impiegati sono tornati «sani e salvi» alle loro basi.
  3. INUMANO: Un cavalcavia crollato ci costringe a scendere dall'automobile e fare un pezzo di strada a piedi. Tra la polvere dei fuoristrada che passano, vediamo dei militari legare la loro Lada a un'altra auto perché questa la rimorchi in salita. Mentre camminiamo di fianco alle macerie notiamo tra l'erba incolta un quadrato di terreno demarcato con del nastro bianco e rosso dove sono deposte le bombe, i missili e le mine ritrovate dalle forze speciali che stanno sminando l'area. Incontriamo la vice ministra ucraina degli Affari Esteri, afferma che finora almeno 100 persone sono state uccise o ferite dalle mine anti-uomo. Sono state ritrovate 2000 armi di vario genere abbandonate dai russi in fuga e 5000 ordigni inesplosi sono stati fatti brillare.
    Riferisce che all'interno della regione di Kherson sono stati sminati 200 km di territorio e anche la linea ferroviaria che collega Mykolaiv a Kherson, circa 50 km, è stata ripulita dalle mine. Ci vorranno, dice, tra i cinque e i sette anni per sminare tutta la nazione. Precisa, inoltre, che il loro lavoro si sta focalizzando principalmente sulle infrastrutture e sui centri abitati per assicurare quanto prima una normale ripresa della vita civile. Alla conta mancano tutte le zone boschive, i fiumi e, logicamente, tutti i luoghi ancora sotto l'occupazione russa.
    Raggiunto l'altro lato della strada interrotta, risaliamo sulla nostra automobile. Raggiungiamo un luogo nella periferia della città di Kherson, qui 17 Teroborona, forze di difesa territoriale, nei primi giorni dell'invasione russa hanno stoicamente opposto la prima resistenza al tentativo dei russi di arrivare in città, erano equipaggiati solamente di kalashnikov e amor di patria, tutti uccisi e schiacciati senza pietà dai mezzi blindati di Mosca. In un campo una croce con dei fiori e una targa in legno ricorda il loro sacrificio. Qui la polizia scientifica ucraina cerca le prove di possibili crimini di guerra. I loro corpi, abbandonati nel fango, sono stati in quel campo per due giorni prima che un prete coraggioso andasse a recuperarli tutti e gli desse una degna sepoltura. Li chiamano, a ragione, eroi, morti per la libertà.
    Abbandoniamo questo luogo sacro per gli abitanti di Kherson e ci dirigiamo in un centro di detenzione russo, dove, dicono, gli occupanti interrogavano, incarceravano e torturavano gli ucraini sospetti. Il luogo si trova all'interno di un centro abitato, in una zona popolare, vi è un grande portone sovrastato da filo spinato. Luogo prima anonimo, divenuto tristemente famoso per i residenti del quartiere che sentivano le urla disumane provenienti dall'interno a tutte le ore, raccontano, difficili da dimenticare. I motivi per cui si rischiava di essere detenuti in questo luogo, secondo gli abitanti della città, potevano essere di ogni genere e sempre futili: essere parenti di un soldato, indossare abiti tradizionali, avere un tatuaggio sospetto, essere al telefono al momento sbagliato e nel luogo sbagliato. Alcuni uscivano da lì dopo giorni di scosse elettriche e percosse, frastornati, altri sono scomparsi, forse deportati in Crimea.
    All'ingresso, buttata su una sedia, c'è una fotografia di Putin con il vetro distrutto, probabilmente il quadro era appeso in qualche stanza all'interno della struttura. I muri sono pieni di segni e scritte in russo, su uno si legge «Zelya, stiamo arrivando», riferendosi al presidente ucraino Zelensky. Visitiamo le stanze dove ci raccontano che i detenuti subivano torture con cavi elettrici, venivano picchiati e seviziati. Nelle celle che i militari ucraini ci mostrano c'è un gran caos, sporcizia, divise militari abbandonate, cavi per terra. Un uomo, Maksim di 45 anni, racconta di essere stato detenuto in questo luogo il 15 di marzo per due settimane e di aver subito torture con scosse elettriche, percosse e violenza psicologica. Anche lui ricorda le urla di sofferenza degli altri detenuti, soprattutto durante la notte. La sua unica colpa era quella di essere un ex soldato ucraino.
    In questi luoghi ci raccontano di torture e uccisioni che è impossibile non credere che siano avvenute, ma difficili da provare. La guerra abilita l'uomo a dare sfogo impune ai suoi istinti più brutali, porta alla disumanizzazione del nemico tanto da non provare più umanità nei suoi confronti. Né pietà, né empatia. Percorriamo i corridoi semibui, scendiamo al piano di sotto dove ci sono altre stanze, qui, ci dicono, si tenevano gli interrogatori e le torture. In una di queste troviamo su un tavolo fogli stampati in russo da compilare durante gli interrogatori, grandi «Z» coprono le pareti. Una camera ci colpisce particolarmente, è vuota, asettica, con una sedia al centro e null'altro. Una finestra rischiara la stanza con la luce che filtra attraverso le sbarre nascoste da una tenda. Un quadro appeso ad una parete spoglia annuncia minaccioso: «Mentire fa male alla salute».
  4. FOLLIE : Non bisognava essere particolarmente pessimisti per prevedere che anche la COP27 in Egitto si sarebbe conclusa con un fallimento, esattamente come la COP26 in Scozia. Bastava essere ottimisti bene informati per sapere che nessuno dei Paesi più ricchi, maggiori e più antichi inquinatori del clima, avrebbe fatto concessioni degne di questo nome ai Paesi in via di sviluppo o, meno che meno, a quelli più poveri, non rendendosi nemmeno conto (o nascondendosi) del paradosso più stridente che sta dietro l'attuale cambiamento climatico. Chi ha inquinato per secoli come se non ci fosse un domani, chi ha depredato i Paesi che oggi soffrono di più le conseguenze del clima che diventa estremo, chi ha distrutto di fatto le case di quelle genti, proprio quei responsabili lì, cioè noi, chiedono alle vittime di rinunciare alle loro possibilità di crescita perché hanno già preso tutto quanto loro. Cioè sempre noi.
    Poi, però, quando quelle popolazioni migrano in massa perché la casa dove vorrebbero rimanere non esiste più, soffocata dalla sabbia o annegata dal mare, le ricacciamo indietro infastiditi che qualcuno voglia almeno le briciole del banchetto allestito sulle loro stesse disgrazie. Si dice che indiani e cinesi inquinano più di noi, ed è vero, ovviamente, visto il loro numero enorme, ma ciascun indiano emette 2 tonnellate di CO2, mentre ciascuno statunitense 16 e ciascun arabo saudita anche di più. Un africano, invece, sempre meno di ½ tonnellata. Chi dovrebbe cambiare il proprio stile di vita, chi non ha quasi niente o chi spreca quasi tutto? E con che faccia chiediamo sacrifici agli altri senza almeno redistribuire una parte della ricchezza immagazzinata in secoli di atti predatori sull'ambiente e sugli altri uomini? Le compensazioni, che sarebbero una minima base di accordo, qualcuno le ha almeno ipotizzate?
    Fatta questa premessa si prova a farci stare bene anche quei piccoli passetti in avanti, per esempio le trattative Usa-Cina o la volontà, sempre sulla carta, di porre riparo ai danni ambientali che il cambiamento climatico sta infliggendo soprattutto ai Paesi poveri, magari stipulando mega polizze che non si sa quale compagnia potrebbe mai assicurare o ri-assicurare. Ma è davvero raschiare il fondo della pentola, perché da COP27 non è uscito nulla di buono, se non la consapevolezza che sarebbe meglio non tenere più alcuna conferenza delle parti, talmente inutili e perfino dannose, perché illusorie, sono. Qualcuno fa notare che almeno stiamo mantenendo l'incremento di temperatura entro 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali, ma mente sapendo di mentire per malafede o per ignoranza. Già ora sappiamo benissimo che quel limite è di fatto superato a causa del production gap che chiunque può constatare leggendo gli investimenti degli Stati e delle major petrolifere nel prossimo futuro: centinaia di milioni di dollari messi non in una giusta e doverosa riconversione ecologica, ma in altre prospezioni e trivellazioni, cioè in un futuro denso e nero da regalare a questo pianeta una volta azzurro. Se volessimo davvero stare entro 1,5°C si dovrebbero lasciare sottoterra i ¾ del carbone, e la metà di petrolio e gas, cosa che farebbe sembrare una richiesta dell'età della pietra quella di continuare a trivellare (figuriamoci poi nel nostro Paese). Ma è evidente a tutti che non è così perché le corporation di petrolio, gas e carbone sono i veri predatori del futuro nostro e dei nostri figli. E, ancora un paradosso, noi continuiamo a foraggiarli con denari pubblici in tutto il mondo: decine di miliardi di dollari, mentre alle energie pulite restano solo le briciole.
    Se volessimo davvero rendere queste conferenze qualcosa meno di stucchevoli passerelle ipocrite dovremmo far cessare immediatamente ogni forma di sovvenzionamento pubblico al carobone al gas e al petrolio e poi dovremmo far pagare a questi predoni il costo sociale del carbonio, cosa che si può fare da subito senza nemmeno mandarli falliti, basterebbe una parte nemmeno maggioritaria dei loro introiti. Ma nessun governo del mondo ha questo coraggio, evidentemente ritenendo che la transizione energetica sia un pranzo di gala in cui l'importante è come sei vestito e non chi sei. È chiaro che questo sistema economico di produzione di energia, cibo, merci e servizi funziona solo se si fa pagare un prezzo ambientale a qualcun altro, mentre i soliti noti accumulano ricchezze senza fine. La Terra l'hanno smessa di creare da un bel po', e i sapiens hanno appena superato gli otto miliardi di individui e tutti vorrebbero avere di più: qualcuno sa spiegarmi come ciò sarebbe possibile?
    E che sistemi economici di questo genere è dubbio che si riformino, tanto meno con accordi volontari e privi di alcun controllo da parte di terzi. Il mercato non riparerà i danni del cambiamento climatico perché è fuori dalla sua possibilità di controllo, però si illude di poterlo fare libero da vincoli, in realtà solo per mantenere lo status quo. Qualche volta, ma solo qualche volta, viene in mente che ci vorrebbe una rivoluzione culturale che, però, non vediamo partire da nessun Paese. Senza dimenticare che, comunque, tanto elegante, serena, dolce, aggraziata e cortese non potrà mai essere.
  5. BASTA USARE LA VECCHIA ED ECONOMICA NETFORMINA: Disponibilità di nuove molecole, che garantiscono la protezione cardiovascolare, aumento dei malati, recupero di quelli già diagnosticati ma scomparsi dai radar durante i lockdown del passato prossimo. Fattori diversi, un risultato: anche in Piemonte esplode la spesa dei farmaci per il diabete, malattia che in base agli ultimi dati disponibili solo a Torino colpisce oltre 57 mila persone, il 70% con oltre 65 anni di età.
    Un'emergenza tra le molte, nel comparto sanitario, sulla quale è già scattato l'alert delle Regioni, compresa la nostra. I numeri, come sempre, rendono l'idea. In base al report del settore farmaceutico piemontese, la spesa registrata per l'anno 2021 è stata pari 74,3 milioni. La spesa registrata nei primi 7 mesi del 2022 è pari a 49,2 milioni, con un aumento del 26% rispetto ai primi mesi del 2021.
    Tra gli elementi di novità, il fatto che un parte dei farmaci più nuovi, più efficaci e di maggior costo, ora possono essere prescritti anche dai medici di famiglia, in aggiunta ai diabetologi e ai cardiologi: gli specialisti, precisano dalla Regione, mantengono l'esclusività prescrittiva solo per gli ultimissimi prodotti in ordine di arrivo e comunque sono gli unici titoli ad associare farmaci diversi.
    Non a caso, nei giorni scorsi l'assessorato alla Sanità ha convocato i sindacati dei medici di base (Fimmg, Smi, Snami) per fare il punto e sollecitare prescrizioni appropriate: cioè effettuate all'interno delle indicazioni cliniche per le quali il farmaco si è dimostrato efficace e all'interno delle sue indicazioni d'uso (dose e durata del trattamento). Nei limiti del possibile, anche, il ricorso a farmaci più avanzati dei precedenti ma per i quali sia scaduto il brevetto.
    Posto che la libertà/responsabilità della prescrizione è sempre e comunque in capo al singolo medico, è la premessa, resta l'aumento della spesa rispetto alle confezioni di farmaci erogate: un fatto, e un problema.
    «Negli ultimi cinque anni sono uscite molecole molto costose per la cura del diabete, che potevano essere prescritte solo dagli specialisti - conferma Antonio Barillà, segretario Smi Piemonte -. Da inizio anno possono prescriverle anche i medici di famiglia, su loro iniziativa. Purtroppo la spesa è molto alta e tenderà a salire, poiché alcune di queste molecole vengono anche usate dai cardiologi. Per tenere i costi sotto controllo la soluzione non è chiedere ai medici prescrizioni appropriate, come se non sapessero il fatto loro, ma indire gare d'appalto così che la Regione rimborsi il costo più basso».
    Soluzione che l'assessorato adotta con successo per svariate categorie di farmaci, compresi quelli contro il diabete: per i prodotti acquistati dalle Asl già oggi l'approvvigionamento avviene tramite gara di Scr, la società di committenza regionale. Più difficile, se non impossibile, applicare lo stesso modello agli ultimi farmaci in ordine di arrivo, trattandosi di prodotti in regime di monopolio.
    «La medicina generale italiana era rimasta l'unica in Europa a non poter prescrivere farmaci innovativi per il diabete - precisa Roberto Venesia, segretarie Fimmg Piemonte -. È un passo importante per limitare la burocrazia e gli spostamenti dei pazienti. Nessun dubbio che questi farmaci sono più costosi. Per di più, a fronte di una malattia molto diffusa, colpisce il 7 per cento della popolazione, e in aumento». Curare meglio, spendere di più: un problema con cui tutte le Regioni fanno i conti

 

21.11.22
  1. TANTO I SOLDI NON SONO LORO :   Il collasso di Ftx, la terza piattaforma di scambio di criptovalute a livello globale, rischia di avere ripercussioni sulla grande finanza che finora ha puntato sul settore, accreditato di essere il "nuovo" bene rifugio. Da BlackRock al Temasek, il fondo sovrano di Singapore, l'esposizione dei finanziamenti verso la società di Sam Bankman-Fried è pari a 1,8 miliardi di dollari. Sui quali indagherà la Securities and exchange commission (Sec), l'autorità statunitense per le società quotate. Ma la somma è destinata ad aumentare, visto l'effetto contagio verso le altre piattaforme, da Genesis a Voyager, passando per Binance e Coinbase. Nel complesso almeno 13 miliardi di dollari sono in ballo. Intanto, i fondi indicizzati sulle cripto sono al tracollo.
    La bancarotta di Ftx non sarà indolore. Oltre a BlackRock e Temasek, l'esposizione contagia anche Sequoia Capital, Tiger Fund, due fra i maggiori fondi globali. Così come il fondo hedge personale di Paul Tudor Jones, e le finanze private del campione di football Usa Tom Brady e la supermodel Giselle Bundchen. Due i segnali del collasso in corso. Primo, la flessione del maggiore fondo d'investimento specializzato in criptodivise, il Grayscale Bitcoin Trust da 10,5 miliardi di dollari sotto gestione, che da inizio anno ha ceduto il 75,68% e solo nell'ultimo mese il 26,35 per cento. Fondo in cui ci sono quote di Morgan Stanley, BlackRock, ma anche la Ark di Cathie Wood, pioniera degli investimenti nel fintech. Secondo, perché i giganti della finanza hanno supportato gli investimenti della società di Bankman-Fried negli ultimi anni. E ora hanno un duplice problema: da un lato, la procedura di amministrazione controllata verso cui sta andando Ftx bloccherà i finanziamenti erogati; dall'altro, le altre piattaforme stanno introducendo misure di restrizione sui capitali.
    Il congelamento dei depositi è ormai la norma per buona parte delle strutture di compravendita di cripto. Genesis e Coinbase sono state fra le prime, dopo il crac di Ftx. E secondo i calcoli di Chainalysis, visionati da La Stampa, a rischio ci sono circa 81 miliardi di dollari. Cifra che comprende non solo i fondi d'investimento, ma anche i depositi dei clienti esposti sul mercato delle cripto. E solo considerando le prime cinque piattaforme di negoziazione (Binance, Coinbase, Kraken, KuCoin, Bitstamp), che stanno registrando perdite da inizio anno comprese fra il 56 e il 38 per cento.
    «L'esposizione degli investitori istituzionali non è tale da essere sistemica, dovrebbe essere sotto quota 20 miliardi di dollari, ma potrebbe essere rilevante per i piccoli risparmiatori», spiegano fonti di Wells Fargo citando uno studio interno della banca statunitense. Il problema è «comprendere quali sono le conseguenze in un universo in cui le regole abituali non esistono». Problema noto anche alla Sec, che però monitora con attenzione le evoluzioni. Così come la Casa Bianca e il Tesoro Usa.
    Ad aggiungere incertezza sulle possibili perdite ci ha pensato TechCrunch, popolare rivista di tech e fintech a stelle e strisce. Dozzine di market maker e gestori di fondi in una chat di Telegram solo su invito hanno risposto a un sondaggio intitolato "La mia azienda e l'esposizione attuale a Ftx". TechCrunch ha esaminato i risultati della chat di 147 membri, soprannominata "Creditori Ftx privati". Tra i 70 intervistati, il 66% ha dichiarato di aver perso 25 milioni di dollari o meno, il 7% ha indicato di aver perso tra 25 milioni e 50 milioni, il 6% ha perso 50 a 100 milioni e l'1% ha riportato perdite relative a Ftx comprese tra 100 milioni e 500 milioni. Il restante 20% ha rifiutato di fornire una somma delle potenziali perdite, secondo documenti privati esaminati da TechCrunch. I conti però non tengono nota dei portafogli congelati. E che potrebbero creare noie ai fondi d'investimento che finora hanno dato fiducia all'universo delle cripto.
  2. UN MISTERO ITALIANO : Che triste buongiorno quel mercoledì mattina 15 aprile 1987, quando alle sette squillò il telefono di casa Archibugi! A chiamare era Alfonso, fragile e malato fratello del celebre Federico Caffè. Annunciava che Vinicio, ovvero Federico, era scomparso. Inizia così l'affascinante ricostruzione della vita e della misteriosa fine del notissimo professore da parte di Daniele Archibugi ne Maestro delle mie brame. Alla ricerca di Federico Caffè (Fazi).
    Archibugi, studioso di economia, nelle sue pagine ricche di storie personali e di lettere inedite ci fa capire la grandezza del «maestro» che fu uno straordinario intellettuale poliedrico, ma fu nell'Italia postbellica soprattutto l'alfiere del pensiero keynesiano. Per questo combatté battaglie molto dure, incontrando diffidenze non solo nel mondo accademico, arroccato su posizioni neoclassiche, ma anche negli stessi ambienti di sinistra che non coglievano la radicale innovazione della speculazione di Caffè.
    Per Archibugi, che da bambino aveva volteggiato nelle braccia dell'amico di suo padre Franco, il professore fu una sorta di genitore che lo convinse a mettere a frutto i suoi talenti. Ma, a sua volta, Daniele fu per Federico un sostegno e il figlio che il prof desiderava e non aveva mai avuto.
    Il famoso cattedratico di Politica economica e finanziaria alla Sapienza di Roma - che si autodefiniva «Caffè ristretto» per via della sua statura: un metro e 50 - si occupò per anni con grande dedizione di un nipote ammalato, del fratello, della madre e pure dell'anziana tata. Fratello della regista Francesca, Daniele riesce a sceneggiare nel suo racconto la tragica e incredibile scomparsa del prof, a proposito della quale si parlò addirittura di un nuovo caso Majorana, il geniale fisico anche lui dissoltosi nel nulla.
    Nel suo racconto Archibugi apre squarci insoliti sulla variegata e straordinaria scuola degli economisti italiani e sul loro eccezionale contributo al dibattito internazionale: Caffè ebbe come compagni di strada personalità come Giorgio Ruffolo, Luigi Spaventa, Fernando Vianello, Ezio Tarantelli (assassinato dalle Br nel 1985), Pierluigi Ciocca, Marco Ruffolo, Enrico Giovannini e tanti altri. A seguire i corsi del maestro, a sorpresa, compaiono volti come quelli di Giovanna Melandri e Cristina Comencini e nei ranghi dei suoi studenti c'è anche Giuseppe Laterza.
    Uno degli amici, che con l'economista pescarese condivise impegni lavorativi e una vita quasi familiare, fu il padre di Daniele, Franco Archibugi (di cui sta uscendo una raccolta di scritti, Il privato collettivo. Un nuovo socialismo che sta cambiando il Paese, a cura di Acocella e Schiavello, Luiss University Press). Il sodalizio tra Federico, nato il 6 gennaio 1914 - sono un figlio della Befana, scherzava lui -, e Franco, più giovane di 12 anni, si realizzò durante il governo Parri, quando Caffè, capo di gabinetto del ministro Meuccio Ruini, coinvolse Archibugi senior. Finita quell'esperienza, Caffè continuò sulla strada dei prestigiosi incarichi, dall'impegno presso la Banca d'Italia all'insegnamento a Messina, a Bologna e a Roma, agli articoli per giornali e riviste, una macchina micidiale che macinava il docente. Federico, poco più che trentenne, scriveva a Franco Archibugi di sentirsi come «un cavallo cieco forzato a girare la ruota del frantoio». Era un grido disperato col quale sembrava implorare l'amico di liberarlo. Già da allora la depressione allungava la sua ombra e serpeggiava nella vita di Caffè. Dopo aver ottenuto una borsa alla London School of Economics - Brontolo, come lo chiamavano i parenti, o Chicco, come lo aveva denominato il discepolo Daniele – aveva cominciato a sviluppare il suo pensiero ancora oggi attualissimo e centrato sull'obiettivo di massimizzare i livelli di occupazione, di protezione sociale per i ceti più deboli. Lui, keynesiano, dibatteva volentieri con Paolo Sylos Labini, che tendeva a sottolineare le carenze dello Stato assistenziale, mentre Caffè era pronto a sorvolare pur di difendere le classi sociali più esposte.
    Consapevole della differenza tra la Gran Bretagna - humus originario delle speculazioni di Keynes - e la nostra Penisola, terra di famiglie protettive, pronte all'assistenza e al sostegno economico dei figli - Caffè metteva in luce che il ritardato inserimento nel mercato dei lavoro dei giovani provocava distruzione di risorse umane, condannando intere generazioni ad acquisire tardivamente le competenze professionali. Sostenne sempre la necessità del Welfare State e della protezione sociale, persino in un periodo come gli Anni 80, mentre il debito pubblico italiano lievitava. La soluzione alle défaillances del bilancio statale, diceva, non andava ricercata affidando al mercato problemi che non erano di sua competenza, quanto riformando radicalmente il funzionamento dell'amministrazione pubblica. Poneva anche come prioritaria l'assistenza agli anziani e la necessità di servizi essenziali. Queste sue prese di posizione si intrecceranno con le ossessioni personali: era assillato dalla preoccupazione che, una volta andato in pensione, non avrebbe avuto abbastanza per poter mantenere se stesso e il fratello. Pochi giorni prima dell'abbandono definitivo della sua abitazione in una stradina di Monte Mario c'era stato il suicidio di Primo Levi. Caffè ne fu molto colpito. Si sentiva inutile e percepiva le sue teorie economiche superate e soffocate dall'ondata neoliberista. Teorie, peraltro, tornate sul proscenio, in particolare in tempi recenti, dopo le emergenze della pandemia, della guerra e della crisi energetica che hanno rilanciato il bisogno d'intervento pubblico nell'economia. Il ricordo del maestro è affidato anche ai 1200 allievi che si sono laureati con lui, tra i quali spiccano i nomi di Ignazio Visco e Mario Draghi.
  3. QUANTO CI GUADAGNA ?: I L capo del calcio prende il controllo del Mondiale con un monologo di 50 minuti. Gianni Infantino inizia alla Kennedy: «Io mi sento qatariota, mi sento arabo, mi sento africano, mi sento migrante, mi sento gay» e finisce con la segnaletica da piazzare su questo mese nel golfo: «Non sputate».
    Dentro c'è il discorso del re, all'attacco, come si fa quando si sa che non potrà essere una giornata tranquilla e allora tanto vale agitarla per primi. Una tirata sull'Europa che punta il dito, «con quello che ha fatto negli ultimi 3000 anni, dovrebbe chiedere scusa per i prossimi 3000 e invece dà lezioni di moralità, con un doppio standard». Il primo grande evento globale ospitato da un Paese arabo diventa ufficialmente un braccio di ferro tra Occidente e Medio Oriente e il calcio giocherà anche questa partita, forse riuscirà persino a smaltirla. Adesso però siamo all'incrocio tra due culture e le parole di Infantino alimentano una corrente in tensione da giorni. La birra prima concessa e poi ritirata dagli accordi, le nazionali che si riprendono i fenomeni impegnati nei campionati del vecchio continente, l'universo del pallone che cambia confini e la vecchia Europa preoccupata di perdere terreno, una serie di questioni latenti che schiumano in un'onda nella versione infantiniana di «I have a dream». Nel sogno però c'è un po' tutto e un po' troppo.
    C'è il ricordo personale di una famiglia emigrata in Svizzera nel dopoguerra, «in condizioni durissime», c'è la memoria di un bambino con i capelli rossi bullizzato perché «italiano con le lentiggini», ci sono cifre usate per tenere i problemi a distanza: «25 mila migranti morti nel tentativo di arrivare in Europa, ma nessuno pretende compensazioni per loro». Invece Amnesty ha chiesto alla Fifa 440 mila euro da dividere tra le famiglie delle vittime sul lavoro. E non ha gradito l'arringa: «Infantino ha parlato d'altro, del tema dei morti in mare e delle politiche criminali che li causano noi ce ne occupiamo da decenni». Amnesty non fa report solo sul Qatar e non è l'unica organizzazione a sentirsi presa in giro dalla invettiva.
    Il discorso del re, per sua natura, è a tratti megalomane, quasi sempre assolutorio, volutamente fuorviante, «se dovete criticare prendetevela con me, non con il Qatar che comunque si difende benissimo da solo». Contiene fastidi legittimi. Persino se gli organizzatori avessero davvero pagato qualche tifoso comparsa per gli arrivi delle squadre, non si può stare a sindacare sulla verosimiglianza del seguito. Tantissimi indiani, nepalesi, pakistani che lavorano qui si sono infilati la maglia preferita e ci vanno in giro fieri. E veri. Poco importa che non somiglino alle facce delle curve più note, etichettarli come posticci è pregiudizio. La questione birra si è portata dietro sottotesti inutili: il Qatar ha diritto di negarla, non sono gli unici a farlo, stona il tempismo e Infantino accantona pure quello, «credo si possa stare tre ore senza una birra», allude alla partita, anche se questo è il Mondiale che permette più di un match al giorno e il tempo a secco si dilata. Il problema non può essere l'alcol, purtroppo è più grande perché qui i gay non hanno diritto di mostrarsi, per legge e Infantino chiarisce che un posto con norme discriminatorie può e potrà candidarsi a ospitare i Mondiali futuri. Ripete «qui sono tutti i benvenuti», fino a che accettano di nascondersi e ancora rimette in circolo «l'ipocrisia dell'Europa. In Svizzera, ai Mondiali del 1954, non credo che i gay potessero farsi notare ed era sbagliato, in Europa ci siamo arrivati date al Qatar il tempo di fare lo stesso». Ma se il Qatar di oggi sta messo come la Svizzera del 1954 perché dargli un Mondiale? E perché accontentarsi del fai finta di niente, che vale pure per le fasce arcobaleno dei capitani: non sono state approvate, ben difficile che vengano punite, però la Fifa preferisce scritte neutre, in nome dell'universalità. Proprio quando il discorso del re più scricchiola c'è il colpo di scena. Il direttore della comunicazione Bryan Swanson, seduto accanto a lui dice: «Io sono gay, voi ascoltate parole pubbliche, io quelle private quindi non pensate che la Fifa non tenga all'inclusività. Infantino ci tiene. Re Gianni salvato da un coming out mentre iniziava a balbettare. —

 

20.11.22
  1. AL PRESIDENTE DEL COLLEGIO SINDACALE TIM
    ALLA CONSOB

    Il sottoscritto Marco BAVA socio Tim denuncia come fatto censurabile che:
    1. Nella lettera inviata da Dazn ai presidenti della serie A, si sostiene che Tim avrebbe contribuito all’offerta per il 40 percento, quindi con circa 340 milioni di euro. Ma da un audit interno della società telefonica è emerso che la cifra in realtà sarebbe molto più alta. E che si aggirerebbe tra i 410 e i 420 milioni di euro. Tim avrebbe contribuito
    all’offerta per circa la metà.
    2. Nell’indagine interna fatta da Tim emergono molte cose strane sull’alleanza con Dazn.
    Innanzitutto, bastava guardare i numeri dell’operazione. Non era difficile indovinare che avrebbe portato enormi perdite.
    3. Nelle previsioni di Tim si sarebbero dovuti raggiungere circa un milione e ottocento mila abbondati, ma si sono fermati a 550mila. La dirigenza, allora guidata da Gubitosi, aveva interesse a spostare il calcio dalla piattaforma satellitare allo streaming, anche per contrastare la concorrenza di Sky sulla linea internet domestica. Invece è Tim a essere stata messa in difficoltà dall’operazione. Il nuovo amministratore delegato, Pietro Labriola, lo scorso anno ha inserito a bilancio una perdita di oltre mezzo miliardo di euro per i tre anni dell’accordo con Dazn.
    4. Che ruolo ha in Tim Andrea Pezzi , consulente del più grande impero mediatico d’Europa, dei francesi di Vivendi, che sono anche azionisti di maggioranza di Telecom ?
    5. Tra ottobre e novembre del 2018, in una sede riservata dei servizi, vicino piazza Sallustio a Roma, il capo dei servizi incontra il presidente di Vivendi De Puyfontaine, che si porta dietro anche Andrea Pezzi.
    6. Al Meeting di Comunione e Liberazione, quest’anno sponsorizzato da
    Tim, dove è previsto un intervento di Arnaud De Puyfontaine, il presidente di Vivendi arriva in compagnia proprio di Andrea Pezzi, che durante il meeting prima si intrattiene a parlare riservatamente con un consulente del settore della difesa, Daniele Ruvinetti, e poi con l’ex ministro Maurizio Lupi.
    7. Un ruolo importante però Pezzi glielo attribuisce Vivendi che per la mediazione con Berlusconi, gli paga una parcella da un milione e mezzo di euro.
    8. Il 2006 è un anno magico per Pezzi perché incontra lungo la strada i finanziamenti per le sue imprese, ma anche il manager di Mondadori France, Arnaud de Puyfontaine, che 8 anni diventerà amministratore
    delegato di Vivendi, presidente di Tim poi membro del Consiglio di amministrazione di Tim.
    9. Attraverso una società lussembughese, la Trefinance, Silvio Berlusconi investe nell’azienda di Andrea Pezzi e ne diventa socio. Per Fininvest sarà un bagno di sangue.
    Il Biscione, infatti, esce da Ovo nel 2011 con perdite pari a sette milioni di euro.
    10. Nonostante il fallimento milionario, Andrea Pezzi prosegue il progetto di Ovo, ma poi arriva la svolta: nel marzo del 2015, entra in società con Andrea Pezzi, Davide Serra, uomo d’affari e tra i principali finanziatori di Matteo Renzi, allora primo ministro.
    11. Con la societa’ Mint , Pezzi si lancia nel settore della pubblicità on line, riesce ad ottenere importanti appalti con società partecipate. Quattro milioni e mezzo di euro vengono da Enel, nel cui cda sedeva all’epoca sedeva fino al 2019 Alberto Bianchi, 100 mila euro da Poste Italiane e soprattutto Tim. Nel 2020 il fatturato di Mint passa da 100
    mila euro alla cifra record di 54 milioni di euro.
    12. Per alcuni clienti Mint anticipa i costi della spesa pubblicitaria che finisce però nel fatturato finale della società. Nel 2020 su 54 milioni di euro di entrate, 28 milioni vengono da Tim, che è il principale cliente di Pezzi. Come mai e’ stata scelta Mint ?
    13. Tim per Pezzi è stata la gallina dalle uova d’oro. È dopo aver ottenuto l’esclusiva per la pubblicità digitale di Tim che la sua azienda è cresciuta poi in maniera esponenziale. Nel gennaio 2022, infatti, e per la durata di cinque anni rinnovabili per altri cinque, Tim ha stipulato, senza ricorrere a una gara, altri due contratti con la Mint. Il primo riguarda la “Piattaforma M1” che permette al cliente di automatizzare il processo di acquisto della pubblicità online. Pezzi è riuscito a ottenere che tutto il budget digitale di Tim (stimato tra 60 e 100 milioni di euro) debba transitare sulla sua piattaforma in cambio di una “Tech fee” di 5 milioni all’anno. Un altro contratto prevede che la fornitura di una serie di servizi di advertising collegati alla “Piattaforma M1” vengano remunerati con una “fee” pari al 4% del budget. Ovviamente la Mint a fronte di questo fatturato che ottiene da Tim deve sopportare dei costi e dunque il margine di guadagno finale di questi tre contratti, sempre secondo fonti vicine a Pezzi, peserebbe solo per l’8% del totale. […]
    14. E in realtà l’azienda telefonica non è stata la gallina dalle uova d’oro solo per Pezzi.
    Dopo i contratti chiusi con Tim, un fondo francese ha deciso di investire nella società dell’ex conduttore e ha acquisito le quote di Serra e della Seven Capital.
    15. Pezzi ha creato dei rapporti a Vivendi con il mondo politico e con le istituzioni italiane.
    16. Sarà un mio limite sicuramente, ma non ho ben capito qual è l’ambito in cui si svolge questa consulenza di Pezzi ?
    17. Ora Pezzi ha anche un altro socio in Mint, Carlo De Matteo, compagno di Deborah Bergamini, deputata di Forza Italia e sottosegretaria del governo Draghi, è stata una delle figure chiave di Fininvest e del cerchio magico berlusconiano all’inizio degli anni 2000, periodo in cui il Biscione investiva nella società di Pezzi.
    18. Carlo De Matteo è consigliere di amministrazione di Mint e socio di Pezzi in Tef, l’holding che possiede la quota di maggioranza di Mint e che annovera come azionista anche Cristiana Capotondi, compagna storica di Andrea Pezzi.
    19. Cristiana Capotondi, insieme a De Matteo, Pezzi e Deborah Bergamini hanno costituto nel 2019 un’associazione politico culturale “Io sono”, prende spunto dagli insegnamenti di Meneghetti e organizza dibattiti pubblici. L’anno scorso l’ospite d’onore è stata il ministro della giustizia, Marta Cartaria.
    20. Deborah Bergamini sarebbe stata uno dei principali elementi di contatto tra Pezzi e il presidente di Vivendi Arnaud De Puyfontaine, che all’inizio degli anni 2000 lavorava per Berlusconi, come responsabile di Mondadori in Francia.
    21. Il rapporto tra Pezzi e l’attuale amministratore delegato di Tim Labriola comincia in Brasile nel 2016. Nell’aprile di quell’anno Pezzi fonda una società, Myintelligence Brasil, e prova a ottenere un contratto con Tim Brasile attraverso Labriola, che all’epoca era il responsabile marketing dell’azienda. Poiché l’operazione non va in porto, Myintelligence Brasil viene chiusa. Ma poi nel 2019, Pezzi apre Mint Brasile e, nel giro di qualche mese, ottiene un contratto da oltre un milione di euro per curare la pubblicità online di Tim Brasile, il cui amministratore delegato era diventato da poco Pietro Labriola.
    22. Pezzi ha rapporti con Vivendi che gli ha conferito un
    potere enorme sulle questioni interne di Tim ?
    Ricordo che la normativa vigente prevede che il collegio sindacale relazioni ai soci sulle indagini su questi fatti , non per scelta personale ma per obbligo di legge.
    Buon lavoro
    Marco BAVA

     
  2. GRAVISSIMO :   La Russia accusa i soldati ucraini di aver commesso un atroce crimine di guerra: «L'assassinio deliberato e metodico di più di dieci» prigionieri, che - sempre secondo Mosca - sarebbero stati uccisi a sangue freddo con uno sparo alla testa. Il condizionale è d'obbligo visto che le imputazioni del ministero della Difesa di Mosca sono ancora tutte da verificare e si basano su due video che circolano sui social media e la cui autenticità non è provata. I filmati mostrerebbero i corpi senza vita di alcuni soldati russi che si sarebbero arresi e sarebbero poi stati uccisi. «Siamo a conoscenza dei video e li stiamo esaminando. Le accuse di esecuzioni sommarie di persone fuori combattimento dovrebbero essere prontamente, pienamente ed efficacemente indagate e tutti gli esecutori portati davanti alle loro responsabilità», ha detto la portavoce dell'Ufficio Diritti Umani dell'Onu, Marta Hurtado.
    Un video mostra quelli che sembrano dei soldati che escono da un casolare con le mani alzate e si arrendono a un gruppo di militari in mimetica con delle fasce gialle al braccio. I soldati che si stanno arrendendo si sdraiano pancia a terra in un cortile pieno di macerie. A un certo punto le immagini si interrompono bruscamente: per degli spari, sostiene l'Afp. Un secondo video mostra poi dall'alto quelli che sembrano i corpi apparentemente senza vita di una decina di persone e delle presunte macchie di sangue sul terreno attorno.
    Non si sa quando siano stati girati i filmati. Da parte sua il Consiglio russo per i diritti umani sostiene che provengano da Makiivka, nel Donbass, e ha detto che intende chiedere «un'indagine alla comunità internazionale». Le autorità ucraine al momento non hanno rilasciato nessun commento.
    In questi nove mesi di guerra sono emersi tanti, troppi, casi di abusi, violenze, atrocità. L'Ucraina è un Paese martoriato dall'invasione ordinata da Putin. I soldati russi sono accusati di eccidi e torture e le truppe del Cremlino in queste settimane hanno intensificato i raid missilistici prendendo di mira le infrastrutture elettriche e per il riscaldamento, lasciando senza luce e acqua milioni di ucraini mentre la stagione fredda è ormai arrivata. L'Ufficio Onu per i diritti umani ha accusato sia la Russia sia l'Ucraina di torture e abusi sui prigionieri di guerra. Matilda Bogner, a capo della commissione di monitoraggio, ha precisato che il maltrattamento dei prigionieri ucraini da parte dei russi era «abbastanza sistematico» mentre «non era sistematico» per l'Ucraina maltrattare i soldati russi.
    Migliaia e migliaia di persone sono morte in questa guerra. I negoziati al momento sono congelati. Due giorni fa, intervenendo in videocollegamento al Bloomberg New Economy Forum, Zelensky ha ribadito chiaramente la sua posizione: «La fine dell'occupazione della Crimea e del Donbass porrà termine alla guerra», ha detto il presidente ucraino, che a ottobre ha siglato un decreto che afferma «l'impossibilità di negoziati» con Putin. Dall'altro lato anche il Cremlino - che ha scatenato questa guerra atroce - non cede di un passo: a parole si dice aperto al dialogo («Siamo sempre felici di accogliere ogni sforzo per la pace», ha affermato il portavoce di Putin rispondendo a una domanda su un eventuale tentativo di Berlusconi), ma intanto continua a bombardare infrastrutture civili e a definire «russi» i territori ucraini che si è annesso illegalmente. L'impressione al momento è quella di un muro contro muro.
    Recep Tayyip Erdogan - l'autoritario presidente della Turchia che assieme all'Onu ha mediato l'accordo, da poco rinnovato, per sbloccare le esportazioni dei cereali ucraini via mare - ieri ha parlato al telefono sia con Zelensky sia con Putin, e a quest'ultimo ha ribadito la necessità di rilanciare i negoziati tra Mosca e Kiev. Da parte loro, gli Usa affermano che «non avranno discussioni con la Russia sulla pace in Ucraina senza che Kiev ne sia parte». Alcuni segnali sembrano però indicare che gli Stati Uniti potrebbero aver cominciato a premere su Kiev per una soluzione diplomatica. Stando a fonti del Wall Street Journal, il consigliere alla Sicurezza Usa, Jake Sullivan, avrebbe suggerito a Zelensky di «cominciare a pensare a richieste realistiche e alle priorità per i negoziati» con la Russia, «compresa una riconsiderazione dell'obiettivo dichiarato di riconquistare la Crimea». Il capo di Stato maggiore americano Mark Milley ha detto che in inverno potrebbero aprirsi degli spiragli per trattare la pace, ma che le parti belligeranti devono riconoscere che una vittoria militare totale «potrebbe non essere raggiungibile».
    «La guerra può finire anche prima che liberiamo tutto con mezzi militari», ha affermato ieri il consigliere presidenziale ucraino Mikhailo Podolyak. Ma il consigliere di Zelensky non sta dicendo che l'Ucraina rinuncerà a parte dei propri territori: ipotizza invece che la controffensiva proceda fino alla riconquista di una grande città da anni non controllata dal governo di Kiev, «Lugansk ad esempio»: e «così - è la sua conclusione - la guerra potrà finire anche prima» della riconquista con le armi di tutte le regioni perché «la Russia avrà perso».
  3. IL DEBITO RUSSO : I residenti di Kyiv, ma anche delle altre città ucraine, si sono svegliati ieri al suono dell'allarme antiaereo, con le esplosioni delle bombe che cadevano sul cemento ricoperto di neve fresca.
    Una di loro è Anna, 27, una giornalista locale che abita nella capitale. «Nelle ultime tre settimane non c'era luce in casa mia per mezza giornata. E questo è terribile, perché a casa ho la cucina con l'induzione. Non potevo fare nulla, nemmeno prepararmi un caffè, o un tè», racconta Anna. Anche la gioia della prima neve le è scivolata di dosso quest'anno, a causa dei continui bombardamenti e della mancanza di elettricità.
    Perché quando sparisce la luce, la sua vita si ferma. Non c'è internet, molto spesso va via anche la connessione mobile. Diventa difficile lavorare. Ma Anna cerca di non abbattersi. Fa le scorte necessarie, per quanto il suo portafoglio glielo permette, poi va con un amico in un parco vicino a bere un po' di vino, sotto il turbinio dei primi fiocchi di neve. «Ora è molto difficile per chi sta nelle retrovie. Uno si deve adattare, per sopravvivere. Ma io sono pronta a questo, per il bene del mio popolo».
    In due ultimi attacchi missilistici sulle città ucraine, la Russia ha lanciato oltre cento missili, usando anche i droni iraniani. Nonostante la difesa antiaerea avesse fatto bene il suo lavoro – abbattendone circa il 70% – una parte di missili russi hanno inflitto i colpi letali alle aree residenziali e, soprattutto, ancora una volta le infrastrutture energetiche.
    Dalla capitale Kyiv, fino a Lviv nell'Ovest estremo del Paese, da Kharkiv a Nord-est, Zhytomyr a Nord, Poltava al centro e Odesa e Mykolaiv a Sud – pochi sono i capoluoghi risparmiati dai missili russi, anche se lontani centinaia di chilometri dalla linea fronte e dai combattimenti. Le strutture energetiche sono diventate oramai il target principale da colpire, rendendo la vita ai civili difficile, a maggior ragione in prossimità di un inverno molto duro da questa parte del globo.
    E così, circa 10 milioni di persone in Ucraina sono rimaste senza elettricità dopo l'ultimo attacco del 17 novembre, come ha detto il presidente Volodymyr Zelensky nel suo discorso video.
    Il Paese si prepara ad un difficile inverno, e le strutture governative esortano la popolazione a fare le scorte di tutto il possibile. Le interruzioni di corrente elettrica in Ucraina potrebbero però prolungarsi a causa degli attacchi missilistici russi alle strutture energetiche.
    Anche l'Ukrenergo, la società nazionale ucraina dell'energia, ha lanciato l'appello agli ucraini, chiedendo apertamente di prepararsi al peggio. Quindi scorte di acqua, cibo, caricare batterie e telefoni cellulari. Le autorità hanno deciso interruzioni di corrente a turno, città per città, per eseguire le riparazioni necessarie.
    L'elettricità in un condominio ucraino, che funziona solamente con questo sistema energetico, è quel tassello nel castello di carte che, una volta tirato, fa crollare tutto. Vuol dire il sistema fognario non funzionante, mancanza di acqua calda e fredda e niente riscaldamento. Lo sa bene Dmytro, 40, del settore IT, che ha dovuto lasciare Kyiv per andare a Kharkiv a casa dei genitori, dove c'è il gas e si può cucinare, e il distacco di luce non è così duraturi. «Nel mio palazzo, durante la giornata, l'elettricità manca quasi per 12 ore. Ho appena il tempo di ricaricare i power bank», dice.
    Non ha alcun dubbio che l'Ucraina sopravviverà all'inverno. «Anche negli Anni 90 non c'era la luce, e nei negozi a Kharkiv si vendevano solo aringhe e tè», racconta. Ha comparto candele, qualche torca elettrica. Ha chiesto ad amici e conoscenti chi disponesse di una «burzhuika» – una stufa panciuta, per andare a riscaldarsi nel caso gli attacchi dovessero continuare. È convinto che i russi colpiranno ancora. «Però così mi fanno solo arrabbiare. Io non sono uno schiavo, non mi sottometto».
    Il paragone con lunghi blackout e deficit degli Anni 90 si sente spesso in queste settimane, in Ucraina, soprattutto con l'avvicinarsi dell'inverno. «Ci siamo già passati. Ricordo ancora quando studiavo a lume di candela», ride.
    Gli attacchi russi sulle infrastrutture energetiche stanno compromettendo anche il processo scolastico, costringendo i milioni di bambini a studiare in condizioni difficili. Vadim, 10 anni, vive in un dormitorio a Kharkiv, dove si è trasferito con madre e padre, dopo quasi tre mesi di vita in metropolitana. La famiglia non può tornare a casa a Danyllivka, nel sobborgo di Kharkiv, a causa di continui blackout e perché le infrastrutture non funzionano. Così gli tocca a studiare in una stanzetta per tre, seguendo lezioni online dallo smartphone dei suoi genitori.
    «È difficile per lui. Si sentono i mesi di pausa nella sua performance scolastica», si lamenta la madre Iryna, 42. Prima, i tre mesi passati nella metropolitana, e ora i blackout. «Delle volte scompare la luce nel dormitorio, e delle a casa dell'insegnante», continua a raccontare la donna. «E il rendimento scolastico di Vadim è peggiorato».
    L'invasione russa ha inferto un colpo devastante all'istruzione in Ucraina. Secondo dati ufficiali, più di 2700 istituzioni educative sono state bombardate, tra cui 337 sono completamente distrutte. Ora, secondo l'ultimo sondaggio di Save the Children, un genitore su due in Ucraina ha affermato che l'istruzione dei propri figli ha risentito a causa dei ripetuti attacchi alle centrali elettriche: in ottobre più di 4,5 milioni di famiglie erano senza elettricità. —

 

 

19.11.22
  1. Meloni: mia figlia a Bali? Ho il diritto di fare la madre come voglio

    Meloni risponde con un post fulminante. “Mentre torno a casa dalla due giorni di lavoro incessante per rappresentare al meglio l’Italia al G20 di Bali, mi imbatto in un incredibile dibattito sul fatto che sia stato giusto o meno portare mia figlia con me mentre andavo via per quattro giorni”, scrive il premier su Facebook.” La domanda che ho da fare agli animatori di questa appassionante discussione è: quindi ritenete che come debba crescere mia figlia sia materia che vi riguarda? Perché vi do una notizia: non lo è”. E non deve esserlo. Il premier mamma mette in riga le accusatrici con il birignao. “Ho il diritto di fare la madre come ritengo. E ho diritto di fare tutto quello che posso per questa Nazione senza per questo privare Ginevra di una madre. Spero che questa risposta basti per farvi occupare di materie più rilevanti e vagamente di vostra competenza”. Firmato Giorgia Meloni
  2. IL PD AUTOCELEBRANDOSI PUO' SOLO ESTINGUERSI
  3. IL PD HA USUFRUITO AMPIAMENTE DI FINANZIAMENTI DAL MPS
  4. Perche' la magistratura di Genova ha aspettato un nuovo ministro della giustizia per indagare i pm di Siena che hanno inquinato le prove sull'omicidio di Davide Rossi ?
  5. La magistratura e' indipendente ?

 

18.11.22
  1. L'IDROGENO CI LIBERERA' DAL GIOCO DI PUTIN NON I RIGASSIFICATORI

 

 

17.11.22
  1. LE CRITICHE FRANCESI  ALLA MELONI SONO ISPIRATE DA LETTA ?
  2. LADRI DI DIRITTI UMANI:   Sono 636 i lobbisti delle industrie petrolifere e del gas registrati per partecipare all’evento delle Nazioni Unite a Sharm el-Sheikh, in Egitto. A Glasgow, l’anno scorso, la cifra era pari a 503 e già allora superava in numero la delegazione di ogni singolo Paese.

    Quest’anno l’unico Paese con una delegazione più numerosa sono gli Emirati Arabi Uniti, che l’anno prossimo ospiteranno la COP28, che conta 1.070 delegati registrati, rispetto ai 176 dello scorso anno.

    Leggi anche: COP27: “abbiamo il dovere di proteggere l’ambiente”, cosa ha detto esattamente Giorgia Meloni alla plenaria dei capi di Stato e di Governo

    Alla Cop27 l’influenza dei lobbisti dei combustibili fossili è maggiore dei Paesi e delle comunità in prima linea. Le delegazioni dei Paesi africani e delle comunità indigene sono sminuite dai rappresentanti degli interessi aziendali, ha affermato il gruppo Kick Big Polluters out, che si batte contro l’influenza dei lobbisti dei combustibili fossili durante i negoziati sul clima.

    Potrebbe essere un dato di fatto, insomma, che la crescente presenza di lobbisti dei combustibili fossili rischi di ostacolare i negoziati in un momento cruciale, quello in cui tutti dovrebbero fare degli sforzi concreti per mantenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C di riscaldamento

    La nostra sensazione? Chel’azione per il clima continuerà a non riuscire ad affrontare in modo significativo la crisi climatica fintanto che agli interessi inquinanti è garantito l’accesso illimitato ai processi decisionali.
  3. CHI HA RUBATO ?  Se non fosse troppo crudele come gioco di parole, si potrebbe dire che la Rai è nel pallone. Un pallone mondiale tanto è enorme il caos che l'attraversa. Ogni giorno ne capita una che quasi quasi si prova tenerezza per quest'Azienda picchiata come un punching ball. Un fuoco di fila che quando diventa fuoco amico fa ancora più male. Non si sono ancora spenti gli echi del caso Montesano, che esplode l'affare Mondiali molto più complesso, economicamente molto più dannoso, strategicamente molto più sottile. La testa di serie Rai Rosario Fiorello, corteggiato da tempo e finalmente convinto al ritorno con un suo programma long time, lo stesso che salvò le sorti del Festival di Sanremo per due edizioni, ora nel suo «Aspettando Viva Rai2» in diretta Instagram e su Raiplay, continua a massacrare la Rai sollevando il problema dei Mondiali di Calcio trasmessi da un Paese, il Qatar, che fa «dei diritti umani uno zerbino da calpestare tutti i giorni». Logica conseguenza è l'invito a disertare le partite in diretta trasmesse dalla Rai. E in molti già giurano di essere disposti a spegnere la tv, peggio, a sintonizzarsi altrove. Lo fanno esponenti dei Cinque stelle, di Forza Italia e persino l'infettivologo Matteo Bassetti. Ieri Fiorello, mostrando la pagina della «Stampa» ha preso in giro l'ad Fuortes, dicendo che era andato sotto casa sua in protesta e qualcuno gli aveva fatto trovare una testa di cavallo «di bronzo», mettendo insieme l'avvertimento mafioso stile «Padrino» e l'animale simbolo della Rai.
    Ma perché sta accadendo tutto questo e perché nessuno si prende la briga di fermare lo tsunami di portata micidiale? Perché, sostengono gli esegeti di cose Rai, le ragioni andrebbero ricercate in un passato non tanto remoto. Fiorello è uomo di cuore, di sentimento, ma - se stuzzicato - anche di risentimento. Soprattutto se la sua suscettibilità viene pungolata oltre misura. Così come si era messo al servizio della causa combattendo a mani nude contro un Teatro Ariston vuoto causa pandemia con il sodale Amadeus, allo stesso modo potrebbe aver vissuto come ingratitudine quell'alzata di scudi dei giornalisti del Tg1 che difendevano i loro spazi, ma di fatto ne causarono lo sfratto da Rai1. Fiorello che riflette molto sulle cose e i piatti migliori ama mangiarli freddi, non reagì per la bagarre che lo vedeva al centro. Tacque e poi prese lo scomposto dietrofront e il passaggio a Rai2 con spirito anglosassone, anzi ringraziando per la nuova collocazione. Ora potrebbe aver iniziato a rispondere. A proposito di portate culinarie, si dice che Fiorello stia ancora all'antipasto e che continuerà nella sua presa di posizione ineccepibile, ma certamente imbarazzante per la Rai che non sa come regolarsi. Bloccare il suo uomo d'oro, lasciare che prosegua, o pregare che si senta soddisfatto così? Una decisione non è stata presa.
    Anche perché, oltre alla pubblicità avversa, gli ascolti saranno risibili con l'Italia fuori gioco. E i temi civili che il Quatar considera niente, aggravati da dichiarazioni omofobe irricevibili, fanno sì che si tradisca il contratto di servizio. Una sconfitta strategica e culturale che potrebbe avere gravi conseguenze per una tv pubblica.
    I diritti dei Mondiali erano stati comprati dall'Amministratore delegato Rai precedente all'attuale, Fabrizio Salini. Ancora si sperava nella qualificazione dell'Italia. La pratica fu gestita dal direttore dei diritti sportivi, Pier Francesco Forleo, compagno di Elisabetta, la figlia di Mara Venier. Poi la debacle della squadra italiana con Fuortes già subentrato. A questo punto, si poteva tentare una trattativa, spacchettare partite e diritti e venderli ad altri. Se mai questo è stato tentato, non è andato a buon fine. Altro elemento dirimente è la collocazione delle partite che il Qatar ha imposto in inverno per motivi di clima casalingo. Ma nessuno, allora, si è premurato di controllare che le partite coprissero il Prime Time. E infatti non lo coprono. Mentre in estate il palinsesto è più agile, ora si è in pieno periodo di garanzia, con la pubblicità che costa più cara ma con l'impossibilità di venderla al meglio perché il fuso orario impedisce appunto di soddisfare tutta la fascia di prima serata. Risultato: si scombussolano inutilmente sia il Day Time, sia il Prime Time. E pensare che Fiorello deve ancor andare in onda a pieno regime, dal 5 dicembre su Rai2 con «Viva Rai2». Se ne vedranno delle belle, questo è solo l'inizio.
  4. SPERANZA CONTINUA A COLPIRE : «A causa della indisponibilità di posti letto in Medicina generale, Utic (Unità di terapia intensiva cardiologica), Rianimazione, Neurologia si prega di inviare pazienti di strettissima competenza fino alle ore 9»: Molinette. «L'elevato afflusso di pazienti presso il Dea del presidio ospedaliero, con la conseguente assenza di posti letto disponibili nei reparti di riferimento per i ricoveri, nonchè l'assenza di posti letto e barelle presso la degenza temporanea del Dea, limitano fortemente l'operatività del Dea stesso: si invita codesta centrale operativa ad inviare eventuali urgenze presso il Dea di altri presìdi per almeno 24 ore»: Asl Torino 4, Ospedale di Chivasso. «Esaurita disponibilità di barelle, pazienti in carico in ps: 66, codici rossi presenti: 5. Alla cessione della situazione critica seguirà comunicazione»: Asl Torino 3, Ospedale di Rivoli.
    La centrale operativa è quella del 118. Le comunicazioni, meglio: gli appelli, sono quelli che anche ieri partivano dagli ospedali di Torino e provincia, saturati dall'arrivo di pazienti a getto pressochè continuo. Un numero, per rendere l'idea: tra domenica e lunedì il 118 ha avuto un sovraccarico di chiamate: solo ieri 821 nelle ventiquattr'ore, più della metà entro le ore 14.
    Risultato: non solo mancano i posti letto per i ricoveri nei reparti, ma sovente anche le barelle su cui adagiare temporaneamente le persone in attesa. «Pazienti con codice a medio-bassa priorità: no barelle disponibili. Pazienti con codice ad elevata priorità: 1 barella disponibile», avvertivano sempre ieri dal Martini. Identica la richiesta alla centrale 118: «Al fine di garantire un'appropriata ed efficace risposta alla domanda di salute si prega di inviare solo utenti di stretta competenza territoriale/specialistica previo avviso telefonico».
    «La rappresentazione del Titanic è condivisibile e realistica - spiega Francesco Coppolella, segretario Nursind Piemonte, sindacato degli infermieri -. La richiesta dei sindacati dei medici, degli infermieri, del comparto sanità e della dirigenza, e sempre più spesso degli stessi direttori di affrontare la questione, è rimasta inevasa. Non c è peggior sordo di chi non vuol sentire».
    Il riferimento del Titanic è preso a prestito dallo sfogo del dottor Domenico Vallino, responsabile Dipartimento Emergenza Urgenza del Mauriziano, affidato ieri al nostro giornale: «Sopracoperta brindano e suonano l'orchestrina, sottocoperta siamo con l'acqua alla gola». Dove per sovracoperta si intende non la direzione dell'ospedale ma il mondo esterno, che ha scarsa o nulla percezione di questi problemi. La situazione è trasversale ai vari ospedali. Ieri pomeriggio erano 27 i pazienti ricoverati dalla mezzanotte alle Molinette: 76 presenti in pronto, 8 dei quali Covid; 15 in boarding, 5 dei quali positivi.
    Dalla richiesta alle Asl e agli ospedali di piani interni per ridurre il fenomeno de boarding alla promozione di corsi di formazione per giovani medici neolaureati ma non ancora specializzati da mandare nei pronto soccorso più sguarniti, qualcosa è stato fatto ma non basta. I numeri, poi, non sempre sono risolutivi. Il corso di cui sopra, voluto dalla Regione, si è svolto a marzo in una sola edizione: 30 partecipanti richiesti, 14 iscritti, 13 formati, un abbandono. Dei 13 formati, 5 prestano servizio all'Asl di Torino, 4 hanno rinunciato, uno è in aspettativa. Ci vuole altro.

