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Dal Vangelo secondo Luca Lc 21,5-19
“In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». 
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».”

 

 

 

TO.03.02.23

 

Ill.mo Signor Presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera

Ill.mo Capo dello Stato Sergio Mattarella

Ill.mo Presidente del Senato

Ill.mo Presidente della Camera

Ill.ma Presidente del Consiglio

 

In questi giorni e’ in approvazione l’atto della Camera: n.1515 , Senato n.674. - "Interventi a sostegno della competitività dei capitali e delega al Governo per la riforma organica delle disposizioni in materia di mercati dei capitali recate dal testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e delle disposizioni in materia di società di capitali contenute nel codice civile applicabili anche agli emittenti" (approvato dal Senato) (1515) .

L’articolo 11 (Svolgimento delle assemblee delle società per azioni quotate) modificato al Senato, consente, ove sia contemplato nello statuto, che le assemblee delle società quotate si svolgano esclusivamente tramite il rappresentante designato dalla società. In tale ipotesi, non è consentita la presentazione di proposte di deliberazione in assemblea e il diritto di porre domande è esercitato unicamente prima dell’assemblea. Per effetto delle modifiche apportate al Senato, la predetta facoltà statutaria si applica anche alle società ammesse alla negoziazione su un sistema multilaterale di negoziazione; inoltre, sempre per effetto delle predette modifiche, sono prorogate al 31 dicembre 2024 le misure previste per lo svolgimento delle assemblee societarie disposte con riferimento all’emergenza Covid-19 dal decreto-legge n. 18 del 2020, in particolare per quanto attiene l’uso di mezzi telematici. L’articolo 11 introduce un nuovo articolo 135-undecies.1 nel TUF – Testo Unico Finanziario (D. Lgs. n. 58 del 1998) il quale consente, ove sia contemplato nello statuto, che le assemblee delle società quotate si svolgano esclusivamente tramite il rappresentante pagato e designato dalla società. Le disposizioni in commento rendono permanente, nelle sue linee essenziali, e a condizione che lo statuto preveda tale possibilità, quanto previsto dall’articolo 106, commi 4 e 5 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, che ha introdotto specifiche disposizioni sullo svolgimento delle assemblee societarie ordinarie e straordinarie, allo scopo di contemperare il diritto degli azionisti alla partecipazione e al voto in assemblea con le misure di sicurezza imposte in relazione all’epidemia da COVID-19. Il Governo, nella Relazione illustrativa, fa presente che la possibilità di continuare a svolgere l’assemblea esclusivamente tramite il rappresentante designato tiene conto dell’evoluzione, da tempo in corso, del modello decisionale dei soci, che si articola, sostanzialmente, in tre momenti: la presentazione da parte del consiglio di amministrazione delle proposte di delibera dell’assemblea; la messa a disposizione del pubblico delle relazioni e della documentazione pertinente; l’espressione del voto del socio sulle proposte del consiglio di amministrazione. In questo contesto, viene fatta una affermazione falsa e priva di ogni fondamento giuridico: che  l’assemblea ha perso la sua funzione informativa, di dibattito e di confronto essenziale al fine della definizione della decisione di voto da esprimere. Per cui non e’ vero che la partecipazione all’assemblea si riduca, in particolar modo, per gli investitori istituzionali e i gestori di attività, nell’esercizio del diritto di voto in una direzione definita ben prima dell’evento assembleare, all’esito delle procedure adottate in attuazione della funzione di stewardship e tenendo conto delle occasioni di incontro diretto, chiuse ai risparmiatori,  con il management della società in applicazione delle politiche di engagement.

Per cui in questo contesto, si verrebbe ad applicare una norma di esclusione dal diritto di partecipazione alle assemblee degli azionisti da parte di chi viene tutelato, anche attraverso il diritto  alla partecipazione alle assemblee dall’art.47 della Costituzione oltre che dall’art.3 della stessa per una oggettiva differenza di diritti fra cittadini azionisti privati investitori che non possso piu’ partecipare alle assemblee e ed azionisti istituzionali che invece godono di incontri diretti privati e riservati con il management della società in applicazione delle politiche di engagement.

Il che crea una palese ed illegittima asimmetria informativa legalizzata in Italia rispetto al contesto internazionale in cui questo divieto di partecipazione non sussiste. Anzi gli orientamenti europei vanno da anni nella direzione opposta che la 6 commissione presieduta dal sen.Gravaglia volutamente dimostra di voler ignorare.

Viene da chiedersi perche’ la maggioranza ed il Pd abbiano approvato questo restringimento dei diritti costituzionali ?

Tutto cio’ mentre Elon Musk ha subito una delle più grandi perdite legali nella storia degli Stati Uniti questa settimana, quando l'amministratore delegato di Tesla è stato privato del suo pacchetto retributivo di 56 miliardi di dollari in una causa intentata da Richard Tornetta che ha fatto causa a Musk nel 2018, quando il residente della Pennsylvania possedeva solo nove azioni di Tesla. Il caso è arrivato al processo alla fine del 2022 e martedì un giudice si è schierato con Tornetta, annullando l'enorme accordo retributivo perché ingiusto nei suoi confronti e nei confronti di tutti i suoi colleghi azionisti di Tesla.

La giurisprudenza societaria del Delaware è piena di casi che portano i nomi di singoli investitori con partecipazioni minuscole che hanno finito per plasmare il diritto societario americano.

Molti studi legali che rappresentano gli azionisti hanno una scuderia di investitori con cui possono lavorare per intentare cause, afferma Eric Talley, che insegna diritto societario alla Columbia Law School. Potrebbe trattarsi di fondi pensione con un'ampia gamma di partecipazioni azionarie, ma spesso si tratta anche di individui come Tornetta.

Il querelante firma i documenti per intentare la causa e poi generalmente si toglie di mezzo, dice Talley. Gli investitori non pagano lo studio legale, che accetta il caso su base contingente, come hanno fatto gli avvocati nel caso Musk.

Tornetta beneficia della vittoria della causa nello stesso modo in cui ne beneficiano gli altri azionisti di Tesla: risparmiando all'azienda i miliardi di dollari che un consiglio di amministrazione asservito pagava a Musk.

Gli esperti hanno detto che persone come Tornetta sono fondamentali per controllare i consigli di amministrazione. I legislatori e i giudici desiderano da tempo che siano le grandi società di investimento a condurre queste controversie aziendali, poiché sono meglio attrezzate per tenere d'occhio le tattiche dei loro avvocati. Ma gli esperti hanno detto che i gestori di fondi non vogliono mettere a repentaglio i rapporti con Wall Street.

Quindi è toccato a Tornetta affrontare Musk.

"Il suo nome è ora impresso negli annali del diritto societario", ha detto Talley. "I miei studenti leggeranno Tornetta contro Musk per i prossimi 10 anni". Questa e’ democrazia e trasparenza vera non quella votata da maggioranza e Pd.

Infatti da 1 anno avevo chiesto di essere udito dal Senato che mi ignorato nella totale indifferenza della 6 commissione . Mentre lo sono stati sia il recordman professionale dei rappresentanti pagati degli azionisti , l’avv.Trevisan , sia altri ispiratori e sostenitori della modifica normativa proposta. Per cui mi e’ stata preclusa ogni osservazione non in linea con la proposta della 6 commissione del Senato che ha esaminato ed emendato il provvedimento e questo viola i principi di indipendenza e trasparenza delle camera e senato: dov’e’ interesse pubblico a vietare le assemblee agli azionisti per ragioni pandemiche nel 2024 ?

La prova più consistente che tale articolo non ha alcuna ragione palese per essere presentato e’ che sono state di fatto rese permanenti le misure introdotte in via temporanea per l’emergenza Covid-19 In sintesi, il menzionato articolo 106, commi 4 e 5 - la cui efficacia è stata prorogata nel tempo e, da ultimo, fino al 31 luglio 2023 dall’articolo 3, comma 1, del decreto-legge 30 dicembre 2021, n. 228 - prevede che le società quotate possano designare per le assemblee ordinarie o straordinarie il rappresentante designato, previsto dall'articolo 135-undecies TUF, anche ove lo statuto preveda diversamente; inoltre, la medesima disposizione consente alle società di prevedere nell’avviso di convocazione che l’intervento in assemblea si svolga esclusivamente tramite il rappresentante designato, al quale potevano essere conferite deleghe o sub-deleghe ai sensi dell’articolo 135-novies del TUF. L'articolo 135-undecies del TUF dispone che, salvo diversa previsione statutaria, le società con azioni quotate in mercati regolamentati designano per ciascuna assemblea un soggetto al quale i soci possono conferire, entro la fine del secondo giorno di mercato aperto precedente la data fissata per l'assemblea, anche in convocazione successiva alla prima, una delega con istruzioni di voto su tutte o alcune delle proposte all'ordine del giorno. La delega ha effetto per le sole proposte in relazione alle quali siano conferite istruzioni di voto, è sempre revocabile (così come le istruzioni di voto) ed è conferita, senza spese per il socio, mediante la sottoscrizione di un modulo il cui contenuto è disciplinato dalla Consob con regolamento. Il conferimento della delega non comporta spese per il socio. Le azioni per le quali è stata conferita la delega, anche parziale, sono computate ai fini della regolare costituzione dell'assemblea mentre con specifico riferimento alle proposte per le quali non siano state conferite istruzioni di voto, le azioni non sono computate ai fini del calcolo della maggioranza e della quota di capitale richiesta per l'approvazione delle delibere. Il soggetto designato e pagato come rappresentante è tenuto a comunicare eventuali interessi che, per conto proprio o di terzi, abbia rispetto alle proposte di delibera all’ordine del giorno. Mantiene altresì la riservatezza sul contenuto delle istruzioni di voto ricevute fino all'inizio dello scrutinio, salva la possibilità di comunicare tali informazioni ai propri dipendenti e ausiliari, i quali sono soggetti al medesimo dovere di riservatezza. In forza della delega contenuta nei commi 2 e 5 dell'articolo 135-undecies del TUF la Consob ha disciplinato con regolamento alcuni elementi attuativi della disciplina appena descritta. In particolare, l'articolo 134 del regolamento Consob n. 11971/1999 ("regolamento emittenti") stabilisce le informazioni minime da indicare nel modulo e consente al rappresentante che non si trovi in alcuna delle condizioni di conflitto di interessi previste nell'articolo 135-decies del TUF, ove espressamente autorizzato dal delegante, di esprimere un voto difforme da quello indicato nelle istruzioni nel caso si verifichino circostanze di rilievo, ignote all'atto del rilascio della delega e che non possono essere comunicate al delegante, tali da ARTICOLO 11 42 far ragionevolmente ritenere che questi, se le avesse conosciute, avrebbe dato la sua approvazione, ovvero in caso di modifiche o integrazioni delle proposte di deliberazione sottoposte all'assemblea. Più in dettaglio, per effetto del comma 4 dell'articolo 106, le società con azioni quotate in mercati regolamentati possono designare per le assemblee ordinarie o straordinarie il rappresentante al quale i soci possono conferire deleghe con istruzioni di voto su tutte o alcune delle proposte all'ordine del giorno, anche ove lo statuto disponga diversamente. Le medesime società possono altresì prevedere, nell’avviso di convocazione, che l’intervento in assemblea si svolga esclusivamente tramite il rappresentante designato, al quale possono essere conferite anche deleghe o sub-deleghe ai sensi dell’articolo 135-novies del TUF, che detta le regole generali (e meno stringenti) applicabili alla rappresentanza in assemblea, in deroga all’articolo 135-undecies, comma 4, del TUF che, invece, in ragione della specifica condizione del rappresentante designato dalla società, esclude la possibilità di potergli conferire deleghe se non nel rispetto della più rigorosa disciplina prevista dall'articolo 135-undecies stesso. Per effetto del comma 5, le disposizioni di cui al comma 4 sono applicabili anche alle società ammesse alla negoziazione su un sistema multilaterale di negoziazione e alle società con azioni diffuse fra il pubblico in misura rilevante. Le disposizioni in materia di assemblea introdotte dalle norme in esame non sono state approvate dal M5S il cui presidente , avv.Conte, aveva introdotto tali norme esclusivamente per il periodo Covid. Per cui l’articolo 11 in esame, come anticipato, introduce un nuovo articolo 135- undecies.1 nel Testo Unico Finanziario, ai sensi del quale (comma 1) lo statuto di una società quotata può prevedere che l’intervento in assemblea e l’esercizio del diritto di voto avvengano esclusivamente tramite il rappresentante designato dalla società, ai sensi del già illustrato supra articolo 135-undecies. A tale rappresentante possono essere conferite anche deleghe o sub-deleghe ai sensi dell'articolo 135-novies, in deroga all'articolo 135-undecies, comma 4. La relativa vigilanza è esercitata, secondo le competenze, dalla Consob (articolo 62, comma 3 TUF e regolamenti attuativi) o dall’Autorità europea dei mercati finanziari – ESMA.

L’ESMA non e’ stata mai sentita dal sen.Gravaglia su questo articolo mentre la Consob ha espresso parere contrario che sempre lo stesso ha ignorato. Ma i soprusi non finiscono qui : il comma 3 del nuovo articolo 135-undecies.1 chiarisce che, nel caso previsto dalle norme in esame. il diritto di porre domande (di cui all’articolo 127-ter del TUF) è esercitato unicamente prima dell’assemblea. La società fornisce almeno tre giorni prima dell’assemblea le risposte alle domande pervenute. In sintesi, ai sensi dell’articolo 127-ter, coloro ai quali spetta il diritto di voto possono porre domande sulle materie all'ordine del giorno anche prima dell'assemblea. Alle domande pervenute prima dell'assemblea è data risposta al più tardi durante la stessa. La società può fornire una risposta unitaria alle domande aventi lo stesso contenuto. L’avviso di convocazione indica il termine entro il quale le domande poste prima dell'assemblea devono pervenire alla società. Non è dovuta una risposta, neppure in assemblea, alle domande poste prima della stessa, quando le informazioni richieste s

 

iano già disponibili in formato "domanda e risposta" nella sezione del sito Internet della società ovvero quando la risposta sia stata pubblicatma 7, del TUF relativo allo svolgimento delle assemblee di società ed enti. Per effetto delle norme introdotte, al di là delle disposizioni contenute nell’articolo in esame che vengono rese permanenti (v. supra), sono prorogate al 31 dicembre 2024 tutte le altre misure in materia di svolgimento delle assemblee societarie – dunque non solo quelle relative alle società quotate – previste nel corso dell’emergenza Covid-19. Questo che e’ un capolavoro di capziosità di un emendamento della sen.Cristina Tajani PD , ricercatrice e docente universitaria, di indifferenziazione parlamentare negli obiettivi : dal momento che le misure previste dall’art.11 in oggetto prevedono per essere applicabili il loro recepimento statutario, lo stesso viene ottenuto nel 2024 per ragioni di Covid,  con il rappresentante pagato , che ovviamente non porrà alcuna opposizione neppure verbale.

Illustri Presidenti se questa non e’ una negazione degli art.47 e 3 della Costituzione,  contro la democrazia e trasparenza societaria , cos’e ?

Al termine di questa mia riflessione vorrei capire se in questo nostro paese esiste ancora uno spazio di rispettosa discussione democratica o di tutela giuridica nei confronti di una decisione arbitraria di una classe dirigente qui’ palesemente opaca.

Confido in una vs risposta costruttiva di rispetto della libertà progressista di un paese evoluto ma stabile e garante nei diritti delle minoranze . Anche perché quello che ho anticipato con Edoardo Agnelli sul futuro della Fiat dal 1998 in poi si e’ tristemente avverato, e solo oggi, forse,  e’ diventato di coscienza comune ,  anche se a me e’ costato pesanti ritorsioni personali da parte degli organi di polizia e giustizia torinese e della Facolta’ di Economia Commercio di Torino . Ed ad Edoardo Agnelli la morte. Non e’ impedendomi di partecipare alle assemblee che Fiat & C ritorneranno in Italia, perché nel frattempo non esistono più a causa anche di chi a Torino e Roma gli ha concesso di fare tutto quello che di insensato hanno fatto dal 1998 in poi anche contro se stessi oltre che i suoi lavoratori ed azionisti, calpestando brutalmente chi osava denunciarlo pubblicamente nel tentativo, silenziato, di fermare la distruzione di un orgoglio e una risorsa nazionale. Giugiaro racconta che quando la Volkswagen gli chiese di fare la Golf gli presento’ la Fiat 128 come esempio inarrivabile. Oggi Tavares si presenta in Italia come il nuovo Napoleone , legittimato da Yaky e scortato dalla DIGOS per difenderlo da Marco BAVA che vorrebbe solo documentargli che l’industria automobilistica italiana ha una storia che gli errori di 3 persone non debbono poter cancellare. Anche se la storia finora ha premiato chi ha consentito il restringimento dei diritti in questo paese la frana del futuro travolgerà tutti.

Basta chiederlo a Montezemolo che tutto questo lo sa e lo ha vissuto direttamente.

 

Con ossequio.     

                                              Marco BAVA

 

 

 

TAVARES E  JAKY NEL 23

 

Un compenso da 36,5 milioni è adeguato per il ceo di una società capace di generare 18,6 miliardi di profitti e di versare ai soci quasi 8 miliardi? Per i proxy advisor […] no. In vista dell’assemblea del 16 aprile, […] Glass Lewis e Iss hanno raccomandato agli azionisti di Stellantis di votare contro gli stipendi percepiti […] dai manager del gruppo.



A loro giudizio, la paga del ceo Carlos Tavares è «eccessiva»: vale 518 volte il salario medio dei dipendenti di Stellantis che, intanto, sta attuando massicci piani di esuberi […].



[…] Iss ha criticato anche il benefit da 430 mila euro accordato al presidente John Elkann che ha potuto utilizzare l’aereo aziendale per scopi personali. I suggerimenti dei proxy sono di norma accolti dai fondi internazionali. Se al loro si aggiungesse il «no» del governo francese, socio di Stellantis al 9,9%, la relazione sui compensi potrebbe incorrere in una sfiducia. Dal valore consultivo, è vero; ma fortemente simbolico.

 

 

IL 10.12.23 PROGRAMMA TELEVISIVO SU L'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI SU  PIAZZA LIBERTA', il programma di informazione condotto da Armando Manocchia,  su BYOBLU CANALE 262 DT CANALE

https://www.byoblu.com/2023/12/10/piazza-liberta-di-armando-manocchia-puntata-87/

https://youtu.be/_DJONMxixO8?si=rKoapPc2-8JtHha8

https://youtu.be/B05tTBK-w0E?si=O5XxvZFIr61tYU7w

https://www.youtube.com/watch?v=t0OrCSg1IZc

https://www.youtube.com/watch?v=Mhi-IY_dfr4

 

https://www.youtube.com/watch?v=ej0LPowV9YI

 

OSSERVAZIONI

  1. IL GRANDE AMICO DI EDOARDO CON CUI FECE VIAGGI ERA LUCA GAETANI
  2. EA NON FECE MAI NESSUNA CESSIONE DEI SUOI DIRITTI EREDITARI
  3. NE' EBBE ALCUN DISSIDIO CON GIOVANNI ALBERTO AGNELLI, DA CUI SOGGIORNAVA ANDANDO E TORNANDO DA GARAVICCHIO.
  4. INFATTI QUANDO CI FU L'EPISODIO DEL KENIA FU GIOVANNI ALBERTO AGNELLI AD ANDARLO A TROVARE.
  5. I LEGAMI CON LA SORELLA MARGHERITA NON EERANO STRETTI COME QUELLI CON I CUGINI LUPO RATTAZZI ED EDUARDO TEODORANI FABBRI. INFATTI NON ESISTONO LETTERE FRA EDOARDO E MARGHERITA .
  6. DEL CAMBIO DELLA SUCCESSIONE DA GIOVANNI ALBERTO A JAKY EA LO HA SAPUTO DALLA MADRE CHE NE HA CONVITO GIANNI PER NON PERDERE I PRIVILEGI DELLA PRESIDENZA FIAT,
  7. L'INTERVISTA AL MANIFESTO FU PROPOSTA DA UN GIORNALISTA DI REPUBBLICA PERCHE' LUI L'AVREBBE VOLUTA FARE MA NON GLIELO PERMETTEVANO.
  8. NON CI SONO PROVE CHE EA FOSSE DEPRESSO,
  9. LA PATENTE DI EA LA TENEVA LA SCORTA E NON ERA SUL CRUSCOTTO MA NEL CASSETTO DELLA CROMA EX DELL'AVVOCATO CON MOTORE VOLVO E CAMBIO AUTOMATICO, NON BLINDATA.
  10. LE INDAGINI SULL'OMICIDIO DI EA SONO TUTT'ORA APERTE PRESSO LA PROCURA DI CUNEO.

 

 

GRIVA QUANDO ENTRA IN SCENA ?

L’IMPERO DI FAMIGLIA: ECCO PERCHÉ ADESSO RISCHIA DI CROLLARE TUTTO

Estratto dell’articolo di Ettore Boffano per “il Fatto quotidiano”

È l’attacco al cuore di un mito: quello degli Agnelli. E a pagarne le conseguenze più dure potrebbe essere lui, l’erede che non porta più quel cognome, John Elkann.
A rischio di veder messo in ballo il ruolo che suo nonno gli aveva assegnato: la guida dei tesori di famiglia. Tutto passa per la Svizzera, dove Marella Caracciolo, vedova dell’avvocato, ha sempre dichiarato di avere la residenza sin dagli anni 70.
E con la cui legge successoria ha poi regolato i conti con la figlia: per escludere Margherita dalla propria eredità e, soprattutto, permettere al nipote di diventare il nuovo capo della dinastia.
[…] quella residenza […] ora piomba nell’inchiesta per frode fiscale della Procura di Torino. E i pm hanno poteri di accertamento rapidi e quasi immediati […]. Vediamo, punto per punto, che cosa c’è e che cosa indica quel documento e come potrebbe segnare i clamorosi sviluppi delle indagini.



1) La residenza svizzera. È decisiva: per stabilire se sono validi sia l’accordo e il patto firmati da Marella con la figlia a Ginevra nel 2004, sulla successione dell’avvocato e sulla sua, sia il testamento e le due aggiunte con i quali ha indicato come eredi i nipoti John, Lapo e Ginevra.
E infine per accertare la possibile evasione fiscale sul suo patrimonio. Trevisan spiega che la vedova dell’avvocato, dal 2003 sino alla morte nel 2019, non ha mai vissuto in Svizzera i 180 giorni all’anno necessari per poter mantenere quel diritto. “Ha trascorso ogni anno, in media, oltre 189 giorni in Italia, 94 in Marocco e solo circa 68 in Svizzera”. Se tutto saltasse, Margherita tornerebbe in campo nel controllo dell’impero Agnelli.



2) Gli “espedienti” sulla residenza. Il legale indica anche le presunte mosse per mascherare la permanenza di Marella in Italia. […] “Occorreva non far risultare intestate a Marella Caracciolo le utenze degli immobili in Italia e i relativi rapporti di lavoro... Un appunto del commercialista Gianluca Ferrero suggeriva che non fossero a lei riconducibili né dipendenti né animali, facendo risultare che i domestici fossero alle dipendenze di Elkann […]”.



3) Il personale delle ville. La ricostruzione di Trevisan […] sembrerebbe confermare i “consigli” di Ferrero. I magistrati […] stanno […] ascoltando le testimonianze di chi gestiva le residenze di famiglia. Il legale di Margherita ha contato oltre 30 dipendenti […]. I contratti erano intestati formalmente a Elkann, ma loro erano sempre al servizio della nonna.

4) I testamenti, veri o falsi. Nell’esposto, Trevisan affida alla Procura […] il compito di esaminare l’autenticità del testamento di Marella Caracciolo e delle due “aggiunte”, redatti dal notaio svizzero Urs von Grunigen. […] il legale aveva già sostenuto che, secondo due diverse perizie grafiche, almeno nella seconda “aggiunta” la firma della signora “appare apocrifa, con elevata probabilità”. Giovedì pomeriggio, la Guardia di Finanza si è presentata alla Fondazione Agnelli, proprio per acquisire vecchi documenti firmati da Marella e confrontare le firme.



5) Le fiduciarie di famiglia. Le Fiamme Gialle hanno anche prelevato migliaia e migliaia di pagine e documenti legati a quattro diverse fiduciarie, tutte citate nell’esposto di Trevisan. Due di esse, la Simon Fiduciaria e la Gabriel Fiduciaria facevano riferimento, un tempo, all’avvocato Franzo Grande Stevens e oggi sono state assorbite nella Nomen Fiduciaria della famiglia Giubergia e nella banca privata Pictet di Ginevra.
Che cosa può nascondersi in quegli “scrigni” votati alla riservatezza? Due cose, entrambe importanti. La prima […] riguarda il fatto se in esse sia potuto transitare denaro proveniente da 16 società offshore delle Isole Vergini britanniche, tutte intestate o a Marella Agnelli o a “membri della famiglia”, come la “Budeena Consulting Inc.” che, da sola, aveva in cassa 900 milioni dollari.
La seconda riguarda la possibilità che gli inquirenti possano trovare le tracce degli scambi azionari, tra la nonna e i nipoti, della “Dicembre”, la società semplice creata dall’avvocato nel 1984 per custodire il tesoro di famiglia e che oggi consente a John Elkann di gestire, a cascata, i 25,5 miliardi di patrimonio della holding Exor.


2. INCHIESTA ELKANN: LA GDF A CACCIA DI SOCIETÀ OFFSHORE

Estratto dell’articolo di Marco Grasso per “il Fatto quotidiano”

IL TESTAMENTO DI MARELLA CARACCIOLO CON LE INTEGRAZIONI E LE FIRME
IL TESTAMENTO DI MARELLA CARACCIOLO CON LE INTEGRAZIONI E LE FIRME

Margherita Agnelli […] dà la caccia ai capitali offshore di famiglia, che le sarebbero stati occultati nell’accordo sull’eredità. La Procura di Torino cerca i redditi, potenzialmente enormi, che sarebbero stati occultati al Fisco, attraverso fiduciarie collegate a paradisi fiscali.

Questi due interessi potrebbero convergere se cadesse il baluardo che finora ha protetto la successione della dinastia più potente d’Italia: la presunta residenza elvetica di Marella Caracciolo, moglie di Gianni e madre di Margherita. Se saltasse questo cardine, le autorità italiane potrebbero contestare reati tributari e sanzioni fiscali agli Elkann, e questa storia, come una valanga, potrebbe travolgere anche i contenziosi civili sull ’eredità, aperti in Svizzera e in Italia.

Sono tre gli indagati nell’in chiesta condotta dal procuratore aggiunto Marco Gianoglio e dai pm Mario Bendoni e Giulia Marchetti: Gianluca Ferrero, commercialista della famiglia Agnelli e presidente della Juventus; Robert von Groueningen, amministratore dell’eredità di Marella Agnelli (morta nel 2019); John Elkann, nipote di Marella, presidente di Stellantis ed editore del gruppo Gedi.

L’ipotesi è di concorso in frode fiscale e in particolare di dichiarazione infedele al Fisco per gli anni 2018-2019. In base all’intesa sulla successione di Gianni Agnelli nel 2004 […] Margherita accetta l’estromissione dalle società di famiglia in cambio di 1,2 miliardi; ottiene l’usufrutto su vari beni immobiliari e si impegna a versare alla madre Marella un vitalizio mensile da 500 mila euro. Di questi soldi non c’è traccia nei 730, da cui mancano in altre parole 8 milioni di euro (3,8 milioni di tasse).

Il perché gli investigatori si concentrino su quel biennio è presto detto: per chi indaga Marella Caracciolo, malata di Parkinson, era curata in Italia. La Procura ritiene che passasse gran parte del tempo a Villa Frescot, a Torino, oltre 183 giorni l’anno, la soglia dopo la quale il Fisco ritiene probabile che una residenza estera sia fasulla. Per questo ieri il Nucleo di polizia economico finanziaria di Torino […] ha sentito sei testimoni vicini alla famiglia: personale che di fatto lavorava al servizio di Marella, ma che era stato assunto dopo la morte del nonno da John Elkann o da società a lui riconducibili, un artificio che avrebbe rafforzato la tesi della residenza estera della nonna.

Questo è l’anello che mette nei guai l’erede della casata. Per i pm il commercialista Ferrero avrebbe disposto le dichiarazioni dei redditi infedeli, mentre l’esecutore testamentario svizzero le avrebbe controfirmate.

Ci sono inoltre le indagini commissionate da Margherita Agnelli all’investigatore privato Andrea Galli, confluite in un esposto in mano alla Procura. Lo 007 ha ricostruito le spese nella farmacia di Lauenen, villaggio nel cantone di Berna in cui sulla carta viveva Marella Caracciolo: dalle fatture fra il 2015 e il 2018 emergerebbe che le spese mediche coprivano il solo mese di agosto. […]

GLI INQUIRENTI cercano di ricostruire il flusso di redditi, la riconducibilità dei patrimoni e documenti originali in grado di verificare la validità delle firme sui testamenti. Se dovesse essere rimessa in discussione la residenza di Marella, si aprirebbe un nuovo scenario: il Fisco potrebbe battere cassa e contestare mancati introiti milionari per Irpef, Iva, successione e Ivafe (tassa sui beni esteri). Gli Elkann sono pronti a difendersi dalle accuse, e hanno sempre contestato la ricostruzione di Margherita.

 

 

DOPO 25 ANNI MARGHERITA HA PENSATO AI FRATELLI DI YAKY, LAPO E GINEVRA , COME GLI AVEVA DETTO EDOARDO:

Margherita Agnelli vuole costringere per via giudiziaria i suoi tre figli Elkann a restituire i beni delle eredità di Gianni Agnelli (morto nel 2003) e Marella Caracciolo (2019).

Un’ordinanza della Cassazione pubblicata a gennaio mette in fila, sintetizzando i «Fatti in causa», le pretese della madre di John Elkann nella sua offensiva legale. Il punto d’arrivo è molto in alto nel sistema di potere dei figli: l’assetto della Dicembre, la cassaforte (60% John e 20% ciascuno Lapo e Ginevra Elkann) azionista di riferimento dell’impero Exor, Stellantis, Ferrari, Juventus, Cnh ecc. (35 miliardi).


[…] La Corte suprema nella sua ordinanza si occupa di una questione tecnica laterale, annullando parzialmente […] la decisione del tribunale di Torino di sospendere i lavori in attesa dei giudici svizzeri. […] la Cassazione […] sintetizza in modo neutrale le richieste di Margherita e cioè, innanzitutto, «che sia dichiarata l’invalidità o l’inefficacia del testamento della madre».



E dunque «che sia aperta la successione legittima, sia accertata in capo all’attrice (Margherita ndr) la sua qualità di unica erede legittima della madre, sia accertata la quota della quale la madre poteva disporre e […] sia accertata la lesione della quota di riserva a essa spettante». A questo punto ci deve essere «la conseguente reintegra della quota mediante riduzione delle donazioni, anche dirette e dissimulate, e condanna dei convenuti (gli Elkann, ndr) alle restituzioni».

Il tema delle donazioni è fondamentale perché potrebbero essere i «mattoni» con cui si è costruita la governance a trazione John nella Dicembre. Margherita «in ogni caso ha chiesto la dichiarazione della sua qualità di erede del padre (...) e la condanna dei convenuti a restituire i beni dell’eredità del padre».



La manovra legale è dunque tesa ad azzerare tutto, proiettando Margherita nel ruolo di unica erede legittima della madre. E nell’eventuale riconteggio dell’eredità materna entrerebbero le donazioni anche «indirette e dissimulate».



JOHN ELKANN CON LA MADRE MARGHERITA AGNELLI AL SUO MATRIMONIO CON LAVINIA BORROMEO
JOHN ELKANN CON LA MADRE MARGHERITA AGNELLI AL SUO MATRIMONIO CON LAVINIA BORROMEO

Nella costruzione dell’attuale assetto della Dicembre con John al comando sono state decisive alcune transazioni con la nonna Marella dopo la morte (2003) di Gianni Agnelli. Secondo i figli de Pahlen, […] per il calcolo della quota legittima, nel perimetro ereditario della nonna Marella dovrebbe entrare anche il «75% della Dicembre, per il caso in cui si accertasse la simulazione degli atti di compravendita, il cui valore è stimato in euro 3 miliardi». Sostengono anzi che la nonna abbia «effettuato donazioni delle partecipazioni della Dicembre al nipote John per (...) circa 3 miliardi».



John Elkann e la madre Margherita entrano nella cassaforte come soci nel 1996, con Gianni Agnelli al comando. Nel ’99 l’Avvocato modifica lo statuto e detta il futuro: «se manco o sono impedito — è il senso — tutti i poteri vanno a John» che, alla morte del nonno, sale al 58%.
L’anno dopo (2004) Margherita vende per 105 milioni il 33% alla madre ed esce dalla Dicembre sulla base del patto successorio. Subito dopo la nonna cede tutto ai nipoti, tenendo l’usufrutto: John si consolida al 60%, una leadership che nel suo entourage giudicano «inattaccabile», a Lapo e Ginevra il resto. È l’assetto attuale di cui però s’è avuta notizia ufficiale nel 2021, dopo 17 anni di carte, transazioni e patti tenuti nascosti. Un bug temporale a dir poco anomalo per una delle più influenti società in Europa, inspiegabilmente tollerato per anni dalla Camera di Commercio di Torino. Anche su questo fa leva la strategia di Margherita per «scalare» il sancta sanctorum degli Elkann.

 

«La costruzione di una residenza estera fittizia» in Svizzera di Marella Caracciolo «ha avuto una duplice e concorrente finalità: da un lato, sotto il profilo fiscale, evitare l’assoggettamento a tassazione in Italia di ingenti cespiti patrimoniali e redditi derivanti da tali disponibilità; dall’altro, sotto il profilo ereditario, sottrarre la successione» della vedova dell’Avvocato «all’ordinamento italiano»: lo scrivono i magistrati di Torino nel decreto di sequestro che ha portato al blitz di ieri (7 marzo) della guardia di finanza, nell’ambito dell’inchiesta sull’eredità Agnelli e sulle presunte «dichiarazioni fraudolente» dei redditi di Marella Caracciolo. Per questo, è scattata anche una nuova ipotesi di reato: «truffa aggravata ai danni dello Stato e di ente pubblico (Agenzia delle entrate)».

Eredità Agnelli, i 734 milioni di euro lasciati da Marella e l'appunto sulla residenza svizzera: «Una vita di spostamenti»
CRONACA
Eredità Agnelli, i pm e gli appunti della segretaria di Marella Agnelli: «Sono la prova che non viveva in Svizzera»
Tra i beni in questione - secondo il Procuratore aggiunto Marco Gianoglio e i pubblici ministeri Mario Bendoni e Giulia Marchetti - ci sarebbero 734.190.717 euro, «derivanti dall’eredità di Marella Caracciolo».

Per la truffa aggravata sono indagati i tre fratelli Elkann, John, Ginevra e Lapo, lo storico commercialista della famiglia Gianluca Ferrero e Urs Robert von Gruenigen, il notaio svizzero che curò la successione testamentaria.
Gli investigatori - emerge dal decreto - hanno messo le mani anche su un documento di quattro pagine «riepilogante in forma schematica i giorni di effettiva presenza in Italia di Marella Caracciolo»: morale, nel 2015 la moglie di Gianni Agnelli dimorò «in Svizzera meno di due mesi», contro i 298 giorni passati in Italia. Nel 2018 il conto è di 227 giorni in Italia e 138 all’estero. Significativa anche la denominazione dell’ultima pagina del documento: «Una vita di spostamenti».

 

Un secondo "round" si è combattuto ieri davanti al tribunale del riesame di Torino tra la Procura subalpina e lo staff di avvocati che difendono i fratelli Elkann, indagati per truffa ai danni dello Stato per non aver pagato la tassa di successione su una porzione di eredità della nonna, pari a 734 milioni di euro.



I penalisti hanno impugnato il decreto con cui i pm il 6 marzo hanno disposto un nuovo sequestro dei documenti […] già acquisiti dai finanzieri durante le perquisizioni del 7 febbraio. E gli inquirenti hanno risposto depositando ai giudici materiale investigativo finora inedito, tra cui delle intercettazioni e soprattutto i tredici verbali del personale al "servizio" di Marella Caracciolo.



La tesi accusatoria - secondo cui John Elkann avrebbe fatto figurare che domestici e infermiere lavoravano per lui, «al fine di non compromettere la possibilità che la defunta nonna fosse effettivamente residente in Svizzera» - «appare largamente confermato dalle dichiarazioni» degli ex dipendenti sentiti come testimoni in Procura. In sostanza, quasi tutti hanno confermato che prestavano assistenza alla signora Agnelli quando lei risiedeva nelle dimore torinesi, ossia per la maggior parte dell'anno.

Nel locale caldaie dell'abitazione del pupillo di Gianni Agnelli, […] i militari del nucleo economico finanziario di Torino hanno trovato una ventina di faldoni con i documenti di «domestici, cuochi, autisti, governante, guardarobiera, maggiordomi». Per realizzare quella che i pm ritengono esser una «strategia evasiva», ossia non pagare le tasse sull'eredità in Italia, John avrebbe assunto formalmente il personale delle residenze di Villa Frescot, Villa To e Villar Perosa che «assisteva di fatto Marella Caracciolo».


A sommarie informazioni è stata sentita anche Carla Cantamessa, che si occupava della gestione amministrativa delle abitazioni riconducibili alla famiglia Angelli-Elkann. […] «al momento della perquisizione (del 7 febbraio, ndr) contattava immediatamente Gianluca Ferrero (il commercialista di famiglia indagato, ndr), avvisandolo dell'arrivo della Finanza e mostrando timore e preoccupazione per documenti che avrebbe dovuto "nascondere"».



In quel momento, però, i finanzieri stavano bussando anche alla porta del commercialista, che quindi ha subito riagganciato il telefono. Tra il materiale che le è stato sequestrato ci sono anche documenti sui «giardinieri dismessi dal 2020», ossia successivamente alla morte di Marella. La "prova del nove" è che quasi tutti i dipendenti assunti da John sono stati licenziati dopo che sua nonna, il 23 febbraio 2019, è deceduta.


Secondo i legali degli Elkann non esistono gli estremi del reato di truffa ai danni dello Stato nel caso di mancato pagamento della tassa di successione. Avvalendosi anche di un parere del professore Andrea Perini, docente di diritto penale tributario, hanno specificato […] che al massimo si tratta di un illecito amministrativo. Per i pm, invece, gli «artifizi e i raggiri» previsti dal reato di truffa si sono concretizzati proprio nel trucco della residenza in Svizzera di Marella, con il quale i tre nipoti avrebbero «indotto in errore» l'Agenzia delle entrate […], e così facendo avrebbero tratto «l'ingiusto profitto» di risparmiare tra i 42 e i 63 milioni di euro di tasse.



Tra l'altro, la «strategia evasiva» è esplicitata nel cosiddetto «vademecum della truffa» redatto da Ferrero, in cui si consiglia a chiare lettere «di non sovraccaricare la posizione italiana di Marella Caracciolo», facendo assumere i suoi dipendenti al nipote maggiore. L'altro punto su cui insistono le difese è il «ne bis in idem», il principio in base al quale non si può essere giudicati due volte per lo stesso fatto.

Ma la truffa ai danni dello Stato era già stata ipotizzata dalla Procura torinese prima che venisse eseguito il secondo sequestro, ora impugnato dagli Elkann e da Ferrero. I giudici, dopo quasi quattro ore di udienza, si sono riservati di decidere entro sabato prossimo. […]
 

 

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche e meteriologiche  imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

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Marco Bava ABELE: pennarello di DIO, abele, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile.

Sono quello che voi pensate io sia (20.11.13) per questo mi ostacolate.(08.11.16)

La giustizia non esiste se mi mettessero sotto sulle strisce pedonali, mi condannerebbero a pagare i danni all'auto.

(12.02.16)

TO.05.03.09

IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI  IL PANE E LA ACQUA QUOTIDIANI E LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE, LA PACE NEL MONDO, IL BENESSERE SOCIALE E LA COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI. TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E FIGLI.

TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .

SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A TE.

Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile "d" demonio per cui una decisione razionale puo' diventare irrazionale per questa ragione (12.02.16)

Non prendo la vita di punta faccio la volonta' di DIO ! (09.12.18)

La vita e' fatta da cose che si devono fare, non si possono non fare, anche se non si vorrebbero fare.(20.01.16)

Il mondo sta diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per irresponsabilità politica (16.02.16)

I cervelli possono viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e' soggettivo. (19.02.17)

L'auto del futuro non sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono . Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno , e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto. INFATTI la Modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone possono essere confrontate con i prototipi del prossimo salone.(18.06.17)

La siccità e le alluvioni dimostrano l'esistenza di Dio nei confronti di uomini che invece che utilizzare risorse per cercare  inutilmente nuovi pianeti dove Dio non ha certo replicato l'esperienza negativa dell'uomo, dovrebbero curare l'unico pianeta che hanno a disposizione ed in cui rischiano di estinguersi . (31.10.!7)

L'Italia e' una Repubblica fondata sul calcio di cui la Juve e' il maggiore esponente con tutta la sua violenta prevaricazione (05.11.17)

La prepotenza della FIAT non ha limiti . (05.11.17)

I mussulmani ci comanderanno senza darci spiegazioni ne' liberta'.(09.11.17)

In Italia mancano i controlli sostanziali . (09.11.17)

Gli alimenti per animali sono senza controllo, probabilmente dannosi,  vengono utilizzati dai proprietari per comodita', come se l'animale fosse un oggetto a cui dedicare il tempo che si vuole, quando si vuole senza alcun rispetto ai loro veri bisogni  alimentari. (20.11.17)

Ho conosciuto l'avv.Guido Rossi e credo che la stampa degli editori suoi clienti lo abbia mitizzato ingiustificatamente . (20.11.17)

L'elicottero di Jaky e' targato I-TAIF. (20.11.17)

La Coop ha le agevolazioni di una cooperativa senza esserlo di fatto in quanto quando come socio ho partecipato alle assemblee per criticare il basso tasso d'interesse dato ai soci sono stato o picchiato o imbavagliato. (20.11.17)

Sono 40 anni che :

1 ) vedo bilanci diversi da quelli che vedo insegnati a scuola, fusioni e scissioni diverse da quelle che vengono richieste in un esame e mi vengono a dire che l'esame di stato da dottore commercilaista e' una cosa seria ?

2) faccio esposti e solo quello sul falso in bilancio della Fiat presentato da Borghezio al Parlamento e' andato avanti ?

 (21.11.17)

La Fornero ha firmato una riforma preparata da altri (MONTI-Europa sono i mandanti) (21.11.17)

Si puo' cambiare il modo di produrre non le fasi di produzione. (21.11,17)

La FIAT-FERRARI-EXOR si sono spostate in Olanda perche' i suoi amministratori abbiano i loro compensi direttamente all'estero . In particolare Marchionne ha la residenza fiscale in Sw (21.11.17)

La prova che e' il femore che si rompe prima della caduta e' che con altre cadute non si sono rotte ossa, (21.11.17)

Carlo DE BENEDETTI un grande finanziere che ha fallito come industriale in quanto nel 1993 aveva il SURFACE con il nome QUADERNO , con Passera non l'ha saputo produrre , ne' vendere ne' capire , ma siluro' i suoi creatori CARENA-FIGINI. (21.11.17)

Quando si dira' basta anche alle bufale finanziarie ? (21.11.17)

Per i consiglieri indipendenti l'indipendenza e' un premio per tutti gli altri e' un costo (11.12.17)

La maturita' del mercato finanziario e' inversamente proporzionale alla sottoscrizione dei bitcoin (18/12/17)

Chi risponde civilmente e penalmente se un'auto o un robot impazziscono ? (18/12/17)

Non e' la FIAT filogovernativa, ma sono i governi che sono filofiat consententogli di non pagare la exit-tax .(08.02.18) inoltre la FIAT secondo me ha fatto più danni all'ITALIA che benefici distruggendo la concorrenza della LANCIA , della Ferrari, che non ha mai capito , e della BUGATTI (13.02.18).

Infatti quando si comincia con il raddoppio del capitale senza capitale si finisce nella scissione

Tesi si laurea sull'assoluzione del sen.Giovanni Agnelli nel 1912 dal reato di agiotaggio : come Giovanni Agnelli da segretario della Fiat ne e' diventato il padrone :

https://1drv.ms/b/s!AlFGwCmLP76phBPq4SNNgwMGrRS4

 

Prima di educare i figli occorre educare i genitori (13.03.18)

Che senso ha credere in un profeta come Maometto che e'un profeta quando e' esistito  Gesu' che e' il figlio di DIO come provato  per ragioni storiche da almeno 4 testi che sono gli evangelisti ? Infatti i mussulmani  declassano Gesu' da figlio di DIO  a profeta perché riconoscono implicitamente l'assurdità' di credere in un profeta rispetto al figlio di DIO. E tutti gli usi mussulmani  rappresentano una palese involuzione sociale basata sulla prevaricazione per esempio sulle donne (19.03/18)

Il valore aggiunto per i consulenti finanziari e' solo per loro (23.03.18)

I medici lavorerebbero gratis ? quante operazioni non sono state fatte a chi non aveva i soldi per pagarle ? (26.03.18 )

lo sfregio delle auto di stato ibride con il motore acceso, deve finire con il loro passaggio alla polizia  con i loro autisti (19.03.18)

Se non si tassa il lavoro dei robot e' per la mancata autonomia in termini di liberta' di scelta e movimento e responsabilita' penale personale . Per cui le auto a guida autonoma diventano auto-killer. (26.04.18)

Quanto poco conti l'istruzione per l'Italia e' dimostrato dalla scelta DEI MINISTRI GELMINI FEDELI sono esempi drammatici anche se valorizzati dalla FONDAZIONE AGNELLI. (26.04.18) (27.08.18).

Credo che la lotta alla corruzione rappresenti sempre di piu' un fattore di coesione internazionale perche' anche i poteri forti si sono stufati di pagare tangenti (27/04/2018)

Non riusciamo neppure piu' a produrre la frutta ad alto valore aggiunto come i mirtilli....(27/04/2018)

Abbiamo un capitalismo sempre piu' egoista fatto da managers che pensano solo ad arraffare soldi pensando che il successo sia solo merito loro invece che di Dio e degli operai (27.04.18)

Le imprese dell'acqua e delle telecomunicazioni scaricano le loro inefficienze sull'utente (29.05.18)

Nel 2004 Umberto Agnelli, come presidente della FIAT,  chiese a Boschetti come amministratore delegato della FIAT AUTO di affidarmi lo sviluppo della nuova Stilo a cui chiesi di affiancare lo sviluppo anche del marchio ABARTH , 500 , A112, 127 . Chiesi a Montezemolo , come presidente Ferrari se mi lasciava utilizzare il prototipo di Giugiaro della Kubang che avrebbe dovuto  essere costruito con ALFA ROMEO per realizzare la nuova Stilo . Mi disse di si perche' non aveva i soldi per svilupparlo. Ma Morchio, amministratore delegato della FIAT, disse che non era accettabile che uno della Telecom si occupasse di auto in Fiat perche' non ce ne era bisogno. Peccato che la FIAT aveva fatto il 128 che si incendiava perche' gli ingegneri FIAT non avevano previsto una fascetta che stringesse il tubo della benzina all'ugello del carburatore. Infatti pochi mesi dopo MORCHIO  venne licenziato da Gabetti ed al suo posto arrivo' Marchionne a cui rifeci la proposta. Mi disse di aspettare una risposta entro 1 mese. Sono passati 14 anni ma nessuna risposta mi e' mai stata data da Marchionne, nel frattempo la Fiat-Lancia sono morte definitivamente il 01.06.18, e la Nissan Qashai venne presentata nel 2006 e rilancia la Nissan. Infatti dal 2004 ad oggi RENAULT-NISSAN sono diventati i primi produttori al mondo. FIAT-FCA NO ! Grazie a Marchionnne nonostante abbia copiato il suo piano industriale dal mio libro . Le auto Fiat dell'era CANTARELLA bruciavano le teste per raffredamento insufficente. Quella dell'era Marchionne hanno bruciato la Fiat. Il risultato del lavoro di MARCHIONNE e' la trasformazione del prodotto auto in prodotto finanziario, per cui le auto sono diventate tutte uguali e standardizzate. Ho trovato e trovo , NEI MIEI CONFRONTI, molta PREPOTENZA cattiveria ed incompetenza in FIAT. (19.12.18)

(   vedi :  https://1drv.ms/w/s!AlFGwCmLP76pg3LqWzaM8pmCWS9j ).

La differenza fra ROMITI MARCHIONNE e' che se uno la pensava diversamente da loro Romiti lo ascoltava, Marchionne lo cacciava anche se gli avesse detto che aumentando la pressione dei pneumatici si sarebbero ridotti i consumi.

FATTI NON PAROLE E FUMO BORSISTICO ! ALFA ROMEO 166 un successo nonostante i pochi mezzi utilizzati ma una richiesta mia precisa e condivisa da FIAT : GUIDA DIRETTA.  Che Marchionne non ha apprezzato come un attila che ha distrutto la storia automoblistica italiana su mandato di GIANLUIGI GABETTI (04.06.18).

Piero ANGELA : un disinformatore scientifico moderno in buona fede  su auto elettrica. auto killer ed inceneritore  (29.07.18)

Puoi anche prendere il potere ma se non lo sai gestire lo perdi come se non lo avessi mai avuto (01.08.18)

Ho provato la BMW i8 ed ho capito che la Ferrari e le sue concorrenti sono obsolete ! (20.08.18)

LA Philip Morris ha molti clienti e soci morti tra cui Marchionne che il 9 maggio scorso, aveva comprato un pacchetto di azioni per una spesa di 180mila dollari. Briciole, per uno dei manager più ricchi dell’industria automotive (ha un patrimonio stimato tra i 6-700 milioni di franchi svizzeri, cifra che lo fa rientrare tra i 300 elvetici più benestanti).E’ stato, però, anche l’ultimo “filing” depositato dal manager alla Sec, sul cui sito da sabato pomeriggio è impossible accedere al profilo del manager italo-canadese e a tutte le sue operazioni finanziarie rilevanti. Ed era anche un socio: 67mila azioni detenute per un investimento di 5,67 milioni di dollari (alla chiusura di Wall Street di venerdì 20 luglio 2018 ). E PROSSIMAMENTE  un'uomo Philip Morris uccidera' anche la FERRARI .   (20.08.18) (25.08.18)

verbali assemblee italiane azionisti EXOR :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pg3Y3JmiDAW4z2DWx

verbali assemblee italiane azionisti FIAT :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76phApzYBZTNpkGlRkq

 

Prodi e' il peccato originale dell'economia italiana dal 1987 (regalo' l'ALFA ROMEO alla FIAT) ad oggi (25.08.18)

L'indipendenza della Magistratura e' un concetto teorico contraddetto dalle correnti anche politiche espresse nelle lottizzazioni delle associazioni magistrati che potrebbe influenzarne i comportamenti. (27.08.18)

Ho sempre vissuto solo con oppositori irresponsabili privi di osservazioni costruttive ed oggettive. (28.08.18)

Buono e cattivo fuori dalla scuola hanno un significato diverso e molto piu' grave perche' un uomo cattivo o buono possono fare il bene o il male con consaprvolezza che i bambini non hanno (20.10.18) 

Ma la TAV serve ai cittadini che la dovrebbero usare o a chi la costruisce con i nostri soldi ? PERCHE' ?

Un ruolo presidenziale divergente da quello di governo potrebbe porre le premesse per una Repubblica Presidenziale (11.11.2018)

La storia occorre vederla nella sua interezza la marcia dei 40.000 della Fiat come e' finita ? Con 40.000 licenziamenti e la Fiat in Olanda ! (19.11.18)

I SITAV dopo la marcia a Torino faranno quella su ROMA con costi doppi rispetto a quella francese sullo stesso percorso ? (09.12.18)

La storia politica di Fassino e' fatta dall'invito al voto positivo per la raduzione dei diritti dei lavoratori di Mirafiori. Si e' visto il risultato della lungimiranza di Fassino , (18.12.18)

Perche' sono investimenti usare risorse per spostare le pietre e rimetterle a posto per giustificare i salari e non lo sono il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni ? perche' gli 80 euro a chi lavora di Renzi vanno bene ed i 780 euro di Di Maio a chi non lavora ed e' in pensione non vanno bene ? (27.12.18)

Le auto si dividono in auto mozzarella che scadono ed auto vino che invecchiando aumentano di valore (28.12.18)

Fumare non e' un diritto ma un atto contro la propria salute ed i doveri verso la propria famiglia che dovrebbe avere come conseguenza la revoca dell'assistenza sanitaria nazionale ad personam (29.12.18)

Questo mondo e troppo cattivo per interessare altri esseri viventi (10.01.19)

Le ONG non hanno altro da fare che il taxi del mare in associazione per deliquere degli scafisti ? (11.02.19)

La giunta FASSINO era inutile, quella APPENDINO e' dannosa (12.07.19)

Quello che l'Appendino chiama freno a mano tirato e' la DEMOCRAZIA .(18.07.19)

La spesa pubblica finanzia le tangenti e quella sullo spazio le spese militari  (19.07.19)

AMAZON e FACEBOOK di fatto svolgono un controllo dei siti e forse delle persone per il Governo Americano ?

(09.08.19)

LA GRANDE MORIA DI STARTUP e causato dal mancato abbinamento con realta' solide (10.08.!9)

Il computer nella progettazione automobilistica ha tolto la personalizzazione ed innovazione. (17.08.19)

L' uomo deve gestire i computer non viceversa, per aumentare le sue potenzialita' non annullarle  (18.08.19)

LA FIAT a Torino ha fatto il babypaking a Mirafiori UNO DEI POSTI PIU' INQUINATI DI TORINO ! Non so se Jaky lo sappia , ma il suo isolamento non gli permette certo di saperlo ! (13.09.19)

Non potro' mai essere un buon politico perche' cerco di essere un passo avanti mentre il politico deve stare un passo indietro rispetto al presente. (04.10.19)

L'arretratezza produttiva dell'industria automobilistica e' dimostrata dal fatto che da anni non hanno mai risolto la reversibilità dei comandi di guida a dx.sx, che costa molto (09.10.19)

IL CSM tutela i Magistrati dalla legge o dai cittadini visti i casi di Edoardo AGNELLI  e Davide Rossi ? (10.10.19).

Le notizie false servono per fare sorgere il dubbio su quelle vere discreditandole (12.10.19)

L'illusione startup brucia liquidita' per progetti che hanno poco mercato. sottraendoli all'occupazione ed illude gli investitori di trovare delle scorciatoie al alto valore aggiunto (15.10.19)

Gli esseri umani soffrono spesso e volentieri della sindrome del camionista: ti senti piu' importante perche' sei in alto , ma prima o poi dovrai scendere e cedere il posto ad altri perche' nessun posto rimane libero (18.10.19)

Non e' logico che l'industria automobilistica invece di investire nelle propulsione ad emissione 0 lo faccia sulle auto a guida autonoma che brucia posti di lavoro. (22.10.19)

L'intelligenza artificiale non esiste perche' non e' creativa ma applicativa quindi rischia di essere uno strumento in mano ai dittatori, attraverso la massificazione pilotata delle idee, che da la sensazione di poter pensare ad una macchina al nostro posto per il bene nostro e per farci diventare deficienti come molti percorsi dei navigatori  (24.11.19)

Quando ci fanno domande per sapere la nostra opinione di consumatori ma sono interessati solo ai commenti positivi , fanno poco per migliorare (25.11.19)

La prova che la qualità della vita sta peggiorando e' che una volta la cessione del 5^ si faceva per evitare i pignoramenti , oggi lo si fa per vivere (27.11.19)

Per combattere l'evasione fiscale basta aumentare l'assistenza nella pre-compilazione e nel pagamento (29.11.19)

La famiglia e' come una barca che quando sbaglia rotta porta a sbattere tutti quanti (25.12.19)

Le tasse sull'inquinamento verranno scaricate sui consumatori , ma a chi governa e sa non importa (25.12.19)

Il calcio e l'oppio dei popoli (25.12.19)

La religione nasce come richiesta di aiuto da parte dei popoli , viene trasformata in un tentativo di strumento di controllo dei popoli (03.01.20)

L'auto a guida autonoma e' un diversivo per vendere auto vecchie ed inquinanoroti , ed il mercato l'ha capito (03.01.20)ttadini

Il vero potere della burocrazia e' quello di creare dei problemi ai cittadini anche se il cittadino paga i dipendente pubblico per risolvere dei problemi non per crearli.  Se per denunciare questi problemi vai fuori dal coro deve essere annientato. Per cui burocrazia=tangente (03.01.20)

Gli immigrati tengono fortemente alla loro etnina a cui non rinunciano , piu' saranno forti le etnie piu' queste  divideranno l'Italia sovrastando gli italiani imponendoci il modello africano . La mafia nigeriana e' solo un esempio. (05.01.20)

La sinistra e la lotta alla fame nel mondo sono chimere prima di tutto per chi ci deve credere come ragione di vita (07.01.20)

Credo di avere la risposta alla domanda cosa avrebbe fatto Eva se Adamo avesse detto di no a mangiare la mela ?  Si sarebbe arrabbiata. Anche oggi se non fai quello che vogliono le donne si mettono contro cercando di danneggiarti. (07.01.20)

Le sardine rappresenta l'evoluzione del buonismo Democristiano  e la sintesi fra Prodi e Renzi,  fuori fa ogni logica e senza una proposta concreta  (08.01.20)

Un cavallo di razza corre spontaneamente e nessuno puo' fermarlo. (09.01.20)

PD e M5S 2 stampelle non fanno neppure una gamba sana (22.01.20)

non riconoscere i propri errori significa sbagliare per sempre (12.04.20)

la vera ricchezza dei ricchi sono i figli dei poveri, una lotteria che pagano tutta la loro vita i figli ai genitori che credono di non avere nulla da perdere  ! (03.11.21)

GLI YESMEN SERVONO PER CONSENTIRE IL MANTENIMENTO E LO SVILUPPO E L'OCCULTAMENTO DEGLI INTERESSI OCCULTI DEL CAPITALISMO DISTRUTTIVO. (22.04.22)

DALL'INTOLLERANZA NASCE LA GUERRA (30.06.22)

L'ITALIA E' TERRA DI CONQUISTA PER LE BANDE INTERNE DEI PARTITI. (09.10.22)

La dimostrazione che non esista più il nazismo e' dimostrato dalla reazione europea contro Puntin che non ci fu subito contro Hitler (12.10.22)

Cara Meloni nulla giustifica una alleanza con la Mafia di Berlusconi (26.10.22)

I politici che non rappresentano nessuno a cosa servono ? (27.10.22)

Di chi sono Ambrosetti e Mckinsey ? Chi e' stato formato da loro ed ora e' al potere in ITALIA ?
Lo spunto e' la vicenda Macron . Quanti Macron ci sono in Italia ? E chi li controlla ? Mckinsey e' una P2 mondiale ?
Mb

Piero Angela ha valutato che lo sbarco sulla LUNA ancora oggi non e' gestibile in sicurezza ? (30.12.22)

Le leggi razziali = al Green Pass  (30.03.23)

Dopo 60 anni il danno del Vaiont dimostra il pericolo delle scelte scientifiche come il nucleare, giustificato solo dalle tangenti (10.10.23)

 

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere  .Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

  28. SE LE FORZE DELL'ORDINE INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117  PER UN PROBLEMA BANALE MI HA RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)

  29. GRAN PARTE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI ( DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)

  30. Spesso chi compera auto FIAT lo fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)

  31. Gli immigrati per protesta nei centri di assistenza li bruciano e noi dobbiamo ricostruirglieli  affinché  li redistruggono? (18.10.20)

  32. Abbiamo più rispetto per le cose che per le persone .29.08.21

  33. Le ragioni  per cui Caino ha ucciso Abele permangono nei conflitti umani come le guerre(24.11.2022)

  34. Quelli che vogliono l'intelligenza artificiale sanno che e' quella delle risposte autmatiche telefoniche? (24.11.22)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

IL TRIBUNALE DI  TORINO E LA CONSOB NON MI GARANTISCONO LA TUTELA DEL'ART.47 DELLA COSTITUZIONE

Oggi si e' tenuta l'assemblea degli azionisti Seat tante bugie dagli amministratori, i revisori ed il collegio sindacale, tanto per la Consob ed il Tribunale di Torino i miei diritti come azionista di minoranza non sono da salvaguardare e la digos mi puo' impedire il voto come e quando vuole, basta leggere la sentenza SENT.FIAT Mb

 

08.03.16

 

TEMI STORICI :

 

VIDEO DELLA TRASMISSIONE TV
Storie italiane
Puntata del 19/11/2019

SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI

https://www.raiplay.it/video/2019/11/storie-italiane-504278c4-8e8c-4b79-becc-87d5c7a67be6.html

 

10° Convegno
 
La grafopatologia in ambito giudiziario
L’applicazione della grafologia in criminologia, nelle malattie neurologiche e psichiatriche nel contesto giudiziario
 
Roma, 7 Dicembre 2019
 
Auditorium Facoltà Teologica “S. Bonaventura”
Via del Serafico 1 - Roma

 
alle ore 17,50
 
Vincenzo Tarantino
Gino Saladini
 
Elio Carlos Tarantino Mendoza Garofani
Grafologo giudiziario, esperto in fotografia forenseGiornalista, Criminologo
 
Il “suicidio” di Edoardo Agnelli: aspetti medico-legali criminologici e grafopatologici.

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

 PERCHE' TORINO HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI.  Gli feci presente che dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo delle indagini.

A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del "suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.

Mb

02.04.17

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI  , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste falsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

17.12.23

Il Sole 24 Ore:
 

La Giovanni Agnelli Bv ha deciso di rivedere anche il sistema di governance. Le nuove disposizioni, […] identificano tre interlocutori chiave tra gli azionisti: il Gruppo Giovanni Agnelli, il Gruppo Agnelli e il Gruppo Nasi. Si tratta di tre blocchi che raggruppano a loro volta gli undici rami famigliari storici. Il primo quello della Giovanni Agnelli coincide con la Dicembre e dunque pesa per il 40%. Segue il gruppo Agnelli con il 30% e il gruppo Nasi a cui fa capo il 20%. I componenti del cda della GA BV sono espressione proprio di questi tre “macro” gruppi famigliari della dinastia torinese.
Ognuno di loro esprime due rappresentanti nel board della Giovanni Agnelli Bv e uno nel board di Exor. Oggi il Gruppo Giovanni Agnelli ha indicato nel board della società olandese Andrea Agnelli e Alexander Von Fürstenberg. E questo nonostante Andrea Agnelli, che nel frattempo vive stabilmente ad Amsterdam, di fatto faccia parte di un altro blocco, quello del Gruppo Agnelli.
Per quest’ultimo i due membri del board sono Benedetto della Chiesa e Filippo Scognamiglio. Infine, per il gruppo Nasi Luca Ferrero Ventimiglia e Niccolò Camerana. I consiglieri del Cda della Bv sono nominati ogni 3 anni e decadono automaticamente al compimento di 75 anni. Ogni gruppo inoltre esprime un proprio rappresentante nel Cda di Exor che oggi sono Ginevra Elkann (Gruppo Giovanni Agnelli), Tiberto Ruy Brandolini D’Adda (Gruppo Agnelli) e Alessandro Nasi (Gruppo Nasi). Accanto al cda dell Bv resta in vita il Consiglio di famiglia, organo non deliberativo ma consultivo e formato da 32 membri.


Questa la nuova struttura societaria della
Giovanni Agnelli Bv per quote di possesso.

Dicembre (John Elkann , Lapo e Ginevra): 39,7%

Ramo Maria Sole Agnelli: 11,2%

Ramo Agnelli (Andrea Agnelli e Anna Agnelli): 8,9%

Ramo Giovanni Nasi: 8,7%

Ramo Laura Nasi-Camerana: 6%

Ramo Cristiana Agnelli: 5,05%

Ramo Susanna Agnelli: 4,7%

Ramo Clara Nasi-Ferrero di Ventimiglia: 3,4%

Ramo Emanuele Nasi: 2,5%

Ramo Clara Agnelli: 0,28%

Azioni proprie: 8,2%

 

Dovranno andare avanti le indagini della Procura di Milano con al centro il tesoro di Giovanni Agnelli, 13 opere d'arte che arredavano Villa
Frescot e Villar Perosa a Torino e una residenza di famiglia a Roma, sparite anni fa e ora reclamate dalla figlia Margherita unica erede dopo
la morte della madre e moglie dell'Avvocato, Marella Caracciolo di Castagneto, la quale aveva l'usufrutto dei beni.
Mentre riprenderà a Torino la battaglià giudiziaria sull' eredità lasciata dall'Avvocato, il gip milanese Lidia Castellucci, accogliendo in parte
i suggerimenti messi nero su bianco da Margherita nell'opposizione alla richiesta di archiviazione dell'inchiesta, ha indicato al pm Cristian
Barilli e al procuratore aggiunto Eugenio Fusco di raccogliere le testimonianze di Paola Montalto e Tiziana Russi, entrambe persone di
fiducia di Marella Caracciolo, le quali si sono occupate degli inventari dei beni ereditati, e di consultare tutte le banche dati «competenti»
comprese quelle del Ministero della Cultura e la piattaforma S.U.E.
(Sistema Uffici Esportazione).
Secondo il giudice, che invece ha archiviato la posizione di un gallerista svizzero e di un suo collaboratore indagati per ricettazione in base
alla deposizione di un investigatore privato a cui non sono stati trovati riscontri (secondo lo 007 avrebbero custodito in un caveau a Chiasso il
patrimonio artistico), gli ulteriori accertamenti potrebbero essere utili per identificare chi avrebbe fatto sparire la collezione composta da
quadri di Monet, Picasso, Balla, De Chirico, Balthus, Gérome, Sargent, Indiana e Mathieu.
Collezione di cui Margherita ha denunciato a più riprese la scomparsa, gettando ombre anche sui tre figli del primo matrimonio: John, Lapo e
Ginevra Elkann, e in particolare sul primogenito.
I quali «della sorte o delle ubicazioni di tali opere», hanno saputo «riferire alcunché».
E poiché ora lo scopo è recuperarle dopo che, per via dei vari traslochi, si sono volatilizzate, «appare utile procedere all'escussione» delle due
donne che «si sono occupate degli inventari degli immobili» e che, quindi, «potrebbero essere a conoscenza di informazioni rilevanti» in
merito agli spostamenti dei quadri e alla «eventuale presenza di inventari cartacei da esse redatti».
E poi per «verificare le movimentazioni di tali opere, appare opportuno» compiere accertamenti sulle banche dati comprese quelle del
ministero.
Infine, per effetto di un provvedimento della Cassazione, torna ad essere discusso in Tribunale a Torino il procedimento penale, promosso da
Margherita nei confronti dei figli John, Lapo e Ginevra Elkann per una questione legata all'; eredità di suo padre.
Il processo era stato sospeso in attesa dell'esito di due cause in Svizzera, ma ieri la Suprema Corte ha respinto il ricorso degli Elkann, come
hanno fatto sapere fonti legali vicine alla loro madre, e ha stabilito essere «pienamente sussistente la giurisdizione italiana», annullando l'ordinanza torinese.
«Nella verifica che tali giudici saranno chiamati ad effettuare - sottolineano gli avvocati - si dovrà tener conto anche della residenza abituale
di Marella Caracciolo», che a loro dire era in Italia, «e della opponibilità dell'accordo transattivo del 2004 nella successione Agnelli, con
possibili rilevanti ripercussioni sugli assetti proprietari della Dicembre», la società che fa capo agli eredi.

 

 

Fiat Nuova 500 Cabrio
Briosa e chic en plein air

Piacevole da guidare, la Fiat Nuova 500 Cabrio è una citycar elettrica dallo stile elegante e ricercato. Comoda solo davanti, ha una discreta autonomia e molti aiuti alla guida. Ma dietro si vede poco o nulla.

Quando lo dicevo io a Marchionne lui mi sfotteva dicendo che ci avrebbe fatto un buco. Ecco come ha distrutto l'industria automobilistica italiana grazie al potentissimo Fassino, grazie ai suoi elettori da 40 anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 
NON DIMENTICARE CHE:

Le informazioni contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.

Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.


MARCO BAVA

 

 

  ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA

 

SITI SOCIETARI

 

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Veicoli d'interesse storico, la fiscalità e il redditometro;
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Norme per la circolazione dei veicoli storici;
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Veicoli d'interesse storico e collezionistico: circolazione e fiscalità 

 

 

 

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http://www.vitalowcost.it

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 www.attactorino.org SITO SOCIALE TORINESE

 

 

 

 http://www.giurisprudenzadelleimprese.it/

 

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http://www.uibm.gov.it/

 

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http://www.penalecontemporaneo.it

 

http://controsservatoriovalsusa.org/

 

http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/price-sensitive/home.html?lang=it

 

http://www.societaquotate.com/

 

 

 

http://smarthyworld.com/renault.html

http://www.turbo.fr/renault/renault-avantime/photos-auto/

http://avantimeitalia.forumattivo.it/

http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

http://www.avantime-club.eu/

http://www.centropestelli.it/  scuola di giornalismo torinese

www.foia.it x la trasparenza

http://www.lingottoierieoggi.com la storia del lingotto

www.ipetitions.com PETIZIONI

http://www.casa.governo.it GUIDA AGEVOLAZIONI CASA

http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

 

 

 

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POTETE 

SCARICARE

LA VERITA' SULLA FIAT E LA FAMIGLIA AGNELLI,  PERCHÉ QUELLA CHE FINORA E' STATA PRESENTATA NON E' LA VERITA':

  1. GABETTI, GRANDE STEVENS, DONNA MARELLA, MARCHIONNE E JAKY HANNO SFASCIATO TUTTO.

  2. L'AVVOCATO ED UMBERTO NON HANNO CAPITO I DANNI CHE POTEVANO CAUSARE ED HANNO CAUSATO GABETTI GRANDE STEVENS E DONNA MARELLA.

  3. GABETTI CON MARCHIONNE e DONNA MARELLA CON JAKY hanno danneggiato  la FIAT.

  4. GIANNI AGNELLI FREQUENTAVA BOBBIO , YAKY ELON MUSK.

  5. CARO YAKY GESU' AVEVA AUTOREVOLEZZA NON AUTORITA'.

 

LO SFASCIO DI JAKY-MARCHIONNE:

 

https://www.la7.it/100minuti/rivedila7/100-minuti-autostop-30-04-2024-539867

 

Cara Giovanna Boursier

Ho visto il suo ottimo servizio ben documentato e non di parte .

La storia della targa della Ferrari Testarossa  grigia cabrio di GA che stava nel garage di Frescot entrando sulla destra e' che io come azionista Ifi l'avevo trovata nelle immobilizzazioni, chiesi a GA che ci stava a fare e lui la fece reimatricolare a suo nome con quella targa. Non la usava perche' mi disse che la trovava scomoda e preferiva le Fiat. L'uso' Giovanni Alberto Agnelli che ebbe un'incidente sulla Torino-Milano. Così mi disse Edoardo a cui il padre non la fece mai guidare. Edoardo aveva le Ferrari  in uso direttamente da Enzo Ferrari.

Chi sta chiudendo la Marelli e'  KKR che vorrebbe comprare la rete Tim pagandola 6 volte il suo valore come Enimont quando fu venduta da Gardini ad Eni.

A Carlo De Benedetti avevo proposto di acquisire la Fiat prima che arrivasse Marchionne, mi ha riso al TELEFONO.

Bianca Carretto forse dimentica che prima della Peugeot la Fiat fu offerta da Jaky a Renault a cui l'ho fatta saltare grazie a Nissan. Infatti poi i rapporti fra Nissan e Renault sono cambiati.

Poi Peugeot ha pagato la Fiat 2,9 miliardi rispetto ai 5 richiesti perché non c'era nessuno che volesse comprare FIAT.

Non e' vero che Marchionne ha saputo gestire la Fiat. Non capiva nulla di auto. Infatti non ha investito su LANCIA , come invece sta facendo Tavares. Maserati in 5 anni non poteva fare concorrenza a Porsche  che investe da 50 anni ! 

Marchionne non ha mai saputo scegliere un 'auto nelle presentazioni, chiedeva di farlo a chi lo avrebbe dovuto assistere !

La chimera del progetto fabbrica italiana ve la siete dimenticata tutti ?

Come le condanne per atteggiamento antisindacale a cui è stato condannato piu' volte Marchionne ?

Come De Benedetti non ne capisce nulla di computer visto che aveva il padre del Surface con Quaderno e ne' lui ne' Passera lo hanno capito.

Infatti il progetto della 500 elettrica e' sbagliato e voluto da Marchionne e realizzato da Jaky  investendo tanti soldi .

Proposte d'investimento agli Agnelli e De Benedetti vengono fatte da sempre da chi guadagna le commissioni, per cui quello che fa Jaky lo facevano anche Gabetti ed altri a NY con IFINT.

Inoltre i rapporti diretti internazionali sono tantissimo. Io in un we a Garavicchio a casa di Carlo Caracciolo mi sono trovato in piscina ed a tavola con il marito di Margherita, Giovanni Alberto, Edoardo e Carlo Caracciolo che mi ha chiesto come poteva difendersi da Carlo De Bebedetti. Io gli suggerii di entrare in Cofide e lui lo fece. 3 mesi dopo GA, dandomi il 5,  mi soprannominò in pubblico Mark Spitz,  per comunicarmi che sapeva tutto .

Il patrimonio di Gianni Agnelli io lo stimo in 100 miliardi , con dei parametri approvati da Grande Stevens, per cui a MARGHERITA hanno dato l'1%.

Il patrimonio di G.A lo gestivano Gabetti e Bormida.

Margherita e' come sua madre , prende tempo per allargarsi . Edoardo no infatti e' stato ucciso perche' non voleva rinunciare ai suoi diritto ereditari sulla Dicembre, a cui il Pm di Mondovi, Bausone non credeva , quando glielo dissi 2 giorni dopo l'omicidio di Edoardo.

L'ex Bertone finirà come Termoli.

IL RESTO glielo allego come anticipazione di un libro che forse uscira'.

La proposta del Marocco e' stata fatta ai fornitori gia' a Torino all'Hotel Ambasciatori nelle stesse ore in cui a 200 metri all'Hotel Concorde c'era il ministro Pichetto, a cui l'ho detto senza ricevere alcuna risposta, come per la mia proposta del progetto dell'H2 per autotrazione che rilancerebbe l'intera economia nazionale, produzione auto compresa che allego.

Tenete conto che dietro ogni persona c'e' un uomo nero, quello di Jaky per me e' a voi noto :Griva.

Resto a Sua disposizione per ogni chiarimento e documentazione,

Buon lavoro.

Marco BAVA

 

LE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI

BOSSI PRODI DE BENEDETI GIANNI AGNELLI SCALFARI 1 SCALFARI 2 PANELLA GIANNI AGNELLI 2

ORIGINALI CUSTODITI DALLA BIBLIOTECA DI SETTIMO TORINESE  LETTERA SETT.T

SE VUOI AVERE UNA COPIA  DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI  :

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

COMODATO EA COMODATO D'USO DI VILLA SOLE DOVE VIVEVA EDOARDO AGNELLI

DOCUMENTi SULLA DICEMBRE SOCIETA' SEMPLICE CHE CONTROLLA JUVE, FERRARI, STELLANTIS

DICEMBRE 2021

DICEMBRE 1984

il mio libro sui Piani INDUSTRIALI

Libro Mb

LA MIA TESI DI LAUREA IN GIURISPRUDENZA SUL PROCESSO AL SENATORE AGNELLI  PER AGIOTAGGIO

CON SENTENZA NEL 1912

TESI SEN AGNELLI

VEDETE  COME LAVORA UIBM   CHE MI HA BLOCCATO OGNI ATTIVITA' MENTRE CON EUIPO RIESCO A LA LAVORARE NORMALMENTE  

CACAO&MIELE\7228-REG-1547819845775-rapp di ricerca.pdf

 

Presentazione del libro “JUVENTUS SEGRETA”, autore Gigi MONCALVO

Martedì 5 marzo, alle ore 18, nella Sala Musica del Circolo dei Lettori di Torino

VIDEO:

https://youtu.be/jfPFSm35_W0

ALTRI VIDEO SULL'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI :

 

https://www.byoblu.com/2023/12/10/piazza-liberta-di-armando-manocchia-puntata-87/

https://youtu.be/_DJONMxixO8?si=rKoapPc2-8JtHha8

https://youtu.be/B05tTBK-w0E?si=O5XxvZFIr61tYU7w

https://www.youtube.com/watch?v=t0OrCSg1IZc

https://www.youtube.com/watch?v=Mhi-IY_dfr4

 

 

 

 

25.05.24
  1. I VOTATI DAGLI ITALIANI:   Svaria dall'Alfa all'Omega la «memoria difensiva» del presidente della Regione Giovanni Toti. E il documento in molti passaggi esula completamente dal contenuto delle indagini, apparendo più una summa di messaggi subliminal-trasversali ed evidentemente poco prodromici alle dimissioni, che un lineare dossier giudiziario.
    «Attento ai privati»
    Dopo aver premesso d'aver sempre perseguito «l'interesse pubblico», rimarca come «nell'ordinanza di custodia cautelare, così come nell'intero impianto accusatorio» si analizzi «solo una limitatissima parte dei rapporti tra amministrazione, Presidente e mondo del lavoro e delle imprese». Non mette in dubbio che «l'attenzione verso il mondo (appunto) privato e dell'impresa è stata messa in campo con ogni genere di attività economica e quale che fosse la sua origine», ma ciò avvenne «senza alcuna discriminazione... La mia azione politica - premette Toti - è sempre stata tesa alla tutela della dignità e del lustro della Regione».
    Si difende in primis sui finanziamenti ricevuti da decine d'impresari, che talvolta transitavano sui suoi conti personali: «Ogni dazione di denaro è stata accreditata con metodi tracciabili e rendicontata, i conti per la mia attività politica e quelli per la vita privata erano rigidamente separati».
    «Ecco chi chiedeva aiuto»
    Poi fornisce «a titolo esemplificativo» una lista di persone e imprese che gli avrebbero chiesto aiuto aldilà di ciò che è riportato dall'inchiesta. «Benché non agli atti della misura, per quanto concomitanti, ci sono gli incontri tra me, gli armatori Grimaldi e il direttore generale di Asso-armatori», nonostante «per storia venissero attribuiti alla parte politica avversa». L'elenco di chi lo ha cercato (lo riportiamo con le denominazioni inserite da Toti) prosegue con «Fratelli Colaninno, ditta Intermarine (On. Matteo ex parlamentare Pd)... Società Agri Peq, Famiglia Luzzati, accompagnati dal legale di fiducia Dello Strologo (Ariel, poi candidato sindaco Dem alle Comunali 2022 a Genova, ndr)», che viene indicato come «promotore e richiedente l'incontro». E ancora: «Gruppo Ferretti (amministratore Alberto Galassi), Gruppo Baglietto, Gruppo Italian Naval». Evoca «incontri con vertici italiani del Gruppo Contship, con vertici italiani dei principali operatori di crociere mondiali (Costa, Royal Msc), con i rappresentati della nuova proprietà dell'ex Hotel Kulm di Portofino (ceduto da Unipol assicurazioni)».
    «Lo yacht? Come un ufficio»
    Si passa ora al perimetro penale. «Viene dato risalto al fatto che taluni incontri avvengono sullo yacht di Spinelli, quasi fosse un luogo nascosto e lussuoso di piacere. Basta conoscere le sue abitudini di vita e lavoro per sapere che la barca è da sempre usata come succursale dell'ufficio... nel rapportarmi con Spinelli, mi interessai alle questioni da lui sollevate in modo spesso disconnesso dal contesto e totalmente estraneo allo spirito della conversazione, attraverso un intervento sempre dettato dalla pubblica utilità e addirittura in contrasto con gli interessi di Spinelli stesso». Nello specifico: «La proposta di assegnazione del Carbonile Enel al Gruppo Spinelli fu predisposta dagli uffici di Autorità Portuale e non soggetta a valutazione né amministrativa né tecnica degli uffici della Regione. Che tale attribuzione fosse giusta e legittima, per altro, viene riconosciuto anche da uno dei legali di Aponte (l'armatore e patròn di Msc, ndr), incaricato di trattare con Gruppo Spinelli e Autorità Portuale una risistemazione delle aree in cambio del ritiro di un'istanza presentata da Msc la stessa superficie».
    Capitolo successivo, le sospette pressioni per favorire Spinelli nel rinnovo trentennale della concessione del Terminal Rinfuse, in società proprio con Msc . «La durata viene ritenuta equa dagli uffici e anche dall'ex Procuratore della Repubblica Cozzi (Franco, in pensione dal luglio 2021, ndr) in un'intervista al Corriere della Sera... Il mio intervento si è limitato ad assumere informazioni circa lo stato della situazione, a caldeggiare un accordo il più possibile equo tra le parti in causa, al fine di evitare grave danno agli interessi della città... e che guerre commerciali o, peggio, il contenzioso legale tra gruppi (nello specifico Spinelli ed Msc) rallentassero o bloccassero la vita del porto con grave nocumento all'economia ligure».
    Le accuse al board portuale
    «Dalle intercettazioni appare chiaro che i maggiormente contrari (intende al rinnovo della concessione, ndr) in Comitato portuale sono Carozzi (Giorgio, rappresentante della Città Metropolitana di Genova, ndr) e Canavese (Rino, delegato dal Comune di Savona, ndr). Il secondo personaggio è notoriamente uomo vicino alla Famiglia Gavio, concorrente diretto in quanto terminalista, con forti interessi sul porto di Savona... Allo stesso modo, Carozzi appare influenzato dagli interessi e dalla posizione del Gruppo Aponte con il quale, per il tramite del dottor Lavarello (Alfonso, attuale presidente dell'aeroporto Cristoforo Colombo, ndr) vi è un fitto scambio di informazioni... occorre anche rilevare che, sempre all'interno delle intercettazioni, cosi come nelle dichiarazioni rese davanti al Gip, Spinelli sottolinea l'abitudine del Gruppo a contribuire alla vita politica della Regione attraverso elargizioni liberali destinate nel tempo a moltissimi soggetti... è anche in quest'ottica e proprio per forzare la posizione attendista delle istituzioni che Spinelli, nonostante sia tra i contributori dei Comitati Toti, cerca una sponda nell'ex governatore Burlando e in una delegazione da lui introdotta... non sfugge neppure che allo stesso pranzo partecipi Giulio Schenone, rappresentante del gruppo Psa in Italia e imprenditore in porto con diversi interessi, ma anche da sempre amico personale e politicamente contiguo a Burlando».
    I riesini garantiti da FI
    Dopo aver precisato che non c'era il suo telefonino fra quelli fotografati a scopo precauzionale fuori dallo yacht di Spinelli, difende l'attivismo su Punta dell'Olmo, la porzione di litorale nel Savonese dove secondo i pm avrebbe tentato di favorire l'imprenditore nell'ottenimento d'una spiaggia privata: «Abbiamo sempre tutelato i beni paesaggistici».
    Nuovo paragrafo, sul voto di scambio e i sospetti appoggi d'un gruppo di riesini legati alla criminalità organizzata alle Regionali 2020. «È da evidenziare che vinsi le elezioni con circa 380 mila voti. Il sostegno della comunità riesina si sostanzia, nelle indagini, con una certa approssimazione, di 400 voti». I fratelli Testa (Arturo e Italo, ritenuti dai pm collettori in cambio di favori e oggi indagati per voto di scambio con l'aggravante mafiosa) «venivano presentati come attivisti politici con incarichi in Regione Lombardia da due onorevoli. Entrambi gli onorevoli, Sorte (Alessandro di Forza Italia, ndr) e Benigni (Stefano, anche lui di Forza Italia, ndr) ne garantivano le qualità personali»
  2. NORMA ELETTORALE : Schillaci lancia la norma "salta-fila". Meloni: su questo ci giochiamo il consenso elettorale I cittadini saranno risarciti quando lo Stato non riuscirà a garantire il servizio pubblico
    Tagli alle liste d'attesa Rimborsi per le visite effettuate nel privato

    Paolo Russo
    Roma
    Giorgia Meloni a Schillaci lo ha detto a chiare lettere: «sull'abbattimento delle liste di attesa ci giochiamo un bel pezzo di consenso elettorale, per cui nel decreto legge del 3 giugno serve una disposizione chiara, che garantisca sempre e comunque la prestazione nei tempi dovuti». Detto fatto ed ecco spuntare nelle 25 pagine della bozza il rimborso "salta fila", che consentirà al cittadino di ottenere automaticamente dal privato quello che il pubblico non riesce ad assicurargli nei tempi massimi previsti per legge. Che sono poi 72 ore per i casi urgenti, 10 giorni per le prestazioni da garantire in tempi brevi, 30 giorni per le visite e 60 per gli accertamenti diagnostici differibili, 120 giorni per quelle differibili. Tempi spesso non rispettati, costringendo i cittadini a pagare così tasca propria il privato, nonostante un decreto legislativo del lontano 1998 avesse stabilito che in caso di mancato rispetto dei tempi massimi di attesa l'assistito "può chiedere" che la prestazione venga fornita dalla Asl in regime di libera professione intramuraria. Una norma rimasta inapplicata perché mai pubblicizzata e per il muro alzato dalla stesse Asl, che non forniscono né moduli né informazioni su come ottenere il rimborso. Ora il decreto legge stabilirà invece il principio che qualora i tempi di attesa sforino le soglie in automatico l'assistito possa accedere al privato convenzionato, ma in regime di libera professione. Come avverrà il rimborso di medici e strutture private lo stabilirà un successivo decreto ministeriale. Ma potrebbe essere il Cup, che appurata l'impossibilità di prenotare la prestazione nei tempi leciti, indirizza direttamente il paziente presso l'ambulatorio medico privato dell'ospedale oppure, nel caso di analisi e accertamenti diagnostici, in strutture private convenzionate, ma negli spazi riservati a chi è solvente e per questo non fa la fila.
    «Nel decreto cercheremo di garantire che quando una persona ha bisogno di fare un esame le venga data la possibilità di farlo nei tempi giusti», ha sintetizzato ieri Schillaci al Festival di Trento.
    Certo è che l'operazione rischia di far lievitare non di poco la spesa, perché un conto è la tariffa low cost di una tac o di una risonanza rimborsata dalle regioni, un'altra quella richiesta al cittadino che ottiene la prestazione in modalità solvente. Ma i tecnici del ministero della Salute sono convinti che il ristoro "automatico" spingerà le Asl a darsi una mossa nel tagliare i tempi di attesa, che a parere degli uomini di Schillaci dipendono più da cattiva organizzazione e programmazione che non da carenza di risorse. Anche se stabilito il nuovo percorso salta-fila il decreto metterà sul piatto più soldi, sia per il privato convenzionato, aumentando di nuovo il tetto di spesa dopo i 360 milioni in più previsti in manovra, mentre i medici e gli atri operatori sanitari vedranno aumentare la tariffa oraria delle prestazioni aggiuntive erogate per abbattere le liste di attesa. Tariffe che erano già state portate dalla Finanziaria 2024 a 100 euro per i medici e 60 per tecnici sanitari e infermieri.
    Il Piano Schillaci anti liste di attesa però non si ferma qui. Prima di tutto verrà avviato un monitoraggio per capire la reale dimensione del fenomeno, visto che fino ad oggi a rilevarlo sono state solo inchieste giornalistiche e segnalazioni degli utenti. Poi verranno unificate tanto le agende del pubblico che quelle del privato, impedendo a quest'ultimo di gestire in proprio parte degli appuntamenti. Così come sarà tassativamente vietato chiudere le agende rinviando sine die l'appuntamento. Attenzione anche a non prenotare e non presentarsi, perché il Cup chiamerà due giorni prima la data prefissata per chiedere conferma e nel caso poi non ci si presenti la Asl chiederà il rimborso integrale della prestazione.
    Ma il ministro e i suoi tecnici sono convinti che ad alimentare le liste di attesa ci sia anche un certo eccesso di prescrizioni. Magari elargite dai medici per proteggersi da qualche futura causa temeraria. Così grazie a specifici motori di ricerca e a un codice identificativo della ricetta (l'ICD9) spetterà all'Agenas scovare i dottori dalla penna un po' troppo scorrevole, lanciando l'allert alla Regione. Una previsione che già fa storcere il naso ai camici bianchi.
  3. FERMATE LE VOSTRE AUTO - “Citroën le chiede di sospendere immediatamente la guida del suo veicolo”. Un messaggio allarmante, contenuto all’interno di una lettera che sta arrivando ai proprietari di oltre 600.000 di Citroën C3 e DS 3 prodotte tra il 2009 e il 2019 che si trovano in alcune aree europee (Italia compresa). Il grave difetto un possibile malfunzionamento del dispositivo di gonfiaggio degli airbag prodotti dalla società Takata. Le sostanze chimiche contenute nei gonfiatori di questi airbag Takata potrebbero deteriorarsi nel tempo, soprattutto se esposti a condizioni climatiche e umide. In caso di incidente, l’airbag potrebbe quindi gonfiarsi con una forza eccessive, provocando la rottura del dispositivo e mettendo a rischio guidatore e passeggero a possibili lesioni gravi o, nel peggiore dei casi, alla morte.

    IL CONTROLLO VIA WEB - La Citroën invita tutti i possessori dei modelli prodotti in quel periodo di tempo a interrompere immediatamente la guida dei propri veicoli e di accedere a questo sito web o scansionando un QR Code che si trova stampato sulla lettera di richiamo, inserendo il VIN della propria vettura. Grazie a ciò si può accedere al processo di verifica per consentire di raccogliere informazioni importanti e permettere di effettuare le riparazioni nel più breve tempo possibile. Dopo la verifica, la Citroën promette di informare i clienti sui passaggi necessari per la sostituzione del dispositivo a rischio, offrendo gratuitamente se necessario opzioni di mobilità alternative per soddisfare le loro esigenze.

    DISAGI QUASI CERTI - Data l’entità del richiamo, la Citroën si scusa per l’inconveniente e assicura che i suoi tecnici stanno lavorando per risolvere i problemi il più rapidamente possibile: “Siamo pienamente consapevoli del fatto che, al momento, i clienti potrebbero incontrare alcune difficoltà o tempi di attesa più lunghi per la soluzione di mobilità”.