 

16.11.22
  1. ERRORE IMPERDONABILE: La Cina fu colta di sorpresa dall'invasione russa dell'Ucraina, e Vladimir Putin «non disse la verità» a Xi Jinping sull'imminente inizio della guerra. Lo riferisce un alto funzionario cinese al Financial Times. «Putin non disse la verità a Xi - spiega la fonte -. Se ce lo avesse detto non ci saremmo trovato in una situazione così difficile. C'erano oltre 6.000 cittadini cinesi in Ucraina ed alcuni di loro morirono durante l'evacuazione, anche se non possiamo dirlo pubblicamente». Lo stesso Putin aveva affermato il mese scorso di non aver detto al «caro amico» Xi dell'imminente attacco. Il capo del Cremlino aspettò comunque la fine delle Olimpiadi invernali a Pechino prima di scatenare la guerra. —
  2. HA RAGIONE :    Una voce critica sui mondiali in Qatar si leva finalmente anche dall'Italia, ma non proviene né dalla politica né dai vertici del calcio. È Fiorello, che dopo le polemiche sul suo morning show spostato alla fine da Rai1 a Rai2, squarcia il velo di ipocrisia che avvolge la manifestazione calcistica più importante al mondo che inizierà tra una settimana. Ieri mattina, durante "Aspettando Viva Rai2!", l'appuntamento quotidiano in diretta sul suo profilo Instagram e su RaiPlay, lo showman siciliano ha lanciato un appello: «Si dovrebbero ritirare tutti da questo Mondiale, il Qatar è un Paese dove gli abitanti sullo zerbino hanno scritto "diritti umani" e li calpestano ogni giorno». Con la sua ironia al vetriolo Fiorello si è scagliato contro i vertici del calcio: «Noi abbiamo bloccato il nostro campionato, il più bello del mondo, per dare spazio ai mondiali in Qatar, un Paese che non è tradizionalmente calcistico. Quando mai in Qatar hanno giocato a pallone? Quando mai lì c'è stato un campionato di calcio? Dove giocavano? Nei pozzi di petrolio? Non c'era lo spazio, c'erano le trivelle». Fiorello ne ha anche per la Rai che «ha speso 200 milioni per prendere i diritti televisivi di questa manifestazione» mentre in Qatar «tutti i tifosi e gli addetti ai lavori saranno chiusi in una Fan Zone, in uno spazio ristretto, con il rischio di essere arrestati se escono da lì».
    Il faro sul Qatar si è acceso da tempo, soprattutto nei Paesi nordici e in quelli anglosassoni: dalle accuse di corruzione per spingere la Fifa a ospitare i mondiali nell'emirato della famiglia Al Thani, alla repressione dei diritti umani. E a indignare i tifosi sono le condizioni in cui versano le minoranze, le donne, fino allo scandalo dei lavoratori migranti trattati come schiavi dell'antico Egitto nei cantieri delle infrastrutture necessarie ad allestire il torneo. Secondo il Guardian sono morte almeno 6.500 persone lavorando alla realizzazione degli stadi. Dopo le proteste di Danimarca, Norvegia, Australia, Stati Uniti e Gran Bretagna, è scesa in campo la ministra dell'Interno della Germania, Nancy Faeser, a cui il Qatar ha risposto convocando l'ambasciatore.
    Tra i dirigenti della Rai c'è qualcuno che ha storto il naso per le critiche di Fiorello all'azienda, lui che dal 5 dicembre debutterà su Rai 2 con il nuovo programma "Viva Rai2!". Di sicuro, replicano nei corridoi di viale Mazzini, quando la Rai ha comprato i diritti non poteva sapere che la nazionale italiana non avrebbe partecipato ai mondiali.
    Daniele Macheda, segretario dell'Usigrai, il sindacato dei giornalisti, sottolinea che «la Rai, come servizio pubblico, ha fatto bene ad acquistare i diritti del Mondiale perché pensava che l'Italia avrebbe partecipato. Ma noi abbiamo detto subito che la stessa attenzione che la Rai presterà alle partite deve essere concentrata con approfondimenti giornalistici anche sul tema dei diritti umani in Qatar. L'Azienda non può far finta che ci sia solo la festa».
  3. IL TRIPLO GIOCO DI ERDOGAN : A Kobane i curdi hanno conquistato una parte importante della loro sovranità. In quel Nord-Est della Siria che chiamano Rojava, «l'occidente del Kurdistan», e che da dieci anni di fatto governano in autonomia. A Kobane hanno sconfitto l'Isis sotto gli occhi indifferenti dell'esercito turco, che aveva blindato la frontiera fra Turchia e Siria e non lasciava passare alcun aiuto. Arrivavano dal cielo, dall'aviazione americana. Alla fine, le bandiere nere dello Stato islamico vennero ammainate dalle bombe a stelle e strisce e dalla resistenza dei guerriglieri delle Ypg. Era la fine del 2014 e da allora uno dei principali rovelli di Erdogan è stato quello di far ammainare le bandiere gialle e rosse dei curdi siriani. Le Ypg, per Ankara, sono la prosecuzione in Siria del Pkk, quindi terroristi. L'obiettivo imprescindibile è quindi sradicarle dal Nord della Siria. Dal 2016 le forze turche hanno lanciato tre operazioni per prendere il controllo di quella striscia di 700 chilometri che corre lungo la frontiera. Prima ad Al-Bab, poi ad Afrin e infine, nell'ottobre del 2018, a Tell Abyad e Ras al-Ayn. Quella volta sotto gli occhi delle truppe americane schierate al fianco dei combattenti curdi, ma costrette a ritirarsi verso Est dalla decisione di Donald Trump di dare campo libero a Erdogan.
    Sembrava il colpo finale. E invece ancora Kobane si è messa di mezzo. Questa volta con l'esercito del regime di Bashar al-Assad appoggiato dalle forze russe. Ed è rimasta nelle mani dei curdi, seppure in condominio con un piccolo avamposto russo. Un compromesso inevitabile in quel momento, ma che il leader turco non ha mai visto come definitivo. A più riprese ha detto nei suoi comizi nell'Anatolia centrale che anche Kobane sarebbe «tornata» sotto il suo controllo, a completare la fascia di sicurezza, di fatto un pezzo sempre più grande di Siria annesso alla Turchia. Ad Afrin, come a Tell Abyad, oggi nelle scuole si insegna in turco, e nei negozi si paga con le lire che portano l'effigie di Ataturk. La popolazione curda è in gran parte fuggita, centinaia di migliaia di profughi siriani di etnia araba hanno preso il loro posto. Adesso Kobane è più che mai nel mirino. Per Erdogan è la formula magica che gli permetterebbe di far quadrare tutti cerchi. La terrificante crisi economica ha messo a dura prova la sua base elettorale, specie l'inflazione all'80 per cento che divora gli stipendi di impiegati e militari. I tre milioni e mezzo di profughi siriani sono diventati un peso e un bersaglio dei ceti più esposti alla crisi.
    L'idea di rimandarli in Siria, nei territori strappati ai curdi, e al loro posto, è diventata una necessità. La confessione della terrorista siriana «addestrata dai curdi a Kobane» capita al momento giusto. Strappare Kobane ai curdi, con la scusa che è una base per organizzare attentati in territorio curdo, permetterebbe di cominciare il gigantesco ricollocamento. Erdogan lo vuole usare per cementare l'elettorato del suo Akp. La guerra senza quartiere ai curdi è invece il biglietto da visita per convincere l'altro elettorato indispensabile per vincere le presidenziali il prossimo giugno, quello degli ultranazionalisti dell'Mhp. Erdogan ha dimostrato di saper forzare la mano, soprattutto in Siria. Il controllo sui miliziani arabi alleati vacilla, perché il crollo del valore della lira ha ridotto anche i loro stipendi. Urge un colpo di mano, dimostrazione di forza. Kobane è sorta al tramonto dell'Impero ottomano. Si chiamava Kompany Bahn, un centro logistico per la costruzione dell'Orient Express verso Baghdad a opera delle ferrovie tedesche. Ora è una fermata obbligata nei sogni imperiali di Erdogan.
  4. UN'ESEMPIO PER CONTE-LETTA: Secoli di percorsi industriali che risalgono al Rinascimento racchiusi in una tazzina di caffè a 70 centesimi. Una storia tutta e solo biellese fatta di crescita, prosperità, di battaglie sociali (il Patto della montagna, salari uguali per uomini e donne), scioperi anche cruenti e infine di declino segnato dalla globalizzazione dei mercati, di resistenza, di rinnovamento in quelle poche aziende che ancora oggi lottano per garantire la propria eccellenza.
    C'è tutto questo sapore, oltre al piacere di un buon espresso caldo, nella tazzina del caffè servita al Fante di Cuori di Cossato, secondo centro della provincia laniera e porta di accesso alla valle di Mosso, terra di operai e di telai da «campioni del mondo del tessile» almeno fino a quando è durato. Costo al bancone 70 centesimi, appunto, tra i più bassi d'Italia perché qui la tazzina comporta ancora un doppio valore sociale: il sostegno ai tanti clienti lavoratori che tutt'oggi si affacciano al bar e la resilienza dei titolari al crescere della spesa, in primis i rincari di gas e luce.
    Da 27 anni Rosina Furiati e il marito Orlando Paldino alzano la saracinesca un quarto d'ora prima delle 5 del mattino, «perché bisogna essere pronti ad accogliere chi poi si presenta in fabbrica o in azienda». E dal 1999 la tazzina ha sempre lo stesso prezzo. «Abbiamo voluto mantenere invariato il costo del caffè da quando costava 1.500 lire - racconta la signora Rosina-. Con l'entrata in vigore dell'euro, abbiamo calcolato il cambio: da allora non abbiamo mai voluto cedere ai rincari e non lo faremo nemmeno adesso. Siamo in due, senza dipendenti e per il momento riusciamo a far quadrare i conti».
    Perché al Fante di Cuori, il caffè è senza dubbio un piacere. Ma, soprattutto, è un diritto che non deve essere negato a nessuno, in particolare a chi ancora fatica tutti i giorni.
    «L'espresso è il simbolo per eccellenza del nostro lavoro - prosegue la titolare - e pensiamo sia un diritto di tutti. La nostra clientela è sempre stata per lo più di lavoratori del comparto manifatturiero. Apriamo alle 4,45 e gli operai al cambio turno hanno sempre trovato in noi un punto di riferimento. Certo, quando abbiamo cominciato l'attività era tutta un'altra storia, con le persone già in coda fuori dal locale: era un passaggio continuo, non solo di uomini e donne ma anche di storie, di questioni personali. Davanti a un caffè ci si raccontava la vita, insomma. Adesso lo si fa ancora ma in misura minore, la chiusura di molte fabbriche ha influito negativamente anche sulla nostra attività. Comunque grazie al nostro lavoro, che è anche la nostra passione, siamo riusciti a mantenere un numero discreto di clienti che ormai sono diventati affezionati. Con alcuni ci lega uno stretto rapporto di amicizia».
    Oltre a essere uno dei primi locali ad alzare la saracinesca al mattino, il bar di Cossato non ha mai osservato un giorno di riposo, tranne mezza giornata la domenica. «La nostra professione è senza dubbio impegnativa – precisa Orlando Paldino -. Il costo della vita è cambiato, il caro bollette ha colpito anche noi. Rispetto all'anno scorso gli importi sono praticamente raddoppiati, ma non abbiamo intenzione di aumentare il prezzo del caffè. È inoltre fondamentale per noi garantire una buona qualità dei prodotti, infatti utilizziamo da sempre miscele di marca. Non c'è un grande guadagno, ma è una questione di principio».
  5. L'EREDITA' DI SPERANZA:  «Mia suocera tremava di freddo su una barella del pronto Soccorso di Chieri, ho chiesto una coperta, mi hanno risposto che erano finite, di andare a prenderne una a casa». È arrabbiato Danilo Beltramino mentre racconta l'odissea, sua e della moglie Stefania, in ospedale domenica notte. «Mia suocera non sta bene da tempo, ha problemi di sovrappeso e di pressione». Ines Lanciani, 74 anni, ha cominciato a stare male in mattinata. «È sbiancata, si sentiva svenire e non si reggeva in piedi - racconta il genero, che abita a Pecetto - Nel pomeriggio la situazione è precipitata: abbiamo deciso di chiamare un'ambulanza per farla portare in ospedale». Ines arriva in pronto soccorso che sono da poco passate le 16: «Abbiamo aspettato un po', c'erano dei casi gravi. Alla fine è toccato a mia suocera: i medici l'hanno visitata, è stata sottoposta a tutti gli accertamenti, si temeva un edema polmonare». Finiti i controlli, l'anziana donna viene sistemata in una barella in pronto soccorso. «Addosso aveva solo un lenzuolo - racconta Beltramino - Mi sono avvicinato e ho visto che batteva i denti dal freddo».
    Il genero chiede una coperta: «L'infermiere mi dice che le hanno finite, al massimo può darmi un altro lenzuolo. Ma cosa se ne faceva mia suocera di un altro lenzuolo? Lei aveva freddo, si è messa a piangere. Io ho chiesto di nuovo, mi hanno ribadito che non ce ne erano più e, se potevo, di andare a casa a prenderla. Così ho fatto». Beltramino corre a casa a Pecetto e torna con due coperte: «Non sono stato l'unico, ho visto altri arrivare con le coperte da casa. Una cosa indegna». Ma non finisce qui: «Alle 23,30 chiamano mia moglie e le dicono di andare a casa, sua madre deve essere ancora monitorata. Mia moglie vuole restare ma i medici insistono per mandarci a casa». All'una meno quarto squilla il telefono: «Era il pronto soccorso, mia suocera veniva dimessa. Neanche il tempo di arrivare a casa». Beltramino e la moglie si precipitano a Chieri: «Ines era sulla barella, dove arrivano le ambulanze. L'infermiera ci ha dato la sua cartella e le medicine dicendo che il medico aveva spiegato tutto a mia suocera. Ma lei era confusa, non sapeva dirci niente. Io mi sono arrabbiato e ho chiesto che mia moglie potesse andare a parlare con un medico. E così è stato. Ma si può consegnare una donna anziana e in quelle condizioni come fosse un pacco? Dal punto di vista sanitario non posso dire nulla, ma tutto il resto è stato una vergogna».
    Dalla direzione sanitaria dell'AslTo5 ammettono che «effettivamente mancavano le coperte, purtroppo c'è stato un momento di iper afflusso con due urgenze molto gravi che hanno richiesto l'intervento di molto personale disponibile in quel momento in pronto. Inoltre si è verificato un problema all'impianto elettrico che ha bloccato aperte le porte del pronto soccorso. Il personale ha distribuito lenzuola aggiuntive, ma probabilmente non sono state sufficienti a riparare la signora. Nessuno ha detto al figlio di andare a casa a prendere una coperta - insistono - Si ritiene sia stata una iniziativa personale. Ci scusiamo per il disagio». Al pronto soccorso del Mauriziano di Torino le coperte, per ora, ci sono: un punto fermo, se non altro. Questo non significa che siano tutte rose e fiori. Al contrario: «E' l'inferno dantesco», risponde senza mezzi termini, a domanda, il personale.
    Un personale sempre più provato e demotivato. Non ultimo: sotto organico. «Prima o poi arriverà il momento in cui qui dentro non ci sarà più nessuno, eccetto i pazienti - commenta il dottor Domenico Vallino, responsabile del Dipartimento Emergenza dell'ospedale, uno schiacciasassi abituato a macinare turni su turni, sovente per più giorni consecutivi -. I più giovani, in particolare, alla fine lasciano».
    La giornata di ieri è emblematica: 110 accessi dalla mezzanotte di domenica, 47 pazienti "puliti" (cioè no Covid) da ricoverare, 3 i ricoveri effettivi. E gli altri 44? In boarding, cioè in barella nel pronto soccorso. «Abbandonati? Al contrario, ormai facciamo di tutto - precisa Vallino -: comprese le biopsie ossee e addominali». Non esami di routine, ma accertamenti sofisticati che andrebbero eseguiti in reparti specialistici. Se pensate che la giornata di ieri sia un'eccezione, vi sbagliate: ormai è la regola. Questo, più di altro, fa imbestialire il personale. «All'esterno la situazione non si percepisce ma in realtà è come se ci fossero due mondi - protesta Vallino -. Come il Titanic, ha presente? Sopra coperta brindano e suonano l'orchestrina, sottocoperta sono con l'acqua alla gola».
    Nel caso del Titanic, si sa com'è andata a finire. Nel caso dei pronto soccorso, quello del Mauriziano e non solo, le cose volgono al peggio. «Non potrebbe essere altrimenti - commenta il medico -: è come avere due reparti fermi in pronto, ogni giorno».
    I pazienti sono aumentati, i posti letto non bastano, difficile, se non impossibile, dimettere le persone dimissibili. «Una concomitanza di fattori - spiega il medico -. Le famiglie sono in difficoltà, la gente sostiene di avere il diritto di lasciare gli anziani genitori negli ospedali, anche quando non ce ne sarebbe bisogno, gli ospedali delle Asl hanno accesso diretto alle strutture di lungodegenza mentre noi non riusciamo a trovare posto per i nostri pazienti». Pazienti variegati, oltretutto: «C'è di tutto. Pazienti ultrageriatrici, che oramai nemmeno i geriatri visitano più, gente fratturata o con diarree croniche, o traballanti per i primi colpi dell'influenza, varie ed eventuali. Il Covid? Ma no, di quelli non ne abbiamo più di cinque o sei. Più i senza fissa dimora, naturalmente, li portano qui e ci tocca occuparci anche di loro».
    Un numero imponente di casi tra il sanitario e il sociale: «Ne bastano due-tre al giorno, se non trovano posto nelle strutture di lungodegenza in una settimana diventano dodici o quindici. Supera qualsiasi possibilità logistica. Andiamo avanti, finchè potremo».
  6. UN DISASTRO ANNUNCIATO: Munito di retino Marco Ferrari raccoglie i pesci che getterà nel Po, tra breve. Non c'è tempo da perdere: migliaia di «carpe regine» rischiano di morire in quella poca acqua malata che resiste nel rio Orchetto, derivazione di quella che chiamano roggia San Marco, corso d'acqua che confluisce nel Po, a Chivasso, non lontano del ponte. Qui, al rio Orchetto, da giorni, migliaia di pesci boccheggiano a riva: l'ambiente naturale nel quale sono nati non è infatti più in grado di garantire la sopravvivenza. E allora, con il retino, il signor Marco Ferrari prosegue nell'operazione di salvataggio delle carpe: «Se muoiono è un danno pazzesco per l'ecosistema».
    Ferrari è un pescatore esperto e ieri pomeriggio era lì insieme ad altri colleghi nel disperato tentativo di salvare la fauna ittica del luogo. Ad osservare le operazioni, preoccupati, ci sono anche il sindaco di Chivasso, Claudio Castello e l'assessore all'Ambiente Fabrizio Debernardi che si sono immediatamente attivati contattando la Città metropolitana e l'Arpa i cui tecnici, domenica, avevano già prelevato alcuni campioni di acqua per sottoporli per le analisi.
    «Ci vorrà qualche giorno» dicono adesso i tecnici. Spiegando che: «Si tratta di capire se ci sono tracce di inquinamento, ed eventualmente di quale tipo. E comunque a Chivasso, a differenza dalla Dora e dal Po, al Meisino, non sono state trovate anatre e gabbiani morti o in precarie condizioni di salute: questo ci lascia ben sperare».
    A segnalare per primo l'emergenza ittica, nella giornata di domenica, era stato Federico Savino, un altro pescatore che si era recato in quell'area - compresa nel Parco Fluviale del Po - in compagnia del figlio Riccardo dodicenne. Hanno visto ciò che stava capitando e hanno segnalato il problema.
    «Secondo me tutto questo è un problema legato alle temperature, non all'inquinamento. La mancanza di piogge e il formarsi di alghe toglie loro l'ossigeno: non c'è altra spiegazione per questo disastro» ne è certo Marco Ferrari. E Mauro Cavallaro, pescatore pure lui, aggiunge: «Quelle carpe dovrebbero vivere nelle acque del Po soltanto se il Grande Fiume fosse più profondo. L'habitat naturale dei pesci d'acqua dolce è ad una profondità di oltre tre metri in modo così che, nei mesi invernali, possano sopravvivere (in una sorta di letargo), sul fondo dove l'acqua non ghiaccia». Aggiunge Cavallero: «Il Po, da ormai troppo tempo è poco profondo in questo tratto. Ci saranno a malapena un paio di metri e il fondale è ghiaioso».
    Per questa ragione i pescatori giocano la carta del recupero e del trasporto in luoghi che giudicano più adatti. Anche se questo disperato tentativo potrebbe essere del tutto inutile. «Potrebbero tornare tutti indietro: in Po l'acqua è troppo fredda, e non ce n'è abbastanza per pensare di andare in profondità. Rischiamo di ritrovarci a dover affrontare il problema tra pochissimi giorni». Intanto, tutti sperano che il clima faccia la sua parte: «Altrimenti la prossima primavera dovremo affrontare un'ennesima emergenza ambientale». —

 

15.11.22
  1. BIDEN E XI VOGLIONO LA PACE :   Kiev dovrebbe «cominciare a pensare a richieste realistiche e alle priorità per i negoziati» con la Russia, «compresa una riconsiderazione dell'obiettivo dichiarato di riconquistare la Crimea»: sarebbe questo il suggerimento che il consigliere alla Sicurezza Usa, Jake Sullivan, avrebbe dato al presidente ucraino Volodymyr Zelensky stando alle fonti interpellate dal Wall Street Journal. La notizia arriva pochi giorni dopo che il generale americano Mark Milley ha affermato che l'inverno potrebbe creare delle opportunità per trattare la pace, a patto che sia Mosca sia Kiev riconoscano che una vittoria militare totale «potrebbe non essere raggiungibile».
    Potrebbero essere i primi segnali che Washington comincia a premere su Kiev affinché cerchi una soluzione diplomatica con la Russia, che invaso l'Ucraina a febbraio e scatenato una guerra sanguinosa nel cuore dell'Europa. E anche se ufficialmente gli Usa dichiarano che spetta all'Ucraina decidere tempi e modi delle trattative, il New York Times parla di una presunta spaccatura alla Casa Bianca tra chi vorrebbe spingere Kiev verso i negoziati e chi ritiene che sia ancora presto.
    Per il momento Zelensky promette la riconquista di altre città occupate dopo che le truppe del Cremlino sono state costrette a ritirarsi da Kherson: l'unico capoluogo di regione che avevano conquistato. «Non dimentichiamo nessuno, non lasceremo indietro nessuno», ha dichiarato il presidente ucraino, mentre il suo consigliere Mikhailo Podolyak afferma che, «politicamente e psicologicamente, la Russia non è ancora matura per veri negoziati e per il ritiro delle truppe», ma lo sarà «subito dopo la liberazione di Donetsk e Lugansk»: le due principali città del Donbass, di cui Kiev ha perso il controllo nel 2014. Mosca intanto a parole si dice aperta al dialogo, ma non cede di un millimetro sui territori ucraini che si è annessa illegalmente un mese e mezzo fa.
    L'invasione ordinata da Putin ha ucciso decine di migliaia di persone e le atrocità non si fermano. Secondo Zelensky, gli investigatori avrebbero «già documentato più di 400 crimini di guerra russi», gli ultimi scoperti nella regione di Kherson appena liberata. I media internazionali riferiscono inoltre di un video terribile, la cui autenticità non è confermata, che mostrerebbe l'uccisione a colpi di mazza di un presunto ex mercenario del famigerato gruppo russo Wagner accusato di essere un "traditore".
    L'Ucraina intanto - stando a quanto racconta un consigliere presidenziale - sta rafforzando le sue difese alla frontiera con la Bielorussia con un muro sormontato dal filo spinato, sacchi di sabbia, trincee e fortificazioni. «Non è finita qui, ma non riveleremo i dettagli», ha detto il funzionario. Kiev considera la Bielorussia una minaccia perché è proprio da lì che i soldati russi hanno invaso l'Ucraina a febbraio puntando, senza successo, verso Kiev. Non solo: il regime di Lukashenko è anche accusato di aver consentito all'esercito di Mosca di bombardare l'Ucraina dal suo territorio, e l'annuncio a ottobre di una nuova unità militare russo-bielorussa ha riacceso i timori di un attacco congiunto. Diversi esperti ritengono che un'offensiva di questo tipo sarebbe politicamente pericolosa per il governo di Minsk, ma non la escludono completamente come possibilità, consapevoli che il regime di Lukashenko dipende sempre più da quello di Putin. La situazione costringe comunque Kiev a schierare truppe anche a nord, lontano dal fronte.
  2. ATROCITA' : La guerra moderna causa diversi feriti per ogni soldato ucciso in azione. Lo scorso agosto Valeriy Zaluzhnyi, comandante in capo delle Forze Armate Ucraine, in un discorso tenuto ad un convegno di veterani di guerra ha parlato di 9000 eroi morti, dando per la prima volta dei numeri ufficiali.
    Partendo da questa cifra è probabile che, in proiezione, ad oggi, i soldati ucraini feriti dall'inizio della guerra possano essere circa 30.000. Ci troviamo nella regione di Odessa, in un centro di riabilitazione militare, l'ingresso è blindato. Il complesso si trova all'interno di un grande giardino con vista mare circondato da filo spinato e drappi mimetici. Seduti sulle panchine tra gli alberi vi sono giovani uomini, alcuni in tuta, altri in pigiama e ciabatte, discutono su chi abbia più placche metalliche disseminate per il corpo, come fossero medaglie: hanno mani maciullate, articolazioni frantumate, arti mozzati. Tutti si sorreggono su almeno una stampella, alcuni sono in sedia a rotelle.
    Fumano e chiacchierano tra di loro in una bella giornata soleggiata di inizio novembre. Nel centro di riabilitazione sono ricoverati circa trecento soldati provenienti prevalentemente dal fronte di Kherson, qui, a seconda della loro condizione fisica e psicologica, i militari intraprendono dei percorsi di cura e riabilitazione che per alcuni dureranno mesi, per altri anni.
    Yuri è un uomo di 44 anni, soldato semplice proveniente da un paese del nord dell'Oblast di Odessa, Liubashivka. È bloccato a letto per una lesione spinale provocata da alcune schegge che lo hanno colpito alla colonna vertebrale causandogli una paralisi degli arti inferiori. Era il 6 settembre quando sul fronte di Kherson, a Myrne, fu ferito da colpi di mortaio russi: racconta di non aver fatto in tempo a scavare una buca abbastanza profonda nella quale ripararsi. Lo assiste la moglie, che a volte dorme lì con lui. In un'altra stanza troviamo Aleksandr, anche lui sulla quarantina, viene dal Donbass, Rubizhne, città sotto occupazione russa. Il mezzo militare sul quale viaggiava in Donbass fu colpito dall'artiglieria russa procurandogli lesioni agli arti inferiori e superiori, ci mostra i segni delle cicatrici sul suo corpo, zoppica vistosamente. Aleksandr ci dice di aver chiesto, al momento delle dimissioni, di rimanere nel centro perché non saprebbe dove altro andare, è solo, i suoi anziani genitori vivono a Rubizhne e non possono lasciare la città occupata.
    Nel giardino del complesso incontriamo Evgeniy, costretto in carrozzella, che oggi riceve la visita della moglie e della figlia, lui ha 34 anni e viene da Henichesk, nell'Oblast di Kherson. La moglie spinge la carrozzina tra i viali alberati color ocra e rosso fuoco dell'ultimo foliage autunnale, mentre la figlia lo tiene per mano.
    Ha perso entrambi gli arti a causa di una mina antiuomo. Era in missione speciale sul fronte di Kherson, nella zona di Oleksandrivka, con il suo battaglione avevano attaccato con successo le posizioni russe ma mentre si ritiravano si sono ritrovati in un campo minato. Racconta di non riuscire ad accettare la perdita degli arti, il suo percorso psicologico sarà molto lungo, come testimoniato anche da una evidente alopecia da stress. Evgeniy spera di ricevere in futuro delle protesi per iniziare a camminare di nuovo e poi correre dice, mentre la moglie sorride. Li vediamo allontanarsi tra i viali.
    L'ultimo incontro è con un ragazzo di soli 23 anni, Roman, anche lui proveniente dal Nord della regione di Odessa. La sua stanza è buia, ci sono dei raggi di luce che entrano tra le fessure della tenda, lui è seduto sul letto. Ha uno sguardo spento mentre racconta la sua storia: sul fronte di Kherson colpi di mortaio gli hanno tranciato la gamba destra, parte della sinistra e l'avambraccio destro. È stato in coma per quattro giorni e ha subito cinquantasei operazioni. L'umore va su e giù anche a lui, come indica con il movimento della mano. Tra tre settimane tornerà a casa ed avrà una pensione di invalidità pari allo stipendio di un soldato di prima linea, anche se in cuor suo spera di tornare a combattere con delle protesi americane nuove di zecca. Arriva l'infermiera per la riabilitazione, ci chiede di uscire, prima però Roman rivela che la moglie è incinta da un mese, non sanno ancora il sesso del nascituro ma ci tiene a dirci che il nome sarà sicuramente Karina o Karen in onore del chirurgo che lo ha operato così tante volte salvandogli la vita.
  3. CONTRADDIZIONI: Prima è stata celebrata come studentessa modello, con una laurea in Medicina a soli 23 anni, poi l'odio social l'ha travolta tanto che ha dovuto chiudere il suo profilo Instagram che aveva raggiunto gli oltre 30 mila follower. Dopo giorni di polemiche e accuse sulla laurea a tempo di record, con presunti favoritismi, Carlotta Rossignoli, la studentessa, influencer e modella veronese, ha deciso di chiudere il suo profilo social. Con ogni probabilità proprio per la tempesta di odio che si è scatenata contro di lei. E proprio sulla sua pagina Instagram, la giovane aveva postato pochi giorni fa la foto della laurea in Medicina e Chirurgia all'Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano, con la corona di alloro in testa, la tesi in mano mentre sorrideva in un tailleur rosso accesso. Era stata celebrata come studentessa modello, medico a soli 23 anni e anche modella e sportiva, e aveva confessato che il suo segreto era non perdere mai tempo, tanto che poteva anche rinunciare a delle ore di sonno per questo. Subito si sono scatenate le polemiche sui social e da parte di altri studenti della facoltà di Medicina che hanno chiesto chiarimenti all'ateneo sulle tempistiche, secondo loro sospette. C'è chi ha parlato di «esami a porte chiuse» svolti dalla 23enne e di «favoritismi» non meglio precisati, mentre alcuni studenti hanno sottolineato la difficoltà pratica di finire esami, corsi e svolgere i tirocini obbligatori. L'università Vita-Salute da parte sua aveva risposto alle critiche e alle richieste di chiarimento degli studenti con una nota del rettore Enrico Gherlone, in cui spiegava che Carlotta ha conseguito il diploma di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia «nel corso del primo semestre del sesto anno, anziché al termine dello stesso, opzione questa che ogni studente ha il diritto di chiedere, previo conseguimento di tutti i crediti formativi previsti e avendo svolto i tirocini obbligatori anticipatamente».

 

14.11.22
  1. LA CLASSE POLITICA HA BISOGNO DI MEDICI CHE GIUSTICHINO IL BUSINESS DEI VACCINI PER CUI LA GENTE LI HA SEGUITI SIA PAGANDO I VACCINI SIA ACCETTANDO LE MORTI CAUSATE DA UN VIRUS CHIMERA CREATO DAI FONDI DATI DA FAUCI ALLA CINACHE GLI PSUDOVACCINI NON FERMA.
  2. I COSTI INFINITI DEL NUCLEARE :   Tre Comuni contro Sogin. La battaglia per scongiurare l'arrivo del deposito di scorie radioattive, ora, passa attraverso un esposto presentato in Procura a Ivrea e con il quale le Amministrazioni comunali di Chivasso, Mazzè e Rondissone vogliono denunciare che l'individuazione dell'area presenta carenze di natura tecnica. E poi denunciano di aver speso soldi pubblici per pagare consulenze e professionisti.
    L'esposto è contro Sogin, la società di Saluggia responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari, perché ha inserito nella mappa dei siti idonei per stoccare scorie nucleari, un'area tra Mazzè, Chivasso e Caluso.
    Un documento di oltre mille pagine con cui i sindaci vogliono dimostrare i «gravi vizi di forma», le «carenze di natura tecnica» oltre ad una «mancanza di trasparenza nella procedura di individuazione del sito». E poi ci sono i soldi pubblici che le amministrazioni hanno impegnato per presentare le controdeduzioni.
    L'idea dell'esposto era stata avanzata dall'assessore all'Ambiente del Comune di Chivasso, Fabrizio Debernardi, raccolta poi dal primo cittadino di Chivasso Claudio Castello, che spiega come «l'esposto è indispensabile a riportare la non idoneità dell'area che era stata individuata da Sogin all'inizio della procedura nazionale. Dopo aver condiviso con i comuni dell'area To10 le osservazioni della Cnapi (carta nazionale delle aree potenzialmente idonee), continuiamo con fermezza la nostra battaglia per tutelare il territorio e la popolazione del Chivassese dalle ricadute negative di carattere ambientale, economico e di sicurezza dovute all'imprecisa valutazione dei criteri di previsione e scelta dei siti per la costruzione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi».
    Ma il più deciso in questa battaglia è il sindaco di Mazzè, Marco Formia che non risparmia accuse: «Siamo stati messi nelle condizioni di dover impegnare risorse umane ed economiche importanti per un'istruttoria che avrebbe dovuto preparare Sogin». E aggiunge: «La possibilità che possano arrivare scorie nucleari ha creato danni al mercato immobiliare. Sono a conoscenza di compromessi disdetti all'ultimo momento».
    L'esposto arriva dopo le manifestazioni di protesta di centinaia di cittadini. L'iter è attualmente fermo al Ministero della transizione ecologica, ma ad oggi il Canavese non è sicuro di essere definitivamente escluso dalle aree idonee.

 

13.11.22
  1. IL SEGRETARIO DEL PD DEVE SODDISFARE I CAPI CORRENTE NON GLI ELETTORI.
  2. IL PD VIENE VOTATO QUANDO GLI ALTRI PARTITI SONO INVOLTABILI.
  3. IL NOBEL DELL'ECONOMIA 22 DIMOSTRA IL POTERE DELLE LOBBY  DEI DOCENTI UNIVERSITARI CHE VOGLIONO IMPORRE IL POTERE DELLE LORO LOBBY PER TROVARE ANCHE ADEPTI  PER LA LORO CONTINUITA' FRA GLI STUDENTI .

 

12.11.22
  1. IN FRANCIA C'E' UN'ASTIO DI INVIDIA  VERSO L'ITALIA :   Coerente all'istinto che ciclicamente lo fa sparire dalla scena pubblica, il bailamme fra Roma e Parigi ha un solo spettatore silenzioso: Mario Draghi. Mentre andava in pezzi l'asse diplomatico costruito con pazienza per venti mesi, l'ex premier era a Londra a godersi qualche giorno di vacanza coi nipoti. Come sempre non ha mancato di tenersi informato su quel che stava accadendo. Chi ha avuto il privilegio di accedere al suo telefono l'ha sentito stupito, quasi incredulo per gli errori di Giorgia Meloni nella gestione della Ocean Viking, se non altro per la rapidità con la quale ha dimenticato i consigli dispensati. Breve flashback: 22 ottobre, Palazzo Chigi. L'ex banchiere centrale e la leader di Fratelli d'Italia si chiudono in un salottino. Per oltre un'ora Draghi spende parole sulla materia che meglio conosce: i rapporti in Europa. Invita Meloni a evitare passi falsi sia con la Francia che con la Germania. Snocciola tutte le ragioni per le quali coltivare rapporti di buon vicinato, i dossier sui quali il giudizio dei grandi elettori dell'Unione è essenziale. L'accordo sul tetto al prezzo del gas, la riforma del Patto di stabilità, del fondo salva-Stati, la revisione del Recovery Plan, la vendita di Alitalia, il futuro di Telecom. Da qualunque angolo lo si guardi – questo il ragionamento di Draghi – «non c'è partita che l'Italia possa vincere da sola». All'economista forse sfugge solo di metterla in guardia dal cul de sac più pericoloso che c'è: l'immigrazione. Fino a quel momento i contatti fra i due – e fra i rispettivi staff – era stato quasi quotidiano. L'aveva detto pubblicamente: «Sarò garante di una transizione ordinata». Ma si era anche ripromesso che quella postura da lord protettore sarebbe venuta meno il giorno dopo il passaggio di consegne. E così è stato, dicono le fonti interpellate: l'ultimo contatto fra i due risalirebbe a quel giorno. Secondo alcuni Meloni in questi giorni ha tentato di raggiungerlo al telefono, invano.
    L'unica certezza è che Draghi considera quello consumato in queste ore un gigantesco errore. Se c'è un alleato che l'Italia non può permettersi di perdere, è Emmanuel Macron. Perché l'agenda dei due governi è simile su molte partite. L'energia e i conti pubblici, per citare le due più importanti. Perché la Francia il più influente dei Paesi della sponda sud dell'Unione.
    Draghi aveva dato credito a Meloni, anche nell'ultima riservatissima cena all'Eliseo, invitato da Macron. Lo aveva fatto perché convinto delle sue doti di leadership, e perché certo che se c'è un momento storico in cui sfruttare l'asse con Parigi, è questo: l'Italia e la Francia si sono vincolati attraverso un trattato intergovernativo (il patto del Quirinale) nel momento più difficile dei rapporti fra Francia e Germania. «Per decenni, e fino all'uscita di scena di Angela Merkel, l'Unione è stata governata dall'asse franco-tedesco. Dire che avessimo spostato l'asse su di noi sarebbe troppo, ma ci eravamo molto vicini», racconta uno stretto collaboratore sotto la garanzia dell'anominato.
    Sui perché del pasticcio di queste ore Draghi non si è granché interrogato. Ma chi ha lavorato con lui ha maturato una convinzione: la vicenda Ocean Viking ha portato in superficie una divisione sotterranea interna al governo francese e alla squadra di Macron. Fra chi ha costruito con convinzione l'asse con l'Italia e chi invece era scettico, soprattutto dopo la vittoria elettorale di Meloni. Che ci fossero crepe all'Eliseo, a Palazzo Chigi lo avevano avvertito in un paio di occasioni dopo il voto di settembre. Prima con le parole sprezzanti della ministra degli Affari europei Laurence Boone sulla necessità di «vigilare sull'Italia», e il giorno successivo all'insediamento della Meloni, quando fino all'ultimo non era chiaro se i due si sarebbero incontrati durante la visita del francese a Roma. Il 21 ottobre, a precisa domanda, Macron aveva escluso l'incontro. Poi, sotto gli auspici del Quirinale, la decisione di accettare il faccia a faccia, seguito da una stretta di mano non troppo convinta. Un altro degli ex frequentatori di Palazzo Chigi lo dice allargando le braccia: «Se il nuovo governo voleva dare un alibi al partito degli scettici, ha centrato l'obiettivo. Speriamo sia solo un problema di inesperienza».
    Se l'ambizione di Draghi fosse stata esaudita, a mettere una pezza alla crisi diplomatica dal Colle oggi ci sarebbe lui. Macron, che dell'ex presidente Bce ha stima sin dai tempi in cui era ministro delle Finanze, ora vorrebbe farlo succedere a Jens Stoltenberg alla Nato. Ma il primo a essere poco convinto dell'ipotesi è proprio Draghi: non si sente tagliato per quel ruolo, ed è convinto che a decidere le sorti di quella poltrona non sarà l'inquilino dell'Eliseo, ma quello della Casa Bianca, che gli preferirebbe in ogni caso qualcuno più avvezzo ad assecondare i desiderata di Washington. L'unico futuro che l'ex premier non disdegnerebbe è al Consiglio europeo, la cui successione è però prevista solo nel 2024. Cosa farà nel frattempo nessuno, neppure gli amici più intimi, è in grado di prevederlo. L'unico futuro che non si augura è quello di essere chiamato a rimediare agli errori della politica italiana. Sarebbe la terza volta in dieci anni.
  2. PREMIO A DI MAIO PER IL SOSTEGNO A DRAGHI , UNA CLASSE DIRIGENTE DEI FURBETTI: Luigi Di Maio è uno dei candidati forti per l'incarico di emissario dell'Unione europea nel Golfo. Gli ottimi rapporti con l'Alto rappresentante Ue Josep Borrell, stretti quando Di Maio guidava la Farnesina, e il sostegno dell'ex premier Mario Draghi, avrebbero dato una spinta decisiva nella corsa dell'ex ministro degli Esteri. Un impegno, per lui, che troverebbe continuità nella spinta data dalla Ue alla strategia di diversificazione delle forniture energetiche dopo la rottura dei rapporti con la Russia. Un futuro lontano dall'Italia, dunque, e dal Parlamento, dopo il fallimento del progetto politico di Impegno civico, nato dalla scissione del Movimento 5 stelle
  3. IL PD NEL M5S : Tutti lì, più o meno fermi sulla sponda del fiume, quasi aspettassero di veder passare il loro stesso cadavere. L'ultima istantanea del gruppo dirigente del Pd consegna un'immagine sconfortante agli oltre cinque milioni di elettori che ancora il 25 settembre scorso avevano scelto di votare il partito guidato da Enrico Letta. Aspettavano una reazione. Pensavano ad una grande voglia di riscossa. Semplicemente, speravano. Si sono ritrovati, quasi increduli, di fronte ad una proposta che rinviava di sei mesi la scelta di un nuovo leader e la definizione di un profilo ed un'identità convincenti. Ora, pressati da appelli e petizioni, alcuni di quei Dirigenti – non tutti – provano ad anticipare i tempi almeno un po': ma giunti a questo punto, non è affatto detto che ci riescano.
    Anche Enrico Letta sarebbe sempre più favorevole ad una accelerazione, ma la sua voglia – e soprattutto il suo potere – ormai sono quello che sono. È personalmente provato e preoccupato per come vanno evolvendo le cose, tanto che ai suoi collaboratori l'altro giorno ha confidato: «Quanto è difficile, stavolta. In alcuni momenti temo che il partito possa implodere e non tenere fino a marzo...». Per esperienza sa che nell'arena politica gli spazi lasciati liberi vengono subito occupati. Ed ha valutato per quel che è la parabola Pd disegnata dai sondaggi post voto: 19, 07% alle elezioni del 25 settembre, 16, 0% nella rilevazione del 7 novembre. Tre punti percentuali persi in appena un mese e mezzo: di questo passo, a marzo il futuro del Partito democratico sarà già stato deciso da qualcun altro...
    Non ci si può nemmeno aggrappare alla circostanza che dopo l'avvento di Giorgia Meloni tutte le opposizioni siano in difficoltà: Calenda e Renzi, infatti, un po' si rafforzano. E cresce, soprattutto, il partito di Giuseppe Conte, che secondo l'ultimo sondaggio disponibile avrebbe già superato il Pd. La crisi, insomma, non investe tutti: e in particolare non sembra sfiorare il Movimento Cinquestelle, pur uscito più che dimezzato dal voto di settembre. Cosa sta succedendo intorno ai Democratici? E come tentare di venirne fuori? «È il periodo più brutto della mia vita», confessa Letta, quasi soffocato dal peso di una sconfitta che sente oltremodo sua. È uno sfogo comprensibile: e non solo umanamente ma anche politicamente, alla luce di quel che vede accadergli intorno. I leader che puntava ad avere come alleati elettorali, infatti, volteggiano sulla crisi del Pd come avvoltoi su un animale morente. E volteggiando si fanno beffe dei dirigenti del Nazareno. «Nel Lazio o accettano le nostre condizioni o andremo da soli», maramaldeggia Conte. E Calenda è quasi involontariamente offensivo, quando chiede al Pd lombardo di puntare su una storica esponente del centrodestra per conquistare la guida della Regione.
    Ma è così che vanno le cose, per il momento. E semmai sorprende che ci sia, tra i dirigenti di Roma, chi non abbia disdegnato (e non disdegni tutt'ora) quest'ultima ipotesi, cioè una campagna elettorale a sostegno di Letizia Moratti: che se non fosse stato per l'opposizione della Lega, oggi sarebbe la candidata (probabilmente vincente) della destra lombarda. Eppure: non si era detto che il "governismo" era la malattia principe di cui aveva sofferto il Pd negli ultimi dieci anni? E non si era aggiunto che il nuovo profilo andava costruito a partire da scelte coerenti e – soprattutto – chiare agli elettori?
    Enrico Letta prende atto. Vorrebbe una campagna congressuale all'altezza della crisi che investe il partito (e il Paese) ma non sembra aver grande voglia di tornare in battaglia. Molte cose lo hanno deluso nei giorni successivi al voto, ed altre lo stanno sorprendendo adesso. I capannelli tra capicorrente. Certe candidature del tutto inattese. E le divisioni – ancora – tra ex comunisti ed ex democristiani, storie politiche esaurite trent'anni fa. I soliti giochini, insomma. La ricorrente tentazione di decidere nelle segrete stanze: perché va bene le primarie, ma intanto mettiamoci d'accordo su chi le deve vincere...
    Stefano Bonaccini, figura assai autorevole. Dario Nardella e Matteo Ricci, sindaci noti e popolari. Paola De Micheli, forse outsider ma già in pista. Ci si scruta tra possibili candidati. Si tentano accordi. Si fiuta l'aria. E ci si interroga, soprattutto, sul cosa fare ora che anche Elly Schlein – la più imprevedibile, eccentrica e pericolosa tra i candidati – ha fatto la sua scelta: «Partecipo al Congresso, non sto a guardare». Poco controllabile, la Schlein. E poco incline ad accordi pasticciati. Entra nella casa del Nazareno e potrebbe trasformarsi nel noto elefante tra i cristalli... Improponibile, sostengono molti dei Dirigenti. Una scommessa ma una bella scommessa, commentano molti militanti.
    Qui nessuno consiglia niente a nessuno, ma – visto il quadro – la sensazione è che il momento delle scelte non sia più rinviabile. Calenda-Renzi o Conte è un bivio che porta in mondi diversi, talvolta opposti. Maggioritari o proporzionali è un equivoco da sciogliere. Un Segretario o finalmente una Segretaria? Non saranno settimane facili, è chiaro. Ma già se fossero settimane e non mesi, sarebbe un buon segno: il segno che l'allarme è finalmente suonato. Perché chi si ferma è perduto, si è soliti dire: ma ci si può perdere anche continuando a camminare su una via evidentemente sbagliata...
  4. I SERVIZI SEGRETI DA CHE PARTE STANNO ?  : Sono passate 24 ore dal corteo che ha proiettato il Cua di Bologna su tutti i media nazionali e il fantoccio di Giorgia Meloni è stato rimosso dalla torre Garisenda. Il laboratorio transfemminista Cybilla che ha rivendicato il gesto e in cui Isabella G. milita ha appena diramato un comunicato: «Noi indichiamo la luna e voi guardate il dito». Parla sui gradini di una casa occupata del centro (parte della politica per gli alloggi degli studenti antagonisti), si dice stupita per l'improvvisa celebrità del suo gruppo, tranquilla per le eventuali denunce e rivendica i metodi plateali che vengono contestati, anche da chi in fondo ne condivide le idee.
    Si aspettava questo clamore?
    «Siamo stupiti, ma neanche tanto. Ci dispiace che tutti parlino del manichino e non dei temi che ci stanno a cuore: il diritto alla casa, il reddito, la violenza femminicida, i migranti, il carovita».
    È stato un gesto simbolico o una minaccia?
    «Un gesto simbolico che rivendichiamo. Un modo per esprimere un bisogno e una necessità, un modo per autodeterminarsi».
    Avete anche imbrattato l'ingresso di un supermercato. Molti sui social condividono i vostri reclami ma non il metodo.
    «Protestare significa inceppare il meccanismo e l'obiettivo di chi fa attivismo è non fermarsi».
    Davanti al supermercato avete chiesto lusso anche per voi. Gruppi di sinistra come il vostro, non vedono il lusso in modo critico?
    «No. Perché dovremmo mangiare solo pasta e fagioli? Perché non possiamo avere tutte e tutti questa ricchezza? Anche noi vogliamo ciò che è bello».
    Non è preoccupata che la denuncino?
    «Sono tranquilla, in questo contesto ci aiutiamo a vicenda».
    Il 24 novembre Meloni sarà in città e avete detto che le darete il benvenuto
    «Quel giorno inaugureranno il Tecnopolo e sarà installato un supercomputer. Vogliamo avere accesso anche a quello».
    Tra voi ci sono scienziati che saprebbero usarlo?
    «Stiamo lavorando per formare un gruppo».
  5. ERA GIA' TUTTO PREVISTO MA L'INGORDIGIA E' CECA: Ha costruito un impero da 32 miliardi di dollari conquistando le copertine di Forbes e Fortune, ha collaborato con la supermodella brasiliana Gisele Bundchen, ed è stato persino definito "il nuovo Warren Buffett". È stato il secondo principale finanziatore individuale della causa democratica, con donazioni totali alle elezioni di Metà Mandato di 39,8 milioni di dollari, secondo solo a George Soros. Ha avuto anche il tempo di realizzare un nuovo scintillante edificio per ospitare Ftx, la sua società di scambio di criptovalute, e acquistare i diritti per un'arena sportiva. La sua ambizione era racchiusa nella promessa, un giorno, di rilevare Goldman Sachs. Non è andata così. È un epilogo drammaticamente triste quello di Sam Bankman-Fried, il 30enne considerato il "mago di Oz" delle valute digitali. Ieri Ftx ha presentato istanza di protezione fallimentare (Chapter 11) dopo che non è stata in grado di soddisfare il fiume di prelievi da parte dei clienti, uno scossone per il mondo cripto.
    Bankman-Fried, che una settimana fa era tra le figure più reputate nel settore delle criptovalute, con una fortuna di 24 miliardi di dollari e stretti legami con Washington, Wall Street e Hollywood, si è anche dimesso da ad. A traghettare la società nelle torbide acque della procedura fallimentare è John R Ray, specialista in ristrutturazione che ha supervisionato i casi di fallimento di Enron e Nortel Networks.
    In poco più di tre anni, Ftx si era assicurata una valutazione di 32 miliardi di dollari e aveva corteggiato un elenco di investitori di eccellenza, tra cui Paradigm, SoftBank, Sequoia Capital e Temasek di Singapore. Il tentacolare impero commerciale gestito da un gruppo affiatato di soci di lunga data vicini a Bankman-Fried, molti dei quali vivevano insieme in un attico di Nassau, Bahamas, conta ora circa centomila creditori. Il Chapter 11 segna anche il tramonto di "Sbf", così è conosciuto nel settore il rampante criptoimprenditore. Competente e dal volto buono si era venduto come interlocutore affidabile in un'industria che solleva non pochi dubbi e diffidenze. Le difficoltà di Ftx sono emerse agli inizi di novembre, quando Coinbase pubblica un rapporto in cui indica che Alameda Research - società controllata da Banked-Fried - aveva gonfiato il bilancio con miliardi di dollari di token digitali non liquidi emessi da Ftx. Una rivelazione che spinge Binance, la maggiore piattaforma di trading di criptovalute al mondo, a scaricare i token aprendo la strada a una pioggia di richieste da parte dei clienti Ftx per riavere indietro i propri soldi. Alle prese con una crisi di liquidità e un buco da otto miliardi di dollari, Ftx raggiunge un'accordo con la stessa Binance accorsa in aiuto. L'intesa però non regge, per Ftx scatta la corsa spasmodica alla raccolta fondi ma ormai è troppo tardi: dopo essersi scusato pubblicamente Sbf getta la spugna. «Mi dispiace davvero che sia finita così». Dopo l'annuncio del fallimento Bitcoin, benchmark di settore, è sceso al nuovo minimo di due anni, 16.492 punti. Il timore è che lo scossone Ftx si trasformi in un terremoto per il comparto cripto, con una crisi simile a quella del 2008 con fallimenti a catena. «Potrebbe esserci un effetto contagio», avverte il Ceo di Binance, Changpeng Zhao, che tuttavia non rinuncia al suo consueto ottimismo: il settore recupererà con il «mercato che guarirà da solo».
  6. LA POLITICA DI FASSINO-APPENDINO HA UCCISO TORINO: Osservare Torino da una certa angolazione significa leggerla attraverso il gioco dei contrasti. Da una parte c'è la città appena uscita da un'estate con i musei pieni di visitatori e che si rituffa in questi giorni nell'entusiasmo delle Atp Finals, con oltre 40 mila biglietti comprati da paesi stranieri. Dall'altra c'è un monumento all'immobilismo che è la stazione di Porta Susa, paradosso per una galleria dove ogni giorno transitano centinaia di treni che portano pendolari e turisti. La discesa dai binari continua a portare dietro di sé un senso di incompiuto. Eppure qualcosa si muove perché a metà dicembre è annunciata l'inaugurazione di un McDonald's (ad agosto si era detto che avrebbe inaugurato in autunno). Ma è troppo poco, considerato che quello nato per essere un boulevard commerciale integrato con il resto della città è praticamente vuoto. L'infilata di vetrine con l'avviso ‘locali in allestimento' fa ormai parte dell'arredo di questo grande tubo trasparente.
    In tutta la stazione le superfici commerciali occupano circa 5 mila metri quadri. Con l'imminente arrivo della catena statunitense di fast food i locali aperti al pubblico raggiungeranno i 1200 metri quadri (compresi i tre piccoli bar già presenti). Una goccia in un oceano. Negli spazi al livello – 1, sul lato di piazza XVIII Dicembre, sono in corso i lavori per preparare gli ambienti interni dove troveranno posto la cucina, il bancone e i tavolini: il nuovo McDonald's si svilupperà su una superficie di 600 metri quadri disposta su due livelli, dove prenderanno servizio circa una trentina di dipendenti. Gli ingressi saranno sia al piano interrato che al piano terra sul lato di corso Bolzano, lo sviluppo del progetto è in mano al marchio Chef Express. «I lavori sono in ultimazione, mediante questa nuova offerta vogliamo accelerare l'integrazione di Porta Susa con il centro urbano» spiega Simone Maltempi, amministratore delegato di Altagares, società aggiudicataria degli spazi commerciali circa tre anni fa.
    La quasi totalità degli spazi, però, continua a soffrire una fase di stallo cronica. Pochi mesi fa Altagares spiegò che, in base agli accordi, Rfi avrebbe dovuto liberare già entro il dicembre del 2019 i locali che si trovano al livello – 1, attualmente occupati da biglietterie e Polfer, per spostarli al piano terra. «Ancora oggi non abbiamo notizie sui tempi di consegna, così due terzi della stazione restano bloccati – dice Maltempi – Per trovare la sua identità la stazione deve cominciare proprio da quella passeggiata commerciale al livello – 1, riceviamo continuamente tante manifestazioni di interesse per quegli spazi». Nel frattempo dal quartier generale di Rfi confermano che «proseguono i dialoghi fra le varie parti per trovare un'altra collocazione alle attuali aree, ma c'è bisogno di tempo».
    Quello che per Porta Susa sembra passare inesorabile. Nel prossimo gennaio saranno dieci anni da quando l'allora premier Mario Monti venne a inaugurare la stazione, da cui ogni giorno transitano circa 600 treni e che conta oltre 12 milioni di viaggiatori all'anno. Nel frattempo nell'area a ridosso della lunga galleria si stanno mettendo le basi per la rinascita del complesso che, una volta, era la biglietteria della vecchia Porta Susa: all'altezza di piazza XVIII Dicembre sorgerà un albergo per cui nei prossimi mesi è attesa la posa del primo mattone. Al contempo, nella stessa area si realizzeranno anche un ristorante e una sala convegni, integrata nel corpo del futuro hotel Marriott.

 

 

 

11.11.22
  1. IL CESSATE IL FUOCO VOLUTO DA BIDEN E XI:    C'è stato un momento, nella giornata di ieri, in cui è sembrato che Mosca fosse disponibile ad aprire la porta a possibili negoziati con l'Unione Europea per imprimere una svolta alla guerra. «La Russia è pronta a discutere con l'Ue le modalità di uscita dalla crisi», è stata la frase che è rimbalzata sin dal mattino nelle agenzie di stampa internazionali. A pronunciarla Maria Zakharova, la diplomatica di punta del ministero degli Affari Esteri russo e sua portavoce ufficiale. Ma non è stato che un momento, perché il tono delle sue dichiarazioni, contestualizzate all'interno dell'intervista che ha rilasciato al magazine online aif.ru, era invece completamente diverso. E di nuovo, si esprimeva tutta l'ostilità del Cremlino per i leader europei, «che mirano all'escalation e non alla sua riduzione, né alla ricerca di una soluzione politica», e che sono soltanto «capaci di retorica». La realtà, secondo Zakharova, è che in Europa sarebbe in corso una separazione tra le leadership e i cittadini, loro sì interessati alla fine della guerra e preoccupati per le conseguenze economiche che la crisi energetica avrà sulle loro vite: «Sta diventando sempre più difficile per i leader europei – ha detto – spiegare ai propri cittadini l'aumento record dei prezzi di riscaldamento, elettricità e cibo, le persone si stanno stancando della retorica permanente e delle infinite accuse infondate contro la Russia. C'è una crescente richiesta – ha aggiunto – per la fine del conflitto in Ucraina, e l'unica strada per le persone comuni è fare appello ai loro leader con la richiesta di tornare in sé». Non solo quindi non si parla di aperture, ma si rinnova l'intenzione di agire sulle divisioni interne, facendo leva stavolta sulla volontà popolare degli europei (e qui bisognerebbe interrogarsi su come vengono interpretate al Cremlino le piazze pacifiste dei Paesi democratici, e su cosa questo significhi per le sorti della guerra).
    A Bruxelles, intanto, la politica europea procede per la sua strada e concorda di non rilasciare visti Schengen ai russi che ne faranno richiesta sulla base di documenti rilasciati nelle ex regioni ucraine. Il testo degli accordi – pubblicato ieri in un messaggio del Consiglio europeo - dovrà passare attraverso una procedura formale di approvazione da parte di tutti gli Stati membri, e costituirà una nuova occasione per misurare la compattezza dell'Unione.
    I russi, come era prevedibile, non l'hanno presa bene, tanto che la Tass, nel dare la notizia, ricordava la grande partecipazione al referendum nelle repubbliche separatiste del Donetsk e di Lugansk, e precisava che si tratta comunque di una decisione «preliminare» ancora da confermare. La linea dell'Unione rimane dunque immutata: pieno sostegno all'Ucraina e sollievo per il fatto che negli Stati Uniti non si sia registrata una messa in questione dell'amministrazione Biden. Ma fonti vicine all'Alto Commissario per la politica estera Borrell hanno parlato, ieri per la prima volta, dell'importanza di «cominciare a pensare al post conflitto», facendo sollevare qualche sopracciglio fra i falchi della linea dura e lasciando immaginare che comunque l'annunciato ritiro russo da Kherson abbia oggettivamente cambiato qualcosa nel complesso mosaico dell'avvio di reali negoziati.
    I russi sono in difficoltà, inutile negarlo. E molte delle dichiarazioni di ieri vanno lette alla luce della volontà di distrarre l'attenzione da una reale debolezza: nel caso in cui, infatti, gli ucraini riuscissero a prendere il controllo – dalla riva sinistra del fiume Dnepr, quella abbandonata dai russi – della rete idrica che passa sopra la Crimea, ecco che si aprirebbero nuovi disagi per la popolazione civile e il corso della guerra potrebbe conoscere nuove sorprese.
    Sul fronte diplomatico, gli occhi sono adesso puntati sul prossimo G20 di Bali, dove Putin non sarà presente - a dimostrazione del momento difficile – e si limiterà a inviare il ministro degli Esteri Lavrov. Qui gli europei hanno la possibilità di sfruttare l'occasione per riallacciare i rapporti con la Cina (il cancelliere Scholz ha spianato la strada, Macron si è già messo a rincorrerlo). Anche Pechino è stufa di questa guerra, e non potendo far leva su un'intesa con gli americani, potrebbe guardare all'Europa come l'unico player occidentale adatto per «cominciare a pensare al post-conflitto».
  2. ACCORDO XI-BIDEN : Il sipario sulle elezioni di Midterm non cala con i conteggi ancora in corso, ma l'agenda internazionale chiede al presidente Usa uno sforzo per mantenere integra la leadership americana.
    Ieri l'Air Force 1 è decollato dalla base di Andrews e oggi Biden sarà in Egitto per la Cop27 e un bilaterale con Al Sisi. Poi andrà in Cambogia per il summit dell'Asean e infine a Bali per il G20 del 15 e 16 novembre. Qui lunedì 14, ci sarà il bilaterale con Xi Jinping.
    Sarà il primo incontro di persona fra i due da quando Biden è alla Casa Bianca. Ci sono state videoconferenze e telefonate, (l'ultima in luglio) ma la possibilità di confrontarsi a tu per tu sarà l'antipasto del G20 indonesiano. Washington ha lavorato a lungo all'incontro e il comunicato che lo annuncia riflette cautela e l'obiettivo dell'incontro. Spiega Jake Sullivan consigliere per la Sicurezza nazionale: «Non ci sono obiettivi da raggiungere o cose tangibili». Più che altro Biden, che crede molto nella diplomazia diretta e nel dialogo fra i leader, avrà l'opportunità di confrontarsi con Xi su tanti dossier. Parlando magari a ruota libera e gettando le basi per «le relazioni e il rispetto delle regole su cui si basa la competizione».
    La nota della Casa Bianca menziona la necessità di «tenere aperte le linee di comunicazione», la «gestione responsabile della competizione», il «lavoro insieme sui temi dove gli interessi sono allineati», clima e pandemie. E i due discuteranno «una serie di questioni regionali e globali». Linguaggio volutamente vago, che fonti della Casa Bianca hanno provato a rendere meno criptico suggerendo che il tema Ucraina e la vicinanza che Pechino ha mostrato a Putin sarà sollevato, benché gli Usa ci arriveranno con tanto di dichiarazione di non aver visto un sostegno militare cinese a Mosca; Washington potrebbe chiedere uno sforzo alla Cina per frenare i pruriti nucleari della Nord Corea. Una fonte che ha dimestichezza con il dossier si è detta sicura che «Biden solleverà alcune preoccupazioni degli Usa come gli atteggiamenti cinesi minacciosi della pace e delle stabilità nello Stretto di Taiwan e le violazioni dei diritti umani».
    E ci sarà anche un confronto sullo stop ai commerci con i cinesi di materiale ad alto contenuto tecnologico. Un funzionario dell'Amministrazione ha puntualizzato che non si vuole colpire l'economia cinese o la gente, ma «che la misura è volta a impedire uno sviluppo e un utilizzo di componenti Usa in ambito militare».
    L'America ritiene che si debba applicare con Pechino una strategia riassumibile in tre parole: investire, competere, allineare (gli interessi). Sono vertici di un triangolo che esce dalla logica del puro contenimento dell'espansione cinese ma allo stesso tempo rafforza, nella componente «competere», l'idea che gli Usa debbano mantenere una supremazia nel comparto strategico e militare e che la relazioni «debbano essere basate su regole condivise».
    Sullivan in un briefing ai reporter ha detto anche che gli Usa poi riferiranno a Taiwan i contenuti del bilaterale con i cinesi. Che avviene in un contesto diverso rispetto solo a pochi giorni fa: Xi ha chiuso il congresso del Partito da leader assoluto e l'appuntamento di Midterm ha tolto alcune incognite dall'agenda di Biden.
    La cornice del G20 non è secondaria. Economia, energia, cibo, sostegno del debito sono centrali nella visione Usa e saranno il cuore della due giorni indonesiana.
    A Bali mancherà Putin, ne farà le veci il ministro Lavrov, «nessun incontro con Biden», ha precisato Sullivan che ha annunciato l'invio di nuove componenti per la difesa aerea a Kiev, spiegato che l'America non sta spingendo l'Ucraina a trattare e che sul ritiro russo da Kherson bisognerà essere prudenti prima di esprimere un giudizio definitivo: «Non è la fine della guerra».
    A Bali, Biden avrà l'occasione di conoscere i due «nuovi premier europei», Sunak e Giorgia Meloni. Sullivan non ha parlato di bilaterali ma di «incontri». Sarà un bilaterale e non avverrà a Bali bensì a Sharm El Sheik oggi quello fra il presidente Usa e l'egiziano al Sisi. Gli ribadirà la necessaria cooperazione per la stabilità e la sicurezza in Medio Oriente e gli chiederà conto «dei prigionieri politici» e la liberazione dell'oppositore simbolo del regime Alaa Abdel Fattah. —
  3. LA CORRUZIONE POLITICA DILAGA ANCHE IN VATICANO: Manomissioni, depistaggi, insabbiamenti, microspie e minacce per bloccare le indagini avviate sui conti del Vaticano per ordine di papa Francesco e che portarono a evidenziare distrazioni di denaro, pacchi di banconote in contanti infilate in borse della spesa di cardinali, pagamenti indebiti, dubbie compravendite immobiliari. L'ex revisore generale dei sacri palazzi Libero Milone - nato all'Aja nel 1938, uomo finora defilato, cresciuto a numeri e relazioni dopo aver fondato Deloitte Italia e aver lavorato in quel gruppo per 32 anni – dopo meline tra diplomazia e mezzi silenzi svela un'inquietante trama che avrebbe portato alla sua estromissione nel giugno del 2017. «Mi dissero o se ne va o l'arrestiamo». All'epoca si disse che era indagato per peculato, spionaggio, ma l'indagine forse mai nemmeno esistita non partorì nulla. Oggi, invece, saputo che l'inchiesta è stata riaperta, decide di andare in contropiede. Chiede, insieme al suo vice dell'epoca Ferruccio Panicco, 9.278.000 euro di danni in sede civile, una «domanda giudiziale» diretta contro la segreteria di Stato, nella persona del cardinale Pietro Parolin, e dello stesso ufficio del Revisore. Panicco – in più – addita al Vaticano il peggioramento della sua malattia, un cancro alla prostata, perché il fascicolo medico gli venne sequestrato con l'estromissione, e mai riconsegnato, ritardando le cure: «Statisticamente non ho speranze di guarigione - dice in videoconferenza -. Penso che loro siano colpevoli, non dolosamente, di avermi condannato a morte senza motivo dopo una lenta e significativa sofferenza. Mi hanno tolto dai 10 ai 15 anni di vita».
    Tra gli stucchi dello studio del loro avvocato, il professor Romano Vaccarella, per tre ore Milone spiega cosa avrebbe scoperto da quando nel giugno 2015 Bergoglio lo incontrò nella saletta d'attesa a piano terra della residenza di Santa Marta. «Non si faccia mai impressionare – mi disse il santo padre – ma di fronte a quanto emergeva... Davamo troppo fastidio a quel groviglio di interessi e di assetti di potere sui quali avevamo messo le mani. Ci hanno trattato nel peggiore dei modi, persino sputato in faccia». In una chiavetta usb consegna 15 documenti. Tra questi, «Traccia per i giornalisti» accende un faro su due aspetti: da una parte i depistaggi con tanto di manomissione del suo pc, introduzione dello spyware Mirror in quello della segretaria, e la scoperta di una microspia infilata nella parete alle spalle della scrivania, dall'altra quanto via via emergeva tra anomalie, irregolarità e presunti fondi neri. Convitato di pietra è certamente il cardinale Angelo Becciu, al quale Milone attribuisce molte responsabilità, il quale ha già annunciato tramite legali che querelerà il manager per le «ricostruzioni completamente infondate» visto che, a suo dire, «Milone non godeva più della fiducia del Papa».
    Il caso più eclatante potremo chiamarlo «Londra 1», si tratta dell'acquisto di un palazzo nella capitale inglese messo a bilancio dell'Apsa – la cassa centrale vaticana – per 96 milioni, proposto dalla Cb Richard Ellis dopo che era stato attivato mister Barroweliff, consulente dell'immobiliare Grolux controllata da Oltretevere. L'affare per Milone è opaco, il palazzo sovrastimato, l'acquisto – tramite trust del Jersey - senza il parere necessario della segreteria per l'Economia. Storia che ricorda molto lo scandalo per un'altra compravendita sempre a Londra e che poi ha portato a un processo contro Becciu ancora in corso. Nel settore immobiliare Milone evidenzia «una distrazione di fondi di 800 mila euro – accusa sempre l'ex revisore - su una proprietà agricola alle porte di Roma, in via Laurentina 1351, dove avevano casa il cardinale Domenico Calcagno e il cardinale Nicora», «tra prestiti dell'Apsa presieduta da Calcagno non restituiti» e mancati pagamenti. Indice puntato per un presunto occultamento di fondi di somme ricevute da donatori a livello mondiale alla parte Congregazione per la Dottrina della Fede: 250 mila euro versati su un conto Ior, dell'allora prefetto, e altrettanti trovati in mazzette di banconote in una busta di plastica nell'ufficio del prefetto: «Ogni tanto quella busta se la portava a casa», ripete Milone.
    La lista è ancora lunga e Milone ripete sempre senza mezzi termini che quanto emerso all'epoca lo condivise con il Santo Padre o con il segretario di Stato. Presunte distrazioni di fondi nel Pontificio Consiglio per la Famiglia, conflitti d'interesse in Apsa e alla Prefettura degli Affari economici sino ai 2,5 milioni arrivati all'ospedale Bambino Gesù dalla fondazione panamense Bajola Parisani per costruire un padiglione: «Abbiamo trovato solo una targa appesa su un muro», dice Milone, ma dal nosocomio fanno sapere che quei soldi sono stati impegnati in lavori edili in diversi corpi della struttura. Sempre lì emerge poi la storia di un bonifico da 500 mila euro destinato in parte a una società di marketing di un dipendente che avrebbe svelato come una tranche da 240 mila euro «andava a partiti politici», prima delle elezioni del 2013. Secondo l'ex revisore l'allora capo della gendarmeria, Domenico Giani, avrebbe fatto utilizzare nel giugno del 2016 fondi del suo ufficio per pagare la quota da 176 mila euro di ristrutturazione della casa dove viveva di proprietà del Vaticano, ma persone a lui vicine dicono che l'ex militare è tranquillo, convinto della regolarità della scelta. Senza dimenticare i prezzi irrisori di una locazione nel contratto a un noto giornalista che avrebbe garantito di pagare la differenza con il valore di mercato tramite beneficenza «ma ho controllato – chiosa – e non lo ha fatto». Ma questo nome e molti altri non vengono fatti.
  4. DISUMANO: Questa è la storia di una famiglia spezzata, di una bambina a cui vengono negati genitori. Forse non perfetti, troppo grandi di età, ma brave persone, mai rassegnati a questo strappo. Pochi mesi fa mamma Gabriella è morta, stroncata da un brutto male, come dicono le cartelle cliniche. Stroncata dal dolore, assicura il suo avvocato Adriana Boscagli. Ben prima di ammalarsi voleva lasciare una lettera alla sua Rosa, perché sapesse che è stata voluta, amata e che i suoi genitori hanno lottato per lei.
    Quando già stava male Gabriella mi ha pregata di non tradirla, di scrivere la sua storia perché un giorno Rosa potesse sapere di essere stata voluta e amata. «L'unica cosa che mi importa è che la mia bambina sia serena. E non potrà esserlo senza sapere chi è. Per questo voglio dirle quanto è stata voluta, amata, e come abbiamo combattuto per lei».
    La cosa che mi colpiva di Gabriella , insieme al dolore che traspariva da ogni suo gesto, era l'assenza di rabbia. Non si è mai scagliata contro i giudici, gli assistenti sociali, i tanti che hanno contribuito a strapparle sua figlia. Tutte le energie erano dedicate a Rosa, scriverle gliela faceva sentire vicina. Così iniziò a dettarmi e a mandarmi le pagine di questa lunga lettera alla sua bambina. «Voglio che conosca la sua famiglia». Un'urgenza che affondava forse anche nel presentimento che non c'era più molto tempo. «Il dolore porta dolore», mi diceva.
    «Cara Rosa, figlia amatissima», inizia così il suo dialogo con Rosa. «Mi alzo ogni giorno pensando a te e ogni sera chiudo gli occhi sperando di sognarti. Sei nata da due genitori che ti adorano e che spero tu possa conoscere un giorno, almeno sapere chi siamo e quale è la tua vera famiglia». Gabriella fa un racconto dettagliato della sua vita, mettendo nero su bianco tanti dettagli che Rosa avrebbe conosciuto giorno dopo giorno se fosse cresciuta con loro. «Sono nata il 22 febbraio del 1953, e nel 1991 mi sono sposata con il tuo papà, Luigi Deambrosis che di anni ne aveva 38. Ci siamo conosciuti in montagna a Torgnon in Valle d'Aosta. Ero andata in gita con amici e ci siamo incontrati al bar. Io lo ho notato mentre mi guardava quando sono uscita per andare al pullman. Abbiamo parlato e abbiamo scoperto che eravamo della stessa zona. Io di Casale Monferrato e lui di Mirabello Monferrato. Così abbiamo deciso di rivederci. Era il 1987. Un grande amore».
    Poi le nozze, la ricerca di un figlio. «Abbiamo sempre desiderato essere genitori. Non mi sono mai persa d'animo negli anni dell'attesa. Mi confortava ascoltare le storie di tante donne come me che alla fine avevano realizzato il loro sogno. Comunque avevo una vita piena con una bella famiglia, un marito che mi amava, un lavoro gratificante, amicizie consolidate. Insomma il desiderio del figlio non era il tentativo di riempire un vuoto ma di dare amore e di riceverlo in una casa felice e piena di luce».
    Gabriella aveva 57 anni quando è nata Rosa, il 26 maggio del 2010, Luigi 68. Inutile ripercorrere qui tutto l'iter giudiziario, quel che è certo è che ha pesato come un macigno il pregiudizio sull'età. Si è arrivati, cosa rarissima, al quarto grado di giudizio. E in quella sede la prima sezione della suprema Corte diede ragione ai Deambrosis, revocando la sua precedente sentenza del novembre 2013, annullando con rinvio la sentenza di appello del Tribunale di Torino. Se sussiste la capacità genitoriale, non ci sono limiti di età per essere padre e madre, affermano i giudici. Un severo atto di accusa: «La ricerca delle capacità genitoriali svolta dal giudice di merito è stata assai scarna, nessun esame oggettivo attento è stato mai espletato dato che è stata sottratta a poche settimane di vita». Rispetto alle capacità genitoriali è emerso dalle perizie «assenza di disturbi psichiatrici», «assenza di sintomi psicotici», «assenza di segni di decadimento intellettuale a causa dell'età». Ma niente da fare, il giudizio torna in corte di Appello di Torino che di nuovo si esprime per l'adottabilità.
    Ma mamma Gabriella non si è mai arresa: «Ogni mio pensiero, ogni mia preghiera è perché Rosa stia bene. La vorrei felice e spero con tutto il cuore che sia almeno tranquilla visto quello che le hanno fatto passare senza nessuna ragione reale. È lei la vera vittima di questa storia. Avrebbe potuto vivere una vita serena in una famiglia che la amava e invece ha dovuto passare i suoi primi anni senza la certezza dell'amore di una mamma e del papà. Non ha sicuramente la consapevolezza del fatto che noi la abbiamo desiderata, abbiamo lottato per lei e ancora lottiamo. Non c'è nessun egoismo in questa nostra volontà, perché è un dovere dei genitori non arrendersi mai per il bene dei figli. E lei è nostra figlia».
  5. CONTINUIAMO A SFASCIARE TUTTO : Da questa parte del mondo, in questo novembre insolitamente caldo e secco, un grado in più o in meno non fa poi tutta questa differenza. Siamo schiavi dal qui e ora, e tanto basta. Ma per qualcuno, il surriscaldamento del Pianeta definisce la differenza tra l'esistere e lo scomparire per sempre dalla faccia della Terra. E non parliamo delle generazioni future, che avrebbero comunque il diritto di esistere.
    Le città costiere e le piccole isole del Pianeta sono devastate dalle inondazioni, il Sud-Est asiatico è piegato da eventi climatici estremi sempre più frequenti, gli Stati africani subiscono siccità e carestie come mai prima d'ora. E anche Stati Uniti ed Europa hanno poco da stare tranquilli. Se per magia smettessimo in questo momento di produrre emissioni l'aumento del livello dei mari sarebbe un disastro per 385 milioni di persone. Persone sommerse, o costrette alla fuga. Intere città, villaggi, comunità spazzate via dall'acqua. E l'orizzonte temporale è quello dell'ora, non del poi.
    Le isole Fiji, ad esempio, sono la fotografia di quello che sta succedendo e di quello che succederà presto. Da anni politici e scienziati mondiali avvertono della prospettiva della migrazione climatica, qui alle Fijii, e in gran parte del Pacifico, questa migrazione è già iniziata. La domanda non è più se le comunità saranno costrette a trasferirsi, ma il come farlo. Attualmente sono 42 i villaggi dell'arcipelago che dovranno essere «trasferiti» nei prossimi 5-10 anni a causa dell'impatto della crisi climatica. Sei sono già stati spostati e a ogni disastro altri villaggi vengano aggiunti all'elenco. Il primo insediamento a essere stato spostato sulle alture è Vunidogoloa, un villaggio di 150 anime che ora pare un set di un film catastrofista: le fondamenta delle case affiorano dal mare, resti di strade, camere ancora ammobiliate, tombe e lapidi semi sommerse, un salotto incrostato di fango. Il vento sibila attraverso le porte aperte e le persiane rotte, i tetti stanno cadendo, tutto è ricoperto di vegetazione. Non è facile spostare un paese, per quanto piccolo. Oltre alle case bisogna traslocare, o ricostruire scuole, ospedali, strade, e portare elettricità, acqua, infrastrutture, la chiesa del villaggio. Se si pensa che il 65% della popolazione delle Fiji vive entro 5 chilometri dalla costa si comprende quanto la situazione sia grave.
    Sono anni che i leader e gli attivisti delle piccole nazioni insulari del Pianeta urlano la loro paura, ma evidentemente la loro voce arriva da troppo lontano. Per loro, l'obiettivo del contenimento della temperatura terrestre entro 1,5° sarebbe già un obiettivo al ribasso e, ancora una volta, l'orizzonte temporale fissato dai leader globali è troppo lontano. Diversi studi prevedono che molte isole potrebbero essere inabitabili già entro il 2050 se non verranno apportati seri cambiamenti per rallentare l'innalzamento del livello del mare. Verranno colpiti Paesi come Haiti, Fiji e Filippine, Maldive, che ha l'80% delle sue isole coralline a 30 centimetri sul livello del mare, il che la rende incredibilmente suscettibile anche al minimo aumento delle temperature. «Paghiamo con la nostra vita il carbonio emesso da qualcun altro», ha detto Mohamed Nasheed, ex presidente delle Maldive. Ancora una volta sono i Paesi meno inquinanti a subire le conseguenze peggiori del cambiamento climatico. Molti stanno già costruendo dighe, spostando villaggi costieri su un'altura, facendo appello agli aiuti internazionali o avviando progetti per riparare i danni causati dagli impatti dei cambiamenti climatici.
    Quest'anno si sono verificati molti disastri meteorologici estremi, ma nessuno della portata devastante delle inondazioni in Pakistan . Alla Cop27, Shehbaz Sharif, il primo ministro della nazione, ha messo a nudo l'impatto e quanto sia alta la posta in gioco: «Le catastrofiche inondazioni hanno colpito 33 milioni di persone, più della metà delle nostre donne e bambini, le dimensioni di 3 Paesi europei. Nonostante sette volte la media delle piogge estreme nel Sud, abbiamo continuato a lottare mentre impetuosi torrenti hanno strappato oltre 8.000 km di strade, danneggiato più di 3.000 km di ferrovie e spazzato via i raccolti».
    E se anche la voce del Pakistan arrivasse da troppo lontano, l'Unicef avverte che quest'anno ci sono state inondazioni devastanti per almeno 27,7 milioni di bambini in 27 Paesi nel mondo. La grande maggioranza di questi è fra i più vulnerabili e a rischio elevato di una moltitudine di minacce, fra cui la morte per annegamento, epidemie di malattie, la mancanza di acqua sicura da bere, malnutrizione, interruzioni dell'apprendimento e violenza. «Stiamo assistendo a livelli senza precedenti di inondazioni in tutto il mondo - dice Paloma Escudero, a capo della delegazione dell'Unicef alla Cop27-, la crisi climatica è qui. In molti luoghi, le inondazioni sono state le peggiori in una generazione, o in diverse generazioni. I nostri bambini stanno già soffrendo su una scala mai raggiunta dai loro genitori».
  6. COERENTE : Il 95enne papa emerito Benedetto XVI si difenderà in un processo nella «sua» Baviera dall'accusa di avere coperto, quando era arcivescovo di Monaco, un prete pedofilo. La denuncia a suo carico è stata sporta al tribunale provinciale di Traunstein, nell'ambito dell'inchiesta sugli abusi del clero locale. Joseph Ratzinger, accettando di andare a giudizio, consente al procedimento di proseguire: si tratta di un'azione civile, sul piano penale la vicenda non ha più valore, ma il dibattimento potrà essere prezioso per ricostruire la storia. L'ex Pontefice si tutelerà con una memoria difensiva. Se non fosse stato disposto alla difesa sarebbe andato incontro a una sentenza in contumacia. L'annuncio della difesa di Papa Benedetto per ora «non presenta elementi di contenuto», ha spiegato la portavoce del tribunale.
    La vittima (oggi 38enne) che ha intentato la causa ha riferito di avere subito a 12 anni violenze sessuali da parte del prete - recidivo - Peter Hullermann («padre H.»), nella località di Garching an der Alz. Sono quattro le notifiche presentate: oltre che contro il sacerdote già condannato e l'ex pontefice, sono coinvolti anche il cardinale Friedrich Wetter, successore di Ratzinger alla guida dell'arcidiocesi, e la diocesi stessa. L'avvocato del querelante, Andreas Schulz, ha commentato all'agenzia Dpa: «Se la Chiesa e gli imputati - con l'eccezione del noto recidivo H. - si attengono a quello che è costantemente affermato, cioè di mantenere il proprio impegno cristiano e di riconoscere l'ingiustizia commessa, la causa avrà successo. Se non lo fanno, il danno alla loro reputazione sarà ancora più grave e la Chiesa accelererà l'erosione della fede». Secondo la Dpa, Benedetto XVI si è affidato allo studio legale Hogan Lovells. I quattro denunciati hanno chiesto una proroga, ha spiegato la portavoce all'Ansa, e hanno tempo fino al 24 gennaio per argomentare sul piano contenutistico la difesa.
    Il caso di «padre H.» è riemerso in modo dirompente nel gennaio scorso dal rapporto sugli abusi sessuali nell'arcidiocesi bavarese, che Ratzinger guidò dal 1977 al 1982. In quei giorni di inizio anno che hanno rovinato la quiete dell'ex monastero Mater Ecclesiae, in Vaticano, l'autodifesa del Papa emerito è inciampata, costringendolo a correggere una dichiarazione cruciale rilasciata per il dossier. Una «svista», avrebbe poi detto in seguito. Contrariamente a quanto sostenuto nel suo precedente resoconto, infatti, Ratzinger partecipò alla riunione del 15 gennaio 1980, durante la quale si parlò di un prete della diocesi di Essen che aveva abusato di alcuni ragazzi ed era giunto a Monaco per una terapia. Era Hullermann. Tuttavia, ha precisato il segretario particolare di Benedetto, monsignor Georg Gaenswein, nell'incontro «non fu presa alcuna decisione circa un incarico pastorale del sacerdote». La richiesta venne accettata per «consentire una sistemazione per l'uomo durante il trattamento terapeutico a Monaco».
    Restava però in piedi il fatto che Ratzinger sapesse del prete accusato di pedofilia. E a padre H. successivamente furono affidati compiti pastorali, e il prete continuò con le molestie.
    Benedetto XVI a febbraio ha pubblicato un mea culpa storico, chiedendo perdono, parlando di «grandissima colpa» per chi compie abusi ma anche per chi non li affronta. Ha usato il «noi», assumendosi le proprie responsabilità. Ma sulle coperture specifiche di cui è accusato ha assicurato di non essere a conoscenza degli abusi, di non essere un «bugiardo», e ha affidato ai suoi periti la smentita del suo coinvolgimento. Nel documento dei collaboratori si leggeva che «in nessuno dei casi analizzati dalla perizia Ratzinger era a conoscenza di abusi sessuali commessi o del sospetto di abusi sessuali commessi dai sacerdoti». E il report «non fornisce alcuna prova in senso contrario». —
  7. POTERE FIAT IN EUROPA: Il tax ruling del Lussemburgo da 30 milioni di euro in favore di Fiat Chrysler Finance Europe non è un aiuto di Stato illegale. Lo ha deciso la Corte di Giustizia Ue smontando la decisione dell'Antitrust Ue del 2015 e la sentenza di primo grado del 2019. Secondo i giudici, la Commissione Ue non ha tenuto «conto delle norme del diritto nazionale in fatto di tassazione». Un difetto di diritto perché la tassazione nell'Ue è una competenza nazionale e non europea. «Siamo lieti, è stata confermata la nostra opinione secondo cui la Commissione sbagliò a considerare il nostro ruling fiscale un aiuto di Stato illegale» ha detto un portavoce di Stellantis. Per la commissaria Marghrete Vestager è l'ennesima sconfitta in tribunale: «E' una sconfitta per l'equità fiscale in Ue». Per l'Antitrust Ue non resta che «studiare le implicazioni della sentenza», ma in molti nutrono dubbi sulla capacità dell'Authority di mettere a freno le agevolazioni fiscali dei governi. Il lavoro degli ultimi anni, si è difesa Vestager, porta frutti, «che vanno al di là delle singole decisioni sugli aiuti di Stato», con «alcuni Paesi che hanno modificato la loro legislazione fiscale» incorporando norme dell'Ocse.

 

 

10.11.22
  1. I FRANCESI EGOCENTRISTI:  Il caso della nave Ocean Viking è di fatto il primo incidente diplomatico di Giorgia Meloni e si è scatenato anche a causa di una nota. Per capire cosa è successo finora tra Italia e Francia bisogna mettere in fila i fatti, e ricostruire cosa è avvenuto dietro le quinte, cosa ha portato i rapporti tra Roma e Parigi dal sembrare distesi e collaborativi a scadere, nel giro di poche ore, in un duro scambio di accuse.
    La nota, dunque. Che ha fatto infuriare i francesi, convinti che la faccenda della nave dei migranti andasse gestita con un profilo più basso e senza quelle rivendicazioni politiche che hanno messo in difficoltà l'Eliseo. È il punto di svolta della storia: il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi arriva alle nove di sera in punto di martedì, l'altro ieri. È la celebrazione entusiastica di una vittoria. Giorgia Meloni esprime «il sentito apprezzamento» per la decisione della Francia di prendersi carico dei 243 migranti della Ocean Viking, nave battente bandiera norvegese, ma gestita da una Ong transalpina, la Sos Méditerranée. Per la premier è il segnale di una svolta, che premia l'Italia dopo appena due settimane dalla nascita dell'esecutivo. Il momento va esaltato. E Matteo Salvini certo non si può far sfuggire l'occasione. Arriva ben prima di Meloni e sentenzia: «L'aria è cambiata».
    Qualcosa però nella comunicazione tra Roma e Parigi non ha funzionato o improvvisamente si è inceppato. Perché, mentre Meloni pare voler oscurare l'aver dovuto accogliere tutti i migranti della Humanity1 a Catania presentando l'apertura francese come un successo con l'Europa, a nemmeno due ore dalla nota ufficiale di Palazzo Chigi l'agenzia di stampa francese Afp batte un durissimo j'accuse che sembra travolgere tutte le certezze della destra italiana. Alle undici di sera una fonte anonima del governo francese definisce «inaccettabile il comportamento italiano» sulla Ocean Viking, perché contrario al diritto del mare e allo spirito europeo.
    È piena notte, ormai. Ma si intuisce già che qualcosa non torna. La conferma arriva poche ore dopo, quando il governo francese scende nell'agone non più come fonte anonima. È il portavoce Oliver Vèran a metterci la faccia e la voce, in radio, su FranceInfo, invitando il governo Meloni a prendersi le sue responsabilità e scandendo bene una frase: «La barca si trova attualmente nelle acque territoriali italiane». C'è una contraddizione evidente tra l'esultanza della presidente del Consiglio italiana e dal suo vicepremier leghista, e le reazioni di Parigi, mai smentite dall'Eliseo. Ma c'è dell'altro. Alle otto di ieri sera - è la versione dei fatti registrata a bordo della Ocean Viking, mentre si trova al largo di Cagliari - nessuna comunicazione di sbarco è giunta dalla Francia.
    La ricostruzione che segue è frutto di un lavoro basato soprattutto su fonti diplomatiche francesi perché nulla o quasi è trapelato da Palazzo Chigi. La Stampa ha contattato tre fonti differenti tra i collaboratori della premier senza mai ricevere una risposta. La prima e più importante domanda è stata: prima di pubblicare la nota delle nove di sera la Francia aveva comunicato ufficialmente la disponibilità a ricevere i migranti? La domanda nasce perché due fonti francesi avevano fatto notare che a Parigi non risultava nulla di formale e di bollinato dall'Eliseo. Non solo. Alla Farnesina non risultano decisioni ufficiali, e anche al Viminale non sanno cosa rispondere. Se non che anche loro non hanno ricevuto aggiornamenti dal ministero dell'Interno francese. Tutto, dicono, è in mano a Palazzo Chigi.
    Questo passaggio è il cuore dello scontro. La nota di Meloni - da quanto si sa - si basa su un colloquio avvenuto con Emmanuel Macron a Sharm el-Sheik, riportato dalle agenzie, e poi da un lancio Ansa del pomeriggio di martedì che cita "fonti del ministero dell'Interno francese": «Lo sbarco si svolgerà a Marsiglia. Non saranno fatti scendere solo i deboli e lasciati a bordo gli altri. Scenderanno tutti perché tutti hanno diritto a presentare domanda d'asilo». Una dichiarazione che non lesina critiche all'Italia e agli sbarchi selettivi.
    A Palazzo Chigi minimizzano, forti della convinzione che Macron abbia dato il suo sostegno a Meloni. Per i sovranisti è più importante il traguardo politico, raggiunto costringendo la Ocean Viking a cambiare rotta e i francesi a farsi carico dei profughi. A Parigi però non la vedono così. Una fonte francese spiega l'umore da quelle parti: «Capiamo che un leader debba parlare al suo popolo e usare certi toni, ma le relazioni diplomatiche internazionali non funzionano così». Le stesse fonti fanno notare che per ore, dopo la notizia dell'Ansa, nessun commento ufficiale trapela dall'Eliseo. A lungo non parla nessuno. Solo il governo italiano lo fa. Anzi, di più: l'unica fonte ufficiale a dare notizia dell'accordo è la nota di Palazzo Chigi. Mai rilanciata da Macron. E a cui risponde il ministro della Solidarietà Jean-Christophe Combe, ex direttore della Croce rossa francese: «Tocca all'Italia aprire i suoi porti»
    E' probabile anche che sulle repliche risentite dei francesi abbiano pesato dei fattori interni: i rapporti con Bruxelles, meno propensa a cedere di fronte alle forzature italiane, come dimostra la nota della Commissione Ue, e il timore di dare sponda all'estrema destra.
    A Parigi la linea è rimasta sempre stessa, ed è quella condivisa tra il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e il suo omologo Gérald Darmanin, ribadita lunedì: prima l'Italia fa sbarcare i profughi, poi la Francia ne prende una parte. In teoria, confermano dal Viminale, nulla è cambiato.
  2. PRELUDIO DEL CESSATE IL FUOCO: Sembra ormai imminente la grande controffensiva ucraina per la riconquista della città di Kherson. E ieri è arrivato un ordine che potrebbe rappresentare un punto di svolta per tutto il fronte Sud: il ministro della Difesa russa, Sergey Shoigu, che ha informato il comandante del gruppo congiunto delle forze russe nella regione, Sergei Surovikin, ha deciso di «iniziare il ritiro delle truppe e prendere tutte le misure per garantire il trasferimento sicuro di personale, armi e attrezzature attraverso il fiume Dnipro», sulla sponda Ovest. Per la prima volta, dunque, Mosca ammette di dover ritirarsi per riorganizzare le sue truppe. Secondo il comandante delle forze russe in Ucraina Sergey Surovkin, la decisione di riorganizzare la difesa lungo la costa orientale del fiume è stata presa per salvaguardare le vite dei propri militari che avrebbero rischiato l'isolamento totale. Ma sul versante ucraino c'è cautela e molto scetticismo su tali decisioni, si pensa infatti ad una trappola, frutto di strategia militare. Molti pensano che i russi non abbandoneranno i territori senza combattere e notano che la bandiera russa sventola ancora a Kherson, con soldati ancora in città e le riserve aggiuntive nella regione.
    La situazione è fluida, le notizie contraddittorie, mentre da Kherson arriva l'annuncio della morte del vicegovernatore dell'amministrazione filorussa della regione, Kirill Stremousov, a seguito di un «incidente stradale causato da una manovra azzardata di un camionista». Stremousov aveva assunto il ruolo di vicegovernatore dopo che la regione di Kherson era passata sotto il controllo delle forze russe, e lo scorso 28 settembre aveva ricevuto il passaporto della Federazione Russa. Da Mosca, invece, è arrivata una nuova apertura ai negoziati con Kiev. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha spiegato che la Russia è « ancora aperta alle trattative, tenendo conto delle realtà che stanno emergendo in questo momento». Durante la ritirata l'esercito di Mosca ha fatto saltare in aria cinque ponti nella regione di Kherson rendendo inagibili tutti quelli che si trovano sulla riva destra per rallentare quanto più possibile l'assalto delle forze armate ucraine. Nelle guerre il controllo dei ponti, la costruzione dei propri e la distruzione di quelli nemici ha sempre giocato un ruolo cruciale e lo sta facendo anche in questa guerra fratricida. Così come le strutture costruite per attraversarli, anche i fiumi sono, da sempre, strategicamente importanti in una guerra - luoghi di nascondigli, di imboscate nemiche, di barriere naturali a una forza avversaria -, utilissimi per la movimentazione di armi e uomini.
    Il fiume Inhulets è un affluente destro del Dnipro nel quale confluisce 30 km a Est della città di Kherson, attraversa gran parte della regione omonima ed è stato, e tuttora è, teatro di scontri nel Sud del Paese dove avanza l'offensiva ucraina.
    Ci troviamo su un tratto di fiume le cui acque - inquinate dalle industrie estrattive di minerali e ferro della zona di Krivy Rih - dividono i paesi di Zarichne e Arkhanhelske nella regione di Kherson, mesi addietro divisi anche dalla guerra: il primo in mano agli ucraini, il secondo occupato dai russi. Arkhanhelske, che prima della guerra contava circa 1.600 abitanti, gravemente provata dal conflitto, si trova sulla sponda sinistra del fiume Inhulets, Zarichne sull'altra sponda si sviluppa su una collina. In questi luoghi un pescatore di nome Viktor durante la guerra ha smesso di pescare per aiutare i suoi vicini. Viktor ha 58 anni, durante i mesi di occupazione russa, di notte, con l'aiuto di altri due pescatori, è riuscito a trasportare dalla sponda russa a quella ucraina ben 1.700 persone provenienti da tutti i paesini limitrofi occupati. Lo incontriamo mentre è in acqua su un piccolo canotto a remi, in questo tratto il letto del fiume non supera i dieci metri di larghezza. Indossa scarpe impermeabili, un paio di jeans bagnati nella parte inferiore, una camicia a quadri e un cappotto schizzato di fango, la pelle rugosa segnata dal vento e dal sole. Dalla riva si intravedono alcune case sulla collina di Zarichne, è lì che vive. Prendiamo il gommoncino e attraversiamo il fiume anche noi per andare a visitare la sua abitazione. Arrivati sull'altra riva, lasciata l'imbarcazione su unbagnasciuga fangoso, ci si inerpica sull'erba, tra le canne, su per la collina. Una volta arrivati in cima Viktor ci mostra l'altra sponda del fiume ed il punto dove si radunavano le persone - terra nera ancora segnata da una miriade di orme di tanta gente che si assiepava lì ogni notte, tracce di storia e sofferenza - che aspettavano il suo arrivo. Racconta che riusciva a portarne non più di undici alla volta sulla barca che utilizzava allora, prima che questa fosse distrutta da un drone russo. Arrivati a casa si cambia le scarpe ed i calzini bagnati. Ci mostra le reti e gli attrezzi da pesca che ha in uno sgabuzzino, fuma, la casa è molto modesta: stanza e cucina con bagno esterno. Gli chiediamo, scherzando, quanto si facesse pagare per ogni viaggio, sorride, dice che qualcuno gli regalava delle sigarette, i più niente. Lui non lo sa, ma molti lo definirebbero eroe.
  3. DISEDUCATIVO : Valgono di più i valori della didattica e della trasmissione della cultura o i pregiudizi sessuali? Al liceo Cavour di Roma sembra prevalere la seconda opzione. Un professore ha negato la validità di un compito in classe a uno studente trans, non accentando la sua condizione. «Hai firmato con un nome maschile ma sei una donna e quindi io respingo il tuo elaborato», ha tagliato corto il docente senza ammettere repliche.
    Ma non aveva fatto i conti con la sensibilità dei compagni di classe del ragazzo che lo hanno difeso a spada tratta. E sostegno è stato espresso anche dai genitori che, insieme agli studenti, hanno scritto una nota dal titolo più che eloquente: «La scuola deve essere un luogo sicuro e inclusivo».
    I fatti risalgono a martedì scorso. Il trans è maggiorenne e non ha mai avuto problemi a firmare con il nome di elezione, come previsto dall'articolo 4 del «Regolamento dell'Identità Alias» approvata nell'istituto. Ma l'8 novembre non è andata così è il suo compito è stato cassato. «Il suo nome è sbarrato - scrivono i compagni nella nota in cui denunciano il sopruso subito -, lo studente riceve un attacco dal suo docente: "Non hai nessun diritto di farlo, non mi interessa il regolamento"». Quelle del professore sono parole pesanti come pietre pronunciate di fronte alla classe e alla presenza anche dell'insegnante di sostegno.
    Ma non finisce qui. Secondo gli studenti il docente avrebbe continuato la sua critica anche dopo: «Successivamente in vicepresidenza, il professore continua ed esclamare: "Davanti a me ho una donna, non posso riferirmi a te diversamente". La vicepreside aiuta e sostiene lo studente. Non vengono però date risposte relative ad eventuali provvedimenti disciplinari. Lo stesso professore si rifiuta di applicare gli strumenti compensativi di diritto dello studente, regolamentati dal certificato del suo Pei».
    I ragazzi insistono nel proteggere il loro compagno di classe: «La scuola dovrebbe rendere gli studenti e le studentesse cittadini del domani, insegnare rispetto, educazione e inclusione. Il ruolo dell'insegnante è quello di fare un passo in avanti verso chi ne ha bisogno, non due indietro assumendo comportamenti discriminatori, sessisti e transfobici. Questi problemi sono sistemici, si ripetono ogni giorno all'interno delle scuole: esemplari sono gli eventi ai licei Plinio Seniore e Pilo Albertelli».
    Valeria Cigliana, della rete Rete degli Studenti, incalza: «La comunità del liceo Cavour si schiera per un modello di scuola che permetta ad ognuno e ognuna di avere la libertà di esprimere la propria persona. Faremo in modo che nessuno debba più vivere eventi del genere, nel luogo dove ognuno ed ognuna di noi dovrebbe essere se stesso al 100%. Quando un nostro compagno viene toccato o mancato di rispetto, ci mobilitiamo, per una scuola che sia per tutti e tutte, veramente inclusiva». E Pietro Turano, portavoce Gay Center, afferma: «Esiste una sola legge degli Anni 80 in Italia per il riconoscimento dei percorsi di affermazione di genere: una legge ormai superata. Le Carriere Alias, nel deserto normativo italiano, sono uno strumento fondamentale per garantire a migliaia di studenti e studentesse il benessere e il rispetto minimi. Quello che è accaduto al liceo Cavour, già noto per numerosi episodi di omotransfobia, è grave e violento. Gay Help Line ha ricevuto segnalazione e chiederà immediati chiarimenti».
    La preside del liceo Cavour, Claudia Sabatano, ieri sera ha preferito non rispondere alle nostre domande. Difficile però che si neghi di fronte ai suoi studenti. —
  4. QUESTA E' LA SINISTRA TORINESE : Il patto silenzioso che aumenta i gettoni per tutti i consiglieri
    Una modifica del regolamento di cui si discute al riparo dal dibattito pubblico, con il tacito accordo di diverse forze politiche, sta per portare a un aumento dei compensi per i consiglieri comunali.
    In Comune, tre giorni fa, nella riunione dei capigruppo, sul tavolo, è stata depositata una bozza di modifica allo statuto cioè alla carta che regola il funzionamento della Sala Rossa.
    Una buona parte del testo della riforma incide sui gettoni di presenza: 120 euro lordi che ogni consigliere incassa partecipando a ogni seduta della Sala Rossa e alle riunioni di commissione. Ad oggi, se ne possono vedere riconosciuti un massimo di 23 in un mese, per un totale di quasi 2.800 euro lordi, tassati in modo progressivo a seconda del reddito di chi li percepisce, con aliquote alte per i redditi più importanti.
    Il prossimo anno, come previsto dalle nuove normative nazionali varate ai tempi del governo Draghi, il tetto salirà a 29. Ecco, la modifica al regolamento, se passasse, renderebbe più facile arrivare a quella soglia e quindi percepire un emolumento maggiore.
    Sul tavolo ci sono infatti diversi emendamenti. Uno permette di ottenere gettoni fino a un massimo di quattro commissioni al giorno, contro le tre attuali. Un altro di conteggiare come "gettonabili" due commissioni di fila, mentre ora - in diversi casi a seconda della tipologia di convocazione - devono passare almeno quattro ore dall'una all'altra per vedersi riconoscere il gettone. Una terza opzione permette di partecipare per dieci sedute al mese in streaming. Insieme, buona parte di questi provvedimenti permetterebbero ai consiglieri di raggiungere più facilmente le 29 presenze mensili e i relativi gettoni.
    Nel nuovo regolamento, va detto, non ci sono solo questi emendamenti, visto che la riforma ha lo scopo più generale di riordinare un testo che negli anni è invecchiato. Ma i punti che finiscono per incidere sugli emolumenti sono diversi. «Nessuno si vuole aumentare lo stipendio – spiega una delle persone che lavora alla riforma – il fatto è che per avere un permesso lavorativo per partecipare alle commissioni la presenza deve essere registrata ufficialmente, cosa che con il regime attuale non sempre è possibile. L'effetto sui gettoni è collaterale e non può essere annullato perché la legge nazionale prevede che vengano corrisposti quando un consigliere è presente. Si tratta di non dover mettere le persone di fronte al bivio di scegliere se mantenere il proprio lavoro o fare quello per cui sono state elette».
    Chi ha voluto il testo? Quasi tutte le forze politiche. La bozza è in lavorazione ma sembra che nella formulazione finale – su cui la discussione è ancora aperta – ci saranno le firme di quasi tutti i partiti di maggioranza e di minoranza.
    Contrari? Nella maggioranza le voci più critiche si levano da Moderati e Sinistra Ecologista, nelle minoranze dal Movimento 5 Stelle. Fratelli d'Italia e Pino Iannò di Torino Libero pensiero (ex Torino Bellissima) sono perplesse su alcuni punti. Eppure i voti per approvare il documento finale non dovrebbero mancare.
  5. ASSURDO : Aveva 20 giorni e la speranza di potersi curare. L'hanno trovato al largo di Lampedusa: mancava pochissimo. Lui, lo chiameremo Kamal, era già morto prima di toccare terra, su un barchino carico di migranti in viaggio verso l'Italia. Con lui c'era la mamma e con lei accanto si sentiva al sicuro. Come tutti i neonati. Invece l'hanno trovato immobile, con il corpicino infreddolito. Lei l'ha salutato per l'ultima volta, prima di lasciarlo andare nella bara bianca.
    Poche ore prima, un altro bambino. Sopravvissuto. Un po' più grande di lui, con i suoi 4 anni. Era caduto in acqua, ha rischiato di annegare. Però i soccorritori erano lì e sono riusciti a rianimarlo. Nell'isola tutti parlano di loro. Una vita che continua, un'altra che finisce. La gioia e il dolore nell'altalena di una corsa contro il tempo. «A ogni ora del giorno e della notte ricevo chiamate dalle forze dell'ordine che comunicano l'arrivo di cadaveri» confida il sindaco, Filippo Mannino. Non vuole rassegnarsi ai numeri «da bollettino di guerra», mentre lavorare così sta diventando «faticoso, nell'indifferenza dell'Europa». Nelle ultime ore, ha chiesto un incontro alla presidente del Consiglio Meloni e al ministro dell'Interno, Piantedosi.
    Il suo è un appello a far presto: bisogna gestire questi flussi e il loro impatto sulla piccola comunità che non si è mai tirata indietro, ma vorrebbe il supporto di una struttura commissariale. Impossibile fare tutto da soli, le risorse umane e finanziarie non sono sufficienti a gestire un'emergenza di questa portata. E anche sistemare le salme sta diventando sempre più difficile. Al cimitero non c'è più posto, molti vengono tumulati in altri comuni della Sicilia. «Non si può chiedere a un sindaco di un territorio di 20 chilometri quadrati di farsi carico di tutto questo. Non è giusto né umano».
    Intanto, il piccolo ivoriano aspetta la sepoltura. La procura di Agrigento ha già dato il nulla osta. Si ricostruisce il suo viaggio, iniziato mercoledì dalla Tunisia. Erano in 36 e la loro imbarcazione lasciata poi alla deriva. Li hanno trovati i militari della capitaneria di porto, intervenuti per soccorrerli. Poi, una volta arrivati al molo Favaloro, i medici hanno ispezionato il suo corpicino, confermando la causa del decesso: ipotermia, dovuta anche ai problemi respiratori che si portava dalla nascita. E cioè da 20 giorni appena. La sua giovane mamma voleva curarlo in Italia, con il papà rimasto in Costa D'Avorio. Lei ha 19 anni e ha raccontato che il figlio stava male già prima della partenza. Quello è stato il loro ultimo tempo insieme: ora lui è nella camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana, lei nell'hotspot di contrada Imbriacola. Lì ci sono oltre un migliaio di persone, ma potrebbe ospitarne meno della metà.
    Nell'ultima settimana, dopo alcuni giorni di cattive condizioni meteo, erano arrivati a centinaia. La conta dei vivi e quella dei morti. Prima di lui, mercoledì scorso, un'altra vittima. La donna era riuscita a raggiungere il poliambulatorio dell'isola in gravi condizioni, ma il suo cuore non ha retto al freddo. E adesso sono vicini in questo piccolo stanzino. Con loro ci sono i corpi di altre tre persone. Storie diverse e allo stesso tempo così simili, in comune i sogni affondati nel buio del Mediterraneo.

 

 

09.11.22
  1. ECCO PERCHE' NON ARRIVANO I COMPONENTI DALLA CINA :  

    Se oggi l’impatto della Cina sul mercato europeo delle auto elettriche è ancora marginale, la situazione nei prossimi anni potrebbe cambiare, anche radicalmente. Stando a quanto riportato in un recente studio della nota società di analisi PwC, entro il 2025 potrebbero essere importate in Europa fino a 800.000 autovetture di fabbricazione cinese, la maggior parte delle quali elettriche. Secondo il rapporto, questa tendenza trasformerebbe l'Europa in un importatore di automobili, con un surplus di importazioni, nel 2025, di oltre 221.000 veicoli. Tanto per dare un’idea del cambiamento di paradigma, nel 2015, il surplus di esportazioni europee era di circa 1,7 milioni di veicoli, mentre quest’anno già nel 2022 questo valore sarà di sole 76.000 unità.

    Il cambiamento tratteggiato dal rapporto di PwC verrà completato quando i marchi cinesi aumenteranno la loro quota di mercato e, congiuntamente, i brand europei costruiranno più veicoli elettrici in Cina. Delle potenziali 800.000 auto costruite in Cina, circa 330.000 sarebbero realizzata da case automobilistiche occidentali come Tesla, BMW e Renault, Polestar e altri, che attualmente esportano dalla Cina veicoli elettrici in Europa.

    Secondo l’analista di PwC Germania, Felix Kuhnert, le case automobilistiche europee hanno ancora problemi relativi alla catena di approvvigionamento, per questo si stanno concentrando sulla costruzione nel Vecchio Continente di veicoli elettrici più costosi e con volumi inferiori. Al contrario, i produttori cinesi, avendo ottimizzato i loro modelli per il mercato locale, ora si stanno focalizzando sull’Europa, proponendo diversi modelli BEV a prezzi accessibili. Inoltre, anche se i precedenti tentativi delle case automobilistiche cinesi di penetrare in Europa sono risultati fallimentari, la questione potrebbe totalmente cambiare con le auto elettriche, dove invece le compagnie asiatiche sono molto competitive.

    Stando all'analista Matthias Schmidt specializzato in elettrificazione, quest'anno in Europa saranno venduti circa 200.000 veicoli di marchi cinesi, di cui circa 90.000 completamente elettrici, 40.000 ibridi plug-in e il resto con trasmissioni convenzionali. Allo stesso tempo, i marchi occidentali esporteranno in Europa circa 100.000 veicoli full-electric prodotti negli stabilimenti cinesi.

    Nei primi sette mesi dell'anno i principali produttori cinesi di EV sono risultati essere MG (Gruppo SAIC) e Polestar (Gruppo Geely), con altri marchi come Nio e XPeng che, almeno finora, hanno faticato ad avere un impatto. Nella prima metà di quest'anno in Europa occidentale, i marchi cinesi hanno raggiunto una quota del 5,2% del mercato degli EV, in crescita rispetto al 3,8% della prima metà del 2021.
     
  2. IL PAPA PRONTO:   La Santa Sede accelera il lavoro diplomatico per cercare di risolvere il conflitto in Ucraina, e avrebbe rinnovato una duplice disponibilità: ricoprire il ruolo di mediatore tra Mosca e Kiev, e offrire i Sacri Palazzi vaticani come luogo neutro per le trattative di pace, che potrebbero coinvolgere in qualche modo altri interlocutori, in particolare Stati Uniti e Unione europea. Emerge dalle Sacre Stanze - insieme a vari dubbi e alla prudenza massima su reale possibilità di riuscita ed eventuali tempistiche - dopo il vertice tra papa Francesco e il presidente francese Emmanuel Macron del 24 ottobre scorso. E dopo le parole del Pontefice sul volo di ritorno dal Bahrein, l'altro ieri: «La Segreteria di Stato lavora e lavora bene. Si fa un'opera di avvicinamento, per cercare delle soluzioni. La Santa Sede fa quello che deve fare anche» per liberare «prigionieri», e in questo ambito «ha tenuto tanti incontri riservati, con buon esito».
    E pure dalla galassia russa giungono voci che confermerebbero il tentativo vaticano di spingere verso una svolta positiva; in particolare ne ha parlato alcuni giorni fa all'agenzia di stampa Tass Leonid Mihailovich Sevastianov, presidente dell'Unione dei «Vecchi credenti» russi, che sarebbe in contatto con Bergoglio.
    Ma dalla Segreteria di Stato si predica estrema cautela sulle reali intenzioni di apertura a negoziati del Cremlino, e si ricordano le parole di pochi giorni fa del cardinale Pietro Parolin a proposito dell'incontro di un mese fa con il ministro degli Esteri russo: Sergej Lavrov «ha ripetuto la versione russa» del conflitto; «io gli ho fatto presente la preoccupazione del Santo Padre». Ognuno è rimasto sulle proprie posizioni, in pratica.
    Intanto ieri il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sviatoslav Shevchuk, è stato ricevuto dal Papa. L'arcivescovo maggiore di Kiev ha dichiarato che «la guerra in Ucraina è coloniale e le proposte di pace che vengono dalla Russia sono di pacificazione coloniale». Implicano «la negazione dell'esistenza del popolo ucraino, della sua storia, cultura e anche la Chiesa. È la negazione dello stesso diritto all'esistenza dello Stato ucraino, riconosciuto dalla comunità internazionale con la sua sovranità e integrità territoriale. Su queste premesse, le proposte della Russia mancano di un soggetto di dialogo». Shevchuk ha donato a Francesco il frammento di una mina russa che ha distrutto la facciata della chiesa di Irpin, vicino a Kiev. Un regalo simbolico «perché simili pezzi di mina si estraggono dai corpi di militari, civili e bambini ucraini, segno visibile della distruzione e della morte che ogni giorno porta la guerra».
    Nel frattempo un prete russo, Mikhail Vasilyev, 51 anni, che aveva incoraggiato le donne ad avere più figli così da soffrire meno per la loro partenza per il fronte, è rimasto ucciso sul campo di battaglia in Ucraina, secondo quanto annunciato dalla Chiesa ortodossa russa.
  3. BIDEN VUOLE IL CESSATE IL FUOCO : Il Wall Street Journal dà un nome e un volto ai funzionari dell'entourage di Putin con cui Jake Sullivan ha avuto frequenti conversazioni negli ultimi mesi. Si tratta di Yuri Ushakov consigliere per la politica estera del capo del Cremlino e di Nikolai Patrushev, controparte di Sullivan nel governo di Mosca. La Casa Bianca si è limitata a non commentare le indiscrezioni, così come il Cremlino.
    Nel giro di due giorni però Washington ha fatto filtrare cauti segnali sull'esistenza di contatti non sporadici.
    Sabato era stato il Washington Post a scrivere che gli Usa stavano premendo su Zelensky (che ha ricevuto venerdì la visita di Sullivan) affinché mostrasse maggiore disponibilità al dialogo e facesse cadere la pregiudiziale nei confronti di trattare con Putin. L'obiettivo non è tanto spingere – precisano fonti americane – il presidente ucraino ai negoziati, quanto evitare di cucirgli addosso, agli occhi della comunità internazionale, un vestito da «signor No» che diventerebbe complicato sfilargli quando l'ora dei negoziati avverrà. Ieri un consigliere di Zelensky, Mikhailov Podolyak, ha detto «che Putin non è pronto e quindi noi andiamo avanti sulla nostra linea» indicando che si tratterà solo con un nuovo leader. Poco prima Mosca, per bocca del portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, aveva rifiutato di commentare le conversazioni con Sullivan ma sul dialogo si era detto «aperti come sempre», «ma è Kiev a non volere».
    A Washington sono convinti che prima o poi il momento del negoziato arriverà. Fonti d'intelligence Usa spiegano a La Stampa che vi sono tre elementi attorno ai quali l'Amministrazione di Biden si sta muovendo. Il primo è la convinzione che attorno a Putin vi sia una schiera di pragmatici su cui fare leva. Fra questi rientra Ushakov, già ambasciatore russo a Washington; in secondo luogo, l'America è convinta che la sicurezza dell'Ucraina non la potranno garantire né le armi Usa né soprattutto l'Unione europea o una postura definitiva della Nato schiacciata sul fronte orientale in perenne assetto di pronto intervento. Serve per questo studiare con Mosca una «struttura dell'architettura della sicurezza regionale» che garantisca l'Ucraina e di conseguenza l'Europa. In terzo luogo, la convinzione che non si possa «imporre a Mosca un sistema modello Trattato di Versailles». Nessuna umiliazione è utile. Per ora questa è la grand strategy che non si sa quanto sia condivisa nei dettagli da Biden.
    Resta il fatto che l'obiettivo è giungere a un negoziato mettendo Zelensky in posizione di forza. Ieri a Kiev sono arrivati i missili della componente della difesa antiaerea Nasams e Aspide, gli ucraini hanno ringraziato i fornitori americani, norvegesi e spagnoli. Tre giorni fa un nuovo stanziamento di 400 milioni di dollari in razzi e munizioni è stato approvato dal Dipartimento di Stato. Si tiene d'occhio il fronte di Kherson ritenuto una delle chiavi di volta del conflitto, secondo gli analisti Usa, che temono lo stallo possa dare fiato a Putin.
    La Casa Bianca non ha commentato le «conversazioni di Sullivan», ma era stato lo stesso consigliere a Meet the Press il 25 settembre scorso a dire che c'erano «frequenti contatti ad alto livello con i russi». Il tema allora, aveva evidenziato, il consigliere Usa era il nucleare e la necessità di recapitare a Mosca il messaggio delle conseguenze «catastrofiche» se Putin avesse ordinato di ricorrere, prima volta nella storia, all'arsenale di armi tattiche. E di quello nei mesi scorsi durante le varie conversazioni si sarebbe parlato sull'asse Mosca-Washington. I capi della Difesa, Austin e Shoigu, si sono sentiti due volte in pochi giorni e c'è piena sintonia sulla necessità di mantenere aperti i canali di dialogo militari. Altra questione sono gli attacchi sulle infrastrutture civili, l'elemento attorno al quale Putin sta costruendo l'escalation.
    L'Amministrazione però non sembra compatta sulla linea da seguire. Sullivan guida il fronte realista e il suo attivismo non convince appieno l'ala intransigente i cui leader siedono al Dipartimento di Stato. Antony Blinken, segretario di Stato, sin dai tempi in cui ricopriva incarichi al Consiglio per la Sicurezza nazionale sotto Obama, era intransigente e oggi non vede dietro questi contatti «ad alto livello» frutti positivi da raccogliere.
  4. MUSK ATTACCA BIDEN : Mentre Joe Biden e Donald Trump chiudono la campagna elettorale per il Midterm rispettivamente in Maryland e Ohio, a rubare la scena alla vigilia del voto sono due "outsider". Il primo è Elon Musk, patron di Tesla, Space X e neoproprietario di Twitter, autore di un endorsement in favore del Grand Old Party. «Votate per un Congresso a maggioranza repubblicana visto che la presidenza è democratica», dice rivolgendosi agli «elettori di mentalità indipendente». Un suggerimento non del tutto inatteso visto che in passato Musk si era espresso in maniera assai critica nei confronti del presidente Joe Biden, ma che assume un significato più incisivo. Il miliardario "anticonformista" infatti, ha da poco rilevato la piattaforma Twitter, il social dove più si ragiona (o sragiona) di politica. Il secondo outsider è Yevgeny Prigozhin, uomo d'affari russo vicino al Cremlino, detto "il cuoco di Putin", il quale ha ammesso di aver «interferito» nelle elezioni di Midterm, così come in precedenti appuntamenti con le urne è stata accusata di ingerenze la stessa Mosca. «Abbiamo interferito, stiamo interferendo e continueremo a farlo. In modo accurato, preciso, chirurgico, in un modo che è unico per noi», ha dichiarato Prigozhin in un post sui social media della sua azienda Concord. Il pupillo di Putin, titolare della società di contractor Wagner impiegati anche nel conflitto in Ucraina, è già sottoposto a sanzioni Usa, ma ciò non gli ha impedito di allungare le mani sul voto odierno. Che vede 128 milioni chiamati alle urne per rinnovare l'intera Camera, un terzo del Senato, i governatori di 36 Stati su 50 e diverse cariche locali. Le rilevazioni demoscopiche parlano di un successo del Gop alla Camera, mentre il Senato appare più incerto. Ognuno dei confronti in Pennsylvania, Nevada, Arizona, Georgia, Wisconsin, New Hampshire e Ohio potrebbe far oscillare l'equilibrio da una parte o dall'altra. Il tutto considerando l'ipotesi di trovarsi davanti a uno scenario simile a quello del 2020. In occasione di quelle presidenziali, le più controverse della storia Usa, in almeno otto degli attuali stati chiave per il Senato i risultati giunsero uno o alcuni giorni dopo, fino ad arrivare al caso della Georgia quando l'esito fu annunciato solo 16 giorni più tardi. Sono oltre 41 milioni le schede elettorali già inviate attraverso il voto anticipato il cui conteggio potrebbe essere oggetto di disputa, con i repubblicani determinati a procedere per le vie legali al fine di contestare migliaia di voti postali negli Stati indecisi. Ad ora sono state depositate oltre 120 denunce su regole e conteggio delle schede, a fronte delle 68 registrate alla vigilia del voto di due anni fa.
  5. UNA COSA BUONA E GIUSTA : Supporto psicologico ai lavoratori in difficoltà, asilo nido per i figli dei dipendenti, banca ore solidale per le emergenze personali, premio di risultato che può essere convertito in welfare, misure per la conciliazione di lavoro e famiglia. Sono i punti salienti dell'accordo integrativo stipulato alla Giacomini, 600 dipendenti, a San Maurizio d'Opaglio, una delle maggiori realtà industriali della provincia di Novara, specializzata nella produzione di componenti e sistemi per la climatizzazione, esportati in tutto il mondo. E oltre all'accordo pilota un bonus di 500 euro in busta paga a novembre per aiutare le maestranze ad affrontare l'aumento delle bollette e il caro vita. L'accordo è stato firmato dall'azienda e dagli esponenti di Cisl e Cgil. «È un risultato molto importante - dicono Gianluca Tartaglia, segretario Fim Cisl , e Marco Marceddu, segretario Fiom Cgil - perché si tratta di un integrativo che affronta oltre al tema economico argomenti come la parità di genere e la conciliazione vita-lavoro con l'istituzione dell'asilo, ma anche il tema della violenza di genere con l'istituzione dello sportello di ascolto. Molto importante poi è anche la scelta di gestione sulla flessibilità da mettere in campo per affrontare le sfide che ci attendono. Questo accordo può diventare un modello per le altre imprese». Uno dei punti qualificanti dell'intesa è l'opportunità di usufruire del nido e della scuola materna aziendale. L'integrativo si occupa anche delle improvvise difficoltà per cui c'è bisogno di avere a disposizione qualche ora durante la giornata: per questo c'è a disposizione la banca ore solidale, mentre per le visite mediche si può usufruire di permessi retribuiti. Lo sportello di ascolto è un servizio di supporto psicologico a disposizione di ogni dipendente utile ad orientare nel superamento di situazioni
    di difficoltà. E poi incontri di formazione per dirigenti e capiturno per gestire nel modo ottimale le relazioni col personale, la partecipazione dei lavoratori alle squadre di emergenza aziendali, l'attuazione in tutte le sue forme della parità di genere e la repressione dei comportamenti che non la rispettano.
  6. INACCETTABILE : Da ventisei anni Nicoletta Palladini lavorava in questa vetreria di Borgonovo Val Tidone, a venti chilometri da Piacenza. Due figli ormai grandi e una vita intera, più della metà dei suoi anni, trascorsa a fare i turni in azienda, mattina, pomeriggio, notte.
    Con la sua esperienza, Nicoletta era diventata una delle coordinatrici del reparto Controllo qualità del vetro cavo lavorato nell'area a caldo. «Non un lavoro complicato», spiegano gli operai che non si danno pace, tutto il giorno asserragliati in un'assemblea permanente che in serata ha proclamato otto ore di sciopero per oggi, «perché, nonostante le richieste dei sindacati di sospendere la produzione, nessun reparto si è fermato. Neanche in segno di lutto e di rispetto per la morte di Nicoletta».
    Quello che faceva lei, il controllo qualità «non doveva essere un lavoro pericoloso. Soprattutto da quando, nel 2020, con gli investimenti dell'industria 2.0, i proprietari avevano acquistato il nuovo macchinario che risparmiava agli operai la fatica di caricare e scaricare i bancali coi prodotti finiti, bicchieri, bottiglie, vasetti, dai rulli che li trasportano», spiega Stefano Rossi della Filctem Cgil di Piacenza. La «navetta» lo chiamano. La navetta che ha ucciso Nicoletta, a cinquant'anni, schiacciata in un corridoio troppo stretto, tra un rullo e l'altro.
    Faceva il turno di notte, ma i suoi colleghi in quel momento erano lontani da lei. La navetta si era bloccata già una prima volta all'una e mezza. La seconda, poco dopo le due. «Non una cosa insolita, anzi – racconta una collega –. La navetta si blocca ogni volta che qualcuno entra nel suo raggio di azione». Tutti quei sensori dovevano garantire maggiore sicurezza, ma così non è stato.
    Forse Nicoletta è intervenuta per farla ripartire – la cabina comandi è alle spalle – ma qualcosa è andato storto. Se si è trattato di un malfunzionamento della navetta lo scopriranno i carabinieri del comando provinciale, coordinati dalla procura diretta da Grazia Pradella che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e sequestrato il macchinario.
    L'allarme è scattato poco dopo le due e mezza di notte. I colleghi hanno provato a liberare il corpo della donna, chino sui rulli, ma non ci sono riusciti. Per farlo sono intervenuti i vigili del fuoco e poi i soccorsi del 118, ma nulla: per Nicoletta non c'era più niente da fare.
    Tutta la sua famiglia si stringe ora nel dolore, quei due figli ormai grandi che tanti sacrifici Nicoletta aveva fatto per mandare all'università. La maggiore è un medico, specializzanda in Fisiatria, e il secondo poco più che maggiorenne, va al primo anno di Scienze motorie. «Eravamo tre fratelli molto legati. Insieme facevamo il possibile per la mamma invalida. Ora Nicoletta non c'è più», ha detto tra le lacrime la sorella Daniela, prima di chiudersi nel più assoluto silenzio.
    «Siamo sconvolti, avevamo appena comprato la navetta marchiata Ce, tutti gli operai hanno a disposizione i Dpi e Nicoletta, come gli altri, aveva fatto il corso di formazione nell'ottobre del 2021», scuote la testa Elena Ramondini, responsabile del personale, nella sala d'attesa degli uffici della vetreria che, con i suoi 160 operai oltre alle maestranze interinali, a Borgonovo è un'istituzione. «Siamo sgomenti, non sappiamo più cosa fare per garantire la sicurezza».
    Sconcertati anche colleghi e sindacati: «In nome di Nicoletta abbiamo indetto l'assemblea permanente e poi lo sciopero. L'unica cosa che sappiamo, davanti a questa mattanza, è che in tema di sicurezza non si fa mai abbastanza – sottolinea Massimo Pelizzari di Femca Cisl Parma e Piacenza davanti al cancello dell'azienda –. Per questo dobbiamo andare avanti, pretendere delle risposte, fare il possibile perché quel che è successo non si ripeta più».
  7. LE FAVOLE CHE PIACCIONO AI TORINESI : I conduce l'operazione non ha mai lesinato annunci roboanti, dalla promessa di 3 mila posti di lavoro ai 3,4 miliardi di investimento sul territorio ancora orfano di un gioiello chiamato Olivetti. Ma a distanza di quasi tre anni dai primi approcci italiani del manager svedese Lars Carlstrom il progetto Italvolt, la gigafactory di batterie agli ioni di litio da realizzare a Scarmagno per alimentare la transizione elettrica nell'automotive, resta di carta.
    Il "packaging" è ben sviluppato. Esiste un sito web, pieno di rendering in alta definizione della futura fabbrica, esiste un board di manager con esperienza nell'automotive che si è impegnato pubblicamente a lavorare al progetto, ci sono stati gli annunci di partnership aziendali, accademiche e con gli enti locali. L'ultimo manager annunciato a fine ottobre è stato Joerg Klingler, senior vicepresident del gruppo Bosch mentre Pininfarina si sta occupando della progettazione della fabbrica dal punto di vista edilizio. Un altro passo in avanti è stato la partecipazione a un bando specifico del Pnrr di cui si attende l'esito. Mancano però gli investitori privati, la tecnologia, un progetto industriale definito e clienti garantiti. Inoltre l'accordo vincolante con Prelios Sgr, gestore del Fondo Monteverdi, per l'acquisto dell'area ex Olivetti a Scarmagno sottoscritto un anno fa è scaduto a settembre e si sta dialogando per arrivare a una modifica al preliminare che è funzionale all'allungamento delle tempistiche previste. Questa discussione, come fa sapere Prelios, dovrebbe chiudersi nel corso di una settimana così da consentire a Italvolt la consegna ai Comuni interessati della "fase zero" per le pratiche urbanistiche.
    Ad oggi la società, Italvolt Spa, ha sede in via Montenapoleone a Milano, conta appena un dipendente, e un capitale sociale di 7,7 milioni. Forse un po' poco per un progetto da 3,4 miliardi che, stando agli annunci, dovrebbe far partire la produzione nel 2024. La Regione ha garantito il rispetto dei tempi. Uno dei problemi più grossi, però sono i costi della bonifica che ammonterebbero a circa 60 milioni. Eppure il clima non è dei migliori, anche perché il caro energia rischia di affossare per sempre il progetto europeo di trovare, attraverso la costruzione di gigafactory, l'indipendenza dai produttori cinesi di batterie. I segnali di un sistema in seria sofferenza ci sono tutti. Basti pensare che il progetto gemello di Italvolt nel Regno Unito, Britishvolt, società fondata dallo stesso Carlstrom con un socio, ha rischiato la bancarotta per mancanza di finanziamenti. Carlstrom si è dimesso nel 2020 dopo che emerse una sua condanna per frode fiscale in Svezia negli Anni 90 e da allora non ha più seguito quella società. Pure in questo caso gli accordi di partnershipnon mancano, il problema sono sempre i soldi. Dei 3,8 miliardi di sterline necessari Britishvolt ha raccolto solo 200 milioni.