 

 

24.05.24
  1.  Giochi
    parentopoli
    monica serra
    milano
    Sono trecentottanta i dipendenti della Fondazione Milano Cortina. Così tanti che i quattro piani del grattacielo Allianz a Citylife non bastano più. Il trasloco nella sede di via della Boscaiola è stato concluso proprio lunedì, ma – da quel che emerge – nessuna di queste persone, almeno fino a qualche tempo fa, sarebbe stata obbligata a usare il badge o a segnalare ingressi e uscite dall'ufficio. Tante assunzioni, anche di figli e parenti di cariche istituzionali, paracadutati dalla politica oltre a quelli che sono stati ribattezzati «i figli di Vincenzo Novari», cioè ex colleghi ed ex dipendenti che, una volta diventato ad della Fondazione, il manager genovese ha arruolato. Un «contesto opaco» su cui ora la procura vuole fare chiarezza con un secondo fascicolo aperto per abuso d'ufficio e turbativa d'asta che si aggiunge al filone principale, per corruzione e gare truccate. Non ci sono indagati ma qualche nome potrebbe essere iscritto dopo gli ascolti e gli interrogatori di questi giorni.
    Per sei ore, dal mattino di ieri, una dipendente assunta in una posizione intermedia all'Ufficio personale è stata sentita dai pm Francesco Cajani e Alessandro Gobbis al quinto piano del palazzo di giustizia. Non è stata convocata per il ruolo che riveste, ma perché dal 2000 lavora con Novari, e per ventiquattro anni lo ha seguito in tutte le sue imprese, fino a questa, dei Giochi olimpici 2026. Erano tanti i curricula che arrivavano, ha ricostruito la dipendente. Lei li raccoglieva e, settimanalmente, li metteva sulla scrivania dell'ad. C'era un direttore dell'ufficio personale. Ma, a domanda, la testimone ha risposto: «A decidere le assunzioni era Novari». Come a dire che, di fatto, il direttore dell'ufficio personale fosse lui.
    Queste dichiarazioni rischiano di aggravare la posizione del manager già indagato per corruzione e turbativa nel filone principale dell'inchiesta. E che è stato convocato per l'interrogatorio questa mattina. Alla dipendente è stato chiesto anche se in tutte queste assunzioni, qualche volta, abbia avuto un ruolo il presidente del Coni, Giovanni Malagò. Lei avrebbe risposto che non ne ha idea, che negli uffici lo ha incrociato al massimo un paio di volte.
    Così nell'inchiesta, destinata ad allargarsi, si indaga ora anche su una presunta parentopoli già paventata dalle cronache di alcuni quotidiani mesi fa. Quando è venuta fuori una sfilza di nomi illustri che hanno trovato un ottimo posto di lavoro in Fondazione. Dal secondogenito del presidente del Senato, Lorenzo Cochis La Russa, assunto a 25 anni come junior event manager (sembrerebbe dopo un'unica esperienza lavorativa: sei mesi di stage all'ufficio legale della Serie A), alla nipote dell'ex premier Mario Draghi, Livia, ingaggiata come capo dei contenuti video. Dall'ex sottosegretario di Berlusconi e direttore di Rai 2, Antonio Marano, assunto come direttore commerciale, alla social media manager delle fondazioni renziane, che nel 2019 si è candidata con il Pd alle amministrative di Firenze, Ursula Bassi, presa come strategic partnerships manager. Fino al vicepresidente di Ania, Raimondo Astarita, nominato capo delle relazioni istituzionali della Fondazione, giusto per fare qualche esempio.
    Qualcuno ha raccomandato le assunzioni? E se sì, a chi? Come sono stati selezionati i cv? Che lavoro hanno effettivamente svolto i dipendenti? Sono le domande a cui il Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, coordinato dalla aggiunta Tiziana Siciliano, deve rispondere. Ieri l'appartamento milanese di Novari è stato perquisito dagli investigatori, che in quello del coindagato Massimiliano Zuco avrebbero trovato qualche decina di migliaia di euro in contanti. A chiedere la sua assunzione all'ex ad era stato l'imprenditore Luca Tomassini, che il giorno della nomina di Novari già gioiva in chat: «E andiamoooo… Cinque billion di budget».
    Nel frattempo, la professoressa Paola Severino ha depositato la nomina: è stata incaricata dall'attuale ad Andrea Varnier di assistere la Fondazione, in quanto parte offesa. Nel corso delle perquisizioni, andate avanti anche ieri negli uffici, i legali presenti avrebbero lamentato come, tra i tanti atti acquisiti, ci sarebbe documentazione non pertinente al perimetro del decreto firmato dai pm. Per questo avrebbero chiesto una «selezione» degli atti attinenti all'inchiesta con parole chiave nel «contraddittorio delle parti».
    E questo nonostante le parole del ministro Adrea Abodi: «Nessuna preoccupazione, la fondazione è e deve essere una casa di vetro».
  2. Ente nel 2022, quando è stato siglato il contratto "Pisa", ha accumulato perdite per 85 milioni
    Il doppio ruolo di sponsor e fornitore sotto la lente il maxi appalto a Deloitte

    andrea siravo
    milano
    Ottantacinque milioni di perdita alla fine del 2022. Trentaquattro alla fine del 2023. I bilanci della Fondazione Milano Cortina sono finiti sotto la lente della Gdf che indaga per corruzione e turbativa d'asta e ora vuole «verificare l'oggetto di prestazioni contrattuali» ulteriori rispetto a quelle con Vetrya e Quibyt di Luca Tomassini già finite sotto inchiesta. A partire dalla natura dei rapporti con Deloitte che non risulta indagata ma che nei conti dell'ente, nelle sue diverse articolazioni, compare nella doppia veste di sponsor che dà 7 milioni di euro e di fornitore che se ne fa pagare 74 milioni.
    Una cifra che, scrive la Gdf negli atti dell'inchiesta, «pare aver provocato un ingente stato debitorio in capo alla Fondazione» che necessita di «un approfondimento investigativo».
    A partire dal progetto Pisa (Particularised services agreement) che la Fondazione guidata dall'ex ad Vincenzo Novari sottoscrive con il colosso delle revisioni e delle consulenze per «servizi tecnologici e di cyber security», erogati dalle americane Deloitte Consulting e Deloitte & Touche per circa 176 milioni di dollari. Un "contrattone" che ha inciso sull'incremento dei costi ai fornitori e ha contribuito in maniera decisa alla chiusura dell'esercizio 2022 con un patrimonio netto negativo di 85 milioni di euro. «Nonostante i debiti della Fondazione saranno – si legge nella nota integrativa del bilancio – in parte compensati finanziariamente (per un importo previsto di circa 45 milioni di dollari) con le fatture emesse verso il Cio, nell'ambito dell'accordo Top programme, per contratti di sponsorizzazione a livello globale dal Cio stesso sottoscritti sempre con Deloitte Usa». Accertare come si sia svolta la gara d'appalto e quali servizi di preciso siano previsti da Pisa è fondamentale per i pm Siciliano-Cajani-Gobbis che, alla divisione milanese del colosso, hanno chiesto di esibire anche il testo del contratto. Ma Deloitte Italia ha dichiarato di dover attendere il via libera della casa madre. Per tutta la giornata di martedì, finanzieri e pm sono stati nei loro uffici a ispezionare pc e cellulari dei dipendenti assegnati ai progetti olimpici.
    Mail e chat di interesse investigativo sono state acquisite e saranno analizzate nei prossimi giorni. L'oggetto delle fatture per oltre 74 milioni emesse da Deloitte Consulting srl, Consulting Llp E Deloitte & Touche Llp non è al momento noto. E ancora è da chiarire se il subentro a Vetrya e Quibyt nella gestione del sito web del comitato organizzatore dei giochi olimpici dal 29 aprile 2024 era già inserito in un precedente accordo, o faccia parte di uno nuovo.
  3. La Guardia di Finanza ha tracciato i trasferimenti di denaro sui conti privati del governatore ligure e del capo di Gabinetto Cozzani
    "Comitati elettorali usati come bancomat" Nuove accuse a Toti, oggi l'interrogatorio

    Marco Fagandini
    Matteo Indice
    genova
    I soldi che gli imprenditori versavano ai comitati elettorali del governatore ligure Giovanni Toti venivano dirottati con una certa disinvoltura su conti privati: sia dello stesso Toti, perlomeno dal 2018/2019, sia del suo capo di Gabinetto Matteo Cozzani, come dimostra un incrocio di segnalazioni della Banca d'Italia e della Finanza, che hanno dato impulso all'inchiesta a valle della quale proprio Toti è finito ai domiciliari. Stamattina sarà interrogato e dovrà fornire spiegazioni sul sospetto giro di tangenti che ha decapitato la Liguria. Ieri i giornali hanno rivelato che nel 2022 almeno 55 mila euro sono stati girati dal Comitato Toti a un suo deposito privato, creato presso Carige poi divenuta Bper, con la causale «spesa per attività politica». Poco prima, hanno svelato i rilievi delle Fiamme Gialle, il collettore elettorale aveva ricevuto bonifici per almeno 30 mila euro dall'imprenditore Aldo Spinelli e il periodo era molto delicato per entrambi: Toti aveva in ballo un paio di campagne elettorali, Spinelli le assegnazioni delle aree portuali denominate «ex Carbonile».
    Il legale Stefano Savi spiega come parte della cifra dirottata su Carige fosse servita a risarcire Raffaella Paita (Italia Viva), che aveva chiesto un ristoro a Toti per un post-offensivo sui social, e questo s'inserisce ai loro occhi nel perimetro dell'attività politica. E però oggi è molto evidente come quell'andazzo, soldi che dai dal Comitato o dalla sua Fondazione Change approdavano a depositi personali, fosse tutt'altro che estemporaneo.
    Lo prova una nota del 18 marzo 2022 del nucleo di polizia economico-finanziaria guidato dal generale Andrea Fiducia. «È emerso - precisano i finanzieri - che Matteo Cozzani, capo di Gabinetto della Regione Liguria (ai domiciliari per corruzione, ndr) e già coordinatore della Lista Toti-Presidente nel corso della campagna per elezioni liguri del settembre 2020, è risultato essere beneficiario, su un proprio conto corrente aperto nella Banca Passadore, di un bonifico di 27.200 euro disposto il 7 agosto 2020 dal conto Intesa intestato al Comitato Giovanni Toti - Liguria ».
    La causale non chiariva per quale ragione i soldi in teoria destinati a finanziare le iniziative politiche d'un movimento civico, finissero in realtà nelle disponibilità private d'un dirigente regionale. Ma la procedura sembra la stessa mappata per altre movimentazioni sospette nel 2022, che in quel caso avevano portato denaro dal salvadanaio del Comitato elettorale al conto personale di Toti.
    Tutto qui? No, perché il sistema sembra esteso ad annate precedenti, quando di nuovo Toti era stato beneficiario di storni fra i medesimi conti correnti. Lo si desume in particolare da una cosiddetta «sos» (segnalazione di operazione sospetta) di Bankitalia, trasmessa ai pm del capoluogo ligure, che accendeva i riflettori sui finanziamenti al partito di Toti dall'imprenditore dei rifiuti Pietro Colucci. Incrociando il dettaglio delle sue erogazioni con le intercettazioni fra Cozzani e Toti nelle quali parlavano di abboccamenti con Colucci per discutere della licenza su una discarica in Liguria, i magistrati hanno indagato sia il governatore sia l'impresario per corruzione, sebbene questo addebito non sia fra quelli per i quali la Procura ha ottenuto gli arresti. Già nel 2019 venivano contestualizzate la generosità di Colucci nei confronti di Toti e le triangolazioni di denaro con il conto corrente personale del politico. Ecco quindi che L'Uif (Unità d'informazione finanziaria) della Banca d'Italia e le Fiamme Gialle si concentravano su 90 mila euro di finanziamenti alla Fondazione Change «da Aker srl e 20 mila euro da Innovatec spa». Entrambe le aziende facevano parte del gruppo Waste Italia, che si occupava appunto di energia e rifiuti, guidato al tempo proprio da Colucci. Altri 30 mila euro erano arrivati da Diaspa srl, società che nel 2018 aveva acquisito una partecipata di Waste.
    Nella medesima informativa, è presente un passaggio eloquente: «Dal conto corrente della Fondazione Change risultano inoltre eseguiti bonifici direttamente a favore di Giovanni Toti per euro 5 mila e 20 mila, con causale "spesa per attività politica"». Ed è probabile che anche su questo i magistrati chiederanno delucidazioni o di oggi a palazzo di giustizia. —
  4. L'odissea dei migranti "Respinti nel deserto con la complicità Ue"
    leonardo di paco
    Per raccontarsi, in francese, usa la parola «ordure»: spazzatura.
    Francois è un uomo camerunese di 38 anni che, come tanti nella sua condizione, ossia provenienti dai Paesi dell'Africa subsahariana, sogna un futuro migliore in Europa. Tra settembre e dicembre 2023 ha provato quattro volte a raggiungere il Continente, mettendo da parte i soldi con il suo lavoro da piastrellista: non ci è mai riuscito.
    Il primo fallimento è arrivato dopo essere stato intercettato in mare da imbarcazioni con motori donati dall'Italia alla Tunisia. La seconda è stato arrestato all'improvviso nella sua abitazione vicino a Sfax, seconda città tunisina per importanza, ed è stato abbandonato nel deserto al confine tra la Tunisia e l'Algeria assieme alla sua famiglia. Senza cibo, senza acqua, senza alcuna assistenza: «Come un sacco di spazzatura». A differenza di altri migranti, è sempre riuscito a sfuggire al deserto assassino. In altri due casi, invece, è stato recuperato in mare dai pescatori dopo un problema ai motori delle barche degli scafisti. La testimonianza di Francois è contenuta in un'inchiesta di Irpimedia, testata indipendente e non profit di giornalismo investigativo transnazionale che mette in evidenza la complicità dei Paesi Ue nel voler respingere i migranti con metodi che prevedono una grave violazione dei diritti umani.
    Morti di stenti
    Nell'estate 2023 l'opinione pubblica internazionale ha scoperto casi simili a quello di François grazie alle testimonianze dirette dei migranti postate sui social network. Cambiava il luogo di espulsione: centinaia di persone provenienti dai Paesi dell'Africa subsahariana erano state cacciate tra la città tunisina di Ben Guerdane e quella libica di Ras Jedir.
    Il confine libico-tunisino è l'altra zona delle espulsioni di massa dalla Tunisia. Per quanto Ras Jedir sia poco distante dal mare, si trova in una zona desertica e inospitale. La trentenne ivoriana Fati Dosso e sua figlia Marie, di 6 anni, sono tra le 29 persone decedute in quei giorni tra le dune di sabbia. La foto che ritrae i loro corpi senza vita, abbracciati nel deserto, è diventata un simbolo delle conseguenze di quelle espulsioni di massa.
    Il sistema
    Secondo l'inchiesta In Nord Africa esiste un «sistema» per espellere nel deserto i migranti che provengono tra il Sahara e l'Equatore. Lo scopo è impedire loro di raggiungere l'Europa, sfruttando il processo di esternalizzazione delle frontiere promosso dall'Ue negli ultimi vent'anni.
    Il ruolo dell'Europa
    Mezzi ed equipaggiamenti necessari al sistema delle espulsioni per funzionare, dai motori delle motovedette che intercettano le barche dei migranti, fino ai pickup o agli autobus che li trasportano e abbandonano in mezzo al deserto, sono dotazioni che provengono dai Paesi europei. Bruxelles riconosce l'esistenza delle espulsioni nel deserto ma afferma che la responsabilità sia da attribuire ai Paesi partner che hanno siglato accordi bilaterali con gli Stati Ue.
    Rileva ancora il rapporto: «In Nord Africa, intorno a questo sistema, si sono creati centri di potere che gestiscono l'industria della migrazione irregolare: dai gruppi di trafficanti fino a ministeri che usano la migrazione come una leva per negoziare aiuti economici e legittimità politica».
    Le responsabilità italiane
    L'Italia, sottolinea Irpimedia, «è fra i Paesi che ha più sostenuto la Commissione in questo sforzo diplomatico, con l'obiettivo di fermare i flussi di migranti in partenza dal Paese nordafricano». Lasciando fare il «lavoro sporco», come lo chiama Francois, ad altri in cambio di ingenti fondi.
  5. Figlio di Gian Mario, anche lui condannato, deve scontare otto anni una parte della pena riguarda il fallimento della società automobilistica
    Gian Luca Rossignolo arrestato in Montenegro per il crac De Tomaso

    È stato arrestato lunedì sera a Podgorica dalle autorità di polizia montenegrine, in esecuzione di un provvedimento di cattura della Procura Generale della Repubblica presso la Corte d'Appello di Torino, Gian Luca Rossignolo. A suo carico più sentenze di condanna per una pena complessiva di otto anni e un mese di reclusione perché ritenuto – tra i vari giudicati definitivi - responsabile del reato di bancarotta fraudolenta della società 'De Tomaso automobili', storica casa torinese produttrice di vetture sportive, fallita nel 2012.
    Rossignolo, è ora ristretto in un carcere montenegrino in attesa delle procedure per l'estradizione in Italia. Si sarebbe anche reso autore di commercio di opere d'arte contraffatte ai danni della 'Josef & Anni Albers Foundation' fondazione artistica mirata a salvaguardare le opere dei maestri Albers nonché di opere dell'artista Piero Manzoni. Le indagini finalizzate alla cattura sono state condotte dal nucleo investigativo carabinieri di Milano che lo ha localizzato in Montenegro. Al momento del fermo Rossignolo avrebbe tentato di sottrarsi alla sua identificazione esibendo documenti italiani contraffatti. ll provvedimento di cattura era stato emesso dalla Procura Generale presso la Corte d'Appello di Torino e la bancarotta era stata commessa anche ottenendo, con l'utilizzo di polizze fideiussorie false, dei finanziamenti indebiti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Regione Toscana per oltre 10 milioni di euro. Per il rintraccio di Rossignolo, ufficialmente latitante, sono stati attivati i canali di cooperazione internazionale di polizia tramite lo Scip (Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia) che si sono rivelati determinanti per il suo arresto. In Piemonte la De Tomaso aveva acquisito lo stabilimento ex Pininfarina di Grugliasco e assorbito gran parte dei dipendenti dell'azienda che avrebbero dovuto essere riqualificati con i corsi di formazione finanziati con fondi pubblici.
    Il 21 giugno del 2021 la corte d'Appello di Torino aveva pronunciato sentenza di condanna anche per il padre Gian Mario Rossignolo per il crack della De Tomaso Automobili Spa: 3 anni e 10 mesi.
    Ed è in quel contesto che erano stati condannati a 3 anni e 6 mesi e 3 anni e 3 mesi anche il figlio Gianluca e Giuliano Malvino, amministratore di una società in rapporti con la De Tomaso.
    Per altre posizioni la Corte aveva stabilito di «non doversi procedere» per avvenuta prescrizione. In primo grado, l'imprenditore e suo figlio erano stati condannati a 5 anni e 6 mesi e 4 anni e 10 mesi per bancarotta fraudolenta, truffa ai danni della Regione Piemonte e del ministero dell'Economia. Molti dei reati contestati erano caduti in prescrizione, da qui lo sconto di pena in secondo grado. Accogliendo le richieste del procuratore Giancarlo Avenati Bassi, la Corte aveva inoltre disposto la trasmissione degli atti in procura in relazione a due bonifici da circa 11 milioni di euro, che dovevano servire per il Tfr dei lavoratori, mentre in realtà così non avvenne e la cifra fu saldata dall'Inps.

 

 

23.05.24
  1. Mario Mori
    Stragi di mafia, indagato il generale Mori Il governo attacca i pm: accuse infondate
    Francesco Grignetti
    Roma
    Pensava di essere finalmente fuori dal tunnel giudiziario, il generale dei carabinieri Mario Mori, già capo del Ros e poi degli 007 del Sisde. E invece rieccolo indagato, stavolta dalla procura di Firenze, per i reati di strage, associazione mafiosa e eversione dell'ordine democratico. Lo accusano di avere conosciuto per tempo i piani di Totò Riina e però non avere impedito le bombe mafiose che insanguinarono il capoluogo toscano nel 1993.
    «Accuse risibili e surreali. Affronterò e supererò anche questa ennesima angheria», si sfoga il generale, che compie 85 anni e s'è visto notificare un invito a presentarsi ad un interrogatorio. Con lui, contro i magistrati fiorentini, insorge mezzo governo. Il sottosegretario Alfredo Mantovano gli ha dato udienza due giorni fa per manifestargli «vicinanza di fronte alle contestazioni delle quali mi ha messo a parte» e «sconcerto, nonostante che decenni di giudizi abbiano già dimostrato l'assoluta infondatezza di certe accuse». Duro anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «È stata aperta una nuova indagine contro il generale per le stragi mafiose del 1993. Non ci si poteva accontentare di avergli reso la vita un calvario per decenni; non si poteva accettare il fatto che fosse stato assolto da ogni contestazione...».
    In effetti Mori pensava di esserne fuori. Ha appena pubblicato un libro assieme al suo ex collaboratore Giuseppe De Donno («La verità sul dossier mafia-appalti») che ruota sul delitto Borsellino e il ruolo luciferino dell'allora procuratore capo Pietro Giammanco. «Abbiamo aspettato di essere assolti da ogni accusa prima di uscire con questo libro», diceva Mori qualche settimana fa, non sapendo che l'indagine di Firenze, coordinata dai procuratori aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli stava puntando su di lui.
    Mori è accusato di aver sottaciuto le indicazioni di un ambiguo confidente quale Paolo Bellini che avvisò dei piani stragisti un maresciallo dei carabinieri, e quanto gli accennò un pentito di mafia, Angelo Siino. Il generale commenta così: «Dopo una violenta persecuzione giudiziaria, portata avanti con la complicità di certa informazione e durata ben 22 anni, che mi ha visto imputato in tre processi, nei quali sono stato sempre assolto, credevo di poter trascorrere in tranquillità quel poco che resta della mia vita. Ma devo constatare che, evidentemente, certi inquirenti continuano a proporre altri teoremi, non paghi di cinque pronunce assolutorie e nemmeno della recente sentenza della Suprema Corte».
    Si riferisce a una sentenza della Cassazione che ha sepolto definitivamente il processo Trattativa Stato-Mafia. Mori infatti era stato condannato in primo grado a Palermo proprio per le stragi, ma la sentenza di Appello e poi la Cassazione hanno ribaltato la prospettiva sui colloqui che Mori e Del Donno ebbero nel 1992 con Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e mafioso. La sentenza di Appello, nell'assolverlo, ha riconosciuto che la sua condotta aveva come «finalità precipua ed anzi esclusiva quella di scongiurare il rischio di nuove stragi» e che il comandante del Ros aveva «come obiettivo quello di porre un argine all'escalation in atto della violenza mafiosa che rendeva più che concreto e attuale il pericolo di nuove stragi».
    Mori commenta: «Per i giudici di Palermo fui mosso esclusivamente da fini solidaristici e di tutela di un interesse generale, e fondamentale, dello Stato. Oggi vengo indagato per non aver impedito le stragi, quindi con una virata di 360 gradi rispetto al precedente teorema». E c'è da dire che la procura di Firenze legge in maniera diametralmente opposta a quella di Bologna la figura di Paolo Bellini, un terrorista neofascista, indagato per la bomba alla stazione del 1980: per i pm fiorentini, Bellini ha un ruolo positivo perché avverte il maresciallo Roberto Tempesta delle bombe in preparazione; per i bolognesi, Bellini è invece colui che le bombe le mette o quantomeno partecipa del piano stragista.
    Il sottosegretario Mantovano pensa che Mori piuttosto andrebbe ringraziato: «Gli eccezionali risultati che la dedizione e l'impegno del generale hanno permesso di conseguire – dice – esigerebbero solo gratitudine da parte delle istituzioni nei suoi confronti. Tutte le istituzioni, magistratura inclusa». Ogni riferimento polemico è voluto.
  2. I finanziamenti dirottati dal comitato elettorale. "Procedura poco trasparente". Domani l'interrogatorio del governatore
    Toti e il mistero dei 55 mila euro finiti sul conto corrente personale
    Marco Fagandini
    Tommaso Fregatti
    Matteo Indice
    genova
    I soldi di Aldo Spinelli, e altre decine di migliaia di euro per un totale di 55.000, dopo essere transitati sui depositi dei comitati elettorali finivano su un conto «personale» di Giovanni Toti. Le causali erano molto generiche e i bonifici sono stati compiuti in periodi nei quali l'imprenditore aveva in ballo l'assegnazione di aree per lui strategiche, mentre il governatore stava preparando le campagne elettorali per le Comunali di Genova e le Politiche.
    Lo rivelano alcune informative della Guardia di finanza e i dettagli su questi spostamenti di denaro, ritenuti dagli investigatori un elemento di «forte opacità», rappresentano uno degli aggiornamenti più importanti dall'inchiesta che oltre due settimane fa ha portato agli arresti domiciliari Toti, Spinelli e il capo di Gabinetto regionale Matteo Cozzani, e in carcere l'ex presidente dell'Autorità portuale di Genova e Savona Paolo Emilio Signorini, con accuse a vario titolo di corruzione.
    Le "erogazioni liberali"
    Scrivono nelle proprie informative i militari guidati dal generale Andrea Fiducia: «Le indagini finanziarie consentivano di rilevare che, posteriormente al ricevimento delle cosiddette "erogazioni liberali" effettuate dalla Spinelli srl al Comitato Giovanni Toti Liguria (25 maggio 2022 e 8 settembre 2022), dal conto corrente Intesta San Paolo del citato ente (cioè del Comitato, ndr) venivano disposti bonifici verso il conto Bper intestato a Giovanni Toti (persona fisica), abitualmente utilizzato come "conto politico"».
    Si spiega poi che il denaro proveniente dal deposito del comitato elettorale è stato accreditato su quello personale del presidente della Regione Liguria con questa scansione: «Il 10 giugno 2022, 10.000 euro con causale "contributo per attività politica"; il 21 settembre 2022, 10.000 euro con causale "contributo per attività politica"; il 20 ottobre 2022, 35.000 euro con causale "contributo per attività politica"».
    Altro dettaglio chiarificato dalla Finanza: «Gli accertamenti consentivano di verificare che tale rapporto bancario (cioè il conto Bper intestato personalmente a Toti e non al suo comitato, ndr) veniva solitamente utilizzato per sostenere spese correlate all'attività politica posta in essere dallo stesso Toti e dal proprio entourage».
    Perizia sulle trascrizioni
    Secondo la Finanza Spinelli finanziava «individualmente» Toti, passando solo in via formale attraverso i suoi collettori ufficiali, nelle settimane di campagna elettorale. E nello stesso periodo - l'incrocio delle date è chiarissimo - le pratiche per l'assegnazione di due aree portuali per lui nodali (ex Carbonile Itar e Carbonile Levante) sono proseguite spedite e si sono concluse in maniera favorevole, a valle d'incontri riservati di nuovo fra Spinelli, Toti e l'ex numero uno del porto Signorini.
    La genericità delle causali che consentivano di stornare i soldi dal Comitato per indirizzarli al conto personale del governatore, e il riscontro delle intercettazioni che permettono di leggere le varie operazioni sotto tutt'altra luce, fanno definire agli inquirenti «assai poco trasparente» la procedura di finanziamento, che ai loro occhi si concretizza in una palese corruzione. E non è un mistero che pure sul foraggiamento dei depositi ai quali attingevano Toti «e il suo entourage», i magistrati chiederanno delucidazioni al politico nel corso dell'interrogatorio fissato per domani.
  3. Corruzione
    olimpica

    monica serra
    andrea siravo
    milano
    Chat «esplicite» in cui si prendevano accordi per tutto. La stessa nomina di Massimiliano Zuco, nel ruolo di direttore digitale della Fondazione Milano Cortina, era al centro di uno scambio di messaggi tra l'imprenditore Luca Tomassini e l'allora ad del comitato organizzatore delle Olimpiadi invernali 2026, Vincenzo Novari. Tutti e tre sono ora indagati dalla procura con le accuse di corruzione e turbativa d'asta per l'affidamento dei servizi digitali dei giochi olimpici alla società informatica Vetrya (poi fallita) di Tomassini.
    Come si legge negli atti dell'inchiesta, dall'imprenditore, Novari e l'ex responsabile dei processi innovativi avrebbero «ricevuto o accettato la promessa di somme di denaro e altre utilità» in cambio di «successive aggiudicazioni a favore di Vetrya ed emissione di fatture da parte di Vetrya e Quibiyt nei confronti della Fondazione, per importi complessivamente non inferiori a 1. 895. 346, 60 euro». In base agli accertamenti del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, condotti in un'inchiesta destinata ad allargarsi presto, sarebbero almeno tre le gare con «profili di criticità» che Zuco, una volta ingaggiato con un stipendio di oltre 857 mila euro per due anni e delegato da Novari a stipulare contratti, ha assegnato alle società di Tomassini, che tanto si era speso per la sua assunzione: prima a Vetrya e poi a Quibyt, costituita dall'imprenditore quando la prima azienda è finita in liquidazione. In cambio, tra le altre cose, l'ex manager avrebbe ricevuto una Smart, pagata direttamente dall'imprenditore tramite Vetrya per le «cortesie fatte ultimamente».
    Ieri i finanzieri e la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano, che coordina l'indagine dei pm Francesco Cajani e Alessandro Gobbis, hanno perquisito gli uffici della Fondazione e sequestrato documenti, appunti, chat, mail, contenuti di computer e cellulari alla ricerca di riscontri all'ipotesi accusatoria. Anche le sedi delle società di Tomassini sono state setacciate così come Deloitte (estranea alla vicenda), subentrata in un secondo momento nella fornitura di servizi digitali. Dal 29 aprile quando sul sito del comitato organizzatore sparisce ogni riferimento con Quibyt e appare il riferimento al colosso della revisione e consulenza come sponsor tecnico per «contribuire a migliorare e proteggere l'ecosistema digitale del Cio a supporto del movimento olimpico».
    Nel decreto di perquisizione si evidenzia come Zuco sia sempre stato attivo «in interlocuzioni con Tomassini in palese violazione degli elementari criteri di trasparenza ed imparzialità» nella aggiudicazione di gare pubbliche. Un attivismo evidentemente apprezzato da Vetrya come si deduce da una «significativa mail» inviata all'interno della società: «Entro domani sera cerchiamo di avere un importo da trasferire a Zuco».
    A dare il via all'inchiesta è stata l'analisi del cellulare dell'imprenditore, sequestrato nel corso di un'altra indagine del pm Cajani, quella sulla presunta truffa aggravata commessa tra il 2017 e il 2020 ai danni di ignari clienti di WindTre con la sottoscrizione dei servizi Vas (giochini, suonerie, meteo, oroscopi, gossip) commercializzati da società, tra cui anche Veytra. Vicenda per cui l'imprenditore umbro è già stato rinviato a giudizio con altri 32 imputati. È la compagnia telefonica il filo rosso che lega i tre indagati. Novari perché nel 2000 fonda la startup Andala, che diventerà Tre Italia, e che lascerà solo nel dicembre del 2016, quando Tre e Wind si fondono. Zuco perché nelle due società ci lavora per tredici anni.
    Nelle pieghe dell'inchiesta si scopre poi come Zuco per «interessi di carattere personale» avrebbe insistito su Tomassini, affinché «uno dei due loghi di Milano Cortina 2026», svelati all'edizione 2021 del Festival di Sanremo e al centro di un televoto pubblico gestito – a livello tecnologico – sempre da Vetrya, «avesse la meglio sull'altro in violazione dell'idea stessa di una "giuria popolare" alla quale fosse deputata, in via esclusiva, la scelta del logo». A vincere sarà proprio quello su cui puntava il manager, ribattezzato «Futura». Forse perché in mano aveva già un accordo per il merchandising targato con il simbolo composto dai numeri 2 e 6 di color ghiaccio.
    Nel decreto di perquisizione gli inquirenti accennano anche al «contesto di opacità» in cui sarebbero state effettuate le assunzioni sotto il mandato di Novari. «Aspettiamo le risultanze dell'indagine che non è mai motivo di soddisfazione e orgoglio, ma nemmeno di preoccupazione - è il commento del ministro per lo Sport e per i Giovani, Andrea Abodi -. La fondazione deve essere ed è una casa di vetro. E chiunque voglia guardarci dentro deve trovare le risposte su trasparenza e gestione».
  4. Dal figlio di La Russa ai pensionati d'oro Faro della Procura sulle assunzioni vip
    Figli e parenti di politici e cariche istituzionali, amici di amici, pensionati di lusso.
    Durante il mandato di Vincenzo Novari, alla Fondazione Milano Cortina sono stati in tanti a trovare un lavoro. Un «contesto di opacità», si legge negli atti dell'inchiesta, in cui la procura di Milano vuole vederci chiaro. Per questo nel corso delle perquisizioni di ieri, a cui ha partecipato personalmente anche la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano, sono stati ascoltati due dirigenti dell'ufficio personale. A loro è stato chiesto conto delle scelte e delle procedure seguite per «assumere personale dipendente che - come rilevano banche dati e fonti aperte - appare come parte di una cerchia di soggetti conosciuti da Novari nell'ambito di suoi precedenti incarichi dirigenziali o per cointeressenze societarie», è scritto anche nel decreto firmato dai pm. Non una questione secondaria, ma al centro dell'inchiesta, e che nei mesi scorsi è stata già raccontata dalle cronache di alcuni quotidiani.
    Tra i "figli di" che hanno trovato un ottimo lavoro nella Fondazione c'è innanzitutto il secondogenito del presidente del Senato, Lorenzo Cochis La Russa poi divenuto consigliere del Municipio di Milano centro e capogruppo di Fratelli d'Italia. A soli 25 anni, nel 2020, è stato assunto come manager junior event, sembrerebbe dopo la sua prima esperienza lavorativa: sei mesi di stage all'ufficio legale della serie A.
    Nel comitato organizzatore delle Olimpiadi è stata assunta anche la ex segretaria di Ignazio La Russa, Lavinia Prono. Nel maggio del 2020, la nipote dell'ex premier Mario Draghi, Livia, è stata ingaggiata come capo dei contenuti video. Poi è arrivata la nomina del direttore commerciale Antonio Marano, ex sottosegretario di Berlusconi ed ex direttore di Rai2. E questi sono solo alcuni esempi.
    Nessuno di loro, come nessun dipendente della Fondazione attualmente in carica, è indagato nell'inchiesta aperta per corruzione e presunte gare truccate. Ma con gli accertamenti - gli ascolti della Gdf andranno avanti anche oggi - gli inquirenti vogliono capire come sia stato selezionato il personale.
    Pur qualificandosi come «ente operante in regime di diritto privato», per l'accusa la Fondazione avrebbe «natura pubblicistica». E, per questo, sembra lasciare il tempo che trova quanto fatto filtrare in serata da ambienti vicini all'ex ad: «Quando uno viene nominato amministratore delegato di un'azienda si circonda sempre di persone di fiducia»
  5. Difficile prevedere l'eruzione Ma la colpa è anche nostra
    Se fosse direttamente il magma ("in prima persona") a spingere da sotto per farsi strada, con il suo corteo di spaccature e terremoti, con il suo imponente rigonfiamento crostale, allora ci sarebbe davvero da mettersi in allarme e ripassare i piani di evacuazione, per essere sicuri di allontanarsi in fretta e bene. In quel caso avremmo diversi scenari, uno di minima che prefigura un'eruzione sì esplosiva, ma ancora contenuta negli effetti, dalla quale c'è tempo e modo di mettersi in salvo, sperando poi di rientrare nelle proprie abitazioni, se fossero risparmiate. In caso di eruzione, questo è lo scenario ipotizzabile. E uno di massima, quello in cui si configura un'eruzione esplosiva, se non uguale almeno paragonabile a quelle che hanno caratterizzato la regione decine di migliaia di anni fa. In questo caso si parla di esodo, non di evacuazione, perché nessuno rientra più in casa e mezza regione Campania viene abbandonata. Questo scenario, va ribadito, non è al momento ipotizzabile e, pur essendo possibile, va lasciato sullo sfondo. A meno di nuovi dati, che sono i soli a poter imporre un cambiamento di scenario.
    Se, invece, a spingere sono principalmente i fluidi emanati dal profondo e raccolti alla testa della colonna magmatica, allora il bradisismo può rientrare, sia con un recupero del rigonfiamento, sia restando le cose così come sono adesso. Ma la spinta può perseverare e il suolo continuare questa sua corsa verso l'alto, che ormai si conta in un paio di centimetri al mese (valore tutt'altro che trascurabile), portando all'evacuazione temporanea di Pozzuoli e delle aree limitrofe, anche a causa del corteo sismico che può essere alimentato ancora per molto tempo. Le case e le strutture ai Campi Flegrei non sono tutte pronte a reggere sismi violenti, ma nemmeno più modesti e ripetuti, problema generale di tutta la regione, Ischia e capoluogo compresi.
    Ma nessuno si deve sorprendere della situazione che, da queste parti, è la regola: i Campi Flegrei sono il nostro supervulcano, quello davvero pericoloso, più del Vesuvio, quello suscettibile di attività devastanti. Un supervulcano è diverso da un vulcano tradizionale: in qualche caso, come questo, non è nemmeno un'unica montagna, tantomeno a forma di cono. È un pentolone sotterraneo colmo di magma ribollente, ed è in grado di sprigionare eruzioni esplosive che, in linea teorica, possono addirittura minacciare una società o una civiltà. È vero che si tratta, proprio per questo, di uno dei vulcani più sorvegliati al mondo e che difficilmente sfuggirebbero i prodromi di una futura eruzione e avremmo almeno 72 ore di anticipo, ma la domanda è: sapremmo utilizzare quel tempo? E che cosa stiamo facendo e abbiamo fatto in termini di prevenzione? Contro i terremoti costruire bene ti salva la vita, ma contro le eruzioni esplosive a nulla serve e l'unica cosa da fare è andarsene. I piani di evacuazione sono aggiornati, ma le esercitazioni sono state fatte? Il mezzo milione di cittadini a rischio sa cosa deve fare e ha potuto apprendere una cultura del rischio? È pronto ad abbandonare non solo la casa e le suppellettili, ma anche la propria vettura o la moto, salire solo sui mezzi predisposti e dirigersi verso le città di destinazione lontane dalla propria?
    L'emergenza ai Campi Flegrei è comunque tutti i giorni: strade perennemente intasate, un tessuto urbanistico degradato e nessuna cognizione di vivere sopra un vulcano pericoloso. I 29 vulcani e centri eruttivi sono stati tutti nascosti: da un ospedale, da un ippodromo, e poi da un quartiere, da una serie di infrastrutture e, infine, da una città di quasi 80.000 abitanti. Solo la Solfatara e gli Astroni sembrano ancora vulcani, degli altri ogni traccia è stata obliterata da case, asfalto e cemento. E così ogni memoria è stata cancellata. I Campi Flegrei si sono formati circa 60.000 anni fa per collasso dopo una spaventosa eruzione di circa 80 km³ di magma, cui si sono susseguite altre eruzioni parossistiche fino a 15.000 anni fa, quando si registrò l'eruzione più violenta di tutto il Mediterraneo. Qui, nel 1538, nacque in pochissimi giorni un vulcano di tutto rispetto (il Monte Nuovo), che ancora oggi è un riferimento nel paesaggio locale. Abbiamo fatto tesoro dei segni della Terra? O vogliamo contare solo sulla buona sorte?
    Terremoti, rigonfiamento della crosta terrestre, cambiamenti di composizione e di temperatura delle fumarole sono i parametri che l'Osservatorio Vesuviano-Ingv tiene sotto costante controllo: in base a quelli si stabilirà se si sta approssimando un'eruzione e, approssimativamente, di che portata. La camera magmatica flegrea dovrebbe essere ubicata sotto la città di Pozzuoli, a circa 4.000-5.000 m di profondità, almeno quella più superficiale. Perciò è anche difficile prevedere dove avverrà esattamente la prossima eruzione. Un panorama complicato che avrebbe dovuto vedere maggior rispetto: cittadini non disposti a costruire ovunque, amministratori inclini a far rispettare le regole, a non tollerare i primi abusi e ad abbatterli, uno Stato che curi le regioni a rischio in maniera adeguata. Il rischio vulcanico ai Campi Flegrei non dipende solo dal supervulcano, dipende soprattutto da noi.
  6. Brandizzo, lavori sui binari alla Star.Fer Trasferiti tre dirigenti di Rete Ferroviaria
    andrea bucci
    claudia luise
    Tre dei massimi dirigenti del Nord Ovest di Rfi trasferiti. Daniele Mari, responsabile della direzione infrastrutture del Piemonte, Gaetano Pitisci, responsabile dei lavori e Antonella Carrubba, responsabile direzione circolazione. Per Rete ferroviaria italiana «si tratta di disposizioni aziendali, dovute a riassetti organizzativi». Ma non sarebbe un caso che i trasferimenti avvengono in questo momento, dopo le notizie sul ritorno in cantiere di alcuni degli indagati per la strage sui binari. Pitisci, infatti, è uno degli indagati per l'incidente di quella notte, insieme a d un altro dirigente di Rfi, Andrea Bregolato, al "caposcorta" di Rfi Antonio Massa, a Franco Sirianni e Cristian Geraci, ex dirigenti di Sigifer che ora hanno creato la nuova azienda Star.fer che continua a operare sui binari in "distacco" per Clf, e al capo cantiere della Sigifer Andrea Gibin.
    Come riportato da La Stampa Pitisci aveva mantenuto il suo ruolo. È infatti lui, il 2 maggio, indicato come responsabile dei lavori nel verbale per la riunione di coordinamento per la sicurezza in cantiere in cui si stabiliscono opere di «rinnovo dei diviatoi in stazioni varie e interventi di messa in sicurezza su linee in esercizio di Rfi nell'ambito di Torino Linee Nodo». Uno dei vari briefing che si fanno per affidare i cantieri. L'impresa appaltatrice è la Clf ma, come "incaricato aziendale" (dalla Clf), prende parte proprio Geraci, indagato che era in Sigifer e ora è direttore tecnico di Star.fer. Per Rfi, Star.fer non ha incarichi ma è la stessa relazione a mostrare come il dirigente Star.fer invece è indicato come incaricato dei lavori. E Pitisci non può non esserne a conoscenza visto che il verbale è indirizzato a lui.
    Ora la decisione di cambiare, con effetto immediato. Pitisci resta in Piemonte, con altri incarichi. Mari andrà in un'altra regione. Carrubba a Roma. Oltre alla questione del controllo sugli appalti, che riguarda soprattutto Pitisci, tra i motivi del trasferimento potrebbe esserci anche il caso di alcune segnalazioni arrivate sui "quasi incidenti": situazioni che si sono risolte senza danni grazie a delle circostanze fortuite che hanno evitato conseguenze negative.
    A quasi nove mesi dalla notte tra il 30 e il 31 agosto - in cui morirono Kevin Laganà, Giuseppe Lombardo, Giuseppe Aversa, Michael Zanera e Giuseppe Sorvillo travolti dal treno alla stazione di Brandizzo - le indagini della procura di Ivrea proseguono. In attesa di indicare la prossima roadmap dell'inchiesta, le pm Valentina Bossi e Giulia Nicodemi coordinate dalla procuratrice capo Gabriella Viglione, titolari del fascicolo aperto per disastro ferroviario e omicidio colposo plurimo, con dolo eventuale, sono in attesa di leggere una prima annotazione riassuntiva che gli ispettori dello Spresal dell'Asl To3 e To5, gli agenti della polizia ferroviaria e i militari della guardia di finanza dovrebbero depositare entro il mese di giugno. Un documento su cui potrebbero essere indicate le eventuali violazioni rilevate sulla sicurezza in quel cantiere, quella notte. E le eventuali responsabilità di Rfi, Clf e Sigifer. Solo una volta letta l'annotazione, a palazzo di Giustizia a Ivrea potranno valutare i prossimi passi dell'indagine monstre.
    Intanto super consulenti sono al lavoro per studiare e decifrare tutta la documentazione acquisita dalle pm negli uffici di Torino Porta Nuova e nella sede di Rfi a Roma: contratti di appalti, tabulati telefonici e materiale informatico.
  7. Processo San Michele contro le cosche In cella i boss imprenditori condannati
    giuseppe legato
    Si è chiuso nelle scorse settimane l'elaborato iter giudiziario di una delle più rilevanti operazioni contro la ‘ndrangheta in Piemonte, ribattezzata San Michele: non certo per il santo protettore della polizia, ma per il bar di Volpiano nel quale si riunivano alcuni degli indagati, per anni quartier generale di una delle più potenti ‘ndrine dislocate nel Torinese e cioè quelle originarie di Platì. Dopo che gli ultimi ricorsi sono stati respinti dalla Cassazione alcune rilevanti condanne sono diventate definitive nei mesi scorsi e la procura generale di Torino ha emesso gli ordini di carcerazione eseguiti di recente dai carabinieri del nucleo investigativo.
    L'inchiesta è firmata dal Ros dei carabinieri e dalla Dda del capoluogo (pm Antonio Smeriglio deceduto prematuramente a causa di una malattia nelle more del processo e Roberto Sparagna in forza oggi alla Direzione nazionale antimafia). In carcere, per esecuzione pena, sono finiti personaggi centrali dell'inchiesta che ha svelato in generale anche le mire (fallite) delle cosche del Crotonese sui cantieri del Tav. Boss imprenditori. Come Nicola Mirante, manager molto affermato nell'edilizia torinese perlomeno fino alla data del suo arresto (nel 2014). Attivo in numerosi cantieri privati, Mirante, ritenuto affiliato, deve scontare una pena residua di 2 anni e 5 mesi. A tradirlo, secondo i giudici di Appello la cui pronuncia è nei fatti confermata, fu la sua Preoccupato da"preoccupazione per il rinvenimento della microspia sull'auto di un sodale Mario Audia". Mirante riteneva necessario effettuare una verifica dei suoi uffici e della sua Mini Cooper ed incaricare dell'incombente un professionista" che finirà nei guai insieme a un carabiniere della stazione di Beinasco. All'investigatore privato in questione, Mirante arriverà attraverso un altro coimputato che ha varcato le porte del carcere per espiare una pena decisamente più alta (6 anni e 10 mesi), tale Vincenzo Donato, 58 anni anche lui imprenditore a capo, prima del blitz del Ros di Torino, di una serie rilevante di aziende tutte impiegate nel settore edile. Come loro è in cella a espiare la pena anche Pasquale Greco (5 anni) e Luigino Greco (5 anni e 2 mesi). Quando Mirante rinvenirà la microspia piazzata dagli investigatori dirà: «La rimettiamo, la lasciamo». Una scelta che per i giudici di Appello altro non era che un tentativo «di accreditarsi alle orecchie dell'ascoltatore della captazione come estraneo al sodalizio e di giustificare in termini leciti i suoi rapporti (economici e non) con gli altri appartenenti alla 'ndrangheta». L'indagine ha appurato l'esistenza di una ‘ndrina "distaccata" dalla Calabria al Piemonte, un paradigma giuridico che ha fatto scuola in successive sentenze. Una struttura cioè che si appoggiava al locale di Volpiano riconoscendo "un fiore" ovvero una royalty per poter esercitare affari e potere mafioso in provincia di Torino. —

 

 

22.05.24
  1. Corruzione e turbativa d’asta le accuse nell’ambito dell’inchiesta. Nel mirino della procura di Milano le gare per l’affidamento delle prestazioni tecnologiche e della sicurezza delle infrastrutture informatiche della Fondazione nel periodo marzo 2020-marzo 2021. L’ex Ad Vincenzo Novari e l’ex dirigente Massimiliano Zuco avrebbero ricevuto da Luca Tomassini “somme di denaro e altre utilità”

    Pubblicato il 21 mag 2024
    Veronica Balocco

    La Guardia di finanza di Milano sta eseguendo decreti di perquisizione, ispezione informatica, sequestro e di acquisizione di documentazione nei confronti della Fondazione Milano Cortina 2026, di società fornitrici e di persone fisiche coinvolte nelle procedure di affidamento delle prestazioni tecnologiche per le Olimpiadi invernali.

    Le indagini, avviate dalla procura di Milano, si sono focalizzate sull’aggiudicazione dell’ecosistema digitale e della sicurezza delle infrastrutture informatiche della Fondazione – secondo l’accusa – a seguito di un accordo corruttivo tra tre soggetti (un imprenditore e due ex dirigenti apicali della Fondazione) iscritti nel registro degli indagati.

    I tre indagati, secondo quanto si è appreso, sono l’ex ad della Fondazione Milano-Cortina, Vincenzo Novari, l’ex dirigente della fondazione Massimiliano Zuco e Luca Tomassini, ex rappresentante legale della Vetrya, ora Quibyt, che si era aggiudicata l’incarico per lo sviluppo dei servizi digital delle Olimpiadi e Paraolimpiadi Milano-Cortina 2026. L’inchiesta per corruzione e turbativa d’asta, come si legge nel decreto di perquisizione della Procura di Milano, vede in particolare indagati Novari, Tomassini e Zuco per fatti che vanno dal marzo 2020 al marzo 2021.

    La scelta dei fornitori e degli sponsor tecnologici
    “Somme di denaro e altre utilità” al centro dell’accusa
    Contesto di “opacità” nella gestione Novari
    Nel mirino dell’inchiesta anche la nomina di Zuco
    La scelta dei fornitori e degli sponsor tecnologici
    Le prime ricostruzioni investigative inducono la procura a ipotizzare che l’ente, Comitato organizzatore dei giochi olimpici, sebbene si qualifichi – in forza di una norma di rango primario — come «ente non avente scopo di lucro e operante in regime di diritto privato», in realtà avrebbe una natura «sostanzialmente pubblicistica», perseguendo uno scopo di interesse generale, con membri, risorse e garanzie dello Stato e di enti locali (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Regioni Lombardia e Veneto, Comuni di Milano e Cortina d’Ampezzo, Province di Trento e Bolzano, Coni e Cip). Gli accertamenti in corso hanno al centro anche le procedure adottate per la scelta dei fornitori e degli sponsor tecnologici, nonché per l’assunzione di dipendenti della Fondazione. In proposito è stata disposta l’acquisizione dei relativi atti e documenti, nonché l’audizione di alcuni dipendenti della Fondazione nella qualità di persone informate sui fatti.

    Nessun dirigente o dipendente attuale della Fondazione, precisa infine la procura, è ad oggi indagato.

    “Somme di denaro e altre utilità” al centro dell’accusa
    Secondo l’ipotesi accusatoria, per “favorire l’affidamento delle gare relative al cosiddetto ecosistema digitale” alla Vetrya, l’ex ad della Fondazione Milano-Cortina 2026 Vincenzo Novari e l’ex dirigente Massimiliano Zuco avrebbero ricevuto da Luca Tomassini, rappresentante legale della società che si aggiudicò gli appalti, “somme di denaro e altre utilità”, come “l’auto Smart per Zuco, pagata direttamente da Tomassini tramite Vetrya fin dal novembre 2019”. Quelle gare, poi, sarebbe state assegnate alla società con fatture emesse per i lavori “da parte di Vetrya e Quibyt“, entrambe amministrate da Tomassini, e pagate dalla Fondazione “per importi complessivamente non inferiori” a quasi 1,9 milioni di euro.

    Contesto di “opacità” nella gestione Novari
    Dagli atti dell’inchiesta di Procura e guardia di finanza di Milano emergerebbe che Vincenzo Novari avrebbe “assunto” nella Fondazione Milano-Cortina 2026 “personale dipendente” proveniente dalle aziende dei suoi “precedenti incarichi dirigenziali” e da altre direttamente a lui “riferibili”. I pm rilevano un contesto di “opacità” nella gestione di appalti e personale “durante il mandato di Novari”, nonostante l’ente sia di natura “sostanzialmente pubblicistica” con “risorse e garanzie dello Stato e di enti locali” come “Presidenza del Consiglio dei Ministri, Regioni Lombardia e Veneto, Comuni di Milano e Cortina d’Ampezzo, Province di Trento e Bolzano, Coni e Cip”, fa sapere il Procuratore Marcello Viola in una nota. Fra “soggetti conosciuti” da Novari e assunti dalla Fondazione ci sarebbero in particolare lavoratori provenienti dalla compagnia telefonica H3G e dalle società di Novari Bizboost, Softyou e Nhc. I legami Novari-Tomassini affondano però nel passato. Proprio da Nhc (Novari Holding and Consulting) la società, in seguito vincitrice degli appalti digital delle olimpiadi invernali, la Vetrya di Tommassini (poi Quybit), ha acquistato ancora nel 2018 quote societarie.

    Nel mirino dell’inchiesta anche la nomina di Zuco
    Nel decreto di perquisizione nell’inchiesta si fa riferimento anche alla nomina di Zuco. In conversazioni WhatsApp, che risalgono al novembre 2019, “Tomassini faceva riferimento a propri pregressi rapporti con Novari”, inviando all’amico Zuco lo screenshot di una conversazione, in cui “già riferiva di essere intervenuto al fine di consentire il proprio inserimento lavorativo nel comitato organizzatore delle Olimpiadi”, di prossima costituzione. “Nomina che effettivamente è avvenuta, tramite l’intervento di Novari, nel ruolo di direttore tecnico dei servizi digitali (Digital director) con un compenso complessivo per Zuco di 857.732 euro dal 2020 e il 2022 e con assegnazione di auto Smart, fin dal novembre 2019, pagata direttamente da Tomassini tramite Vetrya per le ‘cortesie’ fatte ‘ultimamente’ (così si esprime in chat lo stesso Tomassini) e venendo così investito da Novari, dapprima di fatto e successivamente con delega formale, a stipulare contratti ed effettuare affidamenti per conto dell’Ente nell’ambito del settore tecnologico/digitale”
  2. Slitta ancora la decisione sull'estradizione negli Usa
    Assange, sì al nuovo processo d'appello
    Si riapre la partita per la libertà di Julian Assange, che guadagna tempo rispetto alla prospettiva di essere consegnato subito nelle mani degli Usa. A offrirgli una nuova chance è un collegio di seconda istanza dell'Alta Corte di Londra, che ha dato ieri il via libera a un nuovo processo d'appello contro l'estradizione oltre oceano, dove il cofondatore di WikiLeaks – inseguito senza tregua da quasi 20 anni per aver diffuso montagne di documenti sottratti al Pentagono o al Dipartimento di Stato, contenenti fra l'altro rivelazioni su crimini di guerra commessi in Afghanistan e Iraq – rischia sulla carta una sentenza monstre. Il verdetto dei giudici Victoria Sharp e Jeremy Johnson è arrivato dopo un primo spiraglio socchiuso a marzo, quando gli stessi magistrati avevano accettato di ridiscutere l'istanza difensiva – rigettata in primo grado – ammettendo la possibilità di concedere un ulteriore appello se i rappresentati del governo americano non avessero fornito rassicurazioni «soddisfacenti» sul pieno rispetto del diritto dell'ex primula rossa australiana a «un giusto processo». Cosa che evidentemente non è successa, quindi Sharp e Johnson hanno rimesso tutto in gioco. Decisione accolta con sollievo dagli avvocati di Assange e comunicata in cella a Julian, che non è potuto uscire per l'udienza, prostrato da una condizione di salute psico-fisica sempre più precaria.
  3. La magistratura contabile critica i ministeri: obiettivi poco sfidanti , non si guarda il merito
    "Nella Pa tutti bravi e tutti premiati" La Corte dei Conti boccia i bonus facili
    PAOLO BARONI
    ROMA
    I 59 dirigenti di prima fascia in organico al Ministero dell'Economia nel 2020, saliti poi a 78 nel 2022, come i 27 della Cultura, i 18-20 del ministero delle Imprese, gli 11 del Lavoro e dell'Università, i 9 della Difesa, ed i 4 (poi saliti a 6) del ministero dell'Interno, tra il 2020 ed il 2022, hanno tutti raggiunto il punteggio massimo nella valutazione della loro performance. In pratica in 7 su 15 dicasteri presi in esame dalla Corte dei Conti, i dirigenti più alti in grado, sia di prima che di seconda fascia, hanno fatto il pieno di punti. E quindi di premi. E anche se poi si scende nella scala gerarchica la situazione non cambia granché: lo stesso fenomeno interessa, infatti, anche la gran parte dei dipendenti delle aree funzionali. E questo, solo per stare ai dicasteri più grandi, vale per i 18.910 «non dirigenti» della Difesa, che al 99,38% hanno ottenuto pieni voti (mentre appena 17 risultavano insufficienti nel 2022), gli 8.722 del Mef (al 98,5% classificati nella fascia più alta) o i 15.297 dipendenti del Viminale che hanno ottenuto voto «eccellente» nel 94% dei casi, mentre appena 14 (0,9%) hanno prodotto risultati «non adeguati».
    Secondo la magistratura contabile il controllo eseguito sulle premialità riconosciute ai dipendenti dei ministeri nel triennio 2020-2022 «evidenzia la diffusa indicazione di obiettivi particolarmente bassi e autoreferenziali, oltre alla scelta di indicatori di performance poco sfidanti». In particolare c'è « l'appiattimento verso l'alto delle valutazioni del personale, la conseguente attribuzione di premialità senza adeguati presupposti meritocratici e l'insufficiente efficacia del sistema di misurazione e valutazione, inidoneo a determinare in maniera uniforme e pienamente adeguata la qualità delle prestazioni dei dipendenti pubblici».
    «Ci vorrebbe più coraggio da parte dei dirigenti nell'affrontare la questione», commenta il presidente dell'Aran, l'agenzia pubblica incaricata di effettuare la contrattazione nella Pa, Antonio Naddeo, secondo cui la Corte dei Conti «ha fotografato una situazione che esiste e su cui anche il governo è già intervenuto con una nuova direttiva sul sistema di valutazione». Mentre i sindacati, Cisl e Cgil su tutti, colgono l'occasione per lamentare le troppe carenze di organico e per battere cassa chiedendo più risorse per rinnovare i contratti, secondo l'economista Roberto Perotti la Corte dei Conti ha semplicemente «scoperto l'acqua calda». «Lo dicono tutti da anni che i premi nella pubblica amministrazione sono dati a pioggia. Fino ad oggi – spiega l'ex commissario per la spending review - non c'è stato alcun interesse da parte dei governi che si sono alternati a trovare una soluzione per rendere meritocratici i premi dei dipendenti pubblici. Non è comunque un problema di facile soluzione, perché ogni criterio meritocratico implica un giudizio soggettivo e quindi il rischio di arbitrio».
  4. . FRANCO FERRAROTTI Il professore emerito alla Sapienza: "Classe politica non all'altezza"
    "Frasi che denotano un ritardo culturale Sono una propaganda in senso deteriore"
    Il Parlamento oggi
    flavia amabile
    Roma
    Giorgia Meloni esalta il suo non essere laureata? Un misto di frustrazione e di grave ritardo culturale ma soprattutto un elemento che incide nella complessità del pensiero e nella capacità di governare, sostiene Franco Ferrarotti, professore emerito di Sociologia alla Sapienza, pluripremiato e docente per anni sia in Italia che all'estero.
    Ancora una volta la presidente Giorgia Meloni ha ricordato di non essere laureata e di essere arrivata a ricoprire comunque il ruolo di presidente del Consiglio. Si può arrivare comunque dappertutto, ha sottolineato.
    «Mi fa piacere che la presidente del Consiglio non sia dottoressa ma che una premier perda tempo su queste quisquilie verbali è indicativo del fatto che in fondo abbiamo governanti e politici che continuano a fare propaganda invece di governare. Governare è qualcosa di molto diverso».
    Sono quisquilie verbali ma sono anche parole che possono far credere che non sia necessario studiare per imporsi nella vita.
    «Oggi si sa che la laurea è un pezzo di carta ma assistiamo anche a un processo di impoverimento progressivo del sistema di istruzione che ha detronizzato il libro come strumento dominante nella formazione culturale delle persone in nome del trionfo dell'audiovisivo. Privarsi della logica della lettura vuol dire privarsi della riflessione che richiede tempo e abitua alla profondità e alla complessità. Detto in modo sintetico: abitua al pensiero».
    Detto in modo meno sintetico: smettere di studiare troppo presto non permette di abituarsi a pensare?
    «Vivere in un mondo dominato non da parole fabbricate dai singoli spettatori ma da una comunicazione autoreferenziale che comunica a tutti e a nessuno, sta disgregando invece di aggregare. In questo senso, quindi, è vero che la laurea è un pezzo di carta però è pur sempre il primo prodotto intellettuale personale e individuale delle studentesse e degli studenti. E, quindi, che una persona come Giorgia Meloni, primo ministro lanciatissimo, sottolinei che è riuscita ad 'arrivare' anche senza la laurea denota un ritardo culturale grave ma anche un senso di frustrazione, quasi a svelare un rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato».
    Dare meno importanza alla cultura può avere dei riflessi nell'attività politica?
    «Ha innanzitutto delle conseguenze nella capacità di comunicazione. Molte delle dichiarazioni dell'attutale classe politica dirigente politica non sono altro che propaganda in senso deteriore. E poi governare vuol dire essere in grado di pensare, di scegliere, di fare programmi, di spiegare a che punto si è nella realizzazione di questi programmi e anche di analizzare le conseguenze delle scelte di governo».
    L'attuale classe politica riesce ad assolvere a queste funzioni?
    «L'attuale classe politica non è all'altezza di tutto questo. Assistiamo a una profonda crisi di rappresentanza politica: chi ci governa non è in grado di compiere le scelte che sarebbero necessarie. La politica non è fatta di chiacchiere, di commenti, di propaganda. È pensiero e azione».
    Lei è anche stato deputato: che cosa pensa dei parlamentari attuali?
    «Ai miei tempi in Parlamento entravano persone che avevano una biografia, un pensiero, un'esperienza politica come tensione teoretica che si traduceva in politica pratica. I parlamentari attuali mi sembrano trovarsi lì' per caso, incapaci di capire che avere autorità non vuol dire avere autorevolezza».
  5. L'armatore e patron di Msc, non indagato, è stato chiamato in causa da Spinelli Il sindaco di Genova aveva negato colloqui con lui, ma risultano dalle carte
    Inchiesta tangenti in Liguria La Procura sentirà Aponte Giallo sull'incontro con Bucci
    tommaso fregatti
    matteo indice
    genova
    Dopo l'interrogatorio di garanzia di Aldo Spinelli, che ha chiamato in causa il patròn di Msc Gianluigi Aponte indicandolo come la persona che «ha sistemato le cose» in Autorità portuale, la Procura sta pensando di ascoltarlo come testimone. L'armatore, non indagato, potrebbe quindi essere sentito nel filone sulle sospette tangenti pagate da Spinelli al governatore ligure Giovanni Toti per ottenere il rinnovo trentennale della concessione t sul Terminal Rinfuse, poi effettivamente deliberata dall'Authority in favore della società composta da Gruppo Spinelli (55%) e Msc (45%). E tra gli elementi sui quali gli inquirenti potrebbero chiedergli qualche delucidazione vi è sicuramente un misterioso incontro tra lo stesso Aponte, il sindaco di Genova Marco Bucci e l'ex presidente del porto Paolo Emilio Signorini, che in base alle carte dell'inchiesta sarebbe avvenuto nel novembre 2022 a casa di Alfonso Lavarello, manager e attuale presidente dell'aeroporto Cristoforo Colombo. Il summit aveva al centro i futuri scenari portuali genovesi, compreso il destino del Terminal Rinfuse post-rinnovo concessione.
    Bucci nei giorni scorsi aveva implicitamente negato la circostanza, dichiarando in più interviste d'aver «sentito telefonicamente solo sette o otto volte Aponte e soltanto per gli auguri di Natale» e aggiungendo di «non aver nulla a che fare con il terminal Rinfuse». Gli atti dell'indagine raccontano altro e riportano a oltre un anno e mezzo fa, quando tra Bucci e Aponte - almeno basandosi su ciò che descrivono le intercettazioni - sembra avvenire un incontro de visu e non per scambiarsi gli auguri. Ne dà notizia lo stesso primo cittadino qualche giorno dopo al presidente della Regione Toti (il cui cellulare è intercettato) che non ha potuto presenziare trovandosi fuori Genova.
    Spiega Bucci nella telefonata al governatore: «Lavarello mi chiama e mi dice: "Ma ci siete voi qui in città?". Gli dico che io e Signorini ci siamo e allora siamo andati a trovare Aponte, all'una...». Toti si complimenta e poi chiede dettagli: «Avete fatto bene! Dove li avete visti?». La risposta: «A casa di Lavarello». Il sindaco accenna al tema dell'incontro: «Era Spinelli», e Toti commenta: «Be', ovviamente». Bucci aggiunge: «E comunque Aponte ha suggerito una soluzione e noi vediamo di portarla avanti». Toti: «Che dice lui?». Bucci: «La soluzione è questa qui: il futuro... cosa facciamo per cinque anni quando c'è la diga e quando c'è tutto tombato. Vediamo, tracciamo una riga su come ci dividiamo le cose tra cinque anni... e su questa riga dobbiamo trovare l'accordo per forza... poi parlatene (intende come se fosse stato Aponte a dirlo, ndr) con Toti, con Rixi o con Salvini, parlatene con la Meloni. Ha fatto la riga e alla fine dobbiamo soffermarci su quella riga lì, perché dobbiamo mettere le basi per quello che sarà tra cinque anni tutto il porto». Bucci ha le idee chiare: «E allora dobbiamo forzarli a trovare un accordo (intende Spinelli e Aponte ndr)». Toti rilancia. «C'è un problema sulla divisione. Spinelli dice: datemi il Carbonile e poi troveremo l'accordo, Aponte dice prima l'accordo e poi il Carbonile... che poi bisogna capire perché non riescono a trovare un c... di accordo sulla spartizione delle Rinfuse... perché poi di quello si tratta». Bucci: «Eh sì». Toti pianifica allora un nuovo abboccamento: «Ho detto ora di organizzare un incontro a pranzo anche con Spinelli dove andiamo io e te e... poi andiamo a riparlare da Aponte». Il Secolo XIX ha contattato Bucci chiedendogli se volesse commentare le discrasie fra le intercettazioni e le dichiarazioni pubbliche, ma al momento non è stato possibile ottenere risposta. Nessuna presa di posizione al momento dai vertici Msc e da Lavarello.
  6. Morire di SPERANZA PD
    Paolo Russo
    Roma
    Si entra per un intervento chirurgico o una batteria di controlli e si esce con una bella infezione. Perché i nostri ospedali mal arieggiati, sovraffollati e con il vizio di fare abuso di antibiotici brulicano di virus e batteri resistenti ai farmaci a tal punto da trasformarsi in killer, mietendo più vittime di quante non ne facciano gli incidenti stradali. I morti nel nostro Paese da infezioni ospedaliere sarebbero ben 11mila l'anno, un terzo di tutti i decessi che si verificano in corsia, certifica l'ultimo rapporto dell'Ecdc, il Centro europeo per il controllo delle malattie che ci ha assegnato la maglia nera in Europa. Nel biennio 2022-23 sono infatti 430mila i ricoverati che hanno contratto una infezione durante la degenza, l'8,2% del totale dei pazienti contro una media Ue del 6,5%. Peggio di noi con l'8,9% fa solo il Portogallo, che però ha una popolazione più giovane della nostra e quindi meno suscettibile.
    Ma siamo in fondo alla classifica anche per l'uso di antibiotici, somministrati al 44,7% dei degenti contro una media europea del 33,7%. E così il cane si morde la coda, perché l'uso cosi massiccio di antimicrobici fa nascere superbatteri resistenti agli stessi farmaci. Tra i microbi più diffusi troviamo la Klebsilella, che infetta le vie urinarie con una mortalità che arriva alla metà dei casi, il Pseudomonas che provoca infezioni osteoarticolari con mortalità al 70%, l'escherichia coli, che genera diarrea anche sanguinolenta, il costridium difficile, che prolifera nell'intestino con una mortalità a 30 giorni che si avvicina al 30%.
    Nonostante le campagne di sensibilizzazione l'uso degli antibiotici da noi è in aumento, con il 35,5% dei pazienti, non solo ricoverati, che ne ha ricevuto almeno uno negli ultimi due anni, contro il 32,9% del periodo 2016-17.
    La situazione poi, come sempre quando si parla di sanità, varia da regione a regione. Come documenta un'altra indagine dell'Iss, dopo un intervento chirurgico si va dal record delle 500 infezioni ogni 15mila dimessi contratte nella piccola Valle d'Aosta alle sole 70 dell'Abruzzo, passando per le 454 della Liguria e dell'Emilia Romagna, le 300 della Lombardia, le 211 del Lazio.
    Fatto sta, documenta il rapporto dell'Ecdc, che l'impatto sul nostro Ssn è enorme, con 2,7 milioni di posti letto occupati proprio a causa di queste infezioni, con un costo che arriva a 2,4 miliardi di euro l'anno. Certo, i microbi in ospedale non è possibile azzerarli, perché parliamo di un ambiente chiuso dove vivono a stretto contatto pazienti che virus e batteri se li portano anche da fuori. Ma secondo Massimo Andreoni, direttore scientifico della Simit, la Società malattie infettive e tropicali, «l'impatto di queste infezioni potrebbe essere ridotto di un buon 30% inaugurando un percorso virtuoso».
    Più facile a dirsi che a farsi, perché non solo c'è da convincere ancora molti medici a non mettere le mani avanti prescrivendo gli antibiotici quando non servono, ma bisognerebbe anche svecchiare i nostri ospedali, troppo affollati e con impianti di riscaldamento e aria condizionata fatiscenti e per questo diffusori di microbi. Invece il governo ha tolto dal Pnrr 1,2 miliardi destinati all'ammodernamento degli ospedali, collocandoli nel fondo per l'edilizia sanitaria, che le regioni denunciano essere in molti casi già totalmente impegnato e comunque soggetto a lungaggini burocratiche che rallentano l'accesso alle risorse.
    Quanto pesino le carenze di finanziamenti e organici lo dice il fatto che molti casi sono dovuti alle infezioni alle vie urinarie perché con gli infermieri in cronica carenza di organico magari la pulizia dei cateteri lascia a desiderare, così come la cura delle ferite chirurgiche. Ma a volte a veicolare i microbi sono i mal tenuti sistemi di areazione dei nostri sempre più obsoleti nosocomi, che hanno oramai un'età media di settant'anni.
    La solita carenza di risorse incide anche nel modo con cui si sanificano gli ambienti ospedalieri. «L'efficacia di alcol e candeggina solitamente utilizzati nei nostri nosocomi dura generalmente appena un'ora, mentre ci sono nuovi detergenti probiotici, come il Pchs, che restano attivi per almeno 24 ore, rilasciando ‘batteri buoni' in grado di sostituirsi a quelli cattivi che generano le infezioni», spiega la professoressa Elisabetta Caselli, microbiologa dell'Università di Ferrara.
    Fatto è che circa un'infezione su tre si sarebbe potuta evitare con un po' di pulizia e di prevenzione. Che significa tra le 135 e le 210 mila infezioni frutto in qualche modo di un'incuria che può avere a volte conseguenze letali, visto che mediamente l'1% di questi casi evitabili causa un decesso. Come dire che duemila pazienti ogni anno muoiono per infezioni evitabilissime.
  7. Scandalo del sangue infetto A Londra il giorno della vergogna
    "
    Rishi Sunak
    I parenti delle vittime indossavano magliette rosse con la scritta "sangue infetto". Quello che ha contagiato i loro cari. Bambini che hanno perso i genitori, genitori che hanno perso i figli, famiglie devastate, migliaia di persone che hanno avuto la vita distrutta. I parenti portavano striscioni e cartelli con scritto: "Morti senza giustizia". Vitime non solo innocenti, ma anche prese in giro. Ieri forse non è arrivata la giustizia, ma almeno una parte della verità è stata svelata pubblicamente. Dopo sette anni di lavoro, la commissione d'inchiesta presieduta da Sir Brian Langstaff, ha svelato l'enormità dello scandalo del sangue infetto usato per trasfusioni in Gran Bretagna negli anni 70, 80 e 90 senza adeguati controlli: 30mila contagiati, almeno 3mila morti, molti dei quali bambini e il numero è destinato a crescere «perché ci sono decessi ogni settimana». Non è stato un incidente, è scritto nelle carte. È stata una calamità che poteva essere evitata. E ci sono state responsabilità a tutti i livelli: politici, medici, funzionari pubblici. Hanno negato, insabbiato, depistato, distrutto prove e cartelle cliniche. «Vari governi hanno nascosto la verità» si legge nel rapporto di Sir Brian e dato alle vittime informazioni errate, per esempio «che avevano ricevuto le migliori cure possibili a disposizione ai tempi».
    Ieri è stato il giorno della verità e della vergogna per il Regno Unito. Uno scandalo gigantesco, il più grande che l'Nhs, il sistema sanitario nazionale, abbia mai patito, dalla sua creazione nel dopoguerra. Era il primo sistema sanitario pubblico del mondo, celebrato perfino con un balletto durante la cerimonia di apertura delle ormai mitologiche Olimpiadi del 2012. Era nato con lo scopo di curare ogni cittadino britannico, a prescindere dalle sue condizioni economiche e sociali. Era il vanto inglese. Ha fallito in maniera gigantesca, con la complicità e la copertura della politica e con negligenze durate cinquant'anni.
    Se fosse un libro sarebbe un caso giudiziario alla Grisham, un "Uomo della pioggia" dove chi dovrebbe curare non solo danneggia i malati e fa morire persone innocenti, ma poi cerca anche di «distruggere documenti chiave di fronte alla possibilità di azioni legali nei suoi confronti». Se fosse un film sarebbe un caso alla Erin Brockovich dove si incastra una compagnia energetica che ha inquinato le falde della cittadina di provincia provocando centinaia di casi di tumore.
    Solo che qui sul banco degli imputati c'è lo Stato britannico. E mentre i parenti delle vittime hanno protestato di fronte alla Methodist Hall di Westminster, all'interno del Parlamento la politica tutta faceva il mea culpa. Si dirà: difficile negare, di fronte a un rapporto di 2.500 pagine che inchiodano inequivocabilmente i responsabili. Ma è anche vero che per anni la politica ha promesso (per esempio un risarcimento iniziale di 100mila sterline a testa, circa 117 euro) senza mantenere. Per anni, gli attivisti sono stati presi in giro e ignorati, una comunità profondamente danneggiata e ferita è stata marginalizzata e ignorata dalle istituzioni create per difendere i loro diritti.
    Tutto vero. Però ieri è successa anche una cosa che è piuttosto unica e veramente britannica. Immaginate lo scaricabarile che una tale situazione poteva generare. Invece sono intervenuti vari primi ministri e vari ministri per chiedere scusa e prendersi le proprie responsabilità, da Theresa May a Jeremy Hunt. Dal governo e dall'opposizione. Riporto il passaggio chiave del discorso del premier conservatore Rishi Sunak: «Queste sono le scuse dello Stato a ogni singola persona colpita da questo scandalo. Non avrebbe mai dovuto essere così. E a nome di questo e di tutti i governi che risalgono agli anni Settanta, sono davvero dispiaciuto». Stesso tenore per il capo dell'opposizione, il laburista Keir Starmer: «Voglio riconoscere a ogni singola persona che ha sofferto che, oltre a tutte le altre mancanze, la politica stessa vi ha deluso. Questo fallimento riguarda tutti i partiti, compreso il mio. C'è solo una parola: mi dispiace».
    Solo chiacchiere? Forse. In Uk si usa una frase ambigua in queste situazioni: "You have to be seeing to be doing". Ovvero, devi farti vedere mentre fai qualcosa. In questo caso mentre ti scusi, in diretta nazionale sulla Bbc. Che poi siano scuse sincere o una pennellata di facciata è da provare. Non vogliamo essere troppo ingenui. Però le scuse bipartisan e retroattive sono già qualcosa di notevole.

 

 

21.05.24
  1. I sensori del primo paziente di Neuralink si stanno scollegando: sottovalutati i rischi?
    neuralink
    I fili che si collegano ai sensori impiantati nel cervello dei pazienti si stanno ritirando, interrompendo la comunicazione con il sistema. Secondo fonti di Reuters, Neuralink sapeva del possibile problema ma ha sottostimato il rischio.

    LUIGI FERRO
    Collaboratore
    Giornalista professionista dal 1992, ha cominciato con la cronaca sul quotidiano l’Unità e sul mensile Società Civile, per poi passare al settore informatico scrivendo ... Leggi tutto

    Qualche problema per Neuralink. La società di Elon Musk che sta testando il suo impianto per dare ai pazienti paralizzati la capacità di controllare dispositivi digitali unicamente con il pensiero, secondo uno scoop della Reuters era a conoscenza da tempo che i piccoli fili all’interno del cervello dei potevano ritirarsi rimuovendo il collegamento con gli elettrodi che decodificano i segnali cerebrali. È quanto è successo anche con il primo paziente, ma la società aveva ritenuto il il rischio così basso da non meritare una riprogettazione del sistema.

    La scorsa settimana la società ha detto che i fili dell’impianto, più sottili di un capello, si sono ritirati dal cervello di un paziente nel suo primo studio umano, con la conseguenza che il sistema deve ora fare i conti con un minor numero di elettrodi per la misura dei segnali cerebrali. Secondo alcuni esperti consultati da Reuters, questo è dovuto principalmente al fatto che il cervello si muove all’interno del cranio, rendendo impossibile un collegamento stabile.

    Le difficoltà della riprogettazione
    I segnali cerebrali letti dagli elettrodi ed elaborati da un software vengono tradotti in azioni, come lo spostamento di un cursore del mouse sullo schermo di un computer. La società ha dichiarato di essere riuscita a ripristinare la capacità dell’impianto di monitorare i segnali cerebrali del suo paziente apportando modifiche al software in modo che possa funzionare con un minor numero di informazioni.

    La Food and Drug Administration era a conoscenza del potenziale problema con i fili perché la società ha condiviso i risultati dei test sugli animali come parte della sua applicazione per iniziare le sperimentazioni umane, ma secondo le fonti di Reuters, il rischio legato ai fili era stato inserito in modo poco evidente nella documentazione fornita da Neuralink all’FDA, che ha rifiutato di commentare le indiscrezioni, limitandosi a dire che continuerà a monitorare la sicurezza dei pazienti arruolati nello studio di Neuralink.
    La riprogettazione dei fili comporta dei rischi. L’ancoraggio nel cervello, ad esempio, potrebbe causare danni al tessuto cerebrale se il filo si staccasse o se ci fosse bisogno di rimuovere il dispositivo.

    A gennaio, Neuralink ha impiantato il dispositivo nel cervello del suo primo paziente, Noland Arbaugh, rimasto paralizzato a causa di un incidente subacqueo del 2016. Nelle settimane successive all’intervento chirurgico, “un certo numero di fili si sono ritirati dal cervello“, ha affermato Neuralink in un aggiornamento del blog la scorsa settimana.

    Il post non ha fatto menzione degli effetti negativi sulla salute di Arbaugh e non ha rivelato quanti dei 64 fili del dispositivo si sono ritirati o hanno smesso di raccogliere dati.

    Finora, il dispositivo ha permesso ad Arbaugh di giocare ai videogiochi, navigare in Internet e spostare un cursore del computer sul suo laptop semplicemente pensando di farlo, secondo i post e i video del blog aziendale. Neuralink dice che poco dopo l’intervento chirurgico, Arbaugh ha superato il record mondiale per la velocità con cui può controllare un cursore con il solo pensiero.
  2. IL LORO DIO NON PUO' ESISTERE: MOSSAD E CIA PER INDEBOLIRE L'IRAN E CONSENTIRE AD ISRAELE UNA TREGUA IN SICUREZZA.      Nella loggia dei busti post khomeinisti che posizione ha (o aveva se l'incidente di elicottero tra le torve montagne al confine azero risulterà fatale) Ebrahim Raisi? Provate un po' a tracciare la carriera e le aggrovigliate attraversature di uno che nella gran brutta banda di una classe dirigente assiro babilonese è soprannominato «il boia». Andatura goffa e natura brutale, abbiam davanti un intrattabile Vishinsky islamico, un prepotente Fouquier-Tinville nel nome di Allah, specializzato a sotterrare nelle implacabili pieghe esclamative delle sentenze chiunque abbia l'apparenza di voler addolcire il regime o rimminchionirlo nel tran tran del Dopo rivoluzione. Insomma è, od era, un artista giudiziario del delitto disciplinare e sacrosanto.
    Certi nomi, saltandoci addosso all'improvviso spalancano di colpo finestre sul secolo crudele. Dalle sue sentenze implacabili esce l'alito di un'epoca e le pessimistiche previsioni su quello che incombe. Che c'è da attendersi sugli scenari internazionali da uno che a 28 anni, correva il 1988, sotto lo sguardo implacabile di Khomeini già era nel sinedrio della «commissione della morte»? Bisognava ripulire le prigioni ingombre di cinquemila prigionieri politici in maggioranza "Mujahedin del popolo'', artisti della dinamite ribelle, furbi ma primitivi. Missione eseguita a puntino fino all'ultimo uomo in trentadue città. Così il patto di sangue con l'Imam non consentì più ai discepoli pentimenti.
    Che aspettarsi sul dossier nucleare iraniano dalla bestia nera di tutte le organizzazioni umanitarie, incriminato dagli Stati uniti come complice di gravi delitti? In caso di sempre possibili distensioni con Teheran sarebbero necessarie con lui dosi di ipocrisia e realpolitik ben più robuste di quelle che hanno indotto a stringere le mani ai talebani.
    Raisi non sbuca dalle famiglie dei ricchi cardinali dello sciismo, dai circoli bene dei sant'uomini del Potere. È figlio di poveri, ha le zimarre sgualcite del basso clero. Forse la spiegazione di molti eventi è lì, in quella voglia di ascesa che sceglie astutamente la via della giurisprudenza islamica, un ayatollah che scala gli scranni dei tribunali rivoluzionari, fino a diventare procuratore generale. Piace la sua durezza contro ogni sacrilegio eversivo ad Ali Khamenei, guida suprema senza avere i galloni religiosi; e piace ai pasdaran sempre sospettosi di leader che per loro sono "chol", molli. Raisi è la folgore giudiziaria dell'ala dura del regime e soprattutto degli ambiziosi e sempre più potenti bracci pretoriani, i guardiani della rivoluzione. Dietro la mistica del Canone marciano gli armigeri del potere. Raisi indaga incrimina condanna. I pasdaran arrestano imprigionano torturano uccidono. E dal seggio del Tribunale speciale dei religiosi che ha guidato per venti anni, lui controlla la fedeltà estremista, la purezza degli alti dignitari e giù giù fino a quella dei piccoli mollah di paese. Provate a scrivere la storia della Repubblica islamica senza il Grande Inquisitore!
    Avevano grandi ambizioni, lui e Sepah, l'armata, gli energumeni del demagogismo islamista. Per reciproca necessità. Perché i pasdaran senza l'autorità religiosa non sono niente. Ma senza di loro il potere, perfino quello della Guida suprema, è fragile. È al riparo di questo accordo che i Guardiani con metodo sono progrediti verso la loro meta, diventare autosufficienti. Approfittando delle privatizzazioni modello Ahmadinejad controllano ormai oltre il trenta per cento (qualcuno dice il cinquanta) della economia a cui si aggiunge il contrabbando che comprende il sofisticato sistema di esportazione clandestina di petrolio e il traffico del eroina alla frontiera afghana.
    Quello che i Guardiani non vogliono è che al potere vadano i pragmatici, disposti a dialogare anche con l'Occidente. Per questo hanno sostenuto apertamente Raisi già nelle presidenziali perse del 2017. E poi, con successo, nel 2021. Per rendere popolare "il boia" fecero risorgere anche il generale Soleiman, condottiero del sogno della mezzaluna sciita, "martirizzato'' dagli americani: affiancando il vivo e il morto sugli innumerevoli manifesti elettorali. Raisi vinse perché i rivali erano stati eliminati preventivamente e perché aveva il controllo di una fondazione religiosa a Machad, dove accorrono ogni anno venti milioni di pellegrini e i cui introiti sono esentati per legge dalla imposte.
    Eppure fu umiliato da un misero 60% dei voti, bocciato da più del 50% di iraniani che votarono con il boicottaggio; a cui si aggiunsero quattro milioni di schede bianche o nulle. Una popolarità dunque che non sembrava aver raggiunto torbide temperature.
    Ma il presidente non conta molto, pur essendo la seconda carica del Paese. Il piano era afferrare la successione della Guida Suprema, un ottantenne ormai debole e malato: quello è il vero Potere. Da lì si può realizzare il passaggio dalla Repubblica islamica allo Stato islamico come vogliono i pasdaran che richiede la repressione implacabile di una generazione, eroica nello sgolare le orazioni rivoluzionarie. Si defilava già un rivale pericoloso, Mojtaba Khamenei, uno dei figli della Guida suprema, che ha con metodo iniziato negli "arcana imperii''di Teheran a disfare le alleanze di Raisi con le numerose anime dei pasdaran. E a tessere la sua tela. —
  3. LA RESA DEI CONTI DELLA DESTRA : GOVERNO IN CADUTA LIBERA DOPO LE ELEZIONI : I conti del governatore e di Signorini alla Procura
    Procura e Guardia di finanza vogliono capire i rapporti tra le imprese e gli enti coinvolti nell'inchiesta che ha terremotato la Liguria. E hanno deciso di acquisire i piani di compliance aziendali, quelli che delineano la conformità delle attività societarie a leggi, regolamenti e codici di comportamento: nelle indagini sulla corruzione ai vertici della Regione potrebbero quindi essere coinvolte anche tutte le società che hanno versato, per gli inquirenti, tangenti. La svolta potrebbe portare a un significativo allargamento dell'inchiesta che, il 7 maggio, ha portato agli domiciliari il presidente Giovanni Toti. La contestazione che sarà con ogni probabilità mossa alle aziende è la violazione della legge 231, che mette nel mirino la responsabilità oggettiva delle società i cui manager o legali rappresentanti compiono atti illeciti. E tra questi reati perseguibili anche a livello aziendale compare la corruzione. A rischiare il coinvolgimento diretto sono almeno sei società: Esselunga, Spinelli Group, Waste-Italia Innovatec, Santa Barbara Spa, Saria srl e Cantieri Amico. Ma, se i versamenti dovessero essere giudicati come illeciti si potrebbe configurare anche l'accusa di falso in bilancio. Intanto la Procura passa al setaccio i conti dell'ex presidente dell'Autority Paolo Emilio Signorini (ora in carcere) e dello stesso Toti per capire movimenti e entrate. Sotto la lente è soprattutto il conto di Signorini, che non ha tracce degli alti emolumenti ricevuti come ad di Iren.
  4. Dopo la strage di Brandizzo alcuni degli indagati hanno ripreso i loro incarichi: anche il dirigente di Rfi Pitisci resta responsabile dei lavori
    Il faro dell'ispettorato sui cantieri Star.fer Gli operai ribattono: "Vogliamo solo lavorare"

    Su La Stampa
    andrea bucci
    claudia luise
    Dopo gli articoli scattano i controlli. Il direttore generale dell'ispettorato del lavoro avrebbe deciso di disporre un'ispezione per verificare l'operato della neonata Star.fer, la società attraverso cui sono tornati a lavorare, sempre sui binari, gli ex dipendenti della Sigifer.
    Il board di Star.Fer è formato da Franco Sirianni (che detiene la maggioranza) e Cristian Geraci, entrambi già nel Cda aziendale di Sigifer rispettivamente con il ruolo di direttore generale e direttore tecnico. A loro si aggiungono l'amministratore unico Federico Artitzu e il socio, Andrea Vescio. Sirianni e Geraci, insieme ad altri due soci Sigifer, a due dirigenti di Rfi (Gaetano Pitisci e Andrea Bregolato), al "caposcorta" di Rfi Antonio Massa e al capo cantiere Andrea Gibin, sono indagati per la strage di Brandizzo di fine agosto in cui morirono Kevin Laganà, Giuseppe Lombardo, Giuseppe Aversa, Michael Zanera e Giuseppe Sorvillo.
    «Vogliamo solo lavorare. Abbiamo scelto di essere assunti da Star.Fer. perché abbiamo fiducia nei suoi soci». A scriverlo in una lettera inviata a La Stampa sono i dipendenti della società che ha sede legale a Crescentino (Vercelli). Dipendenti che per conto di Clf lavorano in distacco lungo i binari ferroviari.
    «Erano nostri colleghi e per molti anche amici. Non dimentichiamo Brandizzo ma noi non abbiamo colpa. Tra noi ci sono persone con decenni di esperienza» scrivono precisando come l'accesso nei cantieri sia regolato da verbali e da protocolli di Rfi.
    «Il dolore, lo shock, lo sgomento e poi l'ansia e la preoccupazione le abbiamo vissute e le ricordiamo ma oggi siamo a fare questo comunicato per noi, per le nostre famiglie, per la nostra professionalità più volte messa in dubbio, ma che è frutto di anni di esperienza, di dedizione al lavoro oltre che di abilitazioni rilasciate dopo corsi, visite e aggiornamenti nelle sedi qualificate tra cui Rfi» ricordano. Poi ringraziano la Filca Cisl: «In merito al distacco siamo stati riuniti in un'assemblea sindacale con i rappresentanti regionali e provinciali del sindacato e in quell'occasione è stato visionato il verbale di distacco con Clf. Così abbiamo siglato l'accordo, sentendoci tutelati e protetti e serenamente abbiamo ripreso a lavorare nell'attesa di poter rientrare nella nostra azienda madre Star.Fer, con l'arrivo delle certificazioni che danno conto della nostra professionalità e qualificazione». Un passaggio che indica però come queste certificazioni manchino ancora. Poi attaccano la Cgil che ha posto l'accento sulla questione sicurezza, e scrivono: «Fa male leggere che un sindacato che dispensa proclami sulla sicurezza del lavoro si permetta di vantarsi di aver segnalato la nostra presenza in un cantiere: se riteneva ci fosse stato qualcosa di illegale poteva chiamare i carabinieri. Questa sì è una vergogna».
    Rfi, dopo l'incidente sui binari, aveva subito bloccato l'appalto alla Sigifer e l'ad di Rete ferroviaria italiana, Gianpiero Strisciuglio, aveva dichiarato che la ditta che aveva il subappalto «non lavora più sulla nostra infrastruttura, sono stati presi provvedimenti» perché quello che è successo «è una violazione del sistema di regole con cui si devono effettuare i lavori». Ha anche licenziato il "caposcorta" Antonio Massa. Ma almeno uno degli altri indagati, Pitisci, ha mantenuto il suo ruolo. È infatti lui, il 2 maggio, indicato come responsabile dei lavori nel verbale per la riunione di coordinamento per la sicurezza in cantiere in cui si stabiliscono opere di «rinnovo dei diviatoi in stazioni varie e interventi di messa in sicurezza su linee in esercizio di Rfi nell'ambito di Torino Linee Nodo». Uno dei vari briefing che si fanno per affidare i cantieri. L'impresa appaltatrice è la Clf ma come incaricato aziendale prende parte proprio Geraci, indagato che era in Sigifer e ora è direttore tecnico di Star.fer. Per Rfi, Star.fer non ha incarichi ma è la stessa relazione a mostrare come il dirigente Star.fer invece è indicati come incaricato dei lavori.
    «È chiaro che Rfi non ha sotto controllo i suoi appalti, sub appalti e distacchi tra società, per questo sarebbe opportuno che i lavoratori ex sigifer venissero assunti direttamente nel gruppo Fs» ribatte Giuseppe Santomauro, segretario generale della Filt Cgil Piemonte

 

20.05.24
  1. Pnrr
    le spese inutili
    ALESSANDRO BARBERA
    ROMA
    A Bolzano, 262 metri sul livello del mare circondati dai monti, d'estate fa un caldo infernale. L'Europa matrigna e il Recovery Plan ci sono anche per il sollievo dei suoi cittadini trilingue: quest'anno al Lido ci saranno nuovi scivoli acquatici, campi per il beach volley e il calcetto. «L'Europa ha fatto una motagna di debito per finanziare il Pnrr», diceva qualche settimana fa Giancarlo Giorgetti davanti a una platea di euroscettici. Spesso dimentichiamo che dei 194 miliardi stanziati dall'Unione per il primo grande esperimento di debito comune l'Italia ne ha presi 122 in prestito. E però finita la sbornia dei bonus edilizi, per dare una spinta all'economia al governo non è rimasto che questo. Se le banche d'affari consigliano ancora ai clienti di comprare debito italiano, è perché la flebile crescita del 2024 e del 2025 - circa l'un per cento - sarà garantita soprattutto dal più grande investimento pubblico dai tempi del generale Marshall.
    L'ultima relazione semestrale del governo Meloni - risale a metà febbraio - dice che l'Italia ha speso fin qui 45 miliardi degli oltre cento incassati. Una tabella della Corte dei Conti ci dice che le voci più in ritardo perché più lente da realizzare sono infrastrutture e trasporti, mentre abbiamo attinto tutto il possibile per le assunzioni nel settore pubblico. Se la Giustizia farà passi avanti, lo dovrà probabilmente a questo. Per spendere fino in fondo il resto abbiamo a disposizione poco più di due anni, sempre che l'Unione non conceda la proroga che Giorgetti invoca un giorno sì e l'altro pure.
    Fatta questa doverosa premessa, è venuto il momento di guardare alla qualità della spesa che - nonostante gli aggiustamenti voluti dal ministro delegato Raffaele Fitto - come è tradizione in Italia finisce in mille rivoli. Sulla carta interventi tutti nobili, non sempre indispensabili. Fondi - va precisato - in parte direttamente finanziati dall'Europa, in altri dal contribuente italiano, ma in attuazione di obiettivi stabiliti dal Piano. Per averne conferma basta scorrere le tabelle del sito Italia Domani e le notizie di agenzia. Nell'ultima settimana la ministra Eugenia Roccella ha rivendicato i quattro milioni di euro per la certificazione delle attività di genere. Il vicesindaco di Torino i fondi per gli spazi dedicati al dialogo fra i popoli. A Palermo grazie al Pnrr nasceranno quattordici start up di comunità. Pescia pistoiese ha a disposizione dieci milioni di euro per il rifacimento del mercato dei fiori. Ci sono fondi destinati alla sistemazione dei bastioni attorno al castello di Ivrea, la riqualificazione del centro di Casale Monferrato, la chiesa del Divino Amore dentro al parco romano di Villa Ada. Un bando del ministero della Cultura sta mettendo a disposizione duecentomila euro per il recupero del tessuto economico-produttivo dei borghi abbandonati. All'ultima assemblea di Federalberghi la senatrice di Fratelli d'Italia Susanna Campione ricordava ai balneari inferociti il nuovo fondo rotativo da 780 milioni per i loro investimenti. In questo caso non finanziato con fondi europei, ma in gran parte della Cassa depositi e prestiti. E però è grazie ad uno degli obiettivi previsti dal Recovery Plan se il fondo nasce: dettaglio non banale per quella parte della politica che ha costruito le fortune sull'antieuropeismo. Questa settimana uno dei suoi più alti rappresentanti - il senatore leghista Claudio Borghi - ha proposto di eliminare l'obbligo di issare la bandiera europea a fianco di quella italiana nei palazzi pubblici. «Se l'Europa gli fa così schifo dica agli italiani di rinunciare ai duecento miliardi del Pnrr», gli ha risposto Dario Nardella. Il sindaco uscente di Firenze a quei fondi ha dovuto in parte rinunciare per via della decisione di Bruxelles di tagliare il sostegno all'ammodernamento dello stadio.
    A valle di quella polemica Fitto ha penato non poco per tagliare i dieci miliardi - quasi tutti dei Comuni - che con gli obiettivi del Pnrr avevano poco a che fare. Per sedare la rabbia dei sindaci, il ministro degli Affari europei si è dovuto improvvisare Houdini per recuperare i fondi dal bacino della Coesione, ovvero i sussidi ordinari dell'Unione per gli investimenti al Sud. Il lavoro non è finito, al punto che gli esperti di Openpolis, l'organizzazione indipendente più attiva nel monitoraggio del Pnrr, non ha ancora capito cosa è ancora finanziato dal Recovery Plan e cosa è transitato nell'altra pentola di fondi. Le cronache confermano in ogni caso che quelli europei restano di gran lunga la voce principale di spesa per il governo Meloni. Alla ricostruzione della Romagna devastata dalle alluvioni sono andati 1,2 miliardi. Cinquantasette milioni serviranno per l'ormai nota nuova diga di Genova, c'è mezzo miliardo a disposizione delle start up dell'intelligenza artificiale, un altro miliardo andrà alla realizzazione degli impianti agrofotovoltaici, quelli che evitano il consumo del suolo. Last but not least, ci sono i tredici miliardi per l'efficentamento energetico delle case, meglio noti come superbonus edilizi. Con buona pace del contribuente tedesco.
  2. ECONOMIA FERMA: L'economia italiana cresce, ma il suo sviluppo è disarmonico, e questo potrebbe annunciare problemi anche per i conti pubblici. Il rapporto "Congiuntura Flash" del Centro studi di Confindustria rivela che nel 2024 il turismo sta facendo boom, soprattutto nella componente straniera, e invece l'industria italiana (un nostro tradizionale punto di forza) vede ridursi la produzione: -0,5% a marzo e -1,3% nel complesso del primo trimestre.
    Che cosa c'è che non funziona? Alla crescita economica manca il contributo dei consumi interni, depressi da inflazione alta e da troppi lavori malpagati.
    In prospettiva, questo è un problema anche per il bilancio dello Stato perché i parametri sotto osservazione dell'Ue e dei mercati finanziari sono il rapporto deficit/Pil e debito/Pil; e se la crescita del prodotto interno lordo è anemica, quei due rapporti numerici si fanno più pesanti. Questa è una sfida in più per il governo Meloni, che già prima di questi nuovi dati fronteggiava la certezza di una imminente procedura d'infrazione per deficit e debito eccessivi. Il recente aumento dei rendimenti dei titoli di Stato è un'ulteriore spia di queste difficoltà.
    Più in dettaglio, il rapporto Congiuntura Flash di Confindustria dice che «nel primo trimestre del 2024 il Pil italiano è cresciuto (+0,3%), ma la produzione dell'industria e i consumi di beni si sono contratti. Positivi invece i dati del turismo (su livelli record) e dei servizi (in moderata crescita) e l'export netto. Influiscono negativamente i problemi nei trasporti mondiali di merci, l'energia ancora cara, i tassi di interesse ai massimi. La fiducia di famiglie e imprese è in calo».
    Le notizie migliori vengono dal turismo straniero, cresciuto del 20% in gennaio e febbraio rispetto al corrispondente periodo del 2023, che già era stato da record. Per quanto riguarda il complesso dei servizi, il primo trimestre segna un +2,3%, anche se isolando il solo mese di marzo spunta un calo (-3,2%).
    In aprile tutti gli indicatori sono risultati negativi: in particolare, l'indice Hcob Pmi è scivolato in area di contrazione (da 50,4 a 47,3); l'indagine rapida Csc mostra un lieve peggioramento riguardo alle attese sulla produzione. Calano le scorte, in coerenza con la riduzione registrata dalla produzione. Continua l'altalena, comunque su bassi livelli, della fiducia delle imprese manifatturiere.
    Invece l'export netto contribuisce ad alzare il prodotto interno lordo. Nel primo trimestre c'è stato un forte calo delle importazioni italiane di beni (-2,8% in volume); sono diminuite anche le esportazioni, ma in misura meno forte (-0,8%) e da questo è derivato un aumento del saldo commerciale (+12,8 miliardi di euro) nonostante un quadro esterno non favorevole, visto che il commercio mondiale nei primi due mesi ha ristagnato: -0,1% rispetto a corrispondente periodo del 2023.
  3. CORRUZIONE PALESE : I telefonini e i pc di Toti al setaccio della Finanza Ma l'interrogatorio slitta
    Marco Fagandini
    Tommaso Fregatti
    genova
    Giorgio Carozzi - membro del board portuale in quota Comune - ha confermato nel suo interrogatorio, secondo quanto emerge da palazzo di giustizia, il quadro accusatorio della Procura. E, di conseguenza, le pressioni, agli atti, ricevute dal sindaco Marco Bucci sull'affaire Terminal Rinfuse. Ma il giornalista sottolinea anche «di aver votato secondo coscienza». La Procura, intanto, annuncia di voler approfondire il giallo della trascrizione dell'interrogatorio di garanzia di Roberto Spinelli, da questo ritenuta sbagliata in un punto, e acquisisce, per risentirla nelle prossime ore, la registrazione vocale dell'audizione. Nella quale, secondo la trascrizione, Roberto Spinelli denuncia che il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti voleva «finanziamenti illeciti». Una dichiarazione che i legali di Spinelli, Alessandro Vaccaro e Andrea Vernazza, hanno drasticamente smentito venerdì. «Ha detto finanziamenti leciti», ribadiscono.
    E ancora. Domani sarà un giorno importante per l'inchiesta. Da una parte perché saranno analizzati cellulari e computer sequestrati a Toti, agli arresti domiciliari dallo scorso 7 maggio. Dall'altra perché scadrà alle 23.59 il termine per presentare ricorso al tribunale del Riesame. Istituto per il momento a cui si è rivolto solo Mauro Vianello, presidente dell'Ente Bacini. Il week end, insomma, non ferma l'inchiesta su quello che, per gli inquirenti, era un giro di mazzette ai vertici della Regione.
    La novità più importante si registra nell'interrogatorio, come persona informata sui fatti, di Carozzi, il giornalista che rappresenta il Comune nel comitato di gestione del porto. E che, dopo molte ritrosie, aveva votato a favore del rinnovo trentennale della concessione del Terminal Rinfuse ad Aldo Spinelli. Carozzi è stato sentito venerdì per cinque ore dai pm Luca Monteverde e Federico Manotti e dal generale della Finanza Andrea Fiducia.
    Al termine il verbale è stato secretato dai magistrati. Emerge, però, che Carozzi nella sua deposizione avrebbe confermato il quadro accusatorio della Procura, implicitamente ammettendo le pressioni che il sindaco Bucci gli aveva fatto proprio per convincerlo a cambiare idea sul voto al rinnovo della concessione Rinfuse. Pm e finanzieri hanno contestato al membro del board la telefonata del 20 novembre 2021, nella quale Bucci lo avverte: «Noi andiamo avanti così, con Signorini siamo allineati al 100%, possiamo dibattere finché vuoi ma quando siamo in comitato dobbiamo far vedere che siamo allineati». Altre intercettazioni che lo coinvolgono sono state fatte ascoltare all'ex giornalista del Secolo XIX: «Ho già detto a Bucci che non me la sento. Piuttosto mi dimetto, è troppo sputtanante. Usciamo di lì e ci dicono… questi quanto hanno preso? Se loro insistono per votare vuol dire che hanno la volpe sotto l'ascella».
    Carozzi ieri ha contattato il Secolo XIX per alcune precisazioni: «Ho votato secondo coscienza senza alcun condizionamento». Dalla Procura viene anche ribadito come, al momento e alla luce dell'interrogatorio in questione, non vengano mossa nei confronti del sindaco Bucci contestazioni.
    Intanto il procuratore Nicola Piacente vuole approfondire la questione delle trascrizioni. Ricordiamo. Durante l'interrogatorio di garanzia di Spinelli Jr davanti alla giudice per le indagini preliminari Paola Faggioni è stato registrato dalla voce dello stesso imprenditore l'aggettivo «illeciti» abbinato ai finanziamenti che il governatore Toti chiedeva. Gli avvocati di Spinelli contestano questa trascrizione dicendo che il loro assistito ha usato il termine «leciti».
    Domani prenderà il via l'analisi di telefoni e computer sequestrati al presidente Toti. La Guardia di finanza ha notificato al suo legale, Stefano Savi, l'avviso di accertamento tecnico non ripetibile, quindi l'esame del dispositivi avverrà con la garanzia della presenza delle parti. Che possono nominare un proprio consulente tecnico. Ancora non è chiaro quando tempo ci vorrà per la perizia.
    E però questo accertamento potrebbe far slittare ulteriormente l'interrogatorio del presidente della Regione, inizialmente ipotizzato per la settimana tra il 27 maggio e il 2 giugno. Il legale del presidente regionale, per accelerare i tempi (incerti anche sul fronte politico), potrebbe decidere di presentare una memoria difensiva. Oppure il ricorso al Riesame.
    Nel frattempo il giudice Faggioni ha detto sì ad Aldo Spinelli, ancora ai domiciliari, sulla possibilità di incontrare il fratello, che abita nella villa a fianco.
  4. La manager sui soldi al presidente: "È corruzione"
    Genova
    L'imprenditore portuale Aldo Spinelli voleva schermare dietro il nome di altre società i finanziamenti destinati al comitato del presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. Almeno quei versamenti che preferiva non fossero riconducibili a lui o alle sue aziende.
    Questo sostengono la Procura e la Guardia di finanza di Genova. E lo fanno - anche - sulla scorta dell'intercettazione di una telefonata tra Aldo Spinelli e Ivana Semeraro, partner del fondo d'investimento londinese Icon Infrastructures, che all'epoca deteneva quote della Spinelli srl. La ricostruzione degli inquirenti è lineare: l'imprenditore vuole finanziare il comitato di Toti, ma pretende che il denaro venga versato da Icon. Semeraro però è lapidaria: «Nelle regole della nostra policy non possiamo fare donazioni a partiti politici, perché questi pagamenti possono essere sempre un po'… visti come corruzione».
    Ma non solo. Perché lunedì scorso, durante l'interrogatorio di garanzia, la stessa giudice Paola Faggioni ha contestato ad Aldo Spinelli: «Perché lo voleva fare con il fondo Icon e non con le sue società direttamente?». Domanda che, però, non ha ottenuto risposta. A rispondere invece, sempre lunedì, è stato lo stesso Roberto Spinelli: «Ho fatto legge e studiato negli Stati Uniti, non posso chiedere a un fondo di schermarmi. Sarei come mio padre, sarei scemo totale mi scusi».
    Semeraro, per la Procura, sarà irremovibile. La manager (non indagata) non autorizzerà alcun finanziamento da parte di Icon. Sono due le telefonate intercettate che la vedono discutere prima con Roberto Spinelli e successivamente con Aldo. Secondo i pm, il finanziamento era la contropartita per l'interessamento di Toti allo sblocco del rinnovo trentennale della concessione del Termina Rinfuse, in porto, assegnata a Spinelli. Un provvedimento in quel momento in bilico.
    È il tardo pomeriggio del 17 settembre 2021 e Semeraro, evidentemente già edotta della volontà di Aldo Spinelli di far fare ad Icon il finanziamento al posto della società di famiglia, risponde a Roberto: «Questa donazione al comitato regionale per me non è facile», dice la manager. «È un gran casino, ma anche io non lo farei... ma lo fan tutti eh?», risponde Roberto. E arriviamo all'interrogatorio di sei giorni fa di Roberto Spinelli. La giudice gli chiede del finanziamento di cui l'imprenditore parla con Semeraro. «Io so dall'amministratore finanziario che dobbiamo fare sto finanziamento e le ho detto: "Signori, il finanziamento si fa se ci autorizza il fondo" perché sono soci, sono consiglieri di amministrazione. Chiamo e infatti lo dice anche la Ivana: "Non posso autorizzare il pagamento". E io ero l'uomo più felice del mondo che non poteva autorizzarlo. Mio padre però ci dribblava, dava l'ordine diretto». L'imprenditore, sa che non si può «chiedere a un fondo di schermare» un finanziamento. «Ho chiesto all'Ivana di autorizzarmi sperando che non mi autorizzasse. Siccome una giustamente diceva di no e l'altro di sì, ho detto: "Papà fai una bella cosa, chiamati la Semeraro". O all'Ivana: "Chiama mio padre, non ne voglio più sapere"»
  5. Tutti i guai
    della DIGA

    Andrea Bagorda
    Genova
    «Si ravvisa con fortissima preoccupazione uno stato di avanzamento delle attività totalmente insoddisfacente rispetto alla data di completamento lavori». Due righe per mostrare tutte le crepe dell'opera che avrebbe dovuto rappresentare l'apogeo del "modello Genova", la diga delle meraviglie da oltre un miliardo da costruire in poco più di tre anni. E che invece avanza a fatica. E vede impietosamente avvicinarsi la data del 30 novembre 2026 prevista per la consegna dell'opera, tagliola prevista dal Pnrr. Ma c'è un'altra data che incombe e che con gli arresti del 7 maggio si è trasformata in un incubo: il 24 maggio 2024, giorno della posa del primo cassone nel mare di Genova. Una data scelta senza tenere in alcuna considerazione l'avanzamento dei lavori.
    A scrivere le due impietose righe è l'Autorità di Sistema Portuale di Genova, stazione appaltante. Quello che burocraticamente viene definito "ordine di servizio n° 18" è stato inviato al consorzio PerGenova Breakwater il 9 maggio e porta la firma del direttore dei lavori Giuseppe Galluzzo e del responsabile unico del procedimento Marco Vaccari. Segue di appena una settimana la nota (nona di una lunga serie) inviata dall'Autorità Portuale al consorzio formato da WeBuild (capofila), Fincantieri Infrastructure, Fincosit e Sidra, a ieri senza risposta.
    Il campo prova è fondamentale per verificare la solidità del basamento sottomarino in ghiaia e la sua capacità di reggere il peso dei cassoni della diga. Venerdì prossimo il primo cassone alla presenza (fino a ora confermata) del ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini verrà affondato e collocato su una base non testata. È qui che le esigenze della politica hanno surclassato le cautele tecniche. Al punto che il responsabile unico del procedimento, Marco Vaccari, mette le mani avanti: posate il cassone su un fondale che non sapete se reggerà.
    Un cantiere come quello della nuova diga foranea è un meccanismo complesso. Il ritardo nell'esecuzione dei campi prova rischia di innescare un pericoloso effetto domino. Mentre il versamento della ghiaia in mare procede secondo le tabelle di marcia, l'avanzamento delle colonne di consolidazione, risulta essere inferiore al 5%. Senza scanno di basamento non è possibile posare i cassoni in costruzione nel cantiere di Vado . Il rischio è la paralisi della produzione di cassoni. Senza cassoni, niente diga. —

 

 

 

 

19.05.24
  1. ASSE CINA RUSSIA :Lungo abbraccio fra i due. Il capo del Cremlino atteso in Corea del Nord ma è mistero
    Putin saluta Xi e apre alle trattative "Abbiamo parlato di tregua olimpica"
    lorenzo lamperti
    taipei
    Sarà che ha appena deposto una corona di fiori al monumento ai soldati sovietici nel nord est della Cina. Sarà che Harbin, non lontana dal confine con Russia e Corea del Nord, è nota come la "piccola Mosca" e ospita anche un parco intitolato a Stalin. Fatto sta che, prima di chiudere la sua visita, Vladimir Putin usa il palcoscenico cinese per una serie di messaggi. Primo: la Russia «non ha in programma di conquistare Kharkiv» e la sua offensiva sarebbe volta a creare una «zona sanitaria» per proteggere le aree di confine. Secondo: si dice aperto ai negoziati, ma la disponibilità resta teorica, visto che il presidente russo sottolinea che eventuali documenti dovranno essere firmati «con autorità legittime», in riferimento al rinvio delle elezioni presidenziali in Ucraina.
    Putin dice poi di aver parlato con Xi Jinping di una possibile tregua olimpica: «Principio corretto», ammette, ma non vuole farsi dettare tempi e condizioni. «Siete pazzi? Perché dovremmo farlo? Saremo guidati dalla realtà sul campo», tuona, prima di sottolineare come Mosca non sia stata invitata alla conferenza sulla pace in Svizzera. Evento che pare sarà evitato anche da Xi, che ha detto di appoggiare qualsiasi iniziativa negoziale, ma a patto che «sia riconosciuta e sostenuta sia dall'Ucraina che dalla Russia».
    I due leader si sono salutati con un lungo abbraccio, al termine di colloqui "personali" nel blindatissimo complesso di Zhongnanhai, a fianco della Città Proibita. Dettaglio inusuale, ma non unico. Nel 2019, per esempio, Xi abbracciò Emmanuel Macron. E Putin lascia la Cina senza aver forse ottenuto tutto l'aiuto di cui sperava. Ha nuovamente insistito sul gasdotto Forza della Siberia 2: «Possiamo costruire anche un oleodotto sullo stesso corridoio», ha detto, provando a sedurre le autorità cinesi che per ora non stringono i tempi, tanto che i manager di Gazprom non erano nella pur nutrita delegazione russa. Dal Cremlino, il responsabile dell'energia Alexander Novak ha auspicato di «firmare presto un contratto» che molti davano già concluso. Secondo diversi esperti, la Cina potrebbe non avere grande bisogno di nuove rotte di gas fino a dopo il 2030.
    Non c'è dubbio che l'interesse di Xi sia che Putin resti saldo e che la Russia non perda la guerra in Ucraina. Ma, allo stesso tempo, persegue i suoi interessi. E osserva con attenzione i movimenti verso la Corea del Nord, che appoggia senza riserve la guerra del Cremlino e presto potrebbe accogliere proprio Putin.
  2. Libertà di stampa il governo non riceve la missione europea
    ilario lombardo
    roma
    Il governo italiano e la maggioranza di destra che lo sostiene hanno rifiutato di incontrare i rappresentanti del consorzio Media Freedom Rapid Response. «Siamo dispiaciuti» racconta Sielke Kelner «perché avevamo chiesto una serie di appuntamenti, e in alcuni casi non abbiamo neanche ricevuto risposta». A non riceverli sono stati il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il viceministro Francesco Paolo Sisto, la presidente della Commissione Giustizia Giulia Bongionro e il sottosegretario con delega all'Editoria Alberto Barachini. Tra gli esponenti dell'opposizione che invece non hanno avuto alcun problema a incontrarli c'è stata Barbara Floridia, presidente in quota M5S della commissione di Vigilanza Rai, con l'idea di coinvolgerli negli Stati Generali sulla tv pubblica che ha intenzione di riproporre a breve.
    Mfrr lavora con finanziamenti della Commissione europea, e i suoi emissari in Italia sono arrivati in anticipo rispetto al viaggio inizialmente previsto per ottobre. È stata la segretaria della Federazione nazionale della Stampa, Alessandra Costante, a chiedere un intervento immediato, alla luce del moltiplicarsi di casi e di manovre da parte della destra e del governo, finiti al centro dell'attenzione internazionale.
    Il caso Rai, una lottizzazione che si è trasformata in occupazione e limitazione totale di ogni spazio per l'opposizione, e che in meno di due anni alla tv pubblica è valso il soprannome di TeleMeloni. Il caso Agi, un'agenzia di stampa controllata da una partecipata dello Stato che sta per finire in mano di un deputato della maggioranza, Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e padrone di una concentrazione editoriale di tre quotidiani filomeloniani. Il caso del quotidiano Il Domani, sbeffeggiato da Meloni durante il comizio di Pescara, e dei suoi giornalisti che rischiano il carcere per un'inchiesta nata dopo la denuncia del ministro della Difesa Guido Crosetto. Il caso di Pasquale Napolitano, cronista de Il Giornale, raggiunto da una condanna di otto mesi. E infine, la legge sulla diffamazione, e, nello specifico, la norma che prevedeva le manette per i cronisti. A guardarlo con gli occhi dei rappresentanti di Mfrr, cioè di chi non è così abituato ai conflitti di interessi italiani, alla manipolazione dell'informazione, al controllo asfissiante della tv pubblica, il panorama sulla libertà di stampa sembra inevitabilmente intossicato. Una preoccupazione che ammettono, quando paragonano l'Italia a quelle democrazie giovani che in Europa sono entrate solo successivamente. C'è un timore che sta crescendo anche sulla Francia, ma al momento «l'Italia è il solo tra i Paesi fondatori dell'Ue che si trova in questa situazione» spiega Renate Schroeder, direttrice dell'International Federation of Journalists. Subito sotto c'è l'illiberale Ungheria di Viktor Orban. Schroeder è una delle massime esperte dell'European Media Freedom Act, la nuova regolamentazione sulla libertà di stampa a cui l'Italia è obbligata ad adeguarsi entro l'agosto 2025. Da quel momento in poi, chiunque potrà rivolgersi a un tribunale italiano per violazione di regole europee che prevedono la trasparenza e l'indipendenza della governance, e il divieto di concentrazioni di editori con interessi politici. In questo momento la condanna dell'Italia sarebbe certa. Sia per la Rai, sia per l'Agi. In attesa del rapporto definitivo che arriverà solo a fine estate, la missione di Mfrr si è conclusa ieri con una conferenza stampa nella sede dell'Ordine dei giornalisti, in cui sono state date una serie di raccomandazioni. Una sul servizio pubblico: cambiare la legge, voluta da Matteo Renzi, che pone il board Rai sotto il controllo del governo. L'altra è sull'agenzia di stampa: «Agi non sia venduta ad Angelucci – è l'appello di Beatrice Chioccioli – Il controllo dei media avviene anche con le acquisizioni di privati che hanno chiari interessi politici». Come l'Ungheria insegna. —
  3. Il giallo dell'interrogatorio di Spinelli jr "Toti ci chiedeva finanziamenti illeciti"
    Marco Fagandini
    Tommaso Fregatti
    Genova
    Per l'imprenditore Roberto Spinelli, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti avrebbe voluto «finanziamenti illeciti». Una frase che sarebbe un macigno sulla posizione di Toti, un pesantissimo j'accuse nei suoi confronti da parte di uno dei principali indagati nell'inchiesta sulla corruzione ai vertici della Regione.
    Il condizionale però è d'obbligo, perché quelle parole, contenute nella trascrizione dell'interrogatorio di garanzia affrontato lunedì scorso da Roberto Spinelli, sono state contestate formalmente ieri nel tardo pomeriggio dallo stesso imprenditore, tramite gli avvocati che lo difendono (e che assistono anche il padre, Aldo Spinelli), Alessandro Vaccaro e Andrea Vernazza: secondo la nota inviata all'autorità giudiziaria tramite Pec, Roberto Spinelli
    sostiene di aver risposto a una domanda parlando di «finanziamenti leciti», non illeciti. Un giallo, insomma, su una dichiarazione alla quale il pm Luca Monteverde, coordinatore dell'indagine assieme al collega Federico Manotti, lunedì aveva risposto: «Va bene, basta». Evidentemente soddisfatto da quelle parole, cosa che renderebbe più chiaro, nelle trascrizioni, il concetto di illiceità dei finanziamenti. «Fa fede il verbale riassuntivo dell'interrogatorio, dove quelle parole infatti non sono state riportate
    », spiega l'avvocato Vaccaro.
    Il membro del board portuale
    Un'incognita, quindi, non di poco conto, nell'ambito dell'inchiesta che il 7 maggio ha portato ai domiciliari Toti, il suo capo di gabinetto Matteo Cozzani e l'imprenditore portuale Aldo Spinelli. E in carcere l'ex numero uno dell'Autorità portuale Paolo Emilio Signorini. Per Roberto Spinelli invece è scattata la misura interdittiva del divieto temporaneo di esercitare l'attività imprenditoriale e professionale. In questo contesto ieri è stato sentito, come persona informata sui fatti, il membro del comitato portuale genovese, Giorgio Carozzi, ex giornalista del Secolo XIX e delegato del Comune di Genova, guidato dal sindaco Marco Bucci, nel board. È il secondo componente di quella struttura che viene sentito, dopo Rino Canavese. Carozzi ha risposto per quasi cinque ore alle domande del pm Monteverde e dei finanzieri. All'epoca aveva sollevato dubbi sulla proroga trentennale della concessione del Terminal Rinfuse all'azienda controllata da Aldo Spinelli. Ma alla fine sia lui che un altro membro, Andrea La Mattina (anche lui sarà sentito dal pm), avevano votato a favore. Per la Procura, a influire su di loro erano state le pressioni di Toti e non solo (Canavese invece era rimasto contrario). Il presidente della Regione, dopo che il comitato il 29 settembre 2021 si era chiuso con un nulla di fatto, intercettato aveva detto al sindaco Bucci: «Che si raddrizzi per lunedì Carozzi». «Ok, va bene, perfetto», la risposta del primo cittadino.
    La Bolkestein
    Una parte corposa dell'interrogatorio di lunedì condotto dalla giudice per le indagini preliminari Paola Faggioni riguarda un incontro avvenuto il primo settembre 2021 sullo yacht di Aldo Spinelli, al quale erano presenti anche il figlio Roberto e Toti. Il tema, l'agognata concessione della spiaggia di Punta dell'Olmo, fra Varazze e Celle Ligure, per far lievitare il valore degli appartamenti del complesso immobiliare della famiglia Spinelli. La giudice chiede se Roberto ricordi la telefonata di Toti al consigliere regionale Alessandro Bozzano, per gli inquirenti fatta con l'intento di perorare la causa della spiaggia. «Per noi la pratica era già finita. Avevamo fatto incontri molto precedenti al 2021, dove avevamo visto che era impossibile. Il Comune di Varazze ha superato il limite delle spiagge private, è oltre il 40 per cento, quindi non può rilasciare nuove concessioni. Aspettavamo la Bolkestein (direttiva europea sulla libera concorrenza, ndr), con la quale avremo avuto la possibilità, se il Comune di Varazze intendeva mettere a gara la spiaggia, di partecipare. Tanto che ho venduto 43 appartamenti e non ho mai promesso la spiaggia. Ecco perché ridevo e dicevo: "Ma è impossibile, è inutile che chiami"». Le «sceneggiate» di Toti, come le ha definite Roberto Spinelli.
    «Toti chiamava per le elezioni»
    È il pm a sollevare il tema dei soldi che Aldo Spinelli è accusato di aver dato a Toti per sbloccare quella e altre pratiche. «Ho intimato a mio padre di non fare più finanziamenti da anni - dice Roberto - Gli avevo detto anche: "Non ne voglio più sapere", perché non volevo finire sui giornali. Eravamo gli unici a uscire, anche se questo comitato Change (quello di Toti, ndr) penso sia stato finanziato da mezza Liguria e tutta Genova». Il pm vuole capire se quel settembre 2021 era stato Toti o Spinelli a introdurre il tema di un finanziamento. «Ma figuriamoci - risponde Roberto - Toti diceva: "Ci sono le elezioni, ricordati"».
    «Rinfuse, terra di nessuno»
    Si passa poi alla questione Rinfuse. «Lo compriamo che è in fallimento e ci accolliamo 4 milioni di debito - spiega Roberto Spinelli - Era un disastro, terra di nessuno. Oggi funziona. Chiediamo, come hanno fatto tutti nel porto a Genova, la proroga della concessione. Non c'è nessuno che partecipa (oltre all'azienda controllata da Spinelli, ndr) e cosa vuol dire? C'è una gara, siamo gli unici a fare l'offerta». Il pm ricorda come la pratica Rinfuse sia stata approvata dal comitato portuale il 2 dicembre 2021, giorno dopo un altro incontro in barca fra i due Spinelli, Signorini e Toti. Ma quella frase del padre al presidente - «quello ufficiale è il 2x1000, tutto il resto dopo" -, che per la Procura era il riferimento a finanziamenti non in chiaro, Roberto Spinelli non la ricorda: «Il Terminal ha un vicolo per le rinfuse di soli 40 mila metri su 90. Può fare contenitori, rotabili... Tutto quello che hanno montato quei due signori (Carozzi e La Mattina, ndr) più Canavese era dovuto a ignoranza della materia». Per chi indaga, invece, il disegno di Spinelli era quello di eliminare le rinfuse e rimpiazzarle con i propri container. —
  4. Il patron di Europam è stato designato dalla Regione come membro nel cda dell'ospedale Gaslini
    I pm accendono un faro su 200 mila euro versati al governatore da un petroliere

    guido filippi
    tommaso fregatti
    genova
    L'obiettivo degli inquirenti che, da martedì scorso indagano su ogni finanziamento superiore ai 40 mila euro arrivato alla fondazione Change o al comitato elettorale "Giovanni Toti", è chiaro. Capire se, come avvenuto per Spinelli e altri imprenditori, in cambio del denaro versato al partito, ci fosse una contropartita. Un appalto, un'agevolazione oppure una nomina prestigiosa.
    Gli inquirenti che fanno luce sui fondi ricevuti dal governatore ligure si sono imbattuti nel principale finanziatore di Giovanni Toti: Mario Maria Costantino, patron di Europam. Costantino, secondo quanto emerge dalle carte acquisite dalla Procura, ha versato, in maniera assolutamente documentata nei conti, circa duecentomila euro. Più di Aldo Spinelli che si è fermato a circa 75 mila euro.
    Ora vogliono approfondire e analizzare questi fondi per capire se ci sia stato o meno un tornaconto. Lo stesso discorso vale per un'altra ventina di finanziatori che ha versato al governatore la cifra superiore ai quaranta mila euro. Costantini, a cui non viene mosso nessun addebito, non figura nelle carte dell'inchiesta. È stato però designato cinque anni fa dalla Regione Liguria come suo esponente all'interno del cda dell'ospedale pediatrico Gaslini, un centro di eccellenza conosciuto a livello internazionale. C'è un legame tra questi soldi versati a Toti e questa nomina regionale? È quello che si chiedono gli investigatori.
    Nel mirino dell'inchiesta finisce anche una parentela tra lo stesso Costantino e i rappresentanti di un noto centro medico genovese (l'istituto Turtolici, anch'esso estraneo all'inchiesta) nell'ambito della convenzione con la Asl. La struttura privata potrebbe, teoricamente, aver usufruito di vantaggi nel numero di prestazioni assegnate dalla Regione, attraverso la Asl.
    Chi conosce bene le vicende del Gaslini non parla volentieri di Mario Maria Costantino, da cinque anni e un mese consigliere di amministrazione dell'ospedale che cura bambini provenienti da più di ottanta Paesi.
    Una meteora, Costantino, che si è fatto conoscere più per le assenze – giustificate quasi tutte – che per le presenze e la partecipazione attiva. Lo aveva designato, come rappresentante della Regione Toti, e il suo ingresso del cda dell'ospedale aveva sorpreso molti, in ospedale e in città, anche perché erano già noti i finanziamenti alla Fondazione Change che sosteneva l'attività politica di Toti.
    Nessuno, ufficialmente, aveva fatto polemica. Costantino si era insediato quando il presidente era ancora il commercialista Pietro Pongiglione, in ottimi rapporti con il sindaco di Genova Marco Bucci, ed è rimasto al suo posto anche quando, nell'ottobre 2020 è stato nominato presidente il presidente di Erg Edoardo Garrone e sono cambiati anche alcuni consiglieri.
    Il patron del gruppo Europam, società controllata dalla Black Oils, non si è mai occupato direttamente di sanità ma, chi lo conosce bene, assicura che si è sempre sentito orgoglioso e in qualche caso vantato di far parte del cda dell'ospedale pediatrico. Dall'anno scorso, per motivi personali, non ha più partecipato alle riunioni che hanno una cadenza mensile. La sua poltrona è sempre vuota: all'appello iniziale viene indicato come assente giustificato e, a quanto pare, proprio per questo motivo, non è stato possibile sollecitare una sua sostituzione —
  5. TUTTI A CASA : I quattro amministratori della Fondazione si sono spartiti persino incarichi vietati dal codice civile
    Dalle autonomine alle consulenze Faro sui conflitti d'interesse del cda

    torino
    «Da che pulpito...». «Quanto rancore nelle sue parole». Chi è stato chiamato in causa da Fabrizio Palenzona e dal suo attacco alla classe dirigente della città, ufficialmente preferisce tacere «per non alimentare un dibattito che fa male a tutti». Ma tutti in privato riservano commenti al vetriolo al banchiere alessandrino, accusato di parlare mosso dal risentimento e di aver tenuto per primo quei comportamenti "immorali" che impunta agli altri: dai ruoli attribuiti al fidatissimo Roberto Mercuri, entrato in Fondazione Crt con il ruolo di senior advisor e assistente personale, ai conti del suo anno da presidente viziati – a quanto trapela da via XX Settembre – da un forte aumento dei costi per le consulenze e per "liquidare" figure sgradite come l'ex segretario generale Massimo Lapucci, cui sarebbe stata pagata una buonuscita di 1,7 milioni di euro. O i circa 450 mila euro che sarebbero stati impiegati per pagare società di consulenza in incarichi di assessment.
    Ma non c'è solo chi critica Palenzona e le sue "verità". C'è anche chi non può che concordare con l'accusa al cda e gli evidenti conflitti d'interesse denunciati dall'ex presidente. A cominciare dall'attuale presidente ad interim, Maurizio Irrera, che siede sia nel cda di Mundys (ex Atlantia), e presiede la Fondazione che in quella stessa società investe. Nel cda c'è anche Davide Canavesio, imprenditore vicino al mondo dell'innovazione che si è auto nominato presidente e ad delle Ogr ma è anche nel consiglio direttivo di Nexto, associazione nata nel 2015 che promuove innovazione urbana e cittadinanza attiva. Crt ha finanziato alcuni dei bandi di Nexto. Inoltre la moglie, Barbara Graffino, è consigliera della Compagnia di San Paolo.
    E poi c'è la notaia Caterina Bima, vicepresidente di Crt, che ha firmato sei atti notarili di operazioni effettuate dalla controllata Ream in cinque anni. E ora ne è diventata vice presidente. Quanto ad Antonello Monti, che si è autonominato presidente di Ream, ricopre anche la carica di membro del Consiglio affari economici della diocesi di Novara e proprio Via XX Settembre ha finanziato due progetti di questa diocesi: nel 2023 l'arredamento e allestimento dell'Accademia Gaudenziana e, ancora prima, l'apertura del Social Housing del Polo della cooperazione solidale del Divin Redentore. Mentre Anna Di Mascio, sempre nel cda di Crt, si è autonominata in fondazione Ulaop e nel collegio sindacale di Ogr anche se ci sarebbe un articolo del codice civile che lo impedisce perché la Fondazione controlla Ogr.

 

18.05.24

MEDIO ORIENTE, GLI HOUTHI: “PRESE DI MIRA TRE NAVI LEGATE A ISRAELE”

Estratto da www.agenzianova.com - 9 maggio 2024



[...] Il gruppo yemenita filo-iraniano degli Houthi ha preso di mira tre navi legate a Israele tra il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano. Lo riporta l’emittente yemenita “Al Masirah”, affiliata agli Houthi.



In particolare, secondo quanto reso noto dal portavoce militare del gruppo, generale Yahya Saree, i miliziani filo-iraniani hanno lanciato una serie di missili balistici e droni verso “le navi Msc Dego e Msc Gina nel Golfo di Aden”, e hanno poi preso di mira “la nave Msc Vittoria nell’Oceano Indiano”.
Saree ha spiegato che gli Houthi, nell’ambito del sostegno alla popolazione palestinese, “continueranno a bloccare la navigazione israeliana fino a quando l’aggressione a Gaza non sarà fermata”.

Da https://www.shippingitaly.it/ - 10 maggio 2024
I militanti Houthi continuano a prendere di mira le portacontainer di Msc, affermando che si tratta di “navi israeliane”. Le navi del gruppo ginevrino sono state quelle più frequentemente prese di mira dai militanti yemeniti che, in una dichiarazione del loro portavoce Yahya Saree, ieri hanno affermato di aver sparato quattro colpi su tre navi, senza fornire dettagli o conferme.

Saree ha rivendicato gli attacchi alla Msc Diego (56.8889 dwt) e alla Msc Gina (56.900 dwt), entrambe registrate a Panama. Costruite nel 1999, le navi sembrano essere stabilmente parte della flotta Msc e non sono note associazioni con Israele, nonostante le dichiarazioni generali degli Houthi. La Msc Diego proveniva dall’Oman e la Msc Gina dallo Sri Lanka.



I servizi di monitoraggio affermano che martedì 7 maggio ci sono stati lanci di missili dallo Yemen. Questi potrebbero aver preso di mira le due navi Msc, entrambe nel Golfo di Aden. Il Centro comune di informazioni marittime afferma che nessuna delle navi è stata colpita.
Gli Houthi hanno rivendicato anche due attacchi non confermati alla Msc Vittoria (108.641 dwt). La nave, anch’essa registrata a Panama, risulta attualmente diretta a est verso l’India. Secondo Saree, hanno sparato due volte sulla nave, la prima volta nell’Oceano Indiano e la seconda nel Mar Arabico.



Si sarebbe trattato di un attacco a lunga distanza ma non ha fornito informazioni sui tempi e nessuno dei servizi ha ricevuto informazioni su questi attacchi. Costruita nel 2006, è un’altra nave che fa parte da tempo della flotta Msc e non è nota alcuna associazione con Israele.



L’IRRESISTIBILE ASCESA DI GIGI


Estratto dell'articolo di Goffredo Locatelli per "la Repubblica - ed. Napoli" - 2 novembre 2006



Gianluigi Aponte, Gigi per gli amici, […] parla quattro lingue, ha un taglio gentile ed è cortesissimo nei modi. Ascolta senza battere ciglio traspirando una grande padronanza di sé. Taciturno fino all’estremo, le sue risposte sono misurate col bilancino del farmacista. Eppure ha il polso dell’economia mondiale. È uno che vede lontano. Ma qual è il suo segreto? “Sono prigioniero di ciò che ho creato”, ha confessato raccontando la parte di sé che non si vede mai».

Gianluigi Aponte comincia a sgomitare nel 1969, subito dopo il matrimonio con Raffaela, la moglie svizzera. Si trasferisce da Sorrento a Ginevra. In quell’anno trova un impiego presso l’agenzia Bernie Cornfeld (Ios) come consulente finanziario. Vendere fondi però non lo appassiona: si sente come un pesce sull’asciutto. […] Con l’aiuto di un suo amico compra una piccola imbarcazione tedesca di seconda mano, la Patricia, e la mette a navigare tra l’Italia e la Somalia.



Il padre di Aponte, Aniello, aveva lavorato ed era morto laggiù, prima della guerra, facendo il commercio di frutta e gestendo la Croce del Sud, un albergo di sua proprietà. La prima società con la quale comincia a operare si chiama Aponte Shipping Company, con sede a Monrovia, Broadway 31, Liberia. Dopo la Patricia compra una seconda nave, che prende il nome di Rafaela, sua moglie. Per il finanziamento delle prime due unità si fa aiutare da diverse persone che credono nel suo progetto.
Nel 1972 è la volta della Pazifik, una nave di 6.600 tonnellate di proprietà della Globus Reederei, compagnia tedesca in liquidazione. Gli affari migliorano quando una banca americana, The First National Bank of Chicago, nel 1973, finanzia l’acquisto di un altro mercantile, che sarà chiamato Alexa, il nome della figlia di Aponte. Ma ormai il giovane capitano di lungo corso ha chiaro nella mente il da farsi: rilevare vecchie navi a prezzo stracciato e dedicarsi completamente al trasporto di container. I risultati gli daranno ragione.
Nel 1987 Aponte diversifica gli affari entrando nell’industria delle crociere con l’acquisto della napoletana Starlauro. Più tardi compra tre navi da crociera: la vecchia Monterey nel 1991, la Cunard Princess nel 1995 (che diventa la Rhapsody) e, nel 1997 la Starship Atlantic (ribattezzata Melody). Sul mercato però ci sono poche buone occasioni di navi da crociera usate, mentre la Msc ha un gran bisogno di allargare la flotta per competere ad armi pari.
Così Aponte decide di investire tutto ciò che può, e per battere la concorrenza ordina nuove navi. Alla fine del 2000, Msc firma un contratto con i Cantieri francesi dell’Atlantico per due navi da 1.560 passeggeri. Prezzo del contratto: 280 milioni di euro ciascuna. Con una cerimonia ad alto effetto, Sophia Loren battezza poi la nuova Lirica nel porto di Napoli il 12 aprile 2003.



A Napoli, non ha mai voluto viverci e mettere radici. […] Autorevoli personaggi fecero pressioni perché comprasse il Calcio Napoli. Disse di no per un solo motivo: il timore di finire ogni giorno sui giornali.


LE DOTI DELLA MOGLIE RAFAELA DIAMANT, FIGLIA DI DENAT DIAMANT, UNO DEI FONDATORI DELLO STATO DI ISRAELE

Estratto dell'articolo di Teodoro Chiarelli per "La Stampa" - 15 maggio 2007



«Certo non gli è stato di ostacolo con le banche estere che generosamente da anni lo finanziano il fatto che il padre della moglie fosse il facoltoso banchiere ebreo Pinhas Diamant, uno dei fondatori dello Stato di Israele»



TUTTO IN FAMIGLIA

Estratto dell'articolo di Edoardo De Biasi per il "Corriere della Sera" - 31 ottobre 2022



Un vero e proprio rullo compressore. Più che una portacontainer, il gruppo di Gianluigi Aponte sembra una nave rompighiaccio. Avanza tranquillo e senza fretta, ma è inarrestabile.



Nato nel giugno 1940 a Sant’Agnello, sulla costiera sorrentina, da oltre 50 anni abita in Svizzera, a Ginevra. Il polmone finanziario dell’impero è in Lussemburgo, in un edificio di Boulevard Joseph II situato di fronte all’ambasciata francese. La Shipping Agencies Services, holding che gestisce gli affari del gruppo, si è trasferita qui da circa un anno. Motivo? Ragioni di governance, fiscali e giuridiche consigliano sempre l’esistenza di una holding nel Granducato.


Le decisioni strategiche, però, si prendono in terra elvetica, per la precisione sul lago Lemano, dove ha sede il quartier generale. Riservato, sempre garbato, attaccato ai valori familiari e all’Italia, l’armatore ha poche e selezionate amicizie. Il segreto del suo successo sta nella visione strategica e nella capacità di navigare nelle agitate e oscure acque dello shipping.



Qualità che ben si accoppiano con le doti della moglie Rafaela Diamant, figlia di Denat Diamant, uno dei fondatori dello stato di Israele. Nel 1969, dopo il matrimonio, Aponte lasciò Sorrento, seguendo la moglie che aveva residenza in Svizzera. Ben presto si trasferì a Londra e poi a Bruxelles, dove intraprese la professione di broker di carichi marittimi. Nel 1970 coronò il suo sogno: comprare una nave. Si trattava di un cargo tedesco, Patricia, che gli diede la possibilità di fondare la prima impresa. Costituì la Aponte Shipping Company, con sede a Monrovia, in Liberia.
Nel 2020 il gruppo fatturava circa 30 miliardi e impiegava 100mila persone. Alcuni giornali svizzeri sostengono che in questi anni il patrimonio dell’armatore sia molto cresciuto ed è stimato valere circa cento miliardi. Il che lo renderebbe uno degli uomini più ricchi al mondo. Ma Msc resta una family company. I figli Diego e Alexa, insieme con il genero Pierfrancesco Vago, ricoprono i ruoli chiave. Aponte è il chairman, il figlio Diego è diventato il presidente operativo mentre Soren Toft, ex capo di Maersk, è l’amministratore delegato. [...]



UN AMICO RICORDA GLI ANNI SPENSIERATI….

Estratto dell'articolo di Stefano Cingolani per "il Foglio" del 5 novembre 2024


[...] Un amico, l’avvocato Carmine Castellano, direttore del Giro d’Italia dal 1993 al 2003, sorrentino emigrato a Milano, racconta gli anni spensierati trascorsi con Gigi. “Ci siamo innamorati della stessa ragazza, ma non abbiamo mai litigato. Aveva le spalle larghe da nuotatore, parlava poco, era discreto ed elegante. Eravamo una bella compagnia, allegra, divertente.



Andavamo alla spiaggia della Marinella, non c’erano le discoteche, allora. Qualcuno di noi portava il mangiadischi arancione, c’erano le villeggianti, ascoltavamo i cantanti urlatori: Adriano Celentano, Mina. Si studiava in scuole diverse, io al liceo, lui all’Istituto nautico di Piano di Sorrento. Poi ci si trovava e si stava insieme a parlare di sport, donne, sogni e futuro. Pensava in grande, aveva in testa molte idee. Io volevo fare l’avvocato, lui era un uomo di mare. Viveva tra le onde. Si è iscritto a Economia e commercio, ma aveva dentro il suo mondo d’acqua”.
Gli Aponte erano armatori, controllavano un piccola flotta, racconta Castellano: “Si chiamava Libera Navigazione del Golfo e c’era una folla di parenti. Uno zio, Giovanni, durante la guerra stava attraversando il Golfo, una motovedetta tedesca gli intimò l’alt e sparò subito, lo colpì a una gamba e rimase zoppo. Frequentavo la loro famiglia, ero amico di Lella una sua cugina iscritta a Legge. Gigi studiava e lavorava sulle barche a motore.

Aveva il patentino, era catturato dal mare. Gli piaceva. Era rimasto solo con la mamma, il papà era stato a Mogadiscio dove aveva un albergo. Poi si è ammalato e Gigi è rimasto orfano”. Lavora sui traghetti, s’imbarca e durante una traversata conosce Rafaela, un vero colpo di fulmine, comincia così una storia che sembra presa dalla fiction Love Boat. Gigi dice agli amici: “Vado in Inghilterra”. Lascia la penisola Sorrentina, le barche, il mare. Si ferma a Ginevra, poi a Bruxelles infine sulle rive del lago Lemano convola a nozze con l’amata.



IL COMBATTENTE INVISIBILE: “NELLA VITA TUTTO HA UN PREZZO”

Estratto da www.cinquantamila.it - la storia raccontata da Giorgio dell'Arti



“Aponte si fa vedere ogni giorno e controlla tutto”, spiega ancora la fonte interna all’azienda. “Segue le trattative per l’acquisizione delle navi ed è pronto a intervenire direttamente se qualcosa non va. Conosce i prezzi imposti dai concorrenti e le loro strategie”» (Bosso e Invernizzi)


• «Alle riunioni con i suoi collaboratori si presenta sempre con un taccuino nero, su cui appunta ogni cosa» (Massimo Minella)



• «È l’armatore più riservato e schivo del mondo. A Londra, negli ambienti dello shipping lo chiamano “the stealth fighter” (il combattente invisibile)» (Zaccagnino). «Il lavoro è importante, ma è ancora più importante divertirsi. Io mi diverto in silenzio. Non mi piace che si parli di me». «Aponte cede alla mondanità soltanto in occasione delle cerimonie di consegna delle navi da crociera di Msc, che hanno fin dall’inizio una sola madrina: Sophia Loren» (Minella)

Ha avuto maestri che le hanno spianato il cammino e contribuito alla sua formazione? “Nessuno. Nella mia vita ha inciso la pressione, l’elemento che credo incida nella vita di tutti. Fare il passo più lungo della gamba…”. Volendo fare un bilancio, che cosa mi dice? “Nella vita non ho mai sbagliato, perché la pressione fa ragionare bene. Per non sbagliare si deve avere il senso della responsabilità”. […] Una condizione della quale è totalmente convinto? “Che, nella vita, meno si è aiutati meglio è. Non bisogna copiare. Nella vita tutto ha un prezzo”» (Giuliana Gargiulo).



I PEGNI CON MPS



Estratto dell'articolo di Franco Bechis per "Libero" - 1/11/2017



Fuori i nomi di chi ha preso i soldi da Mps senza restituirli o facendolo solo in parte?....Il capitolo di Grandi Navi veloci dell’armatore Gianluigi Aponte, con un debito in continua ristrutturazione. L’ultima operazione in pool bancario che aveva all’interno Mps è dei primi mesi del 2016, ed è ammontata a 320 milioni di euro di nuova finanza, per ristrutturare un debito pre-esistente di pari entità (312 milioni di euro).

Mps ha in pegno il 22,08 per cento del capitale sociale della compagnia di navigazione che nel 2015 ha fatturato 307 milioni di euro registrando una perdita di 15,7 milioni. Situazione simile sempre all’interno del gruppo Aponte con la società Navigazione libera del Golfo srl: il pegno esercitato da Mps in questo caso è addirittura sul 78,59 per cento del capitale sociale. [...]



APONTE, UOMO DI MONDO

Estratto dell'articolo di Vittorio Malagutti e Luca Piana per "L’Espresso" - 11 settembre 2008


[...] I figli Alexa e Diego hanno studiato all’estero. Le sue aziende italiane sono controllate da un dedalo di finanziarie off shore. La sua flotta batte bandiera panamense e le nuove gigantesche navi da crociera le fa costruire in Francia da una società a capitale coreano. Un uomo di mondo, Aponte.



I PARADISI FISCALI DI MSC

Estratto dell'articolo di Stefano Vergine per "il Fatto Quotidiano" - 15 luglio 2022
[…] Lussemburgo, Cipro e Svizzera. Tre paradisi fiscali europei uniti da un nome: Msc. In queste tre nazioni, caratterizzate da scarsa trasparenza societaria e imposte bassissime, sono dislocate le holding principali del gruppo scelto dal governo italiano come possibile acquirente di Ita Airways, la ex Alitalia. Conseguenza: gli eventuali dividendi staccati un domani dalla compagnia aerea italiana potrebbero finire offshore. [...]



VIVA LA FRANCIA! APONTE VS FINCANTIERI

Estratto dell'articolo di Vittorio Malagutti per "L’Espresso" - 7 febbraio 2022

[...] L’Italia occupa di sicuro un posto speciale nelle strategie globali di Aponte, ma prima di tutto vengono gli interessi del suo gruppo, […] anche a costo di tradire l’italianità delle origini. E così, […] come ricordano bene nelle stanze del ministero dell’Economia, il patron di Msc non si fece scrupoli a ostacolare lo sbarco in Francia di Fincantieri, che aveva già concluso un accordo per rilevare i cantieri navali di Saint-Nazaire.



Era un’operazione di enorme importanza strategica per l’azienda pubblica, che è stata di fatto costretta a ritirarsi dopo l’intervento del governo di Parigi. A giugno del 2017, quando ormai l’affare sembrava concluso, Aponte rilasciò un’intervista al quotidiano Le Monde per stroncare l’affare: “Impediremo il saccheggio di Saint-Nazaire”, dichiarò testualmente al giornale transalpino.
Il motivo è semplice: l’unione di Fincantieri e dell’azienda francese avrebbe ridotto pesantemente il potere negoziale del gruppo Msc, che è grande cliente di entrambi, con commesse miliardarie per la costruzione di navi di crociera. La sortita dell’armatore trovò subito una sponda all’Eliseo, dove si era appena insediato Emmanuel Macron. […]

Aponte […] ha raggiunto il suo scopo. Fincantieri si è ritirata dall’acquisizione in Francia, mentre i cantieri di Saint-Nazaire sono passati sotto il controllo dello Stato francese. I bilanci di entrambe le aziende, insieme a migliaia di posti di lavoro, adesso dipendono dalle commesse dell’armatore con base a Ginevra».



FUGA DALL’ALITALIA

Estratto dell'articolo di Stefano Cingolani per "Il Foglio" - 25 gennaio 2022
[...] Aponte era stato reclutato insieme ai “capitani coraggiosi” che dovevano salvare l’Alitalia nel 2008 sotto l’egida del governo Berlusconi. La Cai, come si chiamava la nuova società, era lo schiaffo in faccia all’intesa di massima con Air France sostenuta dal governo di Romano Prodi.



Il 28 ottobre di quell’anno il capitano Aponte viene nominato nel consiglio di amministrazione: fa appena in tempo a vedere qualche carta e scambiare due idee con gli altri quindici soci, poi riprende il volo per Ginevra. Al suo posto entrerà in fretta e furia Emilio Riva, che allora possedeva l’Ilva [...]



PER FRATELLI D’ITALIA, IL CAVALIERE DEL LAVORO APONTE E’ UNO SVIZZERO

Estratto dell'articolo di Paolo Panerai per "MF - Milano Finanza"



[...] Nominato Cavaliere del lavoro da Giorgio Napolitano il 31 maggio 2013, Aponte era pronto ad acquisire la maggioranza di Ita con Lufthansa in minoranza. Sennonché l’onorevole Rampelli ha innescato una forte polemica sostenendo che Aponte, nato e vissuto a Sorrento, fosse svizzero, vivendo ora effettivamente in Svizzera, avendo sposato una signora svizzera.



Il cerino acceso da Rampelli ha provocato altre reazioni fino al punto che Aponte ha deciso di non farne più niente: ha subito acquistato una piccola flotta di aerei da trasporto, integrando le navi con gli aerei, e Altavilla è stato messo in condizione di lasciare la presidenza.



APONTE, PIU’ LIQUIDO DELL MARE

Estratto dell’articolo di Vittorio Malagutti per “Domani” - 6 ottobre 2023

[...] Il vero punto di forza di Aponte, però, è l’immensa liquidità in cassa, una montagna di denaro fresco che fornisce al gruppo una potenza finanziaria pressoché illimitata. Basti pensare che la sola Sas Shipping company alla fine del 2022 poteva contare su cash per 4,3 miliardi di dollari (4,1 miliardi di euro). Questi numeri bastano e avanzano per spiegare come il gruppo abbia trovato le risorse, anche grazie al sostegno delle banche, per completare una raffica di acquisizioni miliardarie nell’arco degli ultimi due anni.
L’elenco completo è molto lungo, ma qui basta citare le due operazioni più importanti. A dicembre del 2022 Msc ha rilevato le attività portuali in Africa del gruppo Bollorè, con un investimento di 5,6 miliardi di euro. Risale invece all’estate scorsa lo sbarco nel settore ospedaliero. Il Comandante si è messo in società con il miliardario sudafricano Johann Rupert e insieme hanno rilevato per circa 4 miliardi di euro Mediclinic, una rete di cliniche, per lo più di lusso, che si estende tra Svizzera, Dubai e Sudafrica. Più volte nel recente passato Roma ha fatto ponti d’oro all’armatore con base a Ginevra.



Gran parte dei finanziamenti per gli ordini delle nuove navi da crociera sono garantiti dalla Sace, controllata dal ministero dell’Economia. E in un settore strategico come quello dei porti Aponte ha avuto campo libero per allargare una rete di scali che va da Trieste a Genova passando da Venezia, Ancona, Gioia Tauro, Napoli e La Spezia.

 

 

 

 

17.05.24
  1. L'ultimo rapporto annuale dell'Istat
    Italiani più poveri, sono quasi 6 milioni Le famiglie perdono potere d'acquisto
    Sempre più poveri. È questa la fotografia degli italiani tracciata dal rapporto di Istat. Una mappa che lascia intravedere un quadro ai limiti del desolante per i cittadini della penisola. Negli ultimi 20 anni il nostro Paese ha accumulato ritardi sul volume di Pil rispetto alle principali economie europee mentre le retribuzioni hanno perso potere d'acquisto. Le persone in povertà assoluta sono 5,75 milioni, pari al 9,8% della popolazione, la percentuale più alta registrata negli ultimi 10 anni. Sono poveri in percentuale soprattutto i minori (il 14% del totale) con un tasso che è quasi triplo rispetto alla fascia tra i 65 e i 74 anni (al 5,4%). Negli ultimi 10 anni le retribuzioni lorde reali hanno perso il 4,5% del potere d'acquisto ed è cresciuto il fenomeno dei "working poor", ovvero delle persone che pur lavorando rientrano nella povertà assoluta. La povertà, secondo lo studio Istat, è legata non solo al proprio reddito ma anche alla consistenza della famiglia e al luogo in cui si abita. In un periodo di alta inflazione, inoltre, il lavoro autonomo ha retto meglio di quello dipendente. Tra il 2014 e il 2023 l'incidenza di povertà assoluta individuale tra gli occupati è passata dal 4,9% nel 2014 al 7,6% nel 2023.
  2. La linea difensiva del governatore: rispondere ai pm per arrivare ad una revoca dei domiciliari La procura: pressioni anche sull'Arma. Dai testimoni conferme sulle tangenti per le concessioni
    Toti rinuncia al riesame "Sul porto ho agito così per evitare una guerra"

    Stefano Savi legale di Toti
    marco fagandini
    matteo indice
    genova
    Le audizioni davanti agli inquirenti dei componenti del comitato portuale di Genova - la prima delle quali ha fornito l'altro giorno conferme all'impianto accusatorio - e l'interrogatorio chiesto e ottenuto del presidente della Regione Liguria Giovanni Toti sono due passaggi strettamente connessi. Almeno per la Procura. La data della convocazione di quest'ultimo non è stata ancora fissata e, verosimilmente, arriverà per la prossima settimana. Ma i pm vorrebbero affrontare questo snodo avendo cristallizzato al meglio quella che, per loro, è la dinamica corruttiva che ha portato al rinnovo trentennale della concessione del Terminal portuale Rinfuse a favore dell'imprenditore Aldo Spinelli. Ai domiciliari, come Toti, dal 7 maggio scorso, quando sono state eseguite le misure cautelari disposte dalla giudice per le indagini preliminari Paola Faggioni. E per farlo i sostituti procuratori Luca Monteverde e Federico Manotti, che hanno coordinato l'inchiesta della Guardia di finanza, sentiranno entro sabato gli ultimi due membri del board del porto ancora da ascoltare.
    Intanto però, Toti ha ribadito al suo difensore, l'avvocato Stefano Savi, una posizione già espressa in passato: «Ho agito solo per evitare una guerra in porto». Dopodomani poi scadono i termini per un ricorso davanti al tribunale del Riesame. E Toti sembra intenzionato a non affrontare questo giudizio. Infine, ieri è emerso come il presidente regionale, intercettato nell'indagine, avesse espresso tutta la sua preoccupazione per il sequestro del 15 aprile 2023 del cantiere per realizzare uno stabilimento di lusso sull'isola Palmaria, nello Spezzino. Proponendo al suo capo di gabinetto Matteo Cozzani (oggi ai domiciliari e all'epoca anche sindaco di Portovenere) la necessità di interpellare addirittura il comando dell'Arma, per cercare di sbloccare il provvedimento eseguito dai carabinieri forestali.
    Il comitato portuale dai pm
    «Il rinnovo della concessione per il Rinfuse non mi ha mai convinto, da subito», ha detto l'altro giorno in Procura, sentito come persona informata sui fatti, Rino Canavese, l'unico membro del comitato portuale che aveva votato contro il rinnovo della concessione per il Terminal Rinfuse a Spinelli, passaggio per il quale la Procura ritiene che l'impresario avesse pagato tangenti. Secondo la Finanza, l'obiettivo di Spinelli era quello di utilizzare l'area per i suoi container, al posto delle merci rinfuse. E Canavese, delegato per il Comune di Savona nel comitato, avrebbe ribadito ai pm tutti i suoi dubbi e la sua contrarietà al progetto dell'imprenditore. Fornendo riscontri alle ipotesi formulate dai magistrati. Entro sabato sono in programma gli interrogatori, sempre in veste di persone informate sui fatti, degli altri due membri del board. Ovvero Giorgio Carozzi, ex giornalista del Secolo XIX ed espressione del Comune di Genova, e Andrea La Mattina.
    Come rilevato dagli inquirenti durante le indagini che hanno portato alle misure cautelari, in primis Carozzi, ma anche La Mattina, erano stati scettici sul rinnovo della concessione a Spinelli. Per poi votare a favore, pressati dai politici. Ma non solo, perché come viene ricordato nella richiesta di ordinanza di custodia firmata dai pm, sia Aldo che il figlio Roberto Spinelli, anche lui indagato, erano arrivati «addirittura a ipotizzare la raccolta di informazioni denigratorie» sui membri del comitato «al fine di delegittimarli». Proprio Carozzi era stato contattato, nel novembre del 2021, anche dal sindaco Marco Bucci (non indagato), dopo che quest'ultimo aveva parlato con Spinelli. «Ci sono alcune cose che devono andare assolutamente bene e ti dico quali sono... in comitato», aveva detto Bucci a Carozzi, ascoltato dalla Finanza. «Al momento non abbiamo nulla da dire, stiamo analizzando le carte. Mi riservo di rilasciare dichiarazioni nei prossimi giorni», dice l'avvocato Alessandro Vaccaro, che difende Aldo Spinelli assieme al collega Andrea Vernazza.
    Verso il no al Riesame
    Come anticipato, la strategia difensiva di Giovanni Toti sembra orientata a non ricorrere al tribunale per il Riesame. Anche perché il presidente della Regione, ora sospeso di diritto in base alla legge Severino, ha chiesto di essere interrogato, ma non è stata ancora neppure fissata una data. Certo, entro domani un ricorso al Riesame può essere comunque depositato e poi ritirato, ma non è escluso che neppure questo passaggio venga effettuato.
    Cosa farà Toti? La sua speranza è di rispondere punto per punto ai pm, durante l'interrogatorio. Arrivando a una revoca dei domiciliari. Ma la scelta di evitare il Riesame può essere letta anche come una rinuncia all'unico vero giudizio che può entrare nel merito delle accuse contenute nell'ordinanza di custodia. E a un possibile verdetto in tal senso. Un tirarsi indietro, insomma, dalla possibilità di far valere la propria innocenza e, secondo Toti, l'insussistenza delle accuse. Di fatto sarebbe il secondo passaggio di questo genere, dopo la scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere alla giudice Faggioni, venerdì scorso.
  3. Assalto
    paradiso

    niccolò zancan
    inviato alla palmaria
    Un miglio marino, poco più. Ed ecco l'isola. L'isola da cui tutto è incominciato. «Conta sedici residenti in inverno, cinquanta in estate, ma abbiamo appena saputo che ha comprato casa un sottosegretario» dice sornione il barcaiolo Dario Caprioli. Con lui andiamo alla Palmaria, davanti a Porto Venere. È l'ultimo lembo di terra della Liguria di Levante, il punto esatto che ha generato l'inchiesta che sta facendo tremare tutto il sistema politico regionale.
    «Laggiù, dove c'era la vecchia cava di pietre!», indica il barcaiolo Caprioli. «Dietro la recinzione verde. È in quel punto che volevano costruire lo stabilimento balneare di lusso. E io dico: spero che lo costruiscano ancora. Perché quest'isola è abbandonata all'incuria da più cinquant'anni». L'isola è un parco naturale, patrimonio dell'Unesco. Ci sono due spiagge della Marina Militare, per i cadetti di stanza a La Spezia. Un campeggio dell'Aeronautica, con bagni e cucine. Una sola spiaggia pubblica, gestita dal 1996 dalla cooperativa «Gabbiano Beach». Nella zona della vecchia cava, aveva una villa un signore di Bergamo, tal Moreschi. Quando ha deciso di vendere, il comune di Porto Venere, che coincide con il parco naturale e che ha competenza amministrativa sull'isola della Palmaria, ha scelto di fare cadere il diritto di prelazione. Poteva comprare quel terreno e la casa, ma non l'ha fatto. «Tutto in tempi rapidissimi, facendo approvare una delibera in fretta e furia alla giunta», spiega il presidente del circolo di Legambiente di La Spezia Stefano Sarti.
    Da anni gli ambientalisti della zona erano preoccupati per il piano di rilancio dell'isola. Il governatore Giovanni Toti diceva: «Sarà la nostra Capri. Abbiamo l'ambizione che l'isola della Palmaria possa diventare la Capri della Liguria». «Era un piano che di fatto svendeva l'isola ai privati», spiega ancora Stefano Sarti. «Tutto il suolo sarebbe stato ceduto per uso turistico. Un turismo medio-alto. Per questo eravamo molto attenti e manifestavamo la nostra contrarietà, fin dal 2018, contro il cosiddetto Master Plan». Legambiente e altre associazioni locali andavano sull'isola per fare una catena umana contro il cemento.
    Siamo al 22 dicembre 2021. Il Comune di Porto Venere, per scelta del sindaco Matteo Cozzani, amico e futuro braccio destro di Giovanni Toti in Regione, rinuncia alla casa del signor Moreschi. Si fanno avanti due immobiliaristi di Milano, i fratelli Raffaele e Mirko Paletti, che a Porto Venere sono già proprietari dello storico «Grand Hotel». Il piano è costruire sull'isola uno stabilimento di lusso, addirittura ottengono il permesso per delle piscine: le prime piscine della Palmaria. I lavori partono, ma con errori procedurali. Gli ambientalisti lo scoprono e fanno un esposto in procura. Da lì - anche da lì - scaturisce l'indagine più grande sulla corruzione italiana dai tempi di Tangentopoli.
    Secondo la procura di La Spezia, il sindaco Cozzani cede quel terreno sull'isola della Palmaria in cambio di favori di vario tipo. Notti in hotel, biglietti allo stadio, favori economici al fratello che commercia acqua in tetrapak e vorrebbe piazzare le sue confezioni nei posti gestiti dai Paletti. Così, cercando di capire le ragioni del sindaco su un bene di interesse per la comunità, gli investigatori scoprono la corruzione. Scrive il giudice Mario De Bellis: «Da una parte vi è un continuo asservimento delle funzioni pubbliche del sindaco agli interessi privati, anche con atti contrari ai doveri d'ufficio, duraturo negli anni. Dall'altra parte, come controprestazione, emerge una serie di altre utilità elargite dai fratelli Paletti a Matteo Cozzani direttamente o attraverso le aziende di famiglia». Seguendo quel filone investigativo e continuando a intercettare, gli investigatori arrivano al presidente Toti e alla sua campagna elettorale, al porto, al terminalista Aldo Spinelli, al presidente dell'autorità portuale Paolo Emilio Signorini. Così passano le carte alla procura di Genova per competenza territoriale.
    Dall'isola di Palmaria, quindi. Dalla salvaguardia di un parco naturale. Dall'attenzione dei cittadini. Da qui è scaturita l'indagine che ha svelato un sistema di corruzione su scala regionale. «Non possiamo gioire per quello che abbiamo scoperchiato con il nostro esposto», dice Fabio Giacomazzi di Legambiente. «Ma è importante sottolineare un fatto. Chi doveva controllare era la Regione. Ma leggendo le intercettazioni abbiamo scoperto che la Regione, il Comune di Porto Venere e l'ente parco erano tutti d'accordo. Tutti dalla stessa parte».
    Ora il cantiere per la costruzione dello stabilimento balneare di lusso è stato posto sotto sequestro dal nucleo forestale dei carabinieri. Una lunga cancellata verde cerca di mimetizzare quello che stava accadendo dietro la recinzione: abbattuta una vecchia casa di «interesse testimoniale», alzato un manufatto moderno. Lì davanti stavano scavando per ricavare lo spazio delle piscine.
    È una giornata nuvolosa. Barche a vela beccheggiano in rada davanti alla chiesa di San Pietro. Orde di turisti vengono scaricate sulla banchina del porto. È solo un'altra estate italiana che sta per incominciare. «È da cinquant'anni che va così», dice sconsolato il barcaiolo Caprioli. Poi molla gli ormeggi e riprende il mare.
  4. In Costa Azzurra
    I favori

    tommaso fregatti
    matteo indice
    genova
    «I quarantamila euro a Toti? Glieli ho dati perché si era interessato... E a volte partecipava anche lui alle cene di Montecarlo».
    In due ore molto caotiche di confronto con i magistrati, Aldo Spinelli fornisce una spiegazione tanto lineare quanto importante, agli occhi degli inquirenti, in uno dei principali filoni d'inchiesta. Si tratta della branca sulle sospette tangenti pagate dall'imprenditore portuale al governatore affinché intervenisse per fargli ottenere il rinnovo trentennale della concessione per gestire il Terminal Rinfuse, attraverso la società composta per il 55% da Gruppo Spinelli e per il 45% da Msc.
    Il passaggio sui 40 mila euro è forse il più importante nel verbale dell'interrogatorio che sempre Spinelli ha sostenuto lunedì mattina a palazzo di giustizia davanti alla giudice Paola Faggioni e alla presenza del pm Luca Monteverde. Spinelli, a differenza degli altri indagati finiti in arresto (Toti, Signorini e il capo di Gabinetto Matteo Cozzani) ha risposto a varie domande, sparigliando parecchio le carte.
    Per orientarsi è necessario ripercorrere l'audizione e la prima parte riguarda i rapporti con Paolo Emilio Signorini: in particolare il pagamento delle spese per il matrimonio della figlia dell'ex presidente del porto e dei soggiorni a Montecarlo, ai quali prendeva parte spesso pure Spinelli. «I soldi del matrimonio sono l'unica cosa che ho dato a Signorini e mi restituirà entro giugno o luglio del prossimo anno, quando prenderà la quattordicesima e avrà gli utili (intende nella sua nuova carica di ad Iren, che risulta tuttavia molto vacillante, ndr). Ho dato a Signorini i 15.000 euro del matrimonio (della figlia, ndr)... credo in contanti. Glieli ho dati sicuramente con la promessa che lui me lì restituirà... lui è un uomo pubblico.... non volevamo far risultare il pagamento per questo».
    I blitz con briatore
    Il prosieguo riguarda invece i comportamenti di Giovanni Toti partendo dai blitz di quest'ultimo a Montecarlo, che non risulterebbero collegati a missioni istituzionali. «Toti - prosegue quindi Spinelli - è venuto al Grill (intende il ristorante Le Grill di Place du Casino, ndr) a mangiare, ultimamente con la moglie... si trovava per lavoro con Briatore e anche lì non ha pagato nessuno. Al Grill credo sia venuto questa volta qua e poi basta.... poi un'altra volta, eravamo stati invitati da un amico a Montecarlo e c'era anche Toti ma eravamo una trentina di persone». Aggiunge: «All'Hotel De Paris è venuto solo a mangiare, poi è andato per conto suo con Briatore, ma non so se in un hotel che costava meno. Alla cena c'erano tante ragazze: la M., la sorella della M., della mia governante a libro paga, T., Paolo Signorini con sua moglie...». Qualche accenno alle ricorrenti ospitate in barca, «lì avevo invitato tanti amici», poi sostiene di non aver pagato tangenti a Toti per ottenere benefici a Punta dell'Olmo (Savona).
    S'inizia allora a parlare dei presunti favori (da parte di Toti) sul Terminal Rinfuse in cambio di sostegno economico, in una specie di escalation. «Per la pratica trentennale (la concessione per gestire quella banchina, ottenuta il 2 dicembre 2021 ndr), le dico di sì, lui (Toti, ndr) ha detto sui giornali che l'aveva risolta ma non è vero (poco più avanti fornisce dettagli in senso diametralmente opposto, ndr)... Avevo chiesto di andare velocemente perché avevamo presentato il piano d'impresa, tutto regolarmente, salvando il posto di lavoro di 200 persone, Toti non ha fatto niente: in quell'occasione (fa verosimilmente riferimento a un periodo lontano ancora alcuni mesi dal dicembre 2021, ndr) non gli avevo promesso il finanziamento. Lui mi aveva chiesto di dargli una mano quando ci sarebbero state le elezioni».
    «Così chiedevo le aree»
    Comincia a vacillare, Spinelli: «Toti non aveva fatto niente, si è interessato, telefonava. Non potevo pagare i canoni se non avevo le concessioni a posto. L'approvazione è avvenuta... perché si è mosso il consorzio... Si era mosso (riparla di Toti, ndr) non ha fatto niente, ha telefonato, così come mi rivolgevo a Burlando (intende in passato, quando al governo della Regione c'era il centrosinistra, ndr) allorché avevo dei problemi». La Procura contesta una serie d'intercettazioni a ridosso del 2 dicembre nelle quali Toti profilava un esito favorevole dell'operazione dicendo «poi festeggiamo le Rinfuse...»; un abboccamento sulla barca dell'imprenditore nel giorno precedente la concessione cui erano presenti sia Toti sia Signorini; e, una settimana dopo la conclusione della pratica pro-Spinelli, 40 mila ero accreditati dall'impresario a un comitato elettorale di Toti attraverso varie aziende del suo gruppo.
    Così la spiega Spinelli, quasi ribaltando il precedente punto di vista: «Glieli abbiamo dati perché si era interessato, ma era tutto regolare, li abbiamo divisi (intende i mittenti, ndr) tra le società (del Gruppo Spinelli, ndr)»
  5. Brandizzo, l'affondo dei si ndacati " L'azienda non può operare sui binari "
    Andrea Bucci
    Claudia Luise
    Martedì avrebbero dovuto lavorare, poi l'incarico è saltato. È stato male il caposcorta e Rfi non è riuscita a trovare un sostituto. Così gli operai della Star.Fer sono rimasti a casa. Ieri, invece, erano in programma manutenzioni nella zona di Pinerolo. Lavori affidati da Rfi in appalto alla Clf (Costruzioni linee ferroviarie), che sta utilizzando operai un tempo dipendenti Sigifer e ora Star.Fer.
    Il punto resta sempre lo stesso: cosa è cambiato dopo Brandizzo? Per quella strage sono stati indagati il tecnico di Rete ferroviaria italiana Antonio Massa, due dirigenti di Rfi (Gaetano Pitisci e Andrea Bregolato), il capo cantiere della Sigifer (la ditta che aveva in subappalto i lavori) Andrea Girardin Gibin e quattro vertici dell'azienda tra cui il direttore generale Franco Sirianni e il direttore tecnico Cristian Geraci. La ditta incaricata – in subappalto dalla Clf – era la Sigifer di Borgovercelli. Impresa che da allora non è più operativa, ma di fatto il board (Sirianni e Geraci) continua a ottenere commesse nel settore ferroviario tramite una nuova azienda - la Star.Fer - di Crescentino (Vercelli). Stessi responsabili, stessi operai. Tanto che c'è chi, in queste notti, ha notato lavoratori con la vecchia divisa «Sigifer». E stesso modo di lavorare. Nella manutenzione di ieri la squadra sarebbe stata composta da un ex operaio Sigifer assunto da Clf con il ruolo di capo squadra. E poi gli operai Star.Fer in distacco.
    Intanto i sindacati chiedono che Rfi approvi il protocollo sulle manutenzioni. E sull'accordo dei lavoratori Star.Fer in distacco a Clf, Giuseppe Manta, segretario generale FenalUil Piemonte, è chiaro: «FenalUil non ha firmato alcun accordo per il distacco». Manta precisa: «Abbiamo firmato un accordo unitario per distaccare presso Clf i lavoratori Sigifer, azienda a cui Rfi ha tolto tutte le commesse. Lo abbiamo fatto per non far pagare agli operai il coinvolgimento dell'azienda nei fatti di Brandizzo. Abbiamo chiesto anche un'adeguata formazione degli stessi e di rivedere le procedure per i lavori sui binari. Nonché di stilare un protocollo specifico sulle manutenzioni ferroviarie. Se altri lavoratori sono rimasti esclusi, Clf doveva procedere ad assumere direttamente le maestranze senza rivolgersi a Star.Fer per ricevere personale in distacco. Perchè? Semplice: Star.Fer non ha i requisiti per operare nel settore. Come ha affermato Rfi, l'azienda non è presente nei sistemi di qualificazione». Manta chiede anche che Rfi chiarisca se Star.Fer può o meno fornire propri lavoratori per operare, attraverso Clf, nei cantieri (pare in Sicilia e in Piemonte) e dice: «Non è opportuno, anche se formalmente ineccepibile, stringere accordi economici con una società che vede ai vertici le stesse persone indagate per la strage di Brandizzo».

 

 

16.05.24
  1. corruzione
    Il costo
    paolo baroni
    roma
    «Nonostante gli sforzi compiuti, l'Italia registra ancora dati poco incoraggianti sul fronte della lotta alla corruzione», avverte il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione Giuseppe Busia nella sua relazione annuale, in cui lamenta i troppi affidamenti diretti nel campo degli appalti, i continui tentativi di scardinare le regole e limitare i controlli (come nel caso della diga di Genova e del ponte sullo Stretto), i limiti del nuovo Codice degli appalti, l'assenza di una legge per regolamentare le lobby e i rischi connessi all'introduzione dell'intelligenza artificiale nel campo degli appalti e della Pa.
    «La classifica degli Stati membri sullo stato di diritto, contenuta nell'ultimo rapporto dell'European Court of Auditors, la Corte dei conti europea, vede il nostro Paese in una posizione ancora troppo arretrata» ha spiegato ieri Busia nel suo intervento alla Camera, ricordando che dal rapporto 2023 sulle attività della Procura europea (Eppo), «l'Italia risulta il Paese con il valore più alto in termini di danni finanziari al bilancio dell'Ue stimati a seguito di frodi e malversazioni, anche riconducibili alla criminalità organizzata». Quanto all'Anac nel 2023, nell'ambito delle vigilanza in materia di anticorruzione e trasparenza, l'Autorità ha gestito 1.294 istruttorie, oltre ad aver avviato 395 procedimenti e gestito 441 istanze di precontenzioso.
    Per Busia «è essenziale» prevenire la corruzione «ancor prima che reprimerla», «per evitare che la sua ombra si distenda sulla società, sull'apparato pubblico e sul tessuto produttivo, pregiudicando prospettive di lavoro e di vita». A suo parere, infatti, la corruzione «mortifica legittime aspettative, deteriora la qualità dei servizi pubblici, rafforza le mafie, inquina la democrazia. Ha un costo, quindi, sociale, civile e umano, oltre che economico». E sono vittime della corruzione anche i morti sul lavoro. «Anche quando non uccide - ha poi aggiunto il presidente dell'Anac - la corruzione arreca danni inestimabili, affinando le sue armi con mezzi sempre più subdoli. Opere non ultimate, o completate con smodati ritardi e sperpero di risorse pubbliche. Imprese sane che falliscono a causa di un mercato poco aperto e trasparente. Giovani eccellenze costrette a cercare all'estero chance di realizzazione professionale, sottratte in patria da concorsi poco trasparenti».
    Sono molte le criticità segnalate da Busia a partire dai troppi affidamenti diretti che hanno raggiunto oltre il 90% del totale (78% se si escludono dall'insieme i contratti sotto i 40.000 euro), percentuale sale oltre il 95% se si considerano anche le procedure negoziate. E Busia, in particolare, ha ricordato che il nuovo Codice degli appalti, oltre a non prevedere l'obbligo di avvisi o bandi per i lavori fino a 5 milioni di euro, consente di acquistare beni o affidare servizi fino a 140.000 euro senza neanche il vincolo di richiedere più preventivi. Una scelta questa già criticata a suo tempo e su cui l'Anac ora sollecita un ripensamento. Nel complesso parliamo di una torta che nel 2023, anche per effetto del Pnrr, ha toccato quota 283,4 miliardi, il 36,4% in più rispetto al 2021 e addirittura un +65,9% sul 2019.
    Il presidente dell'Anticorruzione segnala poi la poca attenzione all'occupazione femminile e giovanile nel Pnrr (nessun aumento rispetto al 2022), i rischi della crescita smisurata dei «medici a gettone», l'ingiustificato ricorso ai subappalti anche quando non servono lavorazioni particolari. E per questo Busia definisce «cruciale una vigilanza rigorosa, posto che i rischi appaiono crescenti man mano che si scende lungo la catena degli affidamenti e dei sub-affidamenti. Quando non vi è una giustificazione legata a lavorazioni o funzioni particolari, nei subappalti a cascata a perdere qualcosa sono spesso i lavoratori, le imprese subappaltatrici e la stessa stazione appaltante».
    Il presidente dell'Anac ha poi richiamato la necessità di una legge di regolamentazione delle lobby e l'esigenza di recepire la direttiva europea Anticorruzione, stoppata in Italia in commissione parlamentare e poi ha messo in guardia sull'introduzione dell'intelligenza artificiale negli appalti pubblici e nella Pa. «Sarà fondamentale che le decisioni assunte con tali sistemi siano ispirate a rigorosi criteri di non discriminazione algoritmica - ha sostenuto Busia - e che la decisione ultima sia comunque riservata alla persona».
    Unici dati positivi la digitalizzazione degli appalti, entrata a pieno regime, e la qualificazione delle stazioni appaltanti scese dalle precedenti 26.500 unità a 4.353 soggetti qualificati. Ma anche in questo caso bisognerebbe però rivedere le deroghe: troppe quelle previste dalla legge.
  2. Lo prevede una norma del Pnrr in caso di annullamento degli affidamenti dopo un ricorso
    La diga di Genova e l'appalto illegittimo "Così si rischia di pagarla due volte"
    L'opera in 3 punti

    Ieri su "La Stampa"
    francesco grignetti
    roma
    Oltre il danno, anche la beffa? I costi per la costruzione della diga foranea nel porto di Genova, al centro di un filone dell'inchiesta sul governatore Giovanni Toti, rischiano di esplodere perché la situazione giuridica è quantomai ingarbugliata. Esattamente un anno fa, a una settimana dall'avvio dei lavori, il Tar della Liguria aveva annullato l'aggiudicazione della gara; trattandosi però di un'opera finanziata con le risorse del Pnrr, i cantieri non si sono mai fermati. Nel caso dei cantieri Pnrr, infatti, un annullamento non comporta la cessazione del contratto già stipulato. E così - avverte il presidente dell'Autorità anticorruzione, Giuseppe Busia, che ieri ha presentato la sua Relazione annuale al Parlamento - c'è il «rischio di significativi aumenti dei costi: in caso di annullamento degli affidamenti finanziati dal Pnrr, non è prevista la caduta del contratto affidato illegittimamente», ma è altresì riconosciuto «il diritto al risarcimento agli operatori pretermessi, col risultato che la stazione appaltante finisce per dover remunerare entrambi: chi lavora e chi avrebbe dovuto lavorare».
    Situazione paradossale, quella di Genova, che l'Anac aveva segnalato per tempo. Poi le cose sono andate avanti come nulla fosse, fino alla pronuncia del Tar. Eppure Busia aveva detto subito che quella norma, così come è stata congegnata, avrebbe portato guai. Già il semplice aggiramento delle norme sulla concorrenza significa "mancati risparmi". Ma poi c'è la norma diabolica del Pnrr. Se fosse confermata la sentenza del Tar dal Consiglio di Stato, visto che la società soccombente ha fatto ricorso, secondo l'Anac sarà inevitabile doverla risarcire. Si consideri che è un appalto da 1,3 miliardi di euro, affidato dall'allora commissario del Porto di Genova Paolo Emilio Signorini ad un consorzio con capofila WeBuild senza una corretta procedura di gara (almeno così è stato stabilito dal Tar della Liguria) poiché la società era priva dei requisiti. La diga foranea, inoltre, è stata inserita nel decreto Genova per la ricostruzione del ponte Morandi e ha potuto così usufruire delle relative deroghe al Codice dei contratti, senza averne titolo.
    C'è di peggio: Anac aveva segnalato come il Commissario straordinario per la diga avesse assegnato l'appalto adottando le richieste della società concorrente riguardo alla revisione dei prezzi, le varianti per incerto geologico, le modalità di contabilizzazione del corrispettivo. Ciò significa che i costi aggiuntivi che dovessero presentarsi nella realizzazione dell'opera sono a carico dello Stato, perché è stato riconosciuto al privato di stabilire a quali condizioni realizzare l'opera.
    Ovviamente Busia nella sede istituzionale non vuole parlare troppo di un caso singolo. «In questa fase - dice a margine dell'evento istituzionale - a noi interessa garantire che si evitino quanto più possibile operazioni che possano ridurre la concorrenza e la trasparenza. Abbiamo un ruolo soprattutto sulla prevenzione della corruzione e sulla garanzia di trasparenza degli appalti». La diga di Genova, però, potrebbe non essere l'unica opera sotto i riflettori dell'Autorità. «Noi ci occupiamo a livello ampio delle tante segnalazioni che riceviamo, e svolgiamo tante attività». È noto, però, che il modello di Genova, come aveva notato nelle scorse settimane lo stesso Busia, è stato «seguito anche con il decreto Ponte sullo Stretto».
    Quel che rivela l'inchiesta di Genova fa riflettere nuovamente il presidente sull'ipotesi di abrogazione del reato di abuso di ufficio. «Lascerà dei vuoti nel nostro ordinamento. Occorre almeno, se il Parlamento andrà in questa direzione, un rafforzamento dei poteri e delle sanzioni nel caso di conflitto di interessi. Esistono dei vuoti perché ad esempio nell'affidamento diretto di un contratto sopra-soglia, non si ha, secondo un'interpretazione garantistica del codice, una turbativa d'asta. Quindi non scatta un secondo reato. E in caso di abrogazione dell'abuso di ufficio, si finirebbe con la non punibilità di comportamenti gravi». —
  3. Aperto un fascicolo per rivelazione di segreto: "Gli indagati sapevano di essere intercettati" L'imprenditore del porto inguaia il presidente della Regione: "Mi cercava per chiedermi soldi"
    Genova, ora è caccia alla talpa Spinelli: vittima di concussione
    era il governatore a pressarmi

    Aldo Spinelli
    Paolo Signorini
    marco fagandini
    tommaso fregatti
    genova
    Aldo Spinelli ha lanciato accuse precise contro il governatore Giovanni Toti e ha evocato, tramite il suo legale Andrea Vernazza, un comportamento che potrebbe profilare l'addebito di concussione: «Toti mi pressava, mi telefonava in continuazione soprattutto quando si avvicinavano le elezioni, chiedeva aiuto».
    Lo ha spiegato l'altro ieri nel corso dell'interrogatorio di garanzia sostenuto davanti alla giudice Paola Faggioni e al pm Luca Monteverde, e oggi di quell'audizione si apprendono dettagli decisivi. Nel frattempo Rino Canavese - l'unico membro del board del porto che votò contro il rinnovo della concessione per il Terminal Rinfuse a Spinelli, passaggio per il quale la Procura ritiene che l'impresario avesse pagato tangenti - parla per quattro ore in Procura come testimone: «Il progetto di Spinelli non mi convinceva».
    La novità più significativa è rappresentata dai particolari sul confronto andato in scena lunedì tra i magistrati e Spinelli, tuttora ai domiciliari nell'ambito dell'inchiesta che ha travolto il governatore Giovanni Toti.
    L'imprenditore ha spiegato in primis d'essere stato messo sotto pressione dal presidente della Regione. «Ogni volta che c'era un'elezione tutti mi cercavano per chiedermi soldi. Anche Toti lo ha fatto puntualmente. Vorrei precisare che, se controllate, quasi tutte le telefonate da lui a me, non viceversa. Diciamo che era molto presente e non mancava di contattarmi».
    La criminalità organizzata
    C'è poi un filone d'indagine che riguarda una fuga di notizie. Una possibile rivelazione di segreti d'ufficio che, al momento, ha portato all'iscrizione fra gli indagati di un consigliere comunale di Genova, Umberto Lo Grasso. È accusato di favoreggiamento, per aver messo in guardia sul fatto di essere intercettati due figure chiave dell'inchiesta, che una settimana fa ha portato ai domiciliari il presidente della Regione Giovanni Toti, l'imprenditore Aldo Spinelli e il capo di gabinetto di Toti, Matteo Cozzani. E in carcere l'ex capo dell'Autorità portuale genovese Paolo Emilio Signorini. I due soggetti che Lo Grasso aveva allertato sono i gemelli Arturo Angelo e Italo Maurizio Testa, riesini come lui, militanti di Forza Italia e radicati nella Bergamasca. Sono accusati di aver procacciato voti ai candidati totiani alle regionali 2020 in cambio di favori. Con l'aggravante di aver così agito per favorire il clan mafioso Cammarata, del Mandamento di Riesi. Oltre a quelle in Liguria, anche le elezioni in Lombardia e Piemonte erano nel mirino dei fratelli Testa. «Già nelle prime fasi successive alle elezioni regionali della Liguria del 20 e 21 settembre 2020, i fratelli Testa si sono interessati ad ulteriori tornate elettorali - scrivono gli investigatori - in particolare ad elezioni amministrative comunali che si dovranno tenere nei prossimi mesi a Treviglio (Bergamo), Torino e Genova». È il deputato Alessandro Sorte che, dopo il successo della cena elettorale a Genova, propone ad Arturo Testa di trovare «una sala per realizzare un evento similare in occasione delle elezioni comunali di Treviglio, in programma nel mese di ottobre 2021». In una telefonata del 6 ottobre 2020, Angelo Arturo Testa dice a Sorte di aver trovato una sala da 120 posti. Nel corso della conversazione Sorte chiede: «ma, Arturo ma tu c'hai riesini anche a Treviglio?». Testa, dopo aver risposto affermativamente, precisa: «ma saranno una trentina». Continuano i militari: «le elezioni amministrative di Torino si sono svolte nel mese di ottobre 2021. In data 17 maggio 2021 l'onorevole Sorte chiama Arturo Angelo Testa per chiedergli: «la tua comunità come è messa a Torino?» e ottiene la seguente risposta: «Come Genova, uguale.... Ti ho detto come a Genova, quindicimila sono a Genova e quindicimila sono a Torino». Sorte prosegue: «allora puoi cominciare a muoverti che c'è... che quando ti vedo ti spiego... mettici un attimo la testa» e l'interlocutore risponde: «vediamo cosa cerchi e cosa vuoi vediamo di fare sempre il massimo».
    Le intercettazioni
    Il 30 settembre del 2020, dopo la vittoria di Toti alle elezioni, Lo Grasso aveva avvicinato Italo Maurizio Testa a Certosa. Vestito con una felpa rossa e un cappellino blu, cercava di passare inosservato, ma i finanzieri del nucleo di polizia economica e finanziaria del generale Andrea Fiducia erano appostati. E Lo Grasso era stato "ascoltato" e riconosciuto. «Vedi che stanno indagando, non fate nomi e non parlate al telefono... Stanno indagando», aveva detto a Italo Maurizio. Che aveva risposto: «Sì lo so, non ti preoccupare. L'ho stutato ("spento" in dialetto siciliano, ndt)», il cellulare, come si legge negli atti dell'indagine. E Testa aveva subito chiamato il fratello Arturo, per riferirgli il messaggio del "Pupillo", come i due chiamavano Lo Grasso: «Mi ha detto "stanno indagando, non parlate al telefono". Come dire state attenti».
    Ora gli inquirenti vogliono capire cosa ci fosse dietro l'avvertimento di Lo Grasso: l'ipotesi è quella di una talpa, un informatore che avrebbe fatto una soffiata sull'inchiesta in corso.
  4. La deputata, sentita come testimone sul voto di scambio, ammette di aver incontrato i fratelli Testa
    Cavo: "Le preferenze? Chiedete ad altri Sembrava corruzione e mi tirai indietro"

    GENOVA
    Ammette d'aver incontrato i fratelli Arturo e Italo Testa, indicati dalla Procura come referenti d'un clan mafioso. È vero, insiste, che si offrirono d'aiutarla chiedendo a loro volta una mano per avere posti di lavoro (assunzioni dentro Autostrade, ndr), ma «nei mesi successivi i fecero troppo insistenti, si comportavano in una maniera che non mi piaceva affatto». Quindi evoca una modalità potenzialmente «corruttiva», sempre da parte dei Testa, che l'ha indotta a sfilarsi e a non partecipare alle cene elettorali con loro sollecitate dal capo di Gabinetto regionale Matteo Cozzani, alle quali il governatore ligure Giovanni Toti era invece presente. Quindi la spiegazione sul punto più critico, perlomeno in prospettiva: «Le preferenze a mio favore potenzialmente orientate dai Testa? Non sono dipese da me e non sono io, nel caso, che posso fornire delucidazioni su quest'aspetto».
    Ilaria Cavo, deputata eletta con Noi Moderati (il partito sostenuto anche dal presidente della Regione alle Politiche del settembre 2022) e coordinatrice ligure della Lista Toti, ha risposto per quattro ore l'altro ieri in caserma alle domande del sostituto procuratore Federico e dei finanzieri.
    È stata interrogata come testimone nel filone sul voto di scambio, che vede indagati ancora Toti, Cozzani, i consiglieri regionali Stefano Anzalone e Domenico Cianci, appunto i fratelli Testa e l'ex sindacalista della Valpolcevera Venanzio Maurici. E quella riportata in apertura è la sintesi sostanziale della sua deposizione, che certo non ha rappresentato un momento favorevole né per Toti né per Cozzani. Gli inquirenti, alla luce del passaggio di lunedì, potrebbero vieppiù includerli nel novero ristretto delle figure davvero consapevoli di quanto l'accordo con i Testa potesse incidere sulle Regionali liguri del settembre 2020.
    Uno dei punti sui quali la parlamentare è stata chiamata a fornire delucidazioni è rappresentato da un'intercettazione in cui si esplicitano gli incontri e le richieste avanzate dai fratelli Testa. Il dialogo risale al luglio 2020 ed è fra Italo Testa e Santo Inturri, membro della comunità riesina del quartiere Certosa, immediato hinterland di Genova, pure lui poi inquisito per voto di scambio.
    Testa: «...mi ricordo a febbraio, quando io e Arturo (il fratello, ndr) abbiamo incontrato la Cavo, che fecimo ("abbiamo fatto in dialetto", indicano i militari, ndr) un pranzo insieme perché ha chiesto una mano idda ("lei stessa" ribadisce nuovamente la Finanza, ndr)... Perché le elezioni dovevano essere a maggio, poi furono rinviate... e idda quando le dissi queste cose (intende le richieste di assunzioni, ndr), idda mi disse: "Sì due o tre li posso mettere in Autostrade"... ma sto parlando di febbraio... oggi... ti devo dire una cosa di cui non ho alcuna certezza ... all'epoca c'era... ecco perché io gli domanderò (il riferimento a parere di chi indaga è d nuovo a Ilaria Cavo, ndr) se c'è questa possibilità, almeno uno di, di metterlo lì... vediamo, se ce la posso fare do il curriculum».
    La conversazione, è bene ricordarlo, viene registrata nell'imminenza d'una cena cui Cavo sceglierà di non prendere parte, nonostante ripetute sollecitazioni di Cozzani. Il quale a un certo punto spiega alla futura consigliera regionale - la più votata della Lista Toti nella tornata 2020 - che non è necessario un impegno spasmodico: «Vieni, mostri due santini, stai poco... è come la mortadella: poca spesa, tanta resa».
    «Confermo l'incontro - ribadisce a pm e investigatori - e successivi contatti telefonici nei quali sono stati tuttavia troppo incalzanti, non ho avuto una buona impressione». Nel dettagliare il concetto, profila la possibilità d'un tentativo di corruzione, da lei abortito in base a ciò che dichiara al magistrato e però potenziale zavorra giudiziaria per Toti e Cozzani. Ai quali l'aiuto dei Testa andava evidentemente bene, insistono gli inquirenti nel corroborare le accuse a loro carico, tanto che la cena elettorale si fece e Toti vi intervenne. Non solo. In un'intercettazione nuovamente fra i due fratelli, si spiega come Toti li avesse presi sottobraccio durante l'evento, chiedendo di aiutare «comunque» Cavo e definendoli infine «dei bulldozer
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15.05.24
  1. L'ex patron del Genoa e il figlio tre ore dai magistrati. "Molte persone hanno approfittato di noi" Nel filone sul voto di scambio ascoltata come testimone anche la deputata centrista Ilaria Cavo
    Aldo Spinelli
    Francesco Moncada
    Gli Spinelli inguaiano Toti "Siamo stati presi in giro" Il governatore: non lascio
    Marco Fagandini
    Tommaso Fregatti
    Matteo Indice
    genova
    Aldo e Roberto Spinelli rompono il muro del silenzio, per primi rispondono ai magistrati e rendono più grave la posizione di Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria che da martedì scorso si trova agli arresti domiciliari per le sospette tangenti in piazza De Ferrari. Nel frattempo si apprende che, nell'ambito del voto di scambio, è stata interrogata la deputata e responsabile ligure della Lista Toti Ilaria Cavo (non indagata), mentre non si esclude che il governatore possa essere sentito dai pm fra giovedì e venerdì.
    Le dichiarazioni in aula
    L'imprenditore e suo figlio parlano in aula per tre ore, rispondendo ad alcune domande del giudice Paola Faggioni e del pubblico ministero Luca Monteverde. Al termine, soprattutto Aldo, sembra più sollevato rispetto all'inizio dell'audizione. E si lascia andare al solito show mentre i carabinieri e la Guardia di Finanza lo accompagnano fuori dal palazzo di giustizia. «Ho risposto a tutte le domande e per questo mi merito di essere rimesso subito in libertà» dice ai cronisti.
    Il permesso per lo scopone
    Perché le sue parole complicano ulteriormente la posizione di Toti? Aldo Spinelli, pur centellinando le dichiarazioni ha fatto cenno a promesse del governatore, sostenendo d'essere stato preso in giro da quest'ultimo. E all'uscita fornisce alcune dichiarazioni il suo difensore, Andrea Vernazza: «Non volevo che rispondesse, ma lui ha voluto farlo. È stata comunque una deposizione importante». Al momento Spinelli senior non ha inoltrato richieste di «attenuazione della misura cautelare» (si trova ai domiciliari), ma solo per avere la possibilità di fare «qualche partita a scopone». Nelle prossime ore il presenterà al tribunale una richiesta affinché Spinelli possa incontrare il fratello, che gli abita accanto nel parco di Villa Carrara.
    Gli affondi di Roberto
    Quest'ultimo non ha alcun ruolo in azienda ed è pensionato da tempo, motivo per cui Vernazza potrebbe chiedere al giudice che gli venga dato il permesso d'incontrarlo per qualche ora al giorno.
    Prima di lui, lo abbiamo premesso, è il figlio Roberto a parlare, che circoscrive il suo j'accuse a Toti in maniera meno generica. Ammette d'essersi accorto dei rischi che correva il padre, ma sostiene di non essere intervenuto per rispetto di un uomo che «dal niente ha creato un impero». Roberto Spinelli descrive poi uno scenario nel quale in molti si sarebbero approfittati della presunta solitudine del padre, cercando di pilotarlo. Ha fatto i nomi di Toti e Signorini. E ribadisce d'aver preso spesso le distanze proprio dalle azioni di Aldo. Roberto è attualmente sottoposto a una misura interdittiva dall'attività professionale e auspica che le sue dichiarazioni gli permetteranno di rientrare nella società di famiglia con ruoli operativi. Il legale Andrea Vernazza, che assiste anche Spinelli junior, si è riservato di chiedere un'istanza per ottenere la piena libertà del proprio assistito. Il passaggio preliminare per arrivare a questo sarà l'interrogatorio con il pubblico ministero che il figlio di Aldo chiederà nei prossimi giorni.
    Il manager Esselunga
    Gli altri due interrogatori fissati ieri si rivelano poco più d'una formalità, perché gli indagati non rispondono alle domande del giudice. Il primo è Francesco Moncada che fino a venerdì scorso era consigliere d'amministrazione di Esselunga, colosso dei supermercati con interessi in tutta la Liguria e genero del fondatore Bruno Capriotti. Moncada, che sabato si è dimesso da ogni incarico, arriva a palazzo di giustizia accompagnato dall'avvocata ed ex ministra della Giustizia Paola Severino.
    La sua audizione dura meno di venti minuti, il tempo di mettere per iscritto le generalità e di avvalersi della facoltà di non rispondere. Poi fornisce qualche dichiarazione: «Sono estraneo ai fatti che mi vengono contestati», spiega il super manager. Che tramite il suo legale aggiunge: «In occasione dell'incontro del 17 marzo 2022 presso la sede della Regione (un summit che secondo gli inquirenti è servito a pianificare una tangente sotto forma di pubblicità elettorale per Toti per le Comunali a sostegno del sindaco Marco Bucci, ndr) ho sempre agito nel pieno rispetto della legalità e in assoluta trasparenza».
    Dopo Moncada, davanti al giudice si presenta Bruno Vianello, il presidente di Ente Bacini e Santa Barbara accusato d'aver corrotto Paolo Emilio Signorini, ex presidente del porto, per far aumentare la tariffa oraria che avrebbero dovuto pagare coloro che si servivano dei servizi di Santa Barbara. Vianello, assistito da Enrico Benedetti, lasciato il tribunale dopo circa mezz'ora. Sempre nell'ambito del filone corruttivo che ha inguaiato l'ex presidente del porto Signorini, è stata sentita in qualità di teste, e dai pubblici ministeri, l'imprenditrice Beatrice Cozzi Parodi, regna dei porti turistici nel Ponente.
    La deputata 4 ore in caserma
    Oggi proseguono gli interrogatori e si parla del filone relativo al voto di scambio, coordinato dal pubblico ministero Federico Manotti. Questa mattina saranno sentiti i gemelli riesini Arturo Angelo e Italo Maurizio Testa, i due esponenti di Forza Italia nella Bergamasca, accusati di aver procacciato voti ai candidati totiani alle Regionali del 2020, in cambio di favori, in particolare posti di lavoro. Sono sottoposti all'obbligo di dimora nel comune in cui vivono, Boltiere (Bergamo) e difesi tra gli altri dagli avvocati Celeste Pallini e Stefano Vivi. Referente a Certosa è ritenuto l'ex sindacalista Venanzio Maurici. Anche lui sarà interrogato stamattina, è accusato dei medesimi reati. Maurici e ha l'obbligo di firma. Tra i beneficiari delle preferenze pilotate l'inchiesta indica la deputata, e coordinatrice ligure della Lista Toti, Ilaria Cavo. Non è indagata e però ieri è stata sentita per 4 ore dal pm Manotti: «Ho chiarito tutto ciò che sapevo, ma non aggiungo altro perché l'audizione è coperta dal riserbo». Intanto Stefano Savi, difensore di Toti, ribadisce che il suo assistito non ha al momento intenzione di rassegnare le dimissioni.
  2. Il
    Paradiso
    ritrovato

    La laguna è deserta. Il silenzio è rotto solo dai garriti dei gabbiani. Isabel Rubio indica la spiaggia piena di alghe e si porta la mano destra alla fronte in segno di sconforto. «Questo una volta era un paradiso, l'acqua era cristallina. Ora è tutto degradato», dice quest'insegnante in pensione, attivista per il ripristino ecologico e la salvaguardia del Mar Menor, una delle più vaste lagune salate d'Europa.
    Siamo nel sud della Spagna, nella regione di Murcia: questo specchio d'acqua di 135 chilometri quadrati, diviso dal mare mediterraneo da una striscia di terra lunga e stretta chiamata significativamente la manga (la manica), vanta due primati, uno negativo e uno positivo. Quello negativo: è il primo eco-sistema marino europeo ad aver conosciuto un vero e proprio collasso. Nel 2016, la proliferazione della caulerpa taxifolia, un'alga invasiva, ha trasformato l'acqua in una sopa verde (zuppa verde), una specie di minestrone putrescente in cui i pesci facevano fatica a respirare. Successivamente, nel 2019 e nel 2021, lo sviluppo dell'alga ha consumato tutto l'ossigeno provocando la morte per asfissia di migliaia di pesci e crostacei. «Da allora, la laguna vive in uno stato di permanente agonia», dice Rubio sconsolata.
    C'è poi il primato positivo: proprio in reazione al disastro, è partito un movimento dal basso che ha dato rilevanza nazionale al caso e, su stimolo di un'iniziativa di legge popolare, ha conferito al Mar Menor personalità giuridica, primo e per il momento unico caso in Europa di un eco-sistema che diventa un soggetto attivo capace di rivendicare i propri diritti.
    Rubio, che ha una settantina d'anni, è cresciuta da queste parti. Originaria di Murcia, la capitale della regione a poco più di mezz'ora di macchina, ha passato tutte le estati della sua vita qui. E ha visto la laguna e l'ambiente intorno trasformarsi gradualmente ma inesorabilmente. Nulla resta qui del paesaggio incontaminato che fa da sfondo al videoclip della canzone "Chiquilla" di Julio Iglesias. Nel filmato, girato nel 1969, si vede il solista spagnolo giovanissimo mentre canta in cima a una duna le pene d'amore di una ragazza abbandonata dal fidanzato. Oggi quella duna è scomparsa, spianata dalle costruzioni: la manga è una distesa senza soluzioni di continuità di ristoranti e alberghi-grattacielo. «Noi potevamo scegliere tra fare il bagno nel Mar Menor, o nel mayor, ossia nel Mediterraneo», dice Rubio. «Bastava attraversare una striscia di sabbia». Che ora non c'è più, sostituita dall'asfalto e dal cemento.
    Se oggi il turismo sopravvive in estate è solo grazie all'instancabile lavoro di operatori che eliminano i residui della caulerpa taxifolia dalle rive. Già di prima mattina sono attivi sulla spiaggia di Los Nietos, uno dei villaggi a bordo della laguna. In piedi sulla battigia armati di stivali di gomma e di pale raccolgono l'alga in grandi secchi, che riversano poi su un camion diretto in discarica. «Devono farlo ogni giorno per evitare il peggio. E pensare che fino a pochi anni fa, non c'era traccia di quest'alga», sottolinea Rubio.
    Cosa ha provocato questa crisi spaventosa? «Il Mar Menor ha subito l'impatto di un'urbanizzazione massiccia e dello sviluppo senza controlli dell'agricoltura intensiva. È stata la pressione antropica a provocare il collasso», spiega Francisca Giménez Casalduero, biologa marina all'università di Alicante e responsabile di diversi progetti di monitoraggio della fauna e della flora della laguna. «Le crisi degli ultimi anni sono dovuti a tipici fenomeni di eutrofizzazione, ossia di eccesso di nutrienti in acqua».
    La regione di Murcia è da anni l'orto d'Europa. È qui che su migliaia di ettari vengono coltivati gli ortaggi che sono poi esportati massicciamente in tutto il continente. Secondo i biologi, è stata proprio l'enorme quantità di fertilizzanti finiti nella laguna a produrre la proliferazione dell'alga invasiva. Giménez porta un esempio concreto: «Se tu butti sulla terra dei semi di lattuga, cresceranno alcuni cespi. Ma se tu, insieme ai semi, inondi la terra di nutrienti chimici, le piante cresceranno tutte. Questo è accaduto anche nelle acque del Mar Menor». Insomma, l'apporto delle acque reflue dell'agricoltura ricche di nitrati e fosfati ha fatto esplodere la caulerpa, che a un certo punto non è più stata in grado di assorbire i nutrienti. Si sono così sviluppati i fitoplancton, che hanno consumato tutto l'ossigeno e prodotto quelle morie di pesci. «È stato uno shock collettivo», continua Giménez. «Murcia è forse l'unico posto al mondo in cui se chiedi in strada cosa vuol dire eutrofizzazione, tutti ti sanno rispondere».
    Lo shock ha avuto come effetto collaterale quello di produrre un movimento di popolo. Già prima del collasso, insieme ad altri attivisti, biologi, residenti del posto Isabel Rubio aveva costituito un'associazione chiamata "Pacto por el Mar Menor", con l'intento di sensibilizzare l'opinione pubblica sulla situazione della laguna. All'inizio erano un manipolo di militanti. Poi, a partire dalla crisi del 2016, le manifestazioni sono diventate sempre più partecipate e il caso ha assunto rilevanza nazionale.
    È proprio a partire da quelle mobilitazioni che una giurista ha avuto l'idea di trasformare il Mar Menor in soggetto giuridico. «L'ecocidio a cui abbiamo assistito ci ha spinto ad agire», racconta nel suo ufficio all'università di Murcia Teresa Vicente, professoressa di diritti umani e diritti della natura. «Bisognava fare qualcosa di rilevante: cambiare il paradigma. Io non capivo perché, se le multinazionali e le banche potevano avere personalità giuridica, non si poteva fare lo stesso per gli ecosistemi». Così ha scritto una legge di iniziativa popolare e, insieme ai suoi collaboratori, è riuscita a raccogliere le firme necessarie perché fosse sottoposta al Parlamento. «Era l'ottobre del 2020, eravamo in pieno periodo Covid. Siamo riusciti a raccogliere a mano 640mila firme. È stato un miracolo, ma anche un segno di quanto la questione fosse sentita». Recepita la proposta, nel settembre 2022 il Congresso spagnolo ha approvato la legge quasi all'unanimità, con il solo voto contrario di tre parlamentari di Vox, il partito di estrema destra. Il Mar Menor è diventato così un soggetto giuridico a tutti gli effetti, che può chiedere il rispetto dei propri diritti. Casi simili esistono in America Latina e in Nuova Zelanda, ma questo è il primo in Europa. «A cui ne seguiranno molti altri, noi abbiamo solo tracciato la strada», afferma sicura Vicente, che due settimane fa è stata insignita del premio Goldman, un riconoscimento internazionale che celebra gli eroi della tutela ambientale ed è considerato una sorta di Premio Nobel verde.
    Cosa implica nel concreto il conferimento di personalità giuridica? In seguito all'approvazione della legge, sono stati costituiti tre comitati a rappresentare il Mar Menor, che includono scienziati, cittadini, membri dell'amministrazione pubblica e vari portatori di interessi. «Di certo si è stabilito un principio: che un eco-sistema ha i propri diritti e che non può essere sfruttato in modo indiscriminato dall'essere umano per meri interessi economici», sottolinea Vicente.
    Nel frattempo già l'anno scorso sono partiti i primi processi, in cui vari soggetti sono stati citati in giudizio per aver pregiudicato l'equilibro dell'ecosistema, in particolare aziende agroalimentari accusate di aver condotto sversamenti illegali nelle acque lagunari. Con un'unica speranza: che non sia troppo tardi e che, ora che ha assunto lo status di persona giuridica, il Mar Menor possa tornare ai suoi antichi splendori.
  3. I MISTERI OSCURI DI BRANDIZZO E FS : Dopo Brandizzo due degli indagati per i cinque operai morti hanno fondato una nuova azienda che continua a lavorare
    Le notti sui binari dell'ex Sigifer L'azienda ha incarichi nel torinese
    claudia luise
    Tutte le notti di questa settimana gli operai della Star.Fer saranno impegnati sui binari. Almeno fino a venerdì. Al lavoro, come anche la settimana scorsa quando, tra i vari interventi, erano a Fossano. Tra ieri notte e martedì c'è un intervento da fare sulla linea di Pinerolo, nei prossimi giorni ce ne sono altri a Trofarello e altri ancora sul bivio Sangone. Tutto come se nulla fosse accaduto. Come se la notte di fine agosto un treno non avesse travolto e ucciso cinque operai che stavano facendo una manutenzione lungo la linea ferroviaria a Brandizzo. Per quella strage sono stati indagati il tecnico di Rete ferroviaria italiana Antonio Massa, due dirigenti di Rfi (Gaetano Pitisci e Andrea Bregolato), il capo cantiere della Sigifer (la ditta che aveva in subappalto i lavori) Andrea Girardin Gibin e quattro vertici dell'azienda tra cui il direttore generale Franco Sirianni e il direttore tecnico Cristian Geraci. La ditta incaricata - in subappalto dalla Clf (Costruzioni linee ferroviarie) - era la Sigifer di Borgovercelli. Impresa che da allora non è più operativa, ma di fatto il board continua a ottenere commesse nel settore ferroviario tramite una nuova azienda, la Star.Fer con sede legale a Crescentino (Vercelli).
    Stessi responsabili, stessi operai. Tanto che c'è chi in queste notti ha anche notato questi lavoratori con la vecchia divisa della Sigifer. Rfi si trincera dietro un cavillo: «Smentiamo categoricamente che la Star.Fer gestisca appalti o subappalti di Rfi. La Star.Fer è una ditta non presente nei sistemi di qualificazione di Rfi e non è quindi affidataria di lavorazioni sulle linee ferroviarie gestite da Rete Ferroviaria Italiana». E infatti i lavori che sta portando avanti non sono in subappalto ma in distacco. Star.Fer non ha le certificazioni per essere affidataria. A chiarire la vicenda è la Clf: «Al fine di salvaguardare le maestranze di Star.Fer, e nell'interesse della Star.Fer stessa, come già avvenuto a supporto delle maestranze di Sigifer a seguito della tragedia di Brandizzo, la Clf si è resa disponibile a ricevere in distacco 14 dipendenti, ad oggi fino al 30 giugno 2024».
    Dal punto di vista delle indagini nei confronti della nuova società non ci sarebbe nulla da eccepire riguardo la regolarità formale: ben diverso è l'aspetto dell'opportunità perché, appunto, l'azienda è gestita, tra gli altri, dai due indagati. Era stato lo stesso amministratore delegato di Rfi, Gianpiero Strisciuglio a sottolineare, riferendosi alla Sigifer: «Hanno ignorato le regole». E quando ha appreso la notizia, fonti ben informate raccontano che ha subito chiesto spiegazioni ai suoi dirigenti. Peccato che a Roma nessuno ne sapesse nulla, probabilmente tutto è successo in Piemonte senza che l'amministrazione centrale se ne rendesse conto.
    Anche in questo caso i lavoratori hanno avuto il contratto degli edili che ha delle differenze nella gestione dei corsi sulla sicurezza. «Nel mese di marzo Star.fer ha inviato una richiesta di certificazione Durc presso la cassa edile di Vercelli che ha risposto che non ha posizioni aperte e pertanto non può procedere in quel senso. Verso fine marzo Star.Fer ha provveduto a iscrivere una decina di lavoratori sempre alla cassa edile di Vercelli, con retroattività fino a gennaio 2024. Risulta inoltre che la stessa Star.fer sta provvedendo ad assumerne altri che si stanno dimettendo da Unifer e Clf e a breve verranno caricati sulla posizione aziendale» spiegano Massimo Cogliando e Ivan Terranova della Fillea Cgil. Posizione confermata anche dalla Clf che però precisa: «I suddetti lavoratori distaccati hanno ricevuto uno specifico corso di formazione in materia di sicurezza nei cantieri ferroviari».
    È poi lo stesso sindacato ad andare all'attacco: «È grave che, dopo nove mesi dall'incidente, non siano minimamente cambiate le procedure per più formazione, più qualificazione degli operatori, meno subappalti e più gestione diretta da parte di chi materialmente vince gli appalti delle manutenzioni».—