 

 

08.11.22
  1. "Sui migranti serve una politica europea l'Italia non può essere lasciata da sola"
    Papa Francesco
    Inviato sul volo papale
    Sull'emergenza migranti il Papa ha le idee chiare su ruoli, compiti e doveri: bisogna sempre salvarli, accoglierli e poi anche integrarli, ma l'Europa non può lasciare sola l'Italia in questa urgenza continua. «Senza un accordo con l'Ue non si può fare nulla». Francesco bacchetta l'Unione europea sul volo di ritorno dalla visita in Bahrein. Attraversa l'aereo camminando e poi si siede - per non affaticare il ginocchio malato - e risponde alle domande dei giornalisti. Esprime un'apertura di credito al governo di Giorgia Meloni - il primo premier donna? «È una sfida» - chiedendo che tutti, alleati della maggioranza e opposizione, collaborino per il bene del Paese: «Chiamo alla responsabilità, troppi esecutivi sono caduti».
    Santità, ci sono quattro navi a largo della Sicilia, con centinaia di donne, uomini, bambini, in difficoltà, ma non tutti possono sbarcare. Lei teme che in Italia sia tornata una politica dei «porti chiusi» dal centrodestra? E come valuta su questo la posizione di alcuni Paesi del nord Europa?
    «Il principio: i migranti vanno accolti, accompagnati, promossi e integrati, se non si possono fare questi quattro passi, il lavoro con i migranti non riesce a essere buono. Accolti, accompagnati, promossi e integrati, arrivare fino all'integrazione. E seconda cosa che dico: ogni governo dell'Unione europea deve mettersi d'accordo su quanti migranti può ricevere. Invece, sono quattro i Paesi che ricevono i migranti: Cipro, Grecia, Italia e Spagna, che sono quelli più vicini al Mediterraneo; e poi nell'entroterra ce ne sono alcuni, come la Polonia, la Bielorussia…. Parlando dei migranti del mare: la vita va salvata. Oggi il Mediterraneo è forse il cimitero più grande del mondo. Ho letto un libro in spagnolo che si chiama "Hermanito", è piccolino si legge rapidamente, credo sia stato sicuramente tradotto in francese e anche in italiano. Si legge subito in due ore. È la storia di un ragazzo dell'Africa che, seguendo le tracce di suo fratello, è arrivato in Spagna: cinque schiavitù ha subito prima d'imbarcarsi! Molta persone, lui racconta, vengono portate di notte a quelle barche - non a quelle navi grandi che hanno un altro ruolo – e se non vogliono salire: pum, pum! E li lasciano sulla spiaggia: è davvero una dittatura di schiavitù ciò che fa quella gente. E poi c'è il rischio di morire in mare. La politica dei migranti va concordata fra tutti i Paesi, non si può fare una politica senza consenso, e l'Ue deve prendere in mano una politica di collaborazione e di aiuto, non può lasciare a Cipro, Grecia, Italia e Spagna, la responsabilità di tutti i migranti che arrivano alle spiagge. La politica dei governi fino a questo momento è stata di salvare le vite, questo è vero. Fino a un certo punto si è fatto così e credo che questo governo italiano abbia la stessa politica… i dettagli non li conosco, ma non penso che voglia andarsene via, io credo che, per quello che ho sentito, ha fatto sbarcare già i bambini, le mamme, i malati, almeno l'intenzione c'era. L'Italia… questo governo, o un altro, non può fare nulla senza l'accordo con l'Europa, la responsabilità è europea. E poi io vorrei citare un'altra responsabilità europea».
    Quale?
    «Quella sull'Africa, credo che questo lo abbia detto una delle grandi donne statiste che abbiamo avuto e abbiamo, la Merkel: il problema dei migranti va risolto in Africa. Ma se pensiamo l'Africa con il motto: "L'Africa va sfruttata", è logico che la gente scappi. L'Europa deve cercare di fare dei piani di sviluppo per l'Africa. Pensare che alcuni Paesi in Africa non sono padroni del proprio sottosuolo, che ancora dipende dalle potenze colonialiste. È un'ipocrisia risolvere il problema dei migranti in Europa, andiamo a risolverlo anche a casa loro. Lo sfruttamento della gente in Africa è terribile per questa concezione. Il primo novembre ho avuto un incontro con studenti universitari dell'Africa. L'incontro è lo stesso che ho avuto con l'Università Loyola degli Stati Uniti. Quegli studenti hanno una capacità, un'intelligenza, uno spirito critico, una voglia di portare avanti, ma delle volte non possono per la forza colonialista che ha l'Europa nei loro governi. Se noi vogliamo risolvere il problema dei migranti definitivamente, risolviamo l'Africa. I migranti che vengono da altre parti sono di meno, ma abbiamo l'Africa, aiutiamo l'Africa».
    Che impressione ha del nuovo governo italiano, per la prima volta guidato da una donna?
    «È una sfida. Il nuovo governo incomincia adesso, io gli auguro il meglio perché possa portare l'Italia avanti. E tutti gli altri che sono contrari al partito vincitore, collaborino, con spirito critico, con l'aiuto, ma serve un governo di collaborazione, non un governo dove "ti muovono il viso" (espressione spagnolo-argentina, ndr), ossia "ti fanno cadere" se non piace una cosa o l'altra. Per favore io su questo chiamo alla responsabilità. È giusto che dall'inizio del secolo fino a ora l'Italia abbia avuto 20 governi? Finiamola con questi scherzi…».
    Come stanno andando i negoziati per risolvere la guerra in Ucraina?
    «Il Vaticano è continuamente attento e la Segreteria di Stato lavora bene. Si fa un'opera di avvicinamento, per cercare soluzioni. Quella tra Russia e Ucraina è una guerra mondiale, e ci sono state in un secolo tre guerre mondiali. Quando gli imperi si indeboliscono hanno bisogno di fare una guerra per sentirsi forti e anche per vendere le armi».
    In Iran si registrano le proteste scatenate da donne e giovani che cercano più libertà: lei appoggia questo impegno per vedere riconosciuti diritti fondamentali?
    «La lotta per i diritti della donna è continua. Ma perché la donna deve lottare così per i suoi diritti? E come mai oggi non possiamo fermare il crimine della infibulazione alle ragazzine? Dobbiamo continuare a lottare per le donne perché sono un dono. Dio non ha creato l'uomo e poi gli ha dato un cagnolino per divertirsi. No. li ha creati uguali, uomo e donna. Una società che cancella le donne nella vita pubblica si impoverisce. C'è questo maschilismo che uccide l'umanità». —
  2. LA FIRMA PER NATALE:    I cittadini di Kyiv farebbero bene a prepararsi al peggio. Secondo fonti del New York Times nell'amministrazione della capitale ucraina, i funzionari locali si stanno preparando all'eventualità di un blackout totale, che renderebbe necessaria l'evacuazione dei tre milioni di residenti rimasti in città. Come spiegato dal sindaco di Kyiv, Vitaliy Klitschko, a causa dei prolungati bombardamenti russi la capitale ucraina potrebbe restare senza energia elettrica, ragione per cui i residenti dovrebbero fare scorte di beni di prima necessità o trasferirsi temporaneamente fuori città. «Stiamo facendo di tutto per evitare che ciò accada. Ma siamo onesti: i nostri nemici stanno facendo di tutto perché la città resti senza riscaldamento, senza elettricità e approvvigionamento idrico, e in generale, per farci morire tutti», ha detto Klitschko durante una conferenza stampa.
    Parlare di evacuazione al momento è comunque «prematuro», ha poi tranquillizzato Roman Tkachuk, il direttore del dipartimento della sicurezza municipale di Kyiv, aggiungendo che la situazione in città al momento è «sotto controllo». «Il sistema di protezione civile deve essere preparato per varie opzioni, ma questo non significa che ora ci stiamo preparando a lanciare un'evacuazione», ha chiarito Tkachuk.
    Nelle ultime settimane l'intero territorio ucraino è stato soggetto a violenti bombardamenti da parte della Russia che, in difficoltà sul campo di battaglia, punta a mettere in ginocchio il Paese privandolo delle sue infrastrutture energetiche chiave. Come spiegato dal sindaco di Kyiv Klitschko, le autorità cittadine si stanno preparando all'inverno acquistando generatori, attrezzando siti con impianti di riscaldamento e proteggendo infrastrutture critiche. Le infrastrutture energetiche sono bersaglio di attacchi anche nelle zone dell'Ucraina occupate dai russi. Nella mattina di domenica, un attacco ucraino con razzi Himars avrebbe danneggiato la diga della centrale idroelettrica di Kakhovka, nell'oblast di Kherson. Secondo le autorità filorusse in controllo del territorio, la contraerea avrebbe limitato i danni alla diga.«I principali attacchi aerei sono stati respinti, un missile ha colpito, ma non ha causato danni gravi», ha detto Ruslan Agayev, un rappresentante dell'amministrazione installata da Mosca nella vicina città di Novaya Kakhovka. Come fatto notare dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, se distrutta, la diga di Khakovka potrebbe portare all'allagamento di numerosi centri abitati circostanti, incluso lo stesso capoluogo di Kherson. Secondo le autorità russe, quest'ultimo è rimasto ieri senza elettricità e acqua a causa di un «attacco terroristico» ucraino che avrebbe danneggiato tre tralicci dell'alta tensione. Sarebbero invece i russi i responsabili dell'attacco secondo le autorità ucraine. «Gli occupanti hanno già denunciato l'attacco terroristico. Ma non hanno precisato che sono stati loro stessi a commetterlo», ha scritto sul suo canale Telegram Yury Sobolevsky, il vicecapo del consiglio regionale di Kherson, basando le sue affermazioni su quanto raccontato da «testimoni oculari». Secondo Sobolevsky, circa dieci centri abitati sarebbero rimasti senza acqua e luce in seguito all'attacco, inclusa l'intera città di Kherson. Da qualche settimana ormai, le truppe russe nella regione di Kherson si stanno preparando a un imminente assalto ucraino evacuando i residenti dalla riva sinistra del Dnipro. Mentre entrambe le parti in guerra si preparano a fronteggiare l'inverno imminente, crescono le pressioni internazionali volte a trovare una soluzione pacifica del conflitto. Secondo quanto riportato dal Washington Post, la Casa Bianca avrebbe chiesto privatamente al governo ucraino di mostrarsi più aperto al dialogo con la Russia, «non al fine di spingere Kyiv al tavolo delle trattative» ma per «mantenere un alto profilo morale agli occhi dei sostenitori internazionali». In particolare, a preoccupare il governo statunitense e i suoi alleati sarebbe il divieto imposto da Zelensky a qualsiasi trattativa con Mosca a meno che Putin non venga rimosso dal potere. Nonostante questi timori, in una telefonata di ieri, il presidente americano Joe Biden e la sua controparte tedesca Olaf Scholtz hanno riconfermato il loro impegno a fornire all'Ucraina il sostegno «economico, umanitario e nel campo della sicurezza» necessario per difendersi dall'aggressione russa.
  3. "La destra l'ha ignorata e lei vuole solo il potere" Piefrancesco Majorino, amatissimo ex assessore ai Servizi Sociali del Comune di Milano, potrebbe essere la sorpresa nel cappello, assai stretto al momento, del Pd per la presidenza della Lombardia. Attuale deputato europeo e coordinatore del gruppo dei socialisti democratici nella commissione speciale sulla lotta alla disinformazione e alle interferenze di Putin. Ma soprattutto fu il più fiero oppositore di Letizia Moratti quando lei era sindaco e lui capogruppo del Pd a Palazzo Marino. Era il 2011 e Majorino non ha più cambiato idea.
    Onorevole Majorino, il no del Pd alla Moratti è una questione di coerenza, antipatia personale, o voglia di perdere ancora?
    «Ma noo... Io credo che la nostra sia una posizione molto lineare: Letizia Moratti è un'autorevole esponente del centrodestra milanese e lombardo. È stata per me un pessimo sindaco e ha fatto l'assessore alla Sanità in Lombardia mortificando medici e infermieri e non c'è alcuna ragione per sostenerla. Lei si è convertita al Terzo Polo solo perché la destra non l'ha candidata, per una pura questione di potere. Non ha nulla a che fare con noi».
    Però con lei pare si vinca. ..
    «Non ne sarei così sicuro, e comunque io credo che se il Pd si presentasse con Letizia Moratti, tantissimi elettori farebbero altre scelte. Ritengo questa cosa non solo profondamente sbagliata, ma anche politicamente perdente».
    Dica la verità: non le avete mai perdonato la campagna elettorale contro Pisapia...
    «Non è questo. Moratti è un'esponente autorevole del centrodestra italiano. Lo dico per rispetto a lei e alla sua storia. Da parte mia non c'è alcun pregiudizio ma un giudizio preciso: io ero capogruppo in Comune dell'opposizione quando lei era sindaco. Dunque è un giudizio basato sui fatti».
    Ma non potrebbe aver cambiato idea? In fondo ha reciso il cordone ombelicale con il centrodestra scegliendo il Terzo polo.
    «Mah... È una scelta che dimostra i problemi del centrodestra e basta. Io credo ci voglia coerenza e linearità: dica che ha sbagliato tutto nella sua vita politica e amministrativa e allora saremmo di fronte a una conversione vera, profonda. Ma non mi sembra questo il caso».
    Da quando ci vuole l'abiura in politica?
    «È solo per dire che sarebbe sbagliato dipingerla per quello che non è. Lo dico per rispetto nei suoi confronti: lei è una donna conservatrice della destra italiana. Inutile far finta che non sia così. E non credo che la politica sia solo un gioco di schieramenti e movimenti tattici. Non possiamo dimenticare che in questi anni ha sempre sbattuto la porta in faccia alle richieste che i nostri consiglieri regionali le facevano per rilanciare la sanità pubblica e la medicina territoriale»
    Per un partito che vince nei centri storici però potrebbe essere un'opportunità.
    «Questa cosa non mi tocca. Dico solo che le 94mila preferenze che ho preso alle europee le ho prese soprattutto fuori dai centri storici. E sarà che ho fatto per 8 anni l'assessore ai servizi sociali dovendo ricostruire ciò che la Moratti aveva devastato».
    Rimane il fatto che il Pd non vince le regionali da 30 anni. Adesso qual'è l'idea?
    «Intanto ci siamo ripromessi di indicare un nome unitario entro due settimane oppure andare subito alle primarie per sceglierlo».
    Ma non era Cottarelli il vostro nome?
    «Cottarelli è certamente molto autorevole ma il Pd regionale ha fatto la scelta di arrivare a costruire una candidatura con tutti gli alleati»
    Intesi come chi? 5Stelle compresi?
    «Intanto con la coalizione che si è candidata alle politiche e poi certamente aprendo un confronto con i 5Stelle».
    Anche se sabato hanno fischiato Letta?
    «Si, sapendo che dobbiamo fare il campo largo più ampio possibile».
    Terzo Polo ti saluto!
    «Non è detto. Se poi un giorno il Terzo Polo ci ripensasse e volesse correre con noi lasciando la Moratti, allora braccia aperte».
    Programma elettorale?
    «Guardi, io non credo che ci dobbiamo candidare solo per rendere le cose un po' più efficienti, per migliorare quello che è già stato fatto: noi ci dobbiamo candidare per cambiare radicalmente la politica fatta finora dal centrodestra sulla sanità, umiliando quella pubblica e ignorando completamente i temi climatici che invece potrebbero rappresentare un'opportunità di sviluppo straordinaria».
  4. BIDEN NON PUO' CONTINUARE A SOSTENERE L'UCRAINA : Il presidente Joe Biden nella contea di Westchester, Stato di New York. Donald Trump a Miami in Florida. Comizi e ultimi al voto. L'ultima domenica prima delle elezioni di Midterm di domani ha una scenografia che ondeggia fra il deja-vu del 2020 e la rivincita del 2024. Trump sta preparando l'annuncio della discesa in campo e mena fendenti anche ai compagni di partito pronti a sfidarlo, come Ron DeSanctis, governatore della Florida, ribattezzato "DeSanctimonious" (il bigotto).
    Alla Casa Bianca ci sono un po' di malumori per come i democratici hanno gestito l'agenda elettorale del presidente, concentrata perlopiù sulle corse sicure, fa notare il quotidiano The Hill. La popolarità di Biden è al 42% (dati Cnn) e al Comitato democratico sono giunte poche richieste di fotografie con candidati sorridenti accanto a Biden. Washigton Post e Abc ieri mattina hanno complicato le previsioni divulgando un sondaggio - fatto fra il 31 ottobre e il 2 novembre - che conferma le chance di vittoria dei repubblicani ma dà ai democratici qualche speranza di restare incollati ai rivali ed evitare l'onda rossa.
    Il peso della Storia
    Il sondaggio, centrato essenzialmente sulla Camera, rivela che il 49% degli elettori registrati voterà repubblicano e il 48% democratico. Un anno fa il divario a favore dei repubblicani era di dieci punti, sottolinea Bill Kristol, neoconservatore anti Trump. Se è sufficiente per smontare l'ipotesi di uno tsunami rosso, non aiuta comunque i democratici a sperare nel ribaltone. La spiegazione la offrono i precedenti: nel 2018 i democratici a 48 ore dal voto avevano sette punti di vantaggio, inoltre oggi dei 35 seggi alla Camera in bilico, 25 sono democratici. Ai repubblicani basta guadagnarne 5 per ottenere il controllo della House e scalzare Nancy Pelosi. E Biden, quindi, non può permettersi il lusso di Jimmy Carter che nel 1978 perse 15 deputati alla Camera ma mantenne la maggioranza.
    I temi chiave
    Rick Scott è senatore della Florida e capo del comitato elettorale repubblicano. Ieri ha detto che il Gop prenderà 52 senatori conquistando così il controllo. Non ha dettagliato dove verranno le vittorie, ma uno degli strateghi repubblicani Charlie Gerow ha sintetizzato che «inflazione e prezzo della benzina spingeranno i repubblicani a Washington». Hilary Rose, stratega democratica, conferma la lettura dell'avversario e dice ai suoi di «prepararsi a una pessima notte martedì» perché la campagna elettorale della sinistra è stata impostata su temi che agli americani sono apparsi distanti o quantomeno poco centrati dinanzi alle preoccupazioni del momento. «Basta parlare di democrazia in pericolo», ha detto mentre gli altri - i repubblicani - spingono l'acceleratore su inflazione, crimine ed economia. Temi "bread and butter", pane e burro, li definiscono gli esperti per sottolineare che toccano tutti, minoranze, classe media, lavoratori bianchi, gente con una laurea e donne delle zone suburbane. Inflazione, crimine, economia surclassano nell'elenco dei temi chiave questioni come aborto e democrazia. Il clima - altro tema su cui Biden aveva costruito l'avventura del 2020 - sparito. Lo stesso sondaggio del Washington Post è lapidario: per gestire l'economia gli americani preferiscono un Congresso a trazione repubblicana.
    Minoranze e swing voters
    Nel 2018 il voto degli indipendenti andò al 54% ai democratici e per il 42% ai repubblicani. I rapporti di forza sarebbero mutati, 53-45 per il Gop nel 2022. A spingere verso i repubblicani sono soprattutto le donne delle zone urbane, più preoccupate dall'inflazione che dai diritti. E in palio ci sono i voti degli ispanici. Maria Teresa Kumar, presidente dell'associazione Voto Latino, e fra le donne più influenti nella comunità ispanica commenta a La Stampa quanto i latinos non siano un blocco monolitico ma che oggi molti di loro «non vedono le differenze fra repubblicani e democratici». «È un voto - ha detto - sempre meno ideologico e in questo scenario per i repubblicani si aprono soprattutto in Arizona e Nevada, due Stati chiave per il Senato, opportunità concrete di prevalere».
    Le interferenze
    La Russia avrebbe riattivato alcuni troll dormienti, emanazione della fabbrica delle fake news di San Pietroburgo. Uno di questi si identifica come Nora Berka, scrive il New York Times sottolineando che era già stato protagonista nel 2016 e che da un anno era sparito. Sul Web stanno circolando due tipi di messaggi ad hoc: il primo evidenzia le storture del sistema elettorale Usa con lo scopo di alimentare la rabbia dei conservatori; il secondo evidenzia l'uso dei soldi dei contribuenti Usa per il sostegno all'Ucraina. Un tema sul quale i repubblicani hanno promesso di sfidare Biden.
  5. SENZA CESSATE IL FUOCO TORNA TRUMP: Larry Sabato del Center for Politics della Virginia University è uno dei più ascoltati e rispettati analisti politici americani, ha vinto anche quattro Emmy, e il suo sito Crystal Ball – da decenni sulla breccia – è ritenuto il modello predittivo elettorale più affidabile. Misurare le parole, pesare i numeri è la chiave che segue per cercare di comprendere quel che succederà domani quando l'America voterà alle Midterm. E allora – dice – potrebbe esserci una «piccola onda» repubblicana inferiore di quella che si pensava in primavera; «Trump è il miglior alleato dei democratici» e «l'affluenza sarà decisiva in alcuni Stati».
    Professor Sabato, partiamo dagli Stati chiave per il Senato. Quali sono?
    «Pennsylvania, Nevada e Georgia, ma è possibile che le Midterm non finiranno martedì sera».
    Perché?
    «In Georgia se nessun candidato supera il 50% dei consensi si va al ballottaggio del 6 dicembre. Scenario probabile».
    Chi vince in uno dei tre Stati che ha elencato controllerà il Senato?
    «Sì, perché si spaccherebbe l'equilibrio 50-50 in cui è divisa oggi la Camera Alta».
    Alcuni suoi colleghi prevedono delle sorprese sempre al Senato. Da dove potrebbero arrivare?
    «Magari New Hampshire e Arizona ai repubblicani e chissà Wisconsin e North Carolina ai democratici. Tutto insieme però sarebbe troppo. Anche in Colorado e Washington State le corse non sembrano orientate in maniera definitiva».
    Biden ha detto che ritiene che i democratici manterranno il controllo del Congresso…
    «Questo lo deve dire, altrimenti manderebbe un messaggio di resa. Misuriamo però le parole. Non vedo un'onda rossa delle dimensioni del 1994 quando la rivoluzione conservatrice di Newt Gingrich assestò un duro colpo a Clinton; e nemmeno quella del 2010 quando lo sconfitto fu Obama. Vedremo un'alta marea se vogliamo stare al gioco delle metafore».
    Si sbilanci. Chi controllerà il Congresso?
    «La Camera sarà repubblicana. Direi probabilmente anche il Senato, ma di un soffio».
    Come mai solo risicata la vittoria al Senato?
    «Tre motivi. Il primo è la decisione della Corte suprema di assestare un colpo al diritto all'aborto; il secondo è la prolungata esposizione di Trump e il suo controllo sul partito repubblicano; il terzo è che c'è timore per il degrado della democrazia americana».
    Ritiene che questi temi bilancino quelli – inflazione, economia e crimine - su cui i repubblicani hanno costruito la campagna?
    «Più che bilanciare, penso ne contengano l'impatto mitigando l'onda rossa».
    Perché dice che Trump è un asset dei democratici?
    «L'ha detto Chris Cilizza, analista della Cnn, e condivido. Trump ha aiutato i democratici e continua a farlo poiché galvanizza solo la destra, magari un'ampia parte, ma se guardiano alla popolazione in generale, il gradimento o il livello di sopportazione per l'ex presidente, è basso. Trump è direttamente percepito come collegato a temi come l'erosione della democrazia e questo rinforza paure di democratici e parte degli indipendenti».
    I repubblicani non temono per il futuro della democrazia Usa?
    «A quanto pare non tutti. Sono più interessati a criticare la gestione dell'economia di Biden».
    Il presidente ha un tasso di popolarità basso, attorno al 40%. Con questi numeri vincere le Midterm è storicamente difficile. Poi Biden non si è speso tantissimo al di là degli ultimi giorni. Ha saltato a piè pari alcuni Stati in bilico. Non era desiderato?
    «Se il gradimento di Biden fosse al 30% ci sarebbe uno tsunami rosso e per lui sarebbe un disastro. Non è così, stare poco sopra il 40% è un sintomo del fatto che non c'è la certezza che i democratici perderanno i seggi in bilico, al Senato o alla Camera. Credo che il presidente sia infastidito che alcuni candidati non vogliano farsi ritrarre con lui, ma questa è la realtà. Oggi in alcuni contesti lui non aiuta, non trascina gli elettori. E bisogna dargli credito che è stato bravo a fare un passo indietro laddove era indesiderato».
    Affluenza. Cosa si aspetta?
    «Attorno al 50%, come nel 2018, poco meno. Segue le elezioni dagli anni '60 e allora l'affluenza era attorno al 40%. Siamo migliorati».
    Quale gruppo etnico, ispanici o afroamericani inciderà di più?
    «Dipende dai contesti, in Georgia i neri sono una componente chiave. Ma gli afroamericani votano sempre democratico, il 90% è con loro. La chiave sono i latinos, sono più pragmatici, si spostano. Ora poi la componente evangelica, più conservatrice, sta crescendo e raggiunge quella cattolica. Se i democratici perdono il vantaggio fra gli ispanici per loro – anche in futuro – si fa dura».
    Qualcuno voterà pensando ai temi di politica estera, e in particolare all'Ucraina, o sono questioni assenti?
    «La seconda. Mi spiace ammetterlo ma non inciderà per nulla».
    «Non ci sono soldati sul terreno. La cosa però interessante è che queste elezioni influenzeranno – se ci sarà un certo tipo di maggioranza repubblicana – l'approccio Usa nei confronti di Kiev e del conflitto. Ci saranno nel prossimo Congresso almeno un quarto dei deputati e senatori repubblicani pronti a mettere in discussione la linea bipartisan seguita ora nei confronti di Kiev che è dispendiosa».
  6. LA STRAGE IN IRAN CONTINUA : A segnare quelle di domenica è stata la notizia dell'ennesima morte provocata dalla polizia, secondo un copione diventato ordinario, dal giorno della cattura e della morte di Mahsa Amini. La vittima è una giovane donna curda di 35 anni, Nasrin Ghadri, originaria di Marivan, Kurdistan iraniano, e dottoranda in filosofia a Teheran. I media internazionali ne hanno riportato la morte, avvenuta sabato in seguito a colpi alla testa inflitti dalla polizia, citando come fonte l'organizzazione per i diritti umani Hengaw. La donna, picchiata più volte durante una protesta del venerdì, nella capitale, è prima entrata in coma e poi deceduta in ospedale sabato notte. L'agenzia di stampa ufficiale Irna ha respinto la versione secondo cui Nasrin è stata uccisa a colpi di manganello, sostenendo invece che la ragazza stava «trascorrendo la sua vita normale» quando la sua famiglia ha improvvisamente perso i contatti con lei, per poi trovarla morta nella sua abitazione. Dalle piazze, nelle università e nel Nord-ovest in gran parte curdo, i manifestanti hanno invece accusato le autorità, proprio come nel caso di Mahsa Amini, di aver accelerato la sepoltura di Nasrin Ghadri, all'alba e senza cerimonia funebre, dopo aver costretto il padre della vittima a dichiarare che la causa della morte della figlia fosse dipesa da una «malattia» o una «intossicazione». Per scongiurare, invano, che l'evento potesse diventare una nuova leva della protesta, le forze di sicurezza hanno rinforzato la lpresenza nell'area. Dozzine di manifestanti, inferociti per l'uccisione dell'ennesima donna curda per mano di Teheran, sono rimasti feriti anche domenica, durante le repressioni da parte della polizia. Indignati, gli abitanti di Marivan si sono riversati nelle strade inneggiando «Morte a Khamenei». Gli attivisti di Iran Human Rights, un'altra organizzazione con sede in Norvegia, hanno testimoniato che gli studenti della Sharif University di Teheran hanno organizzato sit-in a sostegno dei colleghi arrestati. Intanto, in una dichiarazione firmata da 227 su 290 deputati, i legislatori iraniani hanno chiesto ai vertici del Paese di applicare la legge del taglione contro i "mohareb", i "nemici di Dio", cioè gli autori delle proteste che stanno travolgendo il Paese: «Chiediamo di affrontare con fermezza gli autori di questi crimini e tutti coloro che hanno incitato le rivolte».

 

07.11.22
  1. LA CINA priverà PROGRESSIVAMENTE DI COMPONENTI L'INDUSTRIA AUTOMOBILISTICA OCCIDENTALE PER OBBLIGARE L'OCCIDENTE A COMPERARE LE SUE AUTO NON SOLO I COMPONENTI COME HA FATTO FINORA.
  2. PER NATALE IN VATICANO SARA' FIRMATO IL CESSATE IL FUOCO IN UCRAINA:    «L'Ucraina sarà libera e tutto il nostro confine sarà ripristinato: sia per terra sia per mare, sia a Est sia a Sud». Mentre la guerra continua a devastare l'Ucraina e l'Iran ammette di aver fornito droni alla Russia ma solo prima della guerra, Zelensky è tornato a ribadire la sua posizione: «Siamo pronti per la pace, per una pace giusta», ha detto il presidente ucraino venerdì notte chiedendo «il rispetto della Carta delle Nazioni Unite» e «dell'integrità territoriale» dell'Ucraina invasa, ma anche «la punizione di tutti i colpevoli» e «un pieno risarcimento dalla Russia per i danni provocati».
    Con i colloqui di fatto congelati, la strada verso la pace appare però in salita. Zelensky chiede il ritiro delle truppe russe dai territori ucraini - pure da quelli occupati nel 2014 a giudicare dalle sue parole - e un mese fa ha siglato un decreto che afferma «l'impossibilità di negoziati» con Putin, il quale ha versato ulteriore benzina sul fuoco richiamando alle armi centinaia di migliaia di riservisti (300.000 ufficialmente) e annettendosi illegalmente le zone occupate dell'Ucraina, che ora Mosca considera proprie. Tutto ciò che le autorità russe «dicono ad alcuni leader stranieri sulla loro presunta disponibilità ai negoziati è falso. Quando qualcuno pensa ai negoziati, non cerca il modo di ingannare tutti intorno a lui per mandare decine o centinaia di migliaia di persone in più nel tritacarne» della guerra, ha dichiarato Zelensky puntando il dito contro il regime di Putin. I bombardamenti dell'esercito russo sono proseguiti anche ieri. Nelle ultime settimane, le truppe di Mosca hanno ripetutamente colpito la martoriata Ucraina prendendo di mira le infrastrutture per l'energia e il riscaldamento: ampie zone del Paese sono rimaste senza acqua né elettricità e, ora che l'inverno è alle porte, i timori per la popolazione crescono inesorabilmente. I soldati russi hanno bombardato usando missili e droni. Secondo Kiev, sono stati usati dei droni kamikaze di fabbricazione iraniana, gli Shahed-136. Mosca e Teheran hanno più volte negato, ma ieri, per la prima volta, il governo iraniano ha ammesso di aver fornito droni alla Russia. Il ministro degli Esteri Amirabdollahian ha minimizzato, sostenendo che l'Iran abbia consegnato a Mosca solo «un piccolo numero» di droni e di averlo fatto prima della guerra. Ma Zelensky ha risposto che Teheran mente e che le forze ucraine abbattono circa dieci droni ogni giorno. I soldati russi sono accusati di aver commesso crimini e atrocità in Ucraina, e una video inchiesta dell'Associated Press e della Pbs ha rivelato nuovi filmati e testimonianze sulle torture e sul terribile massacro perpetrato a Bucha.
    Ieri, intanto, è stato arrestato Stanislav Ionkin, 23 anni, un soldato russo appena tornato dal fronte che sarebbe dovuto presto tornare in Ucraina: sarebbe lui ad aver appiccato un incendio in una discoteca che venerdì sera ha ucciso almeno 15 persone.
  3. BIDEN E XI DEVONO ACCORDARSI PER IL CESSATE IL FUOCO IN UCRAINA AL G20 :  Il duello fra presidenti va in scena in Pennsylvania. Donald Trump spinge la corsa al Senato del medico e star tv Mehmet Oz da Pittsburgh; Barack Obama gli risponde da qualche chilometro di distanza, nel cuore della città che fu la culla delle acciaierie d'America, sostenendo John Fetterman, prima di spostarsi a Philadelphia dove nel tardo pomeriggio è salito sul palco insieme a Joe Biden per un appello al popolo democratico di mobilitarsi per non consegnare nel voto di Midterm martedì il Congresso ai repubblicani.
    Per un weekend la Pennsylvania torna al 2020, lo scontro finito con riconteggi e contestazioni fra Biden e Trump, mentre sulle Midterm soffia il vento che il vecchio duello possa ripetersi nel 2024. Trump potrebbe annunciare la sua terza candidatura la terza settimana di novembre, fonti del suo entourage danno ormai tutto fatto; Biden risponde con la creazione di un comitato per studiare piani e strategie per il bis. Ma intanto i due si sfidano per procura in tutta America dietro i nomi dei candidati al Senato (35 seggi su 100 in palio) e alla Camera (si rinnova interamente, 435 seggi), in una sfida fra due uomini la cui popolarità è inversamente proporzionale alla copertura mediatica.
    Joe Biden supera di poco il 40%, una mezza condanna a «morte» elettoralmente parlando a tre giorni dalle Midterm, tanto che diversi deputati gli hanno recapitato il messaggio di non andare a fare campagna nel loro Stato. Così Biden ha saltato Nevada, Arizona, Georgia, Wisconsin, tutti in bilico e si è concentrato sulle zone «blu-democratico» che sono comunque in pericolo. Non sono casuali le visite ieri in Illinois, oggi a New York e in settimana in New Mexico e California.
    Donald Trump, d'altro canto, ha spaccato i repubblicani, galvanizzando la sua base ma allontanando molti moderati. Liz Cheney – acerrima nemica dopo che ha votato per l'impeachment e ora siede nella Commissione sul 6 gennaio – sta sostenendo alcuni candidati democratici.
    A mobilitare la sinistra ci sta provando Barack Obama. Ha speso l'ultima settimana zigzagando fra Nevada, Michigan, Georgia e appunto la Pennsylvania portando due messaggi: la democrazia sotto scacco e la difesa dei diritti sociali, attaccando «la ricetta, l'unica che usano sempre, i repubblicani quando si parla di economia: tagliare le tasse ai ricchi».
    Biden ostenta ottimismo, parla dei costi delle medicine abbassate, delle minacce che i repubblicani pongono ai servizi sociali, di occupazione e di difesa della democrazia. L'altra sera ha detto che i democratici manterranno il controllo del Congresso e che se così non fosse, «avremo due anni di inferno». I democratici la pensano come lui, ma la tenuta della democrazia non è la loro prima preoccupazione. Un focus group del New York Times ha confermato quanto già da qualche settimana era evidente: gli americani andranno alle urne pensando all'inflazione e al crimine e solo poi a temi come aborto e democrazia. E il peggio per Biden è che gli americani non lo ritengono in grado di cambiare rotta sull'economia.
    Sono temi che aiutano i repubblicani. I sondaggi li danno avanti in molti duelli chiave. La Camera dei rappresentanti diventerà rosso Gop; sul Senato il duello è all'ultimo voto. Tre sono gli Stati determinanti, (Nevada, Georgia e Pennsylvania); altri due come Arizona e New Hampshire sarebbero tornati contendibili. Oggi sono democratici. Se li conquistassero i conservatori, martedì sera ci sarà una valanga rossa. Sempre che non vi siano sorprese (come nel 1980 e nel 1998) dell'ultima ora. Tradotto: Gop sconfitto in Wisconsin, Ohio e North Carolina. Il partito del presidente per tradizione va male alle Midterm. Due dati: in cent'anni l'opposizione ha vinto 19 corse su 25 al Senato e 22 su 25 alla Camera; è dai tempi delle Guerra civile (1861-1865) che il partito del presidente non guadagna più di 9 seggi alla House e più di due al Senato. Statistiche amare per Biden.
    Alcuni temi attorno ai quali i democratici avevano costruito la rimonta in estate hanno perso forza soverchiati dalle preoccupazioni per il costo della vita e dalla criminalità. L'aborto ha esaurito la spinta propulsiva. La Cnn rivela che le donne delle aree suburbane, soccer mum, voteranno pensando al pane e al college dei figli anziché alla sentenza della Corte suprema in giugno sulla Roe contro Wade. Gli appelli di questi giorni sono in parte zoppi visto che 34 milioni di statunitensi hanno già votato in 47 Stati. Ben 2 milioni l'hanno fatto in Georgia dove in totale alle urne sono attese 7 milioni di persone. Se la Pennsylvania attira le attenzioni nel fine settimana, è la Georgia che avrà i riflettori puntati martedì sera. Sfida al Senato fra il reverendo Warnock (in carica) e il repubblicano Walker. Se nessuno otterrà il 50% ballottaggio il 6 dicembre. Solo allora arriverà la parola fine sul controllo del Congresso. E saranno subito presidenziali 2024. —
  4. UN RISCHIO SOTTOVALUTATO : Del cellulare incollato all'orecchio per ore mentre discuteva di miscele e temperature di fusione non si è mai preoccupato più di tanto. Di certo non ha mai temuto che il telefonino potesse diventare il suo peggior nemico. Poi ha iniziato ad accusare problemi di udito. La diagnosi? Neurinoma del nervo acustico. Ovvero un tumore all'orecchio benigno, ma invalidante. Che sia stata colpa di quello smartphone utilizzato per tredici anni almeno due ore e mezza al giorno?
    L'uomo, 65 anni, tecnico specializzato ormai in pensione di una acciaieria valdostana, si è rivolto agli avvocati dello studio Ambrosio&Commodo e ha portato l'Inail in tribunale. Tra il tumore al cervello e l'uso prolungato del telefonino c'è «con elevata probabilità» un nesso di causa-effetto: lo hanno decretato prima i giudici valdostani e ora la corte d'Appello di Torino che ha condannato l'Ente a riconoscergli una rendita di oltre trecento euro al mese.
    «Si tratta di una sentenza frutto di un serrato confronto scientifico», sottolinea l'avvocato Stefano Bertone. Un nome tra tutti, quello del perito nominato dalla Corte d'Appello, il professor Roberto Albera, scienziato, ordinario all'Università di Torino.
    Un consesso scientifico, dunque. Articolato di incontri, sessioni, scambi di memorie. «Sul piano scientifico ed epidemiologico, è stata individuata una legge causale di copertura generale che correla il neurinoma del nervo acustico dell'uomo all'attiva professionale pericolosa». Tra il 1995 e il 2018, il 65enne ha trascorso al cellulare tra le 10mila e le 13mila ore. Senza alcun tipo di auricolare o protezione. Ora è sordo dall'orecchio sinistro, ha una paresi del nervo facciale, «disturbi di equilibrio e sindrome depressiva».
    Un caso che ricorda quello di Roberto Romeo, ex dipendente di Telecom Italia. Anche lui tecnico specializzato, dopo 15 anni passati a lavorare con il telefonino appiccicato all'orecchio ha scoperto di avere un neurinoma dell'acustico. Anche lui si era rivolto agli avvocati dello studio Ambrosio&Commodo per intentare una causa contro l'Inail, anche a lui, con una sentenza del 2020 ormai passata in giudicato, era stata riconosciuta una rendita vitalizia da malattia professionale. Altre cinque cause di questo tipo sono seguite dallo studio legale torinese.
    La battaglia è di sensibilizzazione. Non si tratta di demonizzare i telefonini, ma di spiegare che sono strumenti da utilizzare con cautela. Parlare con gli auricolari, in primis. E non dormire con il cellulare sul comodino. «I Wi-Fi, le "saponette", gli hot spot - aggiunge l'avvocato Bertone - emettono e ricevono tutti delle radiofrequenze. La distanza resta il miglior alleato, gli smartphone non andrebbero mai tenuti a contatto con il corpo».
    E l'avvocato Renato Ambrosio invita alla riflessione: «Ora ci stiamo occupando di persone che, per motivi di lavoro, hanno utilizzato il cellulare diverse ore. Ma la preoccupazione è rivolta anche e soprattutto ai più giovani, che trascorrono le giornate davanti allo schermo. L'obiettivo è sollevare il problema, in modo che ciascuno possa consapevolmente prendere delle precauzioni».
    I cellulari sono strumenti d a maneggiare con cura. Il pericolo non solo è invisibile, ma e si nasconde nella quotidianità. E gli avvocati spiegano: «Le radiofrequenze si percepiscono solo con i rilevatori elettrici, a differenza dello scarico di un motore diesel che si avverte con l'olfatto, o la lama tagliente di un coltello con il tatto».

 

06.11.22
  1. L'IRAN ASPETTA BIDEN , DOPO LA FIRMA DEL CESSATE IL FUOCO CON PUTIN:    L'asse tra Mosca e Teheran si consolida attorno al conflitto ucraino. A rivelare il nuovo "effetto collaterale" della guerra sono gli 007 Usa, secondo cui l'Iran ha chiesto aiuto alla Russia per rafforzare il suo programma nucleare in cambio della fornitura di armi da utilizzare nella campagna di occupazione voluta da Vladimir Putin. I funzionari Usa sentiti da Cnn, sostengono che Teheran ha chiesto al Cremlino di avviare una nuova collaborazione per l'acquisto di materiali atomici e per la produzione di combustibile nucleare per «accelerare i tempi per lo sviluppo dell'arma nucleare». Sarebbe questo il prezzo fissato dall'Iran per proseguire la fornitura dei temuti droni kamikaze che il regime avrebbe trasferito a Mosca a sostegno della campagna di invasione in corso da oltre otto mesi. Una sorta di piano B del regime iraniano nel caso, ormai assai probabile, che non si riesca a rivitalizzare l'accordo di Vienna del 2015.
    Il Cremlino, un tempo contrario al possesso dell'arma atomica da parte dell'Iran, potrebbe però considerarla una opportunità strategica visto che i legami tra Russia e Iran si sono stretti dopo l'invasione dell'Ucraina e l'alleanza tra i due Paesi si è consolidata. Un segno del loro isolamento, secondo il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, John Kirby. Negli ultimi due mesi è stato registrato un impiego sempre più massiccio dei droni Shahed-136 da parte delle forze di Mosca contro obiettivi ucraini, sovente civili e infrastrutturali. Secondo l'intelligence militare di Kiev, l'esercito russo ha di recente trasportato missili negli hangar sotterranei vicini alla centrale nucleare di Kursk, sul territorio russo compresi «missili balistici iraniani».
    Per la Casa Bianca Putin ha trovato nell'Iran, e nella Corea del Nord, alleati che lo aiutino a proseguire la guerra contro Kiev nonostante le crescenti difficoltà sul campo di battaglia. Ieri nella capitale ucraina è giunto il consigliere per la sicurezza nazionale Usa Jake Sullivan il quale ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy per sottolineare il fermo sostegno degli Stati Uniti che si concretizza in un ulteriore pacchetto di armamenti da 400 milioni di dollari. Le accuse di collaborazionismo vengono puntualmente smentite dal ministro degli Esteri di Teheran, Hossein Amirabdollahian, il quale conferma che esiste una cooperazione sulla Difesa con Mosca, «ma basandoci sul principio dell'opposizione alla guerra, siamo contrari ad armare sia la Russia che l'Ucraina». L'alto rappresentante Ue Josep Borrell, a margine del G7 degli Esteri a Munster, in Germania, ha ribadito la condanna nei confronti dell'Iran per la repressione delle proteste nate dopo la morte di Mahsa Amini e per la fornitura di droni alla Russia che rappresenta una «violazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu». Si acuiscono infine le tensioni tra Washington e Teheran sulla repressione delle manifestazioni, complice l'ennesima affermazione fuori posto di Joe Biden. Durante un comizio in California il presidente Usa ha annunciato «libereremo l'Iran», sollevando le ire del presidente iraniano Ebrahim Raisi.
  2. XI e BIDEN FANNO FIRMARE IL CESSATE IL FUOCO, LA GERMANIA NON PUO' RINUNCIARE AL GAS DI PUTIN: «Lo scontro della Russia con il regime neonazista dell'Ucraina era inevitabile». La propaganda del Cremlino non si ferma neanche nel Giorno dell'Unità Nazionale - una festività introdotta in Russia nel 2005 - e ieri ha visto Vladimir Putin protagonista di un nuovo tentativo di giustificare la brutale invasione dell'Ucraina che lui stesso ha ordinato. «Se a febbraio non fossero state intraprese azioni appropriate da parte nostra, tutto sarebbe stato lo stesso, solo da una posizione peggiore per noi», ha affermato il presidente russo tornando a sventolare lo spauracchio "nazista": uno dei pretesti usati dal Cremlino per il crudele attacco all'Ucraina iniziato otto mesi e mezzo fa.
    Nelle ultime settimane, i bombardamenti hanno preso di mira le infrastrutture indispensabili per energia e riscaldamento lasciando senza acqua ed elettricità ampie fette di territorio mentre l'inverno si fa sempre più vicino. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato il Cremlino di "terrorismo energetico" e ha denunciato che giovedì ben 4,5 milioni di persone in Ucraina erano senza elettricità. La situazione è critica anche a Kiev, dove secondo il sindaco Vitaly Klitschko ieri 450 mila case erano al buio.
    La guerra in Ucraina e le sue terribili conseguenze sulla popolazione civile sono state tra i temi chiave dell'incontro dei ministri degli Esteri del G7, che ieri da Münster, in Germania, hanno annunciato «un meccanismo di coordinamento del G7 per aiutare l'Ucraina a riparare, ripristinare e difendere le sue infrastrutture critiche per l'energia e l'acqua». I capi delle diplomazie dei G7 hanno chiesto di nuovo alla Russia di mettere fine all'aggressione all'Ucraina: «La Russia sta cercando di terrorizzare la popolazion». Il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha dichiarato che Putin sembra cercare di «sottomettere» l'Ucraina lasciandola al gelo. «Ogni singolo giorno di questa guerra è un giorno di troppo», ha detto da parte sua la ministra tedesca Annalena Baerbock. Ma all'incontro di Münster i ministri del G7 hanno anche parlato di «severe conseguenze» nel caso in cui la Russia dovesse decidere di usare in Ucraina armi nucleari, chimiche o biologiche. E anche da Pechino, Xi Jinping e il cancelliere tedesco Olaf Scholz si sono detti contrari alla minaccia atomica.
    Mentre si inaspriscono i combattimenti nella zona di Kherson, che i soldati ucraini cercano di riconquistare. Ieri Putin ha appoggiato apertamente l'evacuazione dei civili dalla città. Il presidente russo ha motivato la decisione dicendo che «la popolazione civile non deve soffrire», Kiev invece sostiene che ci siano stati episodi di «deportazione». Si tratterebbe di un crimine di guerra. La Russia respinge le accuse.
  3. LA RUSSIA CERCA DI NON CAMBIARE: «Lei è per caso interessato ad arruolarsi nel Gruppo Wagner?», chiede ammiccante un uomo in tuta mimetica sulla cinquantina. Sulle spalline porta il teschio simbolo del gruppo di mercenari più famoso al mondo. Non appena menziono la mia nazionalità, il mercenario ritira l'offerta: niente cittadini di Paesi Nato. È questo il primo benvenuto al Centro Wagner, il nuovo hub dell'high-tech finanziato da Evgeny Prigozhin, signore della guerra fondatore dell'omonima compagnia militare vicina al Cremlino. Il centro occupa in un grattacielo di ventiquattro piani in vetro e acciaio poco distante dal centro di San Pietroburgo. In cima al palazzo, la scritta in caratteri cubitali "Wagner Tsentr" è visibile da lontano. Come preannunciato, il centro svolgera la funzione di office space e incubatore per start-up "patriottiche", impegnate nella «generazione di nuove idee finalizzate ad aumentare la capacità di difesa della Russia, incluso nel campo dell'informazione».
    È il giorno dell'inauguarazione, l'ingresso è aperto al pubblico: giornalisti, curiosi e anche gruppi di bambini passeggiano nella hall. Alcune ragazze distribuiscono depliant informativi, stickers e altro merchandising con il logo del gruppo. Su una parete, un maxischermo proietta le immagini dei mercenari in azione sul campo di battaglia. Nella folla dei partecipanti riconosco i rappresentanti di altre organizzazioni patriottiche vicine a Prigozhin: ci sono i cosacchi della Severo-Slavyanskaya Obshina, che addestrano i volontari diretti al fronte in Ucraina; presenti anche i rappresentati del Kiberfront-Z, un gruppo che si occupa della guerra di informazione sui social. Fino a non molto tempo fa, il gruppo Wagner – attivo in diversi teatri di guerra, dalla Siria, al Centrafrica fino all'Ucraina – era circondato da un alone di mistero. Dopo i successi ottenuti nel corso dell'operazione militare speciale in Ucraina, il gruppo è uscito alla luce del sole - di più: è diventato un vero e proprio brand. Lo stesso Prigozhin non nasconde più il suo legame con il gruppo e ora recluta personalmente i mercenari nelle carceri del Paese, oltre a criticare apertamente gli errori dell'esercito regolare russo in Ucraina – tutti segnali che la sua influenza sul Cremlino è cresciuta enormemente.
    Tanto che ora Prigozhin ha aperto un nuovo quartier generale nella seconda città della Russia. «I conflitti armati sono sempre stati la forza trainante del progresso tecnologico», spiega il presentatore televisivo e propagandista Ruslan Ostashko, tra gli speaker presenti all'inaugurazione: «Gli uomini di Wagner sono gente pratica, che raggiungono determinati obiettivi sul campo di battaglia. Noi contribuiremo da qui a raggiungere simili obiettivi». Il Centro Wagner, mi spiega una portavoce, avrebbe già ricevuto diverse centinaia di proposte da parte di startup e imprenditori interessati a trasferirsi nel nuovo hub. Ai progetti ritenuti interessanti verrà concesso uno spazio di lavoro e quelli che produrranno i risultati migliori verranno poi direttamente finanziati dal centro. «Siamo interessati a progetti utili alla difesa del Paese ma anche a proposte per lo sviluppo di tecnologie innovative nel campo delle sostituzioni delle importazioni», mi spiega la portavoce. Alcuni imprenditori si sono gia accaparrati un posto nell'hub: Aleksandr Gorbunov si occupa di produrre droni per uso civile, alcuni dei quali sono già esibiti in una delle sale del piano terra del centro. Ora l'imprenditore potrebbe adattare la produzione degli stessi droni a scopi militari. «Il centro ci permetterà di trovare nuove collaborazioni con specialisti nel campo dell'informatica e della programmazione per creare un prodotto unico», conferma Gorbunov. Dmitry Zakhilov, imprenditore nel campo dell'informatica, è stato contattato direttamente dai rappresentanti del Centro Wagner. La sua compagnia sviluppa tecnologie specializzate nel diagnosticare la propensione all'abuso di droghe tra gli adolescenti. La stessa tecnologia ora potrà essere impiegata per valutare la condizione psicologica dei soldati. «Il lavoro del militare presuppone un enorme quantità di stress. Il nostro obiettivo è mantenere la psiche delle truppe in una condizione accettabile», argomenta. Alla domanda sulla reputazione alquanto discutibile del gruppo Wagner, accusato di crimini di guerra in numerosi Paesi, Zakhilov non sembra affatto preoccupato di possibili danni di immagine. «La guerra è un affare sporco, è inutile nasconderlo" - ribatte -. Rimanere in disparte non è un'opzione. Che la Russia abbia ragione o torto, io sostengo il mio Paese». —