 

 

 

 

 

 

 

14.05.24
  1. Nelle intercettazioni i vertici regionali ammettono di aver manomesso i documenti Faro sui finanziamenti che i laboratori avrebbero versato in cambio di agevolazioni
    Liguria, dati Covid truccati e favori alle cliniche private
    Ombre anche sulla Sanità
    Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti e il suo braccio destro Matteo Cozzani, capo di Gabinetto, sono indagati per falso dalla Procura di Genova, nel sospetto che abbiano truccato i dati Covid nella primavera 2021 per ottenere più vaccini dal commissario straordinario Francesco Paolo Figliuolo, così da allargare il numero di dosi settimanale in una fase molto delicata. In Liguria stava infatti montando una certa insofferenza per le code e la non semplice accessibilità agli hub vaccinali.
    L'altro filone sanitario
    Altre conversazioni captate dagli inquirenti sembrano portare in questa direzione, sebbene non sia escluso che la Procura possa infine archiviare. Non perché le ombre si siano diradate; ma semplicemente perché gli ex componenti della struttura commissariale governativa - che pure aveva manifestato perplessità ai funzionari regionali su alcuni macroscopici «disallineamenti» - hanno spiegato d'aver poi inviato i sieri in base a loro criteri. E non affidandosi esclusivamente a ciò ch'era stato comunicato in più fasi dagli enti locali.
    Non solo. Oltre al fronte di approfondimento sul periodo della pandemia, si apprende che sempre in materia sanitaria gli inquirenti lavorano sul potenziale scambio di favori tra i titolari di alcuni laboratori privati e ancora Toti. Gli istituti sono stati finanziatori della fondazione e dei comitati elettorali del politico e talvolta hanno ottenuto convenzioni o ampliato la loro presenza dalla Spezia a Ventimiglia. I magistrati si concentrano su varie strutture, avendo acquisito documentazione assortita ora agli atti d'un fascicolo in cui si ipotizza genericamente l'addebito di finanziamento illecito, senza nomi precisi iscritti al registro degli indagati, perlomeno in ambito sanitario.
    È così che dalle oltre 9000 pagine di atti allegati alla misura cautelare emessa per i principali inquisiti, a Genova si scopre come un fronte puntuale di rilievi abbia riguardato e riguardi l'ipotesi che i vertici della Regione avessero taroccato le comunicazioni con Roma, in una fase delicatissima come quella della pandemia.
    Per contestualizzare l'affaire bisogna quindi tornare specificamente al marzo 2021, quando secondo la Procura si sono materializzati i comportamenti fuorilegge. È un periodo topico, con i contagi ancora dilaganti, la mortalità elevata specie in Liguria. Nel solo mese di marzo, riferiscono le statistiche ufficiali, si sono registrati 270 decessi direttamente collegabili al Coronavirus, 9 al giorno in una delle regioni più piccole del Paese.
    Il problema Astrazeneca
    I vaccini sono stati immessi sul mercato di fatto con l'inizio dell'anno, ma ve n'è scarsità. E oggi, non è un azzardo scriverlo con il senno di poi, si può dire che le Regioni all'epoca se li contendano, senza dimenticare che stanno affiorando perplessità su AstraZeneca, il cui impiego diviene di riflesso meno massivo. Il governatore Giovanni Toti si presenta ogni giorno in conferenza stampa per annunciare possibili aggiornamenti del piano vaccinale, annuncia l'obiettivo di giungere a 30 mila somministrazioni settimanali (la media in quella fase è molto più bassa) entro la fine dell'aprile successivo, ma si fatica. E il riflesso d'una gestione problematica, oltre a precipitare decine di famiglie in situazioni drammatiche, è uno spauracchio politico importante.
    In un contesto del genere, il 21 marzo 2021, le microspie della Finanza registrano il dialogo fra Toti e Cozzani, preceduto da una call definita «eloquente» dagli investigatori.
    Al setaccio la fondazione
    L'altra tranche d'investigazioni in materia sanitaria riguarda lo stretto rapporto del governatore con il mono della sanità privata ligure, la cui diffusione è stata senza dubbio favorita durante il suo mandato. I militari passeranno al setaccio i consuntivi della Fondazione Change del Comitato Giovanni Toti. Va ribadito che non sono mossi addebiti specifici e si esaminano gli elenchi - accessibili - che contengono numerosi nomi di operatori sanitari privati, i quali spesso hanno contribuito al lavoro di Toti con erogazioni liberarli o con la partecipazione elettorale, in primis Iclas srl, Casa della Salute, Villa Montallegro. Nessun legale rappresentante risulta allo stato attuale indagato.
  2. DUBBI : «Devono darci i vaccini. Il problema qual è stato. Che io avevo già truccato, lui li ha presi, li ha riaumentati... quando me li ha rimandati, ho guardato e gli ho scritto: "Ma cazzo pres, ma sono fuori...". Ha detto: "Ma no li ho un po' aumentati"... "Ma l'avevo già fatto io", gli ho detto. "E cazzo dimmelo che l'hai già fatto te, aspetta un secondo"... Vabbè».
    Matteo Cozzani, il capo di gabinetto del presidente della Regione Liguria, descrive a Maurizio Caviglia, segretario generale della Camera di Commercio di Genova, un dialogo avuto con Giovanni Toti, il «pres». Per la Guardia di finanza parla dei dati inviati a Roma alla struttura commissariale per la pandemia guidata dal generale Francesco Paolo Figliuolo, attraverso i quali stimare il fabbisogno di vaccini per la Liguria. È il 24 marzo 2021 e in Regione ci si muove su più fronti per ottenere più dosi possibili.
    Pochi minuti prima di questo dialogo, era stata intercettata una call telefonica tra lo stesso Cozzani, Filippo Ansaldi - l'uomo chiave dell'agenzia sanitaria ligure (Alisa), della quale sarebbe diventato direttore generale di lì a poco - e Barbara Rebesco, direttrice del settore Politiche del farmaco sempre di Alisa (questi ultimi due non indagati). «Mi potresti mica girare le coperture vaccinali che abbiamo stimato con tanta sagacia e precisione ieri pomeriggio?», dice Ansaldi, con un tono ironico che non sfugge ai finanzieri. Dati calcolati, come spiega Cozzani, «con un sistema statistico abbastanza diciamo definito... Perché Toti li ha voluti in dieci minuti, se vuoi te lo enuncio anche qual è il modello... a cazzo!».
    Due scambi che, per la Procura, muovono l'ipotesi dell'esistenza in Regione di un sistema con cui sono stati addomesticati i dati richiesti da Roma. Tanto da fare iscrivere nel registro degli indagati per falso materiale e ideologico in concorso Toti e Cozzani.
    Partiamo dalla prima conversazione intercettata, in ordine cronologico. Ovvero la call fra i tre, a metà pomeriggio. Alla domanda di Ansaldi sulle stime ottenute con «sagacia e precisione» risponde Cozzani: «Quelle che abbiamo mandato improvvidamente a Figliuolo? Certo». E Ansaldi: «Esattamente, quel calcolo di altissimo...», e non finisce la frase, ridendo, registrano i finanzieri. A quel punto interviene Rebesco. Anche lei sorride, ma sottolinea un episodio che dovrebbe preoccuparli: «Vi devo parlare a tutti e due. Perché Figliuolo... diciamo i suoi, in non colloquio con lui, colloquio con i suoi sottoposti. C'avevano fatto una richiesta diciamo di dati. Ti ricordi tipo la percentuale dei vecchi, dei giovani, copertura mica copertura, che noi gli abbiamo dato. Poi ieri uno scagnozzo di Figliuolo mi ha detto che noi, cioè Regione gli abbiamo mandato dei dati che non erano allineati con quelli che avevamo mandato». A Roma, insomma, i numeri che la Regione avrebbe inviato per stimare i vaccini necessari non collimano con quelli in possesso della struttura commissariale del generale, sostiene Rebesco.
    Ansaldi è il primo a rispondere: «Sì perché li abbiamo calcolati ieri pomeriggio, quindi è colpa nostra». E Cozzani gli fa eco sarcastico. In un momento storico nel quale l'Italia vede la campagna vaccinale diventare di massa, unico antidoto per lasciarsi alle spalle restrizioni e sofferenze. Ma nel quale ancora si muore, di Covid, dopo le migliaia di vittime del 2020. E in una delle regioni, la Liguria, che hanno avuto la maggior incidenza di vittime.
    A causa della fretta di Toti, spiega il suo capo di gabinetto, quei dati sono stati elaborati in «dieci minuti, con un modello a cazzo! Studiato ad Harvard». Rebesco tentenna, forse esterrefatta da quella frase, e ipotizza di poter risolvere la questione con Ansaldi. Che dice: «È per quello che volevo farmeli mandare».
    Rebesco invece sembra decisamente più preoccupata: «Dobbiamo solo, diciamo un attimo riconciliare perché questo qui... era un militare, cioè ci ha rotto parecchio le palle». Un collaboratore di Figliuolo, con tutta probabilità. Verosimilmente, per chi indaga, quello che ha sollevato i dubbi sulla bontà dei dati della Regione.
    Gli altri cercano di minimizzare ma Rebesco li richiama all'ordine: «Però ragazzi state attenti. Perché questo gruppo della protezione civile chiede dati e noi chiaramente facciamo i calcoli qui e li mandiamo. Quindi dobbiamo sempre stare attenti a essere allineati». Poche battute e i tre si salutano perché, dice Cozzani, «è arrivato il dottor Caviglia di Camera di Commercio».
  3. La spiaggia
    rubata

    Niccolò Zancan
    inviato a Varazze
    Dove c'erano le vecchie colonie bergamasche, un posto per portare i bambini più poveri al mare, è in corso una gigantesca speculazione edilizia.
    Buongiorno, quanto costa uno dei nuovi alloggi in costruzione a Punta dell'Olmo? «Undicimila euro al metro quadrato. Sono diverse grandezze. Dai cento metri in su, a seconda delle esigenze personali». Quando saranno pronti? «Entro due anni e mezzo. Abbiamo già ottenuto il cambio di destinazione uso, manca solo il permesso a costruire. Ma lo avremo presto». E la spiaggia? È vero quello che scrivono i giornali sul fatto che gli alloggi non avranno più un accesso privato alla spiaggia? «I giornali scrivono tante cose, ma lei non si deve preoccupare. Quel tratto di spiaggia, un certo volume, è sempre stato di proprietà delle colonie bergamasche, quindi adesso è nostro. Abbiamo un progetto: costruiremo un ristorante, con uno stabilimento balneare. E sarà dedicato, anche se non in uso esclusivo, ai proprietari dei nostri alloggi».
    Le mani sulla Liguria. È difficile chiamare in un altro modo quello che sta succedendo fra Varazze e Celle Ligure, sul promontorio da cui si può guardare tutto il golfo fino al monte di Portofino. Sotto c'è un mare turchese, l'unica tratto di spiaggia libera in chilometri di costa. Sopra ci sono gli alloggi costruiti dalla «Punta dell'Olmo S. p. A.», società partecipata al 100% dalla Spininvest Srl, il cui amministratore unico è Aldo Spinelli e il cui capitale sociale è interamente detenuto dal figlio Roberto Spinelli. È a loro due, al padre e al figlio, che si rivolgeva il presidente della Regione, Giovanni Toti, in una delle intercettazioni più significative agli atti dell'inchiesta sulla tangentopoli ligure: «Guarda che abbiamo risolto il problema sul piano casa di Celle a tuo figlio. Ora facciamo la pratica, si può costruire. L'abbiamo risolto stamattina. Quando mi inviti in barca? Così parliamo un po', che ora ci sono le elezioni. Abbiamo bisogno di una mano…».
    Dunque: Toti lavorava per fare ottenere al figlio di Spinelli due permessi ai quali teneva particolarmente. La possibilità di costruire alloggi anche nella seconda ala della ex colonia bergamasca, che aveva come destinazione d'uso un meno redditizio hotel. E poi si prodigava per dargli la possibilità di costruire anche un tunnel di accesso esclusivo alla spiaggia, privatizzandone una parte. E anche in cambio di questo ben di dio, Aldo Spinelli avrebbe finanziato la campagna elettorale di Toti. Era questo l'accordo, secondo la procura di Genova. Uno scambio il cui il risultato era la svendita di un altro pezzo di Italia all'industria del cemento.
    Ed eccoci qui. Profumo di glicine e rosmarino. Aria d'estate. La signora che da tutta la vita abita nella villa accanto agli appartamenti in costruzione, si aggira perplessa e guarda verso il mare: «Che spiaggia meravigliosa. Avete visto? Ogni sera soffia la tramontana dalla valle, ripulisce l'acqua, così qui c'è un mare da Sardegna, un mare da isola. Non mi stanco mai di guardarlo. Mi ricordo benissimo quando venivano i bambini delle colonie bergamasche su questa spiaggia. Con i fischietti li facevano tuffare, con i fischietti li richiamano a riva. Privatizzare un tratto di costa così bello sarebbe stato davvero troppo».
    L'impresa edile incaricata da Aldo Spinelli, il più importante terminalista del porto di Genova, ha terminato la costruzione dei primi 42 alloggi nel 2020: tutti già venduti. Fra i nomi degli acquirenti, o almeno fra i nomi delle persone che si erano interessate all'acquisto, ci sono Gerry Scotti, Cristiano Ronaldo, Giorgio Squinzi, l'artista Ugo Nespolo e l'ex campione di sci Bruno Gattai. Non è rimasto un solo alloggio vuoto. Altri sei appartamenti, con piscina sul tetto, sono stati terminati nel 2023 e subito venduti. Manca l'ultima ala. Lì dove il piano regolatore prevedeva un albergo. Ma una legge regionale fatta ad hoc permette alla società di Aldo Spinelli, adesso, di ricavare altri alloggi di lusso.
    «Qui non potete stare», dice l'impresario. «Stiamo lavorando». Il cartello dice: «Comune di Celle Ligure. Demolizione e ricostruzione con cambio di destinazione d'uso in abitazioni del padiglione numero 4 dell'ex colonia bergamasca. Permesso di costruire numero 2991/15938. Data inizio lavoro 26/10/2023. Legale rappresentante Giorgio Sacchi». È lui che sta seguendo il cantiere e le vendite. È lui che ci ha fornito tutte le indicazioni sui prossimi lotti in costruzione. «I primi alloggi li abbiamo venduti a 8 mila euro al metro quadro, ma adesso siamo a 11 mila perché il costo delle materie prime è aumentato». La sindaca di Celle Ligure, Caterina Mordeglia, dice soltanto: «Non commento l'inchiesta. Ma questo compendio immobiliare, tutta l'operazione, è stata avviata nell'anno 2017 con la precedente amministrazione. E la possibilità di trasformare anche l'ultima ala delle ex colonia bergamasca in edilizia residenziale è dovuta a una modifica della legge regionale datata 2020. Ci è stata chiesta l'attuazione di quella legge. A quel punto, il Comune cosa poteva fare?»
    Restava da prendere la spiaggia. Toti e Spinelli parlavano così: «Incominciamo a mettere un piede dentro e poi vediamo». Per poter dare la concessione balneare, Toti e l'allora sindaco di Varazze, Antonio Bozzano, avevano escogitato un piano. Dietro «la razionalizzazione delle concessioni», nascondevano il trucco: volevano far passare la scogliera di Lungomare Europa, fra Varazze e Cogoleto, come «tratto di costa libero». Per poter rendere privato il tratto di spiaggia che serviva a Spinelli. Come se gli scogli o la sabbia fossero la stessa cosa.
    «Ripeto. Quel tratto di spiaggia è sempre stato di proprietà delle colonie bergamasche. Faremo un ristorante, metteremo gli ombrelloni», dice l'uomo di Aldo Spinelli a Punta dell'Olmo. È un messaggio agli acquirenti. Passati e futuri. La speculazione edilizia non si ferma. I residenti avranno la loro spiaggia. Così come promesso al momento della firma sul contratto

 

 

13.05.24
  1. Toti indagato anche per falso La resa del suo fedelissimo "Sono pronto a dimettermi"
    Aldo Spinelli
    TOMMASO FREGATTI
    GENOVA
    Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti è stato indagato anche per falso nell'ambito del filone sul voto di scambio, il capo di Gabinetto Matteo Cozzani è pronto a parlare e a dimettersi pur di lasciare gli arresti domiciliari. E ancora: l'imprenditore Aldo Spinelli, pur vedendo rimandato il suo interrogatorio per questioni procedurali, rilascia dichiarazioni ai cronisti e improvvisa una sorta di show in tribunale: «Le mazzette? Male non fare, paura non avere. Signorini? È un amico». Nel frattempo si scopre che sul suo yacht è stato anche l'ex procuratore capo di Genova Francesco Cozzi, che dallo stesso Spinelli è stato ingaggiato per una consulenza.
    Le nuove accuse
    Sono queste le novità fondamentale emerse dall'inchiesta sulle mazzette in Regione, che ha portato martedì mattina all'arresto - compiuto dalla Guardia di Finanza su ordine del giudice dell'indagine preliminare Paola Faggioni - del presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, finito ai domiciliari nella sua villa di Ameglia nello Spezzino; dell'impresario portuale Aldo Spinelli, a sua volta ai domiciliari a Genova in una villa di Albaro, e di Paolo Emilio Signorini, finito in carcere, per anni presidente dell'Autorità portuale e poi amministratore delegato della multiutility Iren (le sue cariche sono state ritirate dopo l'arresto).
    Uno degli aggiornamenti più significativi è l'addebito d falso che in alcune battute dell'indagine è stato mosso a Toti. In particolare, si precisa nei nuovi atti depositati, nell'ambito del filone d'accertamento su un possibile voto di scambio con emissari di clan siciliani, gestito secondo i pm insieme a Matteo Cozzani (al dirigente è contestata l'aggravante mafiosa, al governatore no).
    Audizioni e scene mute
    Nella mattinata di ieri a tenere banco sono stati poi gli interrogatori a palazzo di giustizia dello stesso Cozzani, e di Spinelli. Cozzani, difeso dall'avvocato Massimo Ceresa Gastaldo, davanti alla giudice si è avvalso della facoltà di non rispondere, come avevano fatto Toti e Signorini. Ma al termine dell'interrogatorio di garanzia ha rilasciato dichiarazioni spontanee. Ha spiegato di essersi «pronto a dimettersi dalla carica di capo di Gabinetto» non appena gli verranno revocati gli arresti domiciliari. Il legale Ceresa Gastaldo ha inoltre sottolineato come il suo assistito abbia «negato ogni addebito», aggiungendo di non essere potuto entrare in ogni singola contestazione a causa «dell'enorme mole di atti che sono stati depositati dai pm in queste ore».
    Lo show dell'imprenditore
    Spinelli, invece, non è stato interrogato. Arrivato in tribunale accompagnato dalla Guardia di finanza, non ha trovato ad attenderlo a palazzo di giustizia il suo storico avvocato Andrea Vernazza. Quest'ultimo, infatti, non è stato avvisato a causa di un vizio procedurale: il tribunale avrebbe sbagliato la casella di posta certificata cui notificargli alcuni documenti.
    Il giudice Faggioni, alla presenza dei pubblici ministeri Luca Monteverde e Federico Manotti, non ha potuto fare altro che rinviare l'audizione a domani. Spinelli all'uscita dall'aula si è lasciato andare con i giornalisti che lo aspettavano. «Come mi sento? Bene, molto bene. Ma mi hanno lasciato solo», ha spiegato l'ex presidente del Genoa. Il quale ha poi aggiunto di non aver visto il suo difensore: «Non so cosa sia successo, ma il mio legale non è venuto. Poco male, faremo l'interrogatorio più avanti». «Quando sarò davanti al giudice capirete quanto è accaduto e avrete tutte le spiegazioni».
    Sospette tangenti e amicizia
    Ha definito l'ex presidente dell'Autority, che risponde di corruzione proprio perché si ritiene abbia incassato tangenti da Spinelli, «un mio amico» e si è congedato con un modo di dire: «Male non fare, paura non avere». Sia Cozzani sia Spinelli restano agli arresti domiciliari, in attesa che comunichino eventuali decisioni (nel caso di Cozzani l'addio all'incarico di dirigente pubblico) ai magistrati a vario titolo impegnati nell'inchiesta. Gli interrogatori proseguiranno con l'inizio della settimana. A palazzo di giustizia sono attesi gli indagati che sono stati raggiunti da una misura interdittiva e davanti al giudice sfileranno in quattro: oltre ad Aldo Spinelli toccherà al figlio Roberto, pure lui accusato di corruzione.
    Il manager lascia il cda
    Poi sarà la volta di Francesco Moncada, manager di Esselunga e genero del fondatore Bruno Caprotti, che è accusato di aver pagato spot elettorali in favore di Toti (e Bucci) a Primocanale perché il primo sbloccasse la pratica per l'apertura di altri due supermercati . Dopo di lui toccherà a Mauro Vianello, ex presidente dell'Ente Bacini in porto che, corrompendo Signorini, cercava di collezionare cariche nello scalo, oltre a veder aumentata la tariffa oraria minima per i servizi svolti da un'azienda che guidava.
  2. L'ex presidente del genoa aveva arruolato come consulente l'ex procuratore capo Cozzi: "mi paro il culo"
    Quegli incontri sullo yacht ma senza i telefonini "Prassi da gangster per evitare intercettazioni"
    genova
    Il procuratore capo che aveva indagato sul crollo del Ponte Morandi, un anno dopo il congedo, è stato per un periodo consulente del Gruppo Spinelli. Doveva occuparsi di controllare una serie di documenti e fornire un parere legale sulle partite concessorie giocate dell'azienda guidata dall'ex patròn del Genoa. Nel frattempo si scopre che molti dei vip ospitati sempre da Spinelli a bordo del suo yacht per parlare di affari, abbandonavano i telefoni all'ingresso temendo che potessero essere usati come cimici per intercettarli (la Finanza aveva in realtà installato altre microspie). «Una prassi da gangster» ribadisce un qualificato investigatore impegnato nelle indagini.
    Nelle carte dell'inchiesta sulle mazzette in Regione il nome dell'ex procuratore capo di Genova Francesco Cozzi, oggi difensore civico della Regione Liguria. Cozzi è stato ingaggiato nell'ottobre 2022 da Spinelli per occuparsi di due pareri legali. Lo aveva contattato direttamente Roberto Spinelli, figlio di Aldo, accusato come il padre di corruzione e raggiunto da una misura interdittiva. Spinelli e Cozzi già si conoscevano. E il magistrato – al quale non viene mosso alcun addebito – ha deciso di accettare la proposta lavorativa degli Spinelli. La parcella, per quel che hanno potuto ricostruire gli investigatori non è superiore ai 15-20 mila euro e la prestazione è stata fornita da Cozzi in qualità di avvocato: nel luglio 2022, un anno dopo essere andato in pensione, si era iscritto all'Ordine di Piacenza nel luglio del 2022. E dunque poteva svolgere la professione forense.
    A vantarsi d'aver assoldato Cozzi è Aldo Spinelli in un dialogo intercettato dalla Guardia di finanza il 27 ottobre del 2022 con Rino Canavese, membro del board del porto che. «Rino – ribadisce Spinelli – te lo dico in amicizia. Noi abbiamo preso un consulente adesso, il procuratore capo della Repubblica di Genova (in realtà ex). Tienitelo per te». E ancora: «Cozzi ha visto il documento di Rossi (Alberto Rossi, legale di Msc, società che in quel momento è in conflitto con lo stesso Spinelli, ndr) per fare la separazione… e appunto noi l'abbiamo preso come consulente». Canavese replica: «Io nella mia vita ho assunto due figli di procuratori». E Spinelli apprezza: «Hai fatto bene». Entrambi convergono nell'assunto di appartenere alla stessa scuola, e di nuovo Spinelli rilancia: «Se succede il finimondo io mi paro il c... Qui non succede una bomba, di più, Hiroshima è niente in confronto». Cozzi, confermano le indagini, è salito in un'occasione sul maxi-yacht "Leila" di proprietà di Spinelli e ha svolto alcuni incontri con lui anche negli uffici aziendali di Sampierdarena.
    La parata di politici a bordo
    È proprio sulla barca da sempre ormeggiata a Marina Fiera Waterfront che l'imprenditore svolgeva i suoi più importanti incontri d'affari, alcuni dei quali secondo i pm si sono rivelati veri e propri episodi di corruzione. La potenziale gravità di quel che facevano a bordo era così chiara a Spinelli, a Toti e a Paolo Emilio Signorini (l'ex presidente del porto finito in carcere con l'accusa d'aver ripetutamente preso mazzette), che la prassi era quella di lasciare fuori dal natante i telefoni cellulari, in un luogo individuato ad hoc, proprio per evitare d'essere intercettati. Gli uomini del nucleo di polizia economica-finanziaria che hanno condotto l'inchiesta della Procura, hanno più volte immortalato questo modo d'agire nel corso dei pedinamenti, definendolo «da gangster». Tra le le fotografie allegate alle 9000 pagine di atti dell'inchiesta, ad esempio, ve n'è una del 1° dicembre del 2021 in cui si vedono salire sullo yacht Aldo e Roberto Spinelli, e a stretto giro Signorini. Ognuno posa lo smartphone fuori dalla barca, in un mobiletto dove sono posizionati anche alcuni documenti portuali. Sullo yacht Leila, insistono i pm, «si poteva parlare con più discrezione» e per questo si svolgono diversi incontri ritenuti rilevanti.
    Le foto anche a Bucci
    Partecipano spessissimo Toti e Signorini, ma pure esponenti del centrosinistra e l'ex governatore Claudio Burlando. Ad esempio il 29 ottobre del 2021: «In una fase di stallo sul rinnovo della concessione al terminal Rinfuse», spiega chi indaga, Spinelli decide di incontrare anche il mondo del centro sinistra. E allora sul Leila arrivano appunto Claudio Burlando, Giulio Schenone (terminalista e dirigente del Psa), Armando Sanna (vicepresidente del consiglio regionale per il Pd), Giovanni Battista Poggi (direttore strategie e progetti per il Comune di Genova), Vittoria Canessa Cerchi (componente della segreteria del Pd genovese). Un pranzo carbonaro con il centrosinistra, che un po' preoccupa Spinelli. Il quale al telefono si dirà preoccupato per la reazione possibile reazione di Toti: «Penserà che l'ho tradito, ma dovevo dare una sveglia agli altri». Il governatore d'altronde era una sorta di habitué del Leila. Tanto che dopo l'assenza di qualche mese contatta lui stesso Spinelli per farsi invitare: «Ho saputo che hai cambiato barca... quando me la fai vedere?». E tra gli ospiti non mancava il sindaco di Genova Marco Bucci, fotografato per esempio il 28 novembre del 2021.
  3. Negli atti le telefonate fra il sindaco di Genova, non indagato, e il governatore sul trasferimento dei serbatoi pericolosi La responsabile anticorruzione del Porto: "Non si può parlare di copertura finanziaria per il Concenter, non c'è il progetto"
    Bucci e i favori con i soldi del Morandi "Diamo da mangiare a questi maiali"
    Rino Canavese Comitato portuale
    Marco Bucci sindaco di Genova
    Giovanni Toti presidente Liguria
    Matteo Indice
    genova
    «Prima devo mettere a posto i depositi chimici, poi facciamo Calata Concenter come chiede Spinelli… mi sembra come quando da piccolo davo da mangiare ai maiali».
    Le parole sono del sindaco di Genova e commissario alla ricostruzione Marco Bucci, sebbene su quella road map qualcuno abbia dei sospetti, come la dirigente dell'Autorità portuale Antonella Tringali, responsabile anticorruzione: «Mi ha chiamato Bucci – dice più avanti parlando con il futuro commissario del porto genovese Paolo Piacenza - e mi ha chiesto perché non abbiamo ancora fatto il provvedimento su Calata Concenter. Vorrebbe farlo rientrare negli adeguamenti del Decreto Genova (il denaro sbloccato nel 2018 dal governo dopo il crollo del Morandi, ndr), ma siamo fuori tempo… a chi interessa?». Alla fine si fa come chiede Bucci, mettendoci quindi di mezzo il pacchetto dei denari post-strage. E mentre si sta per concludere la partita, uno dei componenti del Comitato di gestione portuale, Rino Canavese, trasecola parlando con un amico: «Ha dato (il riferimento è a Spinelli, ndr) 50 mila euro di contributo alla campagna di Bucci e allora lo devo pagare con un pezzo di porto?».
    I depositi chimici
    Le conversazioni sono contenute nelle nuove carte depositate nell'inchiesta. Bucci non risulta indagato, ma va specificato un dettaglio: queste intercettazioni potrebbero finire agli atti di un altro procedimento, iscritto già nei mesi scorsi dalla Procura. Il fascicolo riguarda le presunte pressioni esercitate sui componenti del Comitato tecnico regionale (Ctr), l'organo che ribaltando a sorpresa e in pochi giorni un precedente parere negativo, ha dato nell'ottobre scorso l'ultimo via libera al trasferimento dei depositi chimici delle società Superba e Carmagnani da Multedo (ponente cittadino) a Ponte Somalia, nello scalo del capoluogo ligure.
    Le intercettazioni Toti-Bucci
    L'operazione è fortemente voluta proprio da Bucci e sostenuta pure da Spinelli. L'istanza originaria di Carmagnani e Superba era infatti per il trasferimento dei serbatoi pericolosi non a Ponte Somalia, ma in un altro spazio del porto ovvero l'ex Carbonile Enel che si affaccia su Calata Concenter sotto la Lanterna. È una superficie compresa fra due terminal il cui concessionario è sempre Spinelli, che sogna un'unica banchina da poter usare per i contenitori.
    È chiaro che se si decidesse definitivamente di muovere i depositi verso Ponte Somalia accantonando una volta per tutte l'ipotesi Calata Concenter, e al contempo si tombasse quest'ultima, il disegno Spinelli si concretizzerebbe alla perfezione. E convergerebbe con quello del sindaco Bucci, che in campagna elettorale tra il 2021 e il 2022 aveva assicurato ai cittadini del Ponente il trasferimento dei serbatoi.
    Per ripercorrere al millimetro la vicenda è necessario allineare le comunicazioni salienti in ordine temporale. Partendo da un dialogo del 22 dicembre 2021 fra Giovanni Toti e Marco Bucci, che stanno discutendo di varie spartizioni portuali. Toti parla di un operatore imprecisato e dice: «Han visto che c'è grande movimento, che rischiano di restarne fuori ... adesso fanno tutti l'assalto alla diligenza». Bucci: «Be' certo». Toti: «Dicono: Aponte si prende il suo, quell'altro si prende il suo, Spinelli si prende il suo e noi? Non ci danno un c…? (risate)». Bucci: «Esatto». Poi, scrivono i magistrati, «Bucci paragona la situazione ai maiali ai quali dava da mangiare da piccolo». Toti: «Eh stanno facendo uguale, guarda, è sicuro, con l'anno nuovo bisogna fare il giro di tutti i grandi del porto». Bucci: «Eh be' certo, bisogna farlo». Toti evoca nuovamente Aponte e precisa: «Spinelli ora è abbastanza tranquillo se Signorini gli dà quel...». Bucci: «Sì Spinelli è a posto». Toti: «Vuole che gli tombiamo quel c… di Concenter (intende Calata Concenter, ndr)». Bucci: «Certo! Infatti noi lo tombiamo appena ci risolvono il problema dei depositi (intende i depositi chimici, ndr)... tombiamo... glielo dico chiaro e tondo io... hai capito?». Toti: «Sì, ma sui depositi Spinelli è neutrale eh... non gliene f... neanche». Bucci lo corregge: «No ma lui anzi, dice che va bene... da quel punto di vista lì ci supporta».
    La procedura sospetta
    Il secondo capitolo dell'affaire è illuminato da altri passaggi delle carte: bisogna infatti trovare un magheggio per far entrare i 25 milioni necessari nel pacchetto dei fondi Morandi, meccanismo che permetterebbe di chiudere la partita.
    Ecco allora che il 14 febbraio 2022 Paolo Piacenza parla con l'alta dirigente Cristina Tringali e lei lo informa d'un lungo colloquio con Bucci e con il sub-commissario alla ricostruzione Ugo Ballerini. Quest'ultimo ha riferito d'aver saputo da Signorini che il bilancio dell'Authority si sarebbe chiuso con un avanzo di circa 25 milioni e che quella cifra poteva servire per riempire Calata Concenter. Piacenza e Tringali sono molto perplessi sull'opportunità d'includere il tombamento nelle opere da realizzare attraverso il Decreto Genova, molto più urgenti. Piacenza: «Ma poi io dico: adesso c'abbiamo due miliardi e mezzo di opere da fare… ma vogliamo buttarci dentro pure Concenter, ma di che c… stiamo parlando?». Tringali è preoccupata dal fatto che Bucci voglia inserire quell'intervento nel Programma straordinario post-Morandi con una modifica in extremis.
    «Non c'è neppure il progetto»
    Ancora più dure sono le parole di Tringali quando descrive il comportamento di Bucci: «Su Calata Concenter ha detto sostanzialmente che non capisce per quale motivo il decreto non gli è ancora arrivato alla firma… Io gli ho spiegato che per il riempimento non si poteva ancora ragionare sulla copertura finanziaria, mancando un progetto di realizzazione dell'opera». La dirigente, e responsabile anticorruzione del suo ente, non si ferma più: «Lui adotta un decreto dove evidentemente bisognerà dire su proposta dell'Autorità Portuale… sennò non ha senso. Io gli ho detto (a Bucci, ndr) che è un problema anche di importo: quanto si mette? Mi sembrava che ci fosse, diciamo, l'indicazione tra un 15 e un 20 milioni e lui (Bucci, ndr) ha risposto: "Mettiamo 20 milioni". No, ho detto io, non si può parlare di copertura finanziaria perché non c'è neppure il progetto». E rilancia per l'ennesima volta al telefono: «Ma chi è che lo chiede quest'intervento, giusto per capire?». Piacenza risponde «non so» e però è chiaro dalle intercettazioni riportate in apertura che Toti e Bucci lo descrivono come un desiderio di Spinelli, perdipiù non scollegato dall'affaire depositi. —
  4. In tre a processo per gli affidi pilotati di minori Tra loro anche la psicoterapeuta di Bibbiano
    irene famà
    Tre rinvii a giudizio e sei proscioglimenti: si è chiusa così, con un provvedimento lungo e dettagliato, l'udienza preliminare per una vicenda di affidamento di bambini che secondo gli inquirenti sarebbe stato pilotato. A processo andranno Nadia Bolognini, psicoterapeuta, e una coppie di donne che undici anni fa ottenne in affidamento due fratellini. Bolognini era diventata il volto dello scandalo Bibbiano insieme all'ex marito Claudio Foti, che lo scorso aprile è stato assolto in via definitiva da tutte le accuse. E ora l'avvocato Luca Bauccio, difensore di entrambi, afferma che a Torino «si stanno replicando le stesse dinamiche dell'Emilia Romagna» e che il processo «sarà un calvario inutile per le persone coinvolte».
    Il giudice ha invece deciso il non doversi procedere per altri sei imputati, assistiti tra gli altri dall'avvocato Claudio Strata, tra neuropsichiatri infantili e funzionari dei servizi sociali della Città che seguirono il caso. Erano accusati di diverse violazioni di procedure, omissioni e aggiramento delle regole.
    «Anni di indagine, centinaia di intercettazioni, migliaia di atti per un'ipotesi accusatoria monumentale che non ha retto al vaglio del giudice - commenta uno degli avvocati difensori, il penalista Michele Polleri - Questa sentenza restituisce alla mia assistita, così come a tutti i servizi la dignità di coloro che spendono quotidianamente la propria vita professionale per il bene della salute pubblica».
    La vicenda risale al 2013, quando la madre naturale dei bambini, una donna di origine nigeriana, chiede aiuto perché non riesce più a mantenerli. I piccoli vengono affidati temporaneamente alla coppia di donne, una poliziotta e un'impiegata, e si apre un procedimento civile per l'adottabilità. E mentre una consulenza del tribunale dei minorenni sostiene che manchino i presupposti per l'allontanamento, la psicoterapeuta Bolognini, a cui le due donne si sono rivolte, ipotizza degli abusi da parte del padre naturale. Secondo le accuse formulate dal pubblico ministero Giulia Rizzo, le sedute sarebbero state condotte con metodi «suggestivi e fuorvianti». E anche le madri affidatarie avrebbero manipolato i piccoli. «La posizione delle nostre assistite è stata ridimensionata - dichiarano le avvocate Mariagrazia Pellerino e Donatella Mondini - È stato escluso il reato di frode processuale per una parte delle condotte contestate, così come la truffa e il favoreggiamento. Dimostreremo la completa estraneità ai fatti». A cadere è stata l'accusa di truffa relativa ai 115mila euro versati fra il 2013 e il 2021 da Palazzo civico alle mamme affidatarie dei bambini a titolo di rimborso.
    Nel 2020, i piccoli sono stati inseriti in una comunità e hanno iniziato un percorso destinato a riavvicinarli alla madre naturale.

 

 

12.05.24
  1. Nel mirino il trasloco al porto dei depositi chimici
    Tommaso Fregatti
    Matteo Indice
    genova
    Il trasferimento dei depositi chimici delle società Superba e Carmagnani dal quartiere di Genova-Multedo è stato ratificato dopo pressioni indebite sui componenti del Comitato tecnico regionale che doveva dare il via libera decisivo. È l'ipotesi della Procura di Genova, che sulla vicenda ha aperto un'inchiesta profilando tre addebiti: abuso d'ufficio, induzione indebita a dare o promettere utilità e traffico d'influenze.
    L'operazione, oltre ad essere stata definita illegittima dal Tar nei giorni scorsi, è da un biennio abbondante al centro d'un duro scontro politico. Da una parte è sostenuta dal sindaco Marco Bucci (e tutt'altro che osteggiata dall'imprenditore Aldo Spinelli) che per il suo compimento aveva destinato, in qualità di sindaco-commissario alla ricostruzione, 30 milioni del Decreto Genova stanziati dopo la strage del Morandi; dall'altra è avversata dagli abitanti del quartiere che si ritroverebbe un insediamento definito «a rischio d'incidente rilevante» a poche centinaia di metri .
    Gli accertamenti si concentrano sull'acrobatico ribaltamento del parere espresso dal Comitato tecnico regionale (Ctr) che doveva dare definitivamente l'ok all'intervento, da compiersi nei prossimi anni. Il medesimo Comitato, l'1 ottobre 2023 e a valle di otto mesi d'istruttoria, aveva detto no al cosiddetto Nof (Nulla osta di fattibilità) per la seconda volta, in sostanza per motivi di sicurezza. Nelle carte dell'inchiesta vi sono diverse telefonate fra Toti e il sindaco di Genova Bucci (non indagato) nelle quali si affronta ampiamente la questione. Bucci aveva fatto del trasferimento a Ponte Somalia una bandiera della propria campagna elettorale nel 2022. E va sottolineato che pure a Spinelli la soluzione non dispiaceva. La destinazione profilata in precedenza era infatti quella delle superfici sottostanti la Lanterna, sulle quali l'impresario aveva e ha altri obiettivi.
  2. IL QUIRINALE CAMBIA INTERPRETAZIONE SUOI SUOI POTERI: PUO' NON FIRMARE . PERCHE' NON L'HA FATTO PER L'ART.11 DEL DECRETO CAPITALI ?    Uno scontro evitato all'ultimo. Giorgia Meloni ha chiesto a Francesco Lollobrigida di cambiare il decreto sull'Agricoltura appena approvato dal Consiglio dei ministri per evitare un conflitto istituzionale. Al Quirinale i dubbi sul provvedimenti sono molti e Palazzo Chigi ora è pronto a correre ai ripari. La notizia, anticipata da un articolo apparso su Il Foglio, ha alimentato nuove tensioni all'interno del governo. I rilievi dell'ufficio legislativo della presidenza della Repubblica riguardano aspetti di merito, come lo spostamento dei carabinieri forestali sotto il controllo del ministero dell'Agricoltura. Attualmente i forestali, da sempre un grande bacino elettorale, dipendono dal ministero della Difesa. Ma c'è anche una questione di metodo: l'opportunità di affrontare la materia con uno strumento d'emergenza come il decreto legge.
    Il messaggio del Quirinale è stato chiaro: o si cambiano questi passaggi o il presidente non firmerà il decreto. Una prospettiva inedita, che Meloni vuole scongiurare a ogni costo. Sul Colle si evitano commenti, ma da fonti di governo risulta che i rilievi erano stati posti prima del Consiglio dei ministri, proprio per non arrivare a questo punto. Altre obiezioni erano state poste dal ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, in particolare sul divieto di istallare pannelli fotovoltaici sui campi agricoli. Lollobrigida, però, ha deciso di andare avanti e il decreto è stato approvato in Consiglio dei ministri all'unanimità. A quel punto il Quirinale, prima di trasmettere il provvedimento alle Camere, ha reiterato le proprie perplessità. Lollobrigida, ancora una volta, avrebbe tenuto il punto.
    Quando la rottura sembra l'unica strada, siamo a giovedì sera, il ministro dell'Agricoltura viene convocato a Palazzo Chigi. La premier si è informata dei dettagli della vicenda, per poi prendere in mano il dossier, imponendo la sua linea: nessuno scontro con il Quirinale. Il decreto, quindi, verrà in parte riscritto per sanare le problematiche individuate dal Colle. Lo stesso Lollobrigida ha confermato ieri la disponibilità alle modifiche: «Ci possono essere delle cose da limare sulle quali non abbiamo mai pensato che i preziosi consigli del Quirinale potessero essere superflui. Le interlocuzioni sono sempre ben accette». La soluzione individuata sarebbe spacchettare il testo lasciando nel decreto solo le parti che non sono finite sotto la lente del Quirinale.
    Il ministro è finito al centro di un'altra polemica per una gaffe. Rispondendo in Senato a un'interrogazione del leghista Giorgio Maria Bergesio sui danni della siccità per il vino piemontese, Lollobrigida ha detto: «Per fortuna quest'anno la situazione legata alla siccità colpisce molto di più alcune Regioni del Sud, in particolare la Sicilia e molto meno le zone dalle quali lei proviene, che producono un valore del vino eccezionalmente rilevante...». Una frase che ha suscitato le proteste dell'opposizione, la segretaria del Pd Elly Schlein ironizza, «in vino veritas». Il presidente del Senato Ignazio La Russa chiarisce, «voleva dire "purtroppo" , lui ama la Sicilia» . Lollobrigida parla di «lapsus» e attacca «gli sciacalli dell'informazione e della politica».
  3. La Germania scarica gli ucraini "Tornino in patria a combattere"
    Uski Audino
    Berlino
    È finita la ricreazione. Una gran parte dei circa 860.000 uomini ucraini tra i 18 e i 59 anni, che hanno lasciato il loro Paese dopo l'invasione russa e trovato ospitalità in Europa, ora potrebbero essere rispediti in Ucraina per tamponare il disperato bisogno di Kiev di soldati da mandare al fronte. Polonia, Lituania e Germania sono pronte a interloquire con il governo ucraino per dare una mano, ma la situazione non è semplice. Si può mandare qualcuno in guerra contro la propria volontà? I polacchi hanno pochi dubbi. «Credo che molti polacchi siano indignati quando vedono giovani ucraini negli alberghi e nei Caffè e sentono quanto sforzo dobbiamo fare per aiutare il loro Paese» ha detto il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz a Polsat News television. Il 24 aprile a Varsavia centinaia di ucraini hanno protestato davanti all'ufficio passaporti perché era stato negato loro il rinnovo del documento, ufficialmente per «problemi tecnici». La questione in realtà era e rimane più complessa. A partire dal 23 aprile, il ministero degli Esteri ucraino ha deciso di sospendere i servizi consolari all'estero per i suoi cittadini di sesso maschile in età compresa tra i 18 e i 59 anni. Chi vorrà rinnovare il passaporto non potrà più passare dai consolati sparsi per l'Europa come da prassi, ma rientrare in Ucraina dove vige la legge marziale. «La permanenza all'estero non solleva un cittadino dai suoi doveri verso la Patria» e «il nostro Paese è in guerra», ha scritto il ministro ucraino Dymitro Kuleba su X.
    Il governo lituano è meno convinto dei vicini polacchi e ha fatto un passo avanti e uno indietro. All'inizio il titolare della Difesa Laurynas Kas?i?nas ha dichiarato che il suo Paese era pronto ad aiutare Kiev con i rimpatri ma la premier Ingrida Šimonyt?, in un'intervista al Financial Times, ha gettato acqua sul fuoco: «Non organizzeremo deportazioni, né cercheremo uomini ucraini nel Paese perché questo non sarebbe legale». Del resto l'Unione europea, nella direttiva emanata poco dopo l'invasione russa del 2022, garantisce ai cittadini ucraini lo status di protezione fino al 4 marzo 2025.
    Problema risolto? No. Rimanere senza passaporto valido può rendere la vita difficile: non solo è impossibile spostarsi, ma anche avere un contratto di affitto o di lavoro diventa complicato. Vivere in Europa da non europei senza un documento valido è quasi impossibile. In Germania, per esempio, non possedere un documento sopra i 16 anni è illegale. Ecco che la scelta di Kiev apre a Berlino un autentico dilemma politico. Da una parte c'è poca disponibilità della Germania a costringere alla guerra persone che hanno cercato protezione sul suo territorio, dall'altro il governo Scholz – che si fa vanto di guidare il primo Paese in Europa per sostegno militare all'Ucraina – ha difficoltà a mettere in discussione la linea politica di Kiev.
    Il dibattito sul destino di quei 256.000 ucraini residenti in Germania, secondo i dati dell'Ufficio federale per la Migrazione (Bamf), è aperto. Mesi fa il ministro della Giustizia Marco Buschmann aveva detto: «Non costringeremo le persone a prestare il servizio militare obbligatorio contro il loro volere». Dopo la Seconda guerra mondiale, del resto, la Germania ha inserito l'obiezione di coscienza in Costituzione come un diritto fondamentale. Ieri però un collega dei liberali, Marcus Faber, ha sottolineato che «la mobilitazione di chi è sottoposto a obbligo militare è una responsabilità in primis dell'Ucraina», quindi la Germania dovrebbe limitarsi a eseguire. Stessa posizione dell'esperto di Difesa dei conservatori della Cdu, Roderich Kiesewetter, secondo il quale «non dobbiamo pugnalare alle spalle gli sforzi dell'Ucraina». Per l'ex co-leader dei verdi, Anton Hofreiter, invece, agli ucraini che non possono rinnovare il passaporto «è più sensato rilasciare documenti sostitutivi» perché «chi non si sente in grado di combattere non dovrebbe essere costretto a farlo». La ministra degli Interni Nancy Faeser ha rimandato la questione a un incontro la prossima settimana dei ministri degli Interni dei Laender.
  4. ASSURDO Roma, la donna sconta una pena divenuta esecutiva dopo anni. Prossima udienza il 7 giugno Il piccolo è stato costretto a sospendere la fisioterapia. La garante: "Si è verificato un errore"
    A 13 mesi in cella con la madre no ai domiciliari per un cavillo

    eleonora camilli
    roma
    Recluso in un istituto di pena a soli 13 mesi perché la mamma deve scontare una pena per reati compiuti più di sei anni fa. L'assurda storia arriva dall'Ipm di Casal del Marmo, l'istituto per minorenni di Roma. La ragazza, che oggi ha 24 anni, tre settimane fa è entrata nel carcere con il figlio di poco più di un anno, per una pena divenuta esecutiva dopo anni. Poco importa se nel frattempo è diventata madre. E se il bambino, che ha festeggiato il primo compleanno nell'aprile scorso, con l'ingresso in istituto ha dovuto interrompere le sedute di fisioterapia a cui si sottopone. Nel carcere, pensato per i minori, non c'è uno spazio per le neomamme né un nido, così la ragazza e il suo bambino condividono la camerata con altre detenute minorenni. Ad aggravare la situazione un pasticcio burocratico: un indirizzo sbagliato che ha rallentato la possibilità per la donna, che pure avrebbe un luogo idoneo dove stare, di accedere alla detenzione domiciliare. Ora bisognerà attendere l'udienza del 7 giugno: il magistrato di sorveglianza dovrà deciderà se comminare una misura alternativa o prevedere la sospensione della pena, che però sopra l'anno di età del bambino è un'ipotesi facoltativa.
    La vicenda è sotto osservazione da parte della garante dei detenuti di Roma, Valentina Calderone, che ha fatto visita alla ragazza e al bimbo per accertarsi delle loro condizioni. «Quella di Casal del Marmo è una struttura molto buona, la direzione sta facendo il possibile - spiega -. Certo, nessun posto carcerario è adeguato per un minore di 13 mesi. Stiamo comunque monitorando la situazione per fare in modo che in tempi rapidi si trovi una soluzione idonea. Io ho incontrato la ragazza, è un po' spaesata, c'è stato un errore che sta rallentando il processo decisionale. Ma ci stiamo attivando per risolvere la situazione».
    Secondo l'ultimo rapporto dell'associazione Antigone, sono 22 i bambini in carcere con le madri detenute. E vengono ospitati negli Icam e nelle sezioni nido di carceri ordinarie. «Noi da sempre difendiamo la norma del 1975 che permette alle mamme di avere i figli in carcere fino ai tre anni di vita - spiega Susanna Marietti, responsabile dell'area minori dell'organizzazione -. Separare madre e figlio non è il male minore. Detto questo però bisogna anche ragionare caso per caso, senza seguire facili slogan». Per Marietti bisognerebbe aumentare i luoghi adatti alla detenzione con i minori e «mettere i soldi sulle case famiglia, che spesso hanno pochi posti» ma anche «potenziare, laddove possibile, tutte le misure alternative alla detenzione in carcere, specialmente quando è presente un bambino.

 

 

11.05.24
  1. Spinelli e quei 30 mila euro alla Lega "Gli abbiamo già fatto un bonifico"
    andrea rossi
    Ad Aldo Spinelli i trent'anni di concessione del Terminal Rinfuse, gate strategico del porto di Genova, non bastavano. Così come non bastava il rapporto privilegiato con Giovanni Toti. Aveva in serbo un grande progetto: «Un disegno speculativo» - parole della gip Faggioni - con cui intendeva riconvertire l'area in deposito e stoccaggio per container sfruttando a pieno la conformazione che il porto assumerà una volta che, grazie alla nuova diga, i volumi di traffico aumenteranno ulteriormente. Una mega operazione da 200 milioni che l'imprenditore voleva far finanziare con i fondi del Pnrr. Logico che la sponda del governatore ligure non bastasse. Serviva di più. Serviva arrivare al governo. E Spinelli riteneva che la persona giusta fosse il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti con cui l'ex patron del Genoa aveva organizzato un incontro sperando di far breccia facendo leva sui fondi erogati alla Lega.
    Era sicuro di farcela, Spinelli. Parlando con il presidente dell'Autorità portuale Paolo Signorini, colui che con Toti si era adoperato per fargli avere il rinnovo della concessione del Terminal Rinfuse fino al 2060, scommetteva sull'aiuto di Giorgetti: «Lui è pronto a farcelo da solo ha detto», intendendo che il governo avrebbe potuto finanziare tutta l'operazione. Signorini sembrava nutrire dubbi: «No va bè...ma come? I 190 nostri? Ma questi non hanno mai cacciato fuori un euro». Spinelli insisteva: «Te lo giuro. Mi ha detto (sempre riferendosi a Giorgetti, ndr): lo facciamo noi». Il presidente del porto continuava a diffidare: «Giorgetti non fa un c...». «Come non fa un c...?». «Per Genova non ha mai fatto una mazza. Comunque tu sei convincente: gli devi dire, caro ministro...». E Spinelli: «Gli abbiamo già fatto un bonifico anche a loro eh...alla Lega. Poi gliene facciamo un altro stai tranquillo. Ma io tanto finanzio il partito. Paolo, io ho mandato al partito quindici e quindici a Toti».
    Le manovre di Spinelli, in effetti, sembravano disturbare un po' il presidente, in quel periodo - è l'estate del 2022 - alla ricerca di finanziamenti per la campagna elettorale in vista del voto regionale di settembre. E infatti Signorini glielo fa notare: «L'hai sentito Giovanni?». «Giovanni no», la replica. Al che il manager del porto gli spiegava che Toti non si sentiva sufficientemente considerato da Spinelli, cui da settimane effettivamente chiedeva incontri per farsi «dare una mano»: «Eh perché dice che non te lo fili molto». È in quel momento che Spinelli tranquillizza l'interlocutore: oltre ai versamenti destinati alla Lega sono partiti anche quelli per il governatore.
    Ma quello con il Carroccio è un canale che a Spinelli interessa molto. Gli investigatori verificheranno che i bonifici per la Lega in effetti sono due, entrambi nell'estate del 2022 ed entrambi da 15 mila euro. Secondo il solito schema: «Una "leva" per ottenere dei provvedimenti di favore». Quei provvedimenti non sono arrivati. E una fonte vicina alle indagini chiarisce che ai bonifici non risulta essere corrisposto un vantaggio per Spinelli. Che però - e questo è l'aspetto politicamente rilevante, e forse anche imbarazzante per il partito di Salvini - aveva scelto di scommettere forte sul Carroccio.
    Dopo trent'anni di contiguità con il centrosinistra - era compagno di partite a scopone dell'ex governatore Burlando - a nessuno era sfuggita la sua partecipazione al comizio di Salvini (sotto il palco) nell'aprile di due anni fa. «Io sostengo Bucci e Toti», spiegava, «e se la Lega li sostiene appoggio anche la Lega». Un rapporto sempre più stretto a giudicare da come aveva salutato la nomina a vice ministro delle Infrastrutture di Edoardo Rixi, l'uomo forte di Salvini in Liguria - e almeno fino a pochi giorni fa - il più accreditato a prendere il posto di Toti alla guida della Regione il prossimo anno in caso di niet al terzo mandato: «Finalmente una persona competente».
  2. Le mani di Cozzani sul Salone Nautico per favorire le commesse del fratello
    giuseppe legato
    Che agisse sotto la fascia tricolore del sindaco di Porto Venere, o come capo di gabinetto del governatore Giovanni Toti rileva solo per inquadramento giuridico delle contestazioni. Ma la sostanza non cambia. Perché sempre più «spregiudicato» (giudice dixit) appare il profilo di Matteo Cozzani, plenipotenziario del presidente della Regione, finito ai domiciliari con gravi accuse.
    L'ennesima puntata delle accuse mosse dalla procura (stavolta di La Spezia in un procedimento parallelo a quello di Genova insieme alla Guardia di Finanza del luogo) riguarda il Salone Nautico, una delle principali fiere mondiali di settore (118.276 visitatori nel 2023 e 1000 imbarcazioni) che muove, per mole economica, qualche punto percentuale di Pil italiano. In questo frame Cozzani è indagato per corruzione in concorso con Saverio Cecchi presidente di Confindustria Nautica a Genova e legale rappresentante della "Saloni Nautici Srl" e Alessandro Campagna direttore commerciale del Salone Nautico. A Cecchi, Cozzani spiega al telefono: «Scusa Saverio..io sono arrivato che al nautico gli venivano riconosciuti 350.000 euro scarsi no? Ecco ora Campagna esce con 780 mila euro qui no?». Replica del manager: «Grande! Grande! Menomale che ci sei tu». Cozzani continua a rivendicare: «Anche la banchina l'hanno fatta grazie a me ricordatelo eh!». E l'altro: «Si lo so, un milione e settecento mila euro». Dove l'uomo ombra di Toti volesse arrivare rivendicando più volte «il proprio ruolo – scrive il gip – in relazione all'incremento di contributi pubblici da parte della Regione alla manifestazione – è chiaro: «Cecchi e Campagna acquistavano nel 2022 brick di acqua per 10.200 euro da of Drl di Filippo Cozzani, fratello di Matteo». Quest'ultimo «teneva costantemente aggiornati Cecchi e Campagna sull'iter di approvazione di una legge regionale che, affermando la strategicità del Salone internazionale nautico di Genova, comportava la possibilità di attingere anche ai fondi europei Fesr». Lo dice Cozzani il 23 luglio 2021 a Campagna: «A fine agosto portiamo in giunta la leggina per il tuo Salone eh?». E l'altro: «La licenzi già per il 2022?». Controreplica: «Il 31 luglio viene approvata». Campagna non si contiene: «Grande (ripetuto 5 volte. Io invece ho sistemato per te amico eh!».
  3. L'autonomia
    di
    Re Toti

    Alfonso Celotto
    Troppo potere o potere usato male?
    Stiamo leggendo quello che viene raccontato sul "sistema Toti": tra l'altro, corruzione, finanziamenti illeciti, supermercati, porto, sponsorizzazioni del calcio. Ricordiamo sempre che in un modello democratico non possiamo farci una idea compiuta fino a che non ci sarà un processo a chiarire tutto, secondo le regole dello Stato di diritto.
    Ma è normale che di fronte a questa prima informazione, inevitabilmente superficiale, ci possa venire un dubbio, perché il problema è scindere il comportamento del singolo dalla responsabilità che deriva dall'avere un potere molto ampio: proprio come è per il presidente della Regione che addirittura molti arrivano a chiamare - impropriamente - governatore.
    Come sappiamo il sistema è cambiato nel 2001. Prima il presidente della Regione era indicato dal consiglio regionale senza designazione popolare. Con la riforma costituzionale, il presidente della Regione viene eletto direttamente dai cittadini, portando con se un conseguente accrescimento di poteri.
    Nel sistema attuale, infatti, ad esempio, ai sensi dell'art. 37 dello statuto della Regione Liguria, il presidente della giunta regionale rappresenta la Regione, definisce e dirige la politica della giunta e ne è responsabile, nomina e revoca i componenti della giunta e attribuisce loro i rispettivi incarichi, convoca e presiede la giunta, promulga le leggi ed emana i regolamenti, indice le elezioni e i referendum. Inoltre, se per qualsiasi ragione cade il presidente cade anche il Consiglio e si torna a votare
    Troppi poteri?
    Forse incide anche la legittimazione popolare, tipica dei sistemi presidenziali.
    Si pensi che ad oggi il presidente della Regione è la carica più elevata del nostro Stato a essere eletto direttamente dal popolo, legandolo con forza alla rappresentatività del territorio.
    Sappiamo che per secoli raramente i vertici del potere hanno avuto una investitura popolare. Non certo per i re che venivano designati per il sangue e nemmeno per gli imperatori romani che venivano scelti dalle legioni secondo la legge del più forte. In genere le cariche sono designate in maniera mediata, proprio per stemperare la forza dell'investitura popolare. Pensiamo al nostro presidente della Repubblica, eletto da deputati, senatori e rappresentanti regionali e al presidente del Consiglio, designato dal circuito della fiducia parlamentare.
    Ma allora il problema è l'elezione diretta o i troppi poteri?
    Le notizie di questi giorni possono farci riflettere sulle riforme in corso, perché la cartina di tornasole del funzionamento di un modello politico è la fase patologica e non certo quella fisiologica.
    Pensiamo all'autonomia differenziata. Porterebbe a un maggior decisionismo e maggiore efficienza dei servizi o un ampliamento eccessivo dei poteri, facendo diventare il presidente della Regione un piccolo Re Sole? E l'eventuale possibilità di far restare in carica i governatori per un terzo mandato ne rafforzerebbe troppo il potere personale?
    Lo stesso dubbio può sorgere rispetto alla riforma costituzionale del premierato. Il presidente del Consiglio, eletto direttamente dal popolo, diventerebbe una figura troppo centrale?
    Siamo in democrazia, la struttura del sistema si basa sul principio di separazione dei poteri, nato dalle teorie di Montesquieu proprio per evitare gli eccessi del Re Sole.
    Probabilmente il vero tema non è dare giudizi di valore o interrogarsi sulla applicazione di apparati giuridici complessi e lontani dalla nostra realtà sociale (presidenzialismo Usa). Teniamo al centro sempre la consapevolezza che il rispetto delle leggi e della Costituzione e il loro corretto utilizzo permettono in ogni caso un buon governo.
  4. GRANDE PERICOLO CINA: Xi gioca la carta sovranista con Orban
    lorenzo lamperti
    taipei
    Una «crociera dorata». Xi Jinping descrive così l'amicizia, «dolce e ricca come un vino tokaji», tra Cina e Ungheria. Dopo aver sfidato la Nato in Serbia, il leader cinese ha mandato segnali all'Ue nell'ultima tappa del suo viaggio europeo, Budapest. «Abbiamo sfidato l'ordine geopolitico» come «Stati sovrani in piena indipendenza», ha detto Xi in un articolo a sua firma sul quotidiano filogovernativo Magyar Nemzet. Il riferimento nemmeno troppo velato è al non allineamento di Viktor Orban a Bruxelles e Washington, che agli occhi cinesi assume valore ancora maggiore essendo l'Ungheria un membro della Nato.
    Sotto massicce misure di sicurezza, Budapest è stata ornata di bandiere cinesi per accogliere Xi, primo presidente cinese a visitare l'Ungheria dal 2004. Tenuto più nascosto di un gruppo di contestatori tibetani. Dopo la parata militare nel cortile del palazzo presidenziale e l'incontro col capo dello Stato, Tamas Sulyok, Xi ha pranzato con Orban. Poi il bilaterale nella chiesa carmelitana di Buda, sede del primo ministro. Come a Belgrado, solo elogi per la Cina e la sua posizione «a favore di una soluzione pacifica in Ucraina», che in occidente molti definiscono «neutralismo filorusso». D'altronde, l'Ungheria è tra i Paesi europei col rapporto più stretto sia con Mosca sia con Pechino, che da tempo la usa come testa di ponte per gli investimenti nella parte orientale del continente.
    Ieri sono stati firmati 16 accordi su infrastrutture, ferrovie, energia nucleare, economia digitale e intelligenza artificiale. L'opposizione ungherese si dice preoccupata che i contratti coi cinesi possano «arricchire la cerchia di Orban». Proprio mentre Bruxelles si prepara all'introduzione di dazi sulle auto elettriche cinesi, Orban gli spalanca le porte. Oltre al leader mondiale BYD, anche Great Wall Motor costruirà il suo primo stabilimento europeo proprio in Ungheria. Il colosso delle batterie Catl sta già lavorando a un impianto da 8 miliardi di euro. Si accelera poi sulla linea ferroviaria Belgrado-Budapest, progetto che fa parte della Via della Seta e che dovrebbe essere terminato entro il 2026. Questioni che non toccano Xi, che oggi riparte per Pechino, dove tra pochi giorni riceverà il presidente russo Vladimir Putin.

 

 

10.05.24
  1. ZUNAMI IN LIGURIA :  L'inchiesta si allarga sospette tangenti da altri due imprenditori
    matteo indice
    genova
    Nella nuova Tangentopoli ligure spuntano sospette corruzioni al presidente della Regione da altri due imprenditori, un filone che nelle carte dell'indagine è definito come oggetto «di approfondimento investigativo».
    Nel frattempo si apprende che vi sono nuovi indagati: tra questi il nuovo commissario del porto Paolo Piacenza, perquisito ieri per abuso d'ufficio, mentre a casa dell'imprenditore Aldo Spinelli sono stati sequestrati 220 mila euro in contanti, oltre a 20 mila dollari e 5 mila sterline.
    Oggi a Marassi
    Sono le novità fondamentali dall'inchiesta che l'altro ieri ha fatto scattare gli arresti domiciliari per il governatore della Liguria Giovanni Toti, per Spinelli, per il capo di gabinetto regionale Matteo Cozzani e il carcere per l'ex presidente del porto (poi divenuto amministratore della multiutility Iren, passaggio che aveva determinato appunto la nomina di Piacenza a commissario) Paolo Emilio Signorini.
    I destinatari della misura cautelare sono tutti accusati di corruzione: Toti, secondo Procura e giudice dell'indagine preliminare, ha incassato tangenti da Spinelli ed Esselunga per favorirli rispettivamente nel rinnovo della concessione del Terminal Rinfuse e in altre partite immobiliari, e nell'espansione dei centri commerciali in Liguria. Signorini è nel mirino in primis per le mazzette di Spinelli (sempre in materia di concessioni portuali), Cozzani per l'affaire Esselunga e, solo insieme a Toti, per un sospetto voto di scambio con personaggi a parere degli inquirenti legati a un clan mafioso. A stretto giro inizieranno gli interrogatori di garanzia dei principali indagati: oggi nel penitenziario di Marassi sarà sentito Signorini, domani toccherà invece a Toti, sabato a Spinelli e Cozzani.
    Il business dei rifiuti
    Gli inquirenti, e lo si desume dalla stessa ordinanza di custodia cautelare a carico dei principali inquisiti, hanno scoperto che tra i finanziatori di Change, la fondazione che faceva capo al presidente della Regione, e del Comitato Giovanni Toti, oltre agli impresari portuali ci sono pure quelli che si occupano di rifiuti e discariche.
    In primis viene citato Pietro Colucci, imprenditore campano in passato al vertice di Waste Italia e di altre società, che nel 2021 gestiva alcune discariche nella provincia di Savona destinate allo smaltimento di «rifiuti speciali non pericolosi con recupero di materiali e di energia elettrica da biogas». È in quell'anno che la Procura di Genova lo indaga per finanziamento illecito ai partiti (in particolare alla formazione politica del governatore) e con Toti per corruzione. E la circostanza viene riportata nei documenti a sostegno dell'arresto del medesimo Toti.
    «Altri bonifici per 195 mila euro»
    Secondo i magistrati infatti, tra il 2016 e il 2020 Colucci, tramite le sue società, aveva finanziato con 195 mila euro il politico. E in quel periodo «le società riconducibili al gruppo Colucci - si legge nell'ordinanza di custodia cautelare - avevano avuto come interlocutore istituzionale la Regione Liguria, competente al rilascio di autorizzazioni in materia di gestione delle discariche».
    Viene quindi riportata una telefonata tra Cozzani e Toti, in cui «quest'ultimo faceva esplicitamente riferimento alla necessità di parlare a voce con (o di) "tale Colucci" in merito "alla roba della discarica"». Affermava Toti: «Digli che se li convoco io qua lunedì, martedì sera anche a cena, Ripamonti, Vaccarezza, Olivieri (amministratori di centrodestra con vari incarichi nel Savonese, ndr) la chiudiamo su tutt... su tutta la situazione... così mettiamo in fila l'Ato (Ambito territoriale ottimale, ndr) idrico... la cosa... anche perché poi ci si infila dentro pure la roba della discarica di Colucci, che voglio parlargliene a voce».
    Non solo. «Tutti i finanziamenti provenienti dalle società del gruppo riconducibile a Colucci e diretti al Comitato Change e al Comitato Toti - insistono le toghe - non erano stati deliberati dai rispettivi organi sociali e, in alcuni casi, non erano neppure stati inseriti in bilancio». È il dettaglio che allunga ulteriori ombre giudiziarie sull'operazione.
    Un altro filone di approfondimento riguarda le altre elargizioni provenienti dall'ambito portuale. «Particolarmente significativa ai fini cautelari - scrive sempre la gip Paola Faggioni nell'ordine d'arresto per Toti - è inoltre l'emersione, dalle indagini, di vicende tuttora oggetto di approfondimenti investigativi, che hanno visto il coinvolgimento di ulteriori imprenditori e nelle quali, a fronte di richieste d'interessamento per pratiche amministrative, sono seguite elargizioni di finanziamenti in favore del Comitato Toti».
    30 mila euro e la Banca d'Italia
    Quindi il dettaglio: «Si pensi, al riguardo, a una conversazione del 17 maggio 2021. Qui Luigi Alberto Amico (al vertice degli omonimi cantieri navali, leader nella riparazione e ristrutturazione di superyacht, non inquisito ndr) nel corso di un incontro con Matteo Cozzani (già allora divenuto capo di gabinetto della Regione Liguria, ndr) all'interno dell'ufficio di quest'ultimo, gli chiedeva «una mano per capire come meglio supportarli» e poi «per capire com'è il termometro politico». E ancora: «Amico - sono sempre parole della giudice Faggioni - dopo aver precisato che la sua intenzione era "continuare" a finanziare Giovanni Toti... precisava che in cambio "non chiedeva la luna", ma solo "un'attenzione legittima"».
    Vengono quindi ripercorse le parole pronunciate dallo stesso Amico nel corso della conversazione con Cozzani (17 maggio 2021): «Sono sei anni che aspettiamo il rinnovo della concessione e mi farebbe piacere quel pizzico in più di attenzione... Noi siamo abbastanza allineati... io non voglio andare da Giovanni a dire che Signorini (l'ex presidente dl porto, ndr) non ce la fa. Voglio andare da Giovanni con Signorini a dire: "Ragazzi cosa facciamo? Io aspetto da sei anni questi cinquanta milioni (valore della concessione, ndr)"». Puntualizza il magistrato: «Nel corso dell'incontro, inoltre, Amico lasciava a Cozzani dei documenti con la raccomandazione della "massima riservatezza". Cozzani concludeva il confronto promettendo di parlarne con "il presidente" (Giovanni Toti, ndr) e che poi gli avrebbe fatto sapere l'esito in un successivo incontro de visu».
    La chiosa è eloquente: «Poco tempo dopo, ovvero il 7 giugno 2021, veniva riscontrato un finanziamento di 30.000 euro in favore del Comitato Toti (di cui 10.000 euro transitati la settimana successiva sul conto "dedicato" del governatore) e l'operazione veniva segnalata come "sospetta" dalla Banca d'Italia, analogamente a quanto verificatosi con riferimento ai finanziamenti erogati dal gruppo Colucci».
  2. E anche la diga finisce nel mirino
    Le intercettazioni emerse nelle ultime ore potrebbero consolidare un altro fascicolo d'inchiesta aperto dalla Procura di Genova al momento a carico di ignoti, con l'ipotesi di abuso d'ufficio, e assegnato al sostituto procuratore Walter Cotugno, inerente i lavori e gli appalti per realizzare la nuova diga foranea. Nelle carte spuntano infatti anche gli affari attorno al maxi-progetto finanziato dal Pnrr e sostenuto da vari imprenditori.
    Come riporta ancora l'ordinanza della gip Paola Faggioni, il reale progetto per il Terminal Rinfuse, alla cui concessione trentennale secondo gli inquirenti Spinelli ambiva così tanto da essere disposto a pagare tangenti per ottenerla, era trasformarlo «in terminal container», in «contrasto» con il piano sulla base del quale era stata rinnovata la medesima concessione. Tutto questo, annota il giudice, è stato fatto «in previsione della realizzazione della nuova diga foranea, che incrementerà i volumi dei traffici di contenitori».
    Il piano, è ribadito nei documenti dell'indagine, doveva rimanere segreto «per non suscitare la contrarietà e quindi l'ostruzionismo degli altri concorrenti attivi nel porto di Genova». Toti l'aveva «messo a fuoco». Tant'è che in una conversazione telefonica aveva affermato: «Non ci crede nessuno che teniamo le rinfuse per trent'anni… ah ah... ma non ci crede nessuno... neanche Pinocchio». E sebbene l'operazione secondo Cozzani non fosse «nell'interesse di Genova» ma «di privati», a dicembre 2021 fu deliberata la concessione alla società formata da Gruppo Spinelli (55%) e Msc (45%). E a seguire arrivarono i bonifici dal Gruppo Spinelli al Comitato Toti.
  3. MODELLO TOTI EX FI EREDE DI BERLUSCONI : MODELLO ANCHE PER IL PD : «È stata "svenduta" la propria funzione e la propria attività in cambio di finanziamenti, abdicando in tal modo ai propri importanti doveri istituzionali». Uno degli ultimi passaggi dell'ordinanza con cui la gip di Genova Paola Faggioni ha disposto gli arresti domiciliari per Giovanni Toti è un durissimo atto d'accusa nei confronti del presidente della Liguria. Al di là delle singole contestazioni, e delle indagini ancora in corso su ulteriori filoni, sembra emergere un metodo. Un sistema. Il sistema Toti. Un giro di decine di milioni tra finanziamenti e sponsorizzazioni che andavano di pari passo (o seguivano) autorizzazioni, concessioni, accreditamenti rilasciati dalla Regione. Una rete fittissima in cui interesse pubblico e privato si mescolavano al punto da non potersi più distinguere. Con tre grandi pilastri: il porto, la sanità privata e la grande distribuzione. Ma anche il business dei rifiuti. E persino il calcio.
    Nei suoi nove anni alla guida della Regione il presidente ha costruito un blocco di potere grazie al quale - secondo gli inquirenti - ha potuto contare su consistenti finanziamenti utili ad alimentare la sua macchina del consenso. E l'ha fatto - scrive la gip - con una certa «disinvoltura nel proposito di ricorrere a richieste di denaro agli imprenditori, sfruttando la momentanea soddisfazione per gli obiettivi imprenditoriali realizzati anche in seguito al proprio intervento».
    Ci sono almeno due fronti ancora aperti, oltre a quelli che coinvolgono il gruppo Spinelli ed Esselunga. Sempre con lo stesso meccanismo. Uno riguarda il gruppo Amico, realtà ultracentenaria fornitrice di servizi per l'industria navale che da poco ha ottenuto dall'Autorità portuale la concessione fino al 2060 per realizzare due accosti per mega yacht, lunghi oltre i 90 metri. Per quell'affare Luigi Amico si è attivato, in particolare con il capo di gabinetto di Toti, ben disposto a continuare a finanziare il governatore. «In cambio non chiedo la luna, solo un'attenzione legittima, sono sei anni che aspettiamo il rinnovo della concessione. Mi farebbe piacere quel pizzico più di attenzione».
    Poco dopo, siamo nell'estate di tre anni fa, al comitato Toti arriva una donazione di 30 mila euro, operazione segnalata come sospetta dalla Banca d'Italia, che aveva fatto lo stesso con le donazioni di un altro imprenditore, Pietro Colucci, a capo di diverse aziende nel settore della gestione dei rifiuti. Anche Colucci era in attesa di autorizzazioni dalla Regione: gli servivano per ampliare alcune discariche. Tra il 2016 e il 2020 ha versato ai comitati di Giovanni Toti poco meno di 200 mila euro. Finanziamenti illeciti, scrivono gli investigatori, la cui ragione va ricondotta «alla funzione svolta dal presidente della Regione e alle competenze e ai poteri della Regione in materia ambientale». Colucci e Toti sono stati indagati per corruzione ma gli accertamenti non hanno confermato l'impianto dell'accusa.
    Restano i soldi, il vero cuore del sistema Toti. Solo tra il 2016 e il 2018 ai suoi comitati è arrivato quasi un milione da costruttori e industriali. Un meccanismo che potrebbe aver alterato le regole del gioco. Ma soprattutto una commistione che, anche là dove non configura reati, lascia emergere un gigantesco conflitto d'interessi: i grandi sponsor politici del governatore - nonché finanziatori delle sue campagna elettorali, come Esselunga, il gruppo Amico, il gruppo Spinelli - spuntano anche come finanziatori di decine di eventi organizzati dalla Regione o dal Comune di Genova (dal capodanno in piazza a Euroflora alla Ocean Race per citarne alcuni) oppure come partner in diverse iniziative istituzionali. Da un lato aiutano gli enti locali a finanziare le proprie iniziative, contribuendo al loro successo e indirettamente alla popolarità dei vertici istituzionali; dall'altro ne finanziano le campagne elettorali; e infine chiedono e ottengono dalle stesse istituzioni autorizzazioni, varianti urbanistiche, concessioni di aree, lo sblocco di importanti investimenti, corsie privilegiate.
    Forse non è un caso, ad esempio, che la Liguria proprio negli ultimi anni abbia conosciuto una fortissima espansione della grande distribuzione, al punto che oggi Genova (con 238 metri quadri di supermercati ogni mille abitanti) detiene il record italiano, addirittura più di Milano. E certamente è un fatto l'avanzata della sanità privata i cui big sono spesso tra i finanziatori delle campagne del presidente: oggi il privato possiede il 20% degli ambulatori e laboratori e il 90% nelle strutture residenziali, le strutture accreditate sono passate in vent'anni (nove dei quali a guida Toti) dal 25 al 50%, interi ospedali (prima Bordighera, ora Albenga) sono stati affidati ai privati così come buona parte del piano per le vaccinazioni Covid e per smaltire le liste d'attesa. Fino alla delibera che vorrebbe consentire ai medici del servizio sanitario nazionale che hanno optato per l'intramoenia di visitare nelle strutture private. Un gigantesco affare contro cui si è mosso addirittura il governo, al punto da chiamare in causa la Corte Costituzionale che ora dovrà esprimersi.
    E poi c'è la macchina della comunicazione della Regione: un turbine di iniziative, promozioni ed eventi spesso realizzati con il decisivo contributo di sponsor privati. Ma altrettanto spesso finanziate dai contribuenti, vedi la sponsorizzazione della Regione alle squadre di calcio liguri, Genoa, Sampdoria e Spezia. Un milione e 300 mila euro per esporre il logo della Regione sulle divise nel campionato 2022-2023. O i soldi che da Regione, società partecipate e Autorità portuale finivano a un'emittente privata, Primocanale, ribattezzata dagli avversari "Teletoti", il cui editore l'ex senatore Maurizio Rossi, è indagato per finanziamento illecito. O, ancora, i 4 milioni e mezzo l'anno stanziati per iniziative e attività volte a favorire la presenza istituzionale della Regione: budget quintuplicato dall'arrivo del governatore.
    E che dire delle spese per i servizi istituzionali della Regione, passate tra il 2019 e il 2021, da 297 a 419 milioni? «Lo dico da anni», commenta ora Ferruccio Sansa, consigliere regionale e sfidante di Toti nel 2020. Due anni fa ha presentato un esposto in procura in cui denunciava alcune delle vicende oggi emerse: «Al di là dell'inchiesta il dubbio che decisioni che dovevano essere prese nell'esclusivo interesse dei cittadini fossero invece condizionate da interessi privati di Toti e dei suoi finanziatori era fortissimo da tempo».
  4. "Gli ultimi reati scoperti ad agosto ecco spiegati i tempi dell'inchiesta"
    «Gli ultimi reati, come spiega l'ordinanza di custodia cautelare, sono stati scoperti nel febbraio 2023 per quanto riguarda Giovanni Toti e nell'agosto 2023 a proposito di Paolo Emilio Signorini. La Procura della Repubblica ha inoltrato la richiesta di misura cautelare a dicembre 2023, il giudice l'ha concessa il 6 maggio 2024 ed è stata eseguita nello spazio di poche ore. Questi sono i tempi dell'inchiesta». Le parole del procuratore capo Nicola Piacente riprendono il concetto che aveva espresso nella giornata degli arresti rispondendo a una domanda dei cronisti sulla presunta «giustizia a orologeria», evocata da alcuni esponenti del centrodestra. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio si era detto «perplesso» sui tempi dell'indagine.
  5. ALESSANDRO SORTE Il coordinatore di Forza Italia in Lombardia è accostato ai fratelli Testa
    "Cercare voti è il mio mestiere, n essun reato Mi attaccano perché appoggio Marta Fascina"

    Francesco Moscatelli
    Milano
    «Che c'entra la Lombardia in questa vicenda? Che c'entra il mio nome con la parola mafia? Mi vogliono tirare dentro solo perché sono amico di Marta Fascina, che ovviamente non c'entra nulla con tutto ciò. Succede sempre». Alessandro Sorte, coordinatore di Forza Italia in Lombardia, è un fiume in piena dopo che il suo nome è stato accostato, nelle carte dell'inchiesta ligure che martedì ha portato ai domiciliari il governatore Giovanni Toti, a quello dei fratelli Italo Maurizio e Arturo Angelo Testa, indagati per corruzione elettorale con l'aggravante di aver agevolato il clan mafioso dei Cammarata di Riesi. I due fratelli, sottoposti alla misura cautelare dell'obbligo di dimora, sono stati anche sospesi dal partito.
    Sorte, come si spiega questa situazione?
    «Io non sono indagato, nessuno mi accusa di niente. E nell'intercettazione che mi riguarda, perché qui di una intercettazione si sta parlando, dico cose che dico ogni mezz'ora: segnalo una persona che dice di poter raccogliere centinaia di preferenze. Mi intercettassero tutto il giorno. Faccio il politico: cercare voti leciti è il mio lavoro come quello di tutti i politici per bene».
    Che rapporti ha con i fratelli Testa?
    «Fanno politica a Bergamo, nel mio territorio, da più di trent'anni. Li conosco io come li conoscono tutti: due persone impegnate in politica, che organizzano eventi. Uno dei due è stato anche vice-sindaco e consigliere provinciale. Tutto normalissimo».
    Normalissima anche la foto dei Testa che fanno il saluto romano riapparsa online in queste ore?
    «In passato militavano a destra, in An se non sbaglio. E quella foto è una stupidata nettamente condannabile, non c'è ombra di dubbio. Però ripeto: qui a Bergamo sanno tutti chi sono. Non sono certo saltati fuori da uno scantinato».
    Nell'intercettazione con il braccio destro di Toti lei dice che, tramite i fratelli Testa, può portare al governatore centinaia di voti. E che uno dei due potrebbe anche essere candidato. Normale anche questo?
    «Certo. Dall'inchiesta non emerge mica che i Testa sono due boss mafiosi. Sono accusati di andare a cercare voti nella comunità del loro comune di origine, Riesi. Comunità all'interno della quale, secondo me a loro insaputa, si è poi scoperto che c'erano anche dei mafiosi».
    Li difende?
    «Hanno fatto una cena e, forse perché non sono liguri, si sono affidati ad amici di amici che hanno tirato dentro un po' di tutto. Ovviamente se le accuse fossero confermate sarebbero gravissime ma noi siamo un partito garantista e confidiamo che le persone accusate siano in grado di dimostrare la loro estraneità. Abbiamo fiducia nel lavoro della magistratura».
    Non si rimprovera nulla?
    «Nulla di nulla. Ho fatto l'assessore in Lombardia, sono eletto in Parlamento. Io manco ci andavo a Genova, l'unica volta che ci sono andato era per una cena dove ci saranno state più di 400 persone. Una cena dove c'erano tutti: assessori, parlamentari, consiglieri regionali e comunali. Ribadisco: faccio politica, il mio lavoro».
    Giovanni Toti però lo conosce bene. In passato ha anche militato nel suo partito…
    «È una storia nota. Avevo aderito insieme ad altri al suo progetto, ma poi già a metà del 2021 sono uscito perché non condividevo il passaggio a Coraggio Italia. Poi Silvio Berlusconi mi ha richiamato in Forza Italia. Non è che quel passato non esiste, ci mancherebbe, non rinnego nulla. Solo mi chiedo cosa c'entri il mio percorso politico con questa inchiesta. Niente».
  6. E' UN SISTEMA CHE PRODUCE CORRUZIONE NOTA: «Il momento di cambiare insieme è arrivato». La home page della Fondazione Change di Giovanni Toti è un concentrato di ottime intenzioni. Di vento che «soffia verso il rinnovamento», di «interesse pubblico», di «obiettivi da raggiungere insieme». Purtroppo la pagina «trasparenza» è ferma a sette anni fa. Chi volesse saperne di più sui bilanci dell'istituzione che ha fin qui finanziato il presidente della Regione Liguria deve accontentarsi di quelli del 2016 e del 2017, poi più nulla. Da lì - e dal Comitato Giovanni Toti - arrivavano le donazioni che oggi la magistratura sospetta al centro di uno «scambio corruttivo». Sono contenitori leciti, previsti dalla legge. Eppure le fondazioni rimangono la zona d'ombra dei flussi di denaro in politica. Per capirne di più riavvolgiamo il nastro.
    Ormai più di dieci anni fa - correva il 2013 - il governo Letta abolisce i contributi pubblici diretti ai partiti, a cui rimangono tre sole opzioni di sopravvivenza: le erogazioni liberali, il 2x1000 dei cittadini, il sostegno di soggetti terzi legati a doppio filo alle forze politiche. Il problema delle fondazioni emerge nel giro di pochi anni: la scarsa trasparenza. Inizialmente le organizzazioni sono tenute a pubblicare solo lo statuto e il bilancio. I partiti hanno obblighi assai più stringenti: ogni contributo sopra i 500 euro all'anno va registrato; sopra i tremila serve una dichiarazione congiunta del donatore e del destinatario; il tetto massimo è di centomila euro. La differenza fra partiti e fondazioni è al centro della lunga vicenda giudiziaria che coinvolge Open, la cassaforte dell'attività politica di Matteo Renzi dal 2012 al 2018. L'intero caso (oggi discusso di fronte alla Corte di Cassazione) ruota intorno a due domande: una fondazione può essere considerata «articolazione di un partito politico»? Dovrebbe dunque rispondere delle stesse regole? Nel 2019, prima il disegno di legge "Spazzacorrotti" voluto dal Movimento Cinque Stelle e un successivo decreto tentano di introdurre norme più severe per gli organismi nell'orbita delle forze politiche. Raffaele Cantone, ex presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione e oggi procuratore di Perugia, a La Stampa descrive l'esito così: «La modifica fu un passo avanti, ma non risolutivo, il problema rimane». Le fondazioni vengono equiparate ai partiti quando gli organi direttivi e di gestione «sono composti per almeno un terzo» da politici o ex politici. In estrema sintesi, per non dover sottostare ai monitoraggi obbligatori per i partiti, basta far sparire dai consigli di amministrazione delle organizzazioni chiunque abbia mai ricoperto incarichi. E così è accaduto negli anni successivi. «I criteri sono decisamente laschi», commenta Roberto Giambelli, coordinatore delle campagne per il ramo italiano di Transparency International, organizzazione no profit che si occupa di prevenzione e contrasto alla corruzione. «Se qualcuno non ha intenzione di fare apparire un soggetto terzo come legato al partito è molto facile». Lo dimostrano i dati dell'ultimo rapporto intitolato «L'integrità della politica italiana», finanziato con fondi dell'Unione europea. Dice il dossier: «Nel 2022 il mondo della politica, i partiti e i soggetti terzi collegati, hanno ricevuto in totale 32,2 milioni di euro tramite il meccanismo delle donazioni private». La fetta principale, il 61,38%, è arrivato dai contributi dei parlamentari (ogni eletto versa una certa quota di stipendio al proprio partito). Il 22% era riconducibile a persone fisiche, il 14,4% a società private e solo il 2,1% è passato attraverso fondazioni e associazioni dichiaratamente collegate ai partiti: 676 mila euro. Una cifra che stride alla luce di un altro dato: fra il 2015 e il 2020 un altro ente no profit - Openpolis - aveva mappato ben 121 fondazioni nate al servizio di una forza politica o di una sua corrente. Delle 108 strutture analizzate da Transparency nel 2022, solo otto hanno pubblicato l'elenco dei finanziatori o dei soci. Val la pena qui citarle una per una: Aspen Institute Italia, Fondazione Etica, Open, Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII, Sviluppo sostenibile, Human Foundation, Italia decide, Symbola. Chi le controlla e con quali poteri? Alla Camera dei deputati il compito è in capo alla «Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici». L'ultimo rapporto è del 29 aprile 2024 e si conclude con una denuncia già presente nei precedenti: «Non può sottacersi il permanere dell'insufficiente dotazione di risorse umane e strumentali destinate alle numerose e complesse attività di controllo».
    Ma c'è un'ultima domanda la più importante di tutte: per evitare casi come quelli di Genova è davvero sufficiente il controllo su questi enti e sui loro bilanci? A precisa domanda Giuseppe Busia, presidente dell'Autorità anticorruzione, risponde di no: «È quantomai urgente una seria regolamentazione delle lobby, come ci chiedono da tempo molti organismi internazionali, fondata sulla piena trasparenza e con limiti e divieti chiari per evitare ogni rischio di opacità. I portatori di interessi, piccoli o grandi che siano, non vanno criminalizzati, ma regolati in modo efficace. Occorrono canali visibili a chiunque attraverso i quali far veicolare le loro proposte, mettendo sullo stesso piano lobby più o meno potenti». Quella è la precondizione per finanziamenti altrettanto trasparenti e leciti. Fino ad allora, con o senza le fondazioni, di vicende come quella di Genova se ne racconteranno molte.
  7. Itavia , Sequestrati 130 milioni
    I risarcimenti per la strage di Ustica spesi in Rolex e resort dagli ex manager
    Parte dei 330 milioni di euro che Itavia, la compagnia del Dc-9 di Ustica, ha ottenuto quattro anni fa come risarcimento in sede civile dai ministeri della Difesa e delle Infrastrutture proprio per quella strage del 1980 rimasta un mistero, sarebbero stati usati da due ex amministratori della Spa, passata dall'amministrazione straordinaria alla liquidazione, per coprire debiti bancari per la loro scalata alla società, ma anche per spese di lusso, come Rolex e soggiorni in resort in giro per il mondo. Questo almeno rientra nel quadro delle indagini, condotte dal Nucleo speciale di polizia valutaria della Gdf e coordinate dal pm di Milano Bruna Albertini, che ierihanno portato al sequestro preventivo finalizzato alla confisca, firmato dal gip Angela Minerva, di quasi 130 milioni di euro a carico degli ex componenti del cda di Aerolinee Itavia spa, Jacopo Di Stefano e Marco Scorzoni, e in particolare di società a loro riconducibili del gruppo Jds. Ma loro precisano in una nota che «la vicenda giudiziaria non riguarda in nessuna misura le somme riconosciute ai famigliari delle vittime» .
  8. Bullo sgridato a scuola Madre del clan Spada picchia la maestra
    Edoardo Izzo
    Roma
    «Non devi permetterti di rimproverare mio figlio». Di questi tempi non è raro per gli insegnati italiani sentirsi apostrofare così da qualche genitore «iperprotettivo». E più di qualche volta capita pure che dalle parole si passi ai fatti. È accaduto a un'insegnante di Ostia, sul litorale romano, che martedì mattina, mentre si trovava nel cortile esterno dell'istituto comprensivo Amendola-Guttuso, ha fatto appena in tempo a sentirsi rivolgere la fatidica frase «non devi sgridare mio figlio» per poi assaggiare calci e pugni da parte della mamma dell'alunno in questione. Protagonista della pesante aggressione la moglie di un componente della famiglia Spada, noto clan sinti che spadroneggia sul litorale romano: il tutto mentre la docente, che aveva finito il suo turno, si apprestava ad andare via dall'istituto scolastico e sotto gli occhi di qualche collega e di qualche genitore in attesa dell'uscita dei propri figli da scuola.
    Conclusa la propria spedizione punitiva la donna si è allontanata e sono stati chiamati i soccorsi. Sul posto è arrivata un'ambulanza del 118, ma l'insegnante ha rifiutato le cure mediche. I carabinieri, che si occupano della vicenda, hanno raccolto testimonianze e identificato la responsabile dell'aggressione. La donna è stata denunciata a piede libero per violenza a pubblico ufficiale, mentre l'insegnante, al momento, non avrebbe sporto denuncia.
    È stato anche ricostruito il movente della spedizione punitiva. A mandare la donna su tutte le furie era stato un rimprovero ricevuto dal figlio per il comportamento in classe: aveva preso di mira un compagno con atteggiamenti arroganti e aggressivi.
    Non è la prima volta che componenti del clan Spada finiscono sotto i riflettori per aggressioni compiute nel territorio di Ostia: la più eclatante fu la testata ricevuta dal giornalista della trasmissione Rai «Nemo», Daniele Piervincenzi, aggredito assieme all'operatore il 7 novembre 2017 mentre lavoravano a un servizio televisivo. Piervincenzi fu colpito da Roberto Spada con una testata, immortalata dalla telecamera, durante un'intervista sulla campagna elettorale nel X Municipio. Avvicinato per alcune domande su presunti rapporti con CasaPound a Ostia, Roberto Spada lo colpì in pieno volto. Un episodio per cui è stato condannato a sei anni.
    I diversi componenti della famiglia sono stati sovente al centro di fatti di cronaca legati a spaccio di droga, usura ed estorsione che hanno portato a numerosi arresti negli ultimi anni. «La mafia teme la scuola, perché rifiuta gli insegnamenti di legalità e rispetto per tutti, non per i prepotenti. Solidarietà alla maestra di Ostia che sarebbe stata aggredita dalla moglie di un esponente del clan Spada. Speriamo che il figlio scelga il giusto esempio da seguire», è il commento a caldo del vicepresidente del Senato Gian Marco Centinaio (Lega). «Tutto questo è a dir poco inaccettabile. Nessuna impunibilità per questa gente - rincara il deputato Rossano Sasso, capogruppo in commissione Istruzione e primo firmatario della proposta di legge della Lega contro la violenza sugli insegnanti -. La scuola deve tornare ad avere il rispetto e l'autorevolezza che merita, ne va del futuro dei nostri figli».
  9. Mieloma multiplo, scoperto il gene che lo nasconde al sistema immunitario
    Lotta ai tumori, l'Irccs di Candiolo mette a segno un nuovo punto. Dopo aver dimostrato che il farmaco "bortezomib" è in grado sia di attaccare direttamente le cellule tumorali che di attivare il sistema immunitario, gli scienziati dell'Istituto hanno dimostrato che il tumore può sviluppare una resistenza anche al riconoscimento da parte del sistema immunitario in seguito alla perdita del gene GABARAP.
    Lo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulle pagine della rivista Blood, apre la strada a nuove combinazioni terapeutiche in grado di contrastare la capacità del tumore di resistere al trattamento. L'utilizzo combinato del bortezomib con la "rapamicina" è in grado di rendere nuovamente le cellule del mieloma multiplo visibili e quindi attaccabili dal sistema immunitario.
    Parliamo del secondo tumore del sangue in Italia: colpisce ogni anno circa 2700 donne e 3 mila uomini, ed è provocato da un'eccessiva riproduzione delle plasmacellule nel midollo osseo. La maggior parte dei malati ha una recidiva di malattia dopo il primo trattamento. Con il progredire della malattia, il susseguirsi delle recidive e dei trattamenti, il mieloma diventa sempre più difficile da trattare.
    «L'attuale paradigma terapeutico per il mieloma multiplo comprende una terapia di combinazione che puo' includere agenti immunomodulatori, inibitori del proteasoma, corticosteroidi e anticorpi monoclonali anti-CD38 – spiega spiega Annamaria Gullà, responsabile del Laboratorio di Ematologia Traslazionale e Immunologia di Candiolo -. Tuttavia, numerosi pazienti recidivano e/o diventano refrattari a queste classi terapeutiche. Per questo i nostri sforzi sono concentrati sulla ricerca di nuove armi più efficaci per prolungare la risposta a lungo termine e migliorare la qualità di vita dei pazienti».
    «I risultati di questo lavoro sono un'ulteriore dimostrazione del nostro impegno rivolto alla ricerca di nuovi approcci per la terapia anche dei tumori più difficili da curare - rimarca Salvatore Nieddu, direttore generale dell'Irccs oncologico -. Questo specifico tumore del sangue sembra essere in grado di difendersi dai farmaci attualmente in uso tramite diversi meccanismi di resistenza. È quindi necessario sviluppare un arsenale sempre più ricco di farmaci che, combinati, possano ridurre o evitare che il tumore sviluppi la capacità di resistere ai trattamenti».
  10. FINALMENTE I RAPPORTI DELLA JUVE CON LA MALAVITA SONO FINITI:G li ultrà lasciano il campo. E la sconfitta non è calcistica, ma giudiziaria. «Per noi finisce qui!» recita il comunicato con cui i gruppi del tifo organizzato bianconero annunciano la ritirata dalla curva. Si consuma così la rottura con la società dopo l'inchiesta Last Banner della Digos, coordinata dal dirigente Carlo Ambra, che ha portato in tribunale leader e colonnelli degli ultrà juventini. Con una sentenza, storica in Italia, che per la prima volta ha riconosciuto i comportamenti criminali in curva. Estorsioni, minacce, associazione a delinquere.
    Ai capi delle armate bianconere non è andato giù, oltre alle condanne e ai daspo, il divieto assoluto di esporre bandiere, striscioni e soprattutto urlare.
    «Abbiamo messo tutto il nostro impegno, passione, tempo, per fare tornare la curva sud il dodicesimo uomo in campo per dimostrare che lo Stadium senza il nostro tifo è solo uno stadio freddo, silenzioso e incline a fischiare e a contestare facilmente». Ecco un doppio messaggio che gli ultrà lanciano alla società e a tutti gli altri tifosi che vanno allo stadio senza l'ardore di curva. I "pinguini", così li chiamano.Quei tifosi che vanno con le famiglie e non si sono mai fatti contagiare dalla violenza. Al massimo si concedono qualche parolaccia.
    «Il tifo resterà fuori casa», scrivono. E la nota la firmano tutti, pure i "Drughi" e "Tradizione - Antichi Valori". «Non ci meritate, ma noi manterremo quanto promesso sostenendo la squadra lontano da Torino». Città ostile. «Abbiamo subito collusioni difficili da digerire», sostengono. Si attribuiscono il merito di aver riportato spettatori intorno al campo nel corso della stagione. E se la prendono un po' con tutti: inquirenti, dirigenti, giornalisti. Minacce? Più uno sfogo amaro di chi, in tribunale, ha decisamente perso la partita.
    Tra le righe, comunque, non rinunciano a una sorta di subdolo avvertimento: «Abbiamo sostenuto tutti nonostante sappiamo bene gli usi e abusi di alcuni dei nostri giocatori, che fuori dal campo, alle volte, tendono a comportarsi poco da atleti… Anche se vi allontanate da Torino, le cose si vengono sempre a sapere». A chi si riferiscono? Strani questi ultrà. Che si pensano gladiatori, ma dopo la sconfitta ammainano la bandiera.

 

 

09.05.24
  1. MAFIA LIGURE  Tangentopoli
    in Liguria
    matteo indice
    genova
    Secondo i magistrati un sistema di potere ha indirizzato per anni, con responsabilità e azioni diversificate in un cronico intreccio di tangenti e favori, alcune delle operazioni politico-amministrative più importanti avvenute in Liguria: in primis la mega-concessione per gestire fino al 2051 il Terminal Rinfuse, uno dei principali del porto genovese, e poi il via libera all'espansione dei supermercati Esselunga e la riconversione d'un pezzo di litorale nel Savonese.
    Al vertice della consorteria, secondo il tribunale di Genova, c'erano il presidente della Regione Giovanni Toti (rieletto nel 2020 alla guida d'una coalizione di centrodestra), l'ex numero uno dell'Autorità portuale del Mar Ligure Occidentale Paolo Emilio Signorini (dal 2023 ad della multiutility Iren) e l'imprenditore Aldo Spinelli, ex presidente del Genoa e del Livorno calcio. Sono in arresto con l'accusa di corruzione, su ordine della giudice dell'indagine preliminare Paola Faggioni che ha disposto il carcere per Signorini, mentre per Toti e Spinelli sono scattati i domiciliari. Una misura interdittiva è stata invece emessa per il manager Esselunga Francesco Moncada, marito di Marina Caprotti (non inquisita e figlia di Bernardo, creatore dell'impero dei supermercati), accusato d'aver pagato tangenti a Toti. «Il governatore - scrive la gip - in occasione e in concomitanza di ciascuna delle quattro competizioni elettorali che si sono susseguite nell'arco temporale dell'indagine... ha messo a disposizione la propria funzione, i propri poteri e il proprio ruolo in favore di interessi privati, in cambio di finanziamenti e reiterando il meccanismo».
    Politici, manager e sindacalisti
    Nell'inchiesta coordinata in più fasi da cinque pm, tra cui il procuratore capo di Genova Nicola Piacente, ci sono numerose persone iscritte sul registro degli indagati. Tra i principali inquisiti, oltre a Toti, Signorini e Spinelli, figura l'attuale capo di gabinetto della Regione Matteo Cozzani, ai domiciliari per corruzione e sospetto voto di scambio con aggravante mafiosa, addebito mosso anche nei confronti del governatore, dei consiglieri regionali Stefano Anzalone e Domenico Cianci e del consigliere comunale genovese Umberto Lo Grasso (ai quattro politici non è contestata l'aggravante mafiosa). Nell'opinione dell'accusa si sono variamente accordati con gli esponenti di famiglie vicine alla criminalità organizzata della Valpolcevera, hinterland di Genova, per ottenere un pacchetto di preferenze. E i referenti sono stati Arturo e Maurizio Testa, rappresentanti della comunità riesina (anche) in Liguria oltre che esponenti di Forza Italia in Lombardia: la Procura li considera terminali del clan Cammarata, appartenente al mandamento di Riesi. Legato ai Testa, e ai Cammarata, è ritenuto inoltre Venanzio Maurici, già sindacalista Cgil e interlocutore di Anzalone, che ha da ieri l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Non solo. Contestualmente al blitz di Genova è andato in scena un intervento analogo in provincia della Spezia, dove gli inquirenti hanno messo nel mirino gli affari a loro parere fuorilegge proprio di Cozzani. Prima di diventare uno dei principali dirigenti regionali è stato infatti sindaco di Porto Venere e, insistono i pm, ha favorito in più circostanze i familiari, in particolare il fratello Filippo, finito a sua volta ai domiciliari. Lo stesso provvedimento ha colpito gli imprenditori Raffaele e Mirko Paletti. Nel filone spezzino risultano poi inquisiti Saverio Cecchi, presidente di Confindustria nautica e vertice della società che organizza il Salone nautico di Genova, e Alessandro Campagna, direttore commerciale della kermesse. A parere dell'accusa hanno favorito Filippo Cozzani in un appalto del Salone (la fornitura di acqua in brick da parte della sua azienda "Bevilà") dopo che il fratello Matteo aveva aumentato il contributo pubblico alla manifestazione (da circa 400 mila a 780 mila euro).
    Le mazzette e i regali
    Il segmento d'indagine più rilevante, per il valore delle poste in gioco, è quello sulla presunta corruzione di Toti e Signorini compiuta da Spinelli. I pagamenti di quest'ultimo al governatore sono transitati attraverso il Comitato Giovanni Toti. E però non si tratta di sostegni «in chiaro». Una serie d'intercettazioni, compiute dalle Fiamme Gialle spesso sullo yacht di Spinelli, dimostrano secondo la Procura che quegli stanziamenti erano legati a specifici interventi del politico per favorire l'impresario. In particolare alle pressioni (dirette e indirette) esercitate affinché il Comitato portuale votasse, nel 2021, la proroga d'un trentennio della concessione per gestire il Terminal Rinfuse, rinnovata alla società composta da Gruppo Spinelli (55%) e da Msc (45%). La delibera che ratifica l'ok a Spinelli è del 2 dicembre 2021 e a distanza di pochi giorni, l'8 e il 9, l'imprenditore accredita sui depositi totiani 40.000 euro. Altri trasferimenti avvengono successivamente.
    Le tangenti di Spinelli all'imprenditore sono servite anche per sbloccare altre partite, «come la concessione delle aree Enel, la pratica del tombamento di Calata Concenter... e poi l'occupazione abusiva dell'ex Carbonile». Simbiotico era il rapporto con l'ex presidente del porto Signorini. Secondo i militari del nucleo di polizia finanziaria, è stato corrotto con una mazzetta da 15.000 euro e il pagamento di gioielli e soggiorni trascorsi in suite da 2.500 euro a notte. Tutto a carico di Spinelli, come le fiches per il casinò di Montecarlo e la carta di credito che di nuovo Signorini ha usato in un viaggio a Las Vegas. Un'interdizione dalla carica è arrivata in questo filone per Mauro Vianello, presidente dell'Ente Bacini.
    La spiaggia sognata da Ronaldo
    Un'altra partita cruciale ha riguardato l'intervento della Regione per favorire Aldo Spinelli e il figlio Roberto (indagato) nell'operazione immobiliare compiuta alle ex Colonie bergamasche nel Comune di Celle Ligure (Savona) attraverso la società Punta dell'Olmo, che ha lì realizzato una residenza di lusso entrata a un certo punto pure nei radar di Cristiano Ronaldo. L'interessamento di Toti, secondo i pm, ha permesso che una parte di spiaggia, sotto il controllo del Demanio regionale, fosse concessa in via esclusiva al residence realizzato da Spinelli, il quale a stretto giro ha foraggiato il Comitato del governatore.
    Le campagne di Esselunga
    Un capitolo riguarda i favori di Esselunga a Toti. L'obiettivo della società era consolidare l'espansione in Liguria con due supermercati a Sestri Ponente e a Savona. Le tangenti, per l'accusa, si sono materializzate sotto forma di campagne di pubblicità politica, fatturate come ordinarie inserzioni commerciali dall'emittente tv Primocanale, il cui editore Maurizio Rossi risulta indagato per finanziamento illecito. Toti e Cozzani per gli inquirenti «hanno accettato la promessa di Moncada d'un finanziamento illecito». E questo era rappresentato «dal pagamento occulto di alcuni passaggi pubblicitari nel pannello esposto (da Primocanale, ndr) sulla Terrazza Colombo per la campagna elettorale comunale del 2022, a fronte dell'impegno di sbloccare due pratiche Esselunga pendenti in Regione».
  2. LA PIOVRA Toti e i favori in cambio di finanziamenti "Ci sono le elezioni, mi serve una mano"
    Toti a Spinelli
    andrea rossi
    inviato a genova
    «Sono buttato in barca da Aldo, quando gliela portiamo sta proroga? Se riusciamo entro metà settembre fa comodo anche a me». Secondo la procura di Genova - e la gip Paola Faggioni - quello del presidente della Liguria Giovanni Toti era uno schema collaudato, almeno nei diciotto mesi in cui la Guardia di Finanza ha indagato su di lui: «Pressato dalla necessità di reperire fondi per la campagna elettorale, ha messo a disposizione la propria funzione e i propri poteri in favore di interessi privati, in cambio di finanziamenti, reiterando il meccanismo con diversi imprenditori. In alcuni casi, era lo stesso Toti a chiedere esplicitamente il finanziamento, promettendo al privato comportamenti o provvedimenti a lui favorevoli o addirittura ricordando "di aver fatto la sua parte" e di aspettarsi conseguentemente una "mano"».
    E così dalla barca di «Aldo» - Spinelli, ex presidente del Genoa calcio e a capo di un potente gruppo imprenditoriale nel settore della logistica - il governatore sollecitava il presidente dell'autorità portuale di Genova, Signorini, affinché sbloccasse alla svelta il rinnovo della concessione del Terminal Rinfuse, gate di accesso per i prodotti che transitano da e per il Nord Italia ma che Spinelli ambiva a convertire in area per container, ben più remunerativa. Peccato che all'interno dell'Autorità non tutti fossero d'accordo a concedere una concessione di trent'anni, in particolare i consiglieri nominati dalla Regione e dalla Città metropolitana di Genova. E allora Toti si attaccava al telefono e faceva pressioni. Interessava il sindaco di Genova Marco Bucci. I contrari venivano messi spalle al muro: «Ho finito poco fa di parlare con Toti, al quale riferirò di questo comportamento». E si piegavano.
    Era l'estate del 2022 e il presidente aveva fretta: il 20 e 21 settembre si votava per la Regione, la campagna elettorale andava finanziata. «Il 29 va la tua roba», garantiva a Spinelli. «Ricordati che io sto aspettando una mano».
    Quando ieri mattina i militari gli hanno notificato l'ordinanza si trovava in un hotel a Sanremo dove avrebbe dovuto partecipare a una conferenza stampa con Flavio Briatore. «Siamo tranquillissimi», si è limitato a dire. Ma il quadro ricostruito descrive un sistema di rapporti opachi con imprenditori e portatori d'interesse. Il porto, la grande distribuzione, la sanità privata, i rifiuti. Gruppi che dalla Regione si aspettavano il via libera a operazioni milionarie e che finanziavano - mediante canali leciti ma anche illeciti - le campagne elettorali di Toti, delle sue liste e delle persone da lui indicate. Una rete fittissima - dove non tutto è penalmente rilevante ma quasi tutto sembra almeno inopportuno - attraverso la quale quelle stesse società finanziavano eventi o manifestazioni organizzate dalla Regione contribuendo al loro successo e di conseguenza all'immagine del governatore.
    Secondo procura e gip Toti si sarebbe attivato in almeno cinque occasioni per agevolare la famiglia Spinelli: oltre al Terminal Rinfuse all'imprenditore facevano gola le aree un tempo dell'Enel, sempre al porto, nonché il piano regolatore portuale. E voleva tutto. Toti: «Io sto aspettando una mano eh». E Spinelli: «Ma anche l'Enel». «Sì, ma ci dobbiamo vedere dai». Altra partita, stesso copione: «Ora ci vediamo a festeggiare, dai; porta un po' di caviale da Monaco, che la settimana prossima veniamo a mangiare una patata col caviale in barca». Spinelli: «Eh, vediamo il piano regolatore».
    E poi c'è la vicenda di punta dell'Olmo: la famiglia Spinelli aveva acquistato un'ex colonia sul promontorio tra Celle Ligure e Varazze con l'intenzione di investire 100 milioni e ricavarne 48 appartamenti di lusso. Peccato che la spiaggia subito a ridosso fosse pubblica; toccava privatizzarla per metterla a disposizione del complesso. Toti al telefono: «Sto pranzando con l'intera famiglia di Spinelli... bisogna trovare una soluzione per la spiaggia. Razionalizziamo le (spiagge, ndr) libere che ci sono, accorpiamo spostiamo». A cose fatte passa all'incasso: «Guarda che abbiamo risolto il problema a tuo figlio, ora facciamo la pratica, si può costruire... Quando mi inviti in barca? Così parliamo un po' che ora ci sono le elezioni, abbiamo bisogno di una mano».
    Alla fine dal gruppo Spinelli arriveranno 74 mila euro, non senza forzature da parte del patron sui soci che gli avevano fatto notare il potenziale illecito dei versamenti.
    In un territorio stretto tra il mare e la montagna stringere legami con chi ha in mano la "terra" è tutto. Vale per il porto. E vale per le aree commerciali. C'è Esselunga che ha ferme due richieste di autorizzazione a Genova. Francesco Moncada, membro del cda, si rivolge all'allora ministro Renato Brunetta: «Senti Renato, io sono nelle mani di Giovanni per questi due supermercati qua e... per cui se vogliamo mettere il tuo vino devi parlare con Giovanni». Brunetta possiede alcuni vigneti e a quanto pare è interessato a commercializzare i suoi vini. La pratica si sblocca e anche stavolta gli uomini di Toti, a cominciare dal coordinatore delle sue liste Matteo Cozzani, passano all'incasso: Esselunga acquista spazi pubblicitari sulla Terrazza Colombo, uno dei luoghi più esclusivi di Genova, ma li "dirotta" alla lista che il presidente ha messo in campo per le comunali di giugno 2022 a sostegno del sindaco Marco Bucci.
    Cozzani ha un ruolo decisivo alle regionali del 2022. Stringe rapporti con i fratelli Italo e Arturo Testa, originari di Riesi (Caltanissetta) e secondo gli inquirenti vicini al referente genovese del clan mafioso Cammarata. Lo scopo è orientare il voto della comunità siciliana in alcuni quartieri di Genova su tre candidati cari al governatore; la contropartita sono posti di lavoro. Lo stesso Toti a una cena elettorale si spende: «So che siete due bulldozer, fammi dare un po' di voti alla Ilaria Cavo». Cozzani, che ha capito con chi ha a che fare, ci scherza su: «Una mattina non vorrei trovarmi la Dia in ufficio». Parole profetiche.
    Il voto sarà un trionfo per Toti: oltre il 56%, la sua lista al 22,6%, prima forza del centrodestra. Quasi un plebiscito personale. Che ora gli si ritorce contro: per gli inquirenti è la dimostrazione di come negli anni ha piegato la Regione agli interessi dei suoi finanziatori.
  3. Nelle telefonate il pressing per la proroga trentennale della concessione al porto che poi viene approvata Il gip: l'imprenditore saldò con 15 mila euro le spese per il banchetto nuziale della figlia del manager
    Casinò, gioielli e massaggi hot i regali di Spinelli a Signorini "Qui tutti hanno preso la stecca"
    Sfarzo e favori

    Signorini
    Spinelli
    Spinelli
    Il comitato di gestione
    "
    Le intercettazioni
    giuseppe legato
    È il 1° settembre del 2021 e su Genova soffia scirocco. Sullo yatch degli Spinelli, ribattezzato "Leila 2" c'è il governatore della regione Liguria Giovanni Toti che dopo una serie di chiacchiere sul clima "introduceva un argomento di grande interesse per gli imprenditori". Telefonava a Paolo Emilio Signorini, dal 2 dicembre 2016, presidente dell'Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale: «Quando gliela portiamo la proroga in comitato» domanda il politico. Replica: «Digli di stare tranquillissimo: in due settimane facciamo tutto».
    Annota il gip che la proroga finita nelle cuffie dell'antimafia "era da ricondurre all'istanza di rinnovo della concessione, scaduta il 31 dicembre 2020 dell'area demaniale marittima di 97.803 mq sita tra ponte Rubattino e Ponte ex Idroscalo lato levante del porto dì Genova, impiegata per le operazioni e servizi portuali dell'impresa Terminal Rinfuse Genova, facente capo, in via maggioritaria, agli imprenditori Aldo e Roberto Spinelli, (con il 55%) e solo dopo alla lussemburghese Itaterminaux per il restante 45%, quest'ultima facente capo all'imprenditore Gianluigi Aponte". Il 17 ottobre 2019 la Terminal Rinfuse aveva presentato all'ente presieduto da Signorini una richiesta di rinnovo quarantennale della concessione. "La richiesta di agevolare la positiva trattazione della pratica – si legge agli atti dell'inchiesta - verrà avanzata dall'imprenditore sia a Toti che a Signorini al quale Toti "in una successiva telefonata" dice chiaramente "Portiamo quella roba lì in comitato il prima possibile che mi fa comodo anche a me". Scrivono gli investigatori: "Non solo Signorini e Toti hanno promesso la proroga a Spinelli, ma ne danno per scontata l'approvazione". Tanto da dire (Signorini) intercettato: «Ma è una cosa solo burocratica, lui è apprensivo, ma stai tranquillo».
    Il comitato di gestione dell'autorità portuale viene finalmente convocato per il 29 settembre. Ed è Signorini che lo annuncia a Spinelli che – entusiasta, così replica: «Belin, sto numero stasera me lo gioco al lotto!». Tre componenti del cda sono contrari. Due saranno convinti con un'invidiabile operazione di moral suasion e il 2 dicembre l'operazione va in porto. Seguiranno bonifici al comitato elettorale di Toti almeno due da 15 mila euro tra giugno e ottobre 2021.
    Ora c'è da accontentare Signorini, l'uomo del porto, che peraltro "si interesserà all'assegnazione al gruppo Spinelli delle aree dell'ex Carbonile e al tombamento di Calata Concenter: "Spinelli – si legge - iniziava così con una lucrosa promessa di assunzione una volta terminato il mandato in AdSP e una volta "sistemate" le sue pratiche di interesse". Dice l'imprenditore al manager: «Questi tre anni li devi usare bene però Paolo quello che ti chiedo è questo... mettiamo a posto...dai tu mettimi a posto le cose e noi ti facciamo un contratto con un ufficio a Roma di 300 mila euro all'anno...."... non te lo faccio io te Io faccio fare dall'armatore.....eee ho capìto belin Paolo, son mica scemo».
    L'altra lucrosa contropartita per convincerlo sono stati "i soggiorni di lusso a Montecarlo (con connesse regalie alle accompagnatrici dello stesso Signorini) offerti da Spinelli, diventate d'abitudine – dice il gip - (22 fine settimana per un totale di 42 notti all'hotel De Paris dal 31 dicembre 2021 al 19 febbraio 2023) sempre con l'accortezza di non essere scoperti". Signorini se ne preoccupa e lo confida al suo benefattore: «Ma a Montecarlo...se controllano il tuo conto...perché sai». Spinelli lo fulmina: «Ma non controllano a Montecarlo, stai tranquillo che lì non esce niente Paolo». I soggiorni includevano "anche extra quali servizi in camera, massaggi e trattamenti estetici, posto tenda nella spiaggia della struttura alberghiera durante il periodo estivo ("Monte Carlo Beach") e partecipazione ad eventi esclusivi, quali la finale del torneo internazionale di tennis "Rolex Monte Carlo Masters" o serate a tema con annesso spettacolo musicale, riservate ai clienti più importanti del Casinò di Monte Carlo". Tali servizi – scrive la guardia di Finanza - "sono stati offerti da Spinelli mediante la linea di credito di cui gode l'imprenditore, per se stesso e per i propri ospiti, nelle strutture ricettive della Monte Carlo Sociètè Des Bains de Mer387, in quanto cliente di prestigio del Casinò monegasco". Signorini apprezzerà molto: «Sai cosa ho detto a B…(la sua compagna)? Guarda, sarà uno dei Capodanni migliori, perché Aldo è una persona normale, che ti dà energia e una serata così la passi... naturale perché con tanti coglioni che girano». Intanto, per esempio, dall'1 al 5 giugno il soggiorno costerà 22 mila euro. A spese di Spinelli ovviamente.
    A un imprenditore così generoso come l'ex presidente del Genoa Calcio si possono chiedere – in cambio della proroga trentennale del porto – anche "15 mila euro in contanti per saldare le spese del matrimonio della figlia". Altri 660 specificatamente erogati "per il banchetto nuziale li riceverà dall'imprenditore Mauro Vianello". In cambio di cosa? "Dell'aumento della tariffa oraria per l'impresa di Vianello che opera nel porto con servizi dedicati alla sicurezza dello scalo. In definitiva, scrivono i pm "nel giro di pochi mesi, il Presidente Signorini si trovava così "legato" agli interessi dì Spinelli da arrivare a "ignorare" le occupazioni abusive delle aree demaniali dello stesso".
    E quando qualcuno del comitato di gestione solleverà legittimi dubbi su quel rinnovo "cosìpre-confenzionato e quindi invotabile" verrà messo in minoranza. Forse perché ha capito cosa sta accadendo. Dirà un componente contrario alla delibera. «Qui hanno preso tutti la stecca. L'hanno presa talmente in tanti che facevano di tutto per farla passare ‘sta delibera». Di fronte a tali rimostranze Signorini si comporta in maniera "totalmente asservita a Spinelli". E una volta incassato il sì a maggioranza parte per Montecarlo con Toti, Spinelli e compagne al seguito. Spenderanno 1800 euro ("sarà la prima e unica notte di 42 successive pagate da Signorini e non da Spinelli) a carico dell'imprenditore. Sarà Spinelli a sugellare la festa con un regalo alla signora: «Le ho comprato una borsa Chanel, sai com'è? È meglio sempre…»
    C'è ancora il progetto di un lussuoso Capodanno a quattro a Las Vegas. Spinelli e Signorini ne parlano al telefono. Si discute – per intenderci - di un appartamento a due camere con salone e di una suite. La linea di credito aperta dall'imprenditore è di 500 mila euro («tanto non li spendo». Signorini però avrà un problema personale e addio America: "Ripiegheranno su Montecarlo" chiosa il giudice.
  4. Le trattative con il clan mafioso Cammarata. Coinvolto anche un sindacalista Cgil
    Quella cena elettorale sotto il Morandi "Dirottiamo duecento voti sulla Cavo
    "
    marco fagandini
    genova
    «Toti mi ha preso da parte e mi ha detto "ascolta, so che siete due bulldozer, fammi dare un po' di voti alla Ilaria Cavo". Allora stiamo dirottando, se riusciamo, 150, 200 voti a questa», racconta Italo Maurizio Testa alla moglie. Sono passati due giorni dalla cena del 12 settembre 2020, organizzata da lui e dal fratello gemello Arturo Angelo al ristorante Punta Vagno di corso Italia. Una serata per raccogliere i voti della comunità riesina di Certosa, il quartiere di ponte Morandi, a favore, secondo i riscontri della Guardia di finanza, di tre candidati totiani alle elezioni del 20 e 21 settembre dello stesso anno: Ilaria Cavo (non indagata), Stefano Anzalone e Lilli Lauro (non indagata). Alla serata parteciperanno Giovanni Toti e gli ultimi due candidati, ma non la Cavo. Teme di essere associata ai due testi. Non andrà, nonostante le rassicurazioni di Matteo Cozzani, all'epoca coordinatore della lista "Cambiamo con Toti Presidente" e sindaco di Porto Venere, che le spiega così l'utilità di questi incontri per il successo elettorale: «Ma vieni con Giovanni, dai i santini... È come la mortadella, poca spesa tanta resa... 10 giorni dopo ci sono le elezioni, te una volta che hai fatto quello, blocchi il numero e grazie e arrivederci».
    Per la Procura di Genova, i gemelli Testa sono il fulcro, assieme a Cozzani, di un sistema di dare e avere collaudato. Dove i primi promettono e - per gli inquirenti - forniscono alcune centinaia di voti alla causa arancione di Toti. E il secondo si adopera per trovare posti di lavoro ed esaudire altri desideri degli elettori interessati. Italo Maurizio e Arturo Angelo Testa sono indagati per corruzione elettorale aggravata dall'aver fatto tutto questo con la consapevolezza di favorire il clan mafioso Cammarata del Mandamento di Riesi, radicato a Certosa. E per questo da ieri sono sottoposti alla misura dell'obbligo di dimora nel comune di Bogliate, nella bergamasca, dove Italo Maurizio Testa è consigliere comunale di Forza Italia. Stessa accusa, aggravante mafiosa compresa, viene mossa nei confronti di chi, secondo gli inquirenti, rappresenta a Genova i Cammarata, ovvero Venanzio Maurici, sino alla sospensione di ieri sindacalista della Cgil, che ha l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Anni fa l'associazione "Casa della legalità Onlus" di Christian Abbondanza, realtà antimafia molto attiva in Liguria, ne aveva tratteggiato le frequentazioni pericolose comprese quelle ai funerali di un capobastone dei siciliani a Genova. Li aveva querelati, accuse archiviate. Oggi risponde di corruzione elettorale con l'aggravante dell'aver agevolato il clan mafioso pure per Cozzani, da ieri ai domiciliari. Sono poi indagati per questo reato ma senza aggravante Giovanni Toti e il consigliere regionale Stefano Anzalone, entrato in Regione da totiano e oggi nel gruppo misto. Per la Finanza, Anzalone ha contrattato voti e promesse con i Testa.
  5. QUANDO NON CAPISCI CE' MAFIA E CORRUZIONE : il retroscena
    porto
    Le mani
    sul
    alberto quarati
    genova
    L'area del porto su cui si concentrano le attenzioni della Procura di Genova è quella sotto la Lanterna. Un punto dello scalo quasi invisibile dalla città e oggi sicuramente il meno vivace, ma anche quello su cui si concentra gran parte dei piani di sviluppo del porto e dove, se fosse confermato l'impianto accusatorio e fosse necessario rifare le gare per le concessioni, scatterebbe una corsa tra gli operatori tagliati fuori dalle triangolazioni Toti-Signorini-Spinelli, con tutto il corollario di ricorsi alla giustizia amministrativa che questo tipo di battaglie per gli spazi in porto è solito portarsi dietro.
    La mappa
    Nella zona si trovano, da Levante a Ponente, il Terminal Bettolo, in concessione al gruppo Msc, il Terminal Rinfuse, 55% Spinelli e 45% Msc, il carbonile dell'ex Centrale Enel su cui Spinelli diverse licenze temporanee di utilizzo, e il Genoa Port Terminal, concessione storica dell'imprenditore genovese. Il quadro è questo: Bettolo è un terminal container che deve essere finito di costruire e per ora va così così, il traffico nel 2023 è sceso del 32% rispetto all'anno prima, 100 mila container da 20 piedi, grosso modo 50 mila camion in entrata e uscita. Il Rinfuse nel 2021, anno di richiesta della proroga della concessione finita nel mirino dei giudici, metteva a consuntivo un traffico di 199 mila metri lineari di traffico traghetti (grosso modo 19 mila camion l'anno) e 534 mila tonnellate di rinfuse solide (che poi è tutto quello che viaggia sfuso nelle stive delle navi: non solo carbone ma anche sabbie per fare le piastrelle, caolino, un tempo a Genova anche i cereali, persino il sale da spargere d'inverno sulle autostrade): nel 2023 i metri lineari sono stati zero e mentre le rinfuse sono cresciute a 662 mila tonnellate. Il carbonile dell'ex Centrale è usato da residualmente da Spinelli mentre il Genoa Port Terminal è invece il fulcro della sua attività portuale, un'area intensamente sfruttata che muove soprattutto container (in calo lo scorso anno) e traghetti merci (in crescita).
    La nuova Diga
    Già nel Piano regolatore portuale del 2001 firmato da Giuliano Gallanti, l'area, almeno quella di Bettolo, era destinata a diventare un grande polo per il traffico dei container. I lavori per trasformare la Calata Bettolo nell'attuale terminal sono iniziati nel 2005, ma man mano che si andava avanti e le dimensioni delle navi crescevano, è diventato sempre più evidente la necessità di spostare la Diga foranea più in là nel mare. Un miliardo di euro tutto a carico dello Stato, difficile trovare i soldi: e questo è stato il capolavoro dell'allora presidente del porto di Genova, Paolo Emilio Signorini, che nel 2021 è riuscito a far inserire i finanziamenti per la nuova Diga, o almeno quelli destinati al primo lotto, all'interno del Piano nazionale complementare, allcollegato al Piano nazionale di ripresa e resilienza.
    Perché le aree fanno gola
    L'obiettivo di Spinelli è realizzare un grande compendio tutto dedicato ai container, che si estenda da Bettolo al Genoa Port Terminal. Unendo, se non in concessione, ma almeno dal punto di vista della funzionale, tutto quello che c'è in mezzo: il Rinfuse e l'ex Carbonile Enel. Non solo, ma l'idea, appoggiata anche dal sindaco Marco Bucci che l'ha proposta pubblicamente, è anche quella di "tombare", cioè riempire tutti gli spazi di mare che oggi ci sono tra una banchina e l'altra, perché le porta-container prediligono un ormeggio laterale, e non di poppa e prua come i traghetti o i bastimenti per cui in origine era stato costruito il porto il secolo scorso.
    Il pressing
    Ed ecco quindi perché, secondo gli inquirenti, per Spinelli era importante avere, e in fretta, una concessione di 40 anni sul Terminal Rinfuse (poi ridotti a 30 dall'Authority), ecco perché le mire sul carbonile che è il trait d'union fra il Genoa Port Terminal e il Terminal Rinfuse, ed ecco perché la fretta di riempire Calata Concenter, cioè lo specchio di mare davanti al Carbonile, togliendo il vincolo della Sovrintendenza, con il bonus dei 30 milioni presi dal programma straordinario di finanziamenti per la caduta del Ponte Morandi.
    Cosa succede adesso
    Le aree sono molto ambite, e se dovessero essere rifatte le gare, potrebbero farsi avanti i soggetti esclusi in principio. Tra le ipotesi che circolano c'è per esempio Steinweg, la società che ha perso un intero magazzino per far spazio al cantiere del Tunnel subportuale, ma soprattutto Superba, la società dei Depositi chimici che aveva presentato istanza per le aree dopo essere stata estromessa dalla cordata con Spinelli e Aponte per ottenere il Terminal Rinfuse. L'azienda ha sempre ritenuto che la collocazione dei Depositi sotto la Lanterna fosse meglio di quella, contestatissima da comitati e aziende concorrenti, a Ponte Somalia, nel porto di Sampierdarena. Alla finestra, si ipotizza in porto, ci sono poi i soggetti che indirettamente fanno le spese del trasferimento dei Depositi al Somalia, come Grimaldi che si è già detto interessato in ipotesi alle aree del vicino Sech, o il gruppo Campostano che vede a rischio il rinnovo della propria concessione.
  6. Accusata di false informazioni aggravate ai magistrati
    L'ex pm Boccassini indagata a Firenze

    Ilda Boccassini, ex procuratore aggiunto di Milano, è indagata dalla Procura di Firenze per false informazioni al pm aggravate.
    Sentita in procura a Firenze, l'ex magistrato non rivelò ciò che sapeva riguardo alla fonte del giornalista Giuseppe D'Avanzo, un dettaglio riportato nel suo libro "La stanza numero 30".
    La procura di Firenze ora contesta a Boccassini il reato di false informazioni al   pm aggravate dal tipo di indagine nella quale furono rese le dichiarazioni incriminate, ovvero il fascicolo delle stragi aperto presso la procura del capoluogo toscano. La convocazione di Boccassini in procura a Firenze, alla presenza anche dei magistrati di Caltanissetta, risale al 14 dicembre 2021.
    In quella circostanza fu convocata per chiederle un chiarimento a proposito di uno scoop giornalistico sulle rivelazioni di un pentito circa flussi di denaro destinati a Silvio Berlusconi. L'ex magistrato, all'interno del libro in questione, non cita la fonte, anche se sembra da lei conosciuta. E successivamente non lo ha fatto nemmeno ai magistrati, gli stessi che adesso le hanno recapitato un avviso di conclusione indagini.
  7. MA IL TEATRINO POLITICO CONTINUA:        Tutti alla corte del premierato. Oggi la "madre di tutte le riforme" arriva nell'Aula del Senato. Una discussione generale, che non prevede voti. Il momento clou della giornata avverrà però alla Camera dei deputati, dove è in programma un convegno dal titolo "La costituzione di tutti. Dialogo sul premierato", che sarà concluso dall'intervento di Giorgia Meloni, con un parterre di volti noti e anche di imprenditori.
    Gli organizzatori della giornata di discussione sono le fondazioni De Gasperi e Craxi, presiedute da due ex ministri, Angelino Alfano e Margherita Boniver. E i relatori sono di chiaro livello accademico: il costituzionalista Francesco Clementi, il politologo Giovanni Orsina, la giurista Anna Maria Poggi, oltre all'ex presidente della Camera Luciano Violante.
    A dare grande risonanza all'evento è stato direttamente Palazzo Chigi, che prima ha inserito nell'agenda ufficiale della presidente del Consiglio questo appuntamento e poi ieri lo ha descritto con grande enfasi in un documento fornito ai giornalisti: «In una effettiva democrazia è necessario che al mandato degli elettori corrisponda una legislatura stabile, dove il programma che ha ottenuto la fiducia degli elettori trovi piena attuazione». Insomma, la narrazione di Fratelli d'Italia. Nel documento di due pagine partito dalla sede del governo si legge: «Il tema del futuro della Nazione, del suo ammodernamento, verrà discusso dinanzi ad una platea composta da imprenditori, professionisti, accademici, scienziati, artisti e sportivi: uno spaccato rappresentativo delle classi dirigenti». L'elenco dei personaggi coinvolti dalle fondazioni e amplificato da Palazzo Chigi è lungo. Al capitolo "imprese" figurano tra gli altri Pietro Salini, l'Ad di WeBuild (impresa incaricata di costruire il Ponte sullo stretto di Messina) e Marco Hannapel di Philip Morris. Mentre alla voce sanità ecco spuntare Kamel Ghribi, vicepresidente gruppo San Donato (di cui lo stesso Alfano è presidente) e Giampaolo Angelucci, presidente della finanziaria Tosinvest, figlio del deputato della Lega Antonio Angelucci, editore di varie testate di area di centrodestra e in trattativa con Eni per l'acquisto dell'agenzia di stampa Agi. Un passaggio di proprietà che ha suscitato le proteste dei giornalisti e l'allarme sull'indipendenza dei media in Italia da parte delle maggiori testate internazionali. Nell'elenco diffuso da Palazzo Chigi c'è anche il presidente dell'Ordine dei Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca, nonché marito della ministra Calderone, oltre ai sacerdoti di Caivano, Maurizio Patriciello e , Tor Bella Monaca, Antonio Coluccia. L'idea che Palazzo Chigi vuole diffondere è che il dibattito sulla riforma del premierato debba essere esteso anche al di là degli addetti ai lavori. Tanto che tra gli invitati ci sono anche il produttore cinematografico Tarek Ben Ammar (già socio di Silvio Berlusconi), il presidente della Siae Salvo Nastasi, gli sportivi Elisa Di Francisca e Filippo Magnini, la cantante Iva Zanicchi e l'attrice Claudia Gerini, già ospite dell'evento elettorale di Fratelli d'Italia a Pescara.
    Il percorso delle riforme intanto prosegue. Quello del premierato «troppo velocemente», secondo le opposizioni che ritengono una forzatura l'arrivo in Aula del provvedimento prima delle Europee. Mentre Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia, ribalta la tesi: «È falso che stiamo accelerando, semmai siamo in ritardo». Nella maggioranza crescono i dubbi di una prima approvazione in tempo per le Europee. Dietro alle questioni di calendario ce ne sono alcune politiche ben più rilevanti. La prima si potrà chiarire già oggi quando si capirà se la Lega presenterà o meno un emendamento con la propria richiesta sulla cosiddetta norma "antiribaltone", formulata in Commissione da Paolo Tosato. Il Carroccio ieri ha dovuto digerire la decisione del rinvio praticamente certo del voto definitivo sul ddl sull'autonomia differenziata. Tutto rimandato a dopo le elezioni. —.
  8. UN PAESE ALLO SFASCIO PER INCAPACITA' E NON VOLONTA' POLITICA: L'odissea di 2321 insegnanti arrivati a Roma da tutt'Italia per la prova La denuncia: "Niente acqua né caffé". Intervenuta anche un'ambulanza
    Concorso da presidi in mezzo ai piccioni e all'odore di fogna
    caterina stamin
    «Non ho dormito, ho pianto tutta la notte. Mi sento umiliata». Singhiozza Carlotta (nome di fantasia). È docente di Inglese da più di 20 anni. E sogna un passo avanti nella sua carriera. Vuole diventare preside, portare le sue competenze al vertice di un istituto. E così, il 6 maggio, partecipa al concorso straordinario per dirigenti scolastici. Lo aspetta dal 2017. Ha studiato sei anni per ritrovarsi in un padiglione della Fiera di Roma tra tanfo di fogna e piccioni che svolazzano. Banchi non sufficienti e tablet consegnati all'ultimo momento. Colleghi - tra cui un malato oncologico - che accusano malori e un intervento della Croce Rossa. «Come puoi sostenere in queste condizioni una prova che aspetti da tutta la vita?».
    A presentarsi al concorso 2.321 aspirati presidi, vincitori del ricorso fatto nel 2017 e concluso con la pronuncia del Consiglio di Stato a favore della ripetizione dell'esame scritto. La convocazione è per le 10,30. Ma la prova inizia 4 ore dopo. A ricostruire l'attesa interminabile è una docente di Lettere di Salerno: «Appena arrivati ci hanno fatto salire una scalinata, senza accesso per disabili. Una persona si è dovuta far portare in braccio da un vigile». Sono in tanti a denunciare «una caotica procedura d'autenticazione da parte di giovani addetti». «Ci hanno fatto sedere solo intorno alle 12 - prosegue -. Nell'attesa, non c'erano né macchinette né un bar dove prendere un caffè o dell'acqua. Per non parlare dei bagni maleodoranti e insufficienti». Un'altra docente di Lettere ironizza: «Le racconto la parte divertente: per il cattivo odore proveniente dai bagni hanno aperto le finestre e sono entrati piccioni. Si rende conto?».
    I candidati si siedono alle 13,30. Ma dopo neanche cinque minuti l'ennesimo stop. «C'è un problema tecnico», viene comunicato al microfono. Nel padiglione c'è chi si alza per protesta. Chi urla «vergogna» e chi sbatte i pugni sul banco. Capiscono poco più tardi quale sia il problema, quando gli addetti alla sorveglianza sono costretti ad aggiungere banchi, insufficienti rispetto al numero di candidati.
    La prova comincia attorno alle 14. Nel caos. «Hanno iniziato a chiedere chi volesse dell'acqua solo in quel momento - ricorda un docente di Scienze Matematiche - aumentando la confusione». Alle 17 per la maggior parte degli aspiranti presidi l'esame è finito. In ritardo rispetto alle previsioni, costringendo i docenti a ricomprare biglietti di treni o aerei per tornare a casa. Costi da aggiungere ai 350 euro spesi per la partecipazione al concorso. A superare la prova sono 1.971 candidati, l'84,9%. Ma anche tra loro resta l'amarezza: «È questo il rispetto che ha la scuola per i suoi docenti?». A intervenire è il ministro dell'Istruzione, Giuseppe Valditara: «Le disfunzioni sono inammissibili, ho disposto che gli Uffici ministeriali acquisiscano tutti gli elementi per individuare, tra i vari enti competenti per la procedura, quelli cui siano addebitabili i problemi riscontrati, affinché ne possano rispondere»
  9. Sedicenne picchia il prof per il voto troppo basso
    Ieri pomeriggio ha presentato una formale denuncia ai carabinieri di Corigliano Rossano (nel Cosentino) il professore aggredito da un suo studente sedicenne nel centro del Cosentino. L'esposto fa riferimento a un episodio accaduto nei giorni scorsi.
    Secondo quanto è stato ricostruito, dall'insegnante, l'adolescente avrebbe protestato per un voto dato dall'insegnante e che il giovane riteneva troppo basso. A quel punto, avrebbe atteso il docente fuori dall'Istituto scolastico e lo avrebbe preso a male parole, passando subito dopo ai fatti, prendendolo ripetutamente a pugni.
    L'aggressione è avvenuta all'esterno dell'edificio scolastico e nell'immediato non sono arrivate sul posto le forze dell'ordine. Ma la formalizzazione della denuncia è arrivata più tardi in caserma dai carabinieri, che hanno avviato le indagini segnalando il ragazzino al Tribunale per i minorenni di Catanzaro.
  10. Il governo toglie 330 milioni di euro ai fondi per l'auto
    Mario RossiMario Rossi Pubblicato il 08/05/2024
    Meno fondi per gli incentivi auto e le colonnine di ricarica domestica. A sorpresa, per finanziare le politiche previste dal cosiddetto decreto Coesione, pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale e in vigore da oggi, il governo ha tagliato di 60 milioni di euro i fondi per il 2024 destinati ai “contributi per l'acquisto di veicoli non inquinanti di categoria M1, N1 e N2” (autovetture e autocarri, ndr) e di 20 milioni le risorse “per l'acquisto di infrastrutture di ricarica a uso domestico”, peraltro in gran parte non utilizzati, quantomeno quelli stanziati per gli anni 2022 e 2023.

    Ipotecato un quarto dei fondi per il 2025. Ma, soprattutto, il provvedimento ha decurtato di un quarto, ossia di 250 milioni, il miliardo di euro destinato dal cosiddetto decreto Draghi del 2022 alla filiera del settore automotive per il 2025: un tesoretto pensato per sostenere la transizione ecologica sia attraverso lo strumento del contributo all’acquisto di auto a basse emissioni, i cosiddetti incentivi appunto, sia mediante politiche di supporto alla riconversione dell’industria dell’auto e della componentistica. Il provvedimento passa adesso all’esame del parlamento, dove dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni, eventualmente con modifiche, pena la sua decadenza. Nel frattempo, il Dpcm che riforma gli incentivi 2024, presentato ufficialmente l’1 febbraio 2024 dal ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, è ancora all’esame della Corte dei conti

 

 

08.05.24
  1. Quel doppio binario del Dragone tra dazi e alleanza in chiave anti-Usa
    Nathalie Tocci
    La visita del presidente cinese Xi Jinping in Europa, la prima dal 2019, può apparire contraddittoria. A ben vedere, non lo è.
    Partiamo dalle contraddizioni. Da un lato, Xi visterà Ungheria e Serbia, e dall'altro si è recato ieri in Francia, dove ha incontrato all'Eliseo il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. In un caso, il capo della Repubblica popolare sembra voler giocare ad un cinico divide et impera, enfatizzando il ruolo dei leader euroscettici e simpatizzanti con Mosca, come lo sono certamente il primo ministro ungherese Viktor Orbán, e in una certa misura anche il presidente serbo Alexander Vu?i?, il cui Paese è comunque candidato ad entrare nell'Unione europea. Nel secondo caso, Xi ha puntato su uno dei leader più eurofili dell'Ue, che, avendo abbandonato ogni illusione di un negoziato con Vladimir Putin, dimostra anche maggiore chiarezza strategica sulla guerra in Ucraina e le relazioni Europa-Russia.
    Nel caso di Belgrado e soprattutto Budapest, non sono previsti scossoni. Le relazioni commerciali tra Cina da una parte e Serbia e Ungheria dall'altra vanno a gonfie vele. In particolare, gli investimenti cinesi nei due Paesi sono in ascesa. Xi ha senza dubbio puntato su queste due tappe anche per sventolare la carota davanti agli occhi degli altri Paesi europei, ossia mettere in bella mostra i vantaggi economici derivanti dai buoni rapporti politici (leggi: di sudditanza) nei confronti di Pechino. Soprattutto l'Ungheria, infatti, da anni non lesina minacce di veto nel Consiglio Ue per scongiurare posizioni europee marcatamente critiche nei confronti di Pechino, ad esempio riguardo alle violazioni del diritto internazionale nel Mar cinese meridionale. Nel caso della Serbia, invece, non è certo casuale la coincidenza della data della visita di Xi con il venticinquesimo anniversario del bombardamento (accidentale) della Nato dell'ambasciata cinese a Belgrado durante la guerra in Kosovo.
    Il sottinteso euroscettico e antioccidentale delle visite del presidente cinese a Budapest e Belgrado non è passato inosservato, e ha condito di tensione gli incontri di Parigi. Ma non è stato l'unico motivo. A dare maggiore concretezza ai problemi tra Francia e Commissione europea, da un lato, e Cina dall'altro sono proprio le relazioni economiche. Bruxelles rileva un deficit commerciale con la Cina di quasi 300 miliardi di euro nel 2023, attribuito alle restrizioni di accesso al mercato cinese per i prodotti europei (ad esempio per i dispositivi medici) e al "dumping" ad opera di Pechino, che esporta auto elettriche e pannelli fotovoltaici a basso costo. La Commissione, intenta a contrastare le politiche commerciali sleali cinesi e a sostanziare la strategia del "de-risking", ha aperto un'indagine sulle auto elettriche e le tecnologie verdi cinesi in Europa. Di conseguenza, già questo mese potremmo vedere i primi dazi Ue sulle auto elettriche del gigante asiatico, che farebbero da apripista a tariffe permanenti entro novembre, che potrebbero arrivare fino al 30%.
    Alimentando quella che potrebbe sfociare in una guerra commerciale Europa-Cina, Pechino minaccia di rispondere per le rime, ad esempio limitando le esportazioni di materiali e componenti necessari nella produzione di microchip, e infliggendo dazi sulle esportazioni europee in settori come i cosmetici ed il cognac, non a caso tra le principali importazioni dalla Francia.
    In generale, l'Ue teme che la Cina miri ad imporre dazi soprattutto sul settore agroalimentare, che come reso evidente dalle proteste degli agricoltori contro le politiche climatiche Ue, rappresenta ancora una potentissima lobby capace di mettere in ginocchio le istituzioni europee. Ben inteso, Xi non è andato a Parigi sul piede di guerra. La Cina, la cui ripresa economica rimane assai fragile, punta molto sull'Europa. Ma per farlo, tenta un machiavellico equilibrismo tra la carota e il bastone.
    E qui il nodo dell'apparente contraddizione della visita di Xi si scioglie. Se è vero che Macron e Orbán sono agli antipodi dello scenario politico europeo, è altrettanto vero che Xi vede nel francese il leader che, in virtù della chiarezza strategica che pochi suoi omologhi in Europa oggi hanno, è più incline a tracciare una via autonoma rispetto a Washington. Già nel suo primo discorso alla Sorbona, nel 2017, Macron aveva delineato i contorni di un'autonomia strategica europea, visione che ha sostanziato ulteriormente nel suo secondo discorso all'ateneo parigino, il 25 aprile scorso. È una visione che era stata temporaneamente accantonata, dopo l'elezione di Joe Biden nel 2020 negli Stati Uniti e l'invasione russa dell'Ucraina nel 2022, e il conseguente rafforzamento della Nato e delle relazioni transatlantiche. Oggi, invece, avvicinandosi lo spettro di una possibile rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca, è stata rispolverata con maggior vigore rispetto a sette anni fa. È su questo desiderio di autonomia strategica europea che Xi vuole far leva, per seminare zizzania tra Europa e Stati Uniti.
    Ma è una leva che si scontra con la reale causa di una possibile divergenza transatlantica. Se oggi si parla di nuovo di autonomia strategica europea, non è perché in Europa si voglia fare a meno degli Stati Uniti, ma perché potrebbe essere Washington, sotto guida Trump, a decidere di fare a meno di noi, abbandonando non solo l'Ucraina ma l'intera difesa del Continente. In questo scenario da incubo, ben chiaro a Macron, la responsabilità militare, e persino nucleare, della sicurezza del nostro continente, ricadrebbe interamente sugli europei. Oggi quella sicurezza è minacciata esistenzialmente dalla Russia, sostenuta com'è noto proprio dalla Cina. In sintesi, quanto più l'autonomia strategica diventerà per gli europei non una libera scelta ma una necessità esistenziale dettata dal disimpegno americano ed un Continente europeo in guerra, tanto più le relazioni Europa-Cina diventeranno tese alla luce della convergenza strategica tra Pechino e Mosca. —
  2. l tour europeo continua nei due paesi più vicini alla russia
    Serbia e Ungheria a caccia di contratti e capitali
    Il mini tour del presidente cinese Xi Jinping in Europa non finisce qui. Domani si recherà in Serbia, che «lo attende con enorme interesse e fiducia», per la sua seconda visita ufficiale dopo quella del 2016, destinata a rafforzare ulteriormente i già solidi rapporti tra Belgrado e Pechino. Quest'ultima è sempre più attivo partner commerciale della Serbia, a sua volta principale caposaldo nei Balcani della Cina (e anche della Russia). Belgrado punta a intensificare il flusso di investimenti, che nell'ultimo decennio si sono moltiplicati in particolare nei settori siderurgico, minerario e delle infrastrutture stradali e ferroviarie. Pochi giorni fa il presidente serbo Vucic, in una intervista televisiva, ha detto di voler chiedere a Xi di aprire in Serbia una fabbrica di treni e locomotive, per poi allargarsi ai settori ritenuti strategici dell'intelligenza artificiale e dell'alta tecnologia, delle auto elettriche e dell'agroalimentare. In seguito, Xi si recherà in Ungheria. Anche Budapest «accoglie a braccia aperte» il leader cinese, per quella che considera «visita di importanza storica». L'obiettivo è integrare il Paese magiaro nella strategia di Pechino e firmare 16 accordi economici, per un valore di 13 miliardi di euro.

 

 

 

07.05.24
  1. I dati - per quanto ricostruito con fonti aperte da La Stampa - sono amari. Richiamano anni bui che sembravano cancellati dal tempo e vanno ben al di là dei due casi più noti di Bari e Torino. Da Messina a Pozzuoli, da Avellino a Palermo, da Catania a Cagliari fino a Manfredonia e a Reggio Calabria nei primi 100 giorni del 2024 sono 54 gli amministratori, politici e funzionari comunali e regionali coinvolti in inchieste sul malaffare nella pubblica amministrazione: corruzione, turbativa d'asta, voto di scambio politico mafioso, reati elettorali. Decine gli imprenditori o i manager (47) posti a capo di società partecipate a capitale misto o private finiti nei guai.
    E così a Bari, indagando sulle elezioni regionali (coinvolti l'ex assessora della giunta Emiliano Anita Maurodinoia e il marito Sandro Cataldo), ma anche sulle amministrative a Grumo Appula del 20 e 21 settembre 2020 e del 3 e 4 ottobre 2021 a Triggiano (sindaco e vicesindaco indagati), i pm hanno ipotizzato un'associazione a delinquere che prometteva posti di lavoro in cambio di voti. Il tenore del mercanteggio è questo: «La signora è venuta di nuovo e ha detto: ho tutti gli amici di mio figlio per votare, faccio venire mio figlio per il rappresentante di lista, però voglio la bombola del gas».
    Il Ras delle tessere
    A Torino il signor Francesco Anello chiamerà il maggiorente del Pd Salvatore Gallo, considerato un Ras delle tessere (e indagato sul punto per corruzione elettorale) per «ottenere un suo interessamento al fine di consentirgli di sottoporsi a un intervento chirurgico in tempi celeri». Perché - dirà intercettato Anello - «A sto c…o di Cottolengo non mi danno termini». Gallo si adopererà ma preciserà subito. «Questo ti costerà 50 voti e non sto scherzando perché stavolta devo vincere e le telefonate le puoi fare pure se sei sulla sedia a rotelle».
    Ad Avellino, due settimane fa, è stato arrestato il sindaco dimissionario Gianluca Festa. È accusato di presunte «sollecitazioni illecite» nei confronti di imprenditori, legati da rapporti contrattuali col Comune, per sponsorizzare iniziative organizzate da privati in città, come Eurochocolate: in questo modo ci sarebbero state «ricadute positive sull'immagine del primo cittadino nel periodo immediatamente precedente alle consultazioni elettorali». Elezioni alle quali Festa (espulso dal Pd nel 2021) si accingeva a ricandidarsi, con una lista civica di ispirazione di centrodestra. Anche la presunta corruzione avrebbe a che fare con una sponsorizzazione, ottenuta in cambio di «favori» al titolare di un punto vendita di una nota catena di ristorazione, pure lui indagato. Anche la vice di Festa, Laura Nargi che avrebbe dovuto reggere pro tempore il Comune), è finita nei radar della procura.
    Appalti col trucco
    E poi c'è Pozzuoli che racconta un'inchiesta di presunti traffici di influenze. «La gara è tutta inutile, perché lui, quando decide chi deve vincere, lo fa», diceva Antonio Carrabba, dipendente del gruppo imprenditoriale «Musella» in una conversazione del 20 ottobre 2021 alludendo a un politico chiamato «Kojak». Per i pm si riferiva all'allora sindaco Pd della cittadina Vincenzo Figliolia finito nell'inchiesta sui presunti tentativi di pilotare la gara per la riqualificazione del Rione Terra e la sua trasformazione in un «albergo diffuso» con strutture ricettive e commerciali. Nella stessa indagine è coinvolto anche Nicola Oddati all'epoca dei fatti componente della Direzione Nazionale del Pd e Seby Romeo ex segretario provinciale dei dem a Reggio Calabria.
    C'è ancora Trapani dove il deputato regionale Pd (ed ex assessore) Dario Safina avrebbe pilotato, al tempo dell'incarico in giunta, una gara di «project financing» per la manutenzione dell'illuminazione pubblica, informando preventivamente un imprenditore messinese delle tempistiche di pubblicazione, dei contenuti e dell'importo di base del bando, consentendo così alla società di ottenere l'aggiudicazione della procedura con la presentazione di una offerta migliore rispetto a quelle dei concorrenti. In cambio - sempre per i pm - «Regali» che, secondo i pm, sarebbero stati sollecitati da Safina per «conseguire il personale vantaggio di accrescere la propria visibilità e quindi il personale consenso presso il corpo elettorale con ciò, conseguentemente incrementando il proprio rilievo politico».
    Infine, due inchieste a Catania e una a Palermo. Nella prima è finito nei guai il vicepresidente del parlamentino regionale siciliano Luca Sammartino. Oggi alla Lega, ma con un passato in Udc, Pd e Italia dei valori, è accusato - durante la militanza nei Dem - di avere favorito il proprietario di una farmacia a Tremestieri Etneo. Come? Avrebbe lavorato per impedire l'apertura a un suo concorrente. Come contropartita avrebbe ottenuto l'appoggio elettorale per la candidata alle europee che lui sosteneva nel 2020 per il Pd, Caterina Chinnici (totalmente estranea all'inchiesta). L'altra a Paternò dove sono finiti sotto il faro dei pm il sindaco, Antonino Naso, eletto con delle liste civiche nel giugno del 2022, un ex consigliere comunale ed ex assessore, Pietro Cirino, e un assessore dell'attuale giunta, Salvatore Comis, nell'inchiesta «Athena» dei carabinieri. A Palermo, il 9 aprile è finito nei guai Mimmo Russo, nome forte del centrodestra palermitano, ras delle cooperative sociali, iscritto (e dopo l'arresto espulso) a FdI, con una parentesi nel centrosinistra nella maggioranza dell'ex sindaco Leoluca Orlando. L'accusa è pesante: «Essere stato costantemente a disposizione di Cosa nostra». Alcuni collaboratori di giustizia, supportati da intercettazioni, contano come dal 2007 avrebbe stretto «alleanze elettorali con mafiosi di vertice». E nel corso dell'ultima, sfortunata, campagna elettorale del 2022 (non fu eletto) avrebbe offerto posti di lavoro, somme di denaro, generi alimentari e buoni benzina in cambio di voti.
    Verdini e gli altri
    Sullo sfondo le inchieste su nomi altisonanti: da quella che ha investito Denis Verdini e il figlio coinvolti in un'inchiesta della procura di Roma sulla rete di consulenze e la ricchissima torta degli appalti pubblici banditi dall'Anas, a quella sull'ex presidente della Regione Sardegna Christian Solinas (indagato per corruzione insieme a un imprenditore e all'ex consigliere regionale Nanni Lancioni.
    E nonostante vada ricordato che tutte queste indagini sono in una fase di garanzia, da Libera, associazione fondata da Luigi Ciotti si alza un allarme: «Dopo gli anni di "mani pulite" la corruzione in Italia continua a manifestarsi in forme sistemiche, con dinamiche diffusive e meccanismi di autoregolazione: una vera e propria "patologia nazionale", che alimenta sfiducia diffusa nelle istituzioni democratiche, disimpegno, astensionismo. A fronte dell'aggravarsi di queste gravi criticità assistiamo ad un progressivo allentamento dei freni inibitori». Con più precisione: «Ci si appresta ad abrogare l'abuso d'ufficio e a depotenziare il traffico di influenze illecite provvedimenti voluti dal Guardasigilli Nordio; si indeboliscono i controlli di Anac e Corte dei Conti; si "liberalizzano" gli appalti, assegnati nella quasi totalità dei casi senza più gara né competizione grazie al "Codice Salvini"».

 

 

06.05.24
  1. Nel Lugansk occupato è vietato nascere ucraino Neonati confiscati a chi non ha passaporto russo
    Da lunedì, i neogenitori della regione di Luhansk potranno uscire da un ospedale di maternità insieme al loro pargolo soltanto dopo aver dimostrato che almeno uno dei due possiede un passaporto russo. In caso contrario, il neonato verrebbe "confiscato" alla famiglia, almeno secondo quanto sostiene Artem Lysohor, il responsabile dell'amministrazione della regione ucraina. In altre parole, nei territori occupati dalla Russia si potrà nascere soltanto come russi, almeno potenziali, e prima di partorire la coppia dovrà rinunciare alla cittadinanza ucraina. Una regola che, secondo le autorità di Kyiv, farebbe scattare l'accusa di "genocidio", in base all'articolo 3 della Convenzione sul genocidio che vi fa ricadere anche le «misure intese a prevenire nascite all'interno del gruppo» perseguitato.
    Il territorio di Luhansk è quasi interamente sotto occupazione russa, in alcune zone già dal 2014, e Lysohor la governa in nome del governo ucraino soltanto sulla carta. Di conseguenza anche l'Institute for the Study of War (Isw), che riporta la notizia sull'imposizione della cittadinanza russa ai neonati della regione, fa la premessa «in caso la notizia fosse stata riferita accuratamente». Nulla di impossibile, comunque: lo stesso rapporto dell'Isw menziona una serie di atti sulla «integrazione forzata di cittadini ucraini nel sistema russo» nei territori occupati: soltanto negli ultimi giorni diverse famiglie ucraine sono state spostate dalla regione di Kherson verso la Crimea o altre zone sotto controllo russo, più lontano dal fronte, e civili dalla regione di Zaporizhzhia sono stati deportati dall'altra parte del confine, a Rostov-sul-Don. Le stesse autorità d'occupazione russe hanno pubblicato anche la notizia sullo spostamento di decine di ragazzi di Kherson nel campo giovanile "Oceano", dall'altra parte del mondo, vicino a Vladivostok, dove quest'anno dovrebbero venire inviati 200 ragazzini ucraini che, secondo le testimonianze di chi ci è già passato, vengono indottrinati al militarismo russo e invitati a iscriversi in scuole nella Russia profonda.
    Le pressioni sulla popolazione dei territori ucraini occupati per costringerla a scegliere la cittadinanza russa sono numerose: dai problemi burocratici nell'accesso al welfare o alle scuole all'assistenza medica: in alcune zone, i malati di diabete che insistevano per restare ucraini venivano minacciati di rimanere senza insulina. Fin dall'inizio dell'invasione russa il bersaglio principale sono stati i bambini: l'Ucraina accusa Mosca di aver deportato illegalmente in Russia più di 20 mila minorenni, di cui alcune migliaia di orfani. Molti di loro sono stati adottati con procedure accelerate: il leader del partito Russia Giusta Sergey Mironov, uno dei più accesi sostenitori del putinismo, ha preso una bambina di 11 mesi, Margarita Prokopenko, nonostante lei avesse due fratelli e una madre adottiva in Ucraina. Alla bambina è stato cambiato il nome e il luogo di nascita, per farla risultare russa. Stessa sorte è toccata a Vania, un bambino di Donetsk, la cui storia è stata svelata pochi giorni fa dalla tv russa in esilio Dozhd: nonostante avesse una sorella maggiore, è stato consegnato a una famiglia russa. La madre adottiva ha raccontato davanti alle telecamere che Vania, che ora ha 6 anni, aveva insistito a lungo a ripetere il suo vero cognome: «Ma ora è tranquillo quando dice il mio cognome, ormai si sta dimenticando la sua vita precedente», ha spiegato soddisfatta.
    È stato proprio il crimine della deportazione di bambini ucraini in Russia a meritare a Vladimir Putin, e alla sua commissaria per i diritti dei minori Maria Lvova-Belova, l'incriminazione al Tribunale internazionale dell'Aja, e il mandato di cattura che ora impedisce al presidente russo di viaggiare in mezzo mondo. Forse è stata anche questa umiliazione a spingere ieri il Cremlino a dichiarare "ricercati" - per reati non meglio specificati - Volodymyr Zelensky, il suo predecessore alla presidenza Petro Poroshenko e una serie di altolocati comandanti militari ucraini. Mandati che ovviamente non avranno alcun valore giuridico internazionale, a differenza di quello per Putin e Lvova-Belova, che proprio pochi giorni fa è stata accusata della deportazione in Russia anche di disabili mentali ucraini, che vengono affidati all'ospizio diretto da sua sorella.
    Intanto l'operazione di cancellare l'Ucraina dalla memoria prosegue non soltanto nei confronti degli orfani del Donbass, ma di tutti i russi: la lezione di propaganda settimanale «Conversazioni importanti» che si terrà lunedì in tutte le scuole russe è dedicata all'anniversario della vittoria sul nazismo, ma dai materiali didattici pubblicati dal ministero dell'Istruzione manca qualunque menzione degli ucraini tra i popoli che hanno combattuto contro la Germania di Hitler
  2. Santanchè rischia il processo anche per il falso in bilancio nel mirino dei pm i conti 2016-2022 della Visibilia Editore
    Entro la fine di maggio una nuova richiesta di processo potrebbe raggiungere la ministra del Turismo Daniela Santanché. A quella dell'altro ieri legata all'inchiesta per la presunta truffa all'Inps con la cassa integrazione a zero ore per 13 dipendenti di Visibilia Editore e Visibilia Concessionaria, si aggiungerà quella sui contestati bilanci truccati, tra il 2016 e il 2022, della prima società, quotata in borsa. Lo scorso 12 aprile a Santanché e altri 16 indagati, tra cui la sorella Fiorella, la nipote Silvia, il compagno Dimitri Kunz d'Asburgo Lorena e l'ex Giovanni Canio Mazzaro, più tre società è stato notificato l'avviso di chiusura delle indagini preliminari con l'ipotesi di falso in bilancio. Il termine dei venti giorni per presentare memorie difensive o chiedere di farsi interrogare è in procinto di scadere. I pm milanesi avrebbero precisato di non aver intenzione di concedere proroghe e che quindi in assenza di mosse delle difese avanzeranno richiesta di rinvio a giudizio. Intanto lunedì 6 maggio si torna in aula alla sezione Fallimentare per conoscere il destino di un' altra creatura società di Santanché in difficoltà finanziarie, il gruppo Bioera-Ki Group, dove la procura insiste da tempo per dichiarare il fallimento.

 

 

05.05.24
  1. Un fiume di denaro da arabi e cinesi così le università Usa cambiano pelle
    corrispondente da washington
    Un fiume di denaro dall'estero per le università americane. Non è un fenomeno certamente nuovo, sono decenni – o almeno da quando i college Usa e in parte quelli britannici sono diventati punti di connessione e formazione ad hoc nel mondo globalizzato – che dalle casse di fondi sovrani, oligarchi russi e no, imprenditori, Ong e singoli donatori arrivano nelle casse di oltre 200 università statunitensi e dei centri di ricerca affiliati miliardi di dollari.
    Un denaro che corre lungo canali non sempre trasparenti.
    Il Dipartimento dell'Istruzione (DoE) obbliga in base alla Section 117 del Higher Education Act (risale al 1965, le modifiche sono del 1986 e del 1998) le università a riferire due volte all'anno le donazioni che provengono dall'estero e i contratti internazionali del valore superiore ai 250 mila dollari. Nel 2020 un report ordinato da Trump aveva evidenziato come le università comunicassero con scarsità di dettagli i finanziamenti provenienti da Cina, Russia e da altre nazioni descritte allora come "avversari stranieri". Il report era stato reso pubblico proprio per consentire alla DoE di inasprire la legge sulle donazioni abbassando la soglia di tracciabilità a 50mila dollari. Cosa non portata poi a termine.
    Allora nel mirino erano finite 12 scuole fra cui Harvard, Yale, Stanford e la Georgetown University. La maggior parte di questi istituti non aveva rivelato affiliazioni e donazioni da parte di Huawei, il gigante hi-tech cinese.
    Altre avevano sottaciuto i legami con Qatar e Arabia Saudita. Ne era nato un durissimo braccio di ferro fra le università – votate a difendere la loro autonomia nella ricerca e le modalità di finanziamento – e l'Amministrazione Trump che scorgeva un pericolo per la sicurezza nazionale nell'appaltare interi centri di ricerca a entità e soldi stranieri. Ma allora come oggi si evidenziava che 203 università avrebbero ricevuto «contributi non registrati da governi stranieri» per 13 miliardi di dollari.
    La preoccupazione principale era la Cina, era anche emerso in un report del Congresso che Pechino dava soldi al 70% delle istituzioni che ospitavano una sede del Confucio Institute.
    Da quando si è insediato Biden, il Dipartimento dell'Istruzione ha allentato ulteriormente le maglie rendendo difficile risalire a identità dei donatori stranieri – compagnie, istituzioni o individui. Rimane invece in evidenza lo Stato da cui provengono le donazioni per i college Usa e a quali in particolare sono diretti. Secondo i dati del DoE dal 1986 al 17 ottobre del 2022 le università statunitensi hanno ricevuto 44 miliardi di dollari da fonti straniere. Di questi un quarto proviene dal mondo arabo. L'ultima edizione del report risale al 13 ottobre scorso. Le donazioni sono salite a 51 miliardi e in questa cifra sono inclusi 22 miliardi di cui non si riesce a indicare la data. Secondo le proiezioni di un contabile della società di revisione KPMG consultato dal centro di ricerca della Rutgers University, il 50% di questa cifra proviene da governi autoritari o antidemocratici in Medio Oriente. Sono soldi investiti per lo più nella creazione di programmi di ricerca ad hoc nelle università. Uno studio del NCRI della Rutgers – al contrario finanziato da Israel on Campus Coalition – ha sottolineato come l'aumento dell'antisemitismo sia associato a quei campus dove più forte è la presenza di donatori mediorientali.
    La questione dei contributi tocca quasi tutti i college della Nazione, anche se alcuni hanno beneficiato più di altri – in base ai programmi di ricerca e ai Dipartimenti di studi mediorientali presenti – della generosità di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Gli oltre 5 miliardi che questi Paesi (2,7 miliardi ascrivibili ufficialmente al Qatar) hanno elargito fra il 2014 e il 2019 ai college Usa e registrati nel report del DoE sono finiti principalmente a: Carnegie Mellon (1,4 miliardi); Cornell (1,2 miliardi) Harvard (894 milioni). Nella classifica dei primi dieci beneficiari non compaiono né la Columbia e né UCLA, i due campus dove le proteste nelle ultime settimane sono state più tese. Oltre a questi soldi vi sono poi quelli "grigi" che non erano stati riferiti a suo tempo dalle università. La Cornell guida la lista con quasi 1 miliardo, staccando nettamente Yale (380mila). Un trend che non avrebbe perso forza nemmeno nel 2023.
  2. Il rapporto di Rsf: Roma perde cinque posizioni nella classifica mondiale Crolla l'Argentina del neoeletto Milei, preoccupazione per i cronisti a Gaza
    Libertà di stampa l'Italia in "zona Orban" pesa la scalata all'Agi
    Francesca Paci
    Roma
    Le pressioni politiche sui giornalisti aumentano da tempo a tutte le latitudini ma non sono mai state tanto incombenti quanto in questo 2024 in cui, dall'Unione europea agli Stati Uniti fino all'India e al Messico, quasi metà del mondo va alle urne. Mala tempora, denuncia Reporters sans frontières (Rsf) nel rapporto annuale pubblicato ieri, giornata internazionale della libertà di stampa, una specie di lusso ormai che «scarseggia in tre quarti dei Paesi». Se l'attenzione massima è sulla Russia in guerra anche ibrida contro l'Ucraina e su Gaza, con i suoi oltre 100 reporter uccisi durante l'offensiva israeliana di cui almeno 22 nello svolgimento del loro lavoro informativo, a tingersi di nero è il quadro generale, quello lontano dalla prima linea. Perde così ben cinque posizioni scendendo al quarantaseiesimo posto l'Italia, dove, scrive Rsf, «un membro della coalizione parlamentare al potere sta cercando di acquisire la seconda più grande agenzia di stampa». Il riferimento è alla scalata dell'imprenditore e senatore della Lega Antonio Angelucci all'agenzia Agi – tuttora di proprietà di quell'Eni controllata dal ministero dell'Economia – ma anche alla cosiddetta "legge bavaglio", la norma approvata dalla maggioranza di Giorgia Meloni che impedirà la pubblicazione delle ordinanze di arresto.
    L'Italia – che crolla al di sotto di Mauritania e Macedonia del Nord allontanandosi dal gruppo dei Paesi con una situazione «abbastanza buona» come Germania, Francia, Spagna e Regno Unito – viene portata esplicitamente ad esempio di un modus operandi tipico dei regimi autoritari ma sempre più diffuso nelle democrature occidentali, dove, al netto di elezioni regolari, alcuni gruppi politici stanno «orchestrando un'acquisizione dell'ecosistema mediatico, sia attraverso media di proprietà statale sotto il loro controllo, sia attraverso media di proprietà privata attraverso acquisizioni da parte di uomini di affari alleati». Si parla di 31 osservati speciali. E s'intravedono sullo sfondo le ombre dell'Ungheria di Orban, la Polonia che non dimentica Kaczy?ski, la Turchia di Erdogan con un piede nella Nato e uno impantanato in Medioriente.
    L'Italia ha scontato a lungo la cattiva fama del conflitto d'interessi di Silvio Berlusconi che la faceva apparire all'estero un Paese compiuto solo a metà. Poi, con l'eclissi del Cavaliere, l'allarme è parso rientrare. Ora il governo Meloni, dopo una prima timida fase di benevolenza dovuta alla sua ferma posizione atlantista e al silenziamento delle sirene Italiexit, è oggetto di una rinnovata attenzione da parte dei media stranieri, che da Libération al Pais a The Guardian hanno acceso i fari sull'erosione quotidiana delle libertà civili e politiche a cominciare dalla stampa, messa a dura prova proprio nel momento in cui l'Europa approva coralmente il Media Freedom Act.
    «Il governo ha accelerato con censure e bavagli» attacca la deputata di AVS Elisabetta Piccolotti. «L'Italia si avvicina all'Ungheria» incalza il presidente dei senatori dem Francesco Boccia. E mentre, citando la vicenda Agi, la Fnsi ricorda anche i troppi casi di censura – da Scurati al quotidiano Domani – il leader M5s Giuseppe Conte stigmatizza la «retrocessione» e invoca «una rapida inversione a U».
    Se la Norvegia detiene lo scettro della libertà di stampa e l'Eritrea guadagna la maglia nera, scalzando il centottantesimo e ultimo posto alla Corea del Nord, è la fascia medio alta della classifica di Rsf a mostrare il movimento in atto. È l'Europa, l'unica fetta di mondo che include Paesi giudicati «buoni» e che però affronta la sfida delle nuove maggioranze al potere in Ungheria, a Malta, in Grecia. Sono gli Stati Uniti sempre più vulnerabili alla disinformazione. È l'Italia di questi giorni.
  3. La Cassazione ha confermato il provvedimento. Lei: "Ho solo disegnato ovuli e spermatozoi"
    "L'educazione sessuale turba gli studenti" Insegnante di Cesena licenziata e radiata

    FILIPPO FIORINI
    BOLOGNA
    Il bisticcio tra due bambini di quinta elementare e i provvedimenti presi per pacificarlo sono arrivati fino alla corte suprema e sono costati il posto di lavoro a una maestra. È accaduto in una scuola primaria di Cesena, dove una supplente ha sentito gli alunni prendersi a male parole. Li ha calmati, poi ha pensato di sensibilizzarli sull'uso gergale di parti dell'apparato riproduttivo, a modo di insulto, improvvisando una lezione di educazione sessuale. Il fatto che abbia preso l'iniziativa senza consultare il resto del corpo docente, che insegnasse lì da poco tempo e che poi la classe abbia manifestato turbamento per i contenuti ascoltati, ha portato il ministero dell'Istruzione a deciderne il licenziamento. La donna ha fatto ricorso, ma questo è stato respinto in tre gradi di giudizio. Ora, dovrà pagare almeno 4 mila euro di spese ed è stata radiata dagli albi.
    «Certamente sono dispiaciuta. Mi aspettavo almeno in Cassazione di poter avere giustizia, ma a questo punto non mi resta che prendere atto della decisione. La vita va avanti». Lo dice la diretta interessata attraverso i suoi legali, gli avvocati Giovanna Dell'Anna e Gianfranco Nunziata. Insieme, stanno valutando se valga la pena fare ricorso alla Corte europea dei Diritti dell'uomo, che rimane davvero l'ultima istanza possibile.
    In una sentenza emessa il 3 aprile, il massimo tribunale italiano spiega di aver riconosciuto il corretto operato dell'assise (Forlì) e dell'appello (Bologna), «non tanto per i singoli particolari della vicenda in causa, come il contenuto esatto dei disegni (che la maestra ha fatto sulla lavagna, ndr), ma perché l'insegnante si è addentrata in una tematica delicata, quella degli argomenti legati alla sessualità, in un contesto inappropriato (la lite tra i due bambini), senza pianificazione o coordinamento con le altre maestre, in una classe in cui aveva iniziato a insegnare da poco, con l'effetto ultimo di provocare turbamento negli alunni». Nei fatti, i ragazzi hanno manifestato lì per lì all'altra maestra che la docente gli aveva «parlato di sesso», poi all'uscita lo hanno detto anche ai genitori, che a loro volta sono andati dalla preside. Di qui, i provvedimenti disciplinari.
    La difesa dell'insegnante ha obiettato che la donna aveva rappresentato «un ovulo, uno spermatozoo ed uno zigote e non un pene e una vagina», ma secondo la sezione Lavoro civile non è questo il punto.
    Inoltre, per gli avvocati è stato anche ingiusto che «tutto si sia basato sulle testimonianze di minorenni», ma anche qui il tribunale ha ritenuto sufficienti i verbali degli incontri che la preside ha svolto prima con l'insegnante che aveva ricevuto la segnalazione, poi con la supplente che aveva fatto la lezione, infine, con i rappresentanti dei genitori.
    In Italia, le regole sull'educazione sessuale a scuola lasciano un grande spazio discrezionale ai territori e sono anche spesso oggetto di forti polemiche. In generale, però, si può iniziare a insegnarla dalla quinta elementare.

 

04.05.24
  1. La nuova struttura consentirà di portare sostegni dal mare alla Striscia
    Il molo galleggiante di Gaza è pronto Kirby: "Aprirà quando cessa il maltempo"
    Il molo galleggiante costruito dagli Stati Uniti per accelerare, attraverso un corridoio marittimo, il flusso di aiuti umanitari a Gaza dovrebbe essere aperto nel giro di pochi giorni, nonostante il maltempo che sta ostacolando i preparativi. Lo ha indicato il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, durante un briefing. «Speriamo che lo sia entro pochi giorni. Penso ci sia ancora una speranza» ha detto Kirby, aggiungendo che «il maltempo è uno dei fattori che influiscono sull'avanzamento dei lavori del molo». Il molo galleggiante si basa sul sistema Jlots (Joint Logistics Over the Shore) che consente di creare porti provvisori in zone critiche come la Striscia di Gaza. I moduli che compongono il pontile possono essere assemblati in mare. Le navi consegnano al molo gli aiuti umanitari che poi possono essere prelevati da navi più piccole le quali arrivano fino alla strada rialzata del pontile per poi far consegnare gli aiuti alla costa.
  2. Regeni
    depistaggio d'Egitto
    grazia longo
    roma
    Il colmo dei depistaggi messi in atto dagli egiziani sulle torture e l'omicidio di Giulio Regeni? La presenza di uno dei quattro imputati durante le indagini al Cairo.
    Il colonnello Usham Helmi era dappertutto: agli incontri con i nostri investigatori dello Sco e del Ros in missione in Egitto, ai sopralluoghi a casa del ricercatore friulano (scomparso il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo) e sul luogo dove venne recuperato il suo corpo.
    «Quello con gli occhiali da sole è il colonnello Helmi, era presente molto spesso», conferma in aula, ieri pomeriggio, il colonnello dei carabinieri del Ros Loreto Biscardi. A processo oltre a Uhsam Helmi ci sono anche il generale Sabir Tariq, i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif per il reato di sequestro di persona pluriaggravato, e nei confronti di quest'ultimo i pm contestano anche il concorso in lesioni personali aggravate e il concorso in omicidio aggravato. E fa impressione vedere le slide che scorrono in aula con l'immagine di un imputato che fingeva di aiutare le nostre forze dell'ordine a scoprire la verità. Quante bugie. Quante versioni assurde. «Ci hanno raccontato di tutto e di più - conferma il direttore dello Sco Servizio Vincenzo Nicolì, interrogato dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco -. La National Security ha fornito diverse versioni, nessuna delle quali ha trovato riscontro nei dati oggettivi emersi dalla nostra inchiesta. La prima ipotesi ventilata fu quella dell'incidente stradale, poi una vendetta per il coinvolgimento di Giulio in un traffico di opere d'arte rubate, poi piste assurde che riguardavano la sua sfera sessuale, poi quella di uno scontro fisico con una persona davanti all'ambasciata».
    Fino al colpo di scena finale. «Proprio quando il 24 marzo 2016 decidiamo di far rientrare il team investigativo - rammenta Nicolì - con i nostri uomini che erano in aeroporto, ho sentito la notizia che gli egiziani sostenevano di aver trovato gli assassini di Regeni e allora li ho chiamati per dirgli di non partire e di rimanere lì». Dall'aereo scese anche Alessandro Gallo, funzionario dello Sco che rammenta come si «trattasse dell'ennesima falsa pista: cinque uomini indicati dalla polizia egiziana come responsabili della morte di Regeni e uccisi a loro dire durante un conflitto a fuoco. Ma emerse un'incompatibilità tra le immagini del pulmino e dei corpi con la ricostruzione di un conflitto a fuoco. Inoltre dall'analisi sul telefono trovato addosso a uno dei cinque uomini si è scoperto che, a mezz'ora dalla scomparsa di Giulio, si trovava a 100 km dal centro del Cairo».
    Non a caso l'avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, chiosa: «Sono evidenti l'assoluta mancata collaborazione egiziana, l'ostruzionismo e i depistaggi. L'inizio della ricostruzione di queste difficoltose indagini al Cairo, e anche il clima di intimidazione».

 

03.05.24
  1. ROMITI STORY

    Correva l’anno 1987,
    il grande giornale era il settimanale “Panorama”, diretto all’epoca da Claudio Rinaldi. L’interlocutore all’altro capo del telefono era Alberto Nicolello, capo ufficio stampa della Fiat. La foto faceva capolino nella rubrica mondana, “Periscopio”, e ritraeva l’Ad Fiat Cesare Romiti allacciato alla principessa Maria Gabriella di Savoia. L’amante numero uno di Cesarone era Michi Gioia.


    Fatti due calcoli, con la rivista già in macchina, stracciare la foto voleva dire mandare al macero mezzo giornale con una spesa di 600 milioni. Troppo. E Rinaldi risolse così il “guaio”: mise al lavoro tutta la redazione per “grattare” la didascalia da tutte le copie. Infatti “Panorama” pubblicò la foto di Romiti e Savoia orfana del testo.



    (Quello che rimane un mistero è: come faceva la Fiat a sapere della pubblicazione della foto di Romiti allacciato alla principessa? Magari, all’interno della redazione di “Panorama”, c’era un giornalista caro a Torino? Ah, saperlo…)


  2. (Bloomberg) – Non c’è scampo a Ozempic e Wegovy. I farmaci per il diabete e l’obesità sono un fenomeno globale. Hanno conquistato i ricchi e famosi, generato miliardi di vendite e aperto un nuovo mercato per i farmaci dimagranti, che secondo Goldman Sachs raggiungerà i 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2030.



    Lo sviluppo del semaglutide, l’ingrediente chiave dei medicinali, ha anche trasformato il suo produttore, Novo Nordisk, nell’azienda europea di maggior valore, con profonde implicazioni per il suo paese d’origine, la Danimarca.


    La capitalizzazione di mercato di Novo, pari a oltre 570 miliardi di dollari, è superiore a quella dell’economia danese. La sua fondazione filantropica è oggi la più grande del mondo, con un patrimonio doppio rispetto a quello della Fondazione Gates.



    L’anno scorso l’imposta sul reddito dell’azienda farmaceutica in Danimarca è stata di 2,3 miliardi di dollari, e i suoi massicci investimenti e l’aumento della produzione hanno aiutato l’economia nazionale a espandersi di quasi il 2%, più di quattro volte la media dell’UE.


    Senza il contributo di Novo, l’economia danese sarebbe rimasta stagnante. Poco in Danimarca può sfuggire all’attrazione gravitazionale di Novo. La sua agenda influenza le priorità educative e di ricerca, e i politici considerano la prospettiva dell’azienda prima di prendere decisioni sulla politica di immigrazione o sullo sviluppo di nuove infrastrutture.
    L’azienda farmaceutica ha creato migliaia di posti di lavoro in un paese di sei milioni di persone – e altri ne arriveranno man mano che Novo si espanderà in più sedi – ma anche i cittadini senza legami con l’azienda beneficiano dei suoi guadagni. I fondi pensione danesi sono in piena crescita grazie ai rendimenti record delle azioni Novo, e i mutui sono più economici poiché il boom delle esportazioni di farmaci per il diabete ha costretto la banca centrale danese a mantenere bassi i tassi di interesse.

    L’enorme portata di Novo in Danimarca comporta anche dei rischi, sia per l’azienda che per il suo mercato interno. Un passo falso strategico da parte dell’azienda avrebbe un impatto a catena sulle casse pubbliche, sulla ricerca scientifica e persino sull’occupazione per la prossima generazione di laureati danesi.



    Anche se Novo non può prevedere come le sue decisioni potrebbero influenzare la Danimarca, ha detto in un’intervista l’amministratore delegato Lars Fruergaard Jorgensen, è anche realistico riguardo al potenziale impatto del produttore di farmaci nel suo paese d’origine e altrove. “Quando hai dei superpoteri”, ha detto, citando Pippi Calzelunghe, “hai una super responsabilità”.
  3.  La Microsoft ha annunciato che investirà 2,2 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni "per sostenere la trasformazione digitale della Malaysia". Si tratta del "più grande singolo investimento nei 32 anni di storia della società nel Paese", ha affermato l'amministratore delegato, Satya Nadella, ed è mirato all'intelligenza artificiale e al cloud computing per aiutare a sviluppare l'infrastruttura AI del Paese.

 

 

 

 

 

 

02.05.24
  1. STRAGE IN IRAN:  Noi continuiamo a raccontare. Per quello che si può. Perché crediamo che raccontare è denunciare, perché le notizie – sempre poche e frammentarie - che arrivano dall'Iran sono terribili e non si può rimanere in silenzio, come scriveva Mattia Feltri ieri nel suo Buongiorno. Intanto rassicuriamo i lettori che nel momento in cui scriviamo questo pezzo il rapper 33enne Toomaj Salehi condannato a morte con l'accusa di «corruzione sulla terra» perché canta la sua protesta contro il regime, è ancora vivo. Secondo l'Iran International, il padre e il suo il suo avvocato Amir Raesian, hanno rivelato che sono andati a trovarlo in carcere e che gli è stato impedito di usare il cellulare, perché ha «condiviso informazioni sui social media».
    Toomaj Salehi è considerato una delle voci del movimento "Donna Vita Libertà", nato spontaneamente nel settembre 2022 dopo l'uccisione di Mahsa Amini per il velo male indossato, che ha portato nelle piazze di Teheran e di tante altre città iraniane migliaia di giovani.
    Sempre ieri si è saputo che Nika è stata molestata prima di venire uccisa da tre soldati delle forze di sicurezza iraniane. Nika ve la ricordate. La sua foto ha fatto il giro di tutti i giornali internazionali nel settembre 2022, pochi giorni dopo l'uccisione di Mahsa. Nika Shakarami era giovanissima, aveva 16 anni, occhi scuri, come i capelli, un sorriso di sfida. Sorrideva in quella foto, dove sembrava più grande dei suoi anni. Era scomparsa durante una manifestazione contro il regime e la famiglia era riuscita a rintracciare il suo corpo solo dopo nove giorni in una cella dell'obitorio. Si è suicidata, era stata la versione ufficiale. Nessuno ci aveva creduto, neppure per un secondo. Insieme con Mahsa era diventata uno dei volti simbolo della protesta. Poco prima di scomparire era stata ripresa in un video vicino al Laleh Park nel centro di Teheran, in piedi su un cassonetto che sventolava un hijab in fiamme. Intorno a lei alcuni giovani saltavano e gridavano «morte al dittatore», ovvero al leader supremo dell'Iran, l'ayatollah Khamenei. Forse quel video è stato la sua condanna a morte.
    Ora arrivano le prove, grazie a una lunga e meticolosa indagine della Bbc, che ha verificato e indagato per mesi un documento «altamente confidenziale» trapelato dalle stesse forze di sicurezza. Nel documento smentisce la versione ufficiale, fa i nomi degli assassini e dei comandanti che insabbiarono il caso e ricostruisce la vicenda dal momento dell'arresto fino a quello della morte di Nika, provocata dagli agenti. Nika era tenuta sotto controllo dalla polizia e in particolare dalla Squadra 12, responsabile della morte. Cercano di acchiapparla una prima volta, ma lei riesce a scappare. Poi la raggiungono e la buttano nel retro di un furgone. I nomi delle guardie in questione sono Arash Kalhor, Sadegh Monjazy e Behrooz Sadeghy, il caposquadra si chiama Morteza Jalil. Li riferiamo per quello che conta. La vorrebbero portare in una prigione, ma tutte le celle sono piene in quei giorni caldissimi delle protesta contro la dittatura.
    Secondo il resoconto della Bbc nella camionetta Nika urla e scalcia, i tre agenti che sono dietro cercano di tenerla ferma. In queste manovre uno dei tre si siede sopra di lei, le infila una mano dentro i pantaloni per toccarle il sedere. Riferisce poi di essersi «eccitato». Inizia una colluttazione, Nika si dimena, prova a difendersi, dagli agenti partono colpi di manganello. Forti, sempre più forti. Finché Nika non si muove più. Con la torcia del telefonino il caposquadra illumina la scena, ordina all'autista di accostare. Le ripuliscono la testa dal sangue e abbandonano il corpo sul ciglio della strada. Il resto è menzogna di Stato, una delle tante verità fasulle costruite a tavolino per coprire centinaia di delitti contro giovani che vogliono solo cantare, ballare, studiare, lavorare, uscire a capo scoperto e vivere in libertà.
    Ma la pena della famiglia Shakarami non finisce qui. Due settimane fa la polizia morale ha arrestato a Teheran anche Aida, la sorella di Nika. Per il momento è stata rilasciata su cauzione ed è agli arresti domiciliari.
  2. SOLDI PUBBLICI PER FINI PRIVATI : Il patto a Venaria: addio graduale al carbone, ricerca sulla fusione, rinnovabili da triplicare. Gli ambientalisti: "Ora ridurre la dipendenza dal gas"
    G7, intesa sul c lima: "Servono migliaia di miliardi"

    filippo femia
    nicolas lozito
    venaria (torino)
    Addio graduale al carbone entro il 2035, spinta al "nucleare di nuova generazione" e nascita di una "coalizione" per affrontare la crisi idrica globale. Le principali novità della "Carta di Venaria" – come l'ha definita il ministro Pichetto, in omaggio alla Reggia alle porte di Torino che ha ospitato i lavori – sono state salutate come un successo storico dai ministri dell'Ambiente del G7. Il documento finale di 35 pagine ha fatto esclamare al commissario europeo al Clima, l'olandese Wopke Hoekstra, che si è trattato di «un successo straordinario»: la presidenza italiana «ha fatto un lavoro fantastico: un paio di cose aprono realmente la strada al futuro».
    L'addio al carbone entro la prima decade degli anni 2030, filtrato alla vigilia, aveva conquistato tutti i titoli. La portata dell'evento, però, è in parte ridimensionata dalla dicitura «laddove è possibile, compatibilmente con le condizioni economiche e sociali dei vari Paesi». Una sorta di "clausola" richiesta da quegli Stati, come Giappone e Germania, che avrebbero difficoltà a realizzare un "phase out" in tempi brevi. «Ma la parte importante è che i Paesi G7 si impegnano, fin d'ora, a ridurre l'utilizzo del carbone allo stretto necessario», ha spiegato Pichetto.
    Capitolo nucleare. L'Italia, insieme a Regno Unito, Canada, Giappone, Stati Uniti, Germania e Francia, ha preso l'impegno ad «accelerare lo sviluppo di impianti a fusione, incoraggiando l'aumento di investimenti privati e pubblici». Per questo verrà creato un gruppo di lavoro ad hoc, e proseguirà la ricerca sui piccoli impianti a fissione. La "Carta di Venaria" ha poi messo nero su bianco l'impegno politico a rinunciare definitivamente alle restanti importazioni di gas russo.
    Tra le altre misure significative la conferma dell'impegno della Cop 28 di triplicare la capacità di produzione delle rinnovabili entro il 2030. C'è poi un focus sulla perdita di biodiversità e sulla gestione dell'acqua, decisiva nei prossimi anni. Non è invece stato trovato l'accordo per il fondo "loss and damage", destinato ai Paesi più poveri e vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico: la contribuzione rimane «su base volontaria». Per quanto riguarda le risorse necessarie, per la prima volta i Paesi G7 riconoscono che servono «migliaia di miliardi di dollari» per contenere l'aumento della temperatura del pianeta entro il grado e mezzo.
    Al netto dei passi avanti, i commentatori ambientalisti hanno evidenziato il bicchiere mezzo vuoto. Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed energia del Wwf, sottolinea che «i richiami vanno resi impegni concreti e fattivi, servono tappe precise». E ha puntato il dito contro il gas: «Occorre lavorare per uscire davvero e al più presto da una dipendenza intollerabile».
    Luca Bergamaschi, direttore di Ecco, think tank italiano per il clima, ha commentato: «Dopo aver dimostrato che l'uscita dal carbone è possibile, ora è necessario pianificare l'uscita dal gas nei prossimi 20 anni. Le decisioni sono nelle mani del ministro Giorgetti e della premier Meloni in vista del G7 di giugno».
  3. INTERESSI PRIVATI NUCLEARI : Ha senso tornare a parlare di energia nucleare ogni volta che un'occasione internazionale, in questo caso il G7 a Torino, presenta il conto della nostra scarsa attitudine a percorrere una transizione energetica degna di questo nome? E contrapporre, come ci fosse una guerra ideologica in corso, l'energia dell'atomo alle energie rinnovabili? O sottoporre al falso ricatto culturale dei combustibili fossili: volete le vostre comodità? Allora non c'è scelta, o gas o nucleare (anzi, tutti e due)?
    La ripresa del dibattito sul nucleare è stata, in realtà, ricorrente e periodica a partire da quando i programmi energetici dei governi mondiali accusarono il contraccolpo dell'incidente di Chernobyl nel 1986 e delle popolazioni che si ribellarono all'imposizione dell'atomo. Contraccolpi che hanno impedito il decollo di questa forma di energia, che incide pochissimo in termini di energia primaria e solo per circa il 10% per la produzione di elettricità. In Italia in particolare si cercava di convincere della bontà del ritorno al nucleare proprio quando arrivò l'incidente di Fukushima nel 2011, per riparare alle conseguenze del quale, alla fine, lo Stato giapponese spenderà alcune centinaia di miliardi di dollari della collettività.
    Gli argomenti, allora come oggi, sono gli stessi, ma si reggono in piedi? Il primo è che la IV generazione di centrali nucleari è più efficiente e sicura: peccato, però, che in pochissimi ne abbiano conoscenza diretta, in quanto forse qualche reattore asiatico è ascrivibile a una fantomatica nuova generazione di cui non si sa molto di più. L'altro è che comunque ci sono centrali nucleari nella vicina Francia, se accadesse un incidente lì noi non saremmo al riparo: vero, ma non è che se vado a vivere in un condominio di piromani, allora do fuoco alla mia casa da solo perché tanto sarei coinvolto; un conto è vicino, un conto è dentro casa. Infine oggi si portano alla ribalta i "piccoli reattori", assimilati senza alcuna ragione a quelli dei sommergibili nucleari, che sarebbero meglio gestibili: peccato che, però, non solo non se ne vedono ancora, ma non vengono finanziati perché troppo cari.
    All'obiezione classica dei costi del nucleare, che assommano a circa 10-20 miliardi di euro a centrale, che sarebbe evidentemente meglio spendere in energie rinnovabili subito disponibili, la verità è che l'energia nucleare non servirebbe contro l'attuale crisi climatica perché, bene che vada, in Italia, arriverebbe a non meno di 25 anni da oggi, cioè fuori tempo massimo per averne un beneficio. Non si tratta di opposizione ideologica qui, ma di obiezioni di merito per tempi e costi insopportabili. Consideriamo il caso classico dell'ultimo reattore entrato in funzione in Europa, quello di Olkiluoto 3 in Finlandia, attivo dal 2023 dopo che la prima riga dell'iter autorizzativo e costruttivo fu scritta nell'anno 2000: 23 anni in un Paese che non ha rischi naturali significativi, non ha opposizione sociale contro il nucleare, ha già una centrale in quel sito e possiede una burocrazia ragionevole. Cosa potrebbe andare storto da noi?
    Ma c'è di più: anche chi è onestamente contrario alle centrali atomiche non può non riconoscere che, comunque, un sito nazionale unico per le scorie di minore tenore radioattivo, comprese quelle della ricerca e della sanità, è indispensabile ora e sul nostro territorio. Cioè che non si può rimandare l'applicazione della legge europea, da noi recepita, per scegliere un sito adatto. La pubblicazione della mappa dei siti possibili, una sessantina, ha però messo rapidamente tutti di fronte alla realtà dei territori: nessuno vuole un deposito di scorie vicino casa, neanche a fronte delle diverse decine di milioni di euro di compensazione, neanche se si pone loro il confronto con altri depositi consimili con cui la popolazione convive perfettamente (come quello dell'Aube, nella regione dello Champagne, in Francia, dove le vendite e il turismo non hanno subito alcun contraccolpo dal deposito). In Italia c'è oggi forse maggiore consenso "culturale" sul nucleare rispetto ai due referendum contrari del passato, comunque difficili da ignorare, ma quando poi lo si deve declinare sul territorio allora si riscontra una poderosa opposizione nelle piazze, esattamente come a Scanzano Jonico del 2023. Figuriamoci per una centrale nucleare, che avrebbe un potenziale radioattivo incommensurabile rispetto al deposito di scorie. Che si fa, si procede con l'esercito?
    Sono meno di 500 i reattori nucleari in funzione sulla Terra e per la maggior parte distribuiti in nazioni dalle forti economie, che possono permetterselo (Giappone, Stati Uniti e ora Cina e India), o sostenuti dal forte potere centrale dello Stato, come l'ex Unione Sovietica o la Francia. E forse un solo sito è stimato in grado di ospitare per millenni le scorie radioattive, almeno in Europa, cioè un solo luogo è considerato definitivo. Tutti debbono onestamente riconoscere che l'energia nucleare non reca emissioni clima alteranti nella produzione e che gli incidenti, per quanto terribili, sono in realtà molto scarsi. Ma costi, tempi e scorie sono ostacoli non aggirabili e continuano a non essere abbattuti né confinati. Tirare di nuovo in ballo l'energia nucleare mentre la crisi climatica morde i polpacci e il tempo è un fattore cruciale ha il sapore di rifarsi a un mondo industriale che non esiste più, un mondo in cui la logica di produzione è sempre e comunque legata a processi centralizzati che reggeranno sempre meno, specialmente per quello che concerne i fabbisogni domestici (un terzo di quelli globali), che vanno decisamente delocalizzati a livello di condominio, autoproduzione e comunità energetiche, sotto il minimo comune denominatore delle energie rinnovabili, del risparmio e dell'efficienza. Nessuna soluzione alla crisi ambientale, solo un'arma di distrazione di massa per i soliti interessi privati.
  4. Roberto Calvo, ordinario di diritto privato in Valle D'Aosta, si rivolge alla giustizia amministrativa I legali: "Gestione domestica. Uno dei migliori docenti italiani scavalcato da due interni associati"
    "Concorso deciso a tavolino" Il prof va al Tar contro l'ateneo

    giuseppe legato
    Il concorso "aperto" per professore ordinario di diritto privato non veniva bandito a Torino, nella facoltà di Giurisprudenza, da molti anni, forse 20. Ma l'attesa non è valsa un'amnistia almeno per la giustizia amministrativa. Da due settimane circa uno dei candidati più autorevoli arrivato terzo (quindi non vincente), Roberto Calvo, (ordinario di diritto privato all'università della Valle D'Aosta da 12 anni ), nella graduatoria stilata dalla commissione, si è rivolto al Tar per chiedere – con ricorso - «l'annullamento del decreto firmato dal Rettore di Unito il 6 febbraio scorso» con il quale venivano «approvati gli atti della procedura concorsuale». Il concorso in questione era stato bandito il 13 luglio 2023, pubblicato il 25 luglio successivo. «Benchè si tratti di uno dei più autorevoli civilisti italiani – si legge nel ricorso firmato dai legali Luigi Volpe (ordinario di diritto costituzionale all'Università di Bari) e Alessandro Sciolla - al prof Calvo – nell'esito concorsuale – è stato preferito il ben più giovane professore associato Edoardo Ferrante interno al dipartimento di Giurisprudenza dell'università di Torino. Anzi, nella graduatoria risulta superato anche dalla ancor più giovane professoressa Ilaria Riva anch'essa interna al dipartimento di Torino». I legali, nell'atto, parlano di «esito domestico del concorso che – specificano – lascia interdetti e ha generato non poco stupore nella comunità dei civilisti italiani». Ma veniamo ai candidati, tre tutti interni al netto del professor Calvo. Una di loro adotta al corso di Privato il manuale che Calvo ha realizzato insieme al professor Ciatti Caimi. Il testo è adottato a Torino, ma anche a Teramo, Ferrara, Brescia, Piemonte orientale e Milano Bicocca. «Nonostante la presenza di candidati interni, il dipartimento, su proposta del direttore, nomina il membro interno nella persona di Paolo Gallo (ordinario di diritto privato)». Gli altri due vengono estratti. Dopo un paio di giorni dalla nomina della commissione, la candidata interna Quarta presenta la lettera di rinuncia alla domanda. Alla fine: vince Ferrante. Al secondo posto arriva la professoressa Riva. E Calvo, terzo a lunga distanza dai primi due giovani candidati torinesi. Gallo è – come detto ordinario da 12 anni. «Quando raggiunse questo livello di docenza universitaria (negli 11 anni precedenti era stato "Associato"), Ferrante (il vincitore) – scrivono i legali del ricorrente – era ancora ricercatore. Stesso dicasi per la professoressa Riva». Ancora: «Alla luce della sua presenza nei più importanti commentari e trattati di diritto privato e civile è dimostrato che il gotha della civilistica italiana considera il professor Calvo una delle sue voci più importanti».
    Il ricorso passa in esame, poi, le pubblicazioni: Calvo conta «85 partecipazioni a convegni e 289 pubblicazioni scientifiche individuali in larga parte di natura monografica» contro le (77 del vincitore e i 12 articoli scientifici e 30 contributi in riviste per la candidata Riva». I punteggi assegnati dalla Commissione in alcune delle voci in questione vengono contestate dai legali di Calvo anche in relazione ai tempi («troppo ristretti») per valutare ognuna delle voci elencate nei curricula: («2,68 minuti per ciascuna operazione»). Ergo: «Tutto ciò esclude – si legge nel ricorso - che la valutazione si sia formata in maniera garantita e corretta e anzi induce all'inevitabile conclusione di un pre-confezionamenti dei singoli convincimenti». Infine la richiesta di «annullare l'esito del concorso, nominare una nuova commissione». Magari senza interni «per garantire l'indipendenza del giudizio». L'Università, pur cercata, ha scelto di non replicare.
  5. JUVE E MOCCIOLA: Il processo nato dall'inchiesta della Digos sul tifo organizzato. La pena più alta, 8 anni, è stata inflitta al leader del gruppo Dino Mocciola
    "Estorsione ai dirigenti della Juventus" Pene raddoppiate in appello agli ultras
    ludovica lopetti
    Hanno perso la partita, almeno quella che si è giocata nelle aule di giustizia. E ai Drughi, storico gruppo ultrà della Juventus, ora non resta che sperare nella Cassazione. Per la Corte d'Appello, l'estorsione ai danni della società c'è stata. Eccome. E i giudici hanno inasprito le condanne inflitte in primo grado nel processo Last Banner, nato nel 2018 da un'inchiesta della Digos che ha travolto il tifo organizzato bianconero. La pena più alta, 8 anni, è stata inflitta a Dino Mocciola, considerato il leader del gruppo. Quattro anni e tre mesi per il leader di "Tradizione-Antichi Valori" Umberto Toia e tre anni a Beppe Franzo, rappresentante di "Quelli di via Filadelfia". Altri 4 anni e 6 mesi sono andati a Sergio Genre, mentre Salvatore Cava ha riportato una condanna 4 anni e 7 mesi. Per Massimo Toia e Corrado Vitale, difesi dall'avvocato Monica Arossa, i giudici hanno confermato l'assoluzione del primo grado dall'accusa di estorsione.
    A processo, al termine dell'inchiesta della Digos coordinata dal dirigente Carlo Ambra, finiscono in dodici accusati a vario titolo di estorsione, intimidazioni, violenza privata, prevaricazioni alla società, agli steward, agli altri tifosi. E a pesare sull'esito del secondo grado sembra sia stata una diversa lettura dell'episodio ai danni di Alberto Pairetto, il dirigente che teneva i rapporti con le tifoserie: i giudici hanno ritenuto l'estorsione consumata e non solo tentata. I biglietti gratis e altre regalie per gli ultrà furono ottenuti con un ricatto ai vertici della società bianconera.
    Per comprendere la vicenda bisogna tornare all'aprile 2018, quando la Juventus su impulso della Questura interrompe privilegi e concessioni agli ultrà, in particolare la possibilità per gli striscionisti di accedere liberamente allo stadio. Ne nasce, secondo la pm Chiara Maina, una vera e propria «strategia estorsiva». Lo sciopero del tifo? Messo in atto tramite «una sistematica e continuativa attività di intimidazione» nei confronti dei tifosi 'comuni' perché smettessero di cantare durante i match. Non solo: nelle stesse occasioni furono intonati cori denigratori che costarono pesanti sanzioni al club, oltre a un importante danno d'immagine. Tutto per piegare la società agli interessi degli ultrà.
    Nell'ottobre 2021, la sentenza di primo grado ha fatto storia: in Italia, per la prima volta, è stato riconosciuto a un gruppo di tifoseria, i «Drughi Juve», il reato di associazione a delinquere finalizzata. Al vertice, secondo i giudici, c'era Geraldo Mocciola, un pedigree criminale lungo e articolato, e i suoi collaboratori. «Questo risultato - dice l'avvocato Luigi Chiappero, che insieme alla collega Maria Turco ha patrocinato la Juventus come legale di parte civile - è anche il frutto dell'impegno per aumentare la funzionalità degli stadi. Senza la complessa macchina organizzativa allestita in materia di sicurezza, e l'impegno di questura e procura, non si sarebbe mai potuto conoscere nei dettagli ciò che accadeva in curva».
    E da quando furono eseguite le misure cautelari, i gruppi ultrà coinvolti non hanno più potuto portare allo stadio gli striscioni con i loro loghi. Niente bandiere né tamburi.