 

05.11.22
  1. NON SERVE LA STRATEGIA TEDESCA DI ALLEANZA CON LA CINA PER SPACCARE L'ASSE CON LA RUSSIA , PERCHE' XI E' ESPERTO DI DOPPIO GIOCO.
  2. RISCHIO SICUREZZA :   Effetto economico su strada. Con la contrazione dei bilanci familiari, strozzati dalla crisi e dall'impennata dei costi energetici, tra le prime voci di spesa sacrificabili compare l'automobile. A Torino, dall'inizio dell'anno, la polizia municipale scova ogni giorno sul territorio comunale quatto vetture prive di assicurazione e una media di dieci veicoli non in regola con la revisione. Si taglia sulle polizze e sul meccanico.
    Dal primo gennaio a metà ottobre, secondo i dati elaborati dal comando di via Bologna, gli agenti hanno inflitto 2975 sanzioni per mancata revisione e 1229 multe per assenza di copertura assicurativa. Tutte contestazioni fatte dalle pattuglie in strada, «in forma dinamica» come vengono definite, senza cioè l'utilizzo delle telecamere fisse. Studiando da vicino la mappa dei verbali, si scopre che la maglia nera della città è la Circoscrizione 5: nella zona di Borgo Vittoria, Madonna di Campagna, Lucento e Vallette sono state pizzicate in circolazione 531 auto non in regola con la revisione periodica e 247 veicoli senza assicurazione. La Circoscrizione che registra il minor numero di sanzioni per mancata revisione è la numero 8, che va da San Salvario a Filadelfia, inglobando anche Borgo Po e Cavoretto. Nella zona del centro, a giudicare dalle multe, circolano poche auto prive di assicurazione, appena 86; in compenso sono stati fermati 405 veicoli senza revisione aggiornata e per questo potenzialmente pericolosi per l'incolumità pubblica. Dati che possono essere letti come un indicatore economico di povertà, una sorta di lente di ingrandimento sulla aree della città.
    Stando ai dati dell'Aci, aggiornati al 2021, a Torino ci sono oltre 550 auto ogni mille abitanti. In base alle proiezioni nazionali dell'associazione delle imprese assicurative, il 5,9% delle vetture circolanti non ha copertura sulla responsabilità civile. Valore che, messo a confronto con i verbali contestati, premia la virtuosità della città. La multa, stabilisce l'articolo 193 del codice della strada, va da 866 a 3464 euro.
    Secondo le rilevazioni dell'istituto di vigilanza sulla imprese assicurative, il prezzo medio delle polizze auto valutato sui contratti stipulati nel secondo trimestre del 2022 è di 353 euro. «Il 50 per cento degli assicurati - si legge nella relazione semestrale dell'Ivass - paga meno di 316 euro, il 90 per cento meno di 558 euro e solo il 10 per cento meno di 186 euro». I dati elaborati del comando della polizia municipale forniscono però un quadro in chiaroscuro della città. La metà dei verbali per mancata assicurazione riguarda auto parcheggiate: vetture trovate dagli agenti in sosta. Alcune abbandonate da mesi. I proprietari che non riescono a pagare il premio delle polizze, lasciano i veicoli in strada.
    La sanzione amministrativa per non aver rispettato gli obblighi di revisione, dopo i primi 4 anni se la vettura è nuova e successivamente dopo ogni due anni, va da 173 a 694 euro. Nella Circoscrizione centrale, in controtendenza rispetto alle assicurazioni, sono state scovate molte auto senza revisione, frutto dei maggiori controlli nelle vie dello shopping. Al secondo posto di questa classifica c'è la Circoscrizione 6, Barriera Milano, Falchera, Rebaudengo. Qui sono state pizzicate 363 vetture senza revisione e 217 veicoli primi di assicurazione. Nella zona di Aurora e Vanchiglia, a fronte di 385 sanzioni per mancata revisione, le multe per assenza di assicurazione sono state 151

 

 

 

04.11.22
  1. LA POLITICA PER PROFESSIONE NON E' ACCETTABILE :   Quasi un milione di euro di debiti con il fisco e un'indagine per bancarotta fraudolenta che travolge la neo ministra di Fratelli d'Italia, Daniela Santanchè.
    A causa del «manifesto ed evidente stato di insolvenza», la procura di Milano ha infatti chiesto nei giorni scorsi al Tribunale fallimentare «l'apertura della liquidazione giudiziale» – ossia il fallimento – della società Visibilia Editore Spa: una creatura della ministra al Turismo del governo Meloni. Che, come si capisce solo ora dagli atti depositati, è finita tra gli indagati di un fascicolo aperto dal pm Roberto Fontana per bancarotta fraudolenta e false comunicazioni sociali.
    Presidente della società fino allo scorso 13 gennaio, Santanchè smentisce e minaccia querela a chiunque la associ a Visibilia, «visto che ho venduto tutte le quote». Ma gli accertamenti fin qui condotti dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, in un'annotazione già depositata nel procedimento civile, si concentrano sulla gestione a partire dal 2016, quando la ministra era a pieno titolo nella società quotata in Borsa.
    A dare il via al procedimento civile e all'inchiesta penale, un esposto presentato il 10 giugno da nove soci di minoranza dell'azienda, proprietaria di alcune testate periodiche come Novella 2000, Ciak, Pc Professionale. Gli investitori, che avevano puntato sulla società anche in base alla «garanzia» e alla «fiducia che ispirava una figura istituzionale» come Santanchè, lamentano «il più che fondato sospetto che gli amministratori, in violazione dei loro doveri, abbiano compiuto gravi irregolarità nella gestione, arrecando danno alla società, al corretto funzionamento del mercato, nonché agli azionisti».
    Di anno in anno, Visibilia avrebbe accumulato debiti senza onorarli. Secondo l'Agenzia dell'Entrate si parla di 984. 667 euro. Tanto che, nella sua nota, la Guardia di finanza spiega che la società «versa in uno stato irreversibile di crisi assimilabile a tutti gli effetti al concetto di insolvenza prospettica» cioè di «incapacità non solo passata, ma anche e soprattutto futura, di pagare i propri debiti». E questo perché l'azienda avrebbe registrato «costanti perdite già a far data dall'esercizio 2016», ricorrendo a una serie di prestiti obbligazionari (POC cum warrant) che «pur permettendo la prosecuzione dell'attività imprenditoriale» avrebbero portato al «crack del valore azionario regredito al 99, 97 per cento».
    Nel novembre 2014, Visibilia Editore Holding, «nella persona» di Daniela Santanchè, «ha sottoscritto e liberato l'aumento di capitale» della «neo costituita Visibilia Editore» e ciò ha «generato il valore di avviamento» di oltre 4, 3 milioni di euro. Già dal 2017, però, scrive la Gdf, il cda di Visibilia «avrebbe dovuto approvare bilanci riportanti valori di avviamento e imposte anticipate largamente diversi da quelli deliberati». Nel frattempo, le perdite della società sarebbero state calmierate «dalla erronea contabilizzazione delle poste dell'attivo patrimoniale avviamento e imposte anticipate». Mentre i debiti fiscali allo stato non risultano «rateizzati» e le prime cartelle risalgono al 2018. Per questo gli accertamenti si concentrano sugli ex amministratori di Visibilia. Tra loro compare anche il compagno di Santanchè, Dimitri Kunz D'Asburgo Lorena, che oggi figura come presidente dell'azienda.
    L'istanza di liquidazione è stata annunciata dalla stessa società, in un comunicato con cui ha garantito che nella prossima udienza del 30 novembre davanti al Tribunale fallimentare «contesterà la sussistenza dello stato di insolvenza». In serata, la società ha fatto sapere che gli amministratori «hanno confermato formalmente la volontà di procedere alla nomina di un nuovo organo amministrativo di propria espressione». Ma anche «manifestato la disponibilità ad intervenire, qualora necessario, per permettere alla società di adempiere alle obbligazioni nei confronti dell'agenzia delle entrate entro il 29 novembre 2022»
  2. RAGIONI DI CARRIERA ? Mentre si apre il fronte delle Regioni in rivolta contro il ritorno di medici e infermieri no vax in corsia, il ministro della Salute, Orazio Schillaci, scarica la patata bollente su Asl e ospedali. «Ho letto di polemiche su quello che i 4mila medici reintegrati andranno a fare, ma questo saranno le singole direzioni sanitarie a deciderlo», ha detto dai microfoni di Corriere Tv. A chiarire meglio chi dovrà questa settimana sbrogliare la matassa è Giovanni Migliore, il presidente della Fiaso che rappresenta i manager delle aziende sanitarie. «È il medico del lavoro che può esprimere l'idoneità o meno a lavorare in un determinato reparto dopo la valutazione del rischio legata a salute ed età». Insomma non è detto che chi prestava lavoro in oncologia o in una Rsa rientri negli stessi ranghi di prima mettendo a rischio i pazienti più fragili.
    Sicuramente non lo faranno i sanitari No vax di Emilia Romagna, Lazio, Campania e Puglia, che con leggi regionali, direttive o semplici dichiarazioni hanno già alzato il muro che terrà alla larga i non immunizzati dai pazienti, almeno quelli fragili. «È stata inviata ai direttori generali delle asl e delle aziende ospedaliere una direttiva a mia firma per mettere in campo tutte le azioni dirette a contrastare ogni ipotesi di contagio, evitando il contatto diretto del personale non vaccinato con i pazienti», ha annunciato il presidente campano Vincenzo De Luca, che considera il ritorno dei No vax «un'offesa a colleghi e pazienti». L'Emila Romagna si è rimessa invece agli ordini professionali. Saranno loro a dover revocare la sospensione, altrimenti niente reintegro per i 480 renitenti al vaccino, che comunque non potranno lavorare nei reparti occupati dai pazienti a rischio. Che è poi quanto previsto dalla legge regionale pugliese del 2018, aggiornata in epoca pandemica, che tiene lontani dai reparti più delicati i sanitari non vaccinatati contro il Covid, ma anche contro le altre malattie infettive, influenza compresa. Il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, ha annunnciato che il governo impugnerà la legge pugliese, ma dalla Regione replicano che i termini sono già scaduti. Anche il Lazio è intenzionato a muoversi sulla stessa linea, che potrebbe essere seguita da altre Regioni governate dalle forze di opposizione. Il Piemonte reintegra invece i suoi con il solo paletto di non spedirli proprio nei reparti Covid.
    Che intorno al reintegro sia in atto più uno scontro ideologico che una questione di sostanza lo confermano comunque i numeri diffusi ieri dalla Fnom, l'Ordine dei camici bianchi, per cui dai 4mila sospesi tolto il 47% dei pensionati e 400 odontoiatri di medici ne restano 1.878, a mala pena mille se si considera che un buona fetta fa solo libera professione in studio.
    A fare da sponda al governo è però proprio il presidente della Fnom, Filippo Anelli, secondo il quale «far tornare i medici non vaccinati al lavoro in questo mento non è rischioso». «La norma nazionale sull'obbligo durante l'emergenza ha funzionato bene, ma ora la situazione epidemiologica consente il ritorno alla normalità. Resteranno le mascherine e la prudenza», è la sua conclusione che non dispiacerà alla premier e al ministro Schillaci. Il quale tende la mano ai medici di famiglia, grandi elettori dell'ordine, quando dice: «Stiamo valutando se le case di comunità siano la risposta giusta per il territorio». E, guarda caso, in quei maxi ambulatori territoriali, aperti sette giorni su sette, dovrebbero lavorare molto più di quanto oggi non facciano nei loro studi proprio i medici di base.
  3. LE TRUPPE DEL PD : Il Governatore pugliese Michele Emiliano al governo Meloni che reintegra i sanitari No vax risponde con la "sua" legge regionale che li tiene lontani da corsie e ambulatori.
    Come farete a tenerli alla larga dai malati?
    «Dal 2018 abbiamo una legge regionale che consente solo agli operatori vaccinati di poter accedere a determinati reparti e strutture sanitarie. La norma è stata estesa nel 2021 anche alle vaccinazioni anticovid. L'obiettivo è solo uno: tutelare i pazienti e gli stessi operatori».
    Il divieto di entrare in contatto con i pazienti vale anche per chi non è in regola con gli altri vaccini?
    «Esatto, un medico o un infermiere che entra in una rianimazione, in oncoematologia pediatrica, pneumologia, ematologia con trapianti, in una sala operaria - per fare alcuni esempi - deve essere vaccinato, non solo contro il Covid, ma anche con tutte quelle vaccinazioni raccomandate a livello nazionale, tra le quali l'antinfluenzale. Così assicuriamo tra l'altro anche una maggiore presenza di personale nei reparti».
    Il sottosegretario alla Salute Gemmato ha detto però che impugnerà la vostra legge regionale…
    «Gemmato dovrebbe dimettersi per manifesta inadeguatezza, visto che non sa che tra leggi nazionali e leggi regionali nelle materie concorrenti come la sanità non c'è un rapporto di gerarchia che fa prevalere le prime sulle seconde, salvo che ci sia una lesione delle attribuzioni del Parlamento. Ma queste ultime devono essere impugnate tempestivamente dal governo. E così non è nel nostro caso, essendo la legge in questione del 2021».
    Ma quanti sono da voi i sanitari No vax?
    «I medici sono solo dieci, mentre gli infermieri e operatori 103, su un totale di 45mila dipendenti».
    Molto rumore per nulla allora?
    «Certamente non sarà questo provvedimento del governo a risolvere il problema della carenza di personale sanitario».
    Però se il personale sanitario scarseggia ovunque le cose al Sud vanno peggio o sbaglio?
    «Il divario tra Regioni del Nord e del Sud in sanità è un problema ancora attualissimo. Le regioni settentrionali ricevono dal Fondo sanitario nazionale centinaia di milioni di euro in più rispetto a noi perché la ripartizione delle risorse si basa sul criterio della spesa storica e non invece sulla popolazione. Stessa cosa per il personale: abbiamo decine di migliaia di medici e infermieri in meno e il governo non ci autorizza a fare assunzioni per colmare questo gap».
    Con la Lega al governo si spingerà ancora più sull'autonomia regionale. La pandemia non suggerirebbe invece di centralizzare un po' più la sanità?
    «La centralizzazione della sanità è un'opzione politica che contraddice la straordinaria capacità delle Regioni di rimediare alla mancata programmazione di piani pandemici nazionali da parte dei vari governi succedutisi negli ultimi 20 anni. La sanità centralizzata peraltro non aveva scorte di mascherine e non avrebbe avuto nessuna possibilità di somministrare capillarmente e velocemente i vaccini. Se questo governo vuole dare ancora più poteri alle Regioni ed ai comuni può farlo e questo non trova la nostra opposizione. Ma non si possono dare più poteri solo alle Regioni ricche e condannare al sottosviluppo quelle meno sviluppate».
  4. COME FANNO I RICCHI A RAPPRESENTARE I POVERI ? «Di fronte al venir meno del rapporto di fiducia con il Presidente Attilio Fontana, annuncio la decisione di rimettere le deleghe di vicepresidente e di assessore al Welfare di Regione Lombardia». Una scelta che è «un forte segnale rispetto alle lentezze alle difficoltà nell'azione di questa amministrazione, che a mio avviso non risponde più all'interesse dei cittadini». Letizia Moratti era stata chiamata a Palazzo Lombardia dal centrodestra nel gennaio del 2021 per sostituire Giulio Gallera e per dare il suo contributo nella lotta al Covid. Se ne va ventidue mesi dopo criticando le ultime decisioni del neonato governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni sul reintegro del personale sanitario non vaccinato, sul condono delle multe ai no vax e rivendicando una «diversa sensibilità sull'importanza dei vaccini». Ma «la dottoressa», come la chiamano in Regione, sbatte il portone con la speranza di poterci rientrare nel 2023 come prossima presidente. Dopo mesi di tira e molla in cui ha ripetuto di essere «a disposizione del centrodestra» e che la candidatura alla successione di Fontana le era stata in qualche modo promessa, e dopo settimane di tensioni in cui sembrava che il governatore Fontana potesse toglierle le deleghe, è stata lei stessa a scrivere la parola fine al suo rapporto con Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia.
    Immediata la reazione dei suoi ex compagni di strada. Al suo posto è stato nominato assessore l'ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, già consulente della giunta per la campagna vaccinale, mentre le dimissioni di Moratti sono state bollate come tradimento. «È bizzarro che chi si voleva candidare con il centrodestra ora pensi di correre con il centrosinistra - le prime parole di Attilio Fontana, impegnato a Roma per un vertice con il ministro Roberto Calderoli -. Le contestazioni che mi fa la Moratti non le capisco, attendo spiegazioni. Mi dico che evidentemente hanno una ragione solo politica: si voleva candidare».
    Le persone vicine all'ex sindaca di Milano ed ex ministra dell'Istruzione la vedono in modo diverso. «Tanto tuonò che piovve» sintetizza un esponente del suo entourage, che ieri l'ha vista chiudere una riunione con i dirigenti regionali, dimettersi, lasciare intorno a mezzogiorno gli uffici al trentaduesimo piano di Palazzo Lombardia e poi tornare al lavoro, dopo pranzo, nei suoi uffici privati a pochi passi dal Duomo. Un pomeriggio dedicato a discutere con l'associazione «Lombardia Migliore» (primo tassello della nuova avventura) ma anche a rispondere ai numerosi messaggi di incoraggiamento o di rammarico, a cominciare da quello del presidente del Senato Ignazio la Russa «Altro che poltrone ministeriali, Olimpiadi o società partecipate di cui si è favoleggiato. Moratti non ha mai partecipato a nessuna caccia alle cadreghe. Infatti è stata l'unica che la cadrega l'ha lasciata davvero» prosegue il membro del suo staff.
    Un capitolo, insomma, si è chiuso. Cosa accadrà adesso? Chi ha parlato nelle ultime ore con «la dottoressa», oltre a descriverla come al solito molto determinata, la racconta intenta a ragionare su un laboratorio politico «aperto a tutti gli uomini e le donne di buona volontà e capace di superare la dicotomia centrodestra-centrosinistra». Il progetto avrebbe tre punte: la società civile, il Terzo Polo di Azione e Italia Viva e ipoteticamente anche il Pd che «deve decidere cosa vuole fare da grande». Per ora, però, l'unico a fare un passetto avanti anche pubblicamente, è stato il leader di Azione Carlo Calenda. Italia Viva e Matteo Renzi tacciono, il sindaco di Milano Beppe Sala è scettico mentre il Pd si divide fra chi boccia l'idea tout court (come l'ex assessore milanese Pierfrancesco Majorino) e chi considera lo smarcamento di Moratti troppo tardivo per essere preso in considerazione. Il centrosinistra pare più orientato a costruire una candidatura unitaria con il Terzo Polo, ma idealmente anche con Sinistra Italiana ed Europa Verde, attorno al nome di Carlo Cottarelli o a quello del rettore uscente del Politecnico di Milano Ferruccio Resta. I Cinque Stelle, invece, correrebbero comunque da soli. I nodi potrebbero venire al pettine nel fine settimana: sabato Renzi e Calenda saranno a Milano per una manifestazione pro-Ucraina mentre domenica il Pd lombardo si riunirà in assemblea per decidere sul perimetro dell'alleanza e sulle eventuali primarie.
    Chi ha pochi dubbi sul fatto che Letizia Moratti sarebbe pronta anche a correre da sola sono gli esponenti di Lombardia Migliore, sigla lanciata quest'estate dal consigliere Manfredi Palmeri (oggi seduto nei banchi del centrodestra al Pirellone). In provincia stanno già scaldando i motori. «Nei prossimi giorni sapremo qualcosa ma vedo già il tentativo di screditare un personaggio autorevole come Moratti» dice Marina Paraluppi, coordinatrice bresciana. «Aspettiamo l'ufficialità della scelta della dottoressa Moratti - aggiunge Ivan Rota, ex deputato di Italia dei valori e responsabile organizzativo - io auspico che sia lei a guidare la Regione, ne avrebbe titolo e capacità». «Con la nascita delle case di comunità, Moratti ha dimostrato un'attenzione a tutto il territorio lombardo - spiega Luca Zanichelli, referente cremonese e sindaco di Rivarolo del Re -. In molti piccoli comuni manca ancora la banda ultralarga, oltre a grossi problemi nei trasporti. Sono servizi che vanno migliorati». La campagna elettorale, questa volta, sembra iniziata davvero.—
  5. LA MAFIA DEI PETROLI DA SEMPRE: Priolo Gargallo è il centro della quinta raffineria europea e del più gigantesco paradosso in tempo di guerra. Dal 5 dicembre, il giorno in cui entrerà in vigore il bando dell'Unione al petrolio russo, lo stabilimento Lukoil potrebbe essere costretto allo stop. Il dilemma è sul tavolo del governo italiano da mesi. Che fare? Mostrarsi coerenti contro il nemico russo o mettere a repentaglio un'azienda che dà lavoro complessivamente a quattromila persone, e da cui esce un quinto della benzina consumata in Italia? Un'inchiesta del Wall Street Journal ieri ha reso la contraddizione ancora più evidente: in quello stabilimento il petrolio russo viene trasformato in benzina e venduto ai consumatori americani. Più o meno l'equivalente di cinque milioni di barili, secondo i calcoli del giornale americano. Ma fin qui la faccenda può essere liquidata come un problema minore: le leggi americane non lo vietano, né - per ora - quelle europee. «L'azienda non è soggetta al regime sanzionatorio e non ha violato alcuna regola», sottolinea il ministro dello Sviluppo Adolfo Urso.
    Ma che fare fra un mese, quando le regole europee vieteranno l'esportazione del petrolio russo in e dall'Europa? Ebbene, per rispondere a questa domanda occorre riavvolgere il nastro di qualche settimana, quando a Palazzo Chigi c'era ancora Mario Draghi.
    La decisione dei Ventisette di fermare le importazioni del greggio di Mosca risale a maggio, eppure da allora una soluzione non è mai arrivata. Di fronte all'inazione, i creditori di Isab (l'azienda svizzera controllata da Lukoil) sono passati alle vie di fatto, tagliando le linee di credito ai russi. È quello che nelle aziende viene definito «rischio reputazionale»: niente affari con le aziende in odor di sanzioni. E così, l'azienda che fino ad allora importava e raffinava petrolio da tutto il mondo, si è trovata costretta a prenderlo in gran parte dall'unico Paese che glielo poteva fornire a basso costo e senza garanzie: la Russia di Vladimir Putin. Secondo le informazioni raccolte, prima delle sanzioni il petrolio russo raffinato a Priolo era circa un terzo del totale. Ora è più del novanta per cento.
    A lungo dentro al governo di larghe intese si sono valutate le possibili soluzioni: la statalizzazione dello stabilimento (che avrebbe significato un regalo a Putin), l'affitto a tempo, o la garanzia dello Stato italiano ai creditori attraverso la Sace, la società pubblica per l'assicurazione delle imprese. Quest'ultima, che era la soluzione più semplice, apparve come un regalo allo Zar, e uno schiaffo alle tante aziende italiane che quella garanzia la vorrebbero e spesso non riescono ad ottenerla. Non restava che la vendita. Si è fatto avanti anche un compratore: gli americani di Crossbridge Energy Partner. L'allora ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti la considerava l'ipotesi preferibile, ma vendere una raffineria non è semplice come un'auto usata. Di emergenza in emergenza, la faccenda è rimasta fra le pratiche inevase di Draghi. Urso, d'accordo con Giorgetti, ora insiste per fornire ai russi la garanzia statale italiana per superare il paradosso per il quale Lukoil acquista più petrolio russo di quanto non accadesse prima della guerra. Ma non è detto che ai russi vada bene. In quel caso tornerebbe sul tavolo la soluzione radicale, ovvero la vendita degli stabilimenti. «Tutte le strade sono aperte», dice Urso a La Stampa. Il dilemma non è di facile soluzione, e l'ultima parola spetterà in ogni caso a Giorgia Meloni. Una cosa nei palazzi pare certa: il governo non può permettersi lo stop ad uno dei più grandi (e pochi) poli industriali siciliani. Non solo per le conseguenze sui dipendenti e le aziende dell'indotto, ma anche per la sicura crisi di approvvigionamento delle pompe di benzina dell'isola, più di un terzo delle quali rifornite grazie a Priolo. Mai come in questa vicenda sindacati e industriali vanno a braccetto. I primi sono critici con le banche che hanno fatto venir meno le linee di credito ai russi, Confindustria con l'inchiesta del giornale americano per aver indicato la luna guardando il dito.
  6. INACCETTABILE : Sette minuti di "vendetta storica". O almeno questa è la suggestione, non proprio calcistica. La chiesa della Gran Madre, costruita dopo la ritirata di Napoleone, ieri è stata "assalita" dai tifosi, i francesi del Paris Saint Germain. Un migliaio di ultrà ha occupato la gradinata e ha srotolato uno striscione con una sola parola: "Paris".
    Il fischio d'inizio della partita di Champions League Juventus-Psg è scattato alle 21, ma per i supporter francesi la sfida è iniziata ben prima. Così, nel pomeriggio, si sono radunati in piazza Vittorio, poi un breve corteo sul ponte per raggiungere la scalinata della monumentale chiesa della Gran Madre di Dio. Hanno occupato i gradini, proprio davanti all'ingresso, acceso fumogeni, intonato cori, saltando e alzando le braccia. «Non criminalizziamo. Sono stati qui pochissimo, sette minuti. Al massimo dieci». Sono entrati in chiesa? «Ma no, assolutamente no». Il parroco della Gran Madre, don Paolo Fini, è ecumenico pure per quanto riguarda la fede calcistica. Lei è tifoso? «Io? Certo. Sono juventino». E quelli del Psg li perdona? «Sa cosa mi dispiace? Che la Champions League, per noi, è già andata». In serata: ultrà allo stadio, il parroco davanti alla televisione.
    Dopo la tappa alla Gran Madre, gli i supporter del Psg hanno sfilato da corso Vittorio Emanuele sino a corso Massimo D'Azeglio. Per poi raggiungere l'Allianz con la navetta. Tra loro, anche i più oltranzisti della curva Boulogne e della curva Auteuil.
    La polizia ha monitorato il corteo. Nessuna tensione, giusto qualche automobilista spazientito. Quelli bianconeri, va da sé, al clacson si sono attaccati con più fervore.
    Altri tifosi, soprattutto italiani e pure qualche juventino, hanno trascorso la giornata fuori dall'hotel Principe di Piemonte per riuscire a scorgere i fenomeni Mbappe e Messi. Qualcun, lì davanti, ci ha passato l'intera notte nella speranza di strappare un autografo. Oppure, nel caso dei più fortunati, ottenere un selfie da postare su Instagram.
    Questa la Torino che si è preparata all'ultima partita del girone. Con gli ultrà del Psg che hanno scelto la Gran Madre di Dio come luogo simbolo della loro presenza in città. E la scalinata della chiesa diventata una curva da stadio. —

 

03.11.22
  1. Cara Presidente del consiglio Giorgia Meloni

    A cosa ci serve un rigassifigatore in primavera ?
    Abbiamo tutto il tempo per realizzare in 9 mesi la copertura con il fotovoltaico di tutti i tetti possibili per alimentare pompe di calore ed idrogenatori, per stoccaggio di H2 da usare da parte delle centrali elettriche.Per cui gli idrogenatori possono bastare per produrre H2 per autotrazione, nei supermercati, attraverso la copertura con fotovoltaico di tetti e posteggi.
    Il resto dell’energia prodotta con fotovoltaico puo’ alimentare idrogenatori per le centrali elettriche che quindi stoccano H2 come combustibile per utilizzarlo in continuta’ senza interruzioni. Per cui non serve una conversione della rete del gas per H2 per usi civili . Riscaldamento e cottura vanno da subito in elettrico con piani ad induzione e pompe di calore. Per quanto riguarda le imprese energivore , come i cementifici, si sostituisce il gas con H2 attraverso degli idrogenatori di potenza variabile in funzione della potenza richiesta.
    Questo schema non esiste ancora , sta’ a Lei decidere se applicarlo subito , in Italia oppure lasciare continuare che prosperino gli speculatori che solo sull’H2 non possono speculare perche’ viene prodotto e consumatore direttamente. Non c’e’ intermediazione.
    Come gia’ le ho scritto, l’H2ITALIA puo’ essere esportato nel mondo creando pace ed indipendente energetica nel mondo.
    Il filone della fusione nucleare italiano gravita a Torino intorno all’Unione Industriale, che potrebbe influenzare il governo a spostare finanziamenti su un progetto dai tempi moto lunghi e risultati assai incerti . Per cui sarebbe molto positivo che venga proposto a Torino una trasformazione dal filone nucleare a quello dell’H2 , con lo sviluppo a Mirafiori dello studio e produzione dei sistemi di stoccaggio dell’H2 per l’autotrazione e la produzione di H2 da stoccare per la produzione dell’energia elettrica.
    Mi permetta anche 3 considerazioni politiche:
    1. perche’ il presidente degli ordini dei medici non chiede ai pazienti cosa ne pensano del rientro di 4000 medici non a gettone a cui si dovrebbe mettere fine ?
    2. la sinistra predica bene ma razzola male , perche’ dalle sue prediche in Russia, in Cina ed a Cuba , sono nate 3 dittature. Infatti Letta e Conte pensano di essere al centro del paese come Putin , XI e Fidel.
    3. Draghi passera’ alla storia come il furbastro del green pass grazie a Speranza.
     
  2. VITTIME DEGLI ESTREMISTI :  «Michela: Michela basta. E non voglio essere chiamata No Vax: per tutte le altre cose mi sono vaccinata. Anche mia figlia è vaccinata». Michela, Michela C., concede alla fine, è una fisioterapista specializzata in evolutiva. Lavora, anzi: lavorava, a Torino, in un centro convenzionato con il servizio sanitario piemontese. Non è stato facile parlarci. Poi il contatto e il racconto di quello che è stato più di quello che sarà: al principio esitante e poi scorrevole, uno sfogo quasi liberatorio che la accomuna a molti nella stessa situazione. Nessun desiderio di rivalsa, nel suo caso, soltanto amarezza. «È stata dura - spiega -: a livello pratico e a livello emotivo. Sa, le battute dei colleghi, la ritrosia dei pazienti. Sono cose che lasciano un segno, non è bello essere discriminati».
    Una discriminazione che, racconta, si è declinata in forme diverse. Ed è diventata conclamata quando l'hanno lasciata a casa. Andiamo con ordine. «Infatti, andiamo con ordine -: ho 48 anni, per 26 sono stata assunta a tempo indeterminato in un centro convenzionato. Di cosa mi occupo? Della riabilitazione per persone con malformazioni di carattere ortopedico, neurologico, post ictus, sclerosi. Adulti e bambini». Quarantotto anni e zero dosi di vaccino, quello anti-Covid. Sul punto è irremovibile: «Come ho premesso, sono vaccinata per altre cose. Invece questo vaccino non mi ha garantito sicurezza: anche per il modo con cui è stato imposto un prodotto comunque sperimentale». Lo chiamano vaccino ma non è un vaccino, secondo lei, nonostante le indicazioni di tutte le autorità sanitarie internazionali. «Ma io conosco persone che con quattro dosi di sono infettate e reinfettate». E così ha scelto di non vacicnarsi e di non proteggere nemmeno sua figlia di 15 anni: «No, per il Covid no».
    Possibile che Michela il Covid l'abbia preso. A domanda ci pensa poi risponde che forse sì, forse ha incontrato il virus e ne è uscita: «Ricordo di non essere stata bene, una influenza intestinale con febbre che mi è durata più del dovuto, due settimane. Possibile, quindi, del resto all'epoca non erano ancora disponibili i tamponi. Cosa ho fatto? Mi sono curata con i farmaci tradizionali, alla fine mi è passata».
    Ma la vera data impressa nella sua memoria è un'altra: 29 settembre 2021. «Prima è arrivata la sospensione da parte dell'Asl di Torino. Poi il mio Ordine professionale, quello dei tecnici sanitari per la riabilitazione, l'ha fatta ripartire dal 31 dicembre dello stesso anno». Uno spartiacque tra il prima e il dopo, tra una posizione sicura e una vita incerta. E molto pesante: «Per tirare avanti ho fatto anche le pulizie, la cameriera, di tutto. Ho persino affittato una stanza del mio alloggio. Se ho mai pensato di fare dietrofront, e vaccinarmi? Mai, neppure per un istante. Altri hanno ceduto, io no».
    Ora Michela attende di essere reintegrata e di poter tornare alla sua professione. Plaude alla decisione del nuovo governo? «Sì, ma a denti stretti. Diciamo che ormai prendo le cose con le pinze, non mi fido più. Quanto al lavoro, riprendere non si prospetta facile. Un anno a casa, sospesa, a inventarmi di tutto per tirare a campare, senza farlo pesare troppo a mia figlia. Sì, anche riprendere sarà una riabilitazione».

 

 

02.11.22
  1. PUTIN  DEMONIACO :   Ludmila Yuliantseva ogni mattina esce di casa con un carrello e quattro taniche d'acqua vuote da dieci litri. Cammina per tre chilometri fino ad arrivare al più vicino punto di ritiro di acqua sanificata. Si mette in coda, di solito lunga già dalle prime ore del mattino, e aspetta. Ha sessantatré anni, un cappello rosso di lana che le copre il capo, il corpo minuto stretto in una giacca a vento rosa acceso. Sullo sfondo il panorama ingrigito di Mykolaiv, la città che da aprile vive senz'acqua potabile.
    Ludmila è loquace, riempie il tempo dell'attesa parlando con chi, come lei, dalla città sotto attacco russo da mesi, ha deciso di non andare via. Ma non si lamenta, come sarebbe naturale aspettarsi nella ritualità rimodellata dalla guerra, ha piuttosto il pragmatismo di chi, non potendone più di vivere così, cerca soluzioni. Una è adattarsi: se in casa non c'è acqua corrente, ci si lava come una volta, scaldando l'acqua sul fuoco, riempiendo la vasca, condividendo lo stesso bagno con altri. L'altra soluzione, dice, «sarebbe scendere a patti».
    «Con chi, con gli orchi che ci hanno ridotto così?», le chiede una giovane donna, Olena, in coda un passo più avanti. Anche lei ha bisogno dell'acqua e la tanica l'ha sistemata sul passeggino della figlia di due anni. Viene a riempire le taniche più volte al giorno, a turno con suo marito, perché di figli ne hanno due e il più piccolo ha nove mesi. Deve lavarlo, preparargli da mangiare, pulire i suoi vestiti e a volte le è capitato di arrivare troppo tardi e tornare a casa a mani vuote, cioè senz'acqua. «Non con gli orchi - le risponde Ludmila - coi russi».
    Olena si innervosisce, le grida di andare di là, dai suoi amici invasori, si volta e se ne va.
    Ludmila non si scompone, chiude il primo recipiente con il tappo che stringe in mano, e dice semplicemente: «Io sono russa». Parole che pronuncia senza tradire alcuna emozione. Non c'è sostegno, né giustificazione. Allo stesso tempo non c'è condanna né biasimo.
    Ludmila è una russa che ha scelto di restare a vivere in una delle città più martoriate dagli attacchi delle truppe di Putin, l'ha scelto perché vive a Mykolaiv da sempre e, dice, la guerra chiede sacrifici e lei è pronta a farli: «Quanti altri sono pronti, come noi?».
    Un uomo grida: «La gente vuole la pace, solo la pace».
    Ludmila continua a non scomporsi, come se il suo rassegnato realismo fosse diventata l'eco del sentire di tanti, più schivi di lei, sistema le taniche nel carrello, chiude la giacca a vento e si incammina verso casa.
    L'acqua come arma
    La guerra in Ucraina ha causato danni per miliardi di dollari, gli attacchi missilistici russi da mesi prendono di mira le infrastrutture civili, sono state distrutte linee ferroviarie, centrali elettriche e dighe. Attacchi che si sono intensificati nelle ultime due settimane, in una campagna di raid con droni che Putin ha definito una risposta legittima all'attacco al ponte Kerch che collega la Russia alla Crimea. Ancora ieri, dalle 7.30 di mattina, sono state colpite le regioni di Zhytomyr, Vinnitsya, Chernivtsi, Kharkiv, Odessa, Poltava, e la regione di Kyiv dove l'obiettivo era, di nuovo, un impianto energetico. Secondo il sindaco Vitalii Klitschko l'80% dei residenti della capitale da ieri è senza acqua. Mykolaiv vive senz'acqua da sei mesi, non era che l'inizio della strategia del Cremlino per fiaccare la popolazione privandola delle risorse vitali. Ad aprile scorso il gasdotto - due tubi larghi 1,50 metri che si estendono settanta chilometri tra Mykolaiv e il fiume Dnipro - è stato danneggiato dagli attacchi russi provocando l'interruzione dell'approvvigionamento idrico per mezzo milione di persone che vivevano in città. Per mesi i funzionari ucraini hanno sostenuto che fosse difficile capire se l'esplosione era stata intenzionale o accidentale.
    Una cautela determinata, forse, anche dall'ipotesi che i russi si stessero vendicando della chiusura della fornitura d'acqua dolce alla Crimea da parte degli ucraini, nel 2014.
    Poi, due settimane fa, la Bbc ha pubblicato un'indagine sostenuta da immagini satellitari, secondo cui le forze russe avrebbero interrotto l'approvvigionamento idrico deliberatamente.
    La Bbc ha mostrato le immagini di cui è entrata in possesso a esperti di sicurezza e esperti di medicina legale militare che concordano sul fatto che il danno alla condotta idrica sia stato intenzionalmente causato da esplosivi. Ipotesi avvalorata da un esperto delle Nazioni Unite che ribadisce che la fornitura di acqua è «indispensabile alla sopravvivenza della popolazione civile» e che dunque danneggiare e sabotare intenzionalmente le strutture che la forniscono costituirebbe una violazione del diritto umanitario internazionale.
    Riparare i danni, secondo Boris Dudenko, il direttore generale della Mykolaiv Vodokanal, la società responsabile della distribuzione dell'acqua della città, sarebbe stato semplice in termini pratici, ma è stato impossibile perché le condutture compromesse sono nell'area di Kherson occupata dalle forze russe, ma ai tecnici non è permesso attraversare le linee del fronte.
    Dudenko ha dichiarato di aver provato a raggiungere un accordo coi russi insieme alla Croce Rossa e alle Nazioni Unite, ma ogni tentativo di negoziato è fallito. Costruire una conduttura nuova sarebbe stato costoso e avrebbe richiesto tempo e soldi e l'amministrazione non aveva né l'uno né l'altro.
    Il compromesso, da maggio, è stato attingere a una conduttura che preleva l'acqua dal fiume Bug, un estuario sul Mar Nero, così oggi dai rubinetti degli abitanti di Mykolaiv esce acqua gialla e salata. Per quella dolce e potabile sono stati allestiti 70 punti per ritirare l'acqua sanificata, alcuni gestiti dalla Croce Rossa che trasporta ogni giorno le autocisterne, alcuni da imprenditori locali che finanziano delle strutture di sanificazione sia per i civili che per i soldati. È l'unico modo per lavarsi, l'unico per cucinare, l'unico per garantirsi la minima igiene personale.
    Con queste premesse si avvicina l'inverno nella martoriata città del Sud dell'Ucraina, area che secondo i dati forniti Vitaly Kim, il governatore militare della regione, ha subito 12 mila attacchi di razzi, missili e artiglieria in otto mesi. Tra gli obiettivi 89 ospedali e 30 impianti di distribuzione dell'acqua.
    Peter Gleick, ricercatore del Pacific Institute, un think tank californiano che documenta l'impatto dei conflitti sulle risorse idriche in tutto il mondo, citato da Reuters, ha documentato che solo nei primi tre mesi di guerra, in più di sessanta casi sono state interrotte le forniture idriche civili, e sono state attaccate le dighe sia per l'acqua che per l'energia idroelettrica.
    L'acqua, come l'energia elettrica, come il grano - dunque la fame - è diventata un'arma.
    Restare con la paura di morire
    Quattro notti fa sei missili hanno colpito la città e altri dieci sono stati intercettati dai sistemi di difesa ucraini. L'obiettivo era di nuovo l'azienda idrica locale. La sede è stata danneggiata, i missili russi hanno distrutto una fabbrica adiacente e un'abitazione civile.
    La mattina dopo i vigili del fuoco e i volontari si facevano spazio tra le macerie con l'automatismo di chi si è abituato a convivere con la paura di morire e a contare i morti, 135 dall'inizio della guerra, 700 feriti e centinaia di edifici distrutti.
    Oggi a Mykolaiv resta meno della metà della popolazione prebellica, circa 200 mila persone. Ogni giorno seicento di loro si mettono in coda all'ora di pranzo per ricevere un pasto caldo a poche decine di metri da quello che un tempo era il mercato dei fiori e oggi è distrutto.
    A gestire la struttura Maryana Ogirenko, quarant'anni. Prima, dice, la sua sola funzione nell'amministrazione comunale era sposare le coppie con rito civile. Oggi, dice ridendo, continua a sposarle e le sfama.
    Perché la vita è tenace anche in guerra. Tenace anche se spaventata da una strategia del terrore lunga mesi. Tenace anche se la mancanza d'acqua, e la paura del freddo in arrivo rischiano di dividere gli animi, indebolire la pazienza, e trasformare il timore della privazione in rassegnato pragmatismo.
    Così, spaventati ma saldi, ogni giorno gli abitanti di Mykolaiv escono con le loro taniche e restano in fila per ore. Vorrebbero restare chiusi nelle loro case, illudendosi che siano luoghi protetti, invece vivono in coda per mangiare, in coda per raccogliere l'acqua, e alzano lo sguardo al cielo al primo rumore, sperando che non arrivi un missile sopra la loro testa.
  2. INCIVILTA': L'esercito russo torna a bombardare l'Ucraina e prende di mira le infrastrutture civili indispensabili per energia e riscaldamento con una nuova raffica di missili e droni che ha lasciato senza acqua ed elettricità ampie zone del Paese. Con l'inverno ormai alle porte, cresce così la preoccupazione per la popolazione civile, ma anche i timori per le esportazioni di cereali dall'Ucraina restano alti e con essi quelli di un aggravamento della drammatica crisi alimentare mondiale.
    La decisione della Russia di sfilarsi dall'accordo sul grano non ha fermato ieri la partenza dai porti dell'Ucraina di 12 bastimenti carichi di cereali. Ma il portavoce di Putin ha dichiarato che potrebbe rivelarsi «pericoloso» attuare, senza Mosca, l'intesa che in estate ha consentito la ripresa delle esportazioni di cereali via mare dall'Ucraina dopo un blocco di cinque mesi. La Russia ha poi rincarato la dose bollando come «inaccettabile» il passaggio delle navi lungo il corridoio di sicurezza sul Mar Nero, sostenendo che l'Ucraina lo abbia usato per «operazioni militari». Un'accusa ribadita, in piena notte, dallo stesso Putin - che ha dichiarato che «l'Ucraina deve garantire che non ci saranno minacce per la sicurezza delle navi civili» - ma fermamente respinta da Kiev. Intanto, sempre ieri, l'Onu ha smentito la tesi di Mosca secondo la quale un mercantile di cereali sarebbe stato coinvolto nel presunto attacco di droni ucraini contro navi russe ancorate a Sebastopoli.
    È proprio il presunto raid il motivo per il quale ufficialmente la Russia ha congelato l'accordo sui cereali. Mosca accusa Kiev di aver preso di mira navi militari e «civili impegnate nel garantire la sicurezza del corridoio del grano».
    La decisione di Mosca di sospendere la propria partecipazione all'accordo sul grano ha acceso nuove tensioni. «Le navi mercantili civili non possono mai essere un obiettivo militare o essere tenute in ostaggio» e quindi il cibo deve continuare a essere trasportato, sottolinea l'Onu. E mentre la Francia propone di trovare il modo per incrementare le esportazioni di cereali ucraini via terra, Washington definisce un «ricatto collettivo» a tutto il mondo la mossa del Cremlino che ieri ha fatto salire il prezzo del grano del 6% fino a 8,8 dollari al bushel: comunque molto meno dei 13,66 dollari di marzo, quando la crudele invasione dell'Ucraina ordinata da Putin era iniziata da poche settimane. In Ucraina, le truppe russe continuano a colpire deliberatamente le infrastrutture energetiche civili provocando gravi blackout. «Invece di combattere sul campo di battaglia, la Russia combatte i civili», è stato il commento del ministro degli Esteri di Kiev. Secondo le autorità ucraine, i bombardamenti di ieri mattina hanno danneggiato 18 strutture, «per lo più legate all'energia», e hanno lasciato «senza elettricità centinaia di centri abitati». L'esercito ucraino afferma di aver abbattuto 44 degli «oltre 50» missili lanciati dalle truppe russe. Sono state bombardate le regioni di Leopoli, Dnipropetrovsk, Zaporizhzhia e Vinnytsia. A Kharkiv le interruzioni di elettricità hanno costretto a fermare la metropolitana. Ma la città più colpita è forse la capitale, Kiev, dove si sono udite diverse esplosioni e i media raccontano di alte colonne di fumo che si alzavano verso il cielo. Subito dopo il raid, secondo il sindaco, l'80% della città è rimasto senza acqua, mentre 350.000 appartamenti sono rimasti senza elettricità.
  3. TOLLERANZA INACCETTABILE : Affari criminali e interessi economici. Soldi, tanti soldi che ruotano attorno a parcheggi, bar, biglietti. All'organizzazione di eventi sportivi, e concerti a San Siro. Con la forza e con le minacce, sembrerebbe anche ai danni dei dirigenti delle società sportive. E con la collaborazione delle cosche di 'ndrangheta, come quella degli Iamonte di Melito di Porto Salvo nel Reggino, e di storici esponenti della criminalità milanese. È il quadro che emerge dalle ultime analisi degli investigatori e anche dalle voci che si rincorrono nel mondo ultrà. In fondo c'è un motivo se il capo del tifo interista Vittorio Boiocchi, freddato a colpi di pistola, vantava di guadagnare «80 mila euro al mese» con lo Stadio.
    A ricordare a tutti il potere della Curva popolata spesso da soggetti che hanno bazzicato le patrie galere – ma anche almeno in passato da politici dell'estrema destra milanese, come l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Carlo Fidanza – e i metodi, violenti, con cui questo potere si manifesta è bastata una foto. Quella del settore centrale della Nord sgomberato alla notizia della morte del capo. «Lo zio» – come gli stessi ultrà lo definiscono in una nota di cordoglio – Boiocchi, ucciso sotto casa poco prima del match con la Sampdoria. La decisione di svuotare la Nord, presa dal direttivo, parrebbe non proprio unanimemente, sarebbe stata «eseguita», a suon di urla e spintoni. Sarebbe, perché le denunce social di questi giorni non sono state per ora formalizzate.
    Ma quello scatto cristallizza l'immagine di una forza criminale che hanno i gruppi ultrà. E che non si manifesta soltanto in risse e scontri, come quelli del 2018 in cui perse la vita Daniele Dede Belardinelli. Tante volte si traduce negli affari e nei soldi, che i gruppi di tifo organizzato parrebbe bipartisan, di Inter e Milan, con minacce e ritorsioni, spartendosi oneri e onori con le cosche, riuscirebbero a fare dentro e intorno allo Stadio. Business che Boiocchi, quando si è ripreso la Curva dopo 26 anni di carcere a colpi di minacce armate e pestaggi, voleva moltiplicare. Finendo, forse, per farsi troppo spazio e nemici in un mondo su cui altri avevano già o volevano mettere le mani.
    L'intercettazione ormai nota – «Sto perdendo un sacco di soldi con il blocco delle partite e dei concerti» – ne è una prova. Era stata raccolta nell'ambito di un'inchiesta della Digos su cui non è ancora stato messo un punto. E che racconta come anche alcuni dirigenti delle società sportive, inizialmente indagati e poi archiviati, sarebbero stati vittime di pesanti minacce e ritorsioni. Negli ambienti ultrà si dice che dopo la sua autoproclamazione, Boiocchi – forte di rapporti consolidati con clan, come i Fidanzati e i Di Marco – nel corso di una riunione, avrebbe stabilito nuove gerarchie e settori di interesse. Tra questi, innanzitutto il business dei parcheggi, su cui si sarebbero concentrati anche gli interessi di alcune famiglie calabresi come quella degli Iamonte. La gestione sarebbe stata affidata ad alcuni ultrà storici, come Franco Caravita e Andrea Beretta, proprio ieri sentito dalla Squadra mobile e dal pm Paolo Storari che stanno indagando sull'omicidio Boiocchi. E divisa anche con i nemici di facciata, gli storici capi ultrà rossoneri, come Luca Lucci (quello della stretta di mano con Matteo Salvini)e Giancarlo Lombardi, e con un noto ultrà dei Viking della Juventus. La squadra messa in piedi da Boiocchi avrebbe ottenuto, con i suoi metodi che erano quelli criminali degli anni 90, la concessione di una parte dei parcheggi gestiti direttamente da ultrà e calabresi, in un'ottica di «spartizione» degli affari e «protezione» dai problemi.
    Ma gli interessi di Boiocchi si sarebbero spinti anche su altro. Come i paninari all'esterno del Meazza: «A due di loro abbiamo fatto avere il posto – diceva –. Ci danno una somma a partita». E su una quota di tessere e biglietti delle partite – c'è chi sostiene circa duemila – che il pool di Boiocchi sarebbe riuscito a ottenere a suon di minacce. Una montagna di soldi, su cui ora si indaga anche per risolvere il giallo dell'omicidio.
  4. HA RAGIONE : L'Inter ha preso ufficialmente le distanze dagli ultrà che hanno svuotato il secondo anello verde di San Siro contro la volontà di centinaia di spettatori nel corso della partita di sabato sera con la Sampdoria, in segno di lutto verso l'uccisione del capo della Curva Nord, il pregiudicato Vittorio Boiocchi. La società nerazzurra «condanna con fermezza qualsiasi episodio di coercizione avvenuto al secondo anello verde di San Siro» ed esprime «la sua totale solidarietà» nei confronti dei tifosi che hanno dovuto abbandonare il loro posto, costretti da minacce e intimidazioni. Viene ribadita anche «la totale collaborazione con le forze dell'ordine per assicurare la tutela dei diritti dei propri tifosi». L'Inter metterà a disposizione delle forze dell'ordine le immagini in suo possesso per aiutare la polizia a individuare eventuali condotte violente da punire con il Daspo.
  5. IL DIAVOLO ESISTE FRA NOI : Possiamo citare la banalità o la gratuità del male. Ma la realtà non cambia: le parole possono essere pietre eppure in questo caso non bastano a rendere l'orrore del video in cui si vede un clochard a terra, inerme, mentre viene oltraggiato e ferito a suon di calci in testa da parte di alcuni adolescenti. All'inizio nessuno interviene, poi un ragazzo incomincia a spintonare e picchiare uno dei giovanissimi aggressori e si scatena la rissa tra baby gang.
    Il tutto non in un quartiere malfamato, ma nel cuore di Roma, Trastevere, centro della movida giovanile, nella notte tra sabato e domenica. Il senzatetto aggredito, Simone Lopetti, 47 anni, soffre di disturbi psichici e nel quartiere è conosciuto come «Er pantera». Ha firmato per farsi dimettere dall'ospedale nonostante una prognosi di 40 giorni per alcune fratture alle vertebre. E la polizia ora sta indagando per individuare i responsabili del branco. L'attenzione si concentra in particolare su due giovani, entrambi vestiti con giacca nera e felpa con cappuccio. Molto prezioso è il contributo che arriverà dalle analisi delle telecamere presenti intorno a piazza Trilussa, dov'è avvenuto il vile pestaggio.
    Per ora c'è il video pubblicato da Repubblica.it che evidenzia la presenza di due ragazzi con giacca nera e felpa con cappuccio che lo prendono a calci in testa, mentre lui, con addosso pantaloncini rosa e una camicia aperta sul petto, ubriaco, non riesce a reagire. «Daje de tacco», grida uno degli aggressori al complice e l'altro risponde con una violenza inaudita. Una ragazza, a parole, cerca di dissuaderli, «Oh che fate», ma solo l'intervento di un adolescente con la felpa bianca con cappuccio, bloccherà le botte. A quel punto incomincia una lotta tra due bande di ragazzini.
    L'allarme alla polizia, da uno dei giovanissimi in piazza Trilussa, è scattato dopo la mezzanotte. Quando gli investigatori, impegnati in un arresto poco distante, sono arrivati sul posto gli aggressori erano tutti scappati. C'era solo «Er pantera» livido e contuso. «Si aggira sempre in questa zona - raccontano i residenti di Trastevere -. È praticamente sempre ubriaco e molesto. Parla a voce alta e farnetica».
    Sabato notte è stato ripreso mentre si avvicinava a un gruppo di adolescenti seduti sulla scalinata di piazza Trilussa, pronunciando poche confuse parole. La reazione è stata la spedizione punitiva in stile Arancia meccanica. «Prima gli hanno sputato addosso, poi lo hanno preso a calci», racconta un ragazzo che ha assistito alla scena. «Era da poco passata la mezzanotte - prosegue -. Si era creato un cerchio di persone attorno a questo signore che scherzava e rideva, tanto che ad un certo punto, probabilmente ubriaco, si è messo a fare le flessioni. Qualcuno gli ha anche offerto da bere. Poi il cerchio si è stretto e alcuni ragazzi hanno incominciato a sputargli addosso. Lui, indispettito, è rimasto seduto senza reagire, mentre quattro-cinque di loro hanno cominciato a prenderlo a calci in faccia».
    Il testimone ricorda anche il soccorso del ragazzo con la felpa bianca. «Di sicuro erano tutti minorenni, tra i 16 e i 18 anni, forse amici fra loro. Quando ha visto i calci si è scagliato contro i due e si è scatenata una maxirissa. Io con i miei amici abbiamo poi deciso di andar via, perché quella sera a Trastevere tirava una brutta aria».
    Il consigliere capitolino di Fratelli d'Italia, Federico Rocca attacca la giunta guidata dal sindaco Roberto Gualtieri: «Le immagini di Trastevere lasciano senza parole. Oramai Roma è una città abbandonata a se stessa. Non passa giorno che non si registrino aggressioni, furti, scippi, stupri e violenze di ogni genere». Mentre Paolo Ciani, deputato del Pd-Idp, eletto nel collegio di Roma Centro insiste sulla questione socio-culturale: «Trastevere e i quartieri centrali di Roma sono un patrimonio di tutti, innanzitutto di chi ci vive, che non può divenire ostaggio di queste situazioni. Non è solo un tema di sicurezza o repressione, ma di come concepire gli spazi pubblici e i momenti di svago». I carabinieri sono arrivati a casa loro all'alba. I ragazzini non c'erano, non erano ancora rientrati dalla notte trascorsa in giro per il paese. ANCHE : I militari li hanno attesi con un'ordinanza di custodia cautelare del gip per incendio doloso, interruzione di pubblico servizio e lesioni. Sono in quattro, hanno tra i 14 e i 16 anni e sono ritenuti i responsabili della devastazione della scuola elementare di Cellatica, nel Bresciano. I ragazzini avevano fatto irruzione nel pomeriggio di domenica 18 settembre, quando l'istituto era chiuso. Avevano incendiato banchi e armadietti, imbrattato i muri e distrutto le lavagne interattive. Danni per centinaia di migliaia di euro. Due sono finiti in comunità e gli altri ai domiciliari. La maggior parte arriva da buona famiglia e proprio i genitori sono stati i più sorpresi davanti alle contestazioni dei carabinieri. —ANCHE : L'ultima storia di orrori arriva da Cerignola, nel Foggiano dove una ragazzina di 13 anni ha denunciato di essere stata segregata e violentata da tre ventenni. Il fatto sarebbe avvenuto venerdì 28 ottobre in un garage alla periferia della città lungo un'arteria stradale che congiunge il centro cittadino al casello autostradale. La 13enne, secondo il racconto fatto ai genitori, aveva un appuntamento in un seminterrato con uno dei ragazzi, un 19enne suo un amico. La coppia però sarebbe stata raggiunta dagli altri due ventenni che avrebbero abusato della ragazzina. È probabile che i tre le abbiano fatto anche fumare dell'hashish. Nel garage, infatti, i poliziotti hanno recuperato alcune dosi di sostanza stupefacente. Solo il giorno seguente all'accaduto la ragazzina ha trovato il coraggio di raccontare l'intera vicenda alla mamma.
  6. COSA BUONA E GIUSTA : Nel racconto di Pietro, oltre alla parola autostima, ne ricorre un'altra, opposta e più affilata, isolamento: «C'è ancora chi pensa che uno studente con disturbi specifici dell'apprendimento, come la dislessia, sia meno intelligente, accade che venga etichettato come svogliato o disattento, che venga isolato, oppure che non sappia come studiare e lasci la scuola. Ce ne sono di stereotipi da abbattere». E non c'è bisogno di scomodare nomi illustri, da Leonardo da Vinci ad Albert Einstein, per dimostrare che dietro la dislessia c'è tutt'altra storia: lo sanno Giuseppe e Pietrosilvio Cipolla, fratelli romani di 22 e 19 anni che durante le ore liquide del lockdown ( il primo già iscritto a Psicologia, il secondo all'ultimo anno di liceo scientifico) si sono chiesti che fare di tutte le mappe concettuali usate per studiare alle superiori. «Potevamo buttarle – racconta Pietrosilvio, oggi a Giurisprudenza – o metterle a disposizione di studenti e insegnanti».
    Così è nato DSA Study Maps, un sito con 2 mila mappe concettuali scaricabili gratuitamente, lezioni di letteratura, fisica, inglese, storia, dalla biografia di Manzoni all'equilibrio dei corpi, trasformate in mappe per accompagnare nello studio gli alunni con disturbi specifici dell'apprendimento, come la dislessia, ma in realtà utili a tutti. Oggi il sito sfiora i 170 mila visitatori e tocca le 10 mila visualizzazioni al giorno: «Sono schemi visivi che aiutano a comprendere e memorizzare una lezione con colori, caselle, sottoinsiemi, titoli - spiega Pietro -. Mappe su cui abbiamo studiato, che potevamo tenere per prove e interrogazioni, riviste con i professori, molte realizzate con il software Super Mappe Evo, utili a tutti, ma per noi fondamentali, come gli occhiali per chi ha problemi di vista». E sono, puntualizza Pietro, «tra gli strumenti compensativi previsti dalla legge 170 del 2010 sui diritti degli studenti con Dsa, cioè dislessia, che è un disturbo della lettura, discalculia, disgrafia, disortografia».
    Hanno scoperto di essere dislessici quando Pietro era alle medie, il fratello al liceo: «La mia professoressa, che aveva avuto anche Giuseppe come alunno, ha notato che facevamo gli stessi errori, e ha voluto approfondire». È la storia di tante famiglie: secondo gli ultimi dati del Miur gli studenti con Dsa sono il 5,4%, 326 mila circa di cui 198 mila dislessici. Circa 3 milioni di persone in Italia stima l'Associazione italiana dislessia che invita a usare le parole giuste, «non una malattia ma una neuro-diversità», e chiede una legge che tuteli anche gli universitari.
    «Inizialmente il sito era una dispensa digitale, poi c'è stato un crescendo di contatti, gli studenti chiedevano altre mappe, i genitori cercavano informazioni sui disturbi dell'apprendimento, i diritti dei ragazzi, i centri per le diagnosi». Così il sito si è arricchito di un blog curato da professionisti, dalla psicologa allo studio legale, e di uno spazio con contatti di tutor e docenti esperti a disposizione per ripetizioni. Ora, spiega Giuseppe, raccolgono anche le mappe realizzate da altri studenti e Dsa Study Maps è diventata un'associazione no profit attiva anche su Instagram e Facebook, «canali in più per fare informazione»: i loro video danno consigli, mostrano come percepisce la scrittura un ragazzo dislessico o disortografico, spiegano come usare i software per costruire le mappe partendo dal libro in pdf o le funzioni di sintesi vocale. «Gli strumenti didattici ci sono, spesso manca l'informazione, per questo abbiamo voluto condividere ciò che sappiamo, può essere utile a chi non ha il supporto che abbiamo avuto noi. Perché il punto non è arrivare alla sufficienza, la scuola dovrebbe dare a tutti gli strumenti per rendere al massimo delle proprie capacità. Io a Giurisprudenza ho la media del 27, insomma, me la cavo» scherza Pietro, che però della scuola conosce bene anche certe storture, le battaglie per tenere le mappe in classe, l'insofferenza di certi professori raccontate dai ragazzi sui social. Anche se, spiega il fratello, «rispetto al 2010 è stata fatta molta strada, non è stato semplice neanche per i docenti cambiare il proprio modo di insegnare». Intanto il progetto cresce e con la pedagogista Silvia Attilia è nato un sito «junior» con mappe per elementari e medie. Un consiglio per i ragazzi? «È fondamentale la preparazione dei docenti e l'appoggio dei genitori – precisa Pietro –, ma è importante costruire l'autostima anche fuori dalla scuola, cercare i propri punti di forza nello sport, nella musica, nel teatro, non lasciarsi etichettare. Nessuno di noi è una cosa sola».