 

 

 

01.05.24
  1. a meno di un euro l'ora
    Schiavi
    filippo fiorini
    Il villaggio turistico La Caravella era un luogo di relax, poi è diventato un bacino per attingervi gli schiavi. «Due passi dal mare», «una delle zone più belle della Costa Est», «80 appartamenti», «due piscine», «solarium», «un campo da tennis e un campo di calcetto», si legge nell'annuncio dell'asta giudiziaria seguita alla messa in liquidazione, nel 2016, di questa struttura sull'Aurelia Sud, fuori Piombino, in provincia di Livorno. Una gara che andò più volte deserta, finché il resort fu acquisito da una coop e trasformato in un Cas, ovvero un centro di accoglienza straordinaria per migranti.
    «Sfruttando lo stato di bisogno degli ospiti», «turni di oltre 10 ore al giorno, che si protraevano dall'alba al tardo pomeriggio senza pause», «con retribuzioni inferiori a quanto previsto dai contratti collettivi, senza versamento di contributi, e paghe che in un caso arrivavano addirittura all'importo di 0,97 euro all'ora», ma soprattutto, «caporalato», è quel che si legge invece nel documento con cui, ieri, i Carabinieri hanno annunciato l'operazione «Piedi Scalzi».
    Tutti uomini e stranieri le vittime. Tutti uomini e stranieri gli indagati. Sessantasette, per la precisione, sono le persone che quotidianamente e per settimane i militari dell'Arma e l'ispettorato del lavoro di Livorno e Piombino, hanno ripreso coi droni mentre veniva affidata loro, per esempio, una zappa negli orti del grossetano o un troncarami e un trattore negli ulivi e le vigne del livornese. Sempre «con sistematica violazione delle norme in materia di sicurezza e igiene», nonché senza formazione. A insospettire gli investigatori, è stato quello che hanno descritto come «uno strano via vai alle porte del Cas». Da lì è nata tutta l'inchiesta. Tenevano sotto controllo il posto perché, tempo addietro, si erano susseguiti episodi criminali: l'accoltellamento di un operatore da parte di un rifugiato. L'ingresso abusivo di un irregolare e la pretesa, con minacce, di disporre di un alloggio.
    I nomi iscritti nel registro degli indagati sono dieci. Si tratta di pakistani che agivano in tre gruppi separati. Sei di loro avevano aperto una partita Iva, per operare in ambito agricolo. Gli altri quattro erano i caporali veri e propri: ogni mattina andavano al Cas, reclutando a discrezione i braccianti. Sono stati tutti arrestati, tranne uno che è latitante all'estero. Dai conti correnti delle aziende sono stati sequestrati 45 mila euro e l'Inps potrà disporvi per rifarsi delle tasse non pagate.
    Sempre secondo i Carabinieri, il prezzo di uno schiavo nel Sud della Toscana, oggi, «poteva variare tra i 3 e i 9 euro l'ora circa», cifra che in un caso era scesa a 97 centesimi. I salari venivano corrisposti «con oltre 3 mesi di ritardo e in alcuni casi neanche versati». Secondo la Cisl, la retribuzione media di un bracciante agricolo regolare, in orario di lavoro ordinario, è di 12 euro e può arrivare a 16. Per lo straordinario, che ovviamente in questo caso non veniva preso in considerazione, la media è 14 e il massimo 18.
    La vicenda ha suscitato notevoli polemiche tra i politici, che si sono scontrati sui temi dell'immigrazione e dello sfruttamento del lavoro. Da un lato, il ministro dell'Agricoltura, Francesco Lollobrigida, si è complimentato con gli inquirenti e ha sottolineato «l'impegno del governo Meloni per combattere lo sfruttamento dei lavoratori nel settore agricolo». A Lollobrigida, si è unita la sottosegretaria all'Interno, Wanda Ferro, per cui «dietro alla retorica dell'accoglienza, si nasconde una realtà di sfruttamento e di degrado che nulla ha a che fare con la solidarietà».
    Dall'altro lato, l'onorevole Marco Simiani, del Pd ha detto dell'esecutivo che «chi dovrebbe governare i flussi migratori per assicurare manodopera alle imprese, finanzia i lager in Albania con i soldi dei contribuenti. Chi dovrebbe verificare la legalità e l'umanità nei Cpr e nei Cas, si volta dall'altra parte», e che «chi dovrebbe garantire il lavoro dignitoso, affossa in ogni modo il salario minimo».
    Un report pubblicato dalla Cgil nel 2022, identifica l'agricoltura come il settore più soggetto al fenomeno del caporalato e tra gli stranieri la maggior parte delle vittime. Nel reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, recentemente introdotto, con pene da uno a otto anni e multe fino a 5 mila euro (di questo sono accusate le persone coinvolte nell'operazione di ieri), compaiono però sempre più spesso anche minorenni e italiani.
  2. Il rapporto dell'organizzazione: "Aumentano le morti collaterali, i più colpiti sono i bambini"
    L'allarme di Msf: "Situazione sanitaria al collasso"

    Nello Del Gatto
    GERUSALEMME
    Parla di «morti silenziose» il rapporto appena pubblicato da Medici Senza Frontiere, che denuncia la situazione sanitaria a Gaza sempre più disperata. Nello studio si parla soprattutto dei bambini che, oltre ad essere vittime dei bombardamenti, muoiono sempre più spesso di malattie varie come polmonite, epatite e varie forme di gastroenterite e dissenteria grave.
    Secondo i dati forniti da MSF il numero di casi sospetti di epatite A è in continuo aumento, senza contare che nel primo trimestre dell'anno sono stati assistiti 216 bambini sotto i 5 anni per malnutrizione moderata o acuta grave, mentre i casi di malattie diarroiche nella stessa fascia sono aumentati di ben 25 volte. Una situazione che, in caso di attacco israeliano su Rafah, sarebbe destinata a peggiorare. «Senza un cessate il fuoco immediato e duraturo e un significativo ingresso di aiuti, continueremo a vedere morire altre persone» ha dichiarato Sylvain Groulx, coordinatore delle emergenze di MSF.
    Nel rapporto viene evidenziato come le attuali condizioni di vita nella città più meridionale di Gaza, dove ci sono oltre un milione e quattrocentomila rifugiati, siano terribili: manca acqua potabile, rifiuti e liquami abbondano nelle strade agevolando il diffondersi di ogni genere di malattia.
    Gli ospedali sono troppo pieni e ormai carenti di medicinali e attrezzature necessarie per curare adeguatamente i pazienti. Molte visite mediche vengono ritardate o semplicemente non sono possibili. Tanti poi anche coloro che accusano problemi psicologici, anche tra il personale medico, con sintomi legati all'ansia e allo stress, comprese sindromi depressive. Il tutto è reso complicato dalle notevoli difficoltà di far entrare nella Striscia forniture mediche e aiuti umanitari per alleviare le sofferenze della popolazione locale, nonostante i numeri dell'esercito israeliano parlino di molti camion in ingresso che però non vengono distribuiti dall'Onu. Domenica infatti i valichi sono stati chiusi di concerto con Usa, Egitto e Onu, per permettere a quest'ultimo di smaltire parte dell'arretrato.
    MSF ribadisce di avere competenze e mezzi per aiutare, considerando anche l'ottima qualifica dei medici palestinesi, ma c'è bisogno che arrivino aiuti. Attualmente l'organizzazione lavora in tre ospedali della Striscia di Gaza: l'ospedale di Al-Aqsa, l'ospedale indonesiano di Rafah e l'ospedale emiratino nel sud di Gaza e anche in tre cliniche ad Al-Shaboura e Al-Mawasi, sempre a Rafah.
  3. La procura chiude l'indagine su Scolaro, ad del consorzio Cidiu Contestata la tentata concussione. I pm: "Soldi o utilità dai clienti"
    Inchieste e veleni i sindaci licenziano il manager dei rifiuti
    giuseppe legato
    ludovica lopetti
    Chiusa l'inchiesta su Marco Scolaro, ex amministratore delegato del consorzio Cidiu che gestisce la raccolta differenziata in 17 Comuni della cintura ovest di Torino. E i sindaci gli revocano il mandato da manager. È successo tutto ieri mattina in una complessa riunione tra il management dell'ente e l'assemblea dei primi cittadini. Scolaro, difeso dal legale Nicola Gianaria, è indagato per tentata concussione dal pm Alessandro Aghemo e dal procuratore aggiunto Enrica Gabetta. Su due episodi specifici nei quali – questa l'ipotesi d'accusa - avrebbe tentato di costringere due aziende private del settore a farsi dare (o promettere) «denaro o altra utilità anche di natura non patrimoniale» in cambio dell'autorizzazione a conferire i loro rifiuti nella discarica di Druento.
    Gli stracci sono volati ieri mattina, ma è da tempo che questa storia aleggia sul consorzio tra veleni, accuse incrociate di rimborsi gonfiati, male lingue e voci di corridoio. Una cosa è certa: l'esposto iniziale che ha avviato nei fatti l'indagine della procura che riferiva circostanze, evidentemente prese in considerazione dai magistrati, è stato presentato a dicembre 2022 da Marcello Mazzù all'epoca presidente dell'ente. «Avevo ricevuto una telefonata da un funzionario del consorzio. Mi fece ascoltare un file audio che riportava una conversazione tra Scolaro e un cliente dell'ente. I toni tradivano una conoscenza pregressa e lasciavano immaginare comportamenti probabilmente non lineari – racconta – e così, anche sulla scorta di altre segnalazioni la cui veridicità non avevo modo di appurare oltre coi miei strumenti, mi sono recato in procura». Mazzù è stato sentito due volte dagli investigatori e fino a ieri ha tenuto il segreto su quanto detto e fatto: «Ma da ieri ho potuto raccontare tutto dopo aver appreso della chiusura indagini». Ed effettivamente è stato Scolaro nel corso dell'assemblea a comunicare di aver ricevuto la scorsa settimana la notifica dell'avviso di chiusura indagini da Palagiustizia: «Mi si contestano due episodi di tentata concussione a seguito -anche in questo caso- dell'esposto presentato dal presidente Mazzù» ha riferito. La sua revoca è stata certo accelerata dalle notizie dell'inchiesta ma già diversi sindaci avevano chiesto la sua "rimozione" dal ruolo di vertice dell'ente per motivi diversificati: «C'era un tema di non raggiungimento degli obiettivi e un altro legato a ipotesi di irregolarità nei rimborsi. Certo l'indagine ha dato il suo contributo» dice adesso Mazzù che rivendica come segretario del Pd «di aver affrontato una questione che investiva un iscritto al partito (tale è Scolaro) con l'approccio morale corretto». Scolaro ha annunciato che si «sottoporrà a interrogatorio la prossima settimana "al fine – ha detto - di dimostrare che le accuse, riportate indirettamente e per sentito dire nell'esposto presentato, sono del tutto infondate». Ha aggiunto sul punto: «Mi sono sempre battuto in società affinché fosse garantito rigore, controllo ed a favore dell'applicazione di criteri omogenei nella scelta dei conferitori e delle quantità di rifiuto conferibile anche a costo di rendermi evidentemente non gradito». «Il mandato a Scolaro è stato revocato perché non sono state soddisfatte le aspettative dei soci. Non sono stati raggiunti gli obiettivi che si dovevano raggiungere e anche quelli ottenuti non lo hanno visto protagonista, cosa che ci saremmo aspettati» dice il sindaco di Grugliasco, Emanuele Gaito. "Non voglio entrare - aggiunge - nell'inchiesta giudiziaria. La struttura va rilanciata nella sua funzione primaria: cioè quella di fornire una gestione ottimale ai cittadini dei nostri comuni».

 

 

 

 

30.04.24
  1. Finti agenti e il tentato furto della Porsche Giambruno, gli 007 e l'intrigo al Copasir
    grazia longo
    roma
    Un giallo dai contorni di una spy story. Ci sono ancora diversi aspetti da chiarire in merito a un tentativo di furto sull'auto del giornalista Andrea Giambruno, ex compagno della presidente del Consiglio. La vicenda, divulgata ieri dal quotidiano Domani, risale alla notte tra il 30 novembre e il 1° dicembre davanti all'abitazione della premier al Torrino. Due uomini sono stati fermati da un poliziotto che era di sorveglianza, mentre trafficavano con una torcia sulla vettura di Giambruno. I due si sono giustificati dicendo di essere «colleghi» esibendo frettolosamente un distintivo, ma non sono stati identificati.
    E qui c'è la prima falla: perché non si è proceduto all'identificazione in un caso così delicato che riguardava una persona vicina alla premier? La fine della relazione sentimentale era stata annunciata dalla stessa Giorgia Meloni un mese prima, in seguito alle registrazioni «rubate» a Giambruno in un fuorionda da Striscia la notizia.
    Dopo la mancata identificazione la macchina investigativa e quella dell'intelligence si mettono subito in moto: la Digos viene delegata dalla procura di Roma a indagare (il fascicolo è aperto direttamente dal procuratore capo Francesco Lo Voi) e viene inoltre informata la scala gerarchica fino al capo della polizia Vittorio Pisani e al ministro dell'Interno Matteo Piantedosi. Ma si muovono anche i Servizi e da un primo identikit vengono riconosciuti come «colpevoli» due agenti dell'Aisi, l'Agenzia dei servizi segreti interna, e in particolare della scorta di Meloni. I due vengono trasferiti all'Aise, l'Agenzia dei servizi esteri mentre le indagini vanno avanti per due mesi.
    E alla fine si scopre che l'identikit fornito dal poliziotto che la notte tra novembre e dicembre aveva visto i due uomini assomiglia in modo inequivocabile a due ricettatori. Inoltre emerge che i due 007 sospettati, la notte del fatto erano in realtà distanti dalla casa della premier, come avrebbero dimostrato le celle telefoniche.
    Un interrogativo resta tuttavia senza risposta. I due ricettatori hanno agito di loro spontanea volontà o sono stati pilotati da qualcuno? L'episodio incriminato, come ha ricostruito il Domani, è avvenuto proprio a ridosso della nomina del nuovo capo dell'Aisi. L'uomo voluto dalla premier era inizialmente Giuseppe Del Deo, ma alla fine è stato scelto e incaricato Bruno Valensise. Il giallo del tentato furto è in qualche modo legato alla partita delle nomine?
    Intanto sul caso interviene il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano: «Dell'episodio accaduto sotto l'abitazione del presidente del Consiglio nella notte tra il 30 novembre e il 1° dicembre, mentre il presidente Meloni era impegnata in una missione all'estero, ho puntualmente riferito - quale Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica - nella mia ultima audizione al Copasir il 4 aprile. Non ho difficoltà a ribadire quanto già chiarito nella sede parlamentare propria, e cioè che gli accertamenti svolti per la parte di competenza dell'intelligence hanno consentito con certezza di escludere il coinvolgimento nell'episodio di appartenenti ai Servizi, e che la sicurezza del presidente Meloni non è mai stata posta a rischio».
  2. Il 15% degli italiani a rischio povertà "L'esecutivo riduca questo disagio"
    Una fetta della popolazione vicina al 15% è a rischio povertà. Sono oltre 8 milioni e mezzo gli italiani che rientrano nell'area di disagio sociale e vivono in una condizione economica precaria.
    È quanto emerge dal rapporto del Centro studi di Unimpresa. L'aumento dell'occupazione negli ultimi mesi non cancella le zone ad alto rischio, con quasi 2 milioni di disoccupati a cui vanno sommati 6,6 milioni di "working poor". Senza dimenticare, ricorda il rapporto, gli oltre 5 milioni di poveri assoluti che portano il totale degli italiani in difficoltà parziale o estrema a quasi 14 milioni. «La vera sfida del governo - commenta il presidente onorario di Unimpresa, Paolo Longobardi - è ridurre il disagio sociale».
  3. Elon Musk, missione a sorpresa in Cina Pressing per l'ok alle auto senza guidatore
    lorenzo lamperti
    taipei
    Esce Antony Blinken, entra Elon Musk. Per come la racconta la Cina: esce la «mentalità da guerra fredda», entra la cooperazione win-win. Dal segretario di Stato all'amministratore delegato di Tesla, Pechino resta crocevia degli interessi strategici e commerciali degli Stati Uniti. Dopo i complicati colloqui politici di Blinken di venerdì, ieri Musk è arrivato nella capitale cinese in una visita non annunciata. Dopo essere atterrato con un jet privato, ha subito incontrato Ren Hongbin, direttore del Consiglio per la promozione del commercio internazionale. Poi è stato significativamente ricevuto dal numero due di Xi Jinping, il premier e "vecchio amico" Li Qiang. Nel 2018, quando era capo del Partito comunista a Shanghai, Li inaugurò il primo impianto di fabbricazione di Tesla all'estero. Le foto e i video di loro due, accanto a loghi e modelli auto del colosso statunitense, hanno rafforzato le credenziali di Li come leader orientato al mercato e aperto agli investimenti stranieri. Una fama che prova a mantenere anche oggi che è il braccio destro del presidente. «Saremo sempre aperti alle imprese internazionali», ha garantito Li. «Tesla è ansiosa di fare il prossimo passo per approfondire la cooperazione con la Cina e raggiungere risultati più vantaggiosi per tutti», ha risposto Musk, al suo secondo viaggio nel Paese asiatico in meno di un anno.
    La visita arriva solo pochi giorni dopo che le autorità federali degli Usa hanno affermato che una «lacuna critica nella sicurezza» del sistema di guida autonoma di Tesla ha contribuito ad almeno 467 incidenti, di cui 13 con morti o feriti gravi. L'obiettivo principale del viaggio di Musk è quello di ottenere l'abilitazione della tecnologia Full Self-Driving, che in Cina non è ancora autorizzata. Tesla ha venduto più di 1,7 milioni di auto nel Paese nel giro di un decennio e la fabbrica di Shanghai è la più grande a livello globale. Ma negli ultimi tempi ha avuto parecchi problemi, a partire dalla spietata concorrenza delle case automotive locali, in primis BYD e Xpeng. Tesla ha risposto tagliando a più riprese i prezzi, ma le vendite del primo trimestre del 2024 sono scese del 13%.
    Il mercato cinese resta in ogni caso cruciale per Musk, la cui visita coincide col salone dell'auto di Pechino, dove Tesla non ha però un suo stand. Segnale di un'accoglienza forse meno trionfale per il tycoon sudafricano, rispetto a quando sui social cinesi veniva chiamato affettuosamente "fratello Ma", ammirato come "pioniere" e persino suggerito come presidente degli Stati Uniti. Ora i campioni nazionali sembrano destinati a dominare il mercato globale delle auto elettriche. «L'approvazione del Full Self-Driving è l'ultima speranza di Tesla per salvare le sue vendite», scrive un commentatore su Weibo, l'X cinese. Musk punterebbe anche a ottenere la possibilità di trasferire all'estero i dati raccolti in Cina, sin qui conservati a Shanghai, per testare gli algoritmi delle tecnologie di guida autonoma. L'eventuale accordo rappresenterebbe una svolta sulla posizione intransigente di Pechino sul trasferimento di dati oltreconfine.
    Musk, che in passato si era dilettato a pubblicare sui social dei poemi in mandarino, si è più volte opposto al disaccoppiamento delle economie di Washington e Pechino, definite «gemelle congiunte». Una posizione che la Cina usa per sostenere che gli imprenditori americani non approvano la strategia di "riduzione del rischio" perseguita da Joe Biden. Non a caso, si insiste molto sulla retorica degli scambi "people-to-people". Di recente, non mancano di ricordare i funzionari di Xi, dalla Cina sono passati i manager di tanti colossi americani, da Tim Cook di Apple a Pat Gelsinger di Intel. Anche questo è un modo per provare a fare pressione sulla Casa Bianca ed evitare o limitare i nuovi dazi sull'industria tecnologica verde, destinati probabilmente a colpire pannelli solari, batterie e proprio le auto elettriche. —
  4. "I boss si chiamano da una prigione all'altra questo è il fallimento del nostro sistema"
    Difficile accettare che «detenuti di mafia organizzino chiamate collettive anche da carcere a carcere mentre fuori si conduce una battaglia per arginare profitti e reati delle organizzazioni». E ancora: «È ormai più facile gestire una piazza di spaccio in carcere che fuori». Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri parla apertamente di «fallimento» del sistema carcerario italiano, ridotto ormai a un colabrodo. Tra droni, palloni imbottiti di device e sim card lanciati nei cortili del passeggio, il quadro «è allarmante».
    Telefoni, microtelefoni, droga. In carcere, in Italia, entra di tutto dottor Gratteri. Cosa sta succedendo nei penitenziari del nostro Paese?
    «Cominciamo col dire che mediamente in ognuna delle strutture italiane ci sono 100 telefonini attivi in questo momento».
    Su centonovanta istituti nel nostro Paese il calcolo restituirebbe una cifra drammatica.
    «È l'amara realtà dei fatti».
    Partiamo dalla droga: dall'hashish alla cocaina, fino al mercato del Subutex, un farmaco che ha effetti simili al metadone. L'immagine di molte carceri sembra quella di una piazza di spaccio. È cosi?
    «Il traffico di sostanze stupefacenti dentro i penitenziari è diventato un vero e proprio business. È più facile oggi gestire una piazza di spaccio in carcere, dove i detenuti di spessore hanno a disposizione una nutrita manovalanza di detenuti di minore levatura per la gestione, che in una singola città ove le rivalità tra clan ne riduce la loro potenzialità».
    Risultato?
    «I capi si arricchiscono e i detenuti tossicodipendenti invece di essere curati continuano a drogarsi in ambiente che dovrebbe invece essere deputato al loro recupero».
    Un fallimento?
    «Ne sono assolutamente convinto».
    E poi ci sono i telefonini. Più di duemila sono stati ritrovati nell'ultimo anno nelle celle.
    «La situazione è allarmante, non c'è bisogno di ripeterlo».
    Siamo tornati ai tempi del Grand Hotel Ucciardone?
    «La domanda non è retorica, ma pertinente a una storia che si ripete, con i dovuti adattamenti, uguale a se stessa».
    Bastano gli strumenti attuali per combattere il fenomeno?
    «Dire proprio di no».
    Cosa servirebbe?
    «È oltremodo necessario recidere definitivamente il fenomeno con la predisposizione di jammer con i quali poter impedire ai telefonini, in possesso illecitamente dei detenuti, di poter ricevere e comunicare».
    Che posta c'è in gioco?
    «Il pericolo è la possibilità di poter decidere le sorti di un carcere anche con soli pochi telefonini, mai in possesso di capimafia ma da loro comunque utilizzati, con i quali detenuti di alta e media sicurezza, per i quali dovrebbe esistere la netta separazione, organizzano la commissione di reati, proteste e spedizioni punitive per accrescere il loro carisma penitenziario e mafioso».
    Può citare esempi?
    «Ci sono detenuti appartenenti ad organizzazioni mafiose che organizzano incontri telefonici, anche collettivi e finanche tra carcere e carcere. In alternativa pensiamo al fatto che nel carcere di Rossano, ove esistono reparti di alta sicurezza per mafiosi e per terroristi internazionali, di recente sono stati rinvenuti complessivamente circa 140 telefonini».
    Che immagine ci restituisce quanto sta dicendo?
    «Un capomafia, inserito nel circuito dell'Alta Sicurezza, riservata essenzialmente a soggetti di elevato spessore criminale, che ha nella disponibilità un telefono cellulare rappresenta il sunto di un fallimento. Con l'occhio rivolto alle dinamiche extra-murarie, i boss riescono agevolmente a mantenere vivi e vitali i rapporti criminali - impartendo ordini e contribuendo alla commissione di nuovi reati satellite - nonché ad accrescere il loro prestigio e, di pari passo, il vincolo associativo stesso. Credo assolutamente si debba parlare di fallimento, o, forse meglio, di un duro colpo che la criminalità di stampo mafioso sferra allo Stato, nella sua perenne e gravosa lotta a tale abietto fenomeno».
    Perché?
    «L'immagine del mafioso che diventa - se possibile - ancor più autorevole, in grado di esibire pienamente il proprio potere, ancor più percepito giacché esercitato da dietro le sbarre, in barba all'amministrazione penitenziaria e allo Stato stesso è scoraggiante e mortificante per tutto l'apparato che cerca invece di elidere i contatti con l'esterno attraverso la carcerazione».
  5. I sindacati chiedono più prevenzione. L e intercettazioni: "Appuntato, qui comandiamo noi"
    Pacchi con i droni e palloni da calcio così droga e cellulari entrano in cella
    Colabrodo. Vulnerabili. Permeabili alle organizzazioni mafiose. Piazze di spaccio di droga e hub per consegna di telefonini e simcard. Se fosse un film sarebbe Grand Hotel Ucciardone, ma questa purtroppo è una storia vera, un'emergenza. Un paradosso.
    Partiamo dalla fine. Sei febbraio scorso: nella casa circondariale di Corigliano Calabro la polizia penitenziaria trova 130 microtelefoni nelle celle dopo una perquisizione durata 12 ore. Dieci giorni fa ne saltano fuori altri 15. Erano nascosti anche nei bagni. Un call center. Non è un penitenziario qualunque, questo. Ci sono diversi detenuti di ‘ndrangheta, camorra e Sacra Corona unita reclusi in Alta Sicurezza, terroristi che stanno espiando la pena nel settore "AS2" dove negli anni scorsi, vennero trasferiti persino alcuni prigionieri che erano rinchiusi a Guantanamo. Persone inserite nei circuiti del cosiddetto radicalismo islamico con saldi riferimenti culturali e terroristici nel Daesh e in Al Quaeda.
    Il 23 febbraio è toccato al centro clinico di Regina Coeli. A Torino, un mese fa, è stata chiusa un'inchiesta con 43 indagati tra detenuti e agenti. Coi pacchi consegnati dai familiari sfruttando maglie larghe e occhi distratti, ma anche attraverso palloni da calcio imbottiti oppure coi droni concepiti come precisi ed efficienti corrieri del cielo.
    Nel 2023, nei 190 istituti del nostro Paese ne sono saltati fuori più di duemila, 1761 soltanto da gennaio a settembre. Una cifra abnorme, un'emergenza anche per la politica. Due mesi fa, il ministro Carlo Nordio, nel rispondere alla Camera a un question time ha spiegato che si è conclusa una sperimentazione con l'impiego dei Jammer reattivi. I risultati – ha detto Nordio – sono positivi ma «non nascondo che non si tratta di un problema di facile soluzione». In campo ci sono diverse iniziative: dai cell phone detector a un corso dedicato agli agenti per intercettare i droni che consegnano oggetti ai detenuti. Al netto di questo - per il ministro - «uno dei più efficaci deterrenti è la videosorveglianza». Donato Capece, segretario del sindacato Sappe, la vede diversamente: «Siamo diventati una centrale Telecom. E sui Jammer è dai tempi di Bonafede che se ne parla e mentre qui si discute la criminalità organizzata è più avanti di noi tecnologicamente almeno di 10 anni». E i duemila telefonini ritrovati? «Andiamo a naso. Non ci sono tutti questi sistemi di prevenzione di cui sento parlare, non nelle disponibilità utili a tutti gli istituti». Per combattere la droga Leo Beneduci dell'Osapp ha un'altra idea: «Basterebbe implementare gli organici e l'utilizzo dei cani ma sa quanti gruppi cinofili ci sono in Italia? Dieci».
    Se ci si mettono in mezzo anche gli infedeli, il quadro - da fosco - diventa torbido: due mesi fa la procura di Catanzaro ha arrestato 26 persone tra detenuti e dirigenti del carcere di Siano. In manette (da un mese revocate e sostituite da un'interdittiva) anche l'ex direttrice Angela Paravati, che – secondo il gip – per «garantirsi una agevole governabilità dell'istituto penitenziario e far apparire, all'esterno, il carcere di Catanzaro come ben gestito così da garantirsi una agevole carriera» avrebbe fatto entrare di tutto. I detenuti lo sapevano: «Appuntato qui comandiamo noi» dicevano. «Tu apri e chiudi i pacchi, basta». La fine del "grand Hotel Siano" è agli atti quando subentra una nuova dirigente: «Prima stavamo meglio – dicono i detenuti – adesso stanno rompendo la minchia. Non è che tu per due anni ci fai fare quello che c…o vogliamo e poi cominci a vietare tutto»
  6. Uno stipendio da 80 mila euro per una poltrona nel Consiglio
    Ma quanto si guadagna a sedere nel Consiglio di indirizzo o di amministrazione della Fondazione Crt? E quanto per i board delle partecipate? Dopo le auto nomine arrivate dai membri del Cda lo scorso lunedì, la risposta arriva dai bilanci degli enti. E così emerge che per il Cdi, tra compensi e rimborsi spese, via XX Settembre ha sborsato 690.775 euro per 18 membri. I sei consiglieri del Cda, invece, hanno guadagnato quasi 492 mila euro. In pratica, al netto dei rimborsi, si parla di circa 30 mila euro per i consiglieri d'indirizzo, circa 80 mila per quelli del Cda. Ma dipende dal numero delle sedute convocate. Il regolamento dell'Acri, infatti, recita: i compensi annui spettanti al Cda sono pari a 90 mila euro per il presidente, 54 mila euro per ogni vice presidente e 43 mila per i consiglieri d'amministrazione ma al compenso va aggiunto un gettone di presenza pari a mille euro per ogni seduta. Per il Cdi non c'è un fisso e il gettone di presenza è di 2 mila euro. Per quanto riguarda, invece, le Ogr ogni consigliere viene retribuito circa 12 mila euro, il presidente 20 mila e l'amministratore delegato 50 mila. Non tantissimo ma tutto è relativo, anche perché nel caso dei nuovi ruoli Davide Canavesio è sia ad sia presidente. Più sostanziosi i gettoni per Ream ed Equiter che si aggirano sui 35 mila circa nel caso di vicepresidenza. Questo al netto degli incarichi professionali. Un esempio? La vice presidente della Fondazione Crt, Caterina Bima, ha firmato almeno quattro atti in quattro anni relativi a operazioni immobiliari della partecipata Ream. Tutto ovviamente trasparente e pubblico

 

 

29.04.24
  1. Le grandi opere
    "Mafie radicate nell'economia del Nord Rapporti con i politici diffusi e pragmatici"
    Giovanni Melillo
    Le indagini
    «Non si deve più parlare di infiltrazioni mafiose, ma di una presenza strutturale delle organizzazioni criminali nel Centro-Nord Italia in tutti i settori, dall'edilizia, alla logistica, al calcio professionistico passando per la grande distribuzione e la finanza». Il procuratore nazionale Antimafia Giovanni Melillo non ha dubbi: ormai mafia, camorra e 'ndrangheta fanno parte del tessuto economico anche e soprattutto nella parte più sviluppata del paese.
    Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia, quanto sono potenti le mafie al Nord?
    «Sono circa trent'anni che le indagini e i processi dimostrano la presenza al Nord di autentiche, stabili e fra loro coordinate ramificazioni strutturali della 'ndrangheta. Numerose sentenze, definitive, comprovano la gravità del fenomeno particolarmente in Lombardia, Piemonte ed Emilia. Ma la situazione non è diversa in Liguria, in Veneto e in Toscana, dove l'azione giudiziaria ha più a lungo scontato la difficoltà di riconoscere i tratti tipicamente mafiosi di strutture dedite, assai più che ad azioni violente, a penetrare nei circuiti economici mediante gli strumenti della corruzione, anche nel settore privato, della frode fiscale e del riciclaggio».
    La droga resta l'attività principale?
    «Naturalmente uno dei motori degli affari di 'ndrangheta resta il traffico di stupefacenti e soprattutto della cocaina importata dall'America Latina, che genera gran parte degli enormi profitti illeciti che si riversano negli affari apparentemente leciti o negli affari illeciti che godono di vasta condivisione sociale, perché si realizzano con la partecipazione di imprese e professionisti che mafiosi non sono, ma che parlano lo stesso linguaggio dei mafiosi, essendo gli uni e gli altri alle prese con le stesse false fatturazioni, le stesse frodi carosello, le stesse indebite compensazioni fiscali, gli stessi fallimenti pilotati e i medesimi canali di riciclaggio dei relativi proventi».
    In Emilia Romagna, dall'ultima relazione semestrale della Dia, si è registrato il record di interdittive – più di cento seconda solo a Calabria e Sicilia – per rischio di infiltrazioni mafiose. È in questa regione la nuova emergenza della 'ndrangheta economica?
    «Mi parrebbe piuttosto difficile parlare di emergenza, tanto meno nuova. Si tratta piuttosto e da tempo di componenti strutturali del tessuto economico e sociale di quella regione, come di gran parte del territorio nazionale. Inutile nascondersi dietro un dito e far finta di non vedere l'impronta di presenze e interessi mafiosi che marca pezzi significativi del sistema delle imprese che operano nell'edilizia pubblica e privata, come nella logistica e nella distribuzione commerciale».
    I rapporti con la politica?
    «Diffusi, disincantati e pragmatici, direi. Le organizzazioni mafiose sono indifferenti al colore degli interlocutori politici che soprattutto a livello locale, in cambio di finanziamenti e sostegno elettorale, si offrono di dare rappresentanza e tutela agli interessi delle reti d'impresa che agiscono per conto di quelle organizzazioni».
    Ormai le mafie hanno trasferito l'arte dei loro centri decisionali al Nord dal Sud?
    «Se parliamo di 'ndrangheta, le articolazioni centro-settentrionali sono dotate di larga autonomia, soprattutto nella ricerca di nuovi affari e di nuove partnership, ma conservano pur sempre legami profondi con le case madri radicate in Calabria, cui spetta l'ultima parola sulle questioni strategiche. Un modello di governance tanto flessibile quanto solido ed efficiente. Ma, ripeto, la logica degli affari permea ogni decisione e questo spiega anche la progressiva integrazione di strutture mafiose eterogenee e delle reti d'impresa che ne costituiscono diretta espressione. Se si tratta di importare e poi distribuire, ad esempio, gasolio e benzina, governando al tempo stesso la relativa gigantesca rete di evasione dell'Iva e delle accise, 'ndrangheta, mafia e camorra sanno lavorare gomito a gomito, abbandonando le rigide distinzioni originarie».
    Le mafie si sono infiltrate nel Pnrr?
    «Se abbandonassimo la logica banalizzante del rischio di "infiltrazione" delle mafie nell'economia sarebbe più facile riconoscere una realtà che vede le imprese di mafia agire stabilmente insieme alle imprese che mafiose non sono, condividendo affari e servizi illegali. Potremmo così più chiaramente valutare la gravità del rischio, terribile per la stessa credibilità internazionale dell'Italia, che si diffonda nell'opinione pubblica europea la percezione che risorse provenienti in buona parte da tasse pagate da cittadini e imprese di altri Paesi finiscano nelle tasche delle nostre mafie e nei mille rivoli della corruzione».
    Le norme di contrasto sono sufficienti?
    «Il fenomeno avviene parallelamente all'indebolimento degli strumenti di prevenzione e contrasto della corruzione e alla limitazione irragionevolmente dell'impiego delle intercettazioni in questo campo così cruciale. La prevista riduzione della durata massima dei controlli delle comunicazioni a 45 giorni a me pare esempio emblematico di tale irragionevolezza, considerando la difficoltà anche solo di immaginare strumenti alternativi di indagine davvero efficaci».
    I controlli, non quelli ex post affidati alle forze di polizia e alla magistratura, ma quelli ex ante, funzionano?
    «È del tutto evidente che la messa in campo di enormi risorse finanziarie pubbliche e l'urgenza della attuazione dei progetti del Pnrr come di quelli finanziati con risorse nazionali, a partire dal Ponte sullo Stretto e dalle Olimpiadi di Milano-Cortina, portano con sé anche l'illusione che si possa fare a meno di razionalizzare e intensificare controlli che, malgrado l'impegno delle prefetture e delle forze di polizia, hanno bisogno di ben maggiori dotazioni tecnologiche e di strumenti che oggi sono largamente inadeguati o che semplicemente restano sulla carta, come nel caso del monitoraggio dei flussi finanziari delle imprese o dei doveri di segnalazione di ogni anomalia».
    In quali settori si sono infiltrate attraverso il riciclaggio?
    «Non vi è settore che possa ritenersi al riparo del rischio di condizionamento mafioso. Persino le società di calcio, anche nel Nord Italia ed anche a livello professionistico, costituiscono ambite vie di ingresso e legittimazione sociale ed affaristica di figure e interessi mafiosi. Anche in questo campo è più facile far finta di non vedere».
    Anche nella grande finanza?
    «Se soltanto si pensa, ad esempio, alla dimensione dei grandi traffici di stupefacenti e dei volumi finanziari così generati e all'estensione planetaria dei sistemi di underground banking che reggono il finanziamento dei traffici e il riciclaggio dei relativi proventi attraverso piazze finanziarie impenetrabili, la conclusione si palesa intuitiva. Su scala globale e non soltanto nazionale».
    Nelle strategie di contrasto alle mafie che la Dna con le Dda porta avanti da anni esiste un salto di qualità investigativo che si augura o che si è posto? C'è un livello di connivenze da colpire più di quanto fatto finora per ottenere risultati – se possibile – ancora più incisivi?
    «Oggi le procure distrettuali lavorano insieme, condividendo progetti, modelli e metodi di organizzazione del lavoro e non soltanto specifiche informazioni e singole esperienze. Ma è difficile immaginare un'azione diffusamente e stabilmente efficace all'interno di un sistema giudiziario lento e farraginoso e di un quadro di permanente lacerazione polemica sui temi della giustizia. Così come è difficile immaginare un'efficace azione di contrasto della criminalità organizzata senza un parallelo rafforzamento dell'azione di contrasto della corruzione e della criminalità economica. Su entrambi quei versanti anche la magistratura dovrebbe seriamente interrogarsi, superando approcci difensivi e modelli organizzativi corporativi che contribuiscono grandemente a minarne la credibilità. Ma certo il pauperismo dell'amministrazione giudiziaria e l'instabilità del sistema normativo contribuiscono a rafforzare il pericolo di una sorta di ripiegamento burocratico del lavoro giudiziario. Per fortuna, la magistratura ha già dato prova in passato della propria capacità di rialzare lo sguardo e di recuperare la fiducia dei cittadini. L'ingresso nei suoi ranghi di molti, motivati e valorosi giovani è di per sé motivo di speranza».
    Nella percezione delle mafie al Nord si registra una altalena di attenzione della società civile con contestuale calo di tensione a seconda della vicinanza temporale o meno di operazioni antimafia.
    «Naturalmente, la coesione del tessuto sociale e la vitalità della società civile restano, salvo limitate eccezioni, incomparabilmente diverse fra quelle regioni e le aree meridionali segnate dal tradizionale radicamento mafioso. Ma ciò nulla toglie alla serietà del rischio che anche al Nord si diffonda l'accettazione rassegnata di presenze e influenze mafiose negli affari come nella vita quotidiana».
    La tentazione di pezzi della politica di fronte al coinvolgimento di alcuni suoi esponenti in contestazioni di reati di concorso in condotte mafiose è quella di isolare i casi definiti episodici. Ma la sensazione è che manchi una profonda, strutturale riflessione interna ai partiti (inteso trasversalmente) sui rischi di contiguità e collusioni. È la politica che assolve se stessa?
    «Naturalmente, la responsabilità penale è personale ed ogni generalizzazione, oltre che sbagliata e fuorviante, rischia di alimentare la pericolosa tendenza a screditare le istituzioni politiche, minando le radici della partecipazione democratica alla vita pubblica. Ma altrettanto certamente vi sono tutte le ragioni per considerare urgente una seria e condivisa riflessione delle organizzazioni attraverso le quali si organizza la vita democratica del nostro Paese». —
  2. Gilberto Pichetto Fratin
    "Pronti a chiudere tutte le centrali a carbone Le rinnovabili non bastano, serve il nucleare"
    «L'Italia è pronta a dire addio al carbone, la fonte fossile che genera più emissioni di gas serra». Il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin è a Torino per presiedere il G7 di Venaria sul Clima che parte oggi e si chiude martedì. Intervistato nello studio tv de La Stampa (il video è sul nostro sito) offre una roadmap per la chiusura delle centrali: «Abbiamo valutato i tempi: potremmo arrivarci nei prossimi mesi, anche se con l'attuale scenario geopolitico è più probabile parlare di un anno per quanto riguarda l'Italia continentale e 2027 per la Sardegna». Un obiettivo condiviso con altri Stati del G7, dal Regno Unito che chiuderà l'ultima centrale a settembre; agli Stati Uniti, che hanno appena imposto una regolamentazione stringente allo sfruttamento del carbone. Ma il carbone è ancora decisivo in Giappone e in Germania.
    Ministro, il G7 di Venaria si potrà dire un successo se...?
    «Se riusciamo a chiudere il ponte tra la Cop28 di Dubai e la Cop29 di Baku, ovvero confermare gli obiettivi di decarbonizzazione, di triplicazione delle rinnovabili, dell'abbandono del carbone e il finanziamento più coordinato della transizione nei Paesi in via di sviluppo. Cercheremo anche di coordinarci per la salvaguardia della biodiversità e per le azioni di adattamento».
    I Paesi del G7, che dovrebbero guidare, sono molto indietro con gli obiettivi. Quali sono gli ostacoli?
    «I Paesi del G7 sono cresciuti con produzioni energetiche molto diverse, quindi inserire energie pulite nel mix al posto delle fonti fossili è diverso da Paese a Paese. Ogni percorso è diverso e noi dobbiamo accettarlo con realismo e pragmatismo. Mi rendo conto dei problemi della Germania, così come so che la Francia è felice di spingere il nucleare. Ma sono fiducioso che arriveremo a un documento finale condiviso, ci siamo vicini».
    Rispetto all'obiettivo della finanza climatica, invece, cosa possiamo aspettarci?
    «Noi vogliamo ribadire che per i fondi di sostegno ai Paesi in via di sviluppo colpiti dai cambiamenti climatici bisogna trovare a livello mondiale un meccanismo condiviso che superi il semplice contributo volontario. Noi siamo i primi donatori del fondo Loss&Damage, nato alla Cop di Dubai, ma dobbiamo trovare un sistema per una contribuzione automatica».
    La Nobel per l'Economia 2019, Esther Duflo, questa settimana ha proposto di tassare i super-ricchi per ripagare i danni della crisi climatica. Può funzionare?
    «Non facciamoci prendere dalla demagogia. Il meccanismo deve essere ben strutturato. Le idee in campo sono tante: da una percentuale calcolata sul Pil, a uno schema che valuta il livello di emissioni».
    Torniamo al carbone italiano. È davvero possibile abbandonarlo?
    «Il nostro Paese è ancora fortemente dipendente dal gas che proviene dall'estero. Ci troviamo al centro del Mediterraneo e gli equilibri interazionali possono mutare velocemente, considerando che ora una parte di gas arriva dal Nord Africa. Abbiamo eliminato quasi interamente il gas russo, e potremmo liberarcene al 100% in qualsiasi momento, visto che la piccolissima quota che ancora arriva viene immediatamente esportata in Austria».
    Nell'equazione energetica del nostro Paese qual è il ruolo delle rinnovabili?
    «Sono la nostra fonte di energia pulita. Il gas è una fonte fossile di transizione necessaria da qui al 2040. Ma vogliamo far crescere fotovoltaico, eolico, geotermico e idroelettrico: l'obiettivo è arrivare alla fine di questo decennio con un terzo del fabbisogno coperto dalle rinnovabili, aggiungendo 70 Terawatt di produzione. Oggi l'Italia consuma quasi 310 Terawatt di energia, ma il fabbisogno potrebbe raddoppiare per il 2050. Ma le rinnovabili non bastano. E non possiamo rovinare questo bel Paese con pale e pannelli ovunque».
    Così il governo Meloni spinge anche per il nucleare. Esiste una strada percorribile per centrali italiane?
    «Proprio stamattina (ieri, ndr) abbiamo annunciato che il prossimo Piano energia e clima italiano (Pniec), da inviare entro giugno all'Ue, riporterà degli scenari che includeranno il nucleare nel mix energetico dal 2030 al 2050. Le analisi sono ancora in corso, ma la piattaforma per il Nucleare sostenibile che abbiamo costituito porta avanti il tema concretamente».
    Gli ambientalisti anti-atomo non saranno felici.
    «Partiamo da un dato di fatto: il nucleare è considerato ormai un'energia pulita, lo dimostra anche la tassonomia europea che classifica le attività che si possono definire sostenibili. Il mio ministero ha il mandato del governo e del Parlamento di approfondire sul fronte della ricerca e della sperimentazione.
    Reattori a fusione, la cui tecnologia è ancora embrionale, o reattori a fissione?
    «Abbiamo fatto investimenti per entrambe le tecnologie. Abbiamo contribuito con 70 milioni alla realizzazione del reattore giapponese a fusione (il JT-60SA) e abbiamo stanziato 135 milioni per ricerca sui piccoli reattori modulari di nuova generazione. Sono la nuova frontiera per sicurezza e produzione».
    Al di là della tecnologia, però, in Italia abbiamo un referendum che ha detto "No" al nucleare. Si potrebbe riaprire una centrale senza passare dagli elettori?
    «Sì. Ma chiariamo: dobbiamo lavorare sul quadro giuridico, ho dato mandato al giurista Giovanni Guzzetta per aiutarci a definire un eventuale programma nucleare dal punto di vista legislativo e di governance».
    E a quel punto nasceranno le centrali?
    «Non mi aspetto grandi centrali di Stato come un tempo, ma piccoli reattori gestiti da consorzi di imprese. Succede già così con gli impianti fotovoltaici ed eolici. Il ruolo del governo sarà incentivare le energie pulite e il mercato della decarbonizzazione».
    La stessa Europa che ha dato via libera al nucleare è spesso messa in discussione dalle forze del nostro governo – dall'agricoltura alla direttiva "Case green". Ora che si avvicina la fine della legislatura, che giudizio dà al Green Deal?
    «Abbiamo sposato in pieno gli obiettivi del Green deal da qui al 2050. Ma non dobbiamo mai dimenticare il realismo, la capacità di raggiungere i target Paese per Paese. Il problema è la velocità degli interventi, perché la sostenibilità deve essere ambientale ma anche economica e sociale. Per gli agricoltori, così come per la situazione delle case italiane, così diversa dagli altri Stati».
    Gli attivisti contestano al governo di procrastinare l'azione per il clima. Cosa risponde a chi contesta la vostra linea?
    «In una democrazia ogni protesta è legittima, se non sfocia in violenza o danno. Tendo una mano agli attivisti, ho sempre detto che la mia porta è aperta, per passare dalle proteste alle proposte».
    L'ambientalismo è di destra, come diceva ieri su queste pagine l'inglese Sam Hall?
    «È un interesse del popolo italiano. Il nostro Paese è una meraviglia di biodiversità. Un patrimonio di tutti. La decarbonizzazione è la più grande opportunità del nostro Paese e della nostra economia. Un'opportunità di crescita, occupazione e benessere destinato a tutti»
  3. Narcos, 'ndrangheta e malavita storica ecco i padroni di Roma e la loro guerra
    Elvis Demce è un doppiogiochista che si infila ovunque, ambizioso, vendicativo, abile dissimulatore, un camaleonte senza scrupoli che chiama tutti fratelli, ma che all'occorrenza è pronto a tradire chiunque. Dopo la morte del suo amico Diabolik, mantiene e blinda il rapporto con i Senese corrispondendo ogni mese una quota dei guadagni, in segno di fedeltà e sottomissione. Eppure, in una chat segreta, non solo usa termini sprezzanti nei confronti di Michele 'o Pazzo, ma gli attribuisce la responsabilità dell'omicidio di Diablo. «'Ste merde so' abituate a calare le recchie e poi sparare agli amici dietro la testa», dice, salvo sbrigarsi, per paura o interesse, a smentire tutto attraverso i suoi avvocati, sostenendo di essere stato frainteso. Allo stesso modo, altrettanto ambiguo è il suo rapporto con un altro peso da novanta nella criminalità romana, l'uomo forte del cartello Senese, Peppe Molisso, indagato come mandante dell'esecuzione di Piscitelli, insieme a Leandro Bennato e ad Alessandro Capriotti.
    Demce sembra voler allontanare da Molisso e Bennato i sospetti dei familiari di Diabolik. Il 28 aprile del 2020, con la figlia e la moglie di Piscitelli, Elvis sostiene la tesi che a tradirlo sia stato il suo socio Fabrizio Fabietti. L'obiettivo è conquistarsi la fiducia proprio di Molisso e Bennato, salvo poi – come vedremo – progettare ben altro contro di loro: «Hanno voluto fa' 'sto gioco e mo' gli faccio vedere il diavolo quanto po' esse bastardo più de loro». Era la vendetta di Demce verso chi aveva deciso la morte del suo amico o era il sogno di una scalata che lo avrebbe portato a prendere il posto di Giuseppe Molisso e Leandro Bennato, i due narcos più potenti di Roma?
    «Fare il malandrino ammazzando gli amici con infamità, non sei malandrino, ma solo uno sbirro», dice Demce a un uomo di sua fiducia, Alessio Lori detto Chiappa. «Loro 'sta cosa non si so' regolati e le infamità, frate', si pagano sempre… perché se non si rispetta il codice, è finita la malavita ed è rimasta solo la balordaggine».
    Ma Demce, ormai si è capito, è sempre pronto a cambiare gioco. I suoi rapporti con l'albanese Ermal Arapaj detto l'Ufo, invece, una volta tanto erano chiarissimi: i due si detestavano. Eppure, c'era stato un tempo in cui erano amici e si chiamavano tra di loro cugini.
    «Lui mangiava a casa mia l'ultimo piatto di pasta che c'era», racconta Ermal, intercettato dai carabinieri. «Poi è impazzito e mi ha mandato delle persone a casa con il ferro, dicendomi: "Tu devi lavorare con me". Gli ho detto: "Vedi che non ho bisogno di lavorare con te". Voleva diventare il capo dei capi».
    Secondo Ermal, dopo la galera Demce era tornato in pista agguerrito: «Quando è uscito, era come un toro pazzo, stava fuori di testa, non diceva altro che: "Uccido quello, uccido quell'altro". Era impazzito».
    Arapaj si era preso le piazze di spaccio di Velletri, che valevano oro e che fino alla sua detenzione erano un feudo di Elvis. Se n'era impossessato senza peraltro riconoscergli nemmeno un corrispettivo economico.
    Demce si era vendicato dei suoi nemici per molto meno, figurarsi se uno sgarro così poteva rimanere impunito. Appena fuori dal carcere, infatti, gli aveva dichiarato guerra al grido di «È uscito l'Isis».
    Bastava solo attendere il pretesto giusto, che arriva quando un suo fiancheggiatore di nome Emiliano riferisce a Elvis di aver acquistato una partita di coca di bassa qualità, impossibile da smaltire per l'approccio aggressivo del gruppo degli albanesi di Arapaj, che gli facevano terra bruciata intorno.
    Demce capisce che è arrivato il momento buono per agire. «Hanno dimenticato che c'è il lupo», dice a Emiliano. «Due cose hanno dimenticato, gliele ricordo veloce veloce, se ti dovesse capitare di parlare con questa testa di cazzo, digli: "Fino a quando c'era il gatto… di chi è la città lì?" La città ha un proprietario o non ce l'ha?».
    «Adesso no», risponde Emiliano.
    «E allora mi dimenticano? - domanda Elvis – Arriva un coglione e ognuno fa come cazzo gli pare!».
    «Stanno facendo i soldi quelle monnezze, è incredibile!» rincara la dose l'interlocutore.
    Demce alla fine pronuncia la sua sentenza: «Tu lo sai che adesso io romperò il culo a tutti? Voi siete degli ospiti e pensate che adesso qualcuno non pagherà o cosa?». Quindi aggiunge: «Non si deve mischiare nessuno. Quel posto ha un Dio». Lui
  4. Regge l'inchiesta su 'ndrangheta e appalti Fantini in libertà ma scatta l'interdittiva
    giuseppe legato
    Al primo banco di prova regge sul fronte dei gravi indizi la linea della Dda nell'inchiesta Echidna. Ieri il Riesame ha emesso il suo primo verdetto sui ricorsi dei legali dei principali indagati. E cioè i membri della famiglia Pasqua, assistita dall'avvocato Cosimo Palumbo, e l'imprenditore delle autostrade Roberto Fantini, difeso dai legali Roberto Capra e Maurizio Riverditi. Risultato: custodia cautelare in carcere confermata per Giuseppe e Claudio Domenico Pasqua accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso, annullata in toto quella per il giovane Micheal Pasqua rispettivamente nipote e cugino dei primi due.
    Michael, boxeur di professione, noto come "Luca Bazooka", era atterrato a Torino l'8 aprile scorso con un volo proveniente da Miami, in Florida, dove si trovava per partecipare a un evento sportivo. Si era nei fatti costituito ed era stato portato al Lorusso e Cutugno. Sui suoi profili social si definiva «totalmente estraneo a contesti di ‘ndrangheta». Aggiungendo: «La mafia mi fa schifo». Per Fantini, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, sono stati revocati gli arresti domiciliari quindi accolta la tesi difensiva sulle esigenze cautelari, ma sostituiti dalla misura dell'interdittiva nella sua massima estensione su tutte le attività di impresa ai gradi apicali.
    Gli indagati erano comparsi la scorsa settimana di fronte ai giudici Giancarlo Capecchi e Stefano Vitelli. «Abbiamo contestato i gravi indizi perché, a nostro avviso, non ci sono né gli elementi di fatto e né di diritto per sostenerli». I rapporti tra i Fantini e i Pasqua, accusati di far parte della ‘ndrangheta? «Sono molto ordinari, di natura commerciale. La società attenzionata dalle indagini peraltro poteva lavorare» aveva detto il legale. Su questo versante i giudici hanno tenuto il punto di procura e gip. Ora Capra e Riverditi dicono: «Ritenevamo che non sussistessero i presupposti per la misura e accogliamo, dunque, con soddisfazione la pronuncia del Tribunale del Riesame».
    Nel canovaccio dell'inchiesta del Ros dei carabinieri guidati dal colonnello Andrea Caputo e del pm Valerio Longi i Pasqua sarebbero famiglia centrale nelle dinamiche di ‘ndrangheta della provincia di Torino, con epicentro a Brandizzo. I loro presunti rapporti con le famiglie di San Luca e di Volpiano ne avrebbero accresciuto la caratura criminale negli ultimi anni. E – sempre nella prospettiva di inquirenti e investigatori – proprio grazie a Fantini sarebbero riusciti a infiltrarsi in numerosi cantieri di manutenzione dell'autostrada A32 Torino-Bardonecchia oltrechè – stavolta senza il contributo di Fantini – in appalti privati di edifici rinomati del centro di Torino.
    Il 15 maggio è fissato il ricorso della procura che chiede di applicare la misura degli arresti domiciliari per il politico dem Salvatore Gallo accusato – in ipotesi dei pm – di estorsione, corruzione elettorale e peculato. Il pm Valerio Longi ha chiesto i domiciliari così come aveva fatto al gip che ha poi emesso l'ordinanza. In quel caso la richiesta era stata rigettata. —
  5. I binari dimenticati
    alessandro previati
    A vederle nello stato in cui sono oggi, viene persino difficile pensare che fino a tre anni fa potessero brulicare di pendolari. Se da un lato, da Rivarolo a Torino, nonostante gli infiniti problemi, le stazioni della Sfm1 «Canavesana» continuino ad essere prese d'assalto da migliaia di viaggiatori, sull'altra tratta, quella che da Rivarolo sale fino a Pont, degrado e abbandono sono ormai padroni e le vecchie fermate della linea cadono a pezzi.
    La ferrovia è stata sospesa nel dicembre 2020 per i previsti lavori di elettrificazione (che ancora non sono partiti). Un'attesa infinita che, secondo le ultime stime, terminerà solo a metà 2026. Intanto, sul tracciato inaugurato nel 1906, di treni non se ne sono più visti e l'intera infrastruttura mostra tutti i segni della decadenza. Binari mangiati dalla vegetazione, deviatoi bloccati e arrugginiti, persino alcuni treni abbandonati lungo i binari, devastati da ladri e vandali.
    Le stazioni, inevitabilmente, subiscono la stessa sorte. Passarle in rassegna da Rivarolo, dove lo scalo è giornalmente utilizzato da migliaia di pendolari, fino a Pont, è come fare un salto nel sottosopra di «Stranger Things». Muri scrostati, finestre in frantumi, marciapiedi dissestati: se si fa eccezione per la fermata di Salassa-San Ponso (che forse verrà soppressa quando la ferrovia riaprirà), tutte le altre stazioni sono un monumento al degrado.
    A Favria, di fronte a quella che è una volta era un'officina riparazioni, è persino parcheggiata una vecchia (vecchissima) locomotiva a vapore, ormai interamente arrugginita. A Valperga, invece, dove un incendio, qualche anno fa, ha devastato i locali del bar, al posto delle finestre ci sono ancora le assi di legno mentre il marciapiede del binario 1 è stato quasi cancellato dalle erbacce. Gtt, che ha gestito la ferrovia fino alla sua soppressione (in attesa del passaggio a Trenitalia) aveva ovviato al problema spostando la fermata qualche decina di metri dopo la stazione, installando una palina tipo quelle dei bus. Situazione identica nella mini-stazione di Campore, frazione di Cuorgné, dove i vandali hanno sfasciato tutto il possibile e in certi punti i binari sono sommersi dalla vegetazione.
    A Pont e Cuorgné, tra le obliteratrici obsolete e vandalizzate, fa un certo effetto vedere affissi gli orari della ferrovia, fermi al 2020, o gli avvisi ai passeggeri del 2017. Al fondo della stazione di Pont, poi, come poco edificante monumento al degrado, sono rimasti due vecchi convogli diesel, di quelli in uso più di vent'anni fa. Abbandonati alla mercè di ladri e vandali e oggi facilmente accessibili anche da sbandati e senzatetto.
    Proprio la scorsa settimana, la Regione ha presentato ai sindaci della zona la «road-map» dei lavori di elettrificazione che comprendono, si spera, anche il recupero delle stazioni. Lavori per 34 milioni di euro. Il cantiere avrà una durata di circa diciotto mesi - ritardi permettendo - e dovrà necessariamente concludersi entro la fine del 2025, essendo finanziato con i fondi Pnrr. Non prima di aver concordato con i Comuni la soppressione di numerosi passaggi a livello (anche quelli, inutilizzati ormai da più di tre anni e quasi sicuramente da installare ex novo).
    Attualmente sono 30 in appena 16 chilometri di linea: troppi, perché andrebbero a rallentare esageratamente la marcia dei treni. «La Regione è disponibile a fare la sua parte per sostenere progetti di viabilità alternativa – sottolinea il consigliere regionale Mauro Fava, Forza Italia, che sta seguendo l'iter dell'elettrificazione – Ci è voluto più tempo del previsto per arrivare alla definizione del percorso ma la nuova Rivarolo-Pont, una volta elettrificata, avrà per il territorio importanti ricadute, anche in termini turistici».
    Finiti i lavori, però, bisognerà attendere ancora. Serviranno infatti tra i quattro e i sei mesi per le necessarie procedure di collaudo di Trenitalia, le prove tecniche e le certificazioni prima dell'avvio del servizio commerciale. L'appuntamento è al giugno 2026.

 

 

 

28.04.24
  1. GLI EREDI DEGLI AGNELLI NON SI PROCESSANO:     



    Per quattro volte, due davanti al Tribunale del Riesame e due davanti al gip, John, Lapo e Ginevra Elkann hanno provato a fermare l’inchiesta penale sull’eredità della nonna, Marella Caracciolo Agnelli. E, per quattro volte, sono stati respinti. Che accadrà ora, dopo che i pm e la Guardia di Finanza di Torino hanno cominciato a lavorare sui documenti digitali sequestrati, che potrebbero svelare nuovi “tesori esteri” degli Agnelli sottratti al Fisco italiano?



    Difficile immaginare […] nuovi “atti ostili” verso la Procura, ma nello stesso tempo anche eventuali strategie di confronto lungo il percorso di un patteggiamento sul piano penale e di un accordo con l’agenzia delle Entrate per un parziale risarcimento dell’evasione fiscale già accertata.

    Qualcosa che, addirittura con alcuni dei protagonisti attuali dell’inchiesta sull’eredità, era già accaduto nel 2022. Quando, con un comunicato congiunto, Exor (la holding di famiglia) e la sua controllante Giovanni Agnelli Bv annunciarono di aver raggiunto un’intesa con l’agenzia delle Entrate sul pagamento di 949 milioni di euro per chiudere un contenzioso sulla Exit-tax versata nel 2016 al momento del trasferimento della loro sede legale in Olanda.



    Sei anni prima, l’ammontare della tassa era stato molto basso (217 milioni), poiché Exor e Giovanni Agnelli Bv si erano fuse con delle controllate olandesi, usufruendo di un’esenzione del 95% delle plusvalenze per calcolare l’exit-tax, una tassa una tantum che vuole compensare parte del mancato gettito futuro per lo Stato che perde la residenza fiscale di una società.
    All’inizio, l’agenzia delle Entrate di Torino aveva accettato quel calcolo. Nel 2018, però […] l’esenzione del 95% era stata rimessa in discussione, con l’avvio di un contenzioso, rimasto a lungo riservato. Sino all’annuncio del 2022, nel quale le due società ribadivano comunque di essere “del tutto convinte di aver agito correttamente” rivendicando “di non aver violato alcuna norma” e sottolineando come il Fisco italiano non avesse comminato alcuna “sanzione” supplementare.
    In realtà, la versione dei fatti – che emerge ora attorno alle indagini sull’eredità Agnelli – racconta una storia molto diversa. La contestazione dell’agenzia delle Entrate aveva accertato un’evasione record di 5 miliardi e 867 milioni di euro e la segnalazione alla Procura torinese aveva fatto scattare un’inchiesta (mai trapelata per anni) per “dichiarazione infedele” affidata al procuratore aggiunto Marco Gianoglio, lo stesso che ora guida le indagini sull’eredità.

    Dopo che un dirigente del gruppo Exor era stato iscritto nel registro degli indagati, però, l’avvocato ed ex ministro della Giustizia Paola Severino si era presentata in Procura come difensore delle due società. Da quei contatti era scaturita una trattativa con l’agenzia delle Entrate che era interessata a recuperare il più in fretta possibile una parte della tassa evasa.

    Una volta accertato che l’intesa era stata raggiunta […], l’inchiesta penale si era poi chiusa con l’archiviazione. Uno schema identico non sarebbe oggi percorribile, ma quella del confronto resta comunque una carta in mano ai fratelli Elkann e ai loro legali: con la possibilità di definire di nuovo la questione fiscale e concordare poi un patteggiamento con la Procura. Patteggiamento che non avrebbe, a diversità di una condanna, alcun effetto nella causa civile in corso sempre a Torino tra Margherita Agnelli e i suoi tre figli per l’eredità di Marella Caracciolo. Una scelta che però, sul piano mediatico, potrebbe avere invece gli effetti negativi di un’ammissione implicita.
  2. A Casa Cervi rubato l'incasso della festa "Siamo nel mirino oggi come 80 anni fa"
    Casa Cervi è un luogo simbolo della Resistenza. Si trova nella pianura reggiana, fra Gattatico e Campegine, e lì visse la famiglia Cervi dal 1934: una famiglia di contadini i cui sette figli, per le loro scelte antifasciste, furono fucilati per rappresaglia nel 1943. Quella casa dal 2002 ospita il "Museo per la storia dei movimenti contadini, dell'antifascismo e della Resistenza nelle campagne". Il 25 aprile a Casa Cervi c'è stata la Festa della Liberazione con la partecipazione, tra gli altri, di Maurizio Landini, Romano Prodi e Stefano Bonaccini. La sera una dipendente dell'Istituto Cervi - dal 1972 dedicato ad Alcide Cervi e ai suoi sette figli - è stata aggredita nel parcheggio da 3-4 persone che le hanno rubato parte dell'incasso della giornata, diverse decine di migliaia di euro. «Uno schiaffo a tutto il popolo di Casa Cervi - ha detto la presidente Albertina Soliani -. Questa Casa continua ad essere nel mirino, 80 anni fa incendiata dai fascisti, e anche oggi». «È un luogo fondamentale per l'antifascismo e nessuno deve osare violarlo» ha aggiunto il presidente dell'Anpi Gianfranco Pagliarulo. Bonaccini: «Vergogna»
  3. LA MENTE DELLA MELONI Alfredo Mantovano
    Ilario Lombardo
    Inviato a Pescara
    Parla poco Alfredo Mantovano. Ma quando lo fa, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che ha la delega ai servizi segreti, impone nella conversazione il peso di convinzioni nette. Sull'aborto, sul ruolo dell'Europa, sull'antifascismo, sulle norme contro i giornalisti, sulle ingerenze russe che conferma essere una preoccupazione crescente, ogni giorno di più, con l'avvicinarsi del voto del'8-9 giugno.
    Il cardigan amaranto sotto un abito di velluto a coste gli riconsegna un'aria da giurista. La luce che rispunta forte tra le nuvole di Pescara, di fronte all'entrata della convention di FdI, lo costringe a indossare le lenti da sole. Si ferma con i cronisti dopo aver regalato dal palco due dichiarazioni impegnative. La prima sull'antifascismo: «Il fascismo demonologico era un'arma di esclusione di massa. E nelle scorse ore abbiamo assistito a un remake dell'operazione etichettatura», che ora si può riproporre con «sovranista, populista o giocando con la categoria stato di diritto».
    La seconda dichiarazione si riaggancia a questo ultimo tema, molto sentito dalle truppe conservatrici alleate dell'Ungheria di Viktor Orban. Tre settimane fa il Parlamento europeo ha votato per chiedere che l'aborto sia aggiunto alla Carta dei diritti fondamentali della Ue. FdI si è astenuta. «Confido che il nuovo Parlamento - accusa Mantovano - non scriva più pagine simili non solo per il contenuto ma perché completamente fuori dal perimetro previsto dai Trattati europei».
    Pochi minuti dopo, il sottosegretario si spiegherà ancora meglio: «Ci sono materie, come l'economia e in prospettiva la Difesa, per cui valgono regole uniche nell'Unione, e altre, come i cosiddetti nuovi diritti, per cui esistono legislazioni diverse per ogni Stato europeo. Non è uno scandalo. Può piacere o meno, ma è così. Malta vieta l'aborto, e mi risulta essere parte dell'Ue». Restano le critiche, arrivate da Bruxelles, al tentativo di imporre una restrizione all'aborto.
    Il caso è esploso dopo la presentazione di un emendamento al decreto Pnrr che prevede l'apertura dei consultori alle associazioni Pro-life. «Ma la legge 194 è lì, intangibile – replica – con due articoli, il 4 e il 5, che già prevedono il ruolo dei consultori per offrire un'alternativa alla donna che vuole abortire, provando a rimuovere le cause che portano a questa scelta». E, allora, perché fare una norma in più se già la 194 lo prevede? Qui il sottosegretario, che da molti è considerato l'ispiratore dell'emendamento, sembra quasi voler lasciare la responsabilità ai deputati e ai senatori del centrodestra, anche se un secondo dopo spiega perché la considera una giusta iniziativa: «Io non sono in Parlamento, ho saputo della norma dalle agenzie e dai giornali. Ma proprio perché abortire non è come bere un bicchiere d'acqua, ma è una scelta dolorosissima e dilaniante, di donne che magari hanno avuto una gravidanza in momenti difficili della loro vita, penso che la prospettiva di un affiancamento possa essere di aiuto. Non è una strada obbligata. Non c'è alcuna visione pan-moralistica o terroristica dietro. È una possibilità in più». Il sottosegretario non la considera un'invasione nell'intimità delle donne e non pensa che ci sarà un assedio di antiabortisti nei consultori. «È per lo più un'attività basata sul volontariato, credo che si stia montando molto la panna su qualcosa che già esisteva». È un tema che Mantovano sostiene di conoscere molto bene: «Mi sono laureato sulla 194, anno 1981, qualche mese dopo il referendum sull'aborto. Al tempo ho avuto la possibilità di leggere i lavori preparatori e vi assicuro che lo spirito della legge teneva in considerazione lo sforzo di offrire un'alternativa. Cosa che è stata un po' sottovalutata nel corso di questi 40 anni di applicazione». La norma, crede Mantovano, serve «a sottolineare questo aspetto». Concretamente significa «mettere, per esempio, un avvocato a disposizione di una donna se rischia di perdere il lavoro tenendo il bambino, cosa che in molte realtà sociali può succedere». Nel frattempo, il governo «continuerà, con le poche risorse che purtroppo ha a disposizione, a dare aiuti alla maternità».
    Sui diritti, però, le perplessità dell'Europa si allargano anche al trattamento riservato ai giornalisti. Mantovano è il padre del disegno di legge sulla cybersicurezza. A pochi metri da lui c'è Bruno Frattasi, a capo dell'Agenzia che se ne occupa. Sull'iter della legge però pesa il fatto che un partito della maggioranza, Forza Italia, e uno dell'opposizione, Azione, abbiano inserito emendamenti che prevedono l'arresto e il carcere dei cronisti. Mantovano non vorrebbe esporsi più di tanto ma sa che ci sono delle priorità, e su queste un po' si tradisce: «Il mio obiettivo come governo è puntare ad avere l'approvazione della legge sul cybercrime il prima possibile». Poi viene il resto: «Anche la libertà assoluta di informazione, come ogni tipo di libertà ha i suoi limiti. Per esempio, che succede se il giornalista ottiene la notizia illecitamente?».
    Un tema, ammette, «non facile da affrontare», ma che forse andrebbe sganciato dall'urgenza di avere procedure certe per rispondere agli attacchi cyber. Mantovano, che ha la responsabilità politica sui servizi di sicurezza, conferma che le ingerenze russe sono un rischio per le elezioni Ue. Non risponde sulla risoluzione Ue contro le infiltrazioni di Mosca, su cui FdI e Lega si sono astenute, ma spiega: «Dal 7 ottobre 2023 (giorno della mattanza di Hamas in Israele, ndr) gli attacchi sono in crescita e si intensificheranno in corrispondenza dei momenti topici come le elezioni. E la Spagna dimostra che l'interesse dei russi non è tanto quello di favorire un partito o l'altro, ma far crescere l'astensionismo». È accaduto a Madrid, «e dunque non si può escludere che accada anche qui.

 

 

27.04.24
  1. TUTTO FUMO NIENTE ARROSTO:  La perizia giurata è firmata dal commercialista e revisore dei conti milanese Massimo Rho e porta la data del 20 gennaio 2023. Poco tempo prima Chiara Ferragni gli aveva dato l’incarico di stimare il valore della partecipazione personale del 32,50% alla società Fenice srl, perché voleva trasferire come poi ha fatto quella quota dalla propria persona fisica e un’altra sua società, la Sisterhood srl.



    È un documento finora inedito che rischia di complicare la vita alla Ferragni proprio nel momento del suo maggiore bisogno, ora che con la forte contrazione del fatturato in seguito al caso Balocco ha bisogno di cercare nuovi soci per Fenice srl e un apporto di capitale di 6 milioni di euro, come ha svelato Rosario Dimito sul Messaggero.



    La quota di Chiara in Fenice valeva poco più di 1,5 milioni

    Quella perizia giurata che risponde alla domanda «Quanto vale Fenice srl?» solo un anno fa aveva valutato la società quasi venti volte meno del valore di 75 milioni di euro che oggi la Ferragni usa come riferimento per un aumento di capitale in grado di ottenere quei 6 milioni di euro di apporto.



    perizia del gennaio 2023 del consulente Massimo Rho sulla Fenice di Chiara Ferragni
    perizia del gennaio 2023 del consulente Massimo Rho sulla Fenice di Chiara Ferragni

    Il commercialista Rho, infatti, aveva stimato il 100% di quella società appena 4,5 milioni di euro, stabilendo che il valore di riferimento della quota della Ferragni ammontava a 1.538.875 euro. Per arrivare a quella cifra il commercialista ha scelto di valutare Fenice srl secondo il metodo patrimoniale, che per altro è uno dei metodi di valutazione più comuni.



    Nella sua relazione Rho scriveva di ritenere che «il metodo patrimoniale semplice sia quello che possa garantire un risultato il più possibile oggettivo, riducendo largamente ogni possibile margine di arbitrio e, conseguentemente, ritiene opportuno adottarlo ai fini della effettuazione della presente valutazione riferita al bene oggetto del conferimento”» […]

    Quella valutazione oggi diventa un hara-kiri per la Ferragni

    Il valutatore poi spiega che «gli altri metodi di valutazione, reddituali, finanziari, empirici che utilizzano criteri valutativi basati sulla capacità delle aziende di creare profitto e/o flussi finanziari non sono parsi coerenti con le finalità dell’operazione di conferimento esaminata».



    E qui rischia proprio di esserci l’hara-kiri della Ferragni che non immaginava certo la situazione in cui si sarebbe trovata poco più di un anno dopo. Il commercialista ha cercato il metodo che tenesse il più basso possibile la valutazione per non rendere eccessivamente oneroso il passaggio della quota dalla Ferragni a Sisterhood.



    Così non ha valutato se non per le cifre in bilancio dopo ammortamento nemmeno il marchio Chiara Ferragni, né voluto ipotizzare lo sviluppo futuro di fatturato e utili. Ma nel giro di un anno anche questo aspetto è diventato un boomerang per la Ferragni, visto che le vendite sono crollate e il caso Balocco la sta costringendo alla ricerca di altri soci. Adesso prescindere da quella valutazione di un anno fa o discostarsene sensibilmente rischia di essere davvero difficile davanti alla parabola discendente.

 

 

 

26.04.24
  1. Banca Intesa fa il regalone ai deputati: adesso paga interessi del 5,6 per cento
    LA DURA VITA DEL PARLAMENTARE - Privilegi. Avere liquidità sul conto della filiale di Montecitorio diventa molto più redditizio di qualsiasi investimento

    DI GIUSEPPE PAPOTTO

    Ci sono regali che non si possono descrivere. Quello fatto da Banca Intesa ai deputati della Repubblica non lo si riceve nemmeno a Natale. Un tasso di interesse del 5,6250% sulla liquidità detenuta sul conto corrente aperto presso la filiale della banca interna alla Camera dei deputati. Non sappiamo se tale vantaggio esista anche al Senato, ma immaginiamo che i senatori, in caso contrario, reclameranno i propri diritti.

    Un tasso di interesse così remunerativo spazza via qualsiasi investimento alternativo in titoli di Stato, obbligazioni, certificati di credito e, visto che il mercato sta iniziando a girare al contrario, anche in azioni. Secondo un recente rapporto della Fabi, la Federazione autonoma dei bancari italiani, la media dei tassi attivi per un conto corrente in Italia è dello 0,20%. Quello che offre la filiale di Banca Intesa della Camera dei deputati è 28 volte superiore.

    Il privilegio, tipico da vecchia “casta” è il frutto di “Condizioni economiche agevolate” prevista nella “Convenzione Camera dei deputati”. La convenzione prevede che ai correntisti venga corrisposto un “tasso creditore annuo nominale” pari al tasso Euribor a un mese, fissato come valore di riferimento al 3,8550, maggiorato dell’1,77%. Questo determina la cifra astronomica del 5,60% (lordo).

    Oggi un Buono del tesoro poliennale a dieci anni, quindi sul lungo periodo, rende intorno al 3,80%. Qui si realizza molto di più senza dover far nulla e senza rischiare alcunché. La convenzione della filiale di Banca Intesa data da anni. Prima, però, a gestire il conto di deputati, ex parlamentari, ma anche giornalisti parlamentari, assistenti e dipendenti, era il Banco di Napoli che nel 2018 si è fuso per incorporazione in Banca Intesa che oggi è a tutti gli effetti titolare della filiale.


    La banca diretta da Carlo Messina si è aggiudicata la gestione dei servizi bancari interni alla Camera, che già gestiva, da pochi giorni. Il bando è stato chiuso il 5 aprile 2024 e recava la seguente descrizione: “Il concessionario ha il diritto di gestire, presso le sedi della Camera dei deputati, i servizi bancari destinati all’Amministrazione della Camera e alle altre categorie di utenti indicate nel capitolato d’oneri. Non formano oggetto della concessione i servizi di tesoreria”. Il valore dell’appalto è di 800 milioni di euro e i servizi bancari oggetto del bando di gara, sono suddivisi in: “a) condizioni di conto corrente; b) servizio titoli a custodia e amministrazione; c) mutui ipotecari e prestiti personali; d) virtual banking; e) cassette di sicurezza; f) gestione di portafogli”.

    Si specifica poi che “le prestazioni principali sono quelle da rendere presso la succursale di cui al punto II.2.3 e cioè i “locali messi a disposizione dalla Camera dei deputati – Roma, centro storico”. I locali dentro Montecitorio dove in effetti è collocata la filiale bancaria a disposizione di deputati, ex parlamentari e loro congiunti.

    Le condizioni della convenzione sono tutte estremamente vantaggiose. Dei conti correnti abbiamo detto: anche il tasso debitore “sulle somme utilizzate in assenza di fido” è abbastanza favorevole, fissato al 10,3550 sempre con il riferimento all’Euribor maggiorato del 6,5%. Simile il tasso di “sconfinamenti in assenza di fido”. C’è poi un sfilza di “zero costi” che è impossibile da riportare per intero e che riguardano le “spese fisse”, “la tenuta del conto”, i “bonifici”, anche quelli urgenti, la “domiciliazione delle utenze”, le “operazioni allo sportello”, “commissione di pagamento dei bollettini”, “ricarica della carta prepagata” e molto altro ancora.

    A quanto risulta al Fatto la convenzione con i clienti risale al 2 aprile scorso, qualche giorno prima che chiudesse il bando. Un modo per ingraziarsi gli uffici della Camera. Sia il collegio dei Questori sia l’Ufficio di Presidenza rinviano ogni responsabilità agli uffici amministrativi. Ma non appena la convenzione è stata firmata, già dal 3 aprile frotte di deputati si sono recati presso gli sportelli a firmare le nuove condizioni contrattuali. Hanno saputo tutto subito.

 

 

 

25.04.24
  1. Approvato il Ddl per l'intelligenza artificiale: controllo nelle mani di due agenzie governative
    AI, due agenzie per la sicurezza Un miliardo per spingere le start-up
    Arcangelo Rociola
    Roma
    Ventisei articoli. Un perimetro di norme che definisce le regole della partita che l'Italia giocherà sull'Intelligenza artificiale. Il disegno di legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri contiene molte conferme e poche novità rispetto alla bozza circolata nelle scorse settimane.
    Pochi gli interventi restrittivi. Più corposi quelli a favorire un'industria dell'Ai che in Italia è in buona parte da costruire. Per facilitare questo processo, ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alessio Butti, «è previsto un investimento di circa un miliardo con la collaborazione di Cpd». Soldi che, ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, serviranno a far nascere e crescere «startup che operano nel settore e consentire la nascita di un campione nazionale del settore». Ed è in direzione di facilitare la nascita di una filiera dell'Ai che andrebbe letta in particolare la decisione di dare all'Agenzia per l'Italia digitale (Agid) e all'Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) il ruolo rispettivamente di propulsore e controllore.
    La scelta di due agenzie governative ha creato qualche malumore. Ma il testo, ha detto Butti, «è assolutamente in linea con quanto votato dall'Europarlamento, quello italiano è il primo governo che legifera in materia di intelligenza artificiale». Un ddl che per Butti «definisce senza equivoci chi elabora la strategia» e «chi monitora, chi vigila e chi notifica e sanziona».
    Il ddl parte da alcuni principi generali. Come quello di sviluppare intelligenze artificiali che creino strumenti «nel rispetto dell'autonomia e del potere decisionale dell'uomo». O, ancora, che non pregiudichino «lo svolgimento democratico della vita istituzionale e politica». Principi declinati sul lavoro, sulla giustizia, sull'editoria dove l'Ai potrà essere applicata «senza pregiudizio alla libertà e al pluralismo dei mezzi di comunicazione, alla libertà di espressione, all'obiettività e alla completezza, imparzialità e lealtà dell'informazione».
    Niente accesso a queste tecnologie per i minori di 14 anni, senza consenso dei genitori. Mentre chi creerà un danno alle persone diffondendo video o audio modificati sarà punito con la «reclusione da uno a cinque anni», ha ricordato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Il guardasigilli ha ribadito la necessità del provvedimento, perché «ci troviamo davanti a una vera rivoluzione di cui non conosciamo gli esiti».
    Forse la parte più coraggiosa del ddl riguarda la sanità. Il trattamento dei dati, anche personali eseguiti da soggetti pubblici e privati senza scopo di lucro, sono dichiarati «necessari ai fini della realizzazione e dell'utilizzo di banche dati e modelli di base», quindi, «di rilevante interesse pubblico». I dati personali si quindi si potranno usare per l'addestramento di modelli in grado di fare diagnosi e immaginare cure, «restando fermi i poteri ispettivi e sanzionatori dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali». Il motivo è consentire ricerca e potenziamento di questi strumenti. E sempre per potenziare le competenze in ambito Ai, il disegno di legge estende il regime di agevolazioni fiscali per far tornare in Italia ricercatori dall'estero.
    Sempre lato formazione, una curiosità: il testo prevede che studenti ad «alto potenziale cognitivo» possano seguire corsi di formazione superiori vedendosi riconosciuti crediti formativi. Una pratica già diffusa negli Stati Uniti.
  2. Iole Mancini
    "Mi hanno impedito di raccontare la resistenza nelle scuole"
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    flavia amabile
    Roma
    A 104 anni, sopravvissuta alle torture di Priebke nella prigione di via Tasso, Iole Mancini ha dovuto subire anche il veto ad andare a parlare nelle scuole.
    Chi glielo ha vietato?
    «È quello che vorrei sapere. Eppure il presidente Mattarella era stato molto chiaro, aveva chiesto a noi partigiani di andare nelle scuole ma come facciamo? Forse a qualcuno dà fastidio ma io i giovani li incontro comunque».
    Come?
    «Vengono a casa, ci vediamo in videocollegamento, un modo si trova sempre. Per me parlare con loro, raccontare quello che ho vissuto è un dovere, lo considero necessario».
    Il ministero dell'Istruzione ha annunciato in queste ore la firma del protocollo con le associazioni partigiane.
    «Bene, ma nel frattempo per un anno non ho potuto parlare nelle scuole e non mi piace nulla di quello che vedo. Tutti quelli che sono al governo non sono all'altezza, nessuno di loro è preparato. Bisogna avere una cultura diversa per dirigere un Paese così complicato come l'Italia».
    Quale cultura?
    «Sono fascisti, l'abbiamo capito tutti! Spero che con il tempo si rendano conto che non è così che si governa una nazione come l'Italia».
    Una nazione in cui si censurano gli interventi non graditi durante i programmi trasmessi dalla Rai.
    «Abolendo le voci di chi la pensa in modo diverso si torna a quella stagione del male che è costata tante vite. Non è questo il Paese che sognavo quando ero giovane, sono molto delusa. Però una parte dei giovani italiani sono sani, vogliono conoscere il passato, capire che cosa è accaduto durante il fascismo e che cosa sta accadendo oggi. Una parte di loro si rende conto che non è questo il modo migliore di governare. Quelli che oggi siedono al governo avevano soltanto l'obiettivo di arrivare a quelle poltrone, e chi li schioda? Ormai ci sono e lì restano, sono molto indignata».
    Lì restano anche perché, se il governo non è all'altezza, nemmeno l'opposizione sembra in grado di svolgere il proprio ruolo come dovrebbe.
    «Questo è vero. Gli italiani si sono molto adagiati, da tempo mancano personaggi di spicco come quelli della mia epoca. Un altro problema è che gli italiani non sono cattivi».
    E quindi?
    «I fascisti che hanno torturato, massacrato, ucciso, sono stati inseriti nella società che è sorta dopo la guerra, hanno avuto posizioni importanti. Per me questo è stato lo sbaglio più grande».
    Non c'è stato il processo di denazificazione che invece è stato compiuto dopo la seconda guerra mondiale in Germania?
    «Esatto, hanno continuato ad occupare posizioni di vertice e oggi ci troviamo in queste condizioni con i fascisti al potere. Ma i fascisti che oggi governano l'Italia non sanno che cos'è stato davvero il fascismo, ne hanno una visione idealizzata. Non conoscono gli orrori che sono stati compiuti».
    Se anche li conoscono sembrano preferire rimuoverli come sta accadendo, per esempio, con l'assassinio di Giacomo Matteotti.
    «È vergognoso che non lo si voglia ricordare. Fu ammazzato in modo vigliacco, ora bisognerebbe avere almeno il coraggio di ricordarlo. Io avevo quattro anni quando fu ucciso, fu l'inizio del fascismo che si mostrava con il suo vero volto. Ho vissuto il periodo successivo quando ormai le persecuzioni, i manganelli e la violenza facevano parte della vita quotidiana. Alla fine il popolo ha dovuto chinare la testa: chi non aveva la tessera del partito fascista non poteva lavorare, le minacce e le intimidazioni erano continue».
    Teme che quel clima possa tornare?
    «Se si va avanti così corriamo questo rischio».
  3. I giudici torinesi accolgono il ricorso, esultano le associazioni dei consumatori . Ma l'azienda frena: rigettata la richiesta di risarcimento
    Le tappe della vicenda
    "La pubblicità del pandoro era scorretta" Il tribunale inchioda Balocco e Ferragni

    irene famà
    torino
    Pubblicità ingannevole quella della regina degli influencer, Chiara Ferragni, e del Pink Christmas, il pandoro Balocco che avrebbe dovuto sostenere l'ospedale Regina Margherita di Torino. Così ha stabilito la prima sezione civile del tribunale di Torino, che ha accolto parte del ricorso presentato dalle associazioni Codacons, Utenti dei servizi radiotelevisivi e Adusbef contro l'azienda dolciaria di Fossano. «Si tratta di una pratica commerciale scorretta», scrive la giudice Gabriella Ratti. E dal Codacons, in una nota, aggiungono: «Ora si apre la strada ai risarcimenti». Dall'azienda, però, ribattono: «Balocco precisa che il decreto del Tribunale civile di Torino ha respinto la richiesta di alcune associazioni dei consumatori di corrispondere un milione e 500.000 euro quale risarcimento del danno nell'ambito dell'operazione "Pandoro Pink Christmas". L'azienda si riserva il diritto di presentare reclamo nelle sedi opportune contro il decreto per la parte in cui, con un'istruttoria parziale, il Tribunale si è limitato a riprendere il contenuto della decisione dell'Agcm già impugnata da Balocco».
    La vicenda è nota. E ha pure un nome d'effetto: "Pandoro Gate". Nel Natale 2022, Ferragni e Balocco lanciano una campagna di beneficenza: un pandoro griffato da 9 euro per riuscire ad acquistare un nuovo macchinario per la cura dei bambini affetti da osteosarcoma e sarcoma di Ewing. «Le modalità di pubblicità e diffusione della pratica commerciale poste in essere dalla Balocco», si legge in sentenza, «avrebbero portato i consumatori a credere di contribuire direttamente e proporzionalmente al reperimento dei fondi». E ancora. «Anche la rilevante differenza di prezzo del "Pandoro PinkChristmas" rispetto al suo equivalente pandoro Balocco classico ha evidentemente contribuito a convincere il consumatore che nel maggior prezzo vi fosse una diretta contribuzione al reperimento dei fondi utili al progetto di beneficenza».
    Invece Balocco aveva donato all'ospedale 50mila euro a maggio 2022. E dall'iniziativa, le società riconducibili a Chiara Ferragni avevano incassato oltre 1 milione di euro. L'Antitrust multa l'influencer e l'azienda piemontese.
    Ferragni prima si chiude nel silenzio social. Poi pubblica un video di scuse, postato - ovviamente - su Instragram: «Mi sono resa conto di avere commesso un errore di comunicazione». Altre critiche. Infine, intervistata da Fabio Fazio dirà: «Le cose potevano essere fatte diversamente, potevano essere spiegate meglio».
    Sul caso, la procura di Milano apre un fascicolo per truffa aggravata. E la questione va ben oltre il pandoro. Sotto il faro degli inquirenti finiscono le uova di Pasqua DolciPreziosi e la bambola Trudy. Indagati Ferragni e il suo general manager Fabio Mario Damato. E pure i legali rappresentati di Balocco e DolciPreziosi. La guardia di finanza ha acquisito decine di documenti contrattuali, email, messaggi. E a Palazzo di Giustizia a Milano attendono l'informativa per partire con gli interrogatori.
    Il tribunale civile di Torino, in merito alla Balocco, parla di «pratica commerciale contraria alla diligenza professionale e quanto meno idonea a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico del consumatore medio in merito al prodotto in questione».
  4. Segreti venduti alla Russia Un manager a processo
    gianni giacomino
    La vicenda ha tutti i contorni di una spi story maturata negli ambienti della grande imprenditoria che ha come protagonisti due torinesi ex soci in affari. Che il prossimo giugno si ritroveranno in un'aula di tribunale.
    Sul banco degli imputati ci sarà Armando Roggero, un 46enne accusato di aver sottratto e commercializzato un "disgregatore di tessuti" alla Rigenera HBW srl, azienda leader nel settore delle tecnologie in campo medico con sede a Candiolo dal 2013, più altre aziende sparse per il mondo.
    Tanto per capire è quella che fornisce ai militari della Nato il kit di sopravvivenza in caso di attacchi chimici o di ferite in guerra per la ricostruzione e rigenerazione dei tessuti epiteliali. Il manager, da quello che sostengono gli avvocati della Rigenera HBW Alexandro Tirelli e Federica Tartara, quando era socio nell'azienda sarebbe venuto a conoscenza di «invenzioni scientifiche e applicazioni industriali» che dovevano rimanere segrete. Perché erano frutto di anni di studi e di sperimentazioni.
    Invece, da quello che sostiene l'accusa, Roggero le avrebbe poi rivelate e utilizzate quando era amministratore della società CTSV srl «usurpando un titolo di proprietà industriale», producendo e commercializzando così un "disgregatore di tessuti" denominato Medicons-P.
    Quanto basta alla famiglia Graziano ai vertici della Rigenera HBW – realtà produttiva che oggi esporta in oltre 40 Paesi di tutto il mondo le sue bio-tecnologie in grado di riparare i tessuti danneggiati grazie ad una linea di dispositivi medicali considerate al top – per intentare una causa e chiedere anche un cospicuo risarcimento.
    Anche perché i vertici di Rigenera HBW temono siano state effettuate delle triangolazioni internazionali che hanno portato sul mercato alla vendita di prodotti contraffatti in Russia e Turchia. Però questa è un'altra storia sulla quale sta indagando il pm Marco Sanini e che potrebbe avere ulteriori risvolti. Insomma il quadro, come in tutto le storie di spionaggio che si rispettino, sarebbe ancora più intricato e nebuloso di una semplice divulgazione di un brevetto segreto.
    Ma invece non è proprio così per l'avvocato Diogene Franzoso, che difende Roggero. «In un primo tempo il pm aveva disposto l'archiviazione, ma il gip ha ordinato un'imputazione coatta visto che c'è di mezzo la salute pubblica – mette in chiaro Franzoso – ma andremo a processo perché siamo convinti non ci sia stata nessuna violazione commessa dal mio assistito. Ora valuteremo anche un eventuale giudizio abbrevito condizionato». Per la difesa non si può assolutamente parlare di spionaggio industriale. «In sede civilistica, tra l'altro, il giudice ha disposto una super perizia – continua il legale - e questa ci ha dato ragione». «É comunque una storia lunga e complicata da riassumere - riflette ancora l'avvocato Franzoso - ma non c'è stata nessuna appropriazione di brevetti e questo lo dimostreremo».