 

 

01.11.22
  1. Cara on .Giorgia Meloni Presidente del Consiglio

    Ho letto della sua scelta di una auto italiana , ma le suggerisco la Stelvio o la Grecale o la Tonale , molto piu’ comode della Giulia.
    E’ in atto da parte della Cina un indebolimento della industria automobilistica europea che stupidamente ha delocalizzato gli acquisti. Quindi d’ora in poi i cinesi cercheranno di venderci le loro auto, vedi DR, invece che i componenti.
    Abbiamo un solo modo per contrastarli : investire nell’H2 per arrivare a sviluppare il mercato delle auto ad H2. Per questo le rinnovo la proposta dell’IVA a 0 per la produzione di H2 verde, e tutto cio’ che lo utilizza, come le auto ad H2. Su tutto cio’ potremmo essere i primi nel mondo, con un ritorno tecnologico esponenziale rispetto all’investimento che si ripaga da solo.
    Toyota , detentrice dei brevetti liberi per la produzione di auto ad H2 , potrebbe produrre in Italia ed altri costruttori potrebbero seguirla. Punto fondamentale e’ la produzione dell’H2, con la creazione incentivata di produzione di H2, utilizzando l’elettricità prodotta da tutti i tetti disponibili, senza alcun limite produttivo in funzione dell’autoconsumo, e con incentivi tali consentire anche lo sviluppo di tecnologie italiane per utilizzi alternativi al silicio acquisito in gran parte dalla Cina.
    Cina , Usa e Germania non si sono ancora mosse sull’H2, se lo facciamo subito e bene, possiamo vincere per crescere esponenzialmente.
    Con l’H2 per le auto e per lo stoccaggio potremmo sostituire sia il petrolio, sia il gas, rendendoci indipendenti sia da Russia ed altri paesi legati alla Russia, sia dalla Cina, recuperando, in mesi, sia valore sia posti di lavoro, tutto cio’ che rigassificatori e fusione nucleare ci daranno forse in decenni dopo aver bruciato tanti fondi pubblici. Perche’ l’Enea spende soldi pubblici sulla sperimentazione della fusione nucleare che e’ incerta invece che nell’H2 che e’ certo ?
    Perche’ dobbiamo aspettare il dopo dei rigasssificatori e la sperimentazione della fusione nucleare per fare solo bollire dell’acqua per le turbine, per arrivare poi all’H2 se possiamo farlo subito ?
    Per realizzare il Progetto H2 italiano, occorre correre velocemente con lo strumento del 5G ,che si puo’ realizzare saltando stadi intermedi inutili e costosi, convertendo i fondi del Pnrr dalla fibra al 5G italiano. Per fare cio’ occorrerebbe, secondo me, acquisire Tim , attraverso una Opa di Enel su Tim, affini per tecnologia di rete, e commerciale. E poi procedere ad un OPA di Enel su Eni , scambio alla pari. Il gruppo che nascerebbe H2ITALIA , sarebbe il piu’ grande del mondo leader nell’H2 con un sistema di controllo e sviluppo, anche internazionale, basato sul 5G .
    Fossi l’amministratore delegato dell’Eni seguirei l’esempio di Mattei con il prezzo piu’ basso del mercato . Se no che vantaggio porterei agli italiani ?
    Cosa ne pensa ?
     
  2. LA PSEUDO SINISTRA PENSA SEMPRE CHE GLI ELETTORI NON SIANO IN GRADO DI BADARE A SE STESSI PER CUI CI PENSA LEI PER CUI LE IDELOGIE DI SINISTRA HANNO PORTATO ALLA DITTATURA A CUBA IN CINA ED IN RUSSIA. IN ITALIA LA DITTATURA DELLA SINISTRA SI E' CONCRETIZZATA CON IL GREEM PASS.
  3. MIRACOLO : «Miracolo» è la parola ripetuta per ore, ieri mattina, dai residenti di Corso San Vincenzo Ferrari, a Fisciano, e persino da alcuni dei soccorritori di fronte a quella bambolina di due anni che dopo essere precipitata dal terzo piano piangeva e si disperava «come se fosse caduta solo dal dondolo», per usare l'espressione di un testimone. Al Pronto soccorso "Ruggi d'Aragona", dove per un momento hanno stentato a credere che si fosse trattato davvero di una caduta da una tale altezza, hanno confermato le prime impressioni: non era grave.
    La perfetta notizia natalizia, se non fosse per quello che è accaduto qualche ora dopo, un evento ugualmente sconvolgente ma in tutt'altro senso: i carabinieri hanno arrestato il padre della bimba. Stando a quanto emerso, infatti, sarebbe lui il responsabile della tragedia sfiorata.
    In assenza di comunicazioni ufficiali si sono moltiplicate le ipotesi. L'ha fatto di proposito? L'ha premeditato? O è stato un incidente provocato da un gesto inconsulto – tra le persone in strada c'è chi ha raccontato che qualcuno l'avrebbero visto tenerla sospesa poco prima della caduta, ma sono voci incontrollate – magari durate un litigio con la madre?
    L'unica certezza è che poco dopo le 10 è scattato l'allarme, diverse telefonate hanno allertato i soccorsi e velocemente sono arrivati i militari dell'Arma e i sanitari della "Solidarietà" di Fisciano. «C'è un corpicino a terra, è una bambina piccola è caduta dal balcone», le parole che hanno fatto schizzare le pattuglie e le ambulanze come delle Formula uno.
    Tutti si preparavano mentalmente al peggio. Poi la sorpresa: la piccola era ancora viva, talmente viva da gridarlo a pieni polmoni insieme al dolore per le ferite. Per un breve attimo gli uomini delle forze dell'ordine e del primo soccorso si sono guardati tra di loro, quasi a volersi assicurare che fosse tutto vero. Poi, mentre la piccolina veniva portata in ospedale, si è cercato di capire. Una prima, possibile risposta è che a fare il "miracolo" sia stata una rete metallica, che avrebbe attutito l'impatto facendo rimbalzare il corpo. Anche in questo caso, però, l'unica certezza non riguarda la dinamica dell'evento ed è arrivata dal Pronto soccorso salernitano e poi da quello dell'ospedale pediatrico "Santobono" di Napoli (dove era stata trasportata per ulteriori e più dettagliati esami) e si riassume in una frase che ha fatto tirare un sospiro di sollievo a tutta Fisciano e non solo: non è in pericolo di vita e non è nemmeno grave. Una frattura, qualche contusione, insomma perlopiù ematomi ed escoriazioni.
  4. SEGRETARI COMUNALI INVECE CHE SPRECHI: «Piacere, sono mister Wolf. Risolvo problemi». Enzo Carafa non ha lo smoking, non veste sempre di nero con gli occhiali da sole, e non è uno che non si sa da dove venga né chi sia. Enzo è un segretario comunale, un lavoro che un tempo era come annunciava l'etichetta appesa alla porta, ma che oggi segue «19 comuni più altri sei», perché va dove lo chiamano, dove c'è una crisi, una magagna qualsiasi, una denuncia, un problema da risolvere. Nell'Italia che cambia, niente è più come prima, neanche il segretario comunale, che oggi è diventato una sorta di medico condotto che accorre al capezzale dei malati, piccoli paesi sperduti fra i bricchi che non sanno più come trovare i soldi per curarsi. Enzo è alto 1 metro e 85, pesa 95 chili e giocava a rugby fino a quando i capelli non hanno cominciato a diradarsi e lui a contare gli anni. Però ha il portamento, lo stile e l'umorismo di un perfetto gentiluomo, proprio come il mister Wolf di Quentin Tarantino in Pulp Fiction, un uomo diligente e metodico, che non ha tempo da perdere e va diritto al sodo: quanto tempo mi date? Trenta minuti? Me ne bastano dieci. Va, ascolta, si guarda in giro e poi fa le cose, perché trova sempre quello che serve e si fa sempre quello che dice lui. È un po' come se sentissimo la voce di Harvey Keitel: «Chiariamoci campione, non sono qui per dirti per favore. Sono qui per dirti cosa fare. E sarà meglio che tu lo faccia... e subito anche. Sono qui per darti una mano e se il mio lavoro non è apprezzato, tanti auguri signori miei».
    Quella del segretario comunale è una professione invisibile, e serve a garantire che l'operato dei dipendenti pubblici dell'ente sia conforme alla giungla di leggi, lacci e regolamenti nazionali, regionali e locali. Solo che, come spiega Enzo Carafa, negli anni questa professione ha dovuto adeguarsi ai tempi. I Comuni sono senza soldi e questa è la prima cosa che serve: trovarli, fare quadrare i bilanci. Ma senza soldi è anche difficile pagarli, i segretari comunali. In Italia sono 4.998 le sedi di segreteria comunale, ma quelle coperte da un titolare sono poco meno della metà, 2.334. La situazione più drammatica è quella della fascia C, che raccoglie i comuni fino a tremila abitanti, dove mancano all'appello 2.281 segretari. Per quella fascia le regioni maglia nera sono Piemonte e Lombardia, in cui si registrano oltre 400 sedi vacanti ciascuna. Con questi numeri bisogna arrangiarsi: magari 20 Comuni si mettono assieme e pagano un solo segretario comunale. Se poi quel segretario sarà costretto a fare i salti mortali, pazienza. Così va la vita. È per questo che serve mister Wolf. Enzo Carafa ha cominciato in un altro mondo, il 10 dicembre 1988, in provincia di Asti, a Maretto e Roato: «Allora il Comune aveva un altro livello finanziario. Facevo il rendiconto, tiravo giù il bilancio e lo Stato dava quello che mancava: diciamo che rispetto a oggi era una bella vita. Tutto è cambiato con la Riforma La Loggia, che ha riconosciuto l'autonomia locale, mettendo sullo stesso piano Stato e Regioni e formalmente anche i Comuni. Ma da quel momento i Comuni hanno dovuto arrangiarsi coi bilanci, con le casse che si sono prosciugate. Ti hanno dato la libertà, ma ti hanno tolto la benzina».
    In più, dal 2010 hanno bloccato tutte le assunzioni di segretari comunali: costavano troppo. Così, adesso Enzo Carafa se lo dividono in 19 paesi, nell'Astigiano e nell'Alessandrino. «Si dividono il mio costo, 120 mila lordi, 80 di stipendio più i contributi. Io intervengo quando c'è un problema, una crisi, un appalto complicato, una denuncia, un debito fuori bilancio, una magagna». La verità è che ce ne sono sempre. Carafa gira come una trottola: lunedì nell'Alessandrino, Fubine, Lu e Cuccaro. Martedì nel Roero e nel pomeriggio Castagnole Lanze e Montegrosso. Mercoledì albese, e dopo pranzo Costigliole. Giovedì Castagnole e pomeriggio i comuni collinari di Costigliole, venerdì Buttigliera d'Asti, Castelnuovo Don Bosco e Cocconato. A questi vanno aggiunti altri 7-8 comuni con sedi vacanti che chiedono un incarico di supplenza a scavalco. Lì non si fa pagare: fa versare dei contributi alla sua società di rugby, la passione di Mister Wolf. Però deve correre lo stesso, infilandosi nei tempi vuoti del suo infinito peregrinare, il passo veloce e una borsa sotto braccio piena di carte e documenti. «Se penso a prima mi vien da ridere. Avevi delibere col Coreco che ti facevano diventare matto, dovevi correre 3 volte al giorno. C'erano i lacci della burocrazia, ma nessun rischio. Adesso il lavoro è molto più agile perché il controllo è zero. Ma se sbagli non c'è il Coreco, c'è la magistratura. Che interviene anche se uno ti denuncia solo perché si ritiene svantaggiato». Mister Wolf non ha paura, «chiariamoci campione, non sono qui per chiedere per favore...». Ma deve stare molto attento. In un comune si è accorto che una segretaria distoglieva soldi per versarli sul conto del marito. Come ha fatto? «Naso, semplicemente quello. Ho annusato giusto. Esperienza». In questi piccoli paesi dove la vita guarda il sole che scende in faccia alle vigne, si litiga anche per niente. Ci sono posti come Coazzolo, 280 abitanti scarsi e più di trecento vertenze legali di tutti i tipi, per i confini a contare le biolche di terreno, i diritti di passaggio, l'usocapione o vecchie ruggini che vanno indietro nel tempo. C'era anche una denuncia al sindaco: aveva rotto il braccio al capogruppo della minoranza, che aveva accusato la segretaria di aver sbagliato i conti apposta, in malafede. Lei s'era messa a piangere e il sindaco aveva cacciato via il suo avversario politico in modo un po' troppo energico: duplice frattura. Ma per fortuna che se c'è un problema, arriva Mister Wolf.
  5. NON PUO' REGGERE : In tempi di inflazione alle stelle e salari fermi al palo, fa gola a molti la promessa "compri subito, ricevi immediatamente, ma paghi dilazionato", senza passare attraverso i canali bancari o finanziari e con totale assenza di interessi. Soprattutto a quella Generazione Z che diffida dalle banche, che non usa le carte di credito e spesso fatica a razionalizzare i propri impegni finanziari. Il fenomeno del "Buy now, pay later", o Bnpl, cresce e viene attenzionato dalle autorità di vigilanza. Anche in Italia.
    L'onda di piccoli default in arrivo dagli Stati Uniti – dove crescono i giovani che bruciano i loro risparmi nell'illusione di potersi indebitare a costo zero per comprarsi una giacca o un viaggio – ha spinto Banca d'Italia ad accendere un faro su un fenomeno che è quasi impossibile da quantificare, con stime che oscillano dal miliardo e mezzo di euro – pari al 3% del valore dell'ecommerce – solo per l'online ai 6,2 miliardi di euro complessivi stimati dalla società di intelligence finanziaria Market & Research che nel nostro Paese calcola una crescita del 52,8% rispetto al 2021. Merito dell'adozione del sistema di pagamento da parte dei big del settore, come Amazon, Yoox o Farfetch, e delle neo-bank.
    Un fenomeno che secondo Kaleido Intelligence, a livello globale per l'online, potrebbe sfondare quota 80 miliardi di dollari con una crescita del 50% rispetto all'anno scorso. Anche perché secondo PayPlug, i commercianti che hanno utilizzato questo metodo di pagamento registrano un aumento del carrello medio del 45% e un incremento di fatturato pari al 10%. Motivo per cui i costi dell'operazione sono tutti a carico loro.
    Klarna, Scalapay e Clearpay sono alcune delle società che permettono di diluire il pagamento degli acquisti, anche direttamente da app dopo l'acquisto nei negozi fisici. E il fatto che Apple abbia annunciato l'intenzione di sviluppare un servizio di dilazione dei pagamenti direttamente da telefonino conferma quanto il settore sia effervescente.
    Quello che spesso sfugge ai consumatori, però, è che l'assenza di interessi non sia un'assenza di rischi. Secondo Kruk, operatore specializzato nella gestione dei debiti, il 60% degli utilizzatori del Bnpl non si è mai accorto degli avvisi sulle conseguenze in caso di mancato pagamento e il 77% ignora ci siano delle sanzioni in caso di mancato pagamento di una rata. Addirittura, PayPal sottolinea come una rata saltata potrebbe far scattare «un'azione legale nei confronti dell'utente» e avverte che «potrebbe comportare criticità nell'ottenimento di altri finanziamenti, anche con terzi creditori». Avvertenze analoghe per gli altri operatori.
    Eppure, la storia di crescita del comparto è solida in Italia, secondo Market & Research. Nel periodo 2022-2028 il tasso annuo di crescita composto (o Cagr, in inglese) è dato al 26,8 per cento. Si passerà dai 4,09 miliardi di euro del 2021 ai 25,98 miliardi del 2028. Sempre più persone usano il Bnpl, o ne sono incuriositi. Secondo un rapporto di marzo 2022 di Clearpay, il 56,1% degli italiani che non sono a conoscenza del metodo di pagamento sarebbe interessato a utilizzarlo. E non solo per i grandi acquisti. Nel luglio scorso Trenord, l'operatore dei trasporti ferroviari della Lombardia, ha annunciato il lancio della sua funzionalità Bnpl con Scalapay, che consente ai pendolari di acquistare i biglietti utilizzando l'opzione di pagamento differito.
    Il problema principale, secondo le autorità, è la scarsa percezione della spesa, e quindi il possibile sovraindebitamento. Banca d'Italia ha messo in guardia i consumatori sull'utilizzo del Bnpl. Si tratta, spiegano da via Nazionale, di una «forma di credito che si sta diffondendo anche nel nostro Paese, ma non è oggetto di una specifica regolamentazione. Pertanto, la disciplina applicabile e le relative tutele dipendono dal modo in cui è configurata». Questa forma di finanziamento, ricorda l'istituto, è «solitamente di importo contenuto e può essere offerta sia online sia presso punti vendita fisici, nella maggior parte dei casi non prevede interessi o oneri a carico del consumatore, ma commissioni in caso di ritardo o mancato pagamento». Il credito è concesso con una procedura molto rapida, e in questo caso «senza lo svolgimento di una valutazione del merito creditizio o sulla base di una valutazione semplificata». Il contesto di poche regole e procedure velocizzate, rimarca Palazzo Koch, può essere fuorviante: «La facilità di accesso al servizio, unitamente alla circostanza che il Bnpl è generalmente utilizzato per acquistare beni di consumo di importo contenuto, potrebbe incentivare acquisti non del tutto consapevoli e, quindi, potenzialmente non sostenibili per i consumatori, esponendoli a un rischio di sovraindebitamento», si spiega. Il monitoraggio, avverte Via Nazionale, sarà costante e continuo.
    «È uno strumento da utilizzare con buon senso e responsabilità. Non dobbiamo farci ingannare dalla convinzione di poterci permettere tutto e subito», dice Simona Scarpa di Kruk Italia. Che poi aggiunge: «Siamo particolarmente preoccupati che questo strumento possa solo aumentare i casi di debiti personali, soprattutto in una fascia giovane della popolazione». —

 

 

 

31.10.22
  1. RUSSIA BIS  «A mia madre ho dato un compito: sopravvivi fino a quando non ritornerò. Voglio riabbracciarti, mamma». Nella penombra del Cafè Brunch, nel centro commerciale Merkator di Nuova Belgrado, Vladimir Volokhonsky non ha mai un'increspatura, mentre racconta del suo arresto, il 5 marzo scorso. Ma quando parla della famiglia, sì. Lì, abbassa gli occhi, lo sguardo si fa nero e la voce trema, perché i suoi cari li ha lasciati tutti indietro, a San Pietroburgo. Ha preso un biglietto di sola andata per la Serbia, una delle poche destinazioni in cui i russi possono scappare senza bisogno del visto. A milleduecento chilometri di distanza non ha più paura che vengano a cercarlo, la polizia o l'Fsb. Nella piccola "Mosca libera" che sta crescendo a gran velocità a Belgrado dall'inizio della guerra in Ucraina e ancor di più dall'annuncio della mobilitazione generale da parte del Cremlino, la nuova vita di un oppositore ha il sapore più dolce di una krempita alla crema.
    Volokhonsky è uno dei consiglieri municipali dei diciotto distretti russi che hanno osato contestare la guerra di Putin, chiedendo l'incriminazione per tradimento del presidente. La polizia l'ha fermato, interrogato per ore, poi per miracolo l'ha rilasciato. Il suo amico, invece, sono venuti a prenderlo fin sull'aereo, per portarlo in carcere. «Quando il mio volo stava per decollare, ho iniziato a respirare di nuovo», dice. Ci porta nell'appartamento, per parlare più tranquilli. Si siede al computer in salotto, le mensole sono vuote perché quando è scappato ha avuto tempo di impacchettare solo poche cose. Tutto è posticcio, "in affitto", nella nuova casa, anche i post-it sullo scaffale. Ma non si pente di nulla: «La vita in Russia era impossibile. Non puoi pensare, né dire nulla. L'opposizione non può organizzarsi in nessun modo. Gli agenti si infiltrano nelle chat di Telegram per metterti in trappola con documenti falsi e poi accusarti. Solo mia madre è il mio dolore: ha 72 anni, due più di Putin, non si muove da casa. Mi ha spinto a scappare, non so se mai la rivedrò».
    Tra i Paesi che hanno aperto le porte all'ondata di profughi russi, la piccola Serbia – meno di sette milioni di abitanti – è la prima destinazione scelta da aziende del tech per delocalizzare, da imprenditori e giovani professionisti, da medici e ingegneri, programmatori, artisti e scienziati per ricominciare lontano dal regime che toglie la libertà. Cifre ufficiali il ministero dell'Interno di Belgrado non le dà, ma la stima oscilla tra le 50 mila e le 100 mila persone in questi ultimi mesi. Molti sono scappati in Kazakhstan, Georgia, Finlandia, Lituania. La Serbia è una meta più facile, per lingua, tassazione, vicinanza politica e culturale.
    Allo scalo di Belgrado, gli esuli arrivano pallidi e spaesati. Sbarcano con due voli al giorno, dalla capitale russa e da San Pietroburgo. S'infilano veloci nei taxi privati di qualche contatto che hanno arrangiato prima della partenza. Hanno poco più di vent'anni, abiti oversize, felpe costose, jeans Anni '80, sneakers, piercing e cappellini. Uno di loro è Vladimir Bogdanovich, tecnico del suono in una grande sala concerti di Mosca, fuggito con la moglie fotografa alla chiamata per andare a combattere: «Amo il mio Paese, ma non la politica», spiega, «quando Putin se ne andrà potrò tornare. Sono contro la guerra, non voglio morire. Ora siamo qui salvi, abbiamo venduto la macchina per avere i soldi per partire». Il regime del Cremlino ha cercato di fermare questa emorragia, esentando i professionisti dell'informatica dalla leva e offrendo agevolazioni fiscali, prestiti e mutui convenienti ai lavoratori del settore, ma in pochi si fidano delle promesse. «Ai miei amici era già arrivata la cartolina. Ogni giorno controllavo la buca delle lettere, finché abbiamo deciso di scappare».
    Molte grandi aziende russe della tecnologia, a partire da Yandex Nv e altri pesi massimi quotati in borsa come Luxoft Inc., sviluppatore di software, e Wargaming, progettista di giochi, hanno trasferito buona parte del personale in Serbia. L'effetto è stato esplosivo: affitti delle case quasi raddoppiati, soprattutto nei quartieri Dorcol e Vraca della capitale, ma non solo. Anche Vladimir, come tanti altri fuggitivi, si è ritrovato i conti bloccati, ma a Belgrado si è già organizzato: «Il B&B è pagato dall'Inghilterra, i 600 euro al mese dell'appartamento li copriremo con le criptovalute. È facile: mando criptorubli a della gente, mi rimandano criptodollari, cambio in dinari contanti».
    Attorno alla Russia che scappa in Serbia, fatta per lo più di cittadini spaventati, disgustati dalla guerra e imparentati con ucraini, nella città balcanica sta nascendo una comunità disunita di ex sudditi dello Zar, che importano servizi, per vivere come se fossero in patria: ristoranti e parrucchieri, saloni di bellezza e bar hipster, catene di fast food come Tip Top Bistro sbucano da un giorno all'altro ai piani terra dei palazzi. Anche un noto organizzatore di concerti, Stepan Kazaryan, si è mosso da Mosca a Belgrado, e sta mettendo in piedi un festival di musica, molto atteso in città. «I miei connazionali si aspettano di riprodurre qui lo stesso stile di vita di prima», spiega Aleksandra Gusak, medico di base, originaria di Kirov, un Oblast a mille chilometri da Mosca. Ad accompagnare la diaspora, gioco forza, ci sono anche i dottori, «perché molti russi benestanti non si accontentano di farsi curare dai serbi». E allora il modo migliore per trovarsi è Telegram, con le sue chat, dove ex manager russi della Sanità offrono indirizzi di specialisti, farmacie alternative e cliniche sommerse. «Non mi sentivo più sicura in Russia», commenta Gusak, che ha deciso di scappare a marzo. Ci mostra i documenti: un grosso timbro specifica che lei è anche medico militare, in caso di emergenza per il Paese. «Un infermiere che conosco e diverse ginecologhe sono già state mobilitate», aggiunge, quasi in lacrime. E vuole fare un appello: «Non credete che tutta la Russia stia con Putin. Nel mio ospedale, lo stesso in cui è stato paziente Navalny, il direttore generale sta tenendo il posto a tutti noi medici che siamo fuggiti all'estero».
    Mentre l'Ue taglia i legami economici con Mosca, la nazione slava tende le mani in direzioni che non possono stare insieme: il presidente Vucic e il governo della premier Ana Brnabic da un lato rifiutano le sanzioni alla Russia, il contrario di quel che chiede con pressing sempre maggiore Bruxelles, dall'altro continuano il lento percorso per entrare in Europa. Le contraddizioni le trovi in strada, ad esempio su via Kralja Milana: un sacerdote della chiesa ortodossa si fa fotografare sotto la statua dello zar Nicola II. «Mosca vincerà!», dice entusiasta, «bisogna sconfiggerli quei nazisti peggio di Hitler». Una retorica che rimbalza nei discorsi dell'estrema destra di Belgrado, spesso radunata per manifestare a favore del Cremlino. «Putin è uno dei pochi leader degni - spiega Andrej Mitic, portavoce del partito Dveri –. Sostiene i vecchi valori europei come la sovranità nazionale, la famiglia, una cultura basata sul cristianesimo, contro le tendenze transumaniste dell'Lgbt. Deve rispondere alle aggressioni della Nato. L'élite di Bruxelles perderà».
    Con il passare dei mesi di guerra, la novità è che anche tra i profughi sta nascendo il conflitto etnico. Piotr Nikitin, avvocato e attivista del team Navalny, ex fondatore del gruppo Facebook «Ucraini, russi, bielorussi e serbi contro la guerra», ha organizzato per oggi una manifestazione e descrive il suo disagio: «Gli stessi amici ucraini con cui parlavo in russo, ora si rifiutano. Dopo i massacri di Bucha, si è creata una divisione assurda tra noi, anche se siamo tutti anti-guerra». Un terribile spirito del tempo contro cui prova a combattere Katarina Markovic, proprietaria del Birds, un ristorante delizioso appena nato nella Belgrado vecchia. Lei e il compagno hanno venduto l'appartamento a Mosca dopo l'invasione. «Ora mi sento al sicuro - spiega la 33enne -. Non volevo che i miei figli crescessero mangiando la propaganda di Putin».
  2. COSA BUONA E GIUSTA: «A mia madre ho dato un compito: sopravvivi fino a quando non ritornerò. Voglio riabbracciarti, mamma». Nella penombra del Cafè Brunch, nel centro commerciale Merkator di Nuova Belgrado, Vladimir Volokhonsky non ha mai un'increspatura, mentre racconta del suo arresto, il 5 marzo scorso. Ma quando parla della famiglia, sì. Lì, abbassa gli occhi, lo sguardo si fa nero e la voce trema, perché i suoi cari li ha lasciati tutti indietro, a San Pietroburgo. Ha preso un biglietto di sola andata per la Serbia, una delle poche destinazioni in cui i russi possono scappare senza bisogno del visto. A milleduecento chilometri di distanza non ha più paura che vengano a cercarlo, la polizia o l'Fsb. Nella piccola "Mosca libera" che sta crescendo a gran velocità a Belgrado dall'inizio della guerra in Ucraina e ancor di più dall'annuncio della mobilitazione generale da parte del Cremlino, la nuova vita di un oppositore ha il sapore più dolce di una krempita alla crema.
    Volokhonsky è uno dei consiglieri municipali dei diciotto distretti russi che hanno osato contestare la guerra di Putin, chiedendo l'incriminazione per tradimento del presidente. La polizia l'ha fermato, interrogato per ore, poi per miracolo l'ha rilasciato. Il suo amico, invece, sono venuti a prenderlo fin sull'aereo, per portarlo in carcere. «Quando il mio volo stava per decollare, ho iniziato a respirare di nuovo», dice. Ci porta nell'appartamento, per parlare più tranquilli. Si siede al computer in salotto, le mensole sono vuote perché quando è scappato ha avuto tempo di impacchettare solo poche cose. Tutto è posticcio, "in affitto", nella nuova casa, anche i post-it sullo scaffale. Ma non si pente di nulla: «La vita in Russia era impossibile. Non puoi pensare, né dire nulla. L'opposizione non può organizzarsi in nessun modo. Gli agenti si infiltrano nelle chat di Telegram per metterti in trappola con documenti falsi e poi accusarti. Solo mia madre è il mio dolore: ha 72 anni, due più di Putin, non si muove da casa. Mi ha spinto a scappare, non so se mai la rivedrò».
    Tra i Paesi che hanno aperto le porte all'ondata di profughi russi, la piccola Serbia – meno di sette milioni di abitanti – è la prima destinazione scelta da aziende del tech per delocalizzare, da imprenditori e giovani professionisti, da medici e ingegneri, programmatori, artisti e scienziati per ricominciare lontano dal regime che toglie la libertà. Cifre ufficiali il ministero dell'Interno di Belgrado non le dà, ma la stima oscilla tra le 50 mila e le 100 mila persone in questi ultimi mesi. Molti sono scappati in Kazakhstan, Georgia, Finlandia, Lituania. La Serbia è una meta più facile, per lingua, tassazione, vicinanza politica e culturale.
    Allo scalo di Belgrado, gli esuli arrivano pallidi e spaesati. Sbarcano con due voli al giorno, dalla capitale russa e da San Pietroburgo. S'infilano veloci nei taxi privati di qualche contatto che hanno arrangiato prima della partenza. Hanno poco più di vent'anni, abiti oversize, felpe costose, jeans Anni '80, sneakers, piercing e cappellini. Uno di loro è Vladimir Bogdanovich, tecnico del suono in una grande sala concerti di Mosca, fuggito con la moglie fotografa alla chiamata per andare a combattere: «Amo il mio Paese, ma non la politica», spiega, «quando Putin se ne andrà potrò tornare. Sono contro la guerra, non voglio morire. Ora siamo qui salvi, abbiamo venduto la macchina per avere i soldi per partire». Il regime del Cremlino ha cercato di fermare questa emorragia, esentando i professionisti dell'informatica dalla leva e offrendo agevolazioni fiscali, prestiti e mutui convenienti ai lavoratori del settore, ma in pochi si fidano delle promesse. «Ai miei amici era già arrivata la cartolina. Ogni giorno controllavo la buca delle lettere, finché abbiamo deciso di scappare».
    Molte grandi aziende russe della tecnologia, a partire da Yandex Nv e altri pesi massimi quotati in borsa come Luxoft Inc., sviluppatore di software, e Wargaming, progettista di giochi, hanno trasferito buona parte del personale in Serbia. L'effetto è stato esplosivo: affitti delle case quasi raddoppiati, soprattutto nei quartieri Dorcol e Vraca della capitale, ma non solo. Anche Vladimir, come tanti altri fuggitivi, si è ritrovato i conti bloccati, ma a Belgrado si è già organizzato: «Il B&B è pagato dall'Inghilterra, i 600 euro al mese dell'appartamento li copriremo con le criptovalute. È facile: mando criptorubli a della gente, mi rimandano criptodollari, cambio in dinari contanti».
    Attorno alla Russia che scappa in Serbia, fatta per lo più di cittadini spaventati, disgustati dalla guerra e imparentati con ucraini, nella città balcanica sta nascendo una comunità disunita di ex sudditi dello Zar, che importano servizi, per vivere come se fossero in patria: ristoranti e parrucchieri, saloni di bellezza e bar hipster, catene di fast food come Tip Top Bistro sbucano da un giorno all'altro ai piani terra dei palazzi. Anche un noto organizzatore di concerti, Stepan Kazaryan, si è mosso da Mosca a Belgrado, e sta mettendo in piedi un festival di musica, molto atteso in città. «I miei connazionali si aspettano di riprodurre qui lo stesso stile di vita di prima», spiega Aleksandra Gusak, medico di base, originaria di Kirov, un Oblast a mille chilometri da Mosca. Ad accompagnare la diaspora, gioco forza, ci sono anche i dottori, «perché molti russi benestanti non si accontentano di farsi curare dai serbi». E allora il modo migliore per trovarsi è Telegram, con le sue chat, dove ex manager russi della Sanità offrono indirizzi di specialisti, farmacie alternative e cliniche sommerse. «Non mi sentivo più sicura in Russia», commenta Gusak, che ha deciso di scappare a marzo. Ci mostra i documenti: un grosso timbro specifica che lei è anche medico militare, in caso di emergenza per il Paese. «Un infermiere che conosco e diverse ginecologhe sono già state mobilitate», aggiunge, quasi in lacrime. E vuole fare un appello: «Non credete che tutta la Russia stia con Putin. Nel mio ospedale, lo stesso in cui è stato paziente Navalny, il direttore generale sta tenendo il posto a tutti noi medici che siamo fuggiti all'estero».
    Mentre l'Ue taglia i legami economici con Mosca, la nazione slava tende le mani in direzioni che non possono stare insieme: il presidente Vucic e il governo della premier Ana Brnabic da un lato rifiutano le sanzioni alla Russia, il contrario di quel che chiede con pressing sempre maggiore Bruxelles, dall'altro continuano il lento percorso per entrare in Europa. Le contraddizioni le trovi in strada, ad esempio su via Kralja Milana: un sacerdote della chiesa ortodossa si fa fotografare sotto la statua dello zar Nicola II. «Mosca vincerà!», dice entusiasta, «bisogna sconfiggerli quei nazisti peggio di Hitler». Una retorica che rimbalza nei discorsi dell'estrema destra di Belgrado, spesso radunata per manifestare a favore del Cremlino. «Putin è uno dei pochi leader degni - spiega Andrej Mitic, portavoce del partito Dveri –. Sostiene i vecchi valori europei come la sovranità nazionale, la famiglia, una cultura basata sul cristianesimo, contro le tendenze transumaniste dell'Lgbt. Deve rispondere alle aggressioni della Nato. L'élite di Bruxelles perderà».
    Con il passare dei mesi di guerra, la novità è che anche tra i profughi sta nascendo il conflitto etnico. Piotr Nikitin, avvocato e attivista del team Navalny, ex fondatore del gruppo Facebook «Ucraini, russi, bielorussi e serbi contro la guerra», ha organizzato per oggi una manifestazione e descrive il suo disagio: «Gli stessi amici ucraini con cui parlavo in russo, ora si rifiutano. Dopo i massacri di Bucha, si è creata una divisione assurda tra noi, anche se siamo tutti anti-guerra». Un terribile spirito del tempo contro cui prova a combattere Katarina Markovic, proprietaria del Birds, un ristorante delizioso appena nato nella Belgrado vecchia. Lei e il compagno hanno venduto l'appartamento a Mosca dopo l'invasione. «Ora mi sento al sicuro - spiega la 33enne -. Non volevo che i miei figli crescessero mangiando la propaganda di Putin».
  3. FINALMENTE : "Basta con gli esterni" L'Asl di Torino torna ad assumere

    Capita raramente che i sindacati - Cgil, Cisl, Uil più Nursing Up e Fials - plaudano alla direzione di una azienda, oltre che a sé stessi. Ancora più inusuale che un'azienda – muovendosi controcorrente, come i salmoni – si impegni a riportare in "house", cioè a reinternalizzare, servizi gestiti mediante società esterne e/o affidati a professionisti con incarichi di lavoro autonomo. A maggior ragione, se si tratta di un'azienda sanitaria.
    Accade all'Asl Città di Torino – la più grande del Piemonte e tra le maggiori in Italia, forte di cinque ospedali – che nei giorni scorsi ha chiuso un accordo in prospettiva con i sindacati proprio su questo punto. L'accordo, si legge nel comunicato diffuso dalle sigle interessate, prevede il ritorno nel perimetro della gestione pubblica di alcuni reparti dei presidi ospedalieri San Giovanni Bosco, Maria Vittoria e Oftalmico mediante l'assunzione a tempo indeterminato, oltre il turn over, di 102 nuovi professionisti del comparto (72 infermieri e 20 oss, operatori socio-sanitari) e della dirigenza medica (10): «L'operazione si sviluppa nel solco degli ultimi accordi regionali finalizzati a contrastare fattualmente il ricorso smodato all'affidamento dei servizi pubblici mediante processi di outsourcing delle attività sanitarie». Il discorso non interessa Amedeo di Savoia e Martini perché in queste strutture, sempre in capo all'Asl, l'esternalizzazione dei servizi non c'è.
    Linea in controtendenza, si diceva, considerato che il vento, e non da oggi, spira in direzione opposta. Qualche giorno fa, per esempio, un altro sindacato, Anaao Assomed Piemonte, annunciava un ricorso al Tar Piemonte per chiedere l'annullamento, previa sospensiva, della delibera che prevede per nove anni l'esternalizzazione dei servizi di Fisiatria e di Pronto Soccorso dell'Ospedale di Tortona. Il caso di Tortona non è un'eccezione ma praticamente la regola, nel panorama attuale. L'eccezione è l'Asl cittadina, diretta da Carlo Picco, che per prima ha chiuso con i sindacati un accordo, di questi tempi, quasi rivoluzionario: «Rappresenta un ulteriore nonché fondamentale passo in avanti per il corretto ripristino della gestione diretta e il rafforzamento della capacità competitiva dei servizi sanitari pubblici strettamente connessi con i percorsi di cura e di assistenza universalistica alla persona».
    Non ultimo, anzi, pare che riportare i servizi al pubblico presupponga un risparmio, termine al quale la Regione e i manager delle Asl dovrebbero essere molto sensibili. Come spiegano i sindacati, «questo accordo certifica, a regime, un risparmio di risorse economiche pubbliche stimato in circa 1,5 milioni, molte delle quali verranno riportate nella disponibilità per la programmazione di nuove, future assunzioni».
    Resta da capire perché il nuovo modello - che in realtà nuovo non è, semmai un ritorno al passato prossimo – non venga adottato generalmente in tutte le Asl. «Applichiamo un accordo sottoscritto tempo addietro tra Regione e sindacati: da questo punto di vista siamo i capofila ma dovrebbe tradursi in pratica anche nelle altre realtà – spiega Picco -. Quanto al risparmio, è generato dalla differenza di costo tra quello dei dipendenti pubblici e quello dell'affidamento di servizi a società esterne». Tant'è.

 

 

 

 

 

 

30.10.22
  1. LE TERAPIE ANTITUMORALI NON C'ENTRANO CON IL VACCINO. CHI TEME LA COMMISSIONE D'INCHIESTA SUL COVID ? SPERANZA :  Un'intuizione, dopo una gravidanza felice che le aveva dato due gemelli, ha portato una ricercatrice italiana a pensare a una terapia che potesse salvaguardare la fertilità delle giovani donne malate di tumore. Lucia Del Mastro, dell'Irccs Ospedale Policlinico San Martino e Università di Genova, ha identificato un efficace trattamento per la terapia medico-oncologica di giovani pazienti affette da tumore mammario e un nuovo metodo di preservazione della fertilità che sono entrati nelle linee guida internazionali e che «hanno apportato un significativo miglioramento in sopravvivenza e qualità della vita». A lei Mattarella ha consegnato uno dei tre premi (il «Guido Venosta») a scienziati e sostenitori dell'Airc, in occasione della cerimonia annuale al Quirinale. —
  2. SALVINI , LA 'NDRANGRETA E IL PONTE SULLO STRETTO :Lunedì mattina Giorgia Meloni vuole riunire il Consiglio dei ministri, nominare sottosegretari, viceministri e assegnare le deleghe. Ultime ore per chiudere la quadra di governo, dunque. Quaranta posti a disposizione, ma per gli appetiti che ci sono ne servirebbero almeno il doppio.
    Le quote però sono quasi decise: 9 posti a disposizione di Forza Italia e 9 della Lega, 19 per Fratelli d'Italia e 2 o 3 ai centristi. Silvio Berlusconi, per ristabilire la pace nella coalizione, chiedeva un posto in più di Salvini, ma si è accontentato di tre viceministri contro i due leghisti. Nelle file di Fi, però, c'è una guerra in corso e anche per questo il Cav vorrebbe scegliere molti nomi esterni, tra i non eletti. Sgomita, ad esempio, l'ex governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci, entrato in corsa per un posto da sottosegretario al ministero dell'Economia. Mentre si adombrano dei dubbi sull'opportunità di mettere il senatore calabrese Giuseppe Mangialavori alle Infrastrutture, visto che un pentito di ‘ndrangheta lo descrive legato al clan Anello. E la Dda di Catanzaro scrive, negli atti dell'inchiesta, che «dal 2018 la figlia di Tommaso Anello è stata dipendente della Salus Mangialavori Srl». Non il miglior biglietto da visita per gestire i cantieri del Paese.
    C'è un ultimo problema, poi, con i centristi. Il leader di Noi moderati, Maurizio Lupi, vorrebbe tre poltrone, a compensazione della sua mancata nomina a ministro, ma Meloni potrebbe chiudere la partita offrendo a Lupi due sottosegretari e la presidenza di una commissione parlamentare di prima fascia. Mantenendo lo spirito da equilibrista, la premier dovrà discutere anche delle deleghe ministeriali. Il coordinatore di Fi e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, non vorrebbe cedere quella per il Commercio estero al ministero delle Imprese e del made in Italy (l'ex Sviluppo economico), guidato da Adolfo Urso, di Fdi. La soluzione potrebbe essere quella di affidarla a un comitato interministeriale. Per evitare favoritismi. E che da questi nascano i primi scontenti e le prime crepe.
  3.  FOLLIA : Aveva soli 12 anni. In un video diffuso su Twitter si vede il bambino senza vita a terra, con il sangue sulla testa e qualcuno che lo accarezza. È una delle sei vittime della protesta di Zahedan, nell'Est dell'Iran. Un nuovo massacro di manifestanti, dopo sei settimane di disordini scatenati dalla morte di Mahsa Amini. Ma non è il solo giovanissimo iraniano ad essere morto sotto i colpi della repressione del regime. Ieri il ristorante Boote, nella città di Arak, è rimasto chiuso in segno di lutto «per onorare la persona amata perduta», il suo popolare chef Mehrshad Shahidia. Con due stories condivise dall'account Instagram, il locale ha informato la community della morte del ragazzo, in seguito al trauma per i colpi subiti, sempre al cranio. Secondo quanto ha riferito la Bbc Persian, il 19enne, è stato ucciso mercoledì notte da agenti di sicurezza iraniani durante la repressione delle proteste che continuano a dilagare nelle città della Repubblica islamica. La famiglia del giovane cuoco, a quanto risulta alla tv britannica, è stata informata del decesso ma il corpo di Mehrshad, fino a ieri, non era ancora stato restituito ai suoi cari. Un account Instagram creato nel ricordo del ragazzo ne ha però annunciato, per oggi pomeriggio, la sepoltura.
    Dal 26 ottobre la polizia iraniana ha intensificato l'uso della forza contro i manifestanti che si sono radunati per le commemorazioni dei 40 giorni dalla morte della ragazza simbolo di questa lotta contro il regime degli Ayatollah, la 22enne Mahsa Amini, uccisa a metà settembre perché indossava male il velo islamico. Ieri gli agenti hanno sparato diversi colpi d'arma da fuoco nella città di Zahedan. Amnesty International ha lanciato un appello alle Nazioni Unite perché agiscano con urgenza nei confronti di Teheran, responsabile delle uccisioni illegali di otto manifestanti in meno di 24 ore. Secondo gli attivisti, sono stati sparati proiettili veri contro i cortei nelle province del Kurdistan, dell'Azerbaigian occidentale, del Kermanshah e del Lorestan. Hrana, l'agenzia degli attivisti per i diritti umani iraniani, ha tenuto il conto di 252 persone che hanno perso la vita dall'inizio delle proteste, tra cui 36 minorenni e 30 agenti. Tra i quasi 14 mila arrestati, ci sono anche 9 stranieri. Tra loro, la 30enne italiana Alessia Piperno che si trovava in Iran quando l'intensità delle proteste ha iniziato ad aumentare ed è detenuta con l'accusa di spionaggio dalle autorità di Teheran.
    «Queste rivolte aprono la strada al terrorismo», reagisce puntualmente alle accuse domestiche e internazionali il presidente iraniano Ebrahim Raisi. Che ha addossato alle rivolte anti regime anche la responsabilità dell'attentato compiuto mercoledì a Shiraz, alla moschea sciita Shah Cheragh, poi rivendicato dall'Isis. Tre uomini armati hanno fatto irruzione nel luogo di culto uccidendo 15 persone e ferendone almeno 19. Un attacco che ha offerto l'occasione al Segretario dell'Alto consiglio per i Diritti Umani iraniano, Kazem Gharibabadi, di chiedersi, in tono polemico, «perché gli attivisti per i diritti umani tacciono sull'attacco mortale a Shiraz?». Si fanno sempre più complicate le relazioni tra la Repubblica islamica e i Paesi occidentali, tra le critiche e le sanzioni imposte da Europa e Stati Uniti all'Iran, e viceversa. Bruxelles ha respinto le misure prese da Teheran, bollandole come «motivate politicamente». Anche gli Usa hanno imposto nuove sanzioni all'Iran, prendendo di mira tra gli altri membri del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.
  4. STOP : Una crisi generale. Causata dal crollo del mercato pubblicitario. Aggravata dall'inflazione e dalle tensioni internazionali. Ma che di fatto colpisce tutti i grandi colossi tecnologici. Nessuno escluso. Tutte le società hi-tech che hanno goduto di una crescita oltre ogni attesa dallo scoppio della pandemia in poi stanno subendo l'impatto di un quadro economico cambiato. Il rallentamento della pubblicità online registrato nei primi mesi dell'anno è diventato ancora più marcato nel secondo semestre. Il boom dei tecnologici è finito, commentano unanimi gli analisti di Wall Street. Gli investitori delle prime cinque società tecnologiche per capitalizzazione (Amazon, Meta, Alphabet, Microsoft e Apple), hanno perso complessivamente circa 580 miliardi negli ultimi due giorni di contrattazioni in borsa. Alphabet, la holding di Google, ha dato il via alla settimana nera del settore. Il fatturato cresciuto meno delle attese (+6% rispetto al +41% di anno fa) e la flessione del giro di affari di Youtube (-2%) hanno certificato che il quadro è cambiato. Nella burrasca è finito anche Zuckerberg con Meta. Due delle tre trimestrali del 2022 hanno registrato un calo inatteso. E la prossima sarà dello steso tono. Il titolo ha perso quasi tre quarti del proprio valore rispetto ai mille miliardi di dollari toccati solo un anno fa. Ma il calo non riguarda solo i business legati alla pubblicità. Microsoft ha perso il 9,5% in due sedute nonostante i risultati parlino di affari in crescita. Microsoft stima un fatturato tra i 52,35 e i 53,35 miliardi di dollari. Ma i timori degli investitori sono rivolti soprattutto al futuro, alla possibilità che la società guidata da Satya Nadella venda meno prodotti.

 

 