 

 

 

24.04.24
  1. La legge Segre aveva stanziato 700 mila euro per ricordare il centenario della mort e Ma i rinvii di Palazzo Chigi hanno bloccato tutto: entro il 10 giugno non si farà nulla
    Zero eventi e celebrazioni
    Il silenziatore del governo
    sulla memoria di Matteotti
    Fabio Martini
    Roma
    Oramai sugli scaffali delle librerie manca lo spazio: in 4 mesi e mezzo sono usciti addirittura ventidue libri su Giacomo Matteotti e altri sono in arrivo. Nel frattempo in giro per l'Italia stanno spuntando Comitati, mostre, dibattiti sul martire socialista: un magma inatteso e spontaneo di iniziative in vista del centesimo anniversario del delitto Matteotti. Un boom sul quale pesa il retropensiero di tanti al contesto politico. Come dire, senza dirlo: allora il mandante era Mussolini, oggi a Palazzo Chigi c'è la "post-fascista" Giorgia Meloni.
    Attualizzazioni semplicistiche che chiamerebbero in causa il governo, ma il condizionale si impone: sull'anniversario di Matteotti per ora Palazzo Chigi si è defilato e quel poco che era di sua spettanza, lo ha fatto col supporto di un corposo silenziatore: rinviando e sopendo. Con un primo effetto paradossale: nessuna delle iniziative previste dalla "legge Segre", che ha stanziato 700 mila euro, potrà svolgersi (salvo miracoli) entro il 10 giugno, il giorno di cento anni fa nel quale Matteotti fu ucciso.
    Ma c'è un altro dato eloquente: l'unica istituzione che sta lavorando attivamente ad una cerimonia solenne non è il governo ma la Camera dei deputati: per il 30 maggio, giorno dell'ultimo discorso parlamentare di Giacomo Matteotti, è prevista una seduta speciale, in diretta su Rai1, alla quale parteciperà il Capo dello Stato e nel corso della quale un attore reciterà il discorso del deputato socialista, il discorso più coraggioso della storia del Parlamento. Una cerimonia promossa dal presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana, che sta connotando il suo mandato con uno stile istituzionale, super partes, diverso da quello di molti predecessori e che lo ha portato di recente a definire l'eccidio delle Fosse Ardeatine un crimine "nazi-fascista" e non soltanto "nazista" come invece lo ha ricordato il presidente del Senato Ignazio La Russa.
    Certo, un anniversario – pur importante come questo – non suggerisce alcun obbligo formale al governo e alla sua Presidente, come quelli imposti da una festa nazionale come il 25 aprile e tuttavia nel delitto Matteotti c'è qualcosa di ineludibile, qualcosa che interpella in primis la destra italiana. E quel qualcosa è stato evocato alcuni giorni fa nel corso di un convegno promosso a Roma dal Forum Terzo Millennio: «Se andiamo all'essenza del delitto Matteotti – ha detto il professor Beppe Scanni – quello fu il primo, vero delitto di Stato nella storia unitaria e come tale interpella chiunque si richiami a quella storia».
    Un delitto di Stato. In effetti nella narrazione dell'estrema destra c'è sempre stato un vuoto interpretativo che riguarda l'inizio del «male assoluto»: con le leggi razziali o prima? Nel catalogo della mostra su Matteotti organizzata dal Comune di Roma compare un contributo del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, che traccia coordinate non del tutto scontate: vi si legge della «vita brutalmente spezzata di un oppositore del fascismo», di un delitto dopo il quale «venne meno ogni teorica speranza che il regime potesse conservare traccia democratica» e il «fantasma di Matteotti aleggiò per tutti gli anni della dittatura fascista». Come dire: è quel delitto e non le leggi razziali il vero Rubicone del fascismo.
    Presto per dire se in vista del 25 aprile sia alle viste una revisione più profonda di quella – pur significativa – di Giorgia Meloni nella sua lettera di un anno fa al "Corriere della sera" ma la gestione del dossier Matteotti da parte della Struttura di missione Anniversari, di stanza a palazzo Chigi, è eloquente: la legge Segre per le celebrazioni del centenario viene approvata all'unanimità il 10 luglio 2023 e prevede che il «Presidente del Consiglio provvede, con proprio decreto, ad adottare entro 60 giorni all'istituzione di un bando di selezione di progetti» da realizzarsi entro il 2024. Ma il decreto presidenziale non è arrivato, come imponeva la legge, entro due mesi ma addirittura dopo sei: molto tardi. Perché a questo punto, nonostante l'apposito Comitato presieduto da Luciano Violante abbia bruciato i tempi, i progetti approvati, non riusciranno ad essere operativi entro il 10 giugno. Una gestione infelice dei fondi che il Parlamento aveva voluto dedicare al più coraggioso dei suoi difensori.
  2. Nel 2023 raggiunta la cifra record di 2.400 miliardi di dollari
    Rapporto Sipri: mai così alte le spese militari
    Nel 2023 la spesa militare globale ha registrato «il più grande aumento annuale del decennio», raggiungendo un livello «record». Lo sostiene l'Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri). «La spesa militare totale ha raggiunto il livello record di 2.400 miliardi di dollari. Nel 2023 è aumentata del 3,6%. Si tratta del più grande aumento annuale di questo decennio. E per la prima volta dal 2009, la spesa è aumentata in tutte e 5 le regioni geografiche», ha spiegato Nan Tian, ricercatore dell'Istituto. «Abbiamo registrato grandi aumenti in Europa, Medio Oriente e Africa. Naturalmente per l'Europa è logico: la guerra in Ucraina sta avendo un impatto sulla spesa in Ucraina, in Russia, ma anche in un gran numero di Paesi dell'Europa centrale, che hanno continuato a mantenere gli aumenti annunciati per il 2022 e il 2023. E ci aspettiamo che questo continui in futuro», ha aggiunto. Secondo il Sipri anche la spesa israeliana è aumentata mese dopo mese dall'attacco di Hamas del 7 ottobre scorso. Così come in Cina, creando, sostiene Tian, tensioni politiche nella regione, in particolare per la questione Taiwan. E lo scenario non suggerisce un'inversione di tendenza. «Non c'è una sola regione del mondo in cui la situazione sia migliorata. Soprattutto in Europa, dove i Paesi continuano a aumentare la spesa per raggiungere l'obiettivo del 2%. E la guerra tra Russia e Ucraina è tutt'altro che conclusa».

 

 

 

 

23.04.24

 

  1. MODELLO SANTANCHE :   Fra la primavera del 2023 e quella del 2024 secondo i dati del Registro nazionale degli aiuti di Stato italiani sono arrivati 1.138.248,04 euro di aiuti alle società possedute dalla coppia Daniela Santanché e Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena.
    Gli aiuti di Stato hanno riguardato tre società partecipate dalla Santanché per 148.016,29 euro e tre società controllate dal suo compagno di vita e (fino a quando lei non è diventata ministro del Turismo) per lungo tempo socio d’affari.

    Gli aiuti hanno riguardato contributi a fondo perduto, sconti fiscali sulle locazioni, sconti fiscali e previdenziali sui costi del personale secondo le varie normative che si sono succedute nella legislazione di emergenza Covid. Come alle loro società sono arrivati anche a tutti quelli che ne hanno fatto richiesta, proseguendo in alcuni casi in modo automatico.



    Certo fa una certa impressione che quegli aiuti siano ancora corrisposti in questo 2024, quando è evidente a tutti che la pandemia per fortuna è un ricordo lontano e ristoranti come hotel e stabilimenti balneari hanno vissuto un 2023 con incassi record, superiori spesso agli anni pre-Covid.



    Gli aiutini a Visibilia concessionaria arrivati a febbraio e marzo 2024

    Nel caso della Santanché il grosso della somma riguarda Visibilia concessionaria, che ha ricevuto dall’attuale governo (Agenzia delle Entrate e ministero delle Imprese) quattro contributi per un totale di 108.266 euro, gli ultimi a febbraio e marzo 2024. Si tratta di tre contributi a fondo perduto come “rimedio ai gravi danni economici” provocati dalla pandemia e di uno sconto Irap da 5.114 euro concesso per lo stesso identico motivo dalla Agenzia delle Entrate.



    Altri tre contributi di importo minore sono stati concessi alla Immobiliare Dani e al Ki Group partecipato proprio da quest’ultima società e di cui in passato la Santanché è stata a lungo manager di punta. Piccole somme ora per il Ki group, che fra il 2020 e il 2022 aveva ricevuto dallo Stato italiano contributi e sconti fiscali ben più consistenti: 5,9 milioni di euro in totale. Gli aiuti non sono però serviti a scongiurare la liquidazione giudiziale decisa dal tribunale di Milano nel gennaio 2024.

    La pioggia di soldi sul ristorante “La Giostra” di Firenze di Dimitri Kunz e fratelli

    Nel caso di Dimitri la maggiore parte degli aiuti di Stato ha riguardato la società Thor srl, proprietaria del ristorante “La Giostra” nel centro di Firenze. Esercizio commerciale che già nel 2022 era tornato a marciare, superando i 4,4 milioni di euro di fatturato (rispetto ai 1,6 milioni incassati nel 2021), ma che negli ultimi dodici mesi ha ricevuto numerosi aiuti Covid per un totale di 808.888 euro fra contributi a fondo perduto, sconti fiscali e valore delle garanzie statali concesse al Mediocredito centrale per il finanziamento della sua attività.

    Fra il 22 marzo del 2023 e il 12 marzo del 2024 sono stati deliberati a richiesta della Thor srl ben 13 provvedimenti di aiuti di Stato. La società proprietaria del ristorante fiorentino ha 29 dipendenti e ha quote di altre società: da tempo del Twiga srl di cui è azionista lo stesso Dimitri e dalla fine del 2023 anche di El Camineto di Cortina di Ampezzo, celebre ristorante della località di villeggiatura vip rilevato insieme a Flavio Briatore e a un imprenditore kazako. […]



    Gli otto aiutini di Stato ricevuti dal Twiga nell’ultimo anno


    Gli altri aiuti di Stato arrivati nella ragnatela di società del compagno della Santanché riguardano per 4 mila euro un’altra sua società specializzata nella ristorazione, la Modi srl e per 177.343,75 euro il Twiga, società che controlla i celebri bagni di lusso fondati da Briatore con la Santanché a Forte dei Marmi.
    Oggi è Dimitri il principale azionista, e così anche nel suo interesse sono stati deliberati fra il 18 aprile e il 27 dicembre 2023 otto provvedimenti di aiuto. Alcuni sono contributi a fondo perduto (il più consistente, per 94.176 euro, il 31 maggio 2023), altri sono sconti fiscali e previdenziali sempre previsti dalle varie normative di ristoro per il turbamento causato all’’economia italiana dalla pandemia Covid. Non ha ricevuto invece aiuti un’altra società aperta da Dimitri con Briatore, che è la Crazy Forte srl. Anche perché la sua attività non è mai riuscita a partire.

    Era nata per aprire in vista dell’estate dello scorso anno un Crazy Pizza a Forte dei Marmi, ma poi non si è trovato un locale conveniente per farlo e l’apertura è stata rinviata all’estate 2024. Ad oggi però quel locale non è stato individuato, nonostante le ricerche si siano estese anche alla limitrofa Marina di Pietrasanta […]
  2. LA FIDUCIA DEI POTENTI : Non c’è solo la famiglia Montezemolo ad aver investito negli anni 2017-2020 nel fondo lussemburghese Skew Base su consiglio del gestore italo svizzero Daniele Migani. Ora sono spuntati altri nomi di prestigio, come Luca Garavoglia, presidente e maggiore azionista della Campari, Marco Boroli, consigliere della B&D Holding, l’imprenditore della ceramica Claudio Lucchese proprietario della Florim di Modena, il manager italo giapponese della ex Luxottica, Antonio Miyakawa, fino alla Coop Alleanza 3.0, principale azionista di Unipol.

    Va subito detto che le sorti degli investimenti di tutti questi soggetti sono state diverse. Mentre la Coop Alleanza, dopo aver investito 87 milioni nei comparti Orion, Hercules e Moon del fondo Skew Base, se ne è uscita con 2,5 milioni di guadagno (il 3% di ritorno circa) e ora ha solo 8 milioni ancora investiti, la famiglia Montezemolo, Marco Boroli, Lucchese e Miyakawa hanno visto i loro soldi, diverse decine di milioni di euro di patrimonio personale, volatilizzarsi completamente, visto che alcuni comparti (Hfpo, Hfpo Centaurus, M12, Mine, Minu, Sta e Tang) del fondo sono stati liquidati nel marzo 2020 per aver rotto alcune soglie critiche che comportavano la perdita del capitale. Garavoglia, invece, secondo fonti attendibili, ha investito e perso in alcuni comparti mentre sta guadagnando con altri investimenti consigliati da Migani, professionista laureato in Fisica e con un Mba alla Bocconi. E ha quindi deciso di non agire per vie legali poiché considera di essere stato a conoscenza del rapporto rischio/rendimento implicito negli investimenti proposti.
    Al contrario Montezemolo, Boroli, Lucchese e Miyakawa hanno intentato cause civili a Londra e penali a Lugano e Milano, dove è stato da poco aperto un fascicolo

    […] La macchina della giustizia è stata messa in moto in Svizzera nel 2021 su denuncia di due clienti e nell’ottobre c’è stato un primo decreto di abbandono poiché “l'inchiesta si è mossa a 360°, ma non è emerso nulla”, sottolinea la difesa di Migani. Ma gli avvocati di uno studio luganese, Emanuele Verda e Filippo Ferrari, che difendono Montezemolo e altri due clienti (dovrebbero essere Lucchese e Miyakawa) hanno impugnato il provvedimento presso la Camera dei Reclami ipotizzando reati di amministrazione infedele, truffa e riciclaggio. Il reclamo è stato accolto nel maggio 2022 e la pratica è stata rispedita nelle mani del procuratore pubblico. Il quale nel marzo 2023 ha deciso di rinviare a giudizio Migani ma solo per “amministrazione infedele aggravata”, escludendo la truffa e il riciclaggio.
    La sostanza dell’Atto d’accusa, scritta dal procuratore pubblico Daniele Galliano il 17 marzo 2023, è riassunta in otto paginette. Migani si era conquistato la fiducia di facoltosi clienti italiani (si dice abbia raccolto nel tempo tra 1 e 2 miliardi di euro) per il fatto di essere un consulente indipendente, che consigliava prodotti totalmente slegati dai conflitti di interesse delle banche, che in molti casi convogliano i soldi verso i propri prodotti finanziari.
    Alcuni clienti fidandosi di lui - anche perché è stato presentato da persone amiche di alto livello - hanno così firmato contratti di consulenza che prevedevano commissioni ridotte in media allo 0,4% del capitale investito, con il mandato di trovare prodotti con un rendimento del 2-3% (in epoca pre-pandemia i tassi di interesse erano ancora molto vicini allo zero, e così i rendimenti), cioè a basso rischio e protezione del capitale, facilmente liquidabili.



    Qualcosa però è andato storto perché tra fine febbraio e inizio marzo 2020, allo scoppiare della pandemia da Covid19 (il detonatore sembra essere stata la famosa frase della Lagarde: “Non siamo qui per ridurre gli spread”) alcuni comparti del fondo Skew Base, dove erano stati indirizzati da Migani molti degli investimenti dei clienti, rompono le soglie definite nei contratti e bruciano tutto il capitale.
    E’ solo a questo punto, secondo la ricostruzione dell’accusa, che si scopre cosa c’è dietro agli investimenti dello Skew Base. Innanzitutto il fondo è gestito da una società lussemburghese, VP Fund Solution, controllata dalla VP Bank, una delle due grandi istituzioni bancarie del Liechtenstein, la quale ha anche prestato soldi allo Skew Base per andare a leva (arrivata in alcuni momenti fino al 900%). In secondo luogo il VP Fund è collegato ad altre società di proprietà di Migani le quali percepiscono laute commissioni a fronte di servizi che forniscono al fondo. In pratica Migani è accusato di conflitto di interesse perché in questo percepiva commissioni da due parti non avendolo dichiarato ai suoi clienti al momento dell’investimento.


    […] A queste accuse Migani ha replicato con un comunicato stampa in cui dichiara che “in nessuno dei procedimenti (tanto civili quanto penali) è stata dimostrata (in realtà, neppure ipotizzata) alcuna appropriazione illecita di denaro appartenente alla clientela da parte del gruppo XY e dei suoi rappresentanti”. […

    Ora la parola passa ai giudici di merito sia in Gran Bretagna, dove sono incardinate le cause civili, sia in Svizzera dove entro fine anno potrebbe cominciare il processo penale. Intanto però resta il mistero del ruolo chiave della VP Bank del Liechtenstein, che agiva da banca depositaria di un fondo lussemburghese che in diversi comparti ha fatto default nonostante un prospetto informativo di 80 pagine che i facoltosi clienti probabilmente non hanno mai letto fidandosi ciecamente del loro consulente. VP Bank ha quindi visto tutte le transazioni, sia quelle dei clienti sia le commissioni retrocesse alle società di Migani a cui aveva subdelegato la gestione di Skew Base. E per questo motivo è stata a sua volta denunciata.
  3. Padre
    coraggio

    Laura Anello
    PALERMO
    Dentro la sua barba bianca c'erano 35 anni di sofferenza e di ostinazione, di misteri e depistaggi, di marce e striscioni, di appelli e porte chiuse. Dentro la barba bianca di Vincenzo Agostino, morto ieri a Palermo a 87 anni, quattro dopo la moglie Augusta, inseparabile compagna di ogni battaglia, c'era una disperata e incrollabile ricerca di verità e giustizia. Una ricerca febbrile e testarda cominciata davanti alla bara del figlio Nino, assassinato a 28 anni, il 5 agosto 1989, insieme con la moglie Ida, incinta della loro bambina, da un commando che era di mafia ma forse non solo di mafia.
    Piangendo quel giovane poliziotto, ufficialmente in servizio al commissariato San Lorenzo ma in realtà impegnato nella ricerca dei boss latitanti, il padre promise che non avrebbe più tagliato la barba che gli incorniciava il viso finché non avesse ottenuto la verità su quell'omicidio. E così è stato fin quando Vincenzo Agostino, malato e appoggiato su un bastone, ha avuto la forza di essere presente a ogni manifestazione della società civile palermitana, icona vivente di un'antimafia che rifugge dalle passerelle per gridare alto e forte il bisogno di giustizia. Puntando il dito contro i possessori di segreti eccellenti: «La verità sulla morte di Nino e Ida è dentro lo Stato». Uno Stato deviato simboleggiato dal poliziotto Giovanni Aiello, «Faccia da mostro», che Vincenzo Agostino additò, in una drammatica udienza del processo nell'aula bunker, come l'uomo che qualche giorno prima dell'agguato era andato a casa sua per chiedere notizie del figlio.
    Fu un'estate angosciosa, quella del 1989. Il 21 giugno Giovanni Falcone scampò a un attentato con l'esplosivo davanti alla sua villa sul litorale dell'Addaura. Pochi giorni dopo, il giudice sostenne che dietro quell'azione c'erano «menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia». E un mese dopo quell'accusa, due killer uccisero Nino Agostino con la moglie, facendo poi sparire da casa alcuni appunti sulle sue indagini. Nella camera ardente di Agostino, Falcone disse: «Questo omicidio è stato fatto contro di me». Come a chiudere il cerchio di un sospetto che portava ben oltre i capi di Cosa nostra.
    Da allora, Vincenzo Agostino ha seguito da vicino inchieste e processi di mafia, alzando la voce ogni volta che il silenzio copriva i misteri. Da quegli appelli, da quella barba bianca che andava allungandosi, sono affiorati pezzi di verità. È stato condannato all'ergastolo il boss Antonino Madonia come mandante dell'omicidio, è sotto processo un altro capomafia, Gaetano Scotto. Ma non tutta la verità è emersa, sulle «menti raffinatissime» che puntavano a Falcone e che probabilmente condannarono a morte l'agente Agostino.
    Quella barba bianca adesso ha smesso di crescere, nel dolore di una città che gli tributerà l'ultimo saluto oggi, nella camera ardente allestita nella caserma Lungaro della polizia, e domani, nel corso della cerimonia funebre in cattedrale. Mentre dal Quirinale giunge l'accorato addio del presidente Sergio Mattarella, capo dello Stato senza ombre, al «protagonista di un costante e coraggioso impegno contro i crimini della mafia e per la ricerca della verità».
  4. L'EREDITA' DI SPERANZA : eccedenze riguardano, in misura minore, anche i prodotti contro l'influenza: quasi 7 mila dosi inutilizzate
    Covid, mezzo milione di vaccini in scadenza
    alessandro mondo
    La settimana appena conclusa ha registrato una novità. Meglio: un'assenza che rappresenta una novità, nella misura in cui rende lo stato di una situazione. Dopo quattro anni la Regione non ha più diffuso il bollettino Covid, diviso nelle voci ormai usuali: tasso di occupazione ospedaliera, contagi complessivi e per fasce d'età, vaccinazioni.
    Il virus è sparito? No, ma in Piemonte e in Italia vivacchia, diciamo così, con un numero di casi - quelli noti, almeno - assai esiguo. Da qui la decisione, comunque opinabile, di mettere in disarmo il bollettino (peraltro ormai falsato dal venir meno di qualsivoglia restrizione e quindi di un efficace sistema di tracciamento dei contagi).
    Sia come sia, c'è un fatto che non si può omettere: la quantità di vaccini distribuiti anche nella nostra regione per alimentare una diffusa campagna di somministrazione che invece, alla pari del virus, langue. Per rendere l'idea, nel periodo 4-11 aprile erano state vaccinate 66 persone: 2 avevano ricevuto la prima dose, 1 la seconda, 2 la terza dose, 11 la quarta dose, 34 la quinta, 14 la sesta, 2 la settima.
    Diffiicle che il numero sia variato al rialzo, semmai il contrario.
    Ecco perchè nelle Asl, e nella stessa Regione, cominciano ad interrogarsi sul destino dei vaccini stoccati: centinaia di migliaia. In base all'ultimo aggiornamento, nei magazzini delle aziende sono disponibili 738 mila dosi: 582 mila in scadenza entro la fine del 2024 , 156 mila in scadenza nel 2025. A meno che non si verifichi una brusca ripresa del virus, tocchiamo ferro, e quindi una ripresa della corsa alle vaccinazioni, è impossibile utilizzarli entro le scadenze previste.
    Il discorso riguarda anche i vaccini antinfluenzali, quelli per la campagna di immunizzazione terminata a fine marzo. Il dato, spiegano dall'assessorato alla Sanità, è relativo al magazzino dell'operatore logistico che li ha distribuiti agli studi dei medici di famiglia. In totale i dottori hanno somministrato 712.066 dosi (non sono conteggiati quelle delle farmacia), oggi come oggi ne restano 6.643.
    Un problema anche questo. Ma un conto è gestire qualche migliaio di dosi, altra cosa centinaia di migliaia. Buio completo sul loro destino. Ancora in tempi recenti le Regioni mettevano le eccedenze a disposizione della struttura commissariale centrale per un'eventuale redistribuzione a Paesi alle prese con la carenza di vaccini, anche se non si è mai saputo precisamente dove finissero, e in quali quantità. Un percorso, in ogni caso, oggi reso impraticabile non solo dalla curava discendente del Covid, non solo in Europa, ma da una iper-eccedenza di vaccini che tra l'altro possono essere movimentati a patto di non derogare alle condizioni di conservazione (cominciano dalla temperatur). Il rischio, affatto remoto, è che in assenza di soluzioni le partite scadute o con scadenza a breve termine verranno buttate. —

 

22.04.24
  1. Caro Direttore 
    Ieri c'e' stata al Politecnico la vincitrice del Nobel per la Fisica. Assenti : Rettore, Sindaco professore del Poli, Presidente della Regione.
    Cosa ne pensi ?
    Io la domanda l'ho fatta anche a lei pubblicamente. Ti interessa  la risposta ?
    Mb
     
  2. Droni, microchip per missili e intelligence l'intesa Cina-Russia preoccupa l'America
    corrispondente da washington
    Il segretario di Stato Antony Blinken sarà a Pechino e Shanghai da mercoledì a venerdì con una nutrita rappresentanza del Dipartimento di Stato. Una missione delicata che giunge in un momento - precisano fonti diplomatiche americane - «comunque diverso rispetto alle difficoltà dello scorso anno». La tela dei rapporti fra le due potenze è stata rafforzata negli ultimi mesi, i canali di comunicazione sono aperti e la visita di Blinken si aggiunge a una lunga lista di missioni che funzionari Usa - fra questi anche Janet Yellen, segretario al Tesoro - hanno compiuto nelle ultime settimane. A inizio mese c'è stata anche una telefonata fra Biden e Xi, il primo contatto fra i leader dal vertice di San Francisco in novembre a margine dell'Apec.
    I temi che Blinken porta in valigia sono molti e se da parte Usa si sottolinea la necessità di tenere costantemente aperta la partnership con Pechino su «interessi di mutuo interesse», i nodi sono evidenti viste i molti fronti di tensione geopolitica, dalla Nord Corea sino alle rivolte in Birmania. Al summit dei ministri degli Esteri del G7 di Capri, Blinken ha anticipato fra l'altro alcune delle questioni che rendono complicato il rapporto con Pechino, fra questi il ruolo che il Dragone ha nel sostegno a Putin per la guerra in Ucraina. «Sicuramente solleveremo la questione - ha precisato un alto funzionario del Dipartimento di stato in una conference call con alcuni reporter - e Blinken esprimerà la sua preoccupazione per le mosse cinesi a vantaggio della Russia». La fonte diplomatica ha anticipato che l'America è pronta a intraprendere azioni contro le aziende cinesi che minacciano gli interessi americani.
    È un tema su cui, evidenziano i diplomatici americani, anche gli europei mostrano perplessità. «In gioco è la loro sicurezza», è il ragionamento che fanno al Dipartimento di Stato evidenziando che sono ormai due anni che Washington avverte la Cina di non sostenere la Russia. Fare affari con gli europei, mentre si foraggia l'avventura bellica di Putin, è il messaggio che arriva da Washington, non può essere più sostenibile.
    Benché non vi siano prove che da Pechino arrivino armi alla Russia, la questione nelle ultime settimane ha avuto un salto di qualità. Nei giorni scorsi sono state diffuse alcune informazioni di intelligence riguardanti la partecipazione attiva cinese nella strategia di Mosca.
    Quel che è evidente agli occhi degli esperti Usa è che l'industria di difesa russa ha in Pechino il maggior fornitore, il 90% dei microchip proviene dalla Cina e questi sono stati usati nella fabbricazione di missili, carri armati ed jet. Inoltre il 70% dei macchinari che la Russia ha importato nel 2023 (valore di 900 milioni di dollari) proviene dagli stoccaggi cinesi. L'intelligence Usa ha anche confermato il fatto che entità russe e cinesi collaborano nella produzione di droni in Russia e che la Cina procura all'alleato nitrocellulosa per la produzione di munizioni. Anche componenti ottici per carri armati e veicoli corazzati sono prodotti da compagnie cinesi, come la Wuhan Global Sensor Technology Co.
    Anche il traffico di semiconduttori sull'asse Pechino-Mosca ha subito un incremento in coincidenza con il conflitto in Ucraina: il giro d'affari si è ampliato passando da un import di 200 milioni nel 2021 ai 500 milioni nel 2022 secondo i dati analizzati da Free Russia Foundation. A Washington preoccupano particolarmente due aspetti: il primo è la joint venture fra i due Paesi per migliorare la rete satellitare e le capacità di utilizzare lo spazio a fini militari in Ucraina; il secondo è ancora più circoscritto, l'intelligence Usa ritiene che la Cina abbia fornito immagini ai russi utili per la guerra contro Kiev. Le fonti diplomatiche precisano che «la strada maestra è quella della diplomazia, è l'unico modo per affrontare i vari fronti aperti, e quindi anche la questione del sostegno alla Russia»
  3. Nuove intercettazioni nell'operazione del Ros sull'omicidio del rampollo di 'ndrangheta scomparso da Chivasso ad aprile del 2009 e mai trovato
    Il boss Ursini e la lupara bianca di Torino "Invitato a una festa, ma la fossa era pronta"
    giuseppe legato
    Se basterà come impulso per riaprire le indagini o se resterà pietra nello stagno, ombra nella nebbia che avvolge la sua scomparsa, si vedrà. Sia come sia, il cold case sull'uccisione di Rocco Vincenzo Ursini, affiliato alla ‘ndrangheta e desaparecido ormai da 15 anni, registra un ulteriore passo avanti. Agli atti è scomparso una mattina di aprile del 2009.Aveva solo 29 anni. Secondo la Dda di torino era affiliato allo storico locale di Moncalieri. L'ultima cella agganciata dal suo cellulare è quella di strada del Francese, già hinterland di Torino. Poi, più nulla. La sua automobile, una Alfa 166 fu ritrovata nella zona di Brandizzo diversi mesi dopo la scomparsa.
    Nelle carte dell'ultima operazione del Ros dei carabinieri e del pm della Dda Valerio Longi che ha scoperchiato l'infiltrazione di una ‘ndrina – i Pasqua - nei lavori di manutenzione dell'autostrada A32 Torino-Bardonecchia, ci sono alcune conversazioni che hanno riaperto un libro apparentemente chiuso. È il 17 aprile 2020 quando, alle 19.17, un virus informatico inoculato sul telefono di Giuseppe Pasqua registra una conversazione in auto con il figlio Domenico Claudio e una donna: «Giuseppe Pasqua affermava che a suo parere Mario Ursini (personaggio di primo piano della ‘ndrangheta calabrese a Torino) aveva subito un trattamento immeritato» scrive il gip. Nel dettaglio – dice Pasqua «parlando di un ragazzo morto» che sarebbe stato invitato a una cena «ma avevano già scavato la fossa». Una trappola? Il giallo è aperto perché i casi di lupara bianca – omicidi per antonomasia – non si prescrivono mai. Certo, stupisce che quella di Rocco Vincenzo Ursini sia rimasto nella sostanza invendicato: un unicum nella storia della mafia calabrese. Nessuno della sua (mafiosamente, cotanta) famiglia ha reagito o perlomeno nulla in tal senso è stato registrato dalle innumerevoli inchieste che si sono succedute al suo assassinio.
    Non c'è un'intercettazione in cui le persone vicine a lui abbiano rivendicato come affronto quanto accaduto. Nemmeno questo.
    Eppure i personaggi – per parentela – vicini a questa storia non sono per nulla di secondo piano. «Mario Ursini – scrive il Ros – è stato uno dei principali protagonisti della criminalità organizzata piemontese fin dagli anni Ottanta». Dice di lui il collaboratore di giustizia Rocco Varacalli: «È stato capo storico della 'ndrangheta in Torino, all'epoca della presenza delle famiglie Mazzaferro e Belfiore nonché, negli anni ‘90, allorché in Torino esisteva un unico "locale" rappresentato a Polsi proprio da Ursini». Non solo: parente dello scomparso (nonché ulteriore nipote di Mario Ursini) è anche Renato Macrì, al secolo Renatino, uomo di lusso (soprattutto nel vestiario) e relazioni non disdicevoli nella società civile torinese. Mafioso di rango. Resta il suo curriculum tratteggiato dai carabinieri: «Ha iniziato la carriera criminale negli anni Ottanta come fiancheggiatore dello zio Mario. Più volte condannato per traffico di stupefacenti, usura, estorsione ed altri gravi delitti, è stato oggetto di applicazione della pena, su richiesta delle parti, a un anno e otto mesi per associazione di stampo mafioso» si legge. C'è di più: al momento della scomparsa Rocco Ursini era il promesso sposo della figlia di Rocco Schirripa condannato all'ergastolo in via definitiva per aver avuto un ruolo nel commando che entrò in azione il 26 giugno 1983 in via Sommacampagna (lui nega ndr) e uccise il procuratore Bruno Caccia. Fin qui le intercettazioni emerse in altri procedimenti avevano aperto una pista su una famiglia originaria della piana di Goia Tauro, per l'esattezza Delianuova. Ma mai contestazioni ufficiali sono state sollevate alla ‘drina degli Italiano. Tantomeno un'ulteriore intercettazione captata nell'inchiesta "Crimine" che faceva riferimento a presunti debiti di droga accumulati da Ursini fossero il vero movente. Infine: la presunta vita notturna della vittima – compresa la frequentazione di night club – sarebbe entrata in contrasto con le ferree regole della criminalità calabrese. Una questione di pseudo "onore" annullata, nella logica, dal pedigree familiare di Ursini che mai sarebbe stato ucciso così, come un garzone di ‘ndrangheta. Il mistero resta fitto.
  4. a trilogia di "M."
    Giacomo Matteotti
    La lezione di Matteotti , l'infamia del Duce e i neo-fascisti che riscrivono la storia
    Antonio Scurati
    Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924. Lo attesero sottocasa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L'onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l'ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all'ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso
  5. per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.
    Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell'infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.
    In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l'omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944.
    Fosse Ardeatine, Sant'Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati.
    Queste due concomitanti ricorrenze luttuose - primavera del '24, primavera del '44 - proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica - non soltanto alla fine o occasionalmente - un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia?
    Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell'ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.
    Dopo aver evitato l'argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l'esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola «antifascismo» in occasione del 25 aprile 2023).
    Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell'anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola - antifascismo - non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana.

 

21.04.24
  1. SE NON LO SAI, SAPIEM!- PER LA GIOIA DI IGNAZIO LA RUSSA, COSI' POTRA' PIAZZARE UN FUNZIONARIO A LUI VICINO, LA SEGRETARIA GENERALE DEL SENATO, ELISABETTA SERAFIN, È STATA INDICATA COME PROSSIMA PRESIDENTE DEL CDA DI SAIPEM DA ENI E CDP (CHE INSIEME DETENGONO IL 44,01% DEL CAPITALE DELLA SOCIETÀ ENERGETICA) - I DUE AZIONISTI PUNTANO A CONFERMARE L'ATTUALE AD, ALESSANDRO PULITI. LE NOMINE SONO PREVISTE PER IL 14 MAGGIO - E AL POSTO DI SERAFIN, COME SEGRETARIO GENERALE DEL SENATO, CHI VERRÀ NOMINATO?

 

20.04.24
  1. Cinque mesi in carcere, era innocente Imprenditore risarcito con 60 mila euro
    Prima l'arresto, poi i 5 mesi di carcere e i due agli arresti domiciliari, quindi, finalmente l'assoluzione con formula piena. E adesso la Corte d'appello di Milano gli ha riconosciuto 60mila euro quale riparazione al danno per l'ingiusta detenzione subita. Eppure da subito era emerso che Erminio Diodato, imprenditore di Vergiate nel Varesotto, nulla aveva a che fare con quel giro di spaccio di droga finito al centro dell'inchiesta della polizia che nel luglio 2020 aveva portato al suo arresto e a quello di un 43enne albanese che, da subito aveva spiegato come i due chili di cocaina trovati in un deposito in uso all'azienda di Diodato fossero suoi, scagionando l'imprenditore che, a detta del 43enne, nulla sapeva del giro di spaccio. Alla confessione però l'autorità giudiziaria non aveva creduto procedendo con la custodia cautelare dell'imprenditore e chiedendone poi il rinvio a giudizio. Assistito dall'avvocato Daniele Galati, che lo ha seguito passo dopo passo credendogli sempre e, anzi, trovando le prove che lo scagionavano dalle accuse, Diodato ha ottenuto dalla Corte d'Appello una riparazione dallo Stato pari a 60mila euro per i 145 giorni di ingiusta detenzione patiti. Certo non quanto era stato chiesto, «ma almeno è abbastanza per ricominciare, visto che il mio assistito ci ha rimesso un'attività da 240mila euro all'anno. La richiesta risarcitoria era intorno al mezzo milione» sottolinea il legale.
  2. La storia di un pensionato di 68 anni che viveva nei pressi del Monte San Giorgio, la sua protesta in piazza a Piossasco
    Sciopero della fame davanti al Comune "Costretto a fuggire dopo 38 furti subiti"

    massimiliano rambaldi
    «Non so più cosa fare, ho anche iniziato uno sciopero della fame piazzandomi sotto il municipio per alzare l'attenzione su quello che mi è capitato. La casa dove abitavo, vicino al monte San Giorgio, negli ultimi anni è stata preda di mira da ladri e vandali. Sono 38 i furti o comunque i tentativi che hanno danneggiato il posto dove vivevo fino a poco tempo fa. Ormai è diventato pericoloso e invivibile. Mi creda, sono esasperato». Francesco V, 68 anni, ha abitato a Piossasco da sempre ma ora ha scelto di andare a Pinerolo, in affitto. Paura e sconforto per un uomo che ha passato i suoi anni in una casetta indipendente in un posto tranquillo all'ombra della collina. Dopo 30 anni in quelle mura non ce l'ha fatta più e se ne è andato.
    «Se ho denunciato? Ma ovvio – racconta -, tutte le volte che mi sono capitati fatti di questo tipo ho interessato le forze dell'ordine. E anche adesso che non abito più lì continuano gli atti vandalici. Sono andato pochi giorni fa a dare un'occhiata e ho trovato altri danni oltre a quelli che già sapevo. Non so cosa dire: i ladri e vandali possono anche colpire, ma con una frequenza così continuativa non è accettabile». La zona non è coperta da sistema di videosorveglianza e si tratta di una fetta di territorio molto periferica. Dopo l'ultimo caso ha deciso di andare sotto il municipio e farsi sentire, con una protesta silenziosa quanto incisiva: «Mi sono sentito abbandonato dalle istituzioni, così ho deciso di intraprendere anche lo sciopero della fame. Magari qualcuno prenderà sul serio la mia situazione. Non ho assicurazioni, non vivo nell'oro: capisce bene che qualche volta una persona come me può intervenire per riparare i danni, ma se questi capitano quasi ogni mese diventa davvero impossibile affrontarli» .
    Nelle scorse settimane aveva spiegato il problema alla polizia municipale e all'amministrazione comunale, mostrando anche tutte le denunce presentate ai carabinieri nel corso degli anni: «Il signore, che non abita più qui – spiegano da palazzo civico - è però proprietario di un alloggio che viene ripetutamente vandalizzato. Stiamo cercando di capire meglio le dinamiche di quello che accade: nel frattempo si sta seguendo da vicino la vicenda insieme alle forze dell'ordine». Francesco V. ha intenzione di proseguire la protesta ad oltranza: «Ci deve essere un modo perché qualcuno capisca che esiste un problema di sicurezza – dice -, non posso immaginare che una persona come tante debba essere costretta ad andare via da casa propria perché presa di mira costantemente dai malintenzionati. Anche volendo, quella casa non la posso vendere: ci sono circa 20mila euro di danni. E dove trovo i soldi? Io prendo mille euro di pensione».
    Piossasco è uno dei Comuni storicamente più sensibili ai furti in appartamento. Assieme a Bruino e Rivalta negli ultimi tempi sono state tra le zone più soggette all'azione dei ladri. Con anche gravi risvolti di cronaca: sulle colline piossaschesi c'è la casa dove abitava Roberto Mottura, l'architetto ucciso proprio durante un tentativo di furto in casa sua. Aveva tentato di respingere i malviventi che si erano introdotti in casa sua, per proteggere la sua famiglia ma nella colluttazione partì un colpo di pistola che lo colpì in modo fatale.

 

 

19.04.24
  1. Sicilia, voto di scambio e corruzione indagato il vicepresidente leghista
    RICCARDO ARENA
    PALERMO
    Caterina Chinnici in effetti aveva, «ha una storia, ha un significato - diceva il deputato regionale siciliano Luca Sammartino nel maggio 2019 - è la Sicilia che non abbassa la testa, che ormai siamo diventati terra di... per i leghisti che ci devono venire a raccontare a noi siciliani come funziona il mondo». Cinque anni dopo il mondo è cambiato: Caterina Chinnici, eurodeputato e figlia del magistrato ucciso nel 1983 con la prima autobomba usata dalla mafia, è passata dal Pd a Forza Italia; anche Sammartino ha lasciato i dem ed è diventato il leader del Carroccio nell'Isola. Era pure vicepresidente della Regione, il giovane recordman delle preferenze in Sicilia, ma da ieri non è più nulla: si è dimesso per effetto di un'inchiesta della Procura di Catania, culminata con 11 misure cautelari, fra cui anche la sospensione di Sammartino, per un anno, dai «pubblici uffici ricoperti». I pm in realtà volevano arrestarlo ai domiciliari, ma il Gip Carla Aurora Valenti ha ritenuto sufficiente la misura interdittiva, per le accuse di corruzione e voto di scambio.
    L'imbarazzo ora, per l'ennesima inchiesta che, dal Piemonte alla Sicilia, passando per la Puglia, scuote la politica, è del centrodestra, con la Commissione Antimafia che ha subito chiesto gli atti di questa nuova inchiesta, e col sottosegretario leghista Claudio Durigon che parla di «provvedimenti che arrivano a un mese dalle elezioni europee». E se il presidente della Regione, Renato Schifani, sente vacillare il suo governo, retto da una maggioranza alquanto litigiosa, ma difende il suo ex vice (Sammartino, dice, ha agito «con decoro, lealtà e trasparenza») è significativo anche il quasi totale silenzio del Pd, nelle cui file all'epoca dei fatti Sammartino militava, forte delle 32.492 preferenze raccolte alle regionali del 2017. E per questa ragione l'attuale (ex) assessore regionale all'Agricoltura raccoglieva voti a favore della collega di partito Chinnici, estranea all'inchiesta e non indagata. Il problema è che i voti Sammartino li chiedeva a un consigliere comunale di un paesino etneo, Tremestieri, Mario Ronsisvalle, farmacista, interessato a non avere troppi concorrenti nella sua zona. Il sindaco del piccolo centro, Santi Rando, vicinissimo a Sammartino, era in guerra con Ronsisvalle, ma i due fecero pace grazie alla mediazione del deputato regionale del Pd. Il no all'allargamento del numero delle farmacie sarebbe stato cioè barattato con voti per la Chinnici.
    Lui, Sammartino, passato dall'Udc a una formazione regionale come Articolo 4, poi al Pd, infine a Italia viva e da lì al partito di Salvini, era convinto che il leader del partito rappresentasse «la disubbidienza e quindi è molto nei giovani», come gli suggeriva "Mariuccio" Ronsisvalle. Il «bel segnale» chiesto per la Chinnici fu dato da un collettore di voti, trait d'union con gli esponenti del clan mafioso Santapaola-Ercolano, Pietro Cosentino.
    Nel blitz è rimasto invischiato anche Francesco Santapaola, figlio del più famoso Nitto, boss stragista di Cosa nostra. Un pentito, Silvio Corra, aveva parlato di riunioni alle quali aveva «personalmente accompagnato Francesco detto "Colluccio". Corra aveva fatto i nomi di alcuni partecipanti: Rando, Cosentino «e un'altra persona di cui forniva una descrizione fisica, ma di cui non sapeva altro». Poi gli avevano fatto vedere le foto e lui aveva riconosciuto «l'effigie di Sammartino, di cui non sapeva il nome». Era il 2015, poco prima delle elezioni di Tremestieri. Magari il pentito ricordava male, però Sammartino aveva intuito il rischio di finire indagato e per questo, tra luglio 2019 e novembre 2020, con 600 euro versati a due carabinieri s'era fatto bonificare gli uffici dalle eventuali microspie. Per la serie non si sa mai.

 

 

18.04.24
  1. IL SILURO E' PARTITO  :  dubbi del Ministero dell'Ambiente sulla maxi-opera che dovrebbe collegare Calabria e Sicilia Chieste verifiche su costi, rischio tsunami e leggi sul paesaggio. Gli oppositori del piano: demolito
    Scontro sul ponte di Messina Pichetto rallenta Salvini "Il progetto è troppo vago"
    PAOLO BARONI
    ROMA
    Dai costi della maxiopera al rischio tsunami al rispetto di tutte le più recenti normative ambientali: è lunga a dismisura la lista delle richieste di chiarimento e di integrazione del progetto che il ministero dell'Ambiente ha rivolto alla società Ponte dello Stretto. I "nemici" del Ponte brindano e parlano di progetto «demolito», mentre sia il governo che la società incaricata di realizzare il collegamento tra Calabria e Sicilia tanto caro a Salvini ostentano tranquillità e minimizzano questo passaggio.
    Fatto sta che, completata la prima fase di analisi da parte della Commissione Via-Vas, il ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) ha trasmesso alla Società Stretto di Messina spa ben 239 richieste: 155 relative alla Valutazione di impatto ambientale (Via), mentre per la Valutazione di incidenza (Vinca) e la verifica delle conseguenze di sui siti protetti di interesse Ue (Natura 2000) sono state chieste 66 integrazioni. Altre 16 riguardano il Piano di utilizzo terre (Put) e 2 la cosiddetta Verifica di ottemperanza.
    In un documento di 42 pagine, firmato dal coordinatore della Commissione Via, Paola Brambilla, il ministero in particolare chiede alla Stretto di Messina di spiegare la compatibilità del progetto con gli aggiornamenti dei vincoli ambientali e paesaggistici e degli strumenti di pianificazione territoriale, una analisi più approfondita dei costi e dei benefici dell'opera e un quadro riassuntivo di tutti gli interventi previsti, «non limitandosi al solo elenco delle opere variate».
    Il Mase lamenta che Stretto di Messina non abbia descritto il sistema di cantierizzazione, limitandosi all'elenco delle aree di cantiere e non abbia fornito informazioni sufficienti sulla gestione e lo smaltimento di terre e rocce da scavo. Al committente viene richiesto «un quadro aggiornato e congruente» sulle «condizioni di pericolosità da maremoto» e l'aggiornamento delle stime sulla qualità dell'aria nella fase di cantiere e in quella di esercizio. Oltre a questo il ministero vuole anche dati più chiari e completi sull'impatto delle opere sull'ambiente marino, su corsi d'acqua ed acque sotterranee citando in particolare l'area dei Pantani di Ganzirri, in Sicilia. E ancora, vengono chieste integrazioni sul consumo del suolo, sugli studi geologici, sui rischi di subsidenza e di dissesto, sugli effetti sulle attività agricole, sul rumore a terra e sott'acqua, su vibrazioni e campi elettromagnetici oltre a maggiori dati sui rischi per biodiversità, flora, fauna, paesaggio e salute pubblica.
    «Il progetto definitivo del ponte sullo Stretto non sta in piedi» attaccano associazioni ambientaliste (Italia Nostra, Legambiente, Wwf, ecc.) e comitati locali che parlano di «passo falso» e di «farsa». Secondo Pichetto Fratin la richiesta di chiarimenti è invece «un atto tipico della prima parte del procedimento» e come ha poi spiegato a Matilde Siracusano, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento, si tratta solo di «legittime integrazioni proporzionate ad un progetto enorme, con oltre 8 mila elaborati».
    Per i 5 Stelle il progetto del Ponte invece «non sta in piedi». «È un progetto vecchio, pieno di falle sul piano ingegneristico, ambientale, trasportistico e finanziario» accusa il presidente dell'M5s Giuseppe Conte, secondo cui quello del ministero dell'Ambiente è un «macigno» posto sul progetto del Ponte. Per Marco Simiani del Pd, «il ministero dell'Ambiente sconfessa clamorosamente Matteo Salvini, bloccando di fatto il progetto». Anche il Verde Angelo Bonelli è convinto che la Commissione tecnica del ministero abbia «demolito il progetto definitivo sul Ponte». Quindi rivolto al ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini e all'ad della società Stretto di Messina, Piero Ciucci, ha chiesto se esista davvero «un progetto definitivo? O quello presentato è quello di 15 anni fa già bocciato dal ministero?».
    Oltre al governo anche Ciucci ostenta serenità contestando le frasi degli ambientalisti («nessun passo falso, anzi, un altro importante passo avanti per la realizzazione del ponte») e assicurando che nei 30 giorni fissati dalla legge, come ha poi confermato anche il ministero guidato da Salvini, la società fornirà tutti i chiarimenti richiesti.
  2. LA CHIMERA DI SALVINI : «Di sicuro c'è solo che non si farà». Ne sono convinti tutti, a partire dal signore che si affaccia sull'uscio della "bottega di salumi di Celona Mariagrazia" e invita a mettere il naso all'insù: «Lo vede quel cavalcavia? Devono completarlo da ventisei anni». Lo sguardo punta su uno svincolo vertiginoso dell'autostrada che si chiama Giostra, con il viadotto Ritiro che attende di essere inaugurato dal 1997.
    Così non c'è da stupirsi se la costruzione del Ponte sullo Stretto - creatura mitologica quanto Scilla e Cariddi, i mostri che nel tratto di mare abiterebbero - a Messina venga considerata probabile come lo sbarco di un'astronave aliena. Per capirlo basta spostarsi nove chilometri più a nord, a Torre Faro, la punta all'estremo nord est della Sicilia, la più vicina alla Calabria, dove dovrebbe nascere il pilone siciliano. E qui tocca di nuovo guardare in alto, verso la cima del mastodontico traliccio dell'elettrodotto che ha funzionato tra le due sponde fino al 1985. Una Tour Eiffel in salsa siciliana, per tutti qui è "u Piluni". «Lo vede? È alto 235 metri - dice il titolare del bar che sta ai suoi piedi, i capelli sferzati dal vento che qui soffia sempre potente - pensi che quello del Ponte sarebbe alto quasi quattrocento. Ma chi vorrebbe salire lassù?».
    Un gigante, un ecomostro, come dice qui il popolo delle villette, dei ristoranti, dei residence, delle case di riposo (e, se potessero parlare, anche dei defunti del cimitero di Granatari) che si sono ritrovati nelle 1500 pagine dell'elenco degli espropri pubblicato dalla società Stretto di Messina. Una società nata nel lontano 1981, che già ha speso 130 milioni per studi e progettazione e che ne è costata altri 342 di penali e indennizzi con la messa in liquidazione nel 2013, quando il progetto del Ponte sembrava definitivamente archiviato.
    E adesso, adesso che «il mostro è resuscitato come in un film dell'orrore» - per dirla con Sebastiano Cambria, uno dei destinatari dell'esproprio - è sempre la società Stretto di Messina che dà i numeri di chi dovrebbe sloggiare: sono 2.792 gli intestatari di immobili e terreni per un totale di oltre 3.7 milioni di metri quadrati. Trecento edifici da demolire in Sicilia e 150 in Calabria, molti di più interessati a vario titolo da servitù, trasformazioni, cantieri temporanei.
    E l'epicentro è proprio a Torre Faro, nella riserva di Capo Peloro e dei laghetti di Ganzirri, area naturale protetta istituita dalla Regione siciliana nel 2001. «Il mostro dovrebbe nascere tra i due laghetti, sul canale che li collega, un paradiso naturalistico dove nidificano i cigni e dove sette anni fa ho comprato un terreno per passare la mia vecchiaia», dice Salvatore Rando, per trent'anni nostromo sulle navi Caronte che fanno la spola sullo Stretto.
    Anche lui ha la sua incompiuta da raccontare, d'altronde Messina ne annovera trentacinque: «Aspettiamo da dieci anni il nuovo porto di Tremestieri per l'imbarco dei mezzi pesanti che altrimenti appestano la città, il vecchio porto quando c'è scirocco si insabbia e i camion devono passare del centro. Mi creda, io sullo Stretto ci ho navigato una vita, basta mettere un servizio di aliscafi e di navi efficiente». Insieme con la moglie, è stato tra i primi la settimana scorsa ad accorrere alla manifestazione indetta dai comitati No ponte davanti al Palacultura, dove sono stati aperti gli sportelli per gli sventurati finiti nelle aree colorate sulle mappe di progetto: qui si possono depositare osservazioni per sessanta giorni.
    Se le sono passate di mano in mano, le mappe, sui tavolini allestiti per il presidio. Il colore che sembrerebbe più rassicurante, il rosa, nella legenda, è il girone più profondo dell'inferno: significa "sede ponte", cioè demolizioni, sorte che tocca per esempio ad Adele Baviera, «messinese da generazioni, non è solo questione di casa ma di esproprio di identità», dice. Poi c'è il purgatorio di chi salva la casa ma che rischia di ritrovarsi un muro di cemento davanti alla finestra come Marianna Giuffrida, docente di Diritto all'Università di Messina. E infine il paradiso di chi la sfanga ma felice non è. «Siamo tutti espropriandi – dice Daniele Iavacca, del comitato No Ponte –. Questa è la battaglia di una città che non vuole essere sventrata e devastata per un'opera inutile e dannosa». Invita a stare calmi in vista della valutazione del Cipess, sigla che sta per Comitato per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile. «Sviluppo sostenibile, mi viene da ridere – sbotta Mariella Valbruzzi, anche lei dei comitati No Ponte – il mostro dovrebbe sorgere in un'area naturale dove oggi bisogna chiedere permesso pure per cambiare il colore dell'intonaco di casa».
    La certezza, di tutti, è che l'opera non vedrà mai la luce. La paura, di tutti, è che il progetto possa avviarsi, e che Messina si trovi sventrata inutilmente, con un'altra incompiuta, questa volta devastante.
    «Il primo vincolo per la costruzione del Ponte – continua Iavacca – fu apposto nel 2003 e rinnovato alla scadenza, nel 2008, entrambe le volte dal governo Berlusconi. Dopo lo stop del governo Monti nel 2013, la gente ha comprato casa, ha acceso mutui ancora non del tutto pagati, ha fatto ristrutturazioni. Adesso si vuole resuscitare dal nulla un vincolo scaduto, uno dei paradossi su cui i nostri avvocati sono al lavoro».
    Ma dicono no al ponte pure tanti cittadini lontani dai luoghi dell'esproprio, gente che non vuole rivivere il trauma originario di Messina, il terremoto del 1908 che la rase al suolo, che fece 500 mila vittime, che cambiò per sempre il destino della città dove nacque Antonello, dove era di casa Caravaggio, il cataclisma che secondo alcuni plasmò anche l'animo degli abitanti di oggi: fatalisti, sfiduciati, rassegnati. Non si direbbe, ascoltando i combattenti del No Ponte: «Non ci fermeremo mai – dicono – giù le mani da Messina».
  3. L'ex ambasciatore al Cairo Massari racconta i dettagli della visita in obitorio Giallo sulla sua tutor egiziana in Inghilterra : "Come sapeva dov'era il corpo?"
    In aula l'orrore di Regeni "Torture su tutto il corpo" Nuovi dubbi su Cambridge

    Grazia longo
    roma
    Il racconto sulle torture subìte da Giulio Regeni è così straziante che i suoi genitori, Claudio e Paola, escono dall'aula. Molto intense e a tratti drammatiche le quattro ore di testimonianza dell'ex ambasciatore al Cairo Maurizio Massari, ieri mattina davanti alla prima Corte d'assise della capitale.
    Interrogato dal procuratore aggiunto Sergio Colaioccoripercorre quei drammatici giorni intercorsi tra la scomparsa, il 25 gennaio 2016 e il ritrovamento del corpo, il 3 febbraio 2016 sulla strada che unisce la capitale con Alessandria d'Egitto. La notizia del rinvenimento gli fu comunicata la sera del 3 febbraio dal viceministro degli esteri egiziano, nonostante in realtà la scoperta fosse avvenuta al mattino.
    Ma durante l'esposizione di Massari, oggi ambasciatore all'Onu a New York, emerge un elemento interessante che riguarda Maha Abdelrahman, la professoressa egiziana di Cambridge che assisteva Giulio al Cairo.
    «Ricordo che ho ricevuto alcuni messaggi dalla tutor di Regeni presso l'Università americana al Cairo. Fu lei a dirmi dove si trovava il corpo, mi consigliò di recarmi lì e di insistere affinché l'autopsia non venisse effettuata in Egitto». Una domanda a questo punto si impone: come faceva la professoressa a sapere che i poveri resti di Giulio si trovavano all'obitorio? Se lo domandano anche gli avvocati difensori degli imputati che chiedono se la tutor collaborasse con l'intelligence inglese.
    Questa eventualità non è nota al diplomatico e l'aggiunto Colaiocco si augura di poter ricevere una riposta direttamente dall'interessata. Maha Abdelrahmanse è stata infatti inserita nella lista dei testi da interrogare durante il processo in corso a Roma contro i quattro agenti della National Security egiziana.
    Tra le altre informazioni importanti fornite ieri dall'ambasciatore ci sono quelle relative al suo impegno di trovare notizie su Giulio, considerato che le autorità egiziane non collaboravano: «Contattammo anche persone della società civile egiziana in particolare quelle legate alla difesa dei diritti umani. Ci parlarono della ricerca di Giulio sui venditori ambulanti. Ci dissero che era "attenzionato" da tempo, che era stato fotografato. Legavano la sparizione all'attività di ricerca di Giulio. Tutto induceva a ritenere che Giulio fosse stato in qualche modo fermato dalle autorità egiziane, che ci fosse qualcosa legato alla sua attività di ricerca che poteva aver dato fastidio».
    Massari chiese ripetutamente di essere ricevuto dal ministro dell'Interno egiziano, ma l'incontro avvenne solo il 2 febbraio senza peraltro portare alcuna notizia utile. «La sera del 3 febbraio venni informato in via ufficiosa - ricorda il diplomatico - durante il ricevimento in ambasciata per la visita della ministra dello sviluppo economico Guidi. Annullammo subito la serata». Dall'Egitto allora come oggi nessuna verità.
  4. QUERELE DI STATO : Canfora rinviato a giudizio per diffamazione Meloni gli chiede 20mila euro di risarcimento
    "
    Storico e filologo
    Luciano Canfora
    valeria d'autilia
    bari
    Luciano Canfora andrà a processo. Lo storico, filologo, saggista e professore emerito 82enne dovrà rispondere di diffamazione aggravata nei confronti della premier Giorgia Meloni. Durante un incontro, in un liceo di Bari, la definì «neonazista nell'anima». Fatti che risalgono a due anni fa, quando lei era all'opposizione. E ora, stando al provvedimento del giudice dell'udienza predibattimentale, risulta necessario un approfondimento che solo un giusto processo dinanzi a un giudice terzo può garantire. Proprio per contestualizzare quelle parole. Nella sostanza: rinvio a giudizio. Ma la battaglia legale diventa, più in generale, un dibattito pubblico sulla libertà di pensiero e di critica da parte di un intellettuale tra i più accreditati.
    La decisione della giudice di Bari è arrivata nel pomeriggio di ieri. A sostegno dello storico, fuori dal tribunale, c'erano alcuni manifestanti convinti della natura «fortemente politica» della querela. Tutto era partito l'11 aprile 2022, da un suo intervento durante un incontro sul conflitto russo-ucraino. E, nella bufera, era finito subito un passaggio: «Anche la terribilissima e sempre insultata, poveretta, leader di Fratelli d'Italia trattata di solito come una mentecatta, pericolosissima, siccome essendo neonazista nell'animo si è subito schierata con i neonazisti ucraini, è diventata una statista molto importante ed è tutta contenta di questo ruolo».
    Per l'avvocato Luca Libra, che assiste la presidente del Consiglio, l'imputato avrebbe «leso l'onore, il decoro e la reputazione aggredendo la sua immagine, come persona e personaggio politico con volgarità gratuita e inaudita». Meloni, che si è costituita parte civile, ha chiesto un risarcimento danni di 20mila euro motivato «dal pregiudizio psicofisico sofferto e, soprattutto, dalla lesione alla reputazione, all'onore e all'immagine».
    Era stata lei stessa ad annunciare: «La querela non gliela toglie nessuno». A suo parere «parole inaccettabili, ancora una volta pronunciate da una persona che si dovrebbe occupare di cultura e formazione e che invece finisce a fare becera propaganda a giovani studenti».
    Secondo la difesa, il senso dell'intervento di Canfora è che il sostegno all'Ucraina avrebbe consentito alla leader di FdI, «solitamente emarginata e denigrata, di accreditarsi anche a livello internazionale come figura politica autorevole. È evidente il senso tutt'altro che diffamatorio delle espressioni utilizzate non per esprimere un proprio giudizio, bensì per descrivere - criticamente - l'atteggiamento delle forze politiche nei suoi confronti, prima e dopo la posizione assunta sulla guerra in Ucraina».
    Per Canfora, da settimane, si erano mobilitati in tanti. Dal quotidiano francese Libération a una sessantina tra associazioni e organizzazioni, ma anche semplici cittadini. «Difendiamo con forza – dice la Cgil Puglia - la libertà di pensiero e di opinione e la legittima critica politica». Per l'Anpi provinciale «la critica non è diffamazione, il libero pensiero non si processa» e palesa preoccupazioni «per la via che vari ministri hanno imboccato, chiamando in giudizio personalità della cultura critiche nei loro confronti».
    E poi i giovani. Come Link, Uds e Zona Franka, che parlano di «crociata contro la libertà di espressione che questo Governo in più forme sta portando avanti». Per il sindaco di Firenze, Dario Nardella, l'azione legale «è una dimostrazione di fragilità della presidente Meloni. Se fosse stata una persona più forte avrebbe chiamato Canfora e chiesto un chiarimento. La donna più potente del Paese ha bisogno di ricorrere al tribunale penale per colpire un intellettuale?».
    Analista storico e politico, per il suo vissuto e la passione civile, Canfora - di origini pugliesi - ha da sempre il sostegno di una vasta comunità antifascista: autore di saggi storici, per anni è stato iscritto al Partito comunista italiano e poi a Rifondazione comunista. Lo stesso Canfora aveva contestualizzato le sue parole: «Dire neonazista non significa dire nazista. Neonazista è, ad esempio, l'atteggiamento di chi usa le navi da guerra per respingere i migranti. Si tratta di comportamenti piuttosto recenti di una dirigente politica che ha le sue idee, secondo me troppo forti, sul terreno fondamentale della migrazione».
    La premier, probabilmente, sarà chiamata a deporre in aula. La procura di Bari aveva chiesto il rinvio a giudizio di Canfora, mentre il suo difensore Michele Laforgia che venisse prosciolto. «Resto convinto - ha detto l'avvocato - che un processo per un giudizio politico per diffamazione non si possa e non si debba fare, e che sia molto inopportuno farlo quando dall'altra parte ci sia un potere dello Stato». Il processo inizierà il 7 ottobre.
  5. Polemica sull'intervento in tv dello studioso, denunciato dai sindacati di polizia
    "Studenti manganellati da agenti drogati" Il professor D'Orsi ora rischia il processo
    grazia longo
    roma
    Le manganellate della polizia agli studenti di Pisa e Firenze? Colpa del sentimento «di rivalsa» e delle «droghe» da parte degli agenti. Parole che sono costate care al professor Angelo D'Orsi, denunciato alla magistratura da due sindacati della polizia.
    Il segretario generale del Siap, Giuseppe Tiani, precisa: «Il nostro legale, avvocato Gigante dello studio legale Picozzi e Morigi, ha depositato alla procura di Roma una denuncia querela nei confronti del professor Angelo D'Orsi». Una scelta « a tutela della dignità professionale, personale e delle famiglie dei poliziotti». L'accademico vanta cinquanta libri, cento saggi e quasi mille articoli scientifici. Allievo di Norberto Bobbio è ordinario di Storia del Pensiero Politico all'Università di Torino.
    Ha pronunciato le frasi incriminate durante la trasmissione «Quarta Repubblica» del 26 febbraio. Ecco cosa disse: «Quando vedo il poliziotto che manganella con un piacere di farlo, due cose mi vengono in mente. Uno, per quel manganello c'è una sorta di rivalsa sociale verso lo studente, quasi invidia, tu stai studiando sei un privilegiato, io non sto qui a farmi massacrare con stipendi bassi. E la seconda cosa è il fatto che troppo spesso, tanto sovente quei poliziotti, e me lo dicevano nelle interviste che ho fatto dal '69 al '72, hanno assunto delle droghe, hanno assunto delle sostanze per reggere il peso, questo però ti fa perdere anche i freni inibitori».
    Ma non finisce qui. Oltre al Siap anche un altro sindacato, l'Fsp ha denunciato D'Orsi. Il segretario Valter Mazzetti dichiara: «Abbiamo già dato mandato all'avvocato Pierilario Troccolo di procedere con la querela. Le parole del professore sono gravissime. Le riteniamo altamente calunniose, e lesive della dignità personale e professionale dei colleghi in servizio in quelle occasioni, ma anche di tutti gli altri, e che attraverso insinuazioni inaccettabili e scorrette gettano discredito sull'intera Polizia di Stato».
    E aggiunge: «I suoi messaggi, intrisi d'odio, di disprezzo, di ogni mancanza di rispetto sotto tutti i profili possibili, sono alla base della maggior parte dei problemi di ordine e sicurezza, e certamente delle aggressioni che il personale in divisa continuamente subisce».
    Dal canto suo, Angelo D'Orsi si definisce amareggiato per le denunce che «in passato sarebbero state impensabili. C'è un clima politico che non aiuta, basti pensare che il professor Luciano Canfora è stato denunciato dalla premier Meloni. Io non volevo ingiuriare proprio nessuno». Ma lei perché ha fatto quelle affermazioni? «Sono il frutto dei miei studi e delle mie interviste a fine degli Anni Sessanta e poi già Pasolini alludeva al fatto che i poliziotti fossero contrapposti agli studenti figli di papà». Sì, ma Pasolini mica insultava i poliziotti. «Neppure io li ho insultati. E poi non mi ha denunciato la Polizia, solo i sindacati».

 

 

17.04.24
  1. Denuncia contro Bibi: "Ospite nella villa di un miliardario Usa durante gli attacchi"
    La permanenza del primo ministro Benjamin Netanyahu nel fine settimana nella villa di Gerusalemme del miliardario americano Simon Falic (dotata di un bunker antiatomico) potrebbe costituire reato. A denunciarlo è il Movimento per il Governo di Qualità in Israele, che ha chiesto di indagare sulla questione, secondo quanto riporta il Times of Israel. In una lettera indirizzata al Procuratore Generale Gali Baharav-Miara e a Shlomit Barnea-Farago, consulente legale dell'Ufficio del Primo Ministro, Hiddai Negev afferma che, al di là della questione etica del soggiorno del premier a casa di un cittadino straniero in Israele, le azioni di Netanyahu potrebbero aver violato il divieto per i funzionari pubblici di accettare regali: «I servizi di alloggio e sistemazione in una villa spaziosa, forniti senza corrispettivo, possono equivalere a un regalo vietato e a una violazione delle norme relative alla ricezione di benefici».
  2. BANCHE E POLITICA:   La cura dimagrante ha sfiancato i partiti, e a dieci danni dall'abolizione dei finanziamenti pubblici la discussione sul sostegno alle forze politiche torna d'attualità. Lo stato dei bilanci delle forze politiche è assai precario: il contributo del 2 per mille non basta quasi mai a coprire le esigenze e le donazioni dei privati - con il tetto di 100mila euro - non riescono a colmare quasi mai la differenza. Basta scorrere gli ultimi rendiconti disponibili - quelli relativi all'esercizio 2022 - per avere un quadro d'insieme di grande difficoltà, fatta eccezione per Fratelli d'Italia: complessivamente i partiti hanno fatto registrare un patrimonio netto negativo di circa 106 milioni.
    La nuova legge sul finanziamento imposta dal governo Letta nel 2014 ha colpito come uno tsunami. Bastano alcuni dati per avere un'idea: il Partito democratico nel 2009 aveva un patrimonio netto di 168 milioni, ridotto a 600mila euro nel 2022. I dipendenti del Nazareno nel 2013 erano ancora 180, ora sono 107, di cui solo 75 a carico del partito - gravati da contratti di solidarietà - mentre cinque sono in distacco e 27 in aspettativa. Spiega il tesoriere Michele Fina: «A settembre scadono i contratti di solidarietà e dovremo capire se rinnovarli o se potremo farne a meno. Quando sono arrivato (un anno fa, ndr) i dipendenti erano circa 120, 95 dei quali a carico del partito. La riduzione è stata possibile grazie a pensionamenti, distacchi, incarichi nei gruppi parlamentari».
    Già, perché i gruppi parlamentari ormai stanno soppiantando "il partito" nella gerarchia, ribaltando lo schema del passato. Camera e Senato infatti distribuiscono ancora una rilevante somma a sostegno delle spese dei gruppi: circa 52 milioni nel 2022 (30,8 da Montecitorio e 22 da Palazzo Madama). Soldi ripartiti in base alla consistenza dei gruppi e che possono essere usati solo per le attività istituzionali. Di fatto, gli eletti hanno ormai molti più mezzi dei dirigenti di partito che non sono presenti in Parlamento.
    La drastica riduzione del personale ha riguardato anche Forza Italia, partito gravato da 98 milioni di debiti, perlopiù nei confronti della famiglia Berlusconi. Una situazione che ha costretto i vertici nel 2015 a licenziare una cinquantina di dipendenti su circa ottanta, con oneri per il personale calati dagli 1,8 milioni del 2013 agli 1,1 milioni del 2022. Da un anno c'è un nuovo tesoriere, il manager Fabio Roscioli scelto da Antonio Tajani al posto dei politici che tradizionalmente occupano quella carica.
    Sono stati ripristinati i contributi carico di parlamentari e consiglieri regionali (900 euro al mese da ciascuno) e si lavora per aumentare la raccolta di donazioni private. Contributi agli eletti li chiede anche il Pd, e non solo. In tanti hanno cominciato a chiedere una somma "una tantum" ai candidati alle politiche, che grazie alle liste bloccate e ai collegi uninominali possono evitare o quasi la fatica della campagna elettorale.
    Bilanci difficili anche per la Lega del vicepremier Matteo Salvini, che pure si è sdoppiata. Ovvero in Lega Nord, cioè il "vecchio" partito, e "Lega per Salvini premier". Un modo, tra l'altro, per non caricare il nuovo soggetto politico del noto debito di 49 milioni che andrebbe restituito allo Stato. Nonostante ciò, la Lega per Salvini premier nel 2022 ha chiuso con un patrimonio netto negativo pari a 25mila euro e 1,5 milioni di debiti. Il Movimento 5Stelle, pur registrando un patrimonio netto di 415mila euro, accumula debiti per 1,1 milioni. Sorride solo Fratelli d'Italia della premier Giorgia Meloni, che nel 2022 ha 2,6 milioni di patrimonio netto e appena 259mila euro di debiti.
    Il Pd, infine, è in testa alla classifica delle donazioni grazie al 2 per mille: nel 2022 otto milioni di euro, seguito da FdI con 4,8 milioni. In totale, i contribuenti hanno concesso ai partiti con il 2 per mille 24 milioni. Possono sembrare tanti, ma proprio il caso del M5s - che ha sempre combattuto i finanziamenti pubblici - dimostra che la politica ha bisogno di soldi: la struttura "leggera" del Movimento mostra i suoi limiti nelle elezioni amministrative e regionali, dove la mancanza di una rete capillare si riflette in risultati sempre peggiori di quelli delle politiche.
  3. Tre relazioni della Banca d'Italia finiscono nell'inchiesta su Visibilia: la ministra del Turismo accusata (con altre 16 persone) di aver falsificato i bilanci Le anomalie: imprese presentate come start-up per non dover mostrare perdite e fatture retrodatate come garanzie per ottenere i finanziamenti
    Garanzie di fondi pubblici e bonifici sospetti quei giri di denaro tra le società di Santanchè
    Le tappe della vicenda
    MONICA SERRA
    MILANO
    Facendo carte false e nonostante fossero già «fortemente indebitate con le banche», le società di Daniela Santanchè hanno ricevuto due prestiti dalla Popolare di Sondrio per 2 milioni 740 mila euro in tutto. Nel primo caso la richiesta è stata firmata, nel secondo supportata da una lettera della ministra del Turismo, che è riuscita così a ottenere la garanzia di fondi dello Stato, dichiarando «investimenti» o il «pagamento di fornitori» mai effettuati. Che giro abbiano fatto quei soldi pubblici e a cosa siano serviti lo racconta una delle tre relazioni che Marco Pacini e Stefano Guarnieri della Banca d'Italia hanno depositato l'11 aprile. E che sono finite agli atti dell'inchiesta che vede la senatrice di Fratelli d'Italia accusata, con altri sedici tra amministratori e sindaci del gruppo Visibilia, di aver falsificato per sette anni i bilanci delle società. Tra i vari bonifici annotati, in particolare, uno dei più consistenti, da un milione di euro, è stato effettuato proprio a favore della D1 Partecipazioni, di cui Santanchè è proprietaria al 90 per cento (salvo poi concedere l'usufrutto all'allora compagno e direttore del Giornale, Alessandro Sallusti) e Visibilia Srl al 10 per cento.
    Dopo essersi vista respingere la richiesta di finanziamento da 3 milioni di euro nell'ottobre del 2011, Visibilia Srl ha chiesto, alla Bps, 2 milioni l'anno successivo. E, in qualità di amministratrice unica, questa volta Santanchè ha firmato la domanda, «sostenendo falsamente» che la società fosse una start up, evitando così di dover «presentare i bilanci in perdita» e «limitandosi a presentare un bilancio previsionale che si sarebbe rivelato irrealistico». Non è ben chiaro come, ma Visibilia Srl è riuscita a ottenere un mutuo da 2 milioni di euro «assistito da garanzia del Fondo pubblico per le Pmi gestito da Mediocredito centrale, controgarantito da fondi comunitari». Per averlo, tra l'altro, a supporto della richiesta sono state allegate 103 fatture per gli «investimenti» da effettuare (ristrutturazione degli uffici, impianti, rete informatica, arredi e così via) che la società avrebbe dovuto realizzare con quei soldi garantiti all'80 per cento dal fondo pubblico. Peccato che le fatture fossero tutte retrodatate, «addirittura nel 2009 e nel 2010». Che fine hanno fatto i soldi? Dall'analisi dei conti della società «le principali movimentazioni sono verso Società europea di edizioni spa (editore del Giornale) e N.m.e. New Media Enterprise Spa (editore del free press Metro)» - quotidiani su cui la Visibilia veicolava la propria attività pubblicitaria - altre banche e (nel marzo 2013) verso la D1 Partecipazioni, al 90 per cento di Santanchè. Qualche pagamento ai fornitori arriva solo nel 2014, ma poca roba: 390 mila euro. Nel frattempo, al contrario di quanto scritto nei bilanci previsionali, il fatturato si dimezzava e «di frequente» le rate non venivano pagate. Tanto che il finanziamento è stato poi volturato due volte: prima da Visibilia Spa, che otteneva un allungamento del piano di rientro, poi da Visibilia Srl.
    Nel novembre del 2020 è la Concessionaria a ottenere un finanziamento da 740 mila euro, secondo quanto scrive la Banca d'Italia, sempre dalla Popolare di Sondrio, beneficiando della garanzia del Fondo delle «Misure temporanee in materia di aiuti di Stato a sostegno dell'economia nell'attuale emergenza Covid». Sempre dichiarando il falso (la società veniva anche questa volta presentata come una start up), i soldi stanziati per «garantire liquidità per il pagamento dei fornitori, del personale, degli agenti e dei tributi vari» sono stati in realtà utilizzati «in parte per finanziare l'aumento di capitale di Visibilia editore Spa e in parte per ripianare la situazione debitoria che si era formata prima dell'emergenza covid». Anche su questi profili di ipotetica truffa si stanno concentrando ora le indagini del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf coordinato dalla procuratrice aggiunta Laura Pedio e dai pm Marina Gravina e Luigi Luzi. —
  4. ERA ORA :L'ultima sigaretta di Torino
    diego molino
    torino
    Torino si aggiunge al gruppo di città italiane che introducono il divieto di fumare all'aperto. Sarà infatti vietato accendere una sigaretta o swapare a una distanza inferiore a 5 metri da chi ci sta intorno. A meno che non ci sia un esplicito consenso da parte sua. Lo stop scatterà quindi alla fermata del bus, intorno ai tavolini di un dehors (dove spesso il nostro vicino è un incallito fumatore che ci manda di traverso l'aperitivo), nelle manifestazioni e nei parchi, se ci saranno persone vicine a noi.
    Uno scatto in avanti anche nella città della Mole che è stato sancito ieri in consiglio comunale, con l'approvazione di una delibera che modifica il Regolamento di polizia urbana. Chi sgarra - e qui si aprirà il dibattito su come garantire i controlli - rischia una multa di 100 euro. In altre città d'Italia lo stop è già realtà, come a Milano, dove la norma è stata introdotta nel 2021.
    Il cambio di passo è prima di tutto culturale e non è un caso che poco tempo fa lo stesso ministro della Salute Orazio Schillaci abbia annunciato di voler definire un provvedimento analogo, estendendo le limitazioni al fumo anche nei luoghi all'aperto. Oggi però una norma nazionale ancora non esiste, e allora ciascuna municipalità procede in ordine sparso.
    A Torino la proposta di delibera, approvata quasi all'unanimità, è stata avanzata da Silvio Viale, istrionico capogruppo di +Europa e Radicali. Fra un paio di settimane il divieto entrerà in vigore, dopo la pubblicazione su albo pretorio. «Può essere considerata una misura sanitaria, ma è soprattutto una questione di rispetto dei non fumatori e di buona educazione - espone le sue buone ragioni Viale -. Se fumo, mi sposto». Sono lontani anni luce, e meno male, i tempi in cui si vedevano sigarette accese dappertutto, nei cinema, alle riunioni di lavoro, nei bar. Tranquillizziamo però le compagnie di amici: in caso di esplicito consenso da parte di tutti i presenti, il fumo collettivo sarà ancora possibile. E a chi avanza dubbi sulla difficoltà a garantire il rispetto del divieto, lo stesso Viale dice: «Anche per chi passa con il semaforo rosso spesso non ci sono controlli, ma questa norma dà un indirizzo culturale ben preciso».
    La Torino sabauda, riservata e intima, da oggi si avvicina un po' di più all'obiettivo di diventare una città "smoke free". La lettera "v" aggiunta all'articolo 7 del Regolamento di polizia urbana dice infatti che è vietato «fumare in ogni caso in presenza di bambini o di donne in gravidanza e in ogni luogo all'aperto a una distanza inferiore a cinque metri da altre persone, senza il loro esplicito consenso». Non solo, ma estende il provvedimento a «sigarette, sigari, pipe, tabacco riscaldato, ogni prodotto a combustione e le sigarette elettroniche», ossia quello che in gergo viene definito swapare, e che fino a oggi era considerato una scorciatoia per poter fumare liberamente anche nei posti al chiuso, senza timore di essere guardati male dai non fumatori.
    Torino non è l'unica città ad aver imboccato questa strada. Milano, con il regolamento sulla qualità dell'aria approvato nel 2020, ha fatto anche di più: il divieto di fumare all'aperto nei parchi, nelle pensiline dei mezzi pubblici, allo stadio o nei cimiteri è in vigore dove ci siano persone nel raggio di 10 metri. Un'ordinanza simile fu emessa dal Comune di Modena nello stesso periodo. Sempre nel 2021 Volano, una cittadina del Trentino, lanciò il progetto "Volanonfuma", e il divieto arrivò già nel 2019 sulla spiaggia di Bibione. A Napoli lo stop al fumo nei parchi e nelle manifestazioni pubbliche fu introdotto addirittura nel 2007. Ad aprire la strada nel nostro Paese quasi vent'anni fa, il 10 gennaio del 2005, fu la legge Sirchia (dal nome del ministro che la propose) che impose il divieto di fumo nei luoghi pubblici al chiuso, in negozi, ristoranti, palestre e centri sportivi (le sole eccezioni erano gli spazi riservati ai fumatori e le abitazioni civili).
    Guardando al resto del mondo i provvedimenti virtuosi in questo senso non mancano. New York impose il divieto di fumo all'aperto nel 2011, a Tokyo oggi è proibito accendere una sigaretta per strada, Parigi ha reso "smoke free" i parchi cittadini, Barcellona le sue spiagge. E nel 2016 Melbourne diventò la prima città completamente senza fumo al mondo.

 

 

16.04.24
  1. ipersonico e difficile da intercettare
    Tra le armi usate dai Pasdaran il nuovo missile Kheibar Shekan
    Il massiccio raid con 331 tra droni e missili ha visto anche il debutto operativo del temuto nuovo ordigno balistico Kheibar Shekan, cioè il "distruttore di fortezze". Fa parte della terza generazione dei questo di tipo di armi iraniane. Lungo 11,4 metri, con un diametro di 80 centimetri può colpire obiettivi fino a 1450 chilometri di distanza con una carica esplosiva di 500 chili. Rispetto al predecessore Zolfaghar, la sua testata ha la possibilità di essere manovrata anche nelle fasi finali del lancio, per eludere la contraerea. Il Kheibar Sheikan è anche più veloce e arriva sul bersaglio a una velocità di Mach 3, vale a dire a 3700 chilometri all'ora. Tutte caratteristiche che lo rendono difficile da intercettare. A destra, una parte di un missile finita su una spiaggia israeliana. —
  2. Favori al boss col cellulare di Palazzo Chigi l'uomo misterioso e la mafia di Roma
    Andrea Palladino
    È una cintura gelatinosa, opaca, spesso impenetrabile la morsa della criminalità organizzata che circonda Roma. Immersa in un'apparente pax mafiosa, interrotta da cicli di sangue che lasciano morti sull'asfalto, la capitale è soprattutto una sorta di grande camera di compensazione, fatta di dialoghi sotterranei, connivenze, complicità. Uno status che dura da quando sotto il Colosseo facevano affari Frank Coppola e Pippo Calò.
    Non è mai stato facile parlare di mafie a Roma. Il primo processo che si è concluso per associazione mafiosa nella capitale non si è svolto nelle aule di piazzale Clodio, ma nel palazzo di giustizia di Velletri, il secondo circondario per numero di abitanti nel Lazio. L'indagine chiamata Appia, arrivata a conclusione con decine di arresti nel 2004, colpì il clan di 'ndrangheta Gallace, originario di Guardavalle e radicato dagli anni '60 tra Anzio e Nettuno, dopo anni di indagini complesse condotte dal reparto anticrimine del Ros.
    Oggi in quelle stesse aule è in corso il processo Tritone, il terzo per associazione mafiosa, inchiesta condotta dal pm romano Giovanni Musarò, che sta portando alla luce una galassia di connivenze forse senza precedenti. Forze dell'ordine, funzionari infedeli dello Stato e perfino un uomo di collegamento che, nel 2012, parlava con il capo indiscusso della locale di 'ndrangheta del litorale romano con un cellulare intestato alla presidenza del Consiglio dei ministri.
    Solo con l'inchiesta Tritone emerge la figura di spicco del gruppo Gallace di Anzio, oggi imputato di associazione mafiosa, Giacomo Madaffari, originario di Santa Cristina d'Aspromonte, accusato di essere capo locale e «formalmente organico alla 'ndrangheta con una dote di altissimo livello della cosiddetta Società Maggiore». Il Gotha della mafia. Il suo nome, però, già da anni circolava nelle aule del tribunale. Durante le udienze del processo Appia, il collaboratore di giustizia Antonino Belnome - uno dei primi a raccontare la forza del clan Gallace - aveva indicato con dettagli il profilo del capo Locale sul litorale romano: «Si chiama Giacomo, non so se è veramente il suo nome o un soprannome, ha una cinquantina d'anni, è originario della Calabria ma si è radicato a Nettuno da diverso tempo», disse il collaboratore di giustizia in un'udienza del 2011.
    Nel 2018 i carabinieri del gruppo provinciale di Roma, coordinati dal pm Musarò, riprendono in mano l'inchiesta del Ros Appia della fine degli anni '90, che si è conclusa solo nel 2020 con una serie di condanne definitive. Scoprono rapporti stretti con la politica locale, la penetrazione capillare nel tessuto sociale e l'esistenza di una rete di protezione. In un'udienza di quattro mesi fa riemerge un'indagine per narcotraffico condotta dalla squadra mobile romana tra il 2011 e il 2012, con al centro l'alleanza tra la famiglia Gallace e il gruppo romano Romagnoli. La Procura di Roma il 22 dicembre ha chiamato ad illustrare quell'indagine Sandro D'Anisi, coordinatore della settima sezione della squadra mobile di Roma. Gli spunti d'indagine all'epoca non finirono nelle informative finali, perché ritenute non utili per ricostruire l'attività di traffico organizzato di stupefacenti del gruppo Gallace-Romagnoli. Riletti oggi, però, offrono uno spaccato incredibile sul potere del clan.
    La villa di Giacomo Madaffari è una sorta di fortino, «lì c'era di tutto come elemento di disturbo per evitare le intercettazioni ambientali», ha raccontato in aula l'investigatore. Un luogo che secondo le informative di polizia era utilizzato per summit di alto livello e talmente impenetrabile che, anche nelle indagini più recenti, nessuno è mai riuscito a piazzare una microspia. Ci provarono per la prima volta nel settembre del 2012 gli agenti della squadra mobile romana, che già da mesi pedinavano e intercettavano i telefoni di Madaffari. «Abbiamo pensato che il giorno opportuno fosse il matrimonio del figlio, quando non c'era nessuno salvo il custode, un cittadino indiano», ha raccontato D'Anisi. E così il 13 settembre gli agenti in borghese tentano il colpo, preparato con cura. La villa, però, era piena di telecamere, molte nascoste. Gli obiettivi inquadrano quell'incursione, impedendo l'installazione dei microfoni ambientali. Madaffari cerca di capire chi fossero quegli uomini entrati nella sua proprietà: «guardie o ladri?», dice testualmente nelle telefonate intercettate nelle ore successive. Si allarma e mette in campo tutta la sua rete di relazioni. Attraverso una donna, moglie di un affiliato, entra in contatto con alcuni ufficiali poco fedeli della polizia. Ma non basta, serve un livello superiore.
    Il 28 settembre chiama tale «compare Luigi», uomo che poi incontra di persona due giorni dopo. Al telefono si danno del voi, «in segno di reciproco rispetto». Non è un telefono qualsiasi quello chiamato, ma un'utenza cellulare intestata alla presidenza del Consiglio dei ministri. Il sostituto commissario D'Anisi racconta, rispondendo al pm, che gli agenti riescono ad individuare l'interlocutore, tale Luigi Nolgo. Nei primi anni '90 era un semplice segretario di una scuola elementare e oggi appare in un elenco di Ata, il personale amministrativo del ministero della Pubblica istruzione. In grado, però, di usare un telefono intestato alla presidenza del Consiglio dei ministri. Originario dell'Aspromonte, compaesano di Madaffari, secondo le indagini della Squadra mobile presentate in aula durante l'udienza del processo Tritone, risulta essere stato controllato diverse volte insieme a «personaggi di rilievo della criminalità calabrese» e arrestato nel 1993 per detenzione di tre pistole non denunciate. Non solo. L'utenza telefonica di Nolgo - ha raccontato l'investigatore della mobile romana - in passato era stata associata ad un apparecchio cellulare collegato a sua volta con un numero di Luigi Monteleone, soprannominato "Bounty Killer" e arrestato nell'operazione Propaggine della Dda di Roma come "mastro di giornata" della locale di 'ndrangheta della capitale, guidata dalla potente famiglia degli Alvaro. Dopo questi link di peso, gli investigatori hanno analizzato i log degli accessi alle banche dati del ministero dell'Interno, per capire se qualcuno avesse cercato informazioni su eventuali indagini in corso contro Giacomo Madaffari. Il risultato fu positivo e decisamente sorprendente: il 4 ottobre un'utenza dell'Aisi - i servizi di sicurezza interni - aveva interrogato il sistema inserendo il nome del calabrese oggi sotto processo a Velletri con l'accusa di essere il capo della Locale di 'ndrangheta del litorale romano.
    Il processo Tritone è nella sua fase finale. Le indagini non sembrano finite: nei giorni scorsi a piazzale Clodio è stato convocato, come indagato per voto di scambio politico-mafioso, l'ex sindaco di Anzio Candido De Angelis. Un ex senatore del PdL, già membro della commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, uomo di punta della politica locale in quota Lega al momento della sua elezione a primo cittadino nel 2018.

 

 

15.04.24
  1. UN PRESIDENTE CONSOB INCOMPATIBILE CON LA LEGGE DISUGUALE:   Avanzamenti di carriera negati. Assunzioni per chiamata diretta poco trasparenti. Gestione verticistica […]. Nelle sedi della Consob di Roma e Milano ieri le stanze erano vuote o quasi. Le rappresentanze sindacali dell'Autorità di controllo della Borsa hanno indetto uno sciopero per chiedere «un deciso cambio di rotta nella gestione del personale», ma le ragioni del malcontento sono molto più larghe.



    Paolo Savona, presidente dal 20 marzo del 2019, è nel mirino […]. La lista delle rimostranze contro l'economista nominato dal primo governo Conte è sempre più lunga. Più di una fonte interna […] racconta di un clima pessimo, di un'Autorità svuotata dei suoi compiti, incapace di svolgere il ruolo che la legge gli attribuisce. L'ultimo caso risale a pochi giorni fa.


    Il 3 aprile la Corte d'Appello di Roma dà ragione a Tim su una causa legata a un canone concessorio preteso dallo Stato nel 1998. Una causa che farà recuperare a Tim un miliardo di euro. La notizia trapela in anticipo rispetto al comunicato dell'azienda […]. Alle 17 il titolo ha un'impennata, in pochi minuti vengono scambiati milioni di pezzi. Una vicenda che avrebbe dovuto spingere immediatamente la Consob ad aprire un fascicolo, e invece l'Autorità ha fatto sapere di «monitorare» l'eventuale abuso di informazioni privilegiate. Una fonte che chiede di restare anonima spiega: «Ormai questa è la prassi. Non c'è partita sulla quale l'Autorità mostri i muscoli al mercato».

    Sono anni che […] si levano voci di questo tenore. Un'altra fonte racconta che spesso le segnalazioni degli uffici vengono rispedite dai piani alti «per approfondimenti» e sempre più raramente si traducono in azioni di vigilanza e sanzioni. In passato più volte sono trapelate frizioni fra Savona e alcuni commissari, fra i quali Paolo Ciocca, Giuseppe Maria Berruti e Anna Genovese, il cui mandato è nel frattempo scaduto.



    Negli anni Savona ha dovuto sostituire più di un dirigente che ha lasciato anzitempo l'incarico. Fra questi Carlo Deodato, oggi a Palazzo Chigi e per un solo anno segretario generale all'Autorità. Spiegò di essere costretto da ragioni formali, in realtà costretto da differenze di vedute con Savona.


    L'economista è accusato da più parti di gestire l'Autorità con «criteri politici», concentrato nelle uscite pubbliche a discettare più di macroeconomia che di vigilanza dei mercati. L'ultimo discorso alla comunità finanziaria, lo scorso giugno, ne è una plastica testimonianza. Savona parlò a lungo di politica economica e monetaria, inflazione, criptovalute, dedicando solo un accenno all'attività ispettiva della Consob.



    Savona fu nominato dal primo governo Conte, del quale era ministro degli Affari europei. Sulla base di ben due leggi - la Severino e la Madia - avrebbe dovuto essere incompatibile a quel ruolo. L'allora presidente della Camera Roberto Fico negò per due volte alla commissione Finanze […] le audizioni di Corte dei Conti e Anac per discutere delle possibili incompatibilità.

    Pochi mesi dopo, da presidente dell'Autorità, Savona attaccò dal palco del Meeting di Rimini Mario Draghi, reo di aver condotto da presidente della Banca centrale europea una politica monetaria che ha «esposto l'Italia alla speculazione». Nei mesi precedenti lo spread fra Btp e Bund era effettivamente schizzato all'insù, ma per via del contratto di governo Lega-Cinque Stelle che prospettava la cancellazione da parte della Bce di 250 miliardi di debito italiano e non escludeva l'uscita dell'Italia dall'euro. Un'ipotesi che lo stesso Savona aveva pubblicamente balenato […]
  2. Gli appalti sporchi
    GIUSEPPE LEGATO
    Rispetto al 2021 le interdittive antimafia emanate dalla Prefettura di Torino, e delle 8 altre province, nella regione sono quasi raddoppiate. Dalle 24 di tre anni fa si è passati alle 39 del 2022. Nel 2023 - i dati sono in lavorazione - vanno verso una conferma dei 12 mesi precedenti. Dall'edilizia al ciclo dei rifiuti ai trasporti e fornitura materiali, la lista è lunga. Il dato si sposa con un tentativo sempre più pressante delle articolazioni della ‘ndrangheta di entrare nell'economia legale del Nord Ovest. Le recenti operazioni lo hanno confermato.
    In una dinamica come questa, al netto delle operazioni giudiziarie che si susseguono contro le cosche (23 negli ultimi 13 anni), il capocentro della Dia di Torino, Tommaso Pastore sottolinea la necessità della prevenzione: «Bisogna rafforzarne i presidi non soltanto ed esclusivamente nella fase di aggiudicazione delle opere e conseguentemente degli appalti ma soprattutto nell'assegnazione dei lavori considerando la predisposizione della criminalità organizzata di infiltrarsi nella filiera degli appalti anche con l'obiettivo culturale ed economico del controllo del territorio».
    Pastore tocca il punto nodale della dinamica criminale. Le ditte di ‘ndrangheta – il dato è noto – non partecipano direttamente ai bandi di gara. L'esposizione sarebbe eccessiva e rischiosa. Entrano però nella catena a valle della grande commessa. «E l'aggressione – spiega il dirigente della Dia – non avviene quasi mai in forma diretta, ma attraverso l'infiltrazione delle ditte sane che si sono aggiudicate l'appalto». Ergo, solo con controlli più stringenti e numericamente più elevati si può cercare di mettere un argine a questa deriva. I numeri raccontano che ciò sta avvenendo.
    Nel 2022 le informazioni su ditte e uomini chieste dalle Prefetture alla Dia di Torino sono state all'incirca 50 mila. L'anno successivo poco più di 70 mila. Molte di queste originano dalle richieste delle aziende di iscrizione nelle white list, una sorta di imprescindibile patente antimafia che consente alle imprese di lavorare anche in regime pubblico. Questo screening sempre più in profondità genera pressione sui player mafiosi dell'edilizia, del trasporto, della fornitura di servizi. Ma non c'è altra via: «Appare sempre più importante cogliere i rischi di infiltrazione di società, imprese o individui che entrano in rapporto con la pubblica amministrazione». In aumento gli accessi ai cantieri, altro strumento fondamentale gestito dal Gia (Gruppo interforze antimafia) della Prefettura, che accerta tutti gli elementi rilevanti ai fini di un rischio di infiltrazione «relativi alle maestranze, ai mezzi – dice Pastore – alle ditte, ai contratti». Si effettuano soprattutto «su opere sulle quali in sede di Gia sono emersi degli alert». Evidentemente è più consono a opere di una certa rilevanza e impatto economico. In questo senso, essendo nota l'incidenza generale di un'eventuale interdittiva sulle aziende e sulle opere, le modifiche normative stanno portando avanti un principio di «prevenzione collaborativa attraverso la quale, in assenza di un'infiltrazione invasiva, si cerca un punto di equilibrio tra la prosecuzione dell'attività imprenditoriale e la necessità di eliminare i presupposti che hanno ispirato gli approfondimenti». È il caso dell'istituto «dell'amministrazione giudiziaria». Anche le confische alle cosche hanno registrato un corposo aumento e d'altronde – sottolinea il dirigente - l'aspetto più pericoloso è l'avvicinamento al mondo finanziario non tanto e non solo per eludere la normativa fiscale, ma quanto per riciclare i proventi del le attività tradizionali illecite in testa il traffico internazionale di droga».