29.10.22
  1. MELONI E DALLA CHIESA NON POSSONO ACCETTARE UNA ALLEANZA CON UN BERLUSCONI IMPUTATO DI COLLUSIONE CON LA MAFIA COME ANDREOTTI  CHE NON HA DIFESO DALLA CHIESA:  È stato lo scambio polemico più rovente, al Senato, quello tra Giorgia Meloni e Roberto Scarpinato, ex magistrato palermitano, punta di diamante del nuovo corso grillino. Lei l'ha liquidato con toni sprezzanti, facendo riferimento ai «teoremi» che sarebbero stati alla base del suo intervento e prima della sua carriera di pubblico ministero. Lui, il giorno dopo, si sente ancora indignato. «Ho fatto riferimento ad alcuni fatti documentati in sentenze, le stragi neofasciste, le figure di Rauti e Maletti. Non è stata in grado di rispondermi».
    Una cosa veniva fuori chiara, dal suo intervento: un filo nero attraversa la storia della Repubblica.
    «Mi sono attenuto alle sentenze passate in giudicato, niente di opinabile. Ho citato stragi accertate del neofascismo: piazza Fontana, Brescia, la bomba a mano alla questura di Milano, Peteano. Portano la firma di Ordine Nuovo. E Pino Rauti era l'ideologo di Ordine Nuovo. Perché non mi ha risposto sui fatti? Con una sola frase, poi, ha fatto un doppio errore: mi ha definito giudice quando sono sempre stato un pubblico ministero; mi ha addebitato il depistaggio su via D'Amelio, quando l'ho smascherato io. È disinformata. Ma la cosa grave è che la maggioranza al Senato l'ha applaudita. Non leggono le sentenze, non conoscono nemmeno i fatti più elementari».
    Riconoscerà che la verità giudiziaria non coincide sempre con la verità storica.
    «Perché i testimoni vengono uccisi, i documenti spariscono. È già un miracolo fin dove la magistratura arriva».
    E ci è andato giù piatto.
    «Perché vedevo una grave lacuna nel dibattito. Tutti parlano del fascismo, un fatto storico, finito nel 1945. Perché non parliamo del neofascismo che ha insanguinato l'Italia e gravemente deviato la storia repubblicana? Il neofascismo che è alle radici culturali del partito di Meloni. La strategia della tensione ha segnato la nostra storia. E non dimentico che Giovanni Falcone ha imboccato la via crucis quando cominciò a indagare sulla pista nera nel delitto Mattarella».
    Perplesso sulla fermezza contro la mafia dei colletti bianchi?
    «Con la mafia, non si deve pensare soltanto ai brutti sporchi e cattivi, tipo Riina. L'asse portante è la borghesia mafiosa. Torno alle sentenze: parliamo dello stalliere Vittorio Mangano, dei soldi pagati da Fininvest alle cosche, di Marcello Dell'Utri che continua a dettare la linea in Sicilia? Si può onorare Borsellino e poi poggiarsi sui voti di Berlusconi?».
    Il presidenzialismo è così pericoloso?
    «Ne abbiamo viste anche troppe, di democrazie presidenziali che poi si trasformano in regimi illiberali. Per questo i padri costituenti immaginarono un sistema di robusti pesi e contrappesi. Hanno già cominciato con l'attacco alla magistratura».
    Intende i progetti del ministro Carlo Nordio?
    «Vorrebbe togliere le indagini ai magistrati per darle solo alla polizia. Fosse per lui, si tornerebbe a una giustizia di classe»
  2. G20 CON IL PAPA ? Duri attacchi all'Occidente, generiche rassicurazioni sull'economia colpita dalle sanzioni e improbabili tentativi di giustificare la brutale invasione dell'Ucraina. Al forum annuale del Club Valdai, Vladimir Putin ha toccato i temi più disparati, ma soprattutto ha esibito ancora una volta davanti alle telecamere i punti fermi della sua propaganda. Nel suo intervento fiume, durato oltre tre ore e mezza, Putin ha anche affermato che Mosca non intende ricorrere alle armi nucleari nella guerra in Ucraina: apparentemente un segnale di distensione. Poi il presidente russo si è però lanciato in una previsione poco rosea sul futuro affermando che il mondo ha di fronte quello che sarà «probabilmente il più pericoloso, imprevedibile e allo stesso tempo importante decennio dalla fine della Seconda guerra mondiale». Una dichiarazione abbinata a quella, più volte ripetuta anche in passato, secondo cui «sta volgendo al termine il periodo storico del dominio incontrastato dell'Occidente», che Putin ha accusato di «un gioco pericoloso, sanguinoso e sporco» in politica internazionale usando parole che rievocano il mito della «fortezza assediata» tanto caro alla propaganda del Cremlino.
    «Non pensiate che la Russia sia vostra nemica», ha detto Putin rivolgendosi ai cittadini dei Paesi occidentali. Poi però ha accusato l'Occidente di minare «i valori tradizionali» anche attraverso il riconoscimento di «dozzine di generi» e le «parate gay». Dichiarazioni pesanti, anche perché arrivano proprio nel giorno in cui la Duma ha approvato degli emendamenti che inaspriscono la famigerata legge che vieta la «promozione delle relazioni non tradizionali» e che rende potenzialmente illegale ogni manifestazione in difesa dei diritti degli omosessuali.
    Putin è maestro nel rigirare la frittata, e al forum di politica internazionale Valdai ha affermato che la Russia difende il suo diritto di «esistere» ed è tornato ad affibbiare ai Paesi occidentali tutte le colpe della guerra in Ucraina dipingendo il conflitto come parte di una lotta dell'Occidente per il dominio. «Negli ultimi mesi l'Occidente ha fatto un certo numero di passi per fomentare l'escalation in Ucraina», ha dichiarato colui che ha scatenato la guerra e che ha recentemente annunciato l'annessione illegale alla Russia dei territori occupati. Il presidente russo ha poi rivolto di nuovo a Kiev l'accusa (senza prove) di voler realizzare una «bomba sporca», ovvero un ordigno convenzionale contaminato con elementi radioattivi. Ma ha anche escluso che la Russia intenda usare le armi nucleari in Ucraina: «Non ne vediamo la necessità. Non avrebbe senso, né politicamente né militarmente», ha dichiarato Putin. Nelle scorse settimane, il leader del Cremlino aveva minacciato «l'uso di tutti i mezzi a disposizione» per difendere i territori che lui reputa «russi»: parole largamente interpretate come un chiaro riferimento al possibile uso di armi nucleari. Putin ora smentisce. «Non abbiamo mai detto nulla in modo proattivo sul possibile uso delle armi nucleari da parte della Russia. Abbiamo solo risposto con accenni ai commenti espressi dai leader dei Paesi occidentali», ha affermato puntando il dito contro l'ex premier britannica Liz Truss proprio mentre il Pentagono chiariva che gli Usa intendono usare il loro arsenale nucleare anche in caso di pericolosi attacchi convenzionali.
    C'è una frase che pare sintetizzare perfettamente il pensiero di Putin sull'Ucraina. «Solo la Russia, che ha creato l'Ucraina, potrebbe garantirne la sovranità», ha affermato il presidente russo dimostrando in realtà di non avere il minimo rispetto per l'indipendenza e la sovranità dell'Ucraina, che nella sua mente dovrebbe essere una sorta di satellite di Mosca, e che del resto lui ha ordinato di invadere scatenando una guerra atroce in cui sono morte migliaia e migliaia di persone. «Penso sempre alle vite umane perse», ha detto Putin, ma a parte queste parole, il presidente russo non è certo sembrato intenzionato a fare un passo indietro.
  3. IL DOPPIO GIOCO DI XI : Caro nemico, ti scrivo. Xi Jinping lancia un messaggio distensivo a Joe Biden, ma nessuno sembra in vena di distrarsi, come dimostra il nuovo documento del Pentagono che ribadisce la strategia di sicurezza nazionale Usa: la Cina è la "minaccia" numero uno. In una lettera indirizzata al Comitato nazionale per le relazioni Usa-Cina, riunito in una cena di gala, il leader cinese sostiene che i due Paesi «devono trovare il modo di andare d'accordo» per tutelare la pace e lo sviluppo nel mondo. Un mondo che «non è né pacifico né tranquillo», dice Xi. «In quanto grandi potenze, il rafforzamento della comunicazione e della cooperazione» bilaterale «aiuterà ad aumentare la stabilità e la certezza globali».
    Dopo la missiva di Xi, è arrivato l'annuncio del ministero della Difesa cinese, che si è detto pronto a riprendere le comunicazioni nella sfera militare con Washington. Il dialogo era stato interrotto dopo la visita di Nancy Pelosi a Taipei.
    Proprio Taiwan è il tema su cui le tensioni rischiano di diventare esplosive. Dal XX Congresso è emerso chiaramente come Pechino si senta sotto attacco. La parola "sicurezza" è stata quella più utilizzata nella relazione politica di Xi, che ha insistito molto sui concetti di "rischio", "sfide" e "lotta". Dimenticata l'era delle "opportunità strategiche", la Cina sa di essere nel mirino della superpotenza americana.
    L'apparente ricerca di distensione ha due ragioni principali dal punto di vista di Pechino. La prima: mantenere aperta la possibilità di un bilaterale tra Xi e Biden a margine del G20 indonesiano di Bali. Sarebbe il primo. La seconda, nonostante oppure proprio a causa della prevedibile reticenza americana al disgelo: alimentare la narrativa secondo cui la Cina è una potenza "responsabile" che cerca il dialogo presso i paesi in via di sviluppo e quelli europei. I primi destinatari del nuovo progetto di politica estera made in China, la Global Security Initiative che si sostituirà in parte alla Belt and Road. I secondi divisi sull'approccio da tenere nei confronti di Pechino, come dimostra il contropiede tedesco sul porto di Amburgo (ceduto in parte al colosso cinese Cosco) con tanto di viaggio solitario programmato da Olaf Scholz in terra cinese.
    Consapevole che un vero disgelo con Washington è difficile, se non impossibile, Pechino ha subito rassicurato la Russia. Il ministro degli Esteri Wang Yi, destinato a diventare il capo della diplomazia cinese da marzo, ha parlato proprio ieri con l'omologo Sergej Lavrov. «La Cina si impegna a sostenere formalmente» Mosca contro difficoltà e disordini e a «stabilirsi ulteriormente come grande potenza», ha detto Wang: «Ogni tentativo di bloccare il progresso delle relazioni tra Cina e Russia non avrà mai successo».
    Un colpo da una parte e uno dall'altra, mentre in Giappone e a Taiwan preoccupa la voce secondo cui l'aeronautica Usa sostituirà la flotta di caccia F15 basata a Okinawa con una presenza "a rotazione". Xi, intanto, ha scelto Yan'an per la prima visita del suo terzo mandato. Si tratta del punto di arrivo della lunga marcia di Mao Zedong e base del Partito dal 1935 alla svolta favorevole del 1948 nella guerra civile. Le due volte precedenti era stato a Shenzhen e Shanghai, simboli del miracolo economico dell'era Deng Xiaoping e dell'apertura cinese al mondo.
  4. CI SI STA PREPARANDO ALLA GUERRA NUCLEARE ? Washington alza il livello della deterrenza e tara il suo arsenale nucleare per rispondere anche ad attacchi convenzionali. Il segretario del Pentagono Lloyd Austin ha mandato in soffitta, presentando la National Defense Strategy, la proposta che Biden aveva avanzato in campagna elettorale quando aveva sostenuto il ricorso alla deterrenza atomica solo in caso di offensive nucleari. Ieri mattina il segretario della Difesa ha convocato una conferenza stampa e ha illustrato le linee guida della politica americana in materia di sicurezza, nucleare e missilistica. Il cambio di rotta è evidente e arriva mentre i venti del ricorso al nucleare tattico o a bombe sporche incendiano ulteriormente il clima fra Ucraina e Russia; non c'è una correlazione diretta, spiegano fonti del Pentagono che hanno partecipato alla "review", ma è chiaro che il timing non è casuale.
    Come forse non è casuale che la sostituzione del dispositivo atomico – cento bombe piazzate in Italia, Olanda, Germania e Turchia – avverrà con almeno tre mesi di anticipo; entro fine anno anziché in primavera. Si tratta di installare le nuove B61-12 al posto degli ordigni più datati. Saranno più versatili, teleguidati e potranno anche essere montate e sganciate da Tornado oltre che dai tradizionali bombardieri e caccia F-15 e F-16 statunitensi.
    Il portavoce del Pentagono ha spiegato che questo "avvicendamento" affonda negli anni passati quando si era deciso di fare un ammodernamento. Ma fonti di Politico hanno riferito che durante l'ultima ministeriale Nato, Lloyd Austin ha spiegato la mossa agli alleati europei per rassicurarli del sostegno americano nei confronti delle azioni russe. «Non possiamo cedere al ricatto nucleare di Putin», aveva detto – secondo quanto contenuto nei cablo diplomatici visti dal giornale Usa – un ministro europeo. L'Alleanza atlantica su questo è compatta, così come sul continuare a sostenere Kiev. Ieri il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avuto un colloquio telefonico con Jens Stoltenberg, al quale ha ribadito il pieno sostegno dell'Italia all'Ucraina contro l'invasione russa e la necessità di rafforzare l'impegno della Nato nel contrasto alle minacce di diversa natura, comprese le sfide del Sud.
    Nella revisione strategica americana la Russia viene definita "minaccia acuta". Significa – e il senso lo ha spiegato lo stesso Austin – che pone un rischio alto nell'immediato, ma che è percepita in declino per il futuro. Ed è questo che la differenzia dalla Cina che resta la minaccia numero uno per gli Stati Uniti, visto il suo potere economico, tecnologico e una postura militare da potenza emergente dotata di un arsenale atomico in espansione.
    Sul nucleare in particolare Mosca viene descritta nel documento di 80 pagine come una potenza da 2000 armi nucleari tattiche e non vincolata ad alcun trattato ne ne limiti il numero. È una cosa che accresce la possibilità «che usi queste forze per vincere una guerra nella sua periferia o evitare una sconfitta se è in pericolo di perdere una guerra convenzionale». Ed è esattamente questo che minaccia Putin nonostante le rassicurazioni che Mosca – a ogni livello – sta facendo. La Casa Bianca ha detto di non aver segnali che la Russia sull'uso di bombe sporche. Ma c'è il timore che questi allarmi – l'accusa all'Ucraina di volere utilizzare – sia la classica "false flag", un bersaglio per distogliere l'attenzione e scaricare su altri la responsabilità delle proprie azioni.
    La linea americana non cambia. John Kirky, portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale, ieri in un briefing con alcuni giornalisti ha ribadito alcuni pilastri fermi. Il primo riguarda il conflitto che può «finire solo se Putin ritira le sue truppe». Il Cremlino l'ha iniziato, e tocca ai russi fermarlo. Washington, è la linea ufficiale, non vuole imporre una linea a Zelensky, «tocca a lui decidere quando e se sedere al tavolo». Nel frattempo, l'America continua a finanziare con armi e aiuti l'Ucraina. I timori americani sono legati all'Iran e al sostegno che Teheran sta fornendo a Mosca sul campo di battaglia. La Russia starebbe cercando di acquistare dalla Repubblica islamica altri armamenti più sofisticati oltre ai droni lanciati dalla Crimea grazie all'aiuto degli esperti iraniani.
    L'Amministrazione Usa non chiude le porte comunque al dialogo, canali di comunicazione con Mosca ci sono e sono affollati negli ultimi giorni. Ci sono contatti a livello di ambasciate; il capo degli Stati maggiori Milley ha parlato con l'omologo Gerasimov e in meno di 72 ore Austin ha sentito Shoigu. L'obiettivo sembra più alto del limitare i rischi di incidenti. Biden non ha intenzione di vedere Putin al G20, ma Kirby ha anche spiegato che non c'è agenda chiara perché troppo prematura.
  5. ASSURDO : Se ne è andata in punta di piedi, in una calda mattina di ottobre. Ha aspettato che la mamma uscisse di casa per volar via, così, cercando di non dar più fastidio. Chiara – il nome che si era scelta – aveva 19 anni e sin da piccola si era sempre sentita donna.
    Tre giorni fa ha messo fine ad anni di mortificazioni, violenze psicologiche, emarginazione e ha scelto di farlo nella casa dove tutto era cominciato, il piccolo appartamento di Scampia che divideva con il padre, la madre e due sorelle, che si ritrovarono per la prima volta uniti il giorno in cui cominciarono a giudicarla. Era solo un'adolescente insicura quando decise aprirsi alla sua famiglia nella speranza che almeno tra le mura domestiche potesse trovare un attimo di pausa. Un errore. La reazione fu terribile, agli sfottò e alle aggressioni che già subiva a scuola e in strada si aggiunse il disprezzo più doloroso, quello dei suoi cari. Per resistere chiamò qualcuno che poteva aiutarla, fece il numero verde del Gay Help Line, le rispose Alessandra Rossi: «Certo che mi ricordo di Chiara, come potrebbe essere diversamente, è stato uno dei casi più delicati dei tanti che abbiamo sino ad oggi affrontato. Aveva 17 anni quando mi chiese "Cosa c'è di male in me?"». I ricordi dell'operatrice – oggi responsabile del "Gay Center" di Roma – sono filtrati da una comprensibile esigenza di privacy e da un'emozione che incrina la voce. Perché la storia di Chiara fa sbandare anche chi è abituato alla crudezza della trincea.
    Troppi rifiuti, troppo dolore per una ragazzina già costretta a crescere in una famiglia in gravi difficoltà economiche, in un contesto di degrado, accompagnata dalla naturale cattiveria dei coetanei. Per colpa di quegli adolescenti malcresciuti dai genitori e mal guidati dai docenti, infatti, Chiara lascerà gli studi. Una scelta che peserà. «Le sue telefonate lasciavano il segno, ci raccontava delle prese in giro, degli insulti, del bullismo. C'era una frase che ripeteva: "Sono in un labirinto senza uscita"», la stessa frase che scrisse in una lettera. L'organizzazione si attivò. «Ovviamente si. Ma non è così facile intervenire in certi casi. Attivammo il protocollo contro gli atti discriminatori (tramite l'Osservatorio interforze del ministero dell'Interno), fu collocata in comunità, dove però i minori trans non sono accolti sulla base della loro identità di genere. Mi diceva "Io mi sento una donna, vorrei truccarmi, vestire al femminile, non da maschio. Vorrei non avere paura"». E non era finita. «La strada per chi denuncia è in salita, in particolare per i minorenni. Infine, c'è anche l'essere vittimizzati da operatori impreparati ad accogliere le identità senza pregiudizi» .
    Operatori che fanno danni? «C'è bisogno di formazione, sia tra gli assistenti sociali sia tra chi lavora in comunità sia tra le forze di polizia». E siamo arrivati al ritorno a Scampia. «Cioè il momento in cui Chiara scopre che la morte del padre (avvenuta mentre era lontana, ndr) e la malattia della madre hanno peggiorato le cose. Lei è ancora più sola, senza un iter scolastico (che permetterebbe altri sostegni), senza un lavoro, senza soldi per avviare il percorso di transizione, senza un orizzonte». Una tragedia che si poteva evitare? «Si, certo che sì. È per questo che sente la mia voce incrinata...
  6. STIAMO RISCHIANDO DI MORIRE DI SETE ? «Se queste temperature dureranno ancora a lungo e non ci saranno le piogge la prossima estate invece del grano raccoglieremo la paglia perché in primavera rischia di non crescere la spiga». Le parole di Gabriele Carenini, il presidente regionale della Cia-agricoltori italiani, descrivono le preoccupazioni dei contadini che hanno iniziato la semina dei cereali. Qualcuno ha scelto di ritardarla confidando nell'arrivo dell'autunno e delle precipitazioni piovose ma l'allarme è alto, altissimo. «A Torino è piovuto meno che a Tunisi, le falde si abbassano, le riserve in montagna si riducono e il problema della siccità sembra non interessare alcuno», accusa Igor Boni, presidente di Radicali Italiani. Una provocazione? Probabile, ma è basata sui numeri: «Da gennaio ad aprile a Tunisi sono scesi 341 millimetri d'acqua mentre a Torino, nello stesso periodo, - racconta Boni - ne sono caduti solo 260 millimetri».
    Angelo Robotto, direttore dell'Arpa Piemonte, vorrebbe vedere la serie storica della piovosità tra le due città per capire se c'è una tendenza in corso anche se conferma che «quest'anno siamo di fronte ad una forte anomalia che interessa non solo il capoluogo ma tutta la regione». Ecco i numeri: «Al 12 ottobre il deficit pluviometrico segna un meno 42%, a fronte di una media storica di precipitazioni di 797 millimetri tra gennaio e il 12 ottobre, nel 2022 ne sono caduti 463». E il 9 ottobre è stato il terzo giorno più piovoso dell'anno in tutta la regione con 22,7 millimetri.
    Le scarse precipitazioni e caldo anomalo - «ad ottobre - spiega Robotto - la temperatura è di 2 gradi superiore alla media» - hanno fatto scendere al 25% la capacità massima teorica degli invasi. Che fare, allora? Per il direttore dell'Arpa l'unica strada da perseguire è quella «degli interventi strutturali. È necessario costruire nuovi invasi e nello steso tempo ampliare le attività per individuare e poi scavare nuovi pozzi per prelevare le acque dalle falde».
    E per farlo servono risorse, tante risorse. Per Ettore Prandini, presidente nazionale di Coldiretti, «la quota al momento destinata nel Pnrr al miglioramento dei sistemi irrigui in agricoltura è assolutamente insufficiente». E dal suo punto di vista «è inutile destinare il 30% delle risorse Ue ai Comuni mentre sarebbe più opportuno usarli per ottimizzare le condizioni di erogazione dell'energia e dell'acqua».
    Dichiarazioni che probabilmente scateneranno un duro scontro con gli enti locali. Quel che è certo, però, è che «il combinato disposto di mancanza d'acqua e alte temperature, ad ottobre le temperatura media giornaliera è stata di 2 gradi oltre la norma - spiega Robotto - si porta dietro un peggioramento della qualità dell'aria». E il 2022 segna un'inversione di tendenza perché per la prima volta dopo anni di calo, i giorni di superamento del livello minimo di polveri sottili sono in aumento. La centralina del Lingotto ha registrato 61 sforamenti contro 32 del 2021. A Rebaudengo si è arrivati a 64 contro 49 mentre a Rubino sono stati 29, sei in più dell'anno scorso. Certo la situazione è migliorata: nel 2000 c'erano stazioni che registravano 264 superamenti l'anno e la concentrazione di Pm10 è di fatto dimezzata rispetto al 2003. Ma negli ultimi tre anni i dati ricordano quelli del 2015/2016. Insomma, il trend virtuoso si è quantomeno fermato, e il cambiamento climatico non dà una mano nella dispersione degli inquinanti. Intanto Arpa - che ha firmato un protocollo di collaborazione con Legambiente - ha lanciato l'app Aria Piemonte, che in tempo reale dà informazioni sulla qualità dell'aria e le limitazioni adottate per ridurre le concentrazioni dei diversi inquinanti per auto, agricoltura e riscaldamento.
  7. IL VESCOVO NON HA NULLA DA DIRE ? «Aiutateci» gridano due donne, afferrando le braccia di una ragazza sospesa nel vuoto, al di là del parapetto del ponte di lungo Stura Lazio. Le loro voci, laceranti, vengono registrate dalla centrale operativa della polizia. «Aiutateci, si vuole buttare» urlano di nuovo, attraverso il telefono rimasto attivo per quasi 5 minuti. I secondi scorrono, i soccorsi sono in arrivo. Un uomo passa lungo il ponte, osserva la scena e allarga le braccia, indifferente, come se quella lotta improvvisa per salvare una vita non lo riguardasse. A metà telefonata il dramma muta, come le frasi impastate di terrore che cambiano senso. «Aiutatela, è caduta». Lì, in quel momento sbuca dall'altro lato della città una volante della polizia. Prima un agente, poi l'altro, si gettano nell'acqua della Stura. Raggiungono la ragazza, la sollevano, si aggrappano al pilone del ponte e la tengono a galla fino all'arrivo dei vigili del fuoco. Salva, dopo venti minuti nell'acqua gelida.
    Questa la trama del salvataggio di una ragazza moldava, che l'altra mattina ha cercato di togliersi la vita buttandosi dal ponte Amedeo VII, nella zona nord della città. Salvata grazie a una catena di solidarietà, professionale e occasionale, che in fondo riscatta chi si è voltato dall'altra parte o non ha mosso un dito. Salvata da gente di passaggio, poliziotti, vigili del fuoco, soccorritori del 118. Ognuno ha fatto la propria parte: chi per umanità, chi per dovere.
    Così ecco due donne, che non si conoscono, ma si fermano lungo la strada e insieme agiscono d'istinto, afferrano la ragazza per le braccia e la bloccano per alcuni minuti sul margine del ponte, mentre telefonano al numero di emergenza. «Aiutateci». All'altro capo della città, nella sala della questura, c'è l'ispettore Giuseppe Galati, responsabile in quel momento di gestire l'emergenza. Le informazioni arrivano rapide, e rapide devono essere le sue decisioni. «Sentivamo le urla angosciate attraverso quel telefono rimasto attivo - spiega - Non riuscivamo a dialogare, ma grazie alla tecnologia abbiamo potuto localizzare perfettamente il luogo della chiamata». Accanto a lui, di fronte a un monitor che disegna la mappa di Torino, e dove lampeggiano punti luminosi e indirizzi, c'è una giovane operatrice, Debora Zecchin, che lancia un ordine perentorio dal microfono della sua radio. «Milano 1, dove siete? Raggiungete subito lungo Stura Lazio, siete la pattuglia più vicina». A bordo ci sono due agenti, anche loro giovanissimi: Nicola Cortese, e Walid Ahardane, italianissimo poliziotto con orgogliose radici marocchine. Arrivano sul ponte e si buttano nell'acqua, aspettando l'arrivo dei vigili del fuoco con l'elicottero e i sub. «Quella ragazza - raccontano gli agenti - farfugliava frasi, mostrandoci un braccio ricoperto di ferite, di tagli. Segni di precedenti tentativi di suicidio». Con loro, in strada, c'è un altro ispettore, Walter Marulla, un poliziotto di lungo corso, che coordina l'attività delle volanti in servizio in quel momento. «I due colleghi - racconta - sono rimasti in acqua una ventina di minuti. Quando sono usciti erano infreddoliti, in ipotermia. La temperatura corporea di Walid era di 33 gradi».
    Finiscono tutti in ospedale. La ragazza al Cto, per controlli e poi per un percorso di sostegno, per cercare disinnescare quella violenza contro sé stessa. I due agenti alle Molinette, per qualche flebo, e una visita di routine.

 

28.10.22
  1. IL VACCINO SOLO UN BUSINESS :  Pfizer sarebbe al centro di un'indagine in Italia perché avrebbe nascosto almeno 1,2 miliardi di euro di profitti trasferendo denaro a rami di azienda negli Stati Uniti e Paesi Bassi. Lo ha riportato l'agenzia Bloomberg. La Guardia di Finanza avrebbe ipotizzato che la sede Pfizer vicino Roma avrebbe evitato così le tasse sugli utili. «Pfizer è in regola con il pagamento delle tasse e conforme ai requisiti richiesti dall'Italia», la replica.
  2. PUTIN PRENDE IN GIRO IL PAPA: Dopo lo spiraglio aperto dal Cremlino per un dialogo con il Papa, la diplomazia della Santa Sede accelera i lavori per una possibile mediazione di pace - che magari coinvolga anche gli Stati Uniti - incoraggiata dal presidente della Francia Emmanuel Macron nel colloquio di lunedì con il Pontefice, durante il quale si è parlato molto di guerra in Ucraina. Oltretevere si predica massima prudenza, trapelano scetticismo nei confronti di Mosca e dubbi su risultati effettivi in tempi brevi, ma la disponibilità a una trattativa resta totale.
    Con il passare dei giorni crescono le voci su un possibile intervento negoziatore del Vaticano, soprattutto dopo che il Capo dell'Eliseo ha chiesto a Francesco di farsi promotore di un'iniziativa contattando il presidente russo Vladimir Putin, il patriarca ortodosso di Mosca Kirill e Potus, Joe Biden. Una proposta accolta in modo favorevole dal Cremlino, come ha comunicato il portavoce Dmitry Peskov.
    Bergoglio aveva già sottolineato la necessità ed espresso la volontà di dialogare con lo Zar durante il volo di ritorno dal Kazakistan. Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ribadisce che «noi siamo aperti e disponibili a fare tutto il possibile, se c'è una piccola apertura certamente ne approfitteremo». Allo stesso tempo, dal porporato emerge realismo: la dichiarazione «del Cremlino con la loro posizione» è un segnale di «speranza», però finora «non sappiamo che cosa significano queste parole e quali sviluppi potranno avere». Su una risposta della Santa Sede prende tempo: «Adesso vedremo, lasciateci pensare, stiamo riflettendo su cosa si potrebbe eventualmente fare». Anche riguardo una telefonata a Putin Parolin preferisce restare cauto: «Adesso vedremo, lasciateci pensare».
    Nel frattempo il Vescovo di Roma ieri, all'udienza generale, ha dedicato un pensiero solidale a Kiev, chiedendo a Dio che porti «tutti» sulla strada di una riconciliazione duratura. Mentre lunedì, nell'incontro con i seminaristi e i preti che studiano a Roma, aveva chiesto ai sacerdoti ucraini di pregare per i loro «aggressori, per il loro peccato, per questo che viene qui a rovinarmi la patria, a uccidermi i miei. Pregate, perché Dio li converta e voglia venire la pace».
  3. IL FRONTE IRAN-RUSSIA-CINA-INDIA CONTRO L'OCCIDENTE ESISTE : La «pistola fumante» che prova l'uso dei droni iraniani in Ucraina l'ha portata il presidente israeliano Isaac Herzog nel suo incontro con «l'amico» Joe Biden nello studio Ovale. Una visita dominata dal dossier Kiev e dal possibile superamento della lunga neutralità di Israele dopo l'ulteriore rafforzamento dell'alleanza tra la Russia e l'arci nemico Iran, anche se la linea verrà decisa dal nuovo governo dopo le incerte elezioni politiche del primo novembre: se dovesse tornare Benjamin Netanyahu, che ha un saldo rapporto personale con Vladimir Putin, sarebbe più probabile un mantenimento dello status quo. Herzog ha portato con sè foto dei droni esplosivi preparati per il lancio in un'esercitazione militare in Iran nel dicembre 2021, affiancandole ad un'altra foto che fa vedere lo stesso tipo di drone abbattuto durante i combattimenti in Ucraina. «Nonostante le negazioni e i tentativi di Teheran di oscurare le origini iraniane dei droni aggiungendo insegne russe, le foto mostrano che gli stabilizzatori dei droni sono identici nella loro struttura, dimensioni e numerazione», aveva spiegato l'ufficio stampa del governo israeliano alla vigilia dell'arrivo di Herzog. Anche i motori sono gli stessi. «Le armi iraniane giocano un ruolo chiave nella destabilizzazione del mondo e la comunità internazionale deve trarre una lezione, ora e in futuro», ha detto Herzog.
  4. GLI IRANIANI NON MOLLANO: Noi non smetteremo di combattere, ma voi non dimenticate la nostra lotta. L'Iranian Women of Graphic Design raccoglie su una piattaforma online e condivisa su Instagram le opere di artiste e artisti ispirati al movimento di protesta nato con la morte di Mahsa Amini. Il motto del collettivo è print and share, stampa e fai girare: sono manifesti, adesivi e poster pronti per essere scaricati, replicati e condivisi «online, sui muri e nelle strade di tutto il mondo». Ovunque possa arrivare il grido del movimento di protesta #WomenLifeFreedom.
    «Abbiamo visto che più le persone partecipano alle proteste, più il regime cerca di metterle a tacere. Ragazzi e ragazze, studenti e studentesse, uomini e donne, vengono uccisi. E il regime soffoca il movimento e le sue voci anche tagliando internet - ha spiegato il collettivo al magazine dedicato a design e grafica "It'snice That" -. Ecco perché per noi è vitale convincere le persone che vivono fuori dall'Iran a essere sempre più rumorose». Nelle ultime sei settimane il profilo Instagram si è trasformato da una semplice raccolta di progetti grafici sul femminile in un database internazionale di lotta, aperto e sempre in aggiornamento. Molti dei manifesti dei creativi - tra cui Mojtaba Adibi, Mahdis Nikou e Or Yogev, gli italiani Gianluca Costantini e Laura Acquaviva - rappresentano una donna che si taglia i capelli, ma ci sono anche opere sulle disumane condizioni di detenzione nella famigerata prigione di Evin, dove sono stati rinchiusi molti manifestanti. Alcuni temi comuni sono il rosso, il verde e il bianco della bandiera iraniana, l'Iran raffigurato come una donna e il tulipano che rappresenta il sangue dei martiri.
    Il collettivo Iranian Women of Graphic Design chiede a designer e artisti di contribuire alla collezione pubblicando i propri lavori su Instagram con gli hashtag #WomenLifeFreedom e #MahsaAmini: «Condividere sui social la nostra rivolta, anche visiva e grafica, ci aiuta ad amplificare le voci di protesta e di lotta per la libertà dall'Iran. Così com'è importante portare queste immagini ribelli nelle strade, unirsi e manifestare insieme a noi nelle città di tutto il mondo».
  5. DAVIGO COLPITO PER MONITO : «Alla fine andiamo carcerate noi». È la mattina del 15 ottobre 2020 e mancano cinque giorni al pensionamento del consigliere del Csm Piercamillo Davigo per sopraggiunti limiti di età. La segretaria dell'ex pm di Mani pulite, Marcella Contraffatto, e l'assistente di studio Giulia Befera sono molto preoccupate.
    Nelle chat, sequestrate dalla procura romana e solo ora depositate al processo che vede Davigo imputato a Brescia per rivelazione del segreto d'ufficio – per aver diffuso i verbali segretati di Piero Amara sulla fantomatica loggia Ungheria – le due donne si scambiano pensieri su quello che sta accadendo al Consiglio superiore della magistratura. Su un presunto «complotto» contro Davigo, sui «poteri forti che decidono tutto a tavolino». Sulla «bomba che bisognerebbe far esplodere» sui giornali per impedire che termini il mandato dell'«ultimo baluardo della legalità».
    La prima a scrivere è Contraffatto, poi licenziata dal Csm, ora imputata a Roma per calunnia ai danni del procuratore milanese in pensione Francesco Greco. Soprattutto indagata in un secondo fascicolo per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento personale: un'inchiesta che l'accusa di essere l'autrice del dossieraggio a diverse testate giornalistiche dei verbali segretati di Amara, che il pm milanese Paolo Storari aveva consegnato a Davigo per «tutelarsi dalla inerzia della procura» che le indagini non hanno confermato. L'ex segretaria di Davigo, che si è rifiutata di testimoniare a Brescia perché imputata nell'altro processo, racconterà per la prima volta la sua verità il 27 novembre al gup romano che dovrà decidere se rinviarla o meno a giudizio. «Tu conosci la mail personale di Marco Travaglio?», chiede Contraffatto a Befera (non indagata). «Come mai?». La risposta: «Potrebbe essere utile». «Ma prima di lunedì o martedì» sottolinea la più giovane assistente presentata a Davigo proprio da Contraffatto e che ha finito di lavorare al Csm al termine del mandato del consigliere. «Ma non possiamo dire quello che sappiamo. Come? Con che prove? Alla fine andiamo carcerate».
    Come Befera spiegherà all'udienza del processo bresciano in cui ha testimoniato, la volontà più volte manifestata da Contraffatto – che definisce «sopra le righe, ultimamente fuori di testa» – di rivolgersi ai giornali le sembrava una «pazza idea», un «intento fantasioso». «Meriterebbero un ricatto: se sto fuori racconto tutto. Ma che ci vuole?», è sempre Befera a scrivere, riferendosi a Davigo. «Non dirà niente. Stefano dice che potrebbero ammazzarlo. Ho avuto paura», scrive Contraffatto tirando in ballo il magistrato Stefano Amore, assistente alla Corte costituzionale. «Parliamo di poteri forti. Maledetto il giorno in cui ha saputo queste cose. È iniziata la fine di tutto», sostiene riferendosi ai verbali su Ungheria che sono «in uno scaffale» dell'ufficio di Davigo noto a entrambe. Contraffatto rincara la dose: «Pensavo a un grande titolo a effetto sul giornale: "Ricattato dai vertici del Quirinale. Come mai? Personaggio scomodo"».
    Befera prova a tagliare corto: «Davigo non ne sarebbe contento». La risposta: «Lui non deve sapere. Lui non lo saprà mai». E ancora scrive Contraffatto: «Non siamo solo noi che sappiamo. Sono sicura che Ermini lo sa, che Salvi lo sa. Lo sa Marra, lo sa Ilaria. Perché proprio noi? Io manco ho mai visto niente».
  6. PERICOLOSO : Si è concluso con un compromesso il primo tempo della partita tra Berlino e Pechino per il controllo della gestione di uno dei quattro terminal del porto di Amburgo, il più piccolo. Sarebbe l'undicesimo porto in Europa a vedere la partecipazione del colosso di Stato della navigazione Cosco (China Ocean Shipping Company) nelle società portuali in Europa e nel Mediterraneo. La società cinese voleva acquistare attraverso una sua controllata il 35% della società di gestione del terminal Tollerort di Amburgo dalla società tedesca Hhl per 65 milioni di euro. Un terminal, che pur nella sua modestia, mobilita comunque 1,1 milioni di container ogni anno. Ma una legge in vigore in Germania non consente a società straniere di acquistare quote superiori al 25% senza avere luce verde dai ministeri competenti. Luce verde che è mancata. Sei ministeri si sono espressi in modo contrario, sollevando una bufera sulla stampa tedesca, anche perché la cancelleria – presieduta dall'ex sindaco di Amburgo - premeva per un accordo in ogni caso, soprattutto alla vigilia del primo viaggio in Cina di Olaf Scholz a inizio novembre. Le preoccupazioni del ministero dell'Economia tedesco erano legate ad un coinvolgimento crescente della Germania nella nuova Via della Seta «con il rischio che infrastrutture sotto l'influenza della Cina non fossero disponibili in caso di conflitto o crisi» riporta un documento del ministero. Anche la Commissione Ue aveva espresso perplessità per il timore che informazioni sensibili potessero arrivare in mani non proprio neutrali. Dopo giorni di polemiche l'anelato compromesso interno alla maggioranza è arrivato. Il governo federale consentirà che la controllata di Cosco acquisti il 24,9% della società tedesca, senza raggiungere la maggioranza di blocco. Ma l'esito della partita è ancora da scrivere. Berlino finora ha fatto i conti senza l'oste: Cosco. La società cinese ha replicato ieri che «non c'è alcuna garanzia che la transazione verrà effettuata». Non solo. Mentre era in via di risoluzione politica il caso di Amburgo, la società cinese ha formalizzato la sua uscita dalla partecipazione del 30% nella società di investimento del terminal di Duisburg Gateway, ora in costruzione. Un'opera da 100 milioni di euro per 235.000 metri quadri. Una tempistica che è pura coincidenza? Duisburg è il più importante snodo intermodale della via della Seta in Europa, uno dei punti di scambio dove arrivano su treno i container dalla Cina per poi essere smistati nelle chiatte sul Reno o via trasporto su gomma. Ma la guerra in Ucraina ha alterato gli equilibri e rallentato i traffici, se una volta si parlava di 50 treni merci alla settimana dalla Cina, ora sono una trentina. La presenza cinese, si diceva, è diffusa. L'esempio più eclatante è il porto del Pireo dove Cosco è entrata nel 2009 e nel tempo ha raggiunto il 67% delle quote della società di gestione del porto, dove ha anche un suo terminal che possiede al 100%. Quando è entrato al Pireo il porto greco era al 20 esimo posto in Europa, ora è il quarto. Ad Anversa la sua quota di Cosco è del 20%, a Rotterdam ha oltre il 17% del Euromax-Terminal, a Bilbao il 39% del Terminal Csp, a Valencia il 51%, a Vado Ligure ha una «quota di minoranza» nel Terminal Apm.
  7. GLI OSPEDALI NON SI CHIUDONO MAI : Salvate le Molinette: in attesa del Parco della Salute, che continua ad essere declinato al futuro, si corre ai ripari, in senso letterale, per prolungare la vita del vecchio e cadente ospedale. Ed evitare il peggio: come il crollo di un controsoffitto avvenuto nei primi giorni del mese, per fortuna senza feriti, ultimo di una serie di cedimenti. Il primo conto è già salato: 32 milioni per eseguire a breve 14 interventi giudicati urgenti.
    La valutazione è stata fatta dal Gruppo tecnico costituito ad agosto dalla Regione per verificare le condizioni strutturali e impiantistiche degli ospedali della Città della Salute di Torino. Il documento è stato consegnato ad Alberto Cirio e all'assessore alla Sanità, Luigi Icardi dal direttore generale della Città della Salute, Giovanni La Valle.
    «Per la prima volta cambia l'approccio sull'edilizia sanitaria del territorio, con una visione di sistema che tiene conto degli investimenti da fare sugli edifici esistenti, ma in relazione a quelli che verranno realizzati in futuro - spiega Cirio -. Un vero piano regolatore dell'edilizia sanitaria del Piemonte per garantire a ogni cittadino il miglior accesso alle cure».
    Due le categorie individuate: interventi a breve termine, entro i prossimi tre anni, ed interventi a medio termine, entro i prossimi sette anni. Quattordici le opere urgenti da realizzare subito per un valore di circa 32 milioni, garantiti attraverso i fondi art. 71 e su cui è stato già dato mandato di avviare lo studio di fattibilità. La priorità assoluta riguarda un nuovo pronto soccorso. Seguono lavori urgenti legati alla verifica dei corridoi, all'antincendio, alle dorsali ed alle linee delle reti idriche. Tra i reparti la priorità va alla Genetica (ex Banca del sangue), alla Psichiatria, alla Medicina ed alla toraco polmonare. Per gli interventi a medio termine, invece, il valore è di circa 104 milioni: la Regione ha dato mandato di definire un ordine di priorità per valutare e calibrare gradualmente quelli necessari in base all'avanzamento del progetto del futuro Parco della Salute, rallentato dal concorso di procedure complesse aumento dei costi (energia, materie prime).
    Rispetto agli interventi realizzati in passato, comunica la Regione, lo studio riscontra i problemi di una struttura che paga la propria vetustà. Rileva inoltre che «per 10 anni gli interventi di manutenzione si sono limitati a quelli ordinari autofinanziati dall'Azienda, senza ulteriori specifiche risorse regionali». A partire dal 2019, invece, sono stati investiti sulla manutenzione, riqualificazione e ristrutturazione dei presìdi della Città della Salute circa 65 milioni, 14 di fondi regionali. «Con i direttori delle Asl valutiamo gli interventi necessari, secondo criteri di priorità e urgenza - precisa Icardi -. Nel caso delle Molinette, l'obiettivo è procedere in modo complementare all'avanzamento del cantiere del Parco della Salute. Servono interventi improcrastinabili ma bisogna evitare lavori non indispensabili, superati con la nuova struttura». Una soluzione-ponte, insomma, con il supporto di Scr, la società di committenza regionale. —

 

27.10.22
  1. L'INIZIO DELLA FINE PER XI:    Talvolta si dice che i mercati e gli investitori «brindano» di fronte ad alcuni sviluppi economici o politici. Per ora, lo champagne per festeggiare l'avvio del terzo mandato di Xi Jinping come segretario generale del Partito comunista cinese sembra rimasto in ghiaccio. Prima un'ondata di vendite degli investitori, nonostante il rilascio (in ritardo) di dati economici sopra le attese per il terzo trimestre. Poi la valuta cinese che sprofonda.
    Ieri, lo yuan ha toccato il minimo degli ultimi 15 anni contro la moneta americana, scendendo dello 0,6% ai 7,3084 per dollaro. È il livello più debole da dicembre 2007, prima che la crisi finanziaria del 2008 lanciasse la Cina al centro del palcoscenico globale. Lo yuan offshore, quello che circola sui mercati internazionali, ha toccato il valore più debole dal 2010, cioè da quando le banche di compensazione a Hong Kong hanno iniziato ad aprire conti in renminbi.
    Lunedì, subito dopo l'ufficialità del terzo mandato di Xi e della nomina di un Comitato permanente di soli fedelissimi, a Hong Kong i titoli cinesi sono scesi ai minimi dal 2008. Gli investitori stranieri hanno venduto un netto record di 2,5 miliardi di dollari di azioni della Cina continentale. L'ondata di vendite ha colpito in particolare i titoli tecnologici, da Hong Kong a New York. Nell'ex colonia britannica, l'indice tecnologico Hang Seng è sceso di oltre il 9,6%, per poi risalire del 3% ieri. L'indice Nasdaq Golden Dragon China, che tiene traccia delle principali società cinesi negoziate nelle borse statunitensi, è sceso di oltre il 14%. Quasi 80 miliardi di valore andati in fumo in una sessione. Ieri si è registrato un parziale rimbalzo. Alibaba ha ripreso il 2% dopo aver ceduto il 12,5%, Pinduoduo il 3% dopo aver perso addirittura il 24% il giorno prima. La debolezza del rimbalzo, secondo Bloomberg, dimostra che la propensione al rischio verso i titoli cinesi è rimasta contenuta.
    La reazione degli investitori stranieri è motivata dal fatto che durante il Congresso non sono emersi segnali di un possibile allentamento delle dure restrizioni anti Covid nel prossimo futuro. Non solo. Nonostante Xi abbia già parzialmente archiviato questa prassi durante gli ultimi 5 anni, tradizionalmente il premier cinese ha in carico le politiche economiche. Preoccupa che al posto del riformista Li Keqiang sia stato scelto Li Qiang, cioè colui che ha supervisionato il draconiano lockdown di Shanghai. Da capo del partito nella metropoli, si è in realtà mostrato aperto ai mercati ma la sensazione soprattutto all'estero è che nel terzo mandato di Xi nessuno avanzerà perplessità sul maggiore controllo dello stato imposto al settore privato. La retorica della "prosperità comune", incastonata nello statuto del Partito tramite un emendamento approvato al Congresso, a spaventare invece soprattutto i ricchi cinesi. Mentre si rincorrono le voci su una possibile patrimoniale, in tanti iniziano a guardare al di fuori della Cina continentale. Non più verso Hong Kong, dopo la sua «normalizzazione», ma soprattutto verso Singapore.
    Pechino ha provato a rassicurare. L'agenzia di pianificazione cinese ha dichiarato che promuoverà gli investimenti esteri con particolare attenzione alle industrie manifatturiere e rafforzerà inoltre il sostegno finanziario alle imprese straniere. Uscita che si aggiunge all'espansione del pil del 3,9% nel terzo trimestre. Un dato sopra le attese motivato soprattutto dagli investimenti nelle infrastrutture, ma che nasconde una forte disoccupazione giovanile e una continua debolezza delle vendite al dettaglio: segnale che c'è ancora incertezza e che consumi e fiducia non sono ancora ripartiti. Nel frattempo, il deficit fiscale ha toccato un massimo storico nei primi nove mesi dell'anno, raggiungendo i 980 miliardi di dollari. Per far brindare mercati e investitori, pare che ci sarà ancora bisogno di qualche tempo.
  2. E' GIUSTO : È finita la partnership tra il colosso dell'abbigliamento sportivo Adidas e l'artista americano Kanye West, a causa dei commenti antisemiti di quest'ultimo. Il rapper e stilista Usa, noto come Ye ed ex di Kim Kardashian, non è nuovo a uscite ad effetto che hanno avuto grossa eco mediatica e che gli hanno attirato le critiche di molte organizzazioni per i diritti civili. Come quando, all'inizio del mese, alla sfilata a Parigi del suo marchio YZY, si era presentato con una maglietta con la scritta «white lives matter», slogan usato dai suprematisti Usa che fa il verso alla campagna creata dopo l'omicidio di George Floyd. Gli account Twitter e Istagram di West erano stati sospesi dopo che aveva annunciato sui social «stasera sono un po' assonnato, ma appena mi sveglio faccio Con 3 contro gli ebrei». Il riferimento è a un codice dell'esercito militare Usa, Defcon, che vuol dire «pronti all'attacco».
    Dopo il blocco, si era lamentato dei media «controllati dagli ebrei» e prima aveva parlato di dittatura e falsità rispetto al Covid e all'olocausto. Erano stati in molti a criticare il rapper per le sue dichiarazioni, a cominciare dall'ex moglie, fino alla società ebraica americana e israeliana. Molti gruppi ebraici avevano chiesto ad Adidas di intervenire, accusandola di ritardi e ricordando il passato di vicinanza nazista di Adidas alla sua fondazione. Ieri la decisione: «I commenti e le azioni recenti di Ye sono stati inaccettabili, pieni di odio e pericolosi e violano i valori dell'azienda di diversità e inclusione, rispetto reciproco ed equità», ha affermato la società. Adidas interromperà la partnership con Ye, fermerà la produzione dei prodotti a marchio Yeezy e tutti i pagamenti a lui e alle sue società. Una decisione non da poco, considerando che il titolo Adidas è sceso ieri fino al 4,5% nelle contrattazioni di Francoforte, toccando il minimo dal 2016. L'azienda tedesca negli ultimi dieci anni ha trasformato la linea Yeezy, insieme a Ye, in un marchio che ha rappresentato fino all'8% delle proprie vendite totali, secondo stime del WSJ. La decisione dovrebbe avere un effetto a breve termine fino a 250 milioni di euro, sull'utile netto di Adidas nel 2022. West è uno degli artisti musicali più amati al mondo, con 50 milioni di ascoltatori Spotify mensili. Guadagna decine di milioni di dollari ogni anno solo con i diritti d'autore della sua linea di scarpe Yeezy. Adidas è solo l'ultima società a lasciare West dopo Gap, Balenciaga e altri.

 

 

26.10.22
  1. FURTO IN REGIONE PIEMONTE : Una struttura all'avanguardia, almeno per i tempi in cui era stata progettata, nel 2009, dall'archistar Massimiliano Fuksas. Questa l'idea iniziale per il grattacielo della Regione Piemonte che, con «lastre vetrate di 4 metri per decorare la parte centrale della torre, grazie a un gioco di luci, di notte avrebbe dovuto illuminarsi» come una candela sulla città. Poi è arrivata la variante 2 e gli stravolgimenti del progetto originario. «Siamo italiani. Il grattacielo l'abbiamo finito, sì. Ma dieci anni dopo». Smania Bruno, l'attuale direttore dei lavori, è caustico. «Quelle vetrate sono state eliminate dal progetto. Eppure sono state pagate». Così come una scala mobile, costata 250mila euro. «Prevista da Fuksas, stralciata dalla variante. Pagata anche questa e mai realizzata». Ironicamente, viene da aggiungere, almeno gli ascensori si sono salvati.
    La lista è lunga. Bruno Smania, che dell'opera si occupa dal 2017, propone degli esempi. Come l'ingegnere Mauro Fegatelli, precedente direttore dei lavori. In tribunale, hanno testimoniato durante il processo sull'affaire grattacielo che vede imputati funzionari ed ex funzionari della Regione, amministratori di società di costruzioni accusati a vario titolo di peculato, abuso d'ufficio, inadempienza contrattuale, falso ideologico.
    Al centro del procedimento ci sono 15 milioni di euro scomparsi: secondo il pm Francesco Pelosi, tra il 2014 e il 2015 furono liquidati alla società Torre Regione Scarl facendoli risultare negli stati di avanzamento lavori e nei mandati di pagamento come compensi alle aziende per opere mai eseguite. «Il primo ad accorgersi delle anomalie - spiegano i testimoni - è stato Giuseppe Borgogno, direttore dei lavori dal febbraio 2015». Poi chi gli è succeduto, Mauro Fegatelli. La segnalazione arriva all'allora assessore regionale al Bilancio, Aldo Reschigna. Sentito anche lui come testimone, ha spiegato di aver subito deciso di trasmettere gli atti in Procura.
    C'è poi la questione piastrelle. Il progetto originario prevedeva una pavimentazione in marmo e pietre di Luserna, sostituito da piastrelle arrivate macchiate già prima che qualcuno mettesse piede nel grattacielo. «Abbiamo dovuto sostituire 37mila metri quadri di pavimento - spiega Fegatelli - Le piastrelle non erano adeguate, non garantivano l'idrorepellenza, erano già fessurate».
    Il grattacielo della Regione Piemonte, 43 piani, è stato inaugurato ad ottobre. Dopo dieci anni di lavori pause, fallimenti, altri interventi, altre pause, diverse inchieste giudiziarie. Tra queste una che riguarda una fattura di oltre 2 milioni di euro promessa alla cooperativa modenese Cmb quando, nel 2017, dopo il fallimento di Coopsette, si trattava del suo subentro a capofila delle società costruttrici del grattacielo. Il fascicolo è stato aperto dalla procura come atto dovuto ed è destinato a prescriversi.
  2. MUSSOLINI SI POTEVA FERMARE : I fatti sono noti. La mattina del 28 ottobre 1922, mentre gli squadristi in camicia nera si ammassano alle porte di Roma, il primo ministro Luigi Facta sottopone al Re la dichiarazione dello stato d'assedio, ma Vittorio Emanuele III rifiuta di firmare e convoca invece Benito Mussolini per conferirgli l'incarico di formare un nuovo governo.
    Meno noto è che a redigere la dichiarazione è un piemontese di solida fede liberale, Marcello Soleri, che ricopre l'incarico di ministro della Guerra. Cresciuto alla scuola politica di Giovanni Giolitti, giurista, deputato sin dal 1913, ufficiale volontario nella Grande Guerra, Soleri è convinto che la "marcia su Roma" vada fermata con l'intervento dell'esercito. «Per difendere lo Statuto e la libertà del Sovrano – egli scrive nelle sue "Memorie" – non bastava il semplice passaggio dei poteri per la tutela dell'ordine dai prefetti all'autorità militare. Per questo avevo concentrato attorno a Roma molte truppe e, in particolare, cinque battaglioni alpini di sicura fedeltà e di sentimenti non certamente filofascisti». Le scelte del Re sono diverse e a Soleri non resta che rassegnare le proprie dimissioni, insieme a Facta e a tutto il governo: il 17 novembre, quando Mussolini si presenterà alle Camere ottenendo una maggioranza "bulgara" di 359 voti favorevoli e solo 116 contrari (voteranno per il Duce anche tanti di coloro che poi saranno perseguitati), Soleri assiste impotente al suicidio della classe dirigente liberale. La stessa cosa farà dopo il delitto Matteotti, quando le opposizioni sceglieranno di uscire dal Parlamento per ritirarsi "sull'Aventino delle loro coscienze" e lui resterà invece in aula con pochi altri in una inutile battaglia di contrasto.
    Di questa pagina decisiva della nostra storia nazionale si parlerà oggi pomeriggio, alle 17.30, in un convegno organizzato dalla Scuola d'Applicazione e dal Centro Pannunzio: nel prestigioso Palazzo Arsenale, sede della Scuola, interverranno il colonnello Giuseppe Cacciaguerra e il professore Pierfranco Quaglieni. Sarà l'occasione per rileggere gli avvenimenti che cent'anni fa portarono al potere il fascismo, ma anche per tratteggiare la figura politica e intellettuale di Marcello Soleri nella sua complessità.
    Nato a Cuneo nel 1882 in una famiglia della piccola borghesia impiegatizia, laureato a Torino in giurisprudenza, Soleri intraprende la carriera politica con uno spirito profondamente democratico, arricchendo i principi liberali di contenuto economico e di esigenze sociali, e ispirandosi all'insegnamento del padre, un socialista umanitario amico di Edmondo De Amicis. Queste convinzioni non vengono meno negli anni convulsi di guerra civile del 1919-22, né di fronte alle forzature dello squadrismo, né nella stagione buia della dittatura: emarginato nel Ventennio, che attraversa rifugiandosi negli studi e nella professione forense, Soleri si riaffaccia da protagonista nella vita pubblica dopo la liberazione di Roma: nel 1944 è ministro del Tesoro nel governo Bonomi, carica che gli viene confermata l'anno successivo nel governo Parri.
    A lui guardano gli americani come all'uomo che può rifondare le finanze italiane dopo il tracollo della guerra: è competente, misurato, capace di organizzazione e di relazioni, alacre nel lavoro. Soleri deve però fare i conti con una malattia rapida e inesorabile: resta al suo posto sono all'ultimo, consumato da una febbre fisica e spirituale, ma il 22 luglio 1945, a soli 63 anni, egli si spegne a Torino--
  3. GLI AFFARI BERLUSCONI-PUTIN SUL GAS NON SONO PRIVATI: «Non siamo più in grado di accogliere le donne maltrattate né i loro figli. Il nostro quadro economico-finanziario non ce lo permette». È stato più o meno questo il messaggio recapitato l'altro giorno in Comune. Mittente: l'associazione «Crescere insieme», l'ente che gestisce il centro di accoglienza in via Anselmetti 67, cuore di Mirafiori Sud. Una struttura di settemila metri quadri con un ampio spazio verde, attiva da 29 anni, che ospita donne e bambini in difficoltà su indicazione dei Servizi sociali. Da questo centro, di proprietà comunale e in concessione alla onlus, è partita la missiva: «Il caro bollette ci impedisce di proseguire le nostra attività», ha scritto la presidente, Mirella Miroglio.
    Via Anselmetti ha stanze e spazi comuni per quattro nuclei familiari. Oggi, all'interno, ne viene ospitato uno solo, una mamma con quattro figli, che qui alloggiano da cinque anni. Per loro, spiega la presidente Miroglio, la onlus sta cercando una nuova sistemazione. Questo perché il 29 ottobre prossimo, a differenza del resto della città, nello spazio di «Crescere insieme» non sarà acceso il riscaldamento. È stata la stessa associazione a chiedere a Iren di tenere spenti i termosifoni, almeno per i primi giorni: «Abbiamo chiesto un preventivo e abbiamo scoperto che i costi, per noi, sono eccessivi» dice Miroglio.
    Fino alla scorsa primavera «Crescere insieme» pagava circa tremila euro al mese di riscaldamento. Da Iren hanno fatto sapere che da ottobre in avanti la cifra si aggirerà sui diecimila euro al mese. Troppo per la onlus, che ha ottenuto di posticipare al 20 novembre l'accensione dei termosifoni di via Anselmetti. Nel frattempo, nelle scorse settimane, ha fatto partire una raccolta fondi per provare a racimolare il denaro necessario: «Se entro quella data non avremo i soldi daremo disdetta e ci fermeremo» spiega la presidente.
    La questione, nelle scorse settimane, è stata portata in Circoscrizione 2 dal consigliere Piero Ventre. Sono seguiti diversi colloqui tra il presidente della Due, Luca Rolandi, e l'assessorato di Jacopo Rosatelli. Confronti cui, di recente, hanno partecipato anche i vertici della stessa associazione, che alla Città hanno chiesto un sostegno sul piano economico per portare avanti le loro attività.
    Ieri, invece, il tema è stato discusso in Consiglio comunale. È stato Andrea Russi, consigliere in quota M5s, a chiedere alla giunta Lo Russo se e come avesse intenzione di venire incontro alle esigenze di «Crescere insieme». La risposta fornita dallo stesso Rosatelli non è stata incoraggiante. «Il canone d'affitto per l'associazione è già stato abbattuto del 10%: di più, stando a ciò che prevede l'attuale regolamento, non possiamo fare - ha spiegato l'assessore - Teniamo presente che il tema del caro bollette riguarda tutti i rapporti di affidamento delle nostre strutture: in assenza di provvedimenti introdotti da Governo o Regione non possiamo contemplare misure di sostegno alla concessione»

 

QUERELA DELLA ASTM QUE ASTM       OPP ARCH    RINVIO 1       RINVIO 2

CHE DERIVA DA:

TORINO 17.05.19
 
ALLA CONSOB

 
Il sottoscritto MARCO BAVA  socio ASTM segnala che in data 16.05.19 nel corso dell'assemblea degli azionisti ASTM il presidente Gross Pietro mi ha invitato "ad uscire e farmi curare " in quanto ritiene che i miei interventi siano degli sfoghi.
Inoltre nella votazione del cda il mio voto negativo e' stato considerato doppio per le 2 liste invece che essere conteggiato solo per 1^ sola lista.
Vi invito ad intervenire visto che il prof,Gross Pietro, uno degli uomini piu' potenti del paese,  e' solito apostrofarmi, come gia' segnalato senza che evidentemente siate intervenuti,  con frasi di scherno difronte all'uditorio a modo del pollice verso dell'imperatore romano al Colosseo nei confronti del gladiatore che era condannato a morte.
 
Marco BAVA 

 

 

 

ESCLUSIONE COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE , COME AZIONISTA ATLANTIA, NEL PROCESSO A CARICO DI CASTELLUCCI PER IL CROLLO DEL PONTE MORANDI

COST PONTE M

 

 

 

 

Diritti degli azionisti

La Direttiva 2007/36/EC stabilisce diritti minimi per gli azionisti delle societa' quotate in Unione Europea. Tale Direttiva stabilisce all'Articolo 9 il diritto degli azionisti a porre domande connesse ai punti all'ordine del giorno dell'assemblea e a ricevere risposte dalle societa' ai quesiti posti.

 

Considerando le difficolta' che spesso si incontrano nel proporre domande e nel ricevere risposte in tempo utile, in particolare per quanto riguarda gli azionisti individuali impossibilitati a partecipare alla assemblea, e considerando che talvolta vi e' poca chiarezza sulle modalita' da seguire per porre domande alle societa',

 

Ritiene la Commissione:

che il diritto degli azionisti a formulare domande e ricevere risposte sia adeguatamente garantito all'interno dell'Unione Europea?

che la possibilita' di porre domande e ottenere risposte solo nel caso l'azionista sia fisicamente presente nell'assemblea sia compatibile con la Direttiva 2007/36/EC?

 

In che modo la Commissione ritiene che le societa' quotate debbano definire e comunicare le modalita' per porre domande da parte degli azionisti, in modo da assicurare che tale diritto sia rispettato appieno? Sergio Cofferati

 

 

IL MIO LIBRO "L'USO DELLA TABELLA MB nei CASI DI PIANI INDUSTRIALI: FIAT, TELECOMITALIA ED ALTRI..." che doveva essere pubblicato da LIBRAMI-NOVARA nel 2004,  e' ora disponibile liberamente  CLICCA QUI 

 

In data 3103.14 nel corso dell'assemblea Fiat il presidente J.Elkann mi fa fatto allontanare dalla stessa dalla DIGOS impedendomi il voto eccone la prova:   

DOC DIGOS

 

Sentenze  

1) IL 21.12.12  alle ore 09.00 nel TRIBUNALE TORINO aula 80 C'E'  STATA LA SENTENZA DI ASSOLUZIONE  PER LA QUERELA DELLA  FIAT,  PER QUANTO DETTO nell'ASSEMBLEA FIAT 2008 .UN TENTATIVO DI IMBAVAGLIARMI, AL FINE DI VEDERE COME  DIFENDO I MIEI DIRITTI E DI TUTTI GLI AZIONISTI DI MINORANZA NELLE ASSEMBLEE .

 Mb

SCAPARONE     SENT Mb

il 24.11.14 alle ore 1200 si tenuto al TRIBUNALE DI TORINO aula 50 ingresso 19 l'udienza finale del mio processo d'appello in seguito alla querela di Fiat per aver detto il 27.03.2008 all'assemblea FIAT che ritengo "Marchionne un'illusionista temerario e spavaldo" e che "la sicurezza Fiat e' responsabile della morte di Edoardo Agnelli per omessa vigilanza". In 1° grado ero stato assolto anche in 2° e nuovamente sia FIAT che PG hanno impugnato per ricorso in Cassazione che mi ha negato la libertà di opinione con una sentenza del 14.09.15.

SOTTO POTETE TROVARE LA DOCUMENTAZIONE

SENT 2013   FIAT 2013  PM 2013 SENT 2015  FIAT 2015  PG 2015  SCA 14.11.14 SCA 24.11.14  SENT CASS

2) il 21 FEBBRAIO 2013  GS-GABETTI sono stati condannati per agiotaggio informativo.

SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULL'ERRORE DEL TRIBUNALE DI TORINO NELL'ASSOLVERE GABETTI E GRANDE STEVENS

SENT CASS  SENT AP TO

 

Ifil-Exor: no risarcimento a parti civili, Consob punta a Cassazione

Borsa Italiana-21/feb/2013

Come parti civili si erano costituite la Consob e due piccoli azionisti, tra cui Marco Bava, noto per il suo attivismo in molte assemblee. "Non so ...

 

SU INTERNET IL  LIBRO DI GIGI MONCALVO  SULL'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

PRES LIBRO   COP LIBRO DICEMBRE

Edoardo, un Agnelli da dimenticare

 

Marco Bernardini non ha le prove del suicidio io ho molte prove dell'omicidio che sono state illustrate in 5 libri di cui l'ultimo e' l'ultimo di Puppo :

EDOARDO AGNELLI, UN GIALLO TROPPO COMPLICATO - DIRITTO DI CRONACA

Ma Lapo ricorda il suo cane :

http://www.today.it/rassegna/morto-cane-lapo-elkann-comodino.html

 

 

La vostra voce in Europa - Consultazioni aperte - IT

 

 

www.italiachecambia.org

www.jobyourlife.com

www.osservatoriodannoallapersona.org

www.valserena.it PER PRODOTTI NATURALI

 rowdfundingbuzz.it

http:/fliiby.com/marcobava/?utm_source=in150&utm_medium=email&utm_campaign=life_cycle

http://paoloferrarocdd.blogspot.it/

 

Sarà operativa dal 9 gennaio la nuova piattaforma per la risoluzione alternativa delle controversie online messa in campo dalla Commissione europea. Gli organismi di risoluzione alternativa delle controversie (Adr) notificati dagli Stati membri potranno accreditarsi immediatamente, mentre consumatori e professionisti potranno accedere alla piattaforma a partire dal 15 febbraio 2016, all'indirizzo

http://ec.europa.eu/consumers/odr/

 

 

http://www.freevillage.it/ sito avv.Mario Piccolino ucciso il 29.05.15

 

VIDEO Mb

https://youtu.be/ACwrglgdOeA

https://youtu.be/gQoC1u6yWOM

https://youtu.be/pJ3Y_oSqMV8

https://youtu.be/cSQo3ljpM-Y

 

 

 

 http://www.barattobb.it/

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

 

SE VUOI VEDERE COME VA IL MOND0 VAI SU : https://youtu.be/3sqdyEpklFU

 

 

NO AL NUCLEARE , SULL'H2-FOTOVOLTAICO  NON SI SPECULA
  1. IL RAZIONAMENTO ENERGETICO NON RISOLTO CON LE RINNOVABILI PUO' ESSERE USATO  PER  GIUSTIFICARE IL NUCLEARE CHE UCCIDE VEDI RUSSIA E GIAPPONE.
  2. CON LA SCUSA DEL NUCLEARE SI PUO' FAR PAGARE 10 QUELLO CHE VALE 1
  3. MENTRE LA FRANCIA INVESTE PER SANARE LO SFASCIO DEL NUCLEARE L'ITALIA CI VUOLE ENTRARE ?
  4. GLI INCIDENTI NUCLEARI IN RUSSIA E GIAPPONE NON CI HANNO INSEGNATTO NULLA ? NE VOGLIAMO UNO ANCHE IN ITALIA ?

 

LA CHIMERA MANGIA-SOLDI DELLA FUSIONE NUCLEARE    FUSIONE NUCLEARE    QUANTE RINNOVABILI SI POSSONO FARE ? IL CNR SPENDE PIU' PER IL FINTO NUCLEARE CHE PER LA BANCA DEL SEME AGRICOLO.

IL FUTURO H2 CHE NON SI VUOLE VEDERE

E' ASSURDO CONTINUARE A PENSARE DI GESTIRE A COSTI BASSI ECONOMICAMENTE VANTAGGIOSI LA FUSIONE NUCLEARE QUANDO ESISTONO ENERGIE RINNOVABILI MOLTO più CONTROLLABILI ED EFFICIENTI A COSTI più BASSI, COME DIMOSTRA IL : https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_22_3131

 

   INFETT VIRUS  DIO UOMINI      IL DOPPIO SACRILEGIO DELLA BESTEMMIA     BESTEMMIA

   RICETTA LIEVITO MADRE LIEVITO MADRE

RICAMBIO POLITICO BLOCCATO BLOCCO   ROMA  MELONI    INTERNI

 

L'Ucraina in fiamme - Documentario di Igor Lopatonok Oliver Stone 2016 (sottotitoli italiano)

https://www.youtube.com/watch?v=2AKpsBF-bvo

"Abbiamo creato un archivio online per documentare i crimini di guerra della Russia". Lo scrive su Twitter il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. "Le prove raccolte delle atrocità commesse dall'esercito russo in Ucraina garantiranno che questi criminali di guerra non sfuggano alla giustizia", aggiunge, con il link al sito in inglese

https://war.ukraine.ua/russia-war-crimes/

 

 

 

Cosa c’entra il climate change con l’incidente al ghiacciaio della Marmolada?

 

Temperature di 10°C a 3.300 metri di altezza da giorni, anomalie termiche pronunciate da maggio. Sono questi i fattori alla base del crollo del seracco che ha travolto due cordate di alpinisti domenica 3 luglio sotto Punta Penia

 

Ghiacciaio della Marmolada: il climate change fa almeno 6 morti
crediti: Local Team

Il ghiacciaio della Marmolada si sta ritirando di 6 metri l’anno

(Rinnovabili.it) – Almeno 10 morti, 9 feriti e un disperso. È il bilancio provvisorio dell’incidente che ha coinvolto il 3 luglio due cordate di alpinisti nella zona di Punta Rocca, proprio sotto il ghiacciaio della Marmolada. Una parte del ghiacciaio è collassata per le temperature elevate, scivolando rapidamente a valle in una enorme valanga di ghiaccio, pietre e acqua fusa.

La dinamica dell’incidente

Verso le 14 del 3 luglio ha ceduto un seracco del ghiacciaio della Marmolada, la vetta più alta delle Dolomiti, tra Punta Rocca e Punta Penia a oltre 3000 metri di quota. La scarica che si è creata è stata imponente, alta 60 metri con un fronte largo circa 200, e ha investito un tratto della via normale per la cima di Punta Penia precipitando a 300 km/h.

Il punto di distacco del seracco è ben visibile in alto a destra. Crediti: Local Team.

Ogni ghiacciaio ha dei seracchi, blocchi di ghiaccio che assomigliano a dei pinnacoli e si formano con il movimento del corpo glaciale. Scorrendo verso il basso, il ghiacciaio incontra delle variazioni nella pendenza della montagna. Queste deformano il ghiacciaio e provocano la formazione di crepacci, che a loro volta danno luogo a delle “torri” di ghiaccio, i seracchi. Queste formazioni, seppur normali, sono per loro natura instabili. Tendono a cadere a valle, ricompattandosi con il resto del corpo glaciale, ed è difficile prevedere quando esattamente un evento del genere si può verificare.

Il climate change sul ghiacciaio della Marmolada

Il distacco del seracco dal ghiacciaio della Marmolada, con ogni probabilità, è stato facilitato e reso più rovinoso dal cambiamento climatico. Negli ultimi giorni, anche sulle cime di quel settore delle Dolomiti il termometro è salito regolarmente a 10°C. Ma è da maggio che si registrano anomalie termiche molto pronunciate.

Anomalie che investono tutto l’arco alpino. Sulla cima del monte Sonnblick, in Austria, 100 km più a nord-est, uno degli osservatori con le serie storiche più lunghe e affidabili della regione alpina ieri segnalava il quasi completo scioglimento del manto nevoso. Un dato che illustra molto bene quanto l’estate del 2022 sia eccezionale: lì la neve non si era mai sciolta prima del 13 agosto (capitò nel 1963 e nel caldissimo 2003).

Che legame c’è tra il crollo del seracco e le temperature elevate? Secondo la società meteorologica alpino-adriatica, “il ghiacciaio si è destabilizzato alla base a causa della grande disponibilità di acqua di fusione dopo settimane di temperature estremamente elevate e superiori alla media”. Il caldo ha accelerato lo scioglimento del ghiacciaio: “la lubrificazione dell’acqua alla base (o negli interstrati) e l’aumento della pressione nei crepacci pieni d’acqua sono probabilmente le cause principali di questo evento catastrofico”.

Normalmente, il ghiaccio sciolto – acqua di fusione – penetra fra gli strati di ghiaccio o direttamente sul fondo del ghiacciaio, incuneandosi tra massa glaciale e rocce sottostanti, per sgorgare poi al fondo della lingua glaciale. Questo processo “lubrifica” il ghiacciaio, accelerandone lo scivolamento, ma può anche creare delle “sacche” piene d’acqua che non trova uno sfogo e preme sul resto del ghiacciaio.

Come tutti gli altri ghiacciai alpini, anche il ghiacciaio della Marmolada è in veloce ritirata a causa del riscaldamento globale. L’ultima campagna di rilevazioni, condotta dal Comitato Glaciologico Italiano e da Arpa Veneto lo scorso agosto, ha segnalato un ritiro di 6 metri in appena 1 anno, mentre la perdita complessiva di volume raggiunge il 90% in 100 anni.

Il cambiamento climatico corre più veloce sulle Alpi che nel resto del pianeta, facendo delle terre alte uno dei settori più vulnerabili. Un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi si traduce in un innalzamento, sulle montagne italiane, di 1,8 gradi (con un margine d’errore di ±0,72°C). Superare i 2 gradi a livello globale significa invece Alpi 2,51°C più calde (±0,73°C). Ma durante i mesi estivi, l’aumento di temperatura è ancora più pronunciato e può arrivare, rispettivamente, a 2,09°C ±1,24°C e a 2,81°C ±1,23°C.

 

 

https://www.rinnovabili.it/ambiente/impatti-ambientali-delle-guerre/

 

 

 

 

 

 

IL VERO OBBIETTIVO DELLA MAFIA ESSERE LEGITTIMATA A TRATTARE ALLA PARI CON LO STATO.

QUESTO LA HA FATTO LO GIURISPRUDENZA DELLA TRATTATIVA STATO MAFIA  CHE HA LEGITTIMATO DI FATTO LA MAFIA A TRATTARE ALLA PARI CON LO STATO.

LA RESPONSABILITA' DEI SERVIZI SEGRETI NELLA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO , E PALESE.

I SERVIZI SEGRETI DIPENDONO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO


Dichiarazione di Giuliano AMATO

«Stragi del '92 con matrice oscura. Giusto l'intervento di Pisanu» - INTERVISTA

(02 luglio 2010) - fonte: Corriere della Sera - Giovanni Bianconi - inserita il 02 luglio 2010 da 31

«Certo che il nostro è uno strano Paese», esordisce Giuliano Amato, presidente del Consiglio nel 1992 insanguinato dalle stragi di mafia, e dunque testimone diretto di quella drammatica stagione rievocata nella relazione del presidente della commissione parlamentare antimafia Giuseppe Pisanu.

Perché, presidente?

«Perché quando un personaggio di primissimo rango come Giulio Andreotti esce indenne da un lungo processo si dice che questo capita se si confonde la responsabilità penale con quella politica, mentre quando un presidente dell`Antimafia come Pisanu si sforza di cercare responsabilità politiche laddove non ne sono state individuate di penali gli si risponde che bisogna lasciar lavorare i giudici. Ma allora che bisogna fare?».

Secondo lei?

«Secondo me il lavoro di Pisanu è legittimo e prezioso, perché può aiutare la politica a cercare delle chiavi di lettura che non possono sempre venire dalla magistratura. E a trovare finalmente il giusto modo di affrontare la questione mafiosa. Provando a capire che cosa è accaduto in passato si può affrontare meglio anche il presente».

Il passato, in questo caso, sono le stragi del 1992 e 1993. Lei divenne capo del governo dopo la morte di Giovanni Falcone e prima di quella di Borsellino. Ha avuto la sensazione di «qualcosa di simile a una trattativa», come dice Pisanu?

«Sinceramente no. L`ho detto anche ai procuratori di Caltanissetta quando mi hanno interrogato.
Io in quelle settimane ero molto impegnato ad affrontare l`emergenza economico-finanziaria, dovevamo fare una manovra da 30.000 miliardi di lire per il`92 e impostare quella del `93. La strage di via D`Amelio ci colse nel pieno dei vertici economici internazionali.
Ricordo però che dopo quel drammatico avvenimento ebbi quasi un ordine da Martelli, quello di far approvare subito il decreto-legge sul carcere duro per i mafiosi varato dopo l`eccidio di Capaci. Andai di sera dal presidente del Senato Spadolini, ed ottenni una calendarizzazione ad horas del provvedimento».

Dei contatti tra alcuni ufficiali del Ros dei carabinieri e l`ex sindaco mafioso di Palermo Ciancimino lei sapeva qualcosa, all`epoca?

«No, però voglio dire una cosa. Che ci sia stato un certo lavorio di qualche apparato a livello inferiore è possibile, ma pensare che dei contatti poco chiari potessero avere una sponda in Nicola Mancino che era stato appena nominato ministro dell`Interno è un ipotesi che considero offensiva, in primo luogo per lo stesso Mancino. Sulle ragioni della sua nomina è Arnaldo Forlani che può fare chiarezza».

Perché?

«Perché la Dc di cui allora era segretario decise, o fu spinta a decidere, che bisognava tagliare Gava dal governo. Ma a Gava bisognava comunque trovare una via d`uscita onorevole, individuata nella presidenza del gruppo al Senato che era di Mancino».

L`ex presidente del Consiglio Ciampi ha ripetuto che dopo le stragi del '93 lui, da Palazzo Chigi, ebbe timore di un colpo di Stato. Lei pensò qualcosa di simile, nello stesso posto, dopo le bombe del '92?

«No, ma del resto non ebbi timori di quel genere nemmeno dopo le stragi degli anni Settanta. All`indomani di via D`Amelio non ebbi allarmi particolari dal ministro dell`Interno, né dal capo della polizia Parisi o da quelli dei servizi segreti. Parisi lo trovai ai funerali di Borsellino, dove io e il presidente Scalfaro subimmo quasi un`aggressione e avemmo difficoltà ad entrare in chiesa.
Ma attribuimmo l`episodio alla rabbia contro lo Stato che non era riuscito ad evitare quella morte. Il problema che ancora oggi resta insoluto è la vera matrice di quelle stragi».

Che intende dire?

«Che per la mafia furono un pessimo affare. Non solo quella di via D`Amelio, dopo la quale Martelli applicò immediatamente il regime di carcere duro a centinaia di boss, ma anche quella di Capaci. Certo, Falcone era un nemico, ma in quel momento un`impresa economico-criminale come Cosa Nostra avrebbe avuto tutto l`interesse a stare lontana dai riflettori, anziché accenderli con quella manifestazione di violenza. Quali interessi vitali dell`organizzazione mafiosa stava mettendo in pericolo, Falcone?
La spiegazione che volevano eliminare un magistrato integerrimo, come lui o come Borsellino, è troppo semplice. In ogni caso potevano ucciderlo con modalità meno eclatanti, come hanno fatto in altre occasioni. Invece vollero colpire lui e insieme lo Stato, imponendo una devastante dimostrazione di potere».

Chi può esserci allora, oltre a Cosa nostra, dietro gli attentati che per la mafia furono controproducenti?

«Purtroppo non lo sappiamo, ma è questa la domanda-chiave a cui dovremmo trovare la risposta. Perché vede, per le stragi degli anni Settanta si sono trovate molte spiegazioni; compresa quella che sosteneva il prefetto Parisi, il quale immaginava un ruolo dei servizi segreti israeliani per punire la politica estera italiana sul versante palestinese. E per le stragi del 1993 io trovo abbastanza convincente la tesi di una ritorsione per il carcere duro affibbiato a tanti boss e soprattutto al loro capo, Riina, arrestato all`inizio dell`anno. Per quelle del`92, invece, non riesco a immaginare motivazioni mafiose sufficienti a superare le ripercussioni negative. E questo conferma l`ipotesi di qualche condizionamento esterno rispetto ai vertici di Cosa nostra.
Perciò ha ragione Pisanu a interrogarsi e chiedere di fare luce».

Anche laddove i magistrati non riescono ad arrivare?

«Ma certo. Noi siamo arrivati al limite del giuridicamente accettabile con il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, che io condivido ma che faccio fatica a spiegare all`estero.
Al di là di quel reato, però, non ci sono solo i boy scout; possono esistere rapporti pericolosi, magari meno diretti o meno importanti, ma pur sempre rapporti. E di questi dovrebbe occuparsi la politica, prima dei magistrati».

Infatti Andreotti e Cossiga, agli ordini  di Henry Kissinger,  se ne interessarono con Delle Chiaie che rappresentava un estremismo di destra che teneva rapporti con la mafia di Rejna , secondo Lo Cicero.

 

 

 

CARO PIERO ANGELA UOMO DI STATO

CARO

 

 

ESPERIENZA STORICA DELL'ARROGANZA DELLA FIAT

https://www.rainews.it/tgr/piemonte/video/2022/07/watchfolder-tgr-piemonte-web-de-ponte-auto-elettrica-vl-tg1tgp2mxf-5f9b9ee5-2a7f-4d92-81c5-52a913e172bc.html

 

 

Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks

 

 FATTI NO BLA BLA BLA  DELLA STAMPA PER CONDIZIONARE LA VITA DELLE PERSONE CHE NON PENSANO PRIMA DI AGIRE

LE NON RISPOSTE DI DRAGHI E CINGOLANI DOCUMENTATE DA REPORT

DRAGHI NO RISP

QUALE E' LA VERITA' SUI MANDANTI DELLA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO ?

Era il 23 maggio del 1992 quando Giovanni Falcone guidava la Fiat Croma della sua scorta che lo accompagnava dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo.

Assieme a lui c’erano la moglie Francesca Morvillo, e l’autista Giuseppe Costanza che quel giorno sedeva dietro.

Nel corteo delle auto che accompagnano il magistrato palermitano c’erano anche altre due auto, la Fiat Croma marrone sulla quale viaggiavano gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, e la Fiat Croma azzurra sulla quale erano presenti gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo.

Alle 17:57 circa, secondo la ricostruzione della versione ufficiale, viene azionato da Giovanni Brusca il telecomando della bomba posta sotto il viadotto autostradale nel quale passava il giudice Falcone.

La prima auto, quella degli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo viene sbalzata in un campo di ulivi che si trovava vicino alla carreggiata. Muoiono tutti sul colpo.

L’auto di Falcone e di sua moglie Francesca viene investita da una pioggia di detriti e l’impatto tremendo scaglia entrambi contro il parabrezza della macchina.

In quel momento sono ancora vivi, ma le ferite riportate sono molto gravi ed entrambi moriranno nelle ore successive all’ospedale.

L’autista Giuseppe Costanza sopravvive miracolosamente alla strage ed è ancora oggi vivo.

Mai in Italia la mafia era riuscita ad eseguire una operazione così clamorosa e così ben congegnata tale da far pensare ad un coinvolgimento di apparati terroristici e militari che andavano ben oltre le capacità di Cosa Nostra.

Capaci è una strage unica probabilmente anche a livello internazionale. Fu fatta saltare un’autostrada con 200 kg di esplosivo da cava. Appare impossibile pensare che furono soltanto uomini come Giovanni Brusca o piuttosto Totò Riina soprannominato Totò U Curtu potessero realizzare qualcosa del genere.

Impossibile anche che nessuno si sia accorto di come nei giorni precedenti sia stata portata una quantità considerevole di esplosivo sotto l’autostrada senza che nessuno notasse nulla.

È alquanto probabile che gli attentatori abbiano utilizzato dei mezzi pesanti per trasportare il tritolo e il T4 utilizzati per preparare l’ordigno.

Il via vai di mezzi deve essere stato frequente ed è difficile pensare che questo passaggio non sia stato notato da nessuno nelle aree circostanti.

Così come è impossibile che gli attentatori sapessero l’ora esatta in cui Falcone sarebbe sbarcato a Palermo senza avere una qualche fonte dall’interno che li informasse dei movimenti e degli spostamenti del magistrato.

Capaci per tutte le sue caratteristiche quindi è un evento che appare del tutto inattuabile senza il coinvolgimento di elementi infedeli presenti nelle istituzioni che diedero agli attentatori le informazioni necessarie per eseguire la strage.

Senza i primi, è impossibile sapere chi sono i veri mandanti occulti dell’eccidio che è costato la vita a 5 persone e che sconvolse l’Italia.

E per poter comprendere quali siano questi mandanti occulti è necessario guardare a cosa stava lavorando Falcone nelle sue ultime settimane di vita.

Senza posare lo sguardo su questo intervallo temporale, non possiamo comprendere nulla di quello che accadde in quei tragici giorni.

La stampa nostrana sono trent’anni che ci offre una ricostruzione edulcorata e distorta della strage di Capaci.

Ci vengono mostrate a ripetizione le immagini di Giovanni Brusca. Ci è stato detto tutto sulla teoria strampalata che vedrebbe Silvio Berlusconi tra i mandanti occulti dell’attentato, teoria che pare aver trovato una certa fortuna tra gli allievi liberali montanelliani, quali Peter Gomez e Marco Travaglio.

Non ci viene detto nulla però su ciò che stava facendo davvero Giovanni Falcone prima di morire.

L’indagine di Falcone sui fondi neri del PCI

All’epoca dei fatti, Falcone era direttore generale degli affari penali, incarico che aveva ricevuto dall’allora ministro della Giustizia, Claudio Martelli.

Nei mesi prima di Capaci, Falcone riceve una vera e propria richiesta di aiuto da parte di Francesco Cossiga, presidente della Repubblica.

Cossiga chiede a Falcone di fare luce sulla marea di fondi neri che erano piovuti da Mosca dal dopoguerra in poi nelle casse dell’ex partito comunista italiano.

Si parla di somme da capogiro pari a 989 miliardi di lire che sono transitati dalle casse del PCUS, il partito comunista dell’Unione Sovietica, a quelle del PCI.

La politica del PCUS era quella di finanziare e coordinare le attività dei partiti comunisti fratelli per diffondere ed espandere ovunque l’influenza del pensiero marxista e leninista e dell’URSS che si dichiarava custode di quella ideologia.

Questa storia è raccontata dettagliatamente in un avvincente libro intitolato "Il viaggio di Falcone a Mosca" firmato da Francesco Bigazzi e da Valentin Stepankov, il procuratore russo che stava collaborando con Falcone prima di essere ucciso.

Il sistema di finanziamento del PCUS era piuttosto complesso e spesso si rischia di perdersi in un fitto dedalo di passaggi e sottopassaggi nei quali è spesso difficile comprendere dove siano finiti effettivamente i fondi.

I finanziamenti erano erogati dal partito comunista sovietico agli altri suoi satelliti nel mondo e di questo c’è traccia nelle carte esaminate da Stepankov.

Ricevevano fondi il partito comunista francese e persino il partito comunista americano rappresentato da Gus Hall che a Mosca assicurava tutto il suo impegno contro l’imperialismo americano portato avanti da Ronald Reagan.

Il partito comunista italiano era però quello che riceveva la quantità di fondi più ingenti perché questo era il partito comunista più forte d’Occidente ed era necessario nell’ottica di Mosca assicurargli un costante sostegno per tenera aperta la possibilità di spostare l’Italia dall’orbita del patto Atlantico a quella del patto di Varsavia.

Una eventualità che se fosse mai avvenuta avrebbe provocato non solo la probabile fine della stessa NATO ma anche un probabile conflitto tra Washington e Mosca che si contendevano un Paese fondamentale, allora come oggi, per gli equilibri dell’Europa e del mondo.

Ed è in questa ottica che va vista la strategia della tensione ispirata e attuata da ambienti atlantici per impedire che Roma si avvicinasse troppo a Mosca.

Nell’ottica di questa strategia era necessario colpire la popolazione civile attraverso gruppi terroristici, ad esempio le Brigate Rosse, infiltrati da ambienti dell’intelligence americana per eseguire azioni clamorose, su tutte il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

Il sangue versato dall’Italia nel dopoguerra per volontà del cosiddetto stato profondo di Washington è stato versato per impedire all’Italia di intraprendere un cammino politico che avrebbe potuto allontanarla troppo dalla sfera di dominio Euro-Atlantica non tanto per approdare in quella sovietica, ma piuttosto, secondo la visione di Moro, nel campo dei Paesi non allineati né con un blocco né con l’altro.

Nel 1992 questo mondo era già crollato e non esisteva più la cosiddetta minaccia sovietica. A Mosca regnava il caos. Una epoca era finita e l’URSS era crollata non per via della sua struttura elefantiaca, come pretende di far credere una certa vulgata atlantista, ma semplicemente perché si era deciso di demolirla dall’interno.

La perestrojka, termine russo che sta per ristrutturazione, di cui l’ex segretario del PCUS, Gorbachev, fu un convinto sostenitore fu ciò che preparò il terreno alla caduta del blocco sovietico.

Gorbachev era ed è un personaggio molto vicino agli ambienti del globalismo che contano e fu uno dei primi sovietici ad essere elogiato e sostenuto dal gruppo Bilderberg che nel 1987 guarda con vivo interesse e ammirazione alla sua apertura al mondo Occidentale.

Al Bilderberg c’è il gotha della società mondiale in ogni sua derivazione politica, economica, finanziaria e ovviamente mediatica senza la quale sarebbe stato impossibile perseguire i piani di questa struttura paragovernativa internazionale.

Uno dei membri di spicco di questo club, David Rockefeller, ringraziò calorosamente alcuni anni dopo gli esponenti della stampa mondiale, soprattutto quella anglosassone, per aver taciuto le attività di questa società segreta che senza il silenzio dei media non sarebbe mai riuscita a portare avanti indisturbata i suoi piani.

Nella visione di questi ambienti, l’URSS, di cui, sia chiaro, non si ha nostalgia, era comunque diventata ingombrante e doveva essere rimossa.

Il segretario del partito comunista, Gorbachev, attraverso le sue “riforme” ebbe un ruolo del tutto fondamentale nell’ambito del raggiungimento di questo obbiettivo.

I signori del Bilderberg avevano deciso che gli anni 90 avrebbero dovuto essere gli anni della globalizzazione e della concentrazione di un potere mai visto nelle mani della NATO che per poter avvenire doveva passare dall’eliminazione del blocco opposto, quello dell’Unione Sovietica.

Il crollo dell’URSS ebbe un impatto devastante sulla società post-sovietica russa. Moltissimi dirigenti, 1746, si tolsero la vita. Un numero di morti per suicidio che non trova probabilmente emuli nella storia politica recente di nessun Paese.

Alcuni suicidi furono piuttosto anomali e si pensò che alcuni influenti notabili di Mosca in realtà siano stati suicidati per non far trapelare le verità scomode che sapevano riguardano ai finanziamenti del partito.

A Mosca era iniziato il grande saccheggio e le svendite di tutto quello che era il patrimonio pubblico dello Stato.

L’URSS era uscita dall’era della proprietà collettivizzata per entrare in quella del neoliberismo più feroce e selvaggio così come avvenne per gli altri Paesi dell’Europa Orientale che furono messi all’asta e comprati da corporation angloamericane.

Il procuratore russo Stepankov voleva far luce sulla enorme quantità di soldi che era uscita dalle casse del partito. Voleva capire dove fosse finito tutto questo denaro e come esso fosse stato speso.

Per fare questo, chiese assistenza all’Italia e il presidente Cossiga girò questa richiesta di aiuto all’allora direttore generale degli affari penali, Giovanni Falcone.

Falcone accettò con entusiasmo e ricevette a Roma nel suo ufficio il procuratore Stepankov per avviare quella collaborazione, inedita dal secondo dopoguerra in poi, tra l’Italia e la neonata federazione russa.

Al loro primo incontro, Falcone e Stepankov si piacciono subito. Entrambi si riconoscono una integrità e una determinazione indispensabili per degli inquirenti determinati a comprendere cosa fosse accaduto con quella enorme quantità di denaro che aveva lasciato Mosca per finire in Italia.

I fondi venivano stanziati in dollari e poi convertiti in lire ma per poter completare questo passaggio era necessaria l’assistenza di un’altra parte, che Falcone riteneva essere la mafia che in questo caso avrebbe agito in stretto contatto con l’ex PCI.

I legami tra PCI e mafia non sono stati nemmeno sfiorati dai media mainstream italiani. La sinistra progressista si è attribuita una sorta di primato morale nella lotta alla mafia quando questa storia e questa indagine rivelano invece una sua profonda contiguità con il fenomeno mafioso.

L’indagine di Falcone rischiava di mandare a monte il piano di Mani Pulite

Giovanni Falcone era determinato a fare luce su questi legami, ma non fece in tempo. Una volta iniziata la sua collaborazione con Stepankov la sua vita fu stroncata brutalmente nella strage di Capaci.

Era in programma un viaggio del magistrato nei primi giorni di giugno a Mosca per continuare la collaborazione con Stepankov.

Il giudice si stava avvicinando ad una verità scabrosa che avrebbe potuto travolgere l’allora PDS che aveva abbandonato la falce e martello del partito comunista due anni prima nella svolta della Bolognina inaugurata da Achille Occhetto.

Il PCI si stava tramutando in una versione del partito democratico liberal progressista molto simile a quella del partito democratico americano.

Il processo di conversione era già iniziato anni prima quando a Washington iniziò a recarsi sempre più spesso Giorgio Napolitano che divenne un interlocutore privilegiato degli ambienti che contano negli Stati Uniti, soprattutto quelli sionisti e atlantisti.

A Washington avevano già deciso probabilmente in quegli anni che doveva essere il nuovo partito post-comunista a trascinare l’Italia nel girone infernale della globalizzazione.

Il 1992 fu molto di più che l’anno della caccia alle streghe giudiziaria. Il 1992 fu una operazione internazionale decisa nei circoli del potere anglo-sionista che aveva deciso di liberarsi di una classe politica che, seppur con tutti i suoi limiti, aveva saputo in diverse occasioni contenere l’atlantismo esasperato e aveva saputo esercitare la sua sovranità come accaduto a Sigonella nel 1984 e come accaduto anche con l’omicidio di Aldo Moro, che pagò con la vita la decisione di voler rendere indipendente l’Italia dall’influenza di questi centri di potere transnazionali.

Il copione era quindi già scritto. Il pool di Mani Pulite agì come un cecchino. Tutti i partiti vennero travolti dalle inchieste giudiziarie e tutti finirono sotto la gogna mediatica della pioggia di avvisi di garanzia che in quel clima da linciaggio popolare equivalevano ad una condanna anticipata.

Il PSI di Craxi fu distrutto così come la DC di Andreotti. Tutti vennero colpiti ma le inchieste lasciarono, “casualmente”, intatto il PDS.

Eppure era abbastanza nota la corruzione delle cosiddette cooperative rosse, così come era nota la corruttela che c’era nel partito comunista italiano che riceveva fondi da una potenza straniera, allora nemica, e poi li riciclava attraverso la probabile assistenza di organizzazioni mafiose.

Questa era l’ipotesi investigativa alla quale stava lavorando Giovanni Falcone e questa era la stessa ipotesi che subito dopo raccolse Paolo Borsellino, suo fraterno amico e magistrato ucciso soltanto 55 giorni dopo a via d’Amelio.

Mai la mafia era giunta a tanto, e non era giunta a tanto perché non era nelle sue possibilità. C’è un unico filo rosso che lega queste due stragi e questo filo rosso porta fuori dai confini nazionali.

Porta direttamente in quei centri di potere che avevano deciso che tutta la ricchezza dell’industria pubblica italiana fosse smantellata per essere portata in dote alla finanza anglosionista.

Questi stessi centri di potere globali avevano deciso anche che dovesse essere il nuovo PDS a proseguire lo smantellamento dell’economia italiana attraverso la sua adesione alla moneta unica.

E fu effettivamente così, salvo la parentesi berlusconiana del 94. Il PDS portò l’Italia sul patibolo dell’euro e di Maastricht e privò della sovranità monetaria il Paese agganciandola alla palla al piede della moneta unica, arma della finanza internazionale.

E fu il turbare di questi equilibri che portò alla prematura morte dei magistrati Falcone e Borsellino. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano messo le mani sui fili dell’alta tensione. Quelli di un potere così forte che fa impallidire la mafia.

I due brillanti giudici sapevano che il fenomeno mafioso non poteva essere compreso se non si guardava al piano superiore, che era quello costituito dalla massoneria e dal potere finanziario.

Cosa Nostra e le altre organizzazioni sono solamente della manovalanza di un potere senza volto molto più potente.

È questa la verità che non viene raccontata agli italiani che ogni anno quando si celebrano queste stragi vengono sommersi da un fiume di retorica o da una scadente cinematografia di regime che mai sfiora la verità su quanto accaduto in quegli anni e mai sfiora il vero potere che eseguì il colpo di Stato del 1992 e che insanguinò l’Italia nello stesso anno.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due figure che vanno ricordate non solo per il loro eroismo, ma per la loro ferma volontà e determinazione nel fare il loro mestiere, anche se questo voleva dire pagare con la propria vita.

Lo fecero fino in fondo sapendo di sfidare un potere enormemente più forte di loro. Sapevano che in gioco c’erano equilibri internazionali e destini decisi da uomini seduti nei consigli di amministrazione di banche e corporation che erano i veri registi della mafia.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vanno ricordati perché sono due eroi italiani che si sono opposti a ciò che il Nuovo Ordine Mondiale aveva deciso per l’Italia e pur di farlo non hanno esitato a sacrificare la loro vita.

Oggi, trent’anni dopo, sembra che stiano per chiudersi i conti con quanto accaduto nel 1992 e l’Italia sembra più vicina all’avvio di una nuova fase della sua storia, una nella quale potrebbe esserci la seria possibilità di avere una sovranità e una indipendenza come non la si è avuta dal 1945 in poi.

 

 

 

Autovelox mobili: la multa non è valida se non sono segnalati
multe autovelox

La Cassazione ha confermato che anche gli autovelox posti sulle pattuglie delle varie forze dell’ordine devono essere adeguatamente segnalati.
Autovelox mobili: la multa non è valida se non sono segnalati

AUTOVELOX MOBILI - Subire una multa per eccesso di velocità non è certamente piacevole, soprattutto perché questo comporta la necessità di dover mettere mano al portafoglio per una spesa imprevista. Ci sono però delle situazioni in cui la sanzione può essere ritenuta non valida e quindi annullata, come indicata da una recente sentenza emessa dalla Corte di Cassazione. Che ha così chiarito i dubbi su cosa può accadere nel caso in cui l’autovelox presente in un tratto di strada non sia opportunamente segnalato: l’obbligo è valido anche per gli autovelox mobili montati sulle auto della polizia.

UNA LUNGA TRAFILA LEGALE - La vicenda trae origine da un’automobilista di Feltre (Belluno) aveva subito sei anni fa una multa per eccesso di velocità dopo essere stato sorpreso a 85 km/h in un tratto di strada in cui il limite era invece di 70 m/h. Una pattuglia della polizia presente sul posto dotata di autovelox Scout Speed aveva provveduto a sanzionarlo. L’uomo era però convinto di avere subito un’ingiustizia e aveva così deciso di fare ricorso. Alla fine, nonostante la trafila sia stata particolarmente lunga, è stato proprio il conducente a vincere fino ad arrivare alla sentenza della Cassazione emessa pochi giorni fa.

LA SENTENZA - Nella quale si legge: "In attuazione del generale obbligo di preventiva e ben visibile segnalazione, contempla la possibilità di installare sulle autovetture dotate del dispositivo Scout Speed messaggi luminosi contenenti l'iscrizione “controllo velocità” o “rilevamento della velocità”, visibili sia frontalmente che da tergo. Molteplici possibilità di impiego e segnalazione sono correlate alle caratteristiche della postazione, fissa o mobile, sicché non può dedursi alcuna interferenza negativa che possa giustificare, avuto riguardo alle caratteristiche tecniche della strumentazione impiegata nella postazione di controllo mobile, l'esonero dall'obbligo della preventiva segnalazione".

 

  

COSTITUENDA ASSOCIAZIONE:

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per non fare diventare l'ITALIA un'hotspot europeo dell'immigrazione in quanto bisogna resistere come italiani nel nostro paese dando agli immigrati un messaggio forte e chiaro : ogni paese puo' svilupparsi basta impegnarsi per farlo con le risorse disponibili e l'intelligenza , che significa adattamento nel superare le difficolta'.

Inventarsi un lavoro invece che fare l'elemosina.

Quanti miracoli ha fatto Maometto rispetto a Gesu' ?

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obiettivi:

1) esame d'italiano e storia italiana per gli immigrati

2) lavori socialmente utili

3) pulizia e cucina autonoma

3 gennaio 1917, Suor Lucia nel Terzo segreto di Fatima: Il sangue dei martiri cristiani non smetterà mai di sgorgare per irrigare la terra e far germogliare il seme del Vangelo.  Scrive suor Lucia: “Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “Qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio”. interpretazione del Terzo segreto di Fatima era già stata offerta dalla stessa Suor Lucia in una lettera a Papa Wojtyla del 12 maggio 1982. In essa dice:  «La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [si ascolteranno le mie richieste la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917). La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, etc.”. Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, etc. E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».

Le storie degli immigrati occupanti che cercano di farsi mantenere insieme alle loro famiglie , non lavoro come gli immigrati italiani all'estero:

1)  Mi trovavo all'opedale per prenotare una visita delicata , mentre stato parlando con l'infermiera, una donna mi disse di sbrigarmi : era di colore.

2) Mi trovavo in C,vittorio ang V.CARLO ALBERTO a Torino, stavo dando dei soldi ad un bianco che suonava una fisarmonica accanto ai suoi pacchi, arriva un nero in bici e me li chiede

3) Ero su un bus turistico e' salito un nero ha spostato la roba che occupava i primi posti e si e' messo lui

4) Ero in un team di startup che doveva fare proposte a TIM usando strumenti della stessa la minoranza mussulmana ha imposto di prima vedere gli strumenti e poi fare le proposte: molto innovativo !

5) FINO A QUANDO I MUSSULMANI NON ACCETTANO LA PARITA' UOMO DONNA , ANCHE SE LO SCRIVE IL CORANO E' SBAGLIATO. E' INACCETTABILE QUESTO PRINCIPIO CHE CI PORTA INDIETRO.

6) perche' lITALIA deve accogliere tutti ? anche gli alberghi possono rifiutare clienti .

7) Immigrazione ed economia sono interconnesse in quanto spostano pil fuori dal paese.

8) Gli extracomunitari ti entrano in casa senza chiedere permesso. Non solo desiderano la roba d altri ma la prendono.
Forse il primo insegnamento sarebbe il rispetto della liberta' altrui.

 

09.01.19

Tutti i nulllafacenti immigrati Boeri dice che ne abbiamo bisogno : per cosa ? per mantenerli ?

04.02.17l

L'ISIS secondo me sta facendo delle prove di attentato con l'obiettivo del Vaticano con un attacco simultaneo da terra con la tecnica dei camion e dal cielo con aerei come a NY l'11.09.11.

Riforma sostenuta da una maggioranza trasversale: «Non razzismo, ma realismo» Case Atc agli immigrati La Regione Piemonte cambia le regole Gli attuali criteri per le assegnazioni penalizzano gli italiani .

Screening pagato dalla Regione e affidato alle Molinette Nel Centro di Settimo esami contro la Tbc “Controlli da marzo” Tra i profughi in arrivo aumentano i casi di scabbia In sei mesi sono state curate un migliaio di persone.

Il Piemonte è la quarta regione italiana per numero di richiedenti asilo. E gli arrivi sono destinati ad aumentare. L’assessora Cerutti: “Un sistema che da emergenza si sta trasformando in strutturale”. Coinvolgere maggiormente i Comuni.In Piemonte ci sono 14.080 migranti e il flusso non accenna ad arrestarsi: nel primo mese del 2017 sono già sbarcati in Italia 9.425 richiedenti asilo, in confronto ai 6030 dello scorso anno e ai 3.813 del 2015. Insomma, serve un piano. A illustrarlo è l’assessora all’Immigrazione della Regione Monica Cerutti, che spiega come la rete di accoglienza in questi anni sia radicalmente cambiata, trasformando il sistema «da emergenziale a strutturale».

La Regione punta su formazione e compensazioni mentre aumentano i riconoscimenti In Piemonte 14 mila migranti Solo 1200 nella rete dei Comuni A Una minoranza inserita in progetti di accoglienza gestiti dagli enti locali umentano i riconoscimenti delle commissioni prefettizie, meno rigide rispetto al passato prossimo: la tendenza si è invertita, le domande accolte sono il 60% rispetto al 40% dei rigetti. Non aumenta, invece, la disponibilità a progetti di accoglienza e di integrazione da parte dei Comuni. Stando ai dati aggiornati forniti dalla Regione, si rileva che rispetto ai 14 mila migranti oggi presenti in Piemonte quelli inseriti nel sistema Sprar - gestito direttamente dai Comuni - non superano i 1.200. Il resto lo troviamo nelle strutture temporanee sotto controllo dalle Prefetture. Per rendere l’idea, nella nostra regione i Comuni sono 1.2016. La trincea dei Comuni Un bilancio che impensierisce la Regione, alle prese con resistenze più o meno velate da parte degli enti locali: il termometro di un malumore, o semplicemente di indifferenza, che impone un lavoro capillare di convincimento. «Di accompagnamento, di compensazione e prima ancora di informazione contro la disinformazione e certe strumentalizzazioni politiche», - ha precisato l’assessora Monica Cerutti riepilogando le azioni previste nel piano per regionale per l’immigrazione. A stretto giro di posta è arrivata la risposta della Lega Nord nella persona del consigliere regionale Alessandro Benvenuto: «Non esistono paure da disinnescare ma necessità da soddisfare sia in termini di sicurezza e controllo del territorio, sia dal punto di vista degli investimenti. Il Piemonte ha di per sé ben poche risorse, che andrebbero utilizzate per creare lavoro e risolvere i problemi che attanagliano i piemontesi, prima di essere adoperate per far fare un salto di qualità all’accoglienza». Progetti di accoglienza Tre i progetti in campo: «Vesta» (ha come obiettivo il miglioramento dei servizi pubblici che si relazionano con i cittadini di Paesi terzi), “Petrarca” (si occupa di realizzare un piano regionale per la formazione civico linguistica), “Piemonte contro le discriminazioni” (percorsi di formazione e di inclusione volti a prevenire le discriminazioni). Inoltre la Regione ha attivato con il Viminale un progetto per favorire lo sviluppo delle economie locali sostenendo politiche pubbliche rivolte ai giovani ivoriani e senegalesi. Più riconoscimenti Come si premetteva, aumentano i riconoscimenti: 297 le domande accolte dalla Commissione di Torino nel periodo ottobre-dicembre 2016 (status di rifugiato, protezione sussidiaria e umanitaria); 210 i rigetti. In tutto i convocati erano mille: gli altri o attendono o non si sono presentati. I tempi della valutazione, invece, restano lunghi: un paio di anni, considerando anche i ricorsi. Sul fronte dell’assistenza sanitaria e della prevenzione, si pensa di replicare nel Centro di Castel D’Annone, in provincia di Asti, lo screening contro la tubercolosi che dal marzo sarà attivato al Centro Fenoglio di Settimo con il concorso di Regione, Croce Rossa e Centro di Radiologia Mobile delle Molinette.

INTANTO :«Non sono ipotizzabili anticipazioni di risorse» per l’asilo che Spina 3 attende dal 2009. La lunga attesa aveva fatto protestare molti residenti e c’era chi già stava perdendo le speranze. Ma in Circoscrizione 4, in risposta a un’interpellanza del consigliere della Lega Carlo Morando, il Comune ha messo nero su bianco che i fondi dei privati per permettere la costruzione dell’asilo non ci sono. Quella di via Verolengo resta una promessa non rispettata. Con la crisi immobiliare, la società Cinque Cerchi ha rinunciato a costruire una parte dei palazzi e gli oneri di urbanizzazione versati, spiegò mesi fa l’ex assessore Lorusso, erano andati per la costruzione del tunnel di corso Mortara. Ad ottobre c’è stata una nuova riunione. L’esito è stata la fumata nera da parte dei privati. «Sarà necessario che la progettazione e la realizzazione dell’opera vengano curate direttamente dalla Città di Torino», scrive il Comune nella sua risposta. Senza specificare come e dove verranno reperiti i fondi necessari, né quando si partirà.

 

Tunisia. Frattini: "Proporremo immigrazione circolare" - Il portale dell ...

www.stranieriinitalia.it/.../tunisia-frattini-qproporremo-immigrazione-circolareq.html

20 gen 2011 - L'immigrazione "circolare" è quella in cui i migranti, dopo un certo periodo di lavoro all'estero, tornano nei loro Paesi d'origine. Un sistema più ...

Tutto è iniziato quando è stato chiuso il bar. I 60 stranieri che erano a bordo del traghetto Tirrenia diretto a Napoli volevano continuare a bere. L’obiettivo era sbronzarsi e far scoppiare il caos sulla nave. Lo hanno fatto ugualmente, trasformando il viaggio in un incubo anche per gli altri 200 passeggeri. In mezzo al mare, nel cuore della notte, è successo di tutto: litigi, urla, botte, un tentativo di assalto al bancone chiuso, molestie ai danni di alcuni viaggiatori e persino un’incursione tra le cuccette. La situazione è tornata alla calma soltanto all’alba, poco prima dell’ormeggio, quando i protagonisti di questa interminabile notte brava hanno visto che sulle banchine del porto di Napoli erano già schierate le pattuglie della polizia. Nella nave Janas partita da Cagliari lunedì sera dalla Sardegna era stato imbarcato un gruppo di nordafricani che nei giorni scorsi aveva ricevuto il decreto di espulsione. Una trentina di persone, alle quali si sono aggiunti anche altri immigrati nordafricani. E così a bordo è scoppiato il caos. Il personale di bordo ha provato a riportare la calma ma la situazione è subito degenerata. Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati. All’arrivo a Napoli, il traghetto è stato bloccato dagli agenti della Questura di Napoli che per tutta la giornata sono rimasti a bordo per identificare gli stranieri che hanno scatenato il caos in mezzo al mare e per ricostruire bene l’episodio. «Il viaggio del gruppo è stato effettuato secondo le procedure previste dalla legge, implementate dalle autorità di sicurezza di Cagliari – si limita a spiegare la Tirrenia - La compagnia, come sempre in questi casi, ha destinato ai passeggeri stranieri un’area della nave, a garanzia della sicurezza dei passeggeri, non essendo il gruppo accompagnato  dalle forze di polizia. Contrariamente a quanto avvenuto in passato, il gruppo ha creato problemi a bordo per tensioni al suo interno che poi si sono ripercosse sui passeggeri». A bordo del traghetto gli agenti della questura di Napoli hanno lavorato per quasi 12 ore e hanno acquisito anche le telecamere della videosorveglianza della nave. Nel frattempo sono scoppiate le polemiche. «I protagonisti di questo caos non sono da scambiare con i profughi richiedenti asilo - commenta il segretario del Sap di Cagliari, Luca Agati - La verità è che con gli sbarchi dal Nord Africa, a cui stiamo assistendo anche in questi giorni, arrivano poco di buono, giovani convinti di poter fare cio’ che vogliono una volta ottenuto il foglio di espulsione, che di fatto è un lasciapassare che garantisce loro la libertà di delinquere in Italia. Cosa deve accadere per far comprendere che va trovata una soluzione definitiva alla questione delle espulsioni?»  In ostaggio per ore Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati, che hanno trasformato il viaggio in un incubo per gli altri 200 passeggeri  21.02.17

Istituto comprensivo Regio Parco La crisi spegne la musica in classe Le famiglie non pagano la retta da 10 euro al mese: a rischio il progetto lanciato da Abbado, mentre la Regione Piemonte finanzia un progetto per insegnare ai bambini italiani la lingua degli immigrati non viceversa.

 Qui Foggia Gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono in container di appena 24 mq Qui Messina Nei rioni Fondo Fucile e Camaro San Paolo le baracche aumentano di anno in anno Donne e bambini Nei rioni nati dopo il sisma le case sono coperte da tetti precari, spesso di Eternit Qui Lamezia Terme Oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica a cielo aperto  Qui Brescia Nelle casette di San Polino le decine di famiglie abitano prefabbricati fatiscenti Da Brescia a Foggia, da Lamezia a Messina. Oltre 50 mila italiani vivono in abitazioni di fortuna. Tra amianto, topi e rassegnazione Caterina ha 64 anni e tenacia da vendere. Con gli occhi liquidi guarda il tetto di amianto sopra la sua testa: «Sono stata operata due volte di tumore, è colpa di questo maledetto Eternit». Indossa una vestaglia a righe bianche e blu. «Vivo qui da vent’anni. D’estate si soffoca, d’inverno si gela, piove in casa e l’umidità bagna i vestiti nei cassetti. Il dottore mi ha detto di andare via. Ma dove?». In fondo alla strada abita Concetta, che tra topi e lamiere trova la forza di sorridere: «A ogni campagna elettorale i politici ci promettono case popolari, ma una volta eletti si dimenticano di noi. Sono certa che morirò senza aver realizzato il mio sogno: un balcone dove stendere la biancheria». Antonio invece no, lui non ride. Digrigna i denti rimasti: «Gli altri li ho persi per colpa della rabbia. In due anni qui sono diventato brutto, mi vergogno». Slum, favela, bidonville: Paese che vai, emarginazione che trovi. Un essere umano su sei, nel mondo, vive in una baraccopoli. In Italia sono almeno 53 mila le persone che, secondo l’Istat, abitano nei cosiddetti «alloggi di altro tipo», diversi dalle case. Cantine, roulotte, automobili e soprattutto baracche. Le storie di questi cittadini invisibili (e italianissimi) sono raccontate nel documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, in onda domenica sera alle 21,15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Le baraccopoli sono non luoghi popolati da un’umanità sconfitta e spesso rassegnata. Donne, uomini, bambini, anziani. Vittime della crisi economica o di circostanze avverse. Vivono in stamberghe all’interno di moderni ghetti al confine con quella parte di città degna di questo nome. Di là dal muro la civiltà. Da questo lato fango, calcinacci, muffa, immondizia, fogne a cielo aperto. A Messina le abitazioni di fortuna risalgono ad oltre un secolo fa, quando il terremoto del 1908 rase al suolo la città. Qui l’emergenza è diventata quotidianità. Fondo Fucile, Giostra, Camaro San Paolo. Eccoli i rioni del girone infernale dei diseredati. Legambiente ha censito più di 3 mila baracche e altrettante famiglie. I topi, invece, sono ben di più. A Lamezia Terme oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica. Tra loro c’è Cosimo, che vorrebbe andare via: «Non per me, ma per mio figlio, ha subìto un trapianto di fegato». A Foggia gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono nei container di 24 mq. Andrea abita invece nelle casette di San Polino a Brescia, dove un prefabbricato fatiscente è diventato la sua dimora forzata: «Facevo l’autotrasportatore. Dopo due ictus ho perso patente e lavoro. I miei figli non sanno che abito qui. Non mi è rimasto nulla, nemmeno la dignità». Sognando un balcone «Il mio sogno? È un balcone dove stendere la biancheria», dice la signora Caterina nIl documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, andrà in onda domani sera alle 21.15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Su Sky Atlantic Il documentario 3 domande a Sergio Ramazzotti registra e fotografo “Così ho immortalato la vita dentro quelle catapecchie” Chi sono gli abitanti delle baraccopoli? «Sono cittadini italiani, spesso finiti lì per caso. Magari dopo aver perso il lavoro o aver divorziato». Quali sono i tratti comuni? «Chi finisce in una baracca attraversa fasi simili a quelle dei malati di cancro. Prima lo stupore, poi la rabbia, il tentativo di scendere a patti con la realtà, la depressione, infine la rassegnazione». Cosa ci insegnano queste persone? «È destabilizzante raccontare donne e uomini caduti in disgrazia con tanta rapidità. Sono individui come noi. La verità è che può succedere a chiunque». Baraccopolid’Italia

01.03.17

GLI ITALIANI AIUTANO più FACILMENTE GLI EXTRACOMUNITARI RISPETTO AGLI ITALIANI.

 

 

 

SE VUOI SCRIVERTI UN BREVETTO CONSULTA dm.13.01.10 n33

13/01/2010 - Decreto ministeriale del 13 gennaio 2010, n. 33 - Uibm

 

 

 

CORRISPONDENZA sulla Xylella fastidiosa con la UE luglio 2018

XYLELLA\18-07-31-ARES 4037967.pdf

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Mutui, la prova della truffa Via a rimborsi per 16 miliardi

Dopo tre anni ecco la sentenza Ue sull'Euribor truccato da banche estere. Ma si può far causa pure alle italiane

Giuseppe Marino - Sab, 19/11/2016 - 15:52

La Commissione europea, tre anni dopo aver condannato quattro tra le più grandi banche europee per aver truccato il tasso di interesse che incide sui mutui di milioni di cittadini europei, ha finalmente tolto il segreto al testo della sentenza. E quel documento di trenta pagine potrebbe valere, solo per gli italiani che hanno un mutuo sulle spalle, ben 16 miliardi di euro di rimborsi da chiedere alle banche.

La storia parte con la scoperta di un'intesa restrittiva della concorrenza, ovvero un cartello, tra le principali banche europee. Lo scopo, secondo l'Antitrust europeo, era di manipolare a proprio vantaggio il corso dell'Euribor, il tasso di interesse che funge da riferimento per un mercato di prodotti finanziari che vale 400mila miliardi di euro. Tra questi ci sono i mutui di 2,5 milioni di italiani, per un controvalore complessivo stimabile in oltre 200 miliardi. L'Euribor viene calcolato giorno per giorno con un sondaggio telefonico tra 44 grandi banche europee, che comunicano che tasso di interesse applicano in quel momento per i prestiti tra banche. Il risultato del sondaggio viene comunicato all'agenzia Thomson Reuters che poi comunica il valore dell'Euribor agli operatori e al pubblico. L'Antitrust ha scoperto che alcune grandi banche, tra il 2005 e il 2008, si erano messe d'accordo per falsare i valori comunicati e manipolare il valore del tasso secondo la propria convenienza. «Alcune volte, -recita la sentenza che il Giornale ha potuto visionare- certi trader (omissis...) comunicavano e/o ricevevano preferenze per un settaggio a valore costante, basso o alto di certi valori Euribor. Queste preferenze andavano a dipendere dalle proprie posizioni commerciali ed esposizioni»

Il risultato ovviamente si è riflettuto sui mutui degli ignari cittadini di tutta Europa, che però finora avevano le unghie spuntate. Un avvocato di Sassari, Andrea Sorgentone, legato all'associazione Sos Utenti, ha subissato la Commissione di ricorsi per farsi consegnare il testo della sentenza dell'Antitrust che condanna Deutsche Bank, Société Genéralé, Rbs e Barclay's a pagare in totale una multa di oltre un miliardo di euro.

La Ue ha sempre rifiutato adducendo problemi di riservatezza delle banche, ma alla fine l'avvocato ha ottenuto una copia della sentenza, seppur in parte «censurata». E ora il conto potrebbe salire. E non solo per quelle direttamente coinvolte, perché il tasso alterato veniva applicato ai mutui variabili da tutte le banche, anche le italiane, che ora potrebbero dover pagare il conto dei trucchi di tedesche, francesi e inglesi. Sorgentone si dice convinto di poter ottenere i risarcimenti: «Secondo le stime più attendibili -dice- i mutuatari italiani hanno pagato interessi per 30 miliardi, di cui 16 indebitamente. La sentenza europea è vincolante per i giudici italiani. Ora devono solo quantificare gli interessi che vanno restituiti in ogni rapporto mutuo, leasing, apertura di credito a tasso variabile che ha avuto corso dal 1 settembre 2005 al 31 marzo 2009».

27.01.17

 

 

Come creare un meeting su Zoom? In un periodo in cui è richiesto dalla società il distanziamento sociale, la nota app per le videoconferenze diventa uno strumento importante per molte aziende e privati. Se partecipare a un meeting è un processo estremamente semplice, che non richiede neppure la registrazione al servizio, discorso diverso vale per gli utenti che desiderano creare un meeting su Zoom.

Ecco dunque una semplice guida per semplificare la vita a coloro che hanno intenzione di approcciare alla piattaforma senza confondersi le idee.

Come si crea un meeting su Zoom

Dopo aver scaricato e installato Zoom, e aver effettuato la registrazione, si dovrà dunque effettuare l’accesso premendo Sign In (è possibile loggare direttamente con il proprio account Google o Facebook, comunque). A questo punto, bisogna procedere in questo modo:

  • Fare tap su New Meeting (pulsante arancione)
  • Scegliere se avviare il meeting con la fotocamera accesa o spenta, tramite il toggle Video On
  • Premere Start a Meeting

A questo punto è stata creata la videoconferenza, ma affinché venga avviata è necessario invitare i partecipanti. Per proseguire sarà necessario quindi:

  • Fare tap su Participants (nella parte in basso dello schermo)
  • Premere su Invite
  • Scegliere il mezzo attraverso cui inviare il link di partecipazione ai mittenti (tramite e-mail o messaggio, per esempio)

Una volta invitati gli utenti, chi ha creato il meeting avrà la possibilità di fare tap su ognuno di essi per utilizzare diverse funzioni: per esempio si potranno silenziare, piuttosto che chiedergli di attivare la fotocamera, eccetera.

Zoom, anche su dispositivi mobile

Zoom (immagine: Zoom).

Facendo tap sul pulsante Chats (in basso a sinistra dello schermo), inoltre, si potranno inviare messaggi di testo a tutti i partecipanti o solo a uno di essi. Una volta terminata la videoconferenza, la si potrà chiudere facendo tap sulla scritta rossa End in alto a destra: si potrà in ultimo scegliere se lasciare il meeting (Leave Meeting), permettendo agli altri di continuare a interagire, o se scollegare tutti (End Meeting).

 

 

Windows File Recovery recupera i file cancellati per sbaglio

È la prima app di questo tipo realizzata direttamente da Microsoft.

A tutti - beh, a quanti non hanno un backup efficiente - sarà capitato di cancellare per errore un file, non solo mettendolo nel Cestino, ma facendolo sparire apparentemente per sempre.

Recuperare i file cancellati ha tante più possibilità di riuscire quanto meno la zona occupata da quei file è stata sovrascritta, ed è un lavoro per software specializzati.

Fino a oggi, l'unica possibilità per i sistemi Windows era scegliere programmi di terze parti. Ora Microsoft ha rilasciato una piccola utility che si occupa proprio del recupero dei file.

Si chiama Windows File Recovery ed è disponibile gratuitamente sul Microsoft Store.

Si tratta di un programma privo di interfaccia grafica: per adoperarlo bisogna quindi superare la diffidenza per la linea di comando che alberga in molti utenti di Windows.

L'utility ha tre modalità base di funzionamento. Default, suggerita per i drive Ntfs, si rivolge alla Master File Table (MFT) per individuare i segmenti dei file. Segment fa a meno della MFT e si basa invece sul rilevamento dei segmenti (che contengono informazioni come il nome, la data, il tipo di file e via di seguito). Signature, infine, si basa sul tipo di file: non avendo a disposizione altre informazioni, cerca tutti i file di quel tipo (Microsoft consiglia questo sistema per le unità esterne come chiavette Usb e schede SD).

Windows File Recovery è in grado di tentare il recupero da diversi filesystem - quali Ntfs, exFat e ReFS - e per apprendere il suo utilizzo Microsoft ha messo a disposizione una pagina d'aiuto (in inglese) sul sito ufficiale.

Qui sotto, alcune schermate di Windows File Recovery.

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Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28141

 

Bloatbox ripulisce Windows 10 dalle app indesiderate

Bastano pochi clic per eliminare tutto il bloatware preinstallato.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28201

Non si può dire che Windows 10 sia un sistema operativo essenziale: ogni nuova installazione porta con sé, insieme al sistema vero e proprio, tutta una serie di applicazioni che per la maggior parte degli utenti si rivelano inutili, se non fastidiose, senza contare le aggiunte dei singoli produttori di Pc.

Rimuoverle a mano una a una è un compito tedioso, ma esiste una piccola applicazione che facilita l'intera operazione: Bloatbox.

Nata come estensione per Spydish, app utile per gestire le informazioni condivise con Microsoft da Windows 10 e più in generale le impostazioni del sistema che coinvolgono la privacy, è poi diventata un software a sé.

Il motivo è un po' la medesima ragione di vita di Bloatbox: non rendere Spydish troppo "grasso" (bloated), ossia ricco di funzioni che, per quanto utili, vadano a incidere sulla possibilità di avere un'applicazione compatta, efficiente e facile da usare.

Bloatbox si scarica da GitHub sotto forma di archivio .zip da estrarre sul Pc. Una volta compiuta questa operazione non resta altro da fare che cliccare due volte sul file Bloatbox.exe per avviare l'app.

La finestra principale mostra sulla sinistra una colonna in cui è presente la lista di tutte le app installate in Windows, tra cui anche quelle che normalmente non si possono disinstallare - come il Meteo, Microsoft News e via di seguito - e quelle installate dal produttore del computer.

Ciò che occorre fare è selezionare quelle app che si intende rimuovere e, quando si è soddisfatti, premere il pulsante , che le aggiungerà alla colonna di destra, dove si trovano tutte le app condannate alla cancellazione.

A questo punto si può premere il pulsante Uninstall, posto nella parte inferiore della colonna centrale, e il processo di disinstallazione inizierà.

L'ultima versione al momento in cui scriviamo mostra anche, nella colonna di destra di un pratico link per effettuare una "pulizia generale" di una nuova installazione di Windows 10, identificato dalla dicitura Start fresh if your Windows 10 is loaded with bloat....

Cliccandolo, verranno aggiunte all'elenco di eliminazione tutte le app preinstallate e considerate bloatware. Chiaramente l'elenco può essere personalizzato a piacere rimuovendo da esso le app che si intende tenere tramite il pulsante Remove selected.

 

 

 

 

Il sito che installa tutte le app essenziali per Windows 10

Bastano pochi clic per ottenere un Pc perfettamente attrezzato, senza dover scaricare ogni singolo software.

Reinstallare il sistema operativo è solo il primo passo, dopo un incidente al Pc che abbia causato la necessità di ripartire da capo, tra quelli necessari per arrivare a riavere un computer perfettamente configurato e utilizzabile.

A quel punto inizia infatti il processo di configurazione e di installazione di tutte quelle grandi e piccole applicazioni che svolgono i vari compiti ai quali il computer è dedicato. Si tratta di un'operazione che può essere lunga e tediosa e che sarebbe bello poter automatizzare.

Una delle alternative migliori da tempo esistente è Ninite, sito che permette di selezionare le app preferite e si occupa di scaricarle e installarle in autonomia.


Da quando però Microsoft ha lanciato un proprio gestore di pacchetti (Winget) sono spuntate delle alternative che a esso si appoggiano e, dato che funziona da linea di comando, dette alternative si occupano di fornire un'interfaccia grafica.

Una delle più interessanti è Winstall, che semplifica l'installazione delle app dai repository messi a disposizione da Microsoft.

Winstall è una Progressive Web Application (Pwa), ossia un sito da visitare con il proprio browser e che permette di scegliere le app da installare sul computer; in questo senso, dal punto di vista dell'uso è molto simile al già citato Ninite.

Diverso è però il funzionamento: se Ninite scarica i singoli installer dei vari programmi, Winstall si appoggia a Winget, che quindi deve essere preventivamente installato sul Pc.

Inoltre offre una propria funzionalità specifica, che il suo sviluppatore ha battezzato Featured Pack.

Si tratta di gruppi di applicazioni unite da un tema o una funzionalità comune (browser, strumenti di sviluppo, software per i giochi) che si possono selezionare tutte insieme; Winstall si occupa quindi di generare il codice da copiare nel Prompt dei Comandi per avviare l'installazione.

In alternativa si può scaricare un file .bat da eseguire, che si occupa di invocare Winget per portare a termine il compito.

I Featured Pack sono infine personalizzabili: gli utenti sono invitati a creare il proprio e a condividerlo.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28369

 

 

Cos’è e a cosa serve la pasta madre

La pasta madre è un lievito naturale che permette di preparare un ottimo pane, ma anche pizze e focacce. Conosciuta anche come pasta acida, la pasta madre è un impasto che può essere realizzato in diversi modi. Ad esempio, la pasta madre si può ottenere prelevando un impasto del pane da conservare grazie ai “rinfreschi”, oppure preparando un semplice impasto di acqua e farina da lasciare a contatto con l’aria, così che si arricchisca dei lieviti responsabili dei processi fermentativi che consentono la lievitazione di pane e altri prodotti da forno.

Gli impasti preparati con la pasta madre hanno generalmente bisogno di lievitare per diverse ore, ma il risultato ripaga dell’attesa: pane, pizze e focacce risulteranno infatti più gonfi, più digeribili, conservabili più a lungo e con un sapore decisamente migliore.

La pasta madre, inoltre, accresce il valore nutrizionale del pane e di altri prodotti da forno. Negli impasti preparati con la pasta madre diverse importanti sostanze rimangono intatte e, grazie alla composizione chimica della pasta madre, il nostro organismo riesce ad assimilare meglio i sali minerali presenti nelle farine.

I lieviti della pasta madre, poi, favoriscono la crescita di batteri buoni nell’intestino, favorendo un buon equilibrio del microbiota e migliorando così la digestione. È importante anche notare che il pane preparato con lievito naturale possiede un indice glicemico inferiore rispetto al pane realizzato con altri lieviti. Questo significa che quando i carboidrati presenti nel pane vengono assimilati sotto forma di glucosio, questo si riversa più lentamente nel flusso sanguigno, evitando picchi glicemici.

Oltre a conferire al pane proprietà organolettiche e nutrizionali migliori, la pasta madre presenta altri vantaggi. Grazie ai rinfreschi, si può infatti avere a disposizione questo straordinario lievito naturale a lungo; in più, la pasta madre può essere preparata con vari tipi di farine, anche senza glutine.

La dieta senza glutine è l’unica terapia per le persone celiache e per chi presenta sensibilità verso le proteine del frumento e in altri cereali come orzo e farro. Inoltre, ridurre il consumo di glutine può migliorare alcuni disturbi intestinali ed è consigliato anche a chi vuole seguire un regime alimentare antinfiammatorio.

 

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Nostra Madre Terra - Articoli

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Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Videoinforma :  www marcobava.it