 

 

 

14.04.24
  1. Diffamazione, maggioranza divisa
    Federico Capurso
    Roma
    Fratelli d'Italia dice di volere il carcere per i giornalisti che si macchiano di diffamazione. Fa sapere che gli emendamenti punitivi del suo senatore Gianni Berrino «restano, per ora», nonostante la contrarietà di tutte le altre forze politiche, dal Pd alla Lega, dal M5S a Forza Italia. Nel quartier generale del partito di Giorgia Meloni, visto il prevedibile muro alzato dagli alleati, sanno che la misura è destinata a essere bocciata.
    Il vero obiettivo a cui punta FdI, infatti, non è il carcere. La strategia, trapela da fonti di governo, sarebbe quella di alzare la minaccia della detenzione per poi ritirarla e far passare così più facilmente l'innalzamento delle sanzioni pecuniarie, fino a 120 mila euro, previsto nel ddl. Gli emendamenti di Berrino sul carcere, infatti, dovrebbero essere ritirati martedì prossimo, al vertice di maggioranza indetto dalla presidente della commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno. La regia dell'operazione ssarebbe del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. E non a caso Berrino, vicino a Delmastro, più che del carcere vorrebbe parlare di altre novità del ddl, «di querela temeraria, della nomina di un responsabile settoriale, della nomina del responsabile per i titoli degli articoli». Di tutto, guarda caso, fuorché delle multe.
  2. L'azienda
    che regala il tempo

    In viaggio a Istanbul, tra gli elefanti della Namibia e in tour negli States
    andrea chatrian
    aosta
    «Non c'è nulla di più prezioso del nostro tempo» dice Davide Trapani. Lui, che in genere ne ha sempre poco, lo sa molto bene. Ad appena 22 anni, nel 2005, ha fondato la cooperativa Edileco che oggi, in Valle d'Aosta e non solo, è un'azienda di primo piano nell'edilizia ecocompatibile. E così, quando il Consiglio di amministrazione che presiede ha dovuto ragionare su come premiare per l'ottimo 2023 i 150 tra soci, dipendenti e collaboratori, è nata l'idea: regalarlo, il tempo. Per stare in famiglia, viaggiare, coltivare passioni o fare del bene. Tutti hanno avuto tre settimane di ferie extra a febbraio, che unite alla settimana di chiusura aziendale già prevista si sono tradotte in un intero mese a casa. Diciottomila ore di lavoro trasformate in tempo libero. Un'operazione che alla Edileco - che ha sede a Nus - è costata, su per giù, un milione di euro «e un sacco di problemi pratici, come la chiusura dei cantieri - dice Trapani -. Forse abbiamo perso dei clienti, ma volevamo dare un segnale, non solo economico, dopo un anno impegnativo». La decisione, votata dal Cda e da tutti i soci, è rimasta segreta fino all'ultimo: è stata comunicata pochi giorni prima di Natale.
    Claudia Buo, 51 anni e da nove mesi in Edileco, quasi non ci credeva. Troppo bello per essere vero. E invece. «In 30 anni di esperienza non mi era mai successo, all'inizio io come gli altri sono rimasta perplessa. C'è voluto un attimo per metabolizzare l'informazione e capire come usarlo, questo tempo». Lei e il marito Andrea Torasso, anche lui dipendente Edileco, l'hanno speso per una vacanza assieme alle figlie adolescenti. «La prima reazione di Andrea è stata "ma come faccio a non lavorare per un mese?"» poi la famiglia si è data una risposta: Istanbul. «È un bel modo di riconoscere il lavoro delle persone - dice Buo - spero diventi strutturale».
    Quando ha letto (e riletto, e riletto ancora) l'email aziendale che annunciava il premio di produzione Maria Vittoria Apostoli, 29 anni e impiegata nel Marketing e comunicazione, ha avuto una sola parola: «Elefanti!». Con la ong Ehra (Elephant-Human Relation Aid) ha passato tre settimane in Namibia, a fare volontariato in quelle zone dove la coabitazione tra elefanti e comunità umane spesso si fa difficile. «Ho sempre avuto la passione per gli elefanti, animali meravigliosi. Ne avevo già diversi adottati a distanza, ma questa è stata l'occasione per avere un ruolo più attivo. Abbiamo lavorato sia con la comunità sia, in modo non invasivo, con gli elefanti. Questo tempo lo usi tanto e bene». Anche Andrea Spelonca, progettista di 30 anni, si è dato da fare: tre giorni a Genova, due a Lisbona assieme ad alcuni colleghi dove hanno fatto anche un corso di ceramica e poi, per chiudere il bellezza, due settimane negli Stati Uniti tra Arizona, Nevada e California.
    L'Edileco ha potuto permettersi questa generosità anche perché gli affari vanno molto bene. «Negli ultimi anni siamo cresciuti molto in fretta - dice Trapani - quintuplicando il fatturato tra il 2020 e il 2023 (passato da 6 a 35 milioni di euro, ndr)». Anche al netto del peso del rialzo dei prezzi dei materiali «stiamo crescendo a tasso alto». Ma non è sempre stato facile. L'azienda in 20 anni ha attraversato momenti difficili ma quando la maggiore sensibilità ecologica ha contagiato anche il mercato immobiliare, era in pole position grazie all'esperienza maturata. «Abbiamo una lunga storia di welfare aziendale - dice Trapani - questa non è la prima iniziativa che mettiamo in campo: due anni fa abbiamo portato tutti a Tenerife per una 24 ore di corsa. I soldi hanno un valore relativo, teniamo molto ai nostri dipendenti». Quelli attuali e quelli futuri. «Molte attività si lamentano di non trovare manodopera, noi vogliamo anche dimostrare che vale la pena lavorare per noi, è un fattore di attrattività. Da inizio anno abbiamo già assunto decine di persone». Le ferie extra diventeranno strutturali? «Chissà. Di certo ci inventeremo qualcosa di altrettanto forte».
  3. PAGHERANNO SOLO I LAVORATORI COME AVEVO PREVISTO NEL 2008 : La grande frenata dell'elettrico Le case si orientano all'ibrido
    Omar Abu Eideh
    Roma
    Mentre in Germania si conferma il crollo di vendite delle auto elettriche, i costruttori rivedono i loro piani di elettrificazione globali. Osservando i dati del mercato tedesco (il più importante d'Europa), emerge come a marzo siano state immatricolate 31.383 vetture a batteria, in flessione di circa il 29% rispetto a marzo 2023. Un tonfo ancor più fragoroso di quello di febbraio, quando erano state registrate 27.479 vetture a batteria, in calo del 15,4% sul febbraio 2023.
    Fondi pubblici
    Un trend prevalentemente legato alla decisione del governo federale di interrompere gli incentivi all'acquisto di veicoli a basse emissioni: una decisione che dimostra, ancora una volta, come attualmente il mercato dell'automobile a batteria stia in piedi solo con l'ausilio dei soldi pubblici; lo comprova la quota di mercato delle vetture elettriche sulla piazza tedesca, in progressivo calo e non superiore al 12% nel mese di marzo.
    Tuttavia, il rallentamento della domanda per le auto elettriche non è solo un fenomeno regionale. Ecco perché molti costruttori stanno correggendo le loro strategie di elettrificazione: gli ultimi che si sono uniti al gruppo sono i coreani della Kia, che ritengono che la domanda di mercato per le automobili a batteria sia destinata a crescere fino al 2030, ma a un ritmo irregolare (soprattutto a breve termine), viziata dall'indebolimento dell'economia globale, dal taglio degli incentivi e dal lento sviluppo delle infrastrutture di ricarica.
    Le mosse di Kia
    Sicché per «rispondere agilmente ai cambiamenti del contesto di mercato», Kia rafforzerà la sua offerta di veicoli ibridi con sei modelli nel 2024, che diventeranno otto nel 2026 e nove nel 2028, e con opzioni di ibridizzazione «sulla maggior parte dei principali prodotti». Nel frattempo, la rinnovata Kia Sorento, in occasione dell'aggiornamento di metà carriera, reintroduce il turbodiesel da 2.2 litri di cilindrata. Una resurrezione non troppo sorprendente a dire il vero.
    I programmi di Ford
    Oltreoceano, invece, è Ford a rivedere le sue strategie di elettrificazione: il colosso di Dearborn aveva già ridimensionato i programmi produttivi di Bronco, F-150 Lightning e Ranger. Ora il costruttore annuncia cambiamenti anche per la fabbrica di Oakville, in Ontario: il veicolo a batteria che sarebbe dovuto essere assemblato in questo impianto dal prossimo anno non vedrà la luce prima del 2027.
    Se non altro, in California un team di tecnici è al lavoro su una nuova piattaforma "più piccola, a basso costo, redditizia e flessibile in grado di supportare veicoli elettrici da alti volumi di vendita". Tuttavia, come Kia, Ford è intenzionata ad ampliare la sua offerta di veicoli ibridi, col target di offrire propulsori termici elettrificati sull'intera gamma per gli Usa entro fine decennio.
    E Stellantis? L'ultima della multinazionale con una gamba in Italia riflette il momento buio dell'auto elettrica: dopo aver presentato e commercializzato i suoi multispazio Peugeot Rifter, Citroën Berlingo, Fiat Doblò e Opel Combo Life in configurazione esclusivamente elettrica, adesso il costruttore – complici le modeste vendite – introduce sui modelli sopraelencati le motorizzazioni diesel e benzina, che hanno prezzi d'attacco inferiori mediamente di 12 mila euro rispetto alle elettriche.

 

 

13.04.24
  1. Consob in rivolta contro il presidente Savona "Gestione verticistica e politica dell'Autorità"
    ALESSANDRO BARBERA
    ROMA
    Avanzamenti di carriera negati. Assunzioni per chiamata diretta poco trasparenti. Gestione verticistica del collegio e degli uffici. Nelle sedi della Consob di Roma e Milano ieri le stanze erano vuote o quasi. Le rappresentanze sindacali dell'Autorità di controllo della Borsa hanno indetto uno sciopero per chiedere «un deciso cambio di rotta nella gestione del personale», ma le ragioni del malcontento sono molto più larghe. Paolo Savona, presidente dal 20 marzo del 2019, è nel mirino della struttura interna. La lista delle rimostranze contro l'economista nominato dal primo governo Conte è sempre più lunga. Più di una fonte interna interpellata racconta di un clima pessimo, di un'Autorità svuotata dei suoi compiti, incapace di svolgere il ruolo che la legge gli attribuisce. L'ultimo caso risale a pochi giorni fa. Il 3 aprile la Corte d'Appello di Roma dà ragione a Tim su una causa legata a un canone concessorio preteso dallo Stato nel 1998. Una causa che farà recuperare a Tim un miliardo di euro. La notizia trapela in anticipo rispetto al comunicato dell'azienda che rende ufficiale la decisione. Alle 17 il titolo ha un'impennata, in pochi minuti vengono scambiati milioni di pezzi. Una vicenda che avrebbe dovuto spingere immediatamente la Consob ad aprire un fascicolo, e invece l'Autorità ha fatto sapere di «monitorare» l'eventuale abuso di informazioni privilegiate. Una fonte che chiede di restare anonima spiega: «Ormai questa è la prassi. Non c'è partita sulla quale l'Autorità mostri i muscoli al mercato».
    Sono anni che dall'interno della Consob si levano voci di questo tenore. Un'altra fonte racconta che spesso le segnalazioni degli uffici vengono rispedite dai piani alti «per approfondimenti» e sempre più raramente si traducono in azioni di vigilanza e sanzioni. In passato più volte sono trapelate frizioni fra Savona e alcuni commissari, fra i quali Paolo Ciocca, Giuseppe Maria Berruti e Anna Genovese, il cui mandato è nel frattempo scaduto. Negli anni Savona ha dovuto sostituire più di un dirigente che ha lasciato anzitempo l'incarico. Fra questi Carlo Deodato, oggi a Palazzo Chigi e per un solo anno segretario generale all'Autorità. Spiegò di essere costretto da ragioni formali, in realtà costretto da differenze di vedute con Savona. L'economista è accusato da più parti di gestire l'Autorità con «criteri politici», concentrato nelle uscite pubbliche a discettare più di macroeconomia che di vigilanza dei mercati. L'ultimo discorso alla comunità finanziaria, lo scorso giugno, ne è una plastica testimonianza. Savona parlò a lungo di politica economica e monetaria, inflazione, criptovalute, dedicando solo un accenno all'attività ispettiva della Consob.
    Savona fu nominato dal primo governo Conte, del quale era ministro degli Affari europei. Sulla base di ben due leggi - la Severino e la Madia - avrebbe dovuto essere incompatibile a quel ruolo. L'allora presidente della Camera Roberto Fico negò per due volte alla commissione Finanze (la guidava un'altra esponente dei Cinque Stelle, Carla Ruocco) le audizioni di Corte dei Conti e Anac per discutere delle possibili incompatibilità. Pochi mesi dopo, da presidente dell'Autorità, Savona attaccò dal palco del Meeting di Rimini Mario Draghi, reo di aver condotto da presidente della Banca centrale europea una politica monetaria che ha «esposto l'Italia alla speculazione». Nei mesi precedenti lo spread fra Btp e Bund era effettivamente schizzato all'insù, ma per via del contratto di governo Lega-Cinque Stelle che prospettava la cancellazione da parte della Bce di 250 miliardi di debito italiano e non escludeva l'uscita dell'Italia dall'euro. Un'ipotesi che lo stesso Savona aveva pubblicamente balenato, e che non gli impedì di diventare numero uno della Consob.
  2. «Un favore che dovremmo fare...dare qualche assunzione». Posti di lavoro, regali o soldi in cambio di voti e affidamenti. Secondo la procura, a Bari funzionava così. E ancora: «Qual è quello a cui devi offrire un gelato?». Tradotto: un impiego che le imprese beneficiarie di agevolazioni e appalti truccati, secondo gli investigatori, dovevano garantire alle persone segnalate dagli indagati. Nelle 244 pagine di ordinanza che ha fatto scattare arresti eccellenti, l'accusa di corruzione e truffa. Ai domiciliari i fratelli Alfonsino ed Enzo Pisicchio, il primo ex assessore all'Urbanistica della Regione Puglia dal 2017 al 2020 e, sino a mercoledì, anche commissario dell'agenzia regionale Arti per la tecnologia e l'innovazione e a capo, insieme al fratello, dei movimenti politici "Iniziativa democratica" e "Bari al centro". Ricandidatosi nel 2020, non fu eletto. L'altro «intermediario e faccendiere nei rapporti tra funzionari della pubblica amministrazione (comunale e regionale) e imprenditori».
    Tra i presunti beneficiari delle assunzioni, il marito di una consigliera comunale della provincia- risultata estranea all'inchiesta - una nipote di Pisicchio, un nipote di un altro parente, la figlia di un sindacalista.
    Alfonsino, quando era nella giunta regionale, avrebbe utilizzato la sua influenza politica «per una gestione clientelare del suo ruolo». L'ipotesi è di favori per ottenere il consenso elettorale attraverso «assunzioni di persone che assicurano il voto e avevano militato nel suo partito». Suo fratello sarebbe stato «esecutore delle direttive». Grazie alle loro relazioni, sarebbero stati in grado di «pilotare l'azione amministrativa» a vantaggio personale.
    Ed ecco che, tornando alla prima intercettazione, si tratterebbe di una richiesta illecita durante una cena. È il 2019: al tavolo ci sono il broker assicurativo Cosimo Napoletano, considerato il falsario e finito in carcere, e l'avvocato Paolo Scarpa, referente dell'imprenditore Diego De Fecondo (indagato), titolare di una società che, per l'accusa, tramite una polizza fideiussoria falsa preparata da Napoletano con la mediazione di Enzo Pisicchio, ha ricevuto dalla regione il 50% di un contributo di oltre 6 milioni. Per gli inquirenti, Napoletano avrebbe sottolineato l'interessamento di Pisicchio nella vicenda: «Una gentilezza per quel signore che ha fatto tutto», chiedendo in cambio l'assunzione di persone da lui segnalate.
    Secondo il gip, Alfonsino Pisicchio «è ancora politicamente attivo, così come lo sono le associazioni politico-culturali» di cui è coordinatore. «Questi non portano i voti. Ho bisogno di essere eletto», avrebbe detto lui stesso, stando ad una conversazione riportata dal fratello. Nell'inchiesta, già dal 2020, sono finiti anche alcuni elenchi di persone: avrebbero trovato occupazione in cambio di sostegno elettorale. Proprio in quell'anno, a tre mesi dalle regionali, i due fratelli furono oggetto di una perquisizione. Tra le ipotesi di reato, anche il finanziamento illecito delle attività elettorali: in particolare 156mila euro, di cui 65 mila ritrovati in casa di Enzo Pisicchio in quell'occasione.
    L'inchiesta coinvolge anche il funzionario comunale Francesco Catanese, ai domiciliari, che – per il suo aiuto in una gara pubblica a beneficio di una società partecipante - avrebbe ricevuto l'assunzione a tempo indeterminato della moglie in una delle aziende dell'imprenditore Giovanni Riefoli. Grazie all'intermediazione dei due fratelli, avrebbe alterato l'esito della procedura di gara per il servizio di riscossione tributi al comune di Bari in favore dell'azienda di Riefoli. Anche lui agli arresti domiciliari, si sarebbe impegnato ad assumere persone gradite a Pisicchio «che gli avrebbero assicurato un ritorno in termini elettorali». Interdizione dall'attività professionale per un anno per l'assicuratrice Grazia Palmitessa e il geologo Vincenzo Iannuzzi che si sarebbero divisi i proventi delle false polizze. Quest'ultimo, inoltre, avrebbe seguito diverse pratiche presso l'ufficio tecnico in cui operava il funzionario regionale Vincenzo Rinaldi, ora indagato. Per lui l'accusa è di atti contrari ai doveri d'ufficio nei procedimenti amministrativi di concessione per l'attività estrattiva nelle cave. In cambio avrebbe ottenuto 90mila euro da Napoletano e la «promessa di utilità» come un frigorifero e un pc. Rinaldi avrebbe dunque suggerito agli imprenditori di presentare come garanzia le fideiussioni assicurative procurate da Napoletano, consapevole della loro «falsità». Stando alle indagini, le polizze sarebbero state usate per i contributi erogati dalla regione alla Nir srl con la collaborazione di Enzo Pisicchio che avrebbe chiesto «vantaggi economici» all'imprenditore Diego De Fecondo, alla guida dell'azienda.
    Ma le inchieste di queste settimane hanno implicazioni anche sul piano politico. Al punto che Michele Laforgia, candidato sindaco di Bari per il M5S e una parte del centrosinistra, sceglie di fare un passo indietro. Non sulle ambizioni elettorali, quanto sul suo incarico professionale. Perché, sino a ieri, era anche il difensore di Alfonso Pisicchio. Ha rinunciato al mandato per «evitare, anche a tutela dell'indagato, qualsiasi ulteriore speculazione sulla presunta - e inesistente - interferenza fra la mia attività professionale, il mio impegno politico e la mia candidatura». Avvocato penalista, era stato nominato difensore di Pisicchio proprio a seguito della perquisizione di 4 anni fa. —
  3. Il pm da Reggio Calabria contro la 'ndrangheta La nomina sarà ratificata entro l'estate
    Csm, voto unanime della Commissione Bombardieri scelto come procuratore
    giuseppe legato
    La nomina dovrà essere ratificata al Plenum e le prime previsioni dicono che Torino avrà il suo nuovo procuratore non prima di fine luglio, ma sono caduti gli interrogativi: il nome è quello di Giovanni Bombardieri, oggi a capo dei pm della Procura distrettuale di Reggio Calabria, epicentro delle inchieste in Italia sulla 'ndrangheta insieme a quella di Catanzaro.
    La quinta commissione del Consiglio superiore della magistratura lo ha proposto, all'unanimità, a capo dell'ufficio giudiziario piemontese. Raramente si era assistito a una sorta di plebiscito. Nelle ultime due elezioni del procuratore di Torino (Armando Spataro prima e Anna Maria Loreto poi) si era arrivati al Plenum con una coppia di nomi a cui era seguito un voto sostanzialmente spaccato in due.
    Originario di Riace, 61 anni, Bombardieri è da otto anni procuratore di Reggio Calabria, ufficio nel quale ha mantenuto anche la delega alla direzione distrettuale antimafia.
    Entrato in magistratura nel 1989, nella sua carriera è stato giudice del Tribunale di Locri dal 1990 al 1995, poi sostituto procuratore della Dda di Roma fino al 2012 quando il Csm lo nominò procuratore aggiunto di Catanzaro. Incarico, questo, ricoperto dal magistrato calabrese fino al 2018 quando il Consiglio superiore della magistratura gli affidò la Procura di Reggio Calabria.
    Nel dibattito in V commissione, dove era assente solo il componente togato Andrea Mirenda, Bombardieri è stato valutato all'unanimità dagli altri consiglieri e ha avuto la meglio sugli altri aspiranti alla Procura di Torino, tra cui il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Guido, il procuratore di Lodi Maurizio Romanelli (già Aggiunto di pubblica amministrazione e antimafia a Milano) e tutti i procuratori aggiunti interni: da Patrizia Caputo alla vicaria Enrica Gabetta (attuale reggente dell'ufficio), da Marco Gianoglio, a capo del pool che indaga sui reati economici, a Cesare Parodi, a capo del pool fasce deboli.
    Nei mesi la corsa alla procura ha perso anche un candidato titolato alla vittoria e cioè Giuseppe "Jimmy" Amato, uscito di scena dalla lunga corsa al vertice della procura ordinaria di Torino dopo che sempre la Quinta Commissione ha licenziato all'unanimità la sua candidatura a Procuratore generale di Roma.
    Sotto la guida di Bombardieri, la Dda di Reggio Calabria ha svolto delicatissime inchieste sulla 'ndrangheta. Ed è stato lui stesso a parlare della potenzialità offensiva di questa organizzazione all'inaugurazione dell'anno giudiziario a gennaio. Definendola come depositaria di «un ampio e diffuso sistema di potere in continua evoluzione di fronte alla quale è necessario – ha detto – porre la massima attenzione sulla sua capacità di interagire con il sistema legale nelle sue molteplici espressioni, in particolare, con quello economico e istituzionale». Troverà – in questo – a Torino, ampi margini di lavoro e sfide.
  4. Il gip sulle procedure seguite per gli Elkann "Corretta l'iscrizione nel registro indagati"
    Le iscrizioni nel registro degli indagati dei fratelli John, Lapo e Ginevra Elkann da parte della procura di Torino sono state effettuate nei tempi e nei modi corretti. Lo ha stabilito un gip del tribunale subalpino respingendo un'istanza delle difese. L'ambito è quello del procedimento che ruota intorno all'eredità di Gianni Agnelli. Il fascicolo era stato aperto nel dicembre del 2022 dopo un esposto di Margherita Agnelli, madre degli Elkann, e inizialmente non aveva indagati né ipotesi di reato. Nel febbraio del'23 da Margherita era arrivata una integrazione. La procura iscrisse il nome di John Elkann (per primo) solo dopo una serie di accertamenti svolti dalla guardia di finanza e, secondo quanto si è appreso, il gip si è detto del parere che seguì correttamente le procedure.

 

 

 

12.04.24
  1. LA FRANA MORALE DEL PD:   Emiliano nella bufera Altri due fedelissimi arrestati per corruzione
    Le tappe dell'inchiesta di Bari
    Niccolò Carratelli
    Valeria D'Autilia
    Roma-Bari
    Corruzione per tre appalti truccati. Nuova bufera politica e giudiziaria sulla Puglia: ai domiciliari i fratelli Alfonso, ex assessore regionale, ed Enzo Pisicchio. In tutto 7 le misure cautelari. Tra i reati contestati, corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio e per l'esercizio della funzione, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
    Per Alfonso Pisicchio alcune accuse risalirebbero a quando era assessore della giunta Emiliano. Avrebbe utilizzato «la sua influenza politica e le sue relazioni, tramite suo fratello Enzo, per una gestione clientelare del suo ruolo, con favoritismi per ottenere consenso elettorale, mediante assunzioni nelle imprese favorite o avvantaggiate di persone che assicurano il voto e che avevano militato anche nel suo partito». Nell'indagine della Guardia di Finanza, coordinata dalla procura di Bari, coinvolti anche il broker Cosimo Napoletano, in carcere, il dirigente comunale Francesco Catanese e l'imprenditore Giovanni Riefoli ai domiciliari. Due le persone interdette dall'attività professionale. Ci sarebbe stata la predisposizione da parte di un broker assicurativo di false polizze fideiussorie. Altre polizze false, per due società, sarebbero servite ad ottenere finanziamenti. Nell'ordinanza, il gip parla di «mercimonio delle pubbliche funzioni piegate a vantaggio personale e privato».
    I due fratelli e il partito "Iniziativa democratica" avrebbero ricevuto «almeno 156mila euro». La contestazione mossa sino al 2019 è finanziamento illecito ai partiti. Pisicchio in quel periodo era consigliere regionale e coordinatore del partito di cui suo fratello era presidente. Ad entrambi viene contestata anche la turbativa della gara d'appalto del comune di Bari per le attività di supporto alla riscossione della tassa sui rifiuti e sugli immobili. Avrebbero aiutato l'imprenditore, Giovanni Riefoli, ad avere informazioni utili: in cambio, Enzo Pisicchio avrebbe ricevuto beni (dal cellulare all'automobile) e l'assunzione fittizia della figlia. Per Alfonso l'assunzione di persone che «gli avrebbero garantito la preferenza elettorale». Già nel pomeriggio di ieri, a poche ore dagli arresti, erano arrivate le sue dimissioni da presidente dell'agenzia regionale Arti, con Emiliano che ha nominato un commissario al suo posto. Aprendo un piccolo giallo sulle tempistiche che ha scatenato le accuse di Mauro D'Attis (Forza Italia), vicepresidente Commissione nazionale Antimafia: «Emiliano ha commissariato Alfonso Pisicchio, che guidava l'Arti. Dopo poche ore, Pisicchio viene arrestato per corruzione. A pensar male si fa peccato, ma è evidente che Emiliano sapesse ciò che stava per accadere. Ergo, qualcuno lo ha avvisato. E questa è una cosa gravissima».
    Sul centrosinistra pugliese un nuovo terremoto. Prima l'operazione su mafia e politica a Bari con il sospetto di infiltrazioni dei clan nella municipalizzata dei trasporti e di influenze nelle elezioni del capoluogo nel 2019. Ai domiciliari la consigliera comunale Maria Carmen Lorusso. Un blitz che aveva spinto il Viminale a inviare una Commissione d'accesso. Poi le dimissioni dell'assessora regionale Anita Maurodinoia, tra le 72 persone coinvolte nell'inchiesta sulla presunta compravendita di voti per le elezioni comunali di Triggiano del 2021 e di Grumo Appula del 2020, quando si andò alle urne anche per le regionali.
    In questo quadro ad alta tensione, resta il nodo amministrative a Bari. Giusppe Conte non poteva sperare di meglio per alimentare la sua narrazione politica di paladino della moralità e della legalità, di fronte a un Pd invischiato in vicende di corruzione e voti "sporchi". Il presidente del Movimento 5 stelle è atteso questa mattina nella sede del Consiglio regionale per una conferenza stampa convocata per annunciare «la necessità di una svolta». Così si è espresso l'ex premier, aggiungendo che «continuare a mettere la testa sotto al tappeto non è più possibile». Dunque, una settimana dopo aver fatto saltare le primarie del centrosinistra per la scelta del candidato sindaco e poi bacchettato Elly Schlein per non essere riuscita a liberarsi di cacicchi e capibastone, eccolo pronto a un altro colpo.
    Di fronte alle sue vibranti accuse, in tanti hanno sottolineato la contraddizione di gridare allo scandalo del trasformismo e poi rimanere alleati con colui che questo fenomeno avrebbe agevolato nel corso degli anni. «Con che faccia resta in giunta e in maggioranza con Emiliano?», ha domandato, tra gli altri, Matteo Renzi. Sono quattro i consiglieri regionali M5s, di cui una, Rosa Barone, è assessora al Welfare. In questi giorni hanno continuato a lavorare regolarmente, osservando un prudente silenzio, in attesa di capire la strategia di Conte. A quale "svolta" pensa il leader M5s? Chi si aspetta il secondo strappo, dopo quello sulle primarie, probabilmente resterà deluso: non pare esserci l'intenzione di mollare Emiliano. La mossa a effetto da sfoderare in conferenza stampa sarebbe una proposta dal sapore provocatorio: creare un assessorato alla Legalità e sottoscrivere con il governatore un codice etico o un protocollo per la trasparenza, con una serie di impegni vincolanti per assessori, consiglieri e futuri candidati. Una sfida al presidente pugliese, per evidenziare ancora una volta le mancanze su questo terreno da parte sua e del suo partito. Ma anche una nuova puntata dello scontro a distanza con Schlein: della serie, se voi non siete capaci di fissare regole e paletti, per evitare che certi scandali si ripetano, ci pensiamo noi.
  2. Il santuario dei Gallo
    GIUSEPPE LEGATO
    Fino a ieri lo scenario dipinto dall'inchiesta della procura e del Ros di Torino sul ras delle tessere Salvatore Gallo e che ha sconvolto il Pd alla vigilia delle elezioni regionali del prossimo giugno, era concentrato su un sistema di consenso clientelare infarcito di favori, regalie e discutibili modalità di rapporti col mondo delle professioni finalizzati al progressivo aumento del proprio consenso politico.
    Ma c'è un'inchiesta della Dia del capoluogo che ha mappato per la prima volta un contatto diretto dei Gallo (padre e figlio, non indagati in quest'indagine) con boss conclamati della ‘ndrangheta calabrese. Si chiama Platinum, è divenuta pubblica il 5 maggio del 2021 e un mese fa ha raggiunto un giudizio di primo grado con 19 condanne, molte per mafia. Tra queste i fratelli di Chivasso Giuseppe e Mario, detto "Franco" Vazzana, ritenuti dal giudice affiliati al locale di Volpiano, roccaforte storica delle cosche di Platì dislocate al Nord Italia.
    I fratelli Vazzana – condannati entrambi a 6 anni e 8 mesi per associazione di stampo mafioso –rilevano un ristorante nei pressi del santuario di Belmonte (nel Canavese. È il 2018. L'investimento è corposo: 200 mila euro, ma gli affari vanno male: «L'attività – scrivono gli uomini del capocentro Tommaso Pastore - registrava una consistente perdita di fatturato a causa della cospicua riduzione del numero di pellegrini in visita, che si traduceva, per Franco Vazzana, in una scarsissima affluenza di avventori al proprio ristorante».
    E a poco era servito il corteggiamento per ottenere l'interessamento dell'allora senatrice di Forza Italia Virginia Tiraboschi «per la quale fu organizzato un aperitivo elettorale». Seguono altre iniziative. E già il titolo del paragrafo della Dia è un pugno in faccia per il re della Sitaf: «L'intercessione degli esponenti politici Gallo Raffaele e Gallo Salvatore nella questione inerente all'acquisto del Sacro Monte di Belmonte».
    In sintesi: Vazzana anelava che la Regione comprasse da una contessa la struttura per poterla riqualificare e rilanciare a tutto vantaggio del suo ristorante. Gallo senior, ex direttore del personale Sitaf «è considerato un faccendiere – scrive la Dia – e annovera diversi precedenti contro la pubblica amministrazione». Ma è l'uomo giusto per smuovere le acque. Con l'intermediazione di un imprenditore del settore alberghiero, Michele Troia, Franco Vazzana, affiliato da decenni alla ‘ndrangheta, inizia il pressing sui Gallo (padre e figlio).
    Ci sono vorticosi giri di telefonate con Troia a fare da triangolatore tra le istanze di Vazzana e le iniziative di Raffaele Gallo che – oltre a cotanto genitore - è consigliere regionale del Pd. Anche perché in Consiglio c'è una delibera che attende vagli tecnici in cui si ipotizza l'acquisto del santuario da parte dello stesso ente al prezzo di un milione. E così, tra la meta di luglio 2018 e la fine del mese, si passa da "una situazione di stallo" a una possibile accelerata. Che non si concretizzerà. Il 22 novembre Troia chiama il boss Vazzana: «Raffaele mi ha detto "Dì a Franco che i dirigenti funzionari, hanno dato parere favorevole ... Adesso l'iter è che Reschigna (Aldo, all'epoca vicepresidentein Regione della giunta Chiamparino) può fare la delibera, può comprarlo e poi si vedrà come valorizzarlo ... quindi, non è ancora fatta la delibera, ma si è in dirittura d'arrivo ... ti puoi spendere in questa maniera, però lui, quando arriverà la delibera eeehh ... allora poi li incontreremo ... con Raffaele abbiamo deciso che appena lui sa che tanto lo sa subito ... della delibera, allora poi li incontriamo e vediamo un po' di gente che per far vedere che comunque l'attore è stato lui, ecco"».
    Vazzana coglie l'assist: «Organizziamo una bella cena per far vedere che lui è riuscito a fare questa cosa». Poche ore dopo il boss aggiunge: «Lui, 'sto ragazzo (Raffaele Gallo ndr) qui ha detto che è rimasto lì a spingere, perchè chiaramente lui, suo padre è uno che conta proprio a livelli alti a Roma. E comunque suo padre ha cercato di dire "Insomma, facciamo una cosa che vada bene. visto che il ... Santuario. comunque. per il Canavese è un riferimento importante"». L'acquisto del Santuario da parte della Regione non è avvenuto né allora né fino ad oggi.

 

11.04.24
  1. Schianto tra due auto in corso Turati Coinvolto un Suv a guida autonoma
    Un'automobile a guida autonoma è stata coinvolta nell'incidente stradale avvenuto l'altro pomeriggio in corso Turati, quartiere Crocetta. Si tratta di una Volkswagen Touareg, in strada per un test drive. La vettura, per motivi da accertare, si è scontrata con una Toyota Yaris e un Suv Evo 5. Due persone, nello schianto, sono rimaste ferite e sono state trasportate, in codice verde, al Mauriziano. L'ipotesi è che a provocare l'incidente sia stata la mancata precedenza di una delle altre due auto, che si sarebbe immessa nel viale centrale di corso Turati mentre giungevano a velocità sostenuta le altre vetture. Sul sedile del conducente della Volkswagen era seduto un tecnico, non impegnato a manovrare il volante. Sul posto, dopo l'incidente, è intervenuta la polizia municipale, che ha bloccato il traffico in direzione sud. Le vetture sono state poi rimosse con l'ausilio dei carri attrezzi
  2. NESSUN CONTROLLO SUL CLIMA A TORINO :   «La nostra è una vittoria per tutte le generazioni». A Strasburgo, in un caldo martedì di primavera, 2500 donne svizzere (età media 74 anni) conquistano un risultato storico per il movimento ambientalista: il contrasto al cambiamento climatico è un diritto umano e la tutela della salute del Pianeta va di pari passo con la salute della nostra specie. Lo stabilisce la Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu), una sentenza inappellabile alla fine di un caso presentato dall'associazione KlimaSeniorinnen ("Anziane per la protezione del clima") che aveva fatto causa allo Stato svizzero per le lente e insufficienti politiche di riduzione delle emissioni. Per la giudice della Corte, Siofra O'Leary, il governo svizzero ha disatteso i suoi stessi obiettivi climatici: «Le generazioni future avranno probabilmente un fardello sempre più pesante dato dalle conseguenze degli attuali fallimenti e omissioni nella lotta al cambiamento climatico».
    Con 16 voti contro 1, la Corte ha stabilito che c'è stata una violazione dell'articolo 8 che sancisce il diritto a una tutela effettiva da parte delle autorità statali contro i gravi effetti dannosi dei cambiamenti climatici sulla salute, sul benessere e sulla qualità della vita. Il caldo eccessivo impedisce di vivere.
    Rosmarie Wydler-Wälti, svizzera settantenne si commuove alla notizia del verdetto. Agli avvocati continua a ripetere: «Ma è successo davvero?». E loro rispondono: «È il massimo risultato che potevamo ottenere. Abbiamo ottenuto qualcosa di inimmaginabile». La notizia non è esagerata: la sentenza è un precedente che cambierà d'ora in poi tutti i processi legati al clima d'Europa e del mondo. Gli Stati sono responsabili difronte ai cittadini.
    «La sentenza stabilisce un cruciale precedente giuridico vincolante», spiega fuori dalla corte di Strasburgo Ruth Delbaere dell'associazione Avaas, che ha seguito questo e altri climate litigations, ovvero casi dove associazioni e cittadini chiedono conto dell'inazione ambientale di aziende e governi. «Fungerà d'ora in poi da modello per come denunciare con successo il proprio governo per i fallimenti climatici, la loro inerzia e le inadempienze ai trattati internazionali come quello di Parigi del 2015».
    Il verdetto è stato accolto con entusiasmo dalla comunità ambientalista. Anche l'attivista svedese Greta Thunberg era presente a Strasburgo: «Questo è solo l'inizio: in tutto il mondo, sempre più persone portano i propri governi in tribunale per ritenerli responsabili delle loro azioni», ha dichiarato la fondatrice del movimento Fridays for future. «Utilizzeremo ogni strumento a nostra disposizione per ripetere sempre lo stesso messaggio. Le emissioni non sono ancora in calo e stiamo ancora andando nella direzione sbagliata».
    Nello stesso giorno la Cedu si è espressa su altri due casi simili. Uno è stato portato avanti da un uomo francese, che aveva fatto causa al governo di Parigi: per la Corte il caso era inammissibile. Il querelante non si può considerare una vittima privata dei diritti umani basilari secondo la definizione della Corte. Il terzo caso, altrettanto storico e importante, riguardava sei ragazzi portoghesi tra gli 11 e i 24 anni che avevano citato in giudizio 32 Stati europei (Italia compresa). Anche in questo caso la Corte ha dichiarato inammissibile la causa: i sei ragazzi non si erano mai appellati ai tribunali interni dello Stato, quindi per la corte non avevano ancora ricorso a tutti i mezzi legali per far valere la loro posizione. «Speravamo davvero di farcela» ha detto Sofia Oliveira, una delle adolescenti portoghesi. «Ma la cosa più importante è che la Corte nel caso delle donne svizzere ha stabilito che i governi debbano ridurre le emissioni per proteggere i diritti umani. La loro vittoria è una vittoria anche per noi e una vittoria per tutti».
    Le sentenze arrivano nello stesso giorni in cui Copernicus, il centro di studi sul clima dell'Ue, ha ufficializzato l'ennesimo record di temperatura: marzo è stato il marzo più caldo mai registrato. Da ben 10 mesi ogni mese è il più caldo di sempre.
    Il mondo ribolle ma finalmente qualcosa sta cambiando: vecchie e nuove generazioni si uniscono con l'obiettivo di salvarci. Greta, le "nonne" svizzere, i giovani portoghesi. Insieme per il Pianeta e per il futuro della specie.
  3. Le inchieste che hanno colpito il Pd
    Tutte le accuse a Sasà Gallo
    Arrivano le dimissioni di Gallo jr
    giuseppe legato
    Torino
    Credere che Salvatore Gallo, il ras delle tessere del Pd di Torino travolto dall'inchiesta per peculato, estorsione e corruzione elettorale, abbia creato il suo potere in virtù di una lunga serie di rapporti privilegiati con manager, dirigenti, politici e medici della città, è legittimo ma incompleto. Perchè per comprendere fin dove, quanto in profondità si sia estesa la lunga ragnatela di contatti influenti, serve leggere l'intercettazione registrata dal Ros il 19 ottobre del 2021 tra Gallo senior e il figlio Raffaele, consigliere regionale Pd.
    Stefano Lo Russo ha vinto le elezioni, è sindaco di Torino. È pressato da più fronti per le nomine degli assessori della giunta. Fa circolare la posizione che non esclude profili tecnici. «E Gallo si irrigidisce» scrive il pm Valerio Longi agli atti. «Raffaele tu ti sei fissato con ‘sta storia. Guarda che Fassino non voleva neanche più tuo fratello assessore ...ed è uscito il primo. Se non c'era Ignazio davanti a me che ha preso il telefono...ma tu dovevi vedere come lo ha trattato (riferito a Fassino). Ma guarda che Ignazio è a Roma e dico fai una telefonata a Letta (Enrico) e dica che...al suo "delfino" (Lo Russo ndr) che si comporti come uomo».
    Gallo parla di Ignazio Moncada, 74 anni, nativo di Modica. È attualmente rappresentante legale della società di diritto anglosassone Ida Capital Ltd che svolge l'attività di consulenza nonché di amministratore unico del Consorzio EdilPiemonte di Promozione e Coordinamento delle cooperative di edilizia abitativa. In passato ha ricoperto cariche di presidente di Fata Spa del Gruppo Finmeccanica e vice presidente di Musinet Engineering Spa del gruppo Sitaf (l'impero di Gallo), oltre al ruolo – con Franco Frattini ministro degli Esteri del governo Berlusconi - di membro del Comitato strategico del governo italiano per lo sviluppo e la protezione degli interessi nazionali in economia. Le cronache lo individuano malignamente come «un grande burattinaio». Meglio, un lobbista.
    Moncada incontra più volte a Torino Gallo senior. Affrontano temi di potere legati «anche all'acquisizione da parte del gruppo Gavio – scrive il Ros - delle quote societarie già della Città Metropolitana di Torino». Certo è un fatto che, dopo quella telefonata evocata e datata 2011 all'ex sindaco Fassino, Stefano Gallo, figlio di Salvatore, diventerà assessore allo Sport.
    In Comune, nel 2021, Gallo può contare su stretti rapporti con due dirigenti rilevanti nello scacchiere di palazzo Civico. Si tratta di Antonino Calvano, all'epoca dei fatti Direttore della divisione Patrimonio, Partecipate e Facility di Palazzo civico e dall'aprile 2022, vicedirettore generale. Una nomina in cui il Ros ventila un collegamento se è vero com'è scritto che quella promozione potrebbe essere «la riprova della perdurante influenza di Gallo Salvatore nelle nomine di vertice dell'amministrazione comunale». C'è ancora il supermanager Paolo Lubbia, direttore delle risorse finanziare e del servizio di Bilancio. Che Gallo senior chiama in causa nel giugno del 2021 quando – pur avendo interessato Galvano - non riesce a risolvere i problemi di un suo amico che deve sbloccare una questione legata a presunti abusi edilizi «che gli impediscono di accedere al Superbonus 110%». La richiesta a Lubbia, testuale, è di «massaggiare un pochettino» un architetto che ha in mano la pratica. «Perché questi – dice Gallo al telefono – sono amici molto importanti per la campagna elettorale». Le notizie dal fronte sono incoraggianti anche se non c'è ancora un ok definitivo, ma Gallo dimostra lungimiranza: «Vediamo di vincere il Comune che poi queste cose si risolvono anche con più facilità…». Il vecchio Sasà (così lo chiamano i compagni di partito) riusciva però ad arrivare anche a una delle principale partecipate del Comune e cioè Amiat, gestore della raccolta rifiuti.
    L'obiettivo, stavolta, è far spostare alcuni cassonetti del «porta a porta» posizionati in prossimità di un attività commerciale di via Nizza, pieno centro. «L'intervento di Gallo – si legge agli atti - era stato richiesto dal negoziante in cambio della promessa della raccolta di voti in occasione della tornata elettorale del 3 e 4 ottobre 2021 quale prezzo per la propria mediazione».
    E cosi Gallo chiamerà prima un dipendente della partecipata del Comune, poi un consigliere di Circoscrizione e infine – visto lo stallo – il funzionario Amiat Raffaele Mirra: «Ma scusa ma proprio lì li devono mettere? Dai che sono amici nostri». Replica di Mirra: «Fammi vedere un attimo e poi ti dico». Pochi minuti dopo: «Il mio collega combinazione era proprio li e hanno già trovato un compromesso li con i...con i nostri amici». Gallo è reattivo: «Dì al tuo collega di far capire che c'è stato un interessamento».
    Il copione si ripete su Gtt con una telefonata diretta a Paolo Golzio, ingegnere nucelare, prestato alla causa dei trasporti cittadini, nominato nel 2018 durante la reggenza Appendino, presidente della partecipata. Lo chiama il 13 aprile 2021 «Volevo notizie per quella fermata». Chiedeva fosse ripristinata quella del tram numero 4 in via Sacchi «per agevolare l'afflusso dell'utenza presso il centro analisi R.C.B». Sempre gente a lui vicina. Chiosa il giudice: «Le conversazioni sono esemplificative delle logiche perseguite da Gallo: la politica clientelare in spregio all'imparzialità della pubblica amministrazione, in cambio di sostegno elettorale e voti per i propri candidati». Politicamente, un epitaffio.
  4. Alla tavola di Sasà Le cene del camoscio con il gotha cittadino
    Aggiungi un posto a tavola: alle "cene del camoscio" nessuno deve sentirsi escluso. È il potere dei menu, dei risotti e dei favori che si intrecciano durante le serate tra amici, invitati a condividere i piaceri gourmet. Amici selezionati, s'intende: medici, direttori generali, avvocati, architetti, docenti universitari, professionisti. Il gotha di Torino. «Senza alcun colore politico», dice chi c'è stato.
    Tutti accolti nella rete di Salvatore Gallo, patron della politica, prima socialista e ora Pd, che preferisce le buone portate ai comizi e ai talk show. Tra le maglie dell'inchiesta spuntano episodi che raccontano i retroscena di questo sistema di conoscenze. Così, per caso i carabinieri intercettano una conversazione tra Sasà e un amico. Gallo gli ha dato una tessera per percorrere l'A32 senza pagare, ma l'interlocutore non è passato dal casello automatico. Un operatore solerte gli ha fatto notare che il nome sulla carta non corrispondeva. Che fare? Contattare Sergi, ad di Sitaf. «Massì, dai che l'hai conosciuto – diceva Sasà – È venuto anche alle nostre cene del camoscio. E anche a qualche altra cena. È Sergi, il direttore del traforo. Chiamalo, digli che ti serve un'altra tessera».
    Ecco fatto. Così funzionano i potentati locali: come una "grande famiglia". Sono i dopocena dei camosci. Scambi di favori che semplificano la quotidianità e fanno risparmiare.
    Quella "grande famiglia", Salvatore Gallo ha sempre saputo scegliersela e curarsela. Con iniziative organizzate da una ventina d'anni. Cene dei camosci, si chiamano così per un medico appassionato di doppiette che andava a cacciarli per allietare i palati degli amici. Le ultime due al Seven Village di Settimo. A quella dell'anno scorso, si racconta, hanno partecipato alcuni tra i vertici delle aziende sanitarie della regione. E c'era pure, dicono i ben informati, un pulmino per gli ospiti in attesa davanti alla clinica Fornaca.
    Ecco la politica di Sasà, mormorano i maligni: alle cene nessuno deve restare insoddisfatto. Chissà, magari in futuro, sarà riconoscente.

 

 

 

10.04.24
  1. IL SEGRETO DI GIANDUJA SUL PD :   Trent'anni di governo della città interrotti soltanto dal 2016 al 2021 dalla parabola di Chiara Appendino. La spia di qualcosa che si era guastato trattata invece come un incidente di percorso dopo il quale si poteva ricominciare come prima. Ed eccoli, al telefono, i capibastone del Pd torinese accapigliarsi per un posto nella giunta che Stefano Lo Russo sta componendo senza di loro. «Io non gli telefono perché lo mando affanculo completamente», si sfoga Salvatore Gallo al telefono con un altro dirigente del Pd. «Ma tu lo puoi fare. Dici... tagli fuori un gruppo che ti ha sostenuto dall'inizio?». L'epilogo è storia di questi giorni. Ma i semi affondano direttamente alla nascita del Pd, nel 2008.
    I protagonisti sono già tutti in campo. Seconde o terze linee. Salvatore Gallo con i suoi figli Raffaele e Stefano è entrato da poco nella Margherita attraverso l'ex vice sindaco del primo Chiamparino, Marco Calgaro. Anche Mauro Laus è nella Margherita: guida una cooperativa, Rear, che offre servizi di vigilanza. Diventerà una figura centrale, al pari di Gallo, anzi di più: da qualche mese è indagato, l'ipotesi è che abbia utilizzato fondi di appalti pubblici ricevuti da Rear per finalità private. Ci sono i cattolici: la corrente che fa capo a Davide Gariglio - bacino elettorale in Gtt, la municipalizzata dei trasporti - e quella di Stefano Lepri. Sull'altra sponda, la Pec: sta per Placido (Roberto), Esposito (Stefano), Chiama (Carlo), che la guidano. Placido è un gran collettore di voti dai metodi spicci: con Laus condivide le origini lucane e i lucani – nel Pd degli ultimi quindici anni – diventeranno un'entità mitologica quando si parla di preferenze. Esposito è l'ex capogruppo dei Ds in Provincia, Chiama assessore al Lavoro, sempre in Provincia. Nella stessa area si erge la stazza di Aldo Corgiat, potente sindaco di Settimo Torinese, fortezza rossa. Sono gli ex Ds. È l'epoca di Chiamparino rieletto sindaco con quasi il 70%: del partito non si cura e il partito lo vive con insofferenza e rassegnazione ma si adegua a una popolarità travolgente. Nel solco di quegli anni germoglia il partito di oggi.
    Il 2011 è un punto di svolta. Si fa avanti Piero Fassino ma sta nascendo la stella di Matteo Renzi e anche a Torino c'è chi vorrebbe rottamare. Davide Gariglio si candida alle primarie, le vecchie alleanze si scompongono. Con Fassino c'è una parte della Pec (Enzo Lavolta, che coordinerà la sua campagna elettorale e sarà assessore) e tutto il corpaccione del vecchio Pci. Ma non solo. A Giancarlo Quagliotti, ex capogruppo del Pci in Comune negli anni 80, Fassino delega la gestione dei rapporti politici sul territorio. Gallo è un suo vecchio sodale: entrambi arrivano da Sitaf, la società che gestisce la Torino-Bardonecchia. Per correre alle primarie servono le firme degli iscritti e in una mattina Gallo ne porta quasi 400 a Fassino. Un anno dopo ci sono le primarie per chi siederà in Parlamento e il copione si ripete: si vota il 29 dicembre, l'ordine di scuderia è sostenere Cesare Damiano (storico amico di Fassino) che travolge tutti (6 mila preferenze, 2 mila in più della seconda arrivata).
    Per ritagliarsi uno spazio Laus sceglie Gariglio. Ma quando Fassino lo doppia e si insedia a Palazzo Civico Laus comincia la sua marcia di avvicinamento ai "fassiniani" che nel frattempo – sempre tramite la regia di Quagliotti e le tessere di Gallo – hanno portato Fabrizio Morri alla guida del partito provinciale. Comincia l'era Gallo-Laus.
    A Roma invece è l'ora di Renzi. E le componenti sul territorio si riorganizzano. Gariglio e Lepri, che del rottamatore sono i sostenitori della prima ora, finiscono in Parlamento ma defilati. I renziani di Torino diventano i "fassiniani" che poi saranno lettiani e infine "bonacciniani". Altro rimescolamento, i delfini abbandonano i padri: Daniele Valle, fino a pochi giorni fa in predicato di essere candidato alla presidenza della Regione, si sgancia da Gariglio avvicinandosi a Laus; l'ex segretaria Paola Bragantini, un tempo vicina a Placido, entra in orbita fassiniana così come Nadia Conticelli che nel 2014 su spinta di Gallo viene inserita nel listino bloccato di Chiamparino per la Regione. Oggi è nell'area Schlein, è capogruppo in Comune e potrebbe essere capolista alle regionali.
    Nel 2014 Laus diventa presidente del Consiglio regionale: litiga un giorno sì e l'altro pure con il presidente Chiamparino; Gallo ha un figlio consigliere regionale e uno assessore a Torino. Il loro peso è sempre più determinante, così come l'intreccio politica-affari. Nel partito c'è chi accusa Laus di usare Rear per prendere voti. Stefano Esposito, eletto in Parlamento, conia lo slogan "partito delle autostrade": ce l'ha con l'accoppiata Quagliotti-Gallo in Sitaf, azienda controllata dal gruppo Gavio. Esposito nel frattempo è passato con i renziani attraverso i giovani turchi di Matteo Orfini, componente di cui fa parte anche Chiara Gribaudo, oggi vice presidente nazionale del Pd, area Schlein. È un ultrà della Tav, accusa un pezzo del partito di essere afono, forse perché ogni anno che passa senza Tav ingrassa i conti di Sitaf. Dall'altra sponda puntano il dito sul suo stretto rapporto con l'imprenditore dello spettacolo Giulio Muttoni. Nel 2020 la procura li indaga entrambi: il processo è ancora in corso ed è al centro di uno scandalo dato che per anni Esposito è stato intercettato abusivamente.
    I contendenti di una stagione escono di scena uno dopo l'altro, sacrificati da chi li aveva usati: nel 2022 Gariglio e Lepri vengono spediti a correre in due collegi durissimi e perdono, la stessa sorte era toccata nel 2018 a Esposito e Bragantini (che oggi fa la tassista e la presidente di Amiat, l'azienda dei rifiuti). Laus resta in piedi: prima deputato, oggi senatore.
    Anna Rossomando e Andrea Giorgis, big della sinistra schierati ai vari congressi ora con Orlando ora con Cuperlo, si accontentano della quota riservata alle minoranze. Gli spazi contendibili nel partito si riducono: Gallo-Laus, poco si muove senza di loro nonostante l'abnegazione di migliaia di militanti, iscritti e dirigenti. Ed è il loro asse a reggere l'urto di Roma, che nel 2021 vorrebbe un candidato sindaco scelto con il Movimento 5 Stelle. Tengono duro su Stefano Lo Russo. È la loro garanzia per continuare a comandare nel partito (e non solo, almeno così credono). L'attuale sindaco è un animale strano: dal 2006 naviga la politica cittadina senza mai essere organico a nessuna corrente eppure sempre in prima linea, in fondo perché è tra i non molti ad avere le carte in regola. A lui Laus e Gallo delegano la riconquista di Palazzo Civico. A Laus va bene: incassa la presidenza del Consiglio comunale per Maria Grazia Grippo e un assessorato per Mimmo Carretta che però è molto di più di una persona a lui vicina: è stato la spalla di Lo Russo nei durissimi anni di opposizione ad Appendino. A Gallo va malissimo: si affanna con il solito Quagliotti, si rivolge a Fassino, in nome dei vecchi tempi: «Abbiamo anche chiamato Piero», dice al telefono con un altro degli storici fassiniani, Gioacchino Cuntrò, ex segretario provinciale, ex tesoriere, ex consigliere comunale. «Dice che gli ha parlato (a Lo Russo, ndr)», gli risponde Cuntrò. A schermare il pressing su Lo Russo è Daniele Valle e nell'area Gallo si fa largo l'idea di essere stati fregati da Laus. «Ma vada a fare in c...», sbotta Gallo riferendosi a Lo Russo. «E che competenza ha Carretta? Di sta m...». «Hanno costruito tutto così per controllare tutto loro. L'assurdo sai qual è? Che mettono dentro quelli che hanno cercato di inc... e tengono fuori i sostenitori», chiosa Cuntrò. Gallo vede l'ombra della fine della sua influenza sul partito: «Siamo gli unici tagliati fuori e la cosa non funziona. Siamo tagliati fuori anche dopo cioè quando ci sarà il congresso, ci sarà la spartizione di qualche posto e se non ci siamo non ci siamo»
  2. LA MELONI CHE FA : Torino, un caso anche a destra " Al Mister preferenze di FdI offerti i voti della 'ndrangheta"
    GIUSEPPE LEGATO
    Torino
    Un'altra inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Torino racconta una storia di boss della 'ndrangheta, massoni e voti alle elezioni comunali del 2021 già finite nella bufera per la presunta corruzione elettorale dell'esponente socialista del Pd Salvatore Gallo. Ribattezzata "Timone", l'indagine è stata chiusa nei giorni scorsi e in migliaia di pagine racconta del saldo rapporto tra un noto massone di Torino Saverio Dellipaoli già candidato in passato per l'Udc, ex Maestro venerabile della Loggia Grande Oriente d'Italia e il boss delle cosche calabresi Francesco Napoli, mafioso conclamato e di rango. Dellipaoli, indagato dai pm Paolo Toso e Francesco Pelosi per aver favorito il boss in una serie di truffe su rilevanti fondi Covid, avrebbe a sua volta offerto e garantito un aiuto elettorale a mister preferenze di Fdi alle ultime elezioni comunali di Torino. Enzo Liardo.
    Dellipaoli, 64 anni, dipendente della Regione: ha solidi rapporti con direttori e direttrici di filiali di banca, amicizie politiche, soprattutto nell'Udc. In passato – e fino al 31 dicembre 2015 – è stato funzionario della Città Metropolitana di Torino. Conosce molta gente, ma ha anche amicizie "nere".
    Si vantava al telefono di essere immune da aggressioni da parte delle cosche calabresi «perché io appartengo a una struttura che si chiama massoneria, che non mi tocca nessuno, non mi vengono a cercare a casa». In realtà alcune settimane fa si sono presentati gli uomini del Gico della Finanza. Gli hanno notificato la misura cautelare dell'obbligo di firma perché «è del tutto evidente che Dellipaoli abbia messo a disposizione di un boss e del gruppo di riferimento di quest'ultimo, i suoi "contatti" afferenti al mondo bancario e finanziario nella consapevolezza di prestarsi per un esponente della criminalità organizzata, oltre alle conoscenze e rete di rapporti afferenti alla appartenenza massonica». Questa la contestazione dei magistrati, ma sullo sfondo, pur non assurgendo a rilievo penale, c'è altro. C'è un rapporto intanto tra Napoli e il massone. Il prino lo chiama "Dottor Saverio" e lui replica "Grande Franco". C'è confidenza: «È da una vita che ti seguo» dirà il funzionario regionale al boss in una delle centinaia di conversazioni intercettate. Una vita. La premessa è che Napoli muore di infarto, nel corso dell'indagine. Ma di lui parla Dellipaoli quando il 21 giugno del 2021 chiama Giuseppe Benvenuto «braccio destro di Napoli» riferendogli «di dovergli parlare di un discorso, sulla politica, che aveva già impostato col boss». Testuale: «Ecco poi dobbiamo fare un discorso, lo avevo già iniziato a fare io con l'amico ... con ... il poverino... con Franco...».
    Il massone, scrive il Gico, «ha introdotto il discorso legato al sostegno alla candidatura di Enzo Liardo (del quale non si è provata la consapevolezza della mafiosità dei potenziali elettori ndr) descrivendolo come «una persona che molto probabilmente farà il vice sindaco a Torino». Tra gli ulteriori soggetti «coinvolti da Dellipaoli per il sostegno della campagna elettorale di Liardo è stato identificato Filippo Rotolo, pregiudicato già coinvolto nell'operazione "Panamera" della Dia», Emetteva fatture inesistenti a favore di pregiudicati vicini alle cosche.
    In questo mondo Dellipaoli si muove e cerca voti per Liardo. sul quale punta moltissimo, lo insegue, promette voti: «Questi amici ti possono dare una mano davvero, sono persone che hanno sempre votato me e tu lo sai che io i miei 130, 150 li ho sempre presi!».
    Liardo «mostrandosi interessato e ringraziando» replica: «Tu la tua porca figura l'hai sempre fatta». L'aspirante consigliere, i cui rapporti con Dellipaoli sono datati («ti conosco da una vita, mi sei sempre piaciuto è una questione di empatia»), sottolineava «la sua forza elettorale nonché il previsto exploit che avrebbe conseguito alle elezioni, evidenziando come si considerasse già tra gli eletti. Tuttavia – annotano il Gico - aveva la necessità di arrivare primo nella lista di Fratelli d'Italia». Tradotto: «Il mio problema non è entrare... il mio problema è arrivare primo... perché c'è una sfida aperta... ma io son già dentro!».
    Questo avrebbe fatto si che in caso di vittoria del centrodestra sarebbe diventato, evidentemente in base ad accordi già presi, il vicesindaco di Torino: «Allora, io... sto rischiando... però non lo dire in giro perché non bisogna scoprirlo molto praticamente io dovrei arrivare primo, perché non vogliono farmi arrivare primo? perché io rischio di andare a fare il vicesindaco, hai capito?». E poi avrebbe alfieri politici d'eccezione. «Sono sponsorizzato bene da Maurizio Marrone e dall'onorevole Montaruli (estranei all'inchiesta ndr). C'è tutta una costruzione che non sto li a raccontarti». Chiaramente c'è un prezzo a questo appoggio: «Poi ovviamente ricordati di me» dirà Dellipaoli. E la Finanza: «La contropartita che gli richiedeva in cambio del suo sostegno elettorale era la partecipazione alle "Commissioni comunali", in qualità di membro, dalla quale ne avrebbe ricevuto vantaggi personali».
    A fine luglio 2021 si passa all'organizzazione dell'incontro, con il massone che scrive al consigliere: «Vengono quattro/cinque» persone che hanno un certo "peso" e che ti servono». La data è a metà agosto, ma a settembre la Finanza perquisisce Liardo, accusato di peculato per essere entrato in possesso (con l'ausilio di due tecnici dell'anagrafe indagati) di un cd con tutti dati degli elettori senza pagare un'imposta di 2.767,11 euro. Gli contestano il peculato e l'istigazione alla corruzione perché pur di avere quei file, – promise a un'altra dipendente un avanzamento di carriera. Da quel momento in poi i telefoni non parlano più.
  3. Mafia e voto di scambio, finisce in cella un ex esponente meloniano di Palermo
    Riccardo Arena
    Torino
    Il capopopolo si appoggiava al figlio del superkiller di mafia e a un faccendiere interessato a una variante al piano regolatore del Comune di Palermo, per "coltivare" sul verde agricolo cemento e attività commerciali. Tutto in cambio di voti, assunzioni e altre utilità, come trovare una sistemazione in un supermercato alle amanti dei mafiosi detenuti. Ma nonostante l'appoggio di Cosa nostra, Girolamo Russo, da tutti conosciuto come Mimmo, alle ultime elezioni comunali del capoluogo siciliano aveva portato a casa la miseria di 805 preferenze. Ieri l'esponente politico, da cui Fratelli d'Italia (il suo ultimo partito) ha subito preso le distanze, è stato arrestato dai carabinieri, assieme a Gregorio Marchese, figlio di Filippo detto Milinciana (melanzana), pluriergastolano e detenuto dagli anni delle guerre di mafia, e ad Achille Andò, terzo componente di un comitato d'affari che voleva lucrare sulla destinazione d'uso di alcuni terreni, per rendere necessaria una variante urbanistica e farli pagare a peso d'oro con gli espropri, in vista della loro trasformazione in aree a uso commerciale.
    Le accuse ruotano attorno alle collusioni mafiose, tra concorso esterno, estorsione, corruzione, traffico illecito di influenze, voto di scambio. Una storia che mette in forte imbarazzo il partito di Giorgia Meloni, pronto a precisare, attraverso il presidente cittadino Antonio Rini, che Russo era «un semplice iscritto privo di incarichi istituzionali» e che peraltro è stato subito sospeso, ieri. Dopo essere stato però tenuto dentro nonostante le sue opache parentele (primo cugino di un boss recentemente scomparso del Borgo Vecchio, Franco Russo, detto Diabolik) e i suoi più che discutibili comportamenti, sempre pronto a capeggiare le masse di precari alla ricerca di stipendi dalla pubblica amministrazione, con le file fuori dal suo Caf di corso Scinà, in pieno Borgo. Ma anche disponibile a prendere in carico – per farli uscire dal carcere – i detenuti che volevano ottenere l'affidamento in prova ai servizi sociali. La bocciatura nelle urne, datata 2022, aveva chiuso più di un ventennio da consigliere comunale fra centrodestra (soprattutto) e anche il centrosinistra di Leoluca Orlando.
    Insomma, l'identikit di un Masaniello, definizione che mutuava su di sé anche Gregorio Marchese, nel fare pressioni sull'avvocato che amministrava l'ippodromo, cercando di imporre la propria legge anche sulla struttura sportiva. In una conversazione intercettata, Marchese parlava di temi cari a Cosa nostra, di «filantropia per amore verso la città e verso il popolo, perché è un popolo abbandonato», paragonandosi a personaggi storici: «Lo sa chi sono io, sono Masaniello, oppure Giovanna D'Arco… lo Stato è contro il popolo e io con il popolo».
    Da presidente della commissione Urbanistica, Mimmo Russo avrebbe fatto favori e lavorato d'intesa col massone Andò, impegnato nel tentativo di realizzare un centro commerciale in zona di mafia, a Brancaccio. «Fondamentale è mandare al lavoro 7-800 famiglie – diceva ancora Marchese – anziché stare in mezzo alla strada». E allo stesso Russo, in una conversazione il complice ricordava il proprio sostegno: «A me interessa solo Mimmo, ché la nostra squadra deve partecipare alla rinascita di Palermo». E chissà di quale squadra e di quale rinascita parlava.
  4. ECCO PERCHE' LA CINA E' PERICOLOSA : «Futili». È l'etichetta posta da Cina e Russia agli incontri internazionali sulla guerra in Ucraina che non tengono conto degli interessi di Mosca. Quelle «legittime preoccupazioni di sicurezza» sin dall'inizio al centro della posizione di Pechino. È la presa di posizione forse più concreta che emerge dalla visita in Cina di Sergej Lavrov.
    Il ministro degli Esteri russo è stato ricevuto dall'omologo Wang Yi e dal presidente Xi Jinping, 48 ore dopo che sempre da Pechino la segretaria al Tesoro statunitense Janet Yellen aveva paventato «conseguenze significative» nel caso di sostegno cinese all'industria militare di Mosca. Con un Occidente che continua a chiederle di premere per fermare la guerra, Pechino fa capire che non parteciperà a negoziati o conferenze di pace senza la presenza russa. Sostenendo che la rielezione di Vladimir Putin garantisce ai russi un «futuro luminoso», dice anche che se si vuole trattare bisogna farlo con lui.
    Lavrov ha poi definito «illegali» le sanzioni occidentali. Per la Cina, schierarsi contro le sanzioni serve anche a criticare le restrizioni subite in ambito tecnologico e i sempre più probabili dazi di Usa e Ue sulla sua industria verde, auto elettriche comprese. Sono stati ricordati i 240 miliardi di interscambio del 2023, record a cui ha contribuito il netto aumento di importazioni cinesi di petrolio. Nessun aggiornamento sul Forza della Siberia 2, il nuovo gasdotto che moltiplicherà le forniture energetiche russe alla Cina. Sul progetto sembra avere più fretta il Cremlino, mentre Xi guarda anche ad altri progetti in Asia centrale. Ma potrebbero esserci novità nel faccia a faccia tra leader di maggio, di cui si è parlato nel dettaglio ieri. Sarà la terza visita a Pechino di Putin in poco più di due anni, la prima all'estero dopo la rielezione.
    Ribadito poi più volte l'obiettivo del rafforzamento della partnership strategica. Vero che si tratta di una formula utilizzata in tutti gli incontri bilaterali, ma stavolta sembra avere maggiore solidità, anche perché a Pechino c'è la sensazione che l'Occidente sia destinato a delle divisioni interne. A commento della visita di Lavrov, il tabloid nazionalista Global Times ha scritto che sempre piu Paesi della Nato sono destinati ad avvicinarsi alle posizioni dell'Ungheria, rivedendo dunque il supporto a Kiev.
    Cina e Russia si raccontano invece come impegnate nella creazione di un sistema internazionale più «giusto» e privo di logiche di «confronto tra blocchi», in cui Xi vede i due Paesi come forza in grado di «unire il Sud globale». Il tutto in un rapporto bilaterale basato su «non alleanza, non confronto e non presa di mira di terzi». Si dicono invece intenzionate a coordinare maggiormente la propria azione nelle piattaforme multilaterali, tra Nazioni Unite e i Brics allargati, visti sempre più come una sorta di anti G7.
    Ieri, intanto, Lavrov e Wang hanno chiesto il cessate il fuoco a Gaza e la creazione di uno Stato palestinese.
    La vicinanza politica alla Russia è funzionale alla Cina anche per i suoi interessi in Asia-Pacifico. Non è un caso che la visita di Lavrov sia avvenuta 24 ore prima di quella del premier giapponese Fumio Kishida alla Casa Bianca, a cui domani si aggregherà il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr per un inedito summit trilaterale da cui usciranno nuovi accordi in materia di difesa. Il Giappone pare destinato a partecipare al patto di sicurezza Aukus (Australia, Regno Unito e Stati Uniti) che, a quel punto, per Pechino diventerebbe una sorta di Nato asiatica col compito di contenerla o «soffocarla». La stessa cosa che, nella prospettiva russa, avrebbe fatto l'Alleanza Atlantica nei suoi confronti in Europa orientale.
  5. Nove anni alla collaboratrice di Navalny Guidò proteste nella regione del Volga
    La Corte suprema della regione russa di Baschiria ha aumentato a nove anni e mezzo la pena detentiva per Lilia Chanysheva, collaboratrice di Alexei Navalny che guidava il gruppo dell'oppositore nella città di Ufa, nella regione del Volga. Chanysheva, arrestata nel 2021 durante una manifestazione di protesta contro la detenzione di Navalny, era stata inizialmente condannata a 7 anni e mezzo nel 2023, con l'accusa di «appello all'estremismo», di aver usato la sua posizione ufficiale per promuovere le «attività di una comunità estremista» e di aver creato un'organizzazione che «violava i diritti dei cittadini». A marzo l'ufficio del procuratore ha chiesto di estendere la sua pena detentiva a 10 anni, sostenendo che la sentenza originaria fosse stata «troppo clemente». Il giornale di opposizione Novaya Gazeta ricorda che le organizzazioni legate al leader dell'opposizione russa Alexei Navalny, fra cui la sua rete di uffici per la campagna elettorale e il suo Fondo anticorruzione, erano state dichiarate «estremiste» nel 2021 dal regime di Vladirmir Putin. —

 

 

 

 

 

09.04.24
  1. CORRE L’AUTO XIAOMI LO STEVE JOBS CINESE BATTE I MAESTRI DI APPLE

    Estratto dell’articolo di Gianluca Modolo per “la Repubblica”


    Già una decina di anni fa gli venne appiccicata addosso l’etichetta di “Steve Jobs cinese”. […]



    Solo che ora a Lei Jun quell’etichetta ormai sta stretta. L’uomo che nel 2010 fondò Xiaomi, oggi uno dei più popolari marchi di smartphone al mondo, sta superando i maestri della Silicon Valley: Apple ha detto addio a febbraio al proprio decennale progetto di costruire una macchina elettrica, mentre Lei ha fatto fare alla sua creatura il debutto nel mercato dei veicoli di nuova generazione.


    E che debutto: nelle prime 24 ore dal lancio della SU7 (prezzo 215.900 yuan, 28mila euro, più economica della Tesla Model 3) - avvenuto lo scorso 28 marzo - l’azienda di Pechino ha ricevuto ordini per quasi 90mila macchine. […]



    A questo 54enne che nel giro di quattordici anni ha saputo trasformare Xiaomi nel terzo produttore di telefoni al mondo - un marchio che oggi in Cina è onnipresente, dalle valigie alle lavatrici - l’idea di lanciarsi nell’iper competitivo e ormai affollato mercato delle macchine elettriche cinesi venne tre anni fa. […]

    Lei si è laureato in Informatica all’Università di Wuhan: ateneo al quale l’anno scorso ha fatto una cospicua donazione (1,3 miliardi di yuan, oltre 160 milioni di euro). Prima di Xiaomi è stato un investitore chiave nella scena Internet cinese degli esordi, co-fondando startup come Joyo.cn, venduta poi ad Amazon nel 2004 per 75 milioni di dollari.



    Forbes stima il suo patrimonio netto in 12,9 miliardi di dollari (153esima persona più ricca al mondo). Un anno fa l’Osservatorio anticorruzione ucraino ha inserito Xiaomi - e Lei Jun - nella lista degli “sponsor di guerra internazionali”, accusando l’azienda di Pechino di mantenere gli affari in Russia nonostante le sue azioni militari contro Kiev. […]
    Nelle intenzioni di Lei dovrà fare concorrenza a Tesla e Porsche. La cinque posti vanta un sistema operativo che funziona anche con i suoi smartphone ed elettrodomestici consentendo agli utenti di controllare tutti i tipi di dispositivi mentre sono in macchina.



    Secondo i media statali cinesi, il suo impianto alla periferia di Pechino è in grado di produrre 150mila auto all’anno, con piani di espansione che ne raddoppierebbero la capacità. Navigare in un mercato molto competitivo e in piena “guerra dei prezzi” non sarà però impresa facile per Lei e la sua Xiaomi.



    Anche Huawei sta guadagnando terreno con il suo marchio Aito, il cui modello M7 è attualmente il quarto veicolo elettrico più venduto in Cina. L’ambiziosa scommessa sui veicoli elettrici arriva in un momento di rallentamento della crescita degli acquisti in Cina. Gli enti del settore prevedono una crescita delle vendite del 25% per il 2024, in calo rispetto al 36% dello scorso anno e al 96% del 2022. […]


    2 - AUTO ELETTRICA LOW COST, TESLA CI RIPENSA LA CINA È TROPPO FORTE

    Estratto dell’articolo Michela Rovelli per il “Corriere della Sera”



    Non è stato un inizio di anno roseo per Tesla. E la novità forse più attesa da mercati, investitori e dagli stessi clienti sembra ormai essere sfumata. Secondo un’indiscrezione di Reuters la società avrebbe sospeso il suo progetto di creare una vettura elettrica economica. Nota con il nome in codice Redwood, il modello più piccolo e compatto — nonché low cost — era l’arma con cui combattere i sempre più numerosi concorrenti che offrono alternative dal listino più conveniente.



    […] Musk smentisce Reuters — «Stanno mentendo (ancora)» — e rilancia con un post su X in cui anticipa un nuovo progetto. […]sarebbe pronto a presentare i suoi primi robotaxi il prossimo agosto: lo ha dichiarato lui stesso in un tweet senza aggiungere molto di più. Ma possiamo immaginare che si tratti di un servizio di auto a guida autonoma che i cittadini possono prenotare per spostarsi in città. Un servizio che potrebbe sfruttare proprio lo scheletro delle ricerche e delle progettazioni della sua vettura compatta ed economica.


    Tesla ha in effetti bisogno di nuove strategie. Nei primi tre mesi del 2024 ha registrato un crollo delle vendite, in calo dell’8,5 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E non è bastata la decisione di abbassare i costi delle sue vetture — in particolare i modelli Model Y in Europa — per riuscire a convincere nuovi clienti a investire.



    Pesa in particolare il mercato cinese, quello più sviluppato ma anche più difficile perché caratterizzato da una sempre più agguerrita concorrenza locale sul fronte dei veicoli elettrici. A cominciare da Byd, che con le sue auto ha appena festeggiato il sorpasso di Tesla come primo produttore mondiale grazie a una forte accelerata nel 2023. […]

 

 

 

 

 

 

 

08.04.24
  1. Conte e Salvini al compleanno del direttore Tg1
    Buon compleanno Gian Marco Chiocci. L'ecumenico direttore del Tg1, ex di Adnkronos e del Tempo, per la festa dei 60 anni sull'Appia Antica a Roma, sabato ha messo insieme il segretario della Lega Matteo Salvini e il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, l' unico capo politico di opposizione che, dopo aver dato una mano alla destra per la nomina di Chiocci, non ha da ridire sulle scelte editoriali filo-governative del primo tg del servizio pubblico. C'era Antonio Angelucci, editore dei tre quotidiani di destra Il Giornale, Libero e Il Tempo, pronto ad acquistare l'agenzia Agi (operazione contro cui lo stesso Conte ha protestato cinque giorni fa nel corso di un sit-in). All'evento tanta destra e mezzo governo: il senatore di Forza Italia e proprietario della Lazio Claudio Lotito accompagnato da un'aquila reale al braccio; i ministri dell'Interno Matteo Piantedosi e della Cultura Gennaro Sangiuliano; il leader di Noi con l'Italia Maurizio Lupi. L'invito per il party era firmato da Osho, l'autore satirico che Chiocci aveva voluto al Tempo quand'era direttore.
  2. Tutti i cantieri dei boss
    giuseppe legato
    ludovica lopetti
    Gian Carlo Bellavia è un self made man. Nel senso che si è saputo brillantemente riciclare da un passato ingombrante per divenire in una quindicina di anni un noto imprenditore a capo – di nome o di fatto secondo i pm – di aziende che hanno finanche triplicato il loro fatturato iniziale. La Dda di Torino e il Ros dei carabinieri ne avevano chiesto l'arresto e invece è rimasto un avviso di garanzia – con tanto di perquisizione – per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma è una figura paradigmatica per comprendere come l'autostrada A32 non abbia ospitato soltanto le fameliche ditte della famiglia di ‘ndrangheta Pasqua (padre e figlio) dietro la quale si stagliavano le forze mafiose di San Luca. Quell'arteria autostradale, negli anni, ha dato lavoro anche ad altre ‘ndrine, altre famiglie e altri boss di un certo calibro "portati" – per l'accusa – nei cantieri della Sitaf proprio dal signor Bellavia.
    Che si è ripulito bene di una storia vecchia di quasi 30 anni. Il 21 maggio 1996 fu arrestato a seguito della rapina di 937 mila franchi ovvero 855 milioni di vecchie lire messa a segno in danno della Vierofin SA sita in Coldrerio, Palazzo Pindo (Cantone del Ticino).Tornato In Italia già nel 2001 inizia la sua personale scalata che lo porterà a entrare nelle grazie di Roberto Fantini, arrestato (ai domiciliari) perché agevolava l'ingresso dei boss di San Luca nei cantieri Sitaf. Ecco, non sarebbe stato il solo. Scrivono il pm Valerio Longi titolare dell'inchiesta che «Bellavia Gian Carlo dispone di diverse società a lui riconducibili in modo diretto e indiretto attraverso le quali nel tempo trasferiva risorse acquisite dai principali clienti, Sitalfa (concessionaria di Sitaf e responsabile dei lavori di manutenzione dell'arteria) e Gruppo Cogefa, a soggetti appartenenti o contigui a sodalizi di 'ndrangheta, pagando le relative fatture».
    I nomi sono un mappamondo dei mandamenti delle principali cosche calabresi trapiantate al Nord. C'è ad esempio Gianfranco Violi, «emerso quale imprenditore in stretti rapporti con Antonio Agresta, capo del locale di Volpiano», ma anche con Antonio Serratore, colonnello delle cosche vibonesi in Piemonte e in Liguria con base logistica a Moncalieri e La Loggia, Franco Mandaradoni, altro imprenditore legato mani e piedi alla famiglia Serratore-Arone «e Roberto Greco esponente della ‘ndrina di San Mauro Marchesato (Crotone)» colpite più volte da inchieste, non ultima quella denominata San Michele, sempre del Ros del 2016. D'altronde le presentazioni/recensioni qualificate devono avere un senso se è vero come è vero che uno dei Pasqua arrestati spiega a Fantini che Bellavia «è proprio una brava persona. Lo hanno attaccato (arrestato, ndr) in Germania, ma è una persona per bene».
    Come poi le ditte dell'esponente crotonese Roberto Greco siano riuscite a lavorare per Bellavia e quindi per Sitaf è presto detto: «Bellavia attendeva il pagamento da parte di Sitalfa S.p.a. delle fatture per poi provvedere al pagamento delle società di Greco». Già in questa fase «emergeva che l'inserimento di quest'ultimo – annota il Ros – nei lavori gestiti dai Pasqua era stato richiesto da Antonio Agresta», uno – per intenderci – per il quale i carabinieri e la procura avevano chiesto (senza successo) due anni fa l'applicazione del 41 bis in carcere perché continuava, dal penitenziario, a impartire ordini. Dell'ingresso di Greco su richiesta di Agresta nei cantieri dell'autostrada non è felice Pasqua: «Quello (Antonio Agresta) se l'è presa in c...o. Ora fatti la galera, gli hanno dato vent'anni, le chiavi le hanno buttate». Ma i Greco lavorano lo stesso, perché Agresta è Platì e quindi non si può dire di no.

 

 

07.04.24
  1. HO SEMPRE SAPUTO CHE C'ERANO ANCHE SE I PRESIDENTI NEGAVANO :   ass per l'autostrada gratis a politici, primari e avvocati A Torino i favori del ras Pd
    Le accuse a Gallo
    Su La Stampa di ieri
    giuseppe legato
    Torino
    Una tessera di partito non si nega a nessuno, ma nemmeno una card autostradale per superare – indenni dal pagamento – i varchi della A32 Torino-Bardonecchia. Il sistema (in generale) quantomeno clientelare messo in piedi dal potentissimo uomo del Pd piemontese Salvatore Gallo, raccontato dai carabinieri del Ros in 1440 pagine, ha mille volti (non per forza reati), che sembrano mutuati da un'Italia vecchia di 30 anni che si credeva cancellata dagli scandali giudiziari.
    Da tre giorni "il re della Sitaf" concessionaria autostradale di cui è stato vertice e manager, è indagato per corruzione elettorale, estorsione e peculato. Scrivono i carabinieri che «l'influenza da lui esercitata nei confronti della Sitaf permetteva al predetto - sebbene non avesse più alcuna carica all'intero della società - di disporre di un non trascurabile numero di tessere di servizio per il passaggio gratuito ai varchi autostradali da omaggiare a piacimento a terze persone». Non per banale amicizia ma «sempre nell'ottica di coltivare rapporti di interesse in cambio di utilità».
    Una pletora di professionisti (medici, colletti bianchi, giornalisti e politici) alla corte del re della Sitaf (non indagati) scandisce decine di pagine agli atti e racconta il suo personalissimo modo di intendere le relazioni. Il 2 aprile 2021 Gallo contattava la dottoressa Maria Rosa Conte direttrice del reparto di Cardiologia del Mauriziano e docente alla Facoltà di Medicina e Chirurgia del San Luigi di Orbassano: «L'ho chiamata per farle gli auguri e dirle che ancora per quest'anno me le hanno portate. Quindi se ha bisogno di quella tesserina per Bardonecchia...». Replica della dirigente medica: «Lei mi dica poi se ha bisogno per lei e per sua moglie. Venite alla Fornaca: non paga niente, questo è ovvio».
    Il 20 gennaio 2021 Antonello Angeleri, già consigliere regionale e dal 2022 consigliere comunale della Lega a Torino chiedeva a Gallo se per il 2021 - nonostante la quota azionaria già appartenuta alla Città metropolitana di Torino rilevata dal gruppo Gavio - fosse riuscito a procurargli una tessera: «Ti chiedevo una cosa, ma secondo te quest'anno riusciamo lo stesso ad avere una tessera lì?». Gallo, intercettato, replica secco: «Ah, bella domanda, ma perché ci vai ancora in montagna?». E Angeleri: «No, ma ci va tutte le settimane mia figlia Francesca». Controreplica: «Per lei non ti preoccupare». Anche Francesco Martino, medico del Gradenigo telefona a Gallo senior: «Non è ancora arrivata sta tessera giusto? Perché mia moglie mi rompe i c….i». Gallo ha sempre la risposta giusta: «Me le portano la prossima settimana così ti do anche lo Skipass».
    Sono in molti a chiedere lumi sull'arrivo delle tessere magiche che permettono di non pagare i 12,80 euro richiesti ai caselli di Avigliana e Salbertrand ed evidentemente reputati eccessivamente onerosi. Il fatto è che in quei giorni nella sede della Sitaf ci sono gli ispettori di Deloitte e quando Gallo chiama il suo co-indagato Salvatore Sergi direttore operativo della A32, lo sollecita con una certa insistenza: «Mandamene 3 o 4 domani mattina: sono per delle persone a cui non posso dire di no». Sergi gli spiega che in quei giorni la manovra è complicata dalla presenza del nuovo management: «Non scivoliamo su una buccia di banana». E però alla richiesta del proprio medico di base, la dottoressa Laura Capello, non si può che rispondere affermativamente. Gallo la chiama: «Non sono ancora arrivate, ma se ti serve perché vai su ti do la mia personale che vale su tutte le autostrade».
    Il 15 febbraio 2021, Deloitte a parte, la situazione si sblocca. E partono le prime chiamate: «Ho quella cosina». Che verrà lasciata nella buca delle lettere. Due giorni dopo chiama il dottor Felice Salvatore Caviglia, medico ortopedico del Gradenigo (Gruppo Humanitas): «Ti volevo dire che ho quella tesserina». E lui: «Vado in montagna sabato per cui passo quando sei in sede». La ritirerà negli uffici di IdeaTo, l'associazione politica di Gallo. Ancora due giorni e Gallo chiama Francesco Quaglino, medico chirurgo al Maria Vittoria: «Quand'è che ci possiamo vedere che ti do quella tesserina?». E l'altro: «Giovedì mattina faccio un salto da te». Il 2 marzo è il turno di Paolo Appendino, medico del Mauriziano. Ventiquattro ore dopo si presenterà da Gallo per il ritiro.
    Francesco Germinaro è invece un dipendente del Ministero della Difesa, iscritto ad IdeaTo. Deve rinnovare la tessera e chiama Gallo: «Bonifico o contanti?». Il politico replica: «Come preferisci ma se vieni di persona ti do quel tesserino cosi ci guardiamo negli occhi perché c'è la campagna elettorale e dobbiamo impegnarci tutti». A quel punto – annota il gip - Germinaro ne approfitta per chiedere intercessione per un suo amico: «Ha una associazione culturale, ha fatto domanda alla Crt per avere un sostegno alle sue attività». Gallo «non si tira indietro». Le immancabili tessere autostradali ritornano: «Con tutto ‘sto casino (restrizioni da Covid, ndr) non l'abbiamo usata molto». Ma accetta lo stesso. Nei giorni delle primarie del candidato sindaco di centrosinistra di Torino, un'altra dottoressa chiama Gallo. Premette: «Io e mio marito siamo usciti adesso: abbiamo fatto il nostro dovere!». Ma subito dopo: «Siamo qui a Bruere (al casello) e mi hanno ritirato la tessera». Gallo non è impreparato: «Lo so ti stavo chiamando ma è cambiata la proprietà e ci hanno messo tutti sulla lista nera». Sitaf, difatti, aveva appena ritirato tutte le tessere «nella disponibilità dei soggetti indicati da Gallo». Per i carabinieri «un'implicita ammissione dell'illegittimità della pratica». Nelle stesse ore un casellante di Sitaf chiama direttamente Gallo. «Qui è transitato un signore con una tessera a tuo nome, ma dal varco presidiato. La prossima volta digli di passare da quello automatico». Gallo ha toni concitati, chiede il nome. Ed è il neurochirurgo Francesco Zenga a bordo di una Bmw S2. Lo chiama: «Ti giro il numero di quello che hai conosciuto alle cene del camoscio e te ne fai dare un'altra». È Salvatore Sergi, direttore del personale Sitaf. Solo un avvocato rifiuterà: «Ti incontro pure ma per salutarti, non per altro. Io vado al mare». Il giudice non ha concesso l'arresto di Gallo, chiesto dalla Dda «pur ravvedendosi indizi di colpevolezza in ordine al reato di peculato». —
  2. Caso Purgatori, CHE AVEVA INDAGATO SU EMANUELA ORLANDI , la perizia inguaia i medici "Non si sono accorti dell'infezione al cuore", I MEDICI DEL PAPA NON LA HANNO VOLUTA VEDERE ?
    Grazia Longo
    Roma
    È vero, Andrea Purgatori, era un malato oncologico, ma la causa della sua morte, il 19 luglio scorso, è da ricondurre ad un'endocardite batterica, un'infezione al cuore non riconosciuta. Inoltre nel suo cervello non sono state trovate metastasi, come invece hanno sempre sostenuto i dottori dell'équipe del professor Gualdi indagati per colpa medica.
    Ecco i punti fermi emersi dalla superperizia ordinata dalla procura di Roma ed eseguita da due professori ordinari dell'Università Tor Vergata, Luigi Tonino Marsella, (Medicina legale) e Alessandro Mauriello (Anatomia patologica).
    Nelle 115 pagine della perizia si evidenzia che «la causa terminale di morte è da ricondursi ad una insufficienza cardio-respiratoria in soggetto con endocardite trombotica delle valvole aortica e mitrale». Ma i professionisti che lo curavano, compreso il medico di base, Guido Laudani, che pure era un cardiologo, non se ne erano accorti. Laudani è indagato insieme al professor Gianfranco Gualdi, il dottor Claudio Di Biasi e la dottoressa Maria Chiara Colaiacomo .
    Gli ultimi tre erano convinti che, dopo il cancro ai polmoni, il noto giornalista e conduttore tv di La 7, avesse metastasi al cervello e per questo lo sottoposero a una massiccia radioterapia. Un altro specialista, il professor Alessandro Bozzao della casa di cura Villa Margherita, era invece convinto che non si trattasse di metastasi ma di ischemie. Dopo la denuncia dei familiari del giornalista, il pm Giorgio Orano e l'aggiunto Sergio Colaiocco hanno aperto un fascicolo e il 21 marzo hanno avviato l'incidente probatorio per cristallizzare non solo l'autopsia, ma anche i referti iniziali, in particolare le lastre sulla base delle quali sono state diagnosticate le metastasi al cervello.
    La famiglia, assistita dagli avvocati Michele e Alessandro Gentiloni Silveri, ha sempre sostenuto che quella radioterapia al cervello non era necessaria e ha debilitato ulteriormente il giornalista e ora la super perizia dà loro ragione. Si legge infatti che «gli accertamenti istologici e di immunoistochimica hanno permesso di escludere con certezza la presenza di ripetizioni metastatiche a livello cerebrale sul reperto autoptico».
    In merito al quesito sulla eventuale «colpa medica» sollecitato dalla procura, la super perizia intravede delle responsabilità e sottolinea come una tempestiva diagnosi sull'endocardite batterica avrebbe ritardato la morte del paziente. Sarebbe bastata «la somministrazione di un'adeguata terapia antibiotica». E ancora: «In merito alla sussistenza del nesso di causalità possiamo affermare che le condotte dei sanitari abbiano influito sul determinismo del decesso. In tal senso si rappresenta come una tempestiva diagnosi avrebbe con elevata probabilità logica concesso al Purgatorio di sopravvivere più a lungo fermo restando la gravità della malattia oncologica che avrebbe comunque determinato a distanza di tempo il decesso del paziente».
    Quanto all'errore della diagnosi sulla presenza di metastasi nel cervello, i professori Marsella e Mauriello suggeriscono la consulenza di un neuroradiologo ma ribadiscono che la tesi delle metastasi cerebrali ha complicato il quadro. Essi infatti scrivono: «In merito alle condotte del professor Gialdi, del dottor Di Biaso e della dottoressa Colaiacono, rimettendo inevitabilmente la valutazione tecnica a uno specialista Neuroradiologo, riteniamo evidenziare che la refertazione dell'esame eseguito in data 8 maggio 2023 se ritenuta errata ha concorso al ritardo diagnostico e al decesso del Purgatori, avendo diagnosticato senza margini di dubbio le lesioni cerebrali riscontrate come metastasi, escludendo ipotesi alternative e indirizzando quindi tutto il successivo iter clinico».
    La famiglia di Andrea Purgatori, attraverso gli avvocati Gentiloni Silveri, commenta: «Ringraziamo la procura per aver disposto la superperizia. Purtroppo ha dimostrato ciò che noi sostenevamo dall'inizio e cioè che la radioterapia al cervello è stata inefficace se non dannosa. Fondamentale il fatto che non abbiano visto l'infezione al cuore». —
  3. CI SONO SEMPRE STATE , CI SONO ORA, MA NON SI VOGLIONO VEDERE: Il 5 novembre 2020 Roberto Fantini, l'ex manager di Sitaf che favoriva le aziende delle ‘ndrine di San Luca nei subappalti della Sitaf, società concessionaria dell'autostrada A32 Torino-Bardonecchia, chiama il potente politico del Pd Salvatore Gallo: «Allora io ho già trovato il vino... devi però... andarlo a prendere... per evitare che io poi devo passare, caricarmelo in macchina eccetera». Non è Barbera, ma è champagne. Sei casse. Che Gallo ritirerà in una gastronomia di via Principi D'Acaja 40, vicino alla Procura. Il regalo arriva al termine di un lungo, articolato e vittorioso interessamento dell'ex socialista transitato nelle fila del Partito democratico e ora indagato dal pm Valerio Longi per corruzione elettorale, peculato ed estorsione, a proposito di una struttura medica, ma forse meglio un vero e proprio poliambulatorio, di stanza a Leini, via Atzei 27.
    Si chiama "Centro fisioterapico canavesano" (estranei ai fatti). Il suo direttore, Paolo Mattana (non indagato) ha da tempo una pratica ferma: vuole ampliare i locali e quadruplicare le attività specialistiche. Da quattro a quindici. C'è però bisogno di un lasciapassare della commissione di vigilanza dell'AslTo4. Che non arriva. Così Fantini, da 72 ore ai domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa, interessa il suo amico "Sasà" Gallo. «Mattana aveva piacere di fare un pranzo frugale con te e Raffaele (Raffaele Gallo, figlio di Gallo senior). Dammi la disponibilità di qualche giorno». Per via delle ristrettezze imposte dalla pandemia l'incontro slitta per qualche giorno. I pranzi vengono prenotati e disdetti: «Ma io ci tengo che veniate. Per vedere cosa ha fatto» dice Fantini a Gallo. Che replica: «Va bene, se ci tieni molto ci andiamo». Ma intanto il manager colluso coi boss chiama anche Mattana: «Gli fai fare un giro e alla fine gli sottoponi la questione, gli dici dov'è la pratica, che cosa hai fatto, quando l'hai presentata. Fatti un promemoria». Scrive il Ros: «L'incontro avviene il 29 ottobre 2020».
    Lo champagne viene prenotato il 5 novembre. Il giorno prima, Mattana ha scritto a Fantini «informandolo che il giorno precedente la commissione di vigilanza ha effettuato il sopralluogo». Gallo è sul pezzo. Scrive all'amico imprenditore: «Ti volevo dire che la pratica procede bene, le cose stanno andando avanti». Il 23 dicembre Gallo informa Fantini «che l'assessorato regionale alla Sanità aveva espresso parere favorevole all'istanza di Mattana». Il 26 gennaio arriva la tanto attesa Pec. Ma c'è un errore. Non tutte le specialità sono state accordate e l'imprenditore di Leini va in crisi. Chiama Fantini: «Non va bene, così posso solo ampliare i locali ma non posso mettere la diagnostica: quindi niente risonanze! Hai capito?». Gallo torna in pista anche perché Fantini si è innervosito per il protrarsi dei tempi. Il tono del politico si fa duro: «Se non era per i no…aspettava due anni». E ancora: «Fammi mandare mail e tutto anche quello che ti hanno risposto». Fissa un incontro con il capo della commissione di vigilanza a medicina legale. E finalmente l'11 marzo, arriva l'autorizzazione completa. «Tutto a posto è arrivata adesso» esulta Mattana. Ma Gallo mette subito le cose in chiaro: «Ho fatto telefonare a quelle persone che hai conosciuto anche tu, di Chivasso, di Torino. E gli ho detto: "Mettetegli la pratica sotto il naso e fategliela firmare". Adesso – dice Gallo a Mattana – possiamo anche festeggiare e poi speriamo di non avere bisogno ma se così fosse mi fai la radiografia o qualcos'altro no?». —

 

 

 

06.04.24
  1. IL VALORE DEI DATI : Nel suo business non ci sono marchi noti al grande pubblico, non è proprietario di squadre di calcio, non ha partecipazioni rilevanti in grandi aziende quotate, non frequenta salotti pettegoli, non ha nemmeno il nome sul campanello delle sue case a Milano, Sankt Moritz, Londra, New York, La Maddalena, Pisa, Canouan (Caraibi), è cultore della riservatezza e di una vita normale, per sé e per i figli, dove i riflettori dei curiosi non sono contemplati.
    Andrea Pignataro, bolognese, 53 anni, passaporto inglese, residenza a Sankt Moritz, domicilio a Milano, laurea in economia a Bologna, PhD in matematica a Londra, ex trader a Salomon Brothers, autore con il suo gruppo Ion di una dirompente scalata negli ultimi anni tra aziende di software, analisi e dati, è diventato l’imprenditore che, dopo innumerevoli acquisizioni estere, più ha speso (o investito) in Italia dal 2021: 5,7 miliardi.
    Ha rilevato Cedacri, Cerved, Prelios e partecipazioni bancarie in Illimity e Cassa di Risparmio Volterra, pagando anche un ticket istituzionale da 50 milioni per il 2% di Mps.

    E ora Forbes l’ha inserito al secondo posto nella classifica dei miliardari italiani dopo Giovanni Ferrero (43,8 miliardi) e davanti a Giorgio Armani (11,3 miliardi), attribuendogli un patrimonio di 27,5 miliardi. Entra in classifica per la prima volta e verrebbe da chiedersi dov’era prima e con quali criteri viene fatta la classifica.

    Il fatto è che il gruppo Pignataro è un sistema assai complesso di società, oltre 300, nessuna quotata in Borsa, che rispecchia anche nella pubblicazione dei dati finanziari l’indole riservata del proprietario. Quindi calcolare in modo plausibile il patrimonio reale e complessivo dell’imprenditore bolognese è un esercizio quasi impossibile.


    Ma come ha fatto dal nulla a balzare al secondo posto, più che doppiando Armani?

    Lo dice il bilancio 2022 della sua cassaforte lussemburghese Itt dove si legge che è stata rivalutata da 881 milioni a 20,9 miliardi la partecipazione nella Ion Investment Corporation, cioè la capofila delle più importanti aziende del gruppo.

    […] i ricavi aggregati sarebbero di oltre 3 miliardi (non ci sono cifre ufficiali) con margini di guadagno elevatissimi anche se meno dei 2,2 miliardi, cifra che ufficiosamente veniva fatta trapelare. Altrettanto elevato è l’indebitamento. Questo dei debiti (compresi tassi, scadenze e garanzie) è un punto centrale perché l’ammontare, sebbene anche qui non vi siano dati ufficiali, è piuttosto consistente: tra i 10 e i 16 miliardi, secondo varie fonti.


    …] il gruppo di Pignataro è dunque un concentrato di intelligence finanziaria, un maxi polo del fintech che gestisce miliardi di dati sensibili. Annovera società leader anche all’estero come Mergermarket, Dealogic, Fidessa, Acurise. Ha tra i suoi clienti governi, il 30% delle banche centrali del mondo e duemila tra le più importanti società del pianeta (Amazon, Microsoft, Procter & Gamble, Daimler, ecc.).

    L’ultima operazione in Italia è stata l’acquisizione da 1,3 miliardi di Prelios che recentemente, confermano da Ion, ha ricevuto l’autorizzazione dalla Presidenza del Consiglio per i poteri legati al golden power.

    …] Nel patrimonio personale sono compresi decine di immobili in centro a Milano, a Pisa oltre che esclusive proprietà e terreni in Sardegna alla Maddalena per un valore totale (solo immobili) di almeno un centinaio di milioni. E poi ha investito quasi 300 milioni per uno sviluppo immobiliare nell’esclusiva isola caraibica di Canouan, arcipelago delle Grenadine.
    Gestisce il gruppo con un ristretto numero di fedelissimi e controlla al 100 per cento tutto tranne la capofila delle attività in Italia. Solo qui troviamo una piccola pattuglia di soci che affianca l’85,7 per cento in mano a Pignataro: il fondo sovrano di Singapore Gic con il 10%, storico partner, e poi la milanese Serfis della famiglia Strazzera, Nanni Bassani Antivari (famiglia degli yacht Wally, ex proprietaria della BTicino), Kenneth Schiciano, senior advisor di Ta Associates e i top manager del gruppo Luca Peyrano e Kunal .
  2. Undici anni fa la denuncia del senatore Dem
    Il 27 marzo 2013 fu l'allora senatore Stefano Esposito, all'epoca componente della commissione parlamentare antimafia a presentarsi spontaneamente al Ros dei carabinieri svelando «un sistema opaco utilizzato da Sitalfa per l'affidamento diretto degli appalti». Basato sui «doppi contratti. Con diverse percentuali di ribasso: una al 20% e una al 40%». Esposito aveva svelato anche «i meccanismi di sovrafatturazione». Il gip: «Le dichiarazioni di Esposito fornivano diversi elementi di conoscenza rispetto alle dinamiche poi contestate». —
  3. Appaltopoli in Piemonte Cirio "licenzia" il garante che dava incarichi ai boss
    giuseppe legato
    torino
    Terremoto politico-giudiziario in Piemonte e a Torino a due mesi dalle elezioni regionali. Dalle infiltrazioni della ‘ndrangheta nei cantieri di diverse autostrade italiane a un sistema di corruttela elettorale che ha permesso a uno storico esponente del partito democratico, Salvatore Gallo, di far eleggere alle ultime elezioni comunali della città (2021), tre dei 17 consiglieri dem nell'assise civica. È il risultato dell'inchiesta della procura e del Ros dei carabinieri che ha portato in carcere (ai domiciliari) l'ex manager Roberto Fantini, già ad di Sitalfa, società controllata da Sitaf che si occupa della manutenzione dell'autostrada Torino-Bardonecchia. L'accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa. Per il pm Valerio Longi Fantini agevolava le cosche della ‘ndrangheta negli appalti dell'arteria che collega il capoluogo alle località sciistiche. Ma sempre Fantini – e qui scoppia il primo caso politico - il 22 novembre del 2022, è stato nominato, dal consiglio regionale, in quota Pd, componente dell'Orecol, una sorta di Osservatorio che deve garantire la legalità e la trasparenza degli appalti su opere decise dalla giunta regionale. Una comica, anzi no. Appresa la notizia da La Stampa il presidente della regione Alberto Cirio ha imboccato subito la strada che porterà alla revoca di Fantini in quell'ente. Lo ha fatto di concerto con il presidente di Orecol, Arturo Soprano, ex magistrato di punta della Corte d'Appello. Annunciando decisioni immediate che consentano all'organismo di controllo di proseguire il lavoro con regolarità». L'imbarazzo è stato palpabile ma ha lasciato presto spazio a una scelta chiara. A un cambio di passo.
    Lunedì l'apposita commissione del consiglio regionale formalizzerà la procedura di decadenza di Fantini «per intervenuta assenza dei criteri di moralità necessari per il ruolo». L'imprenditore agevolatore delle ditte dei boss («nella piena consapevolezza della statura criminale degli stessi» si legge agli atti) era stato proposto da Raffaele Gallo, consigliere regionale uscente del Pd e figlio di Salvatore Gallo, protagonista della seconda «anima» dell'indagine che ha svelato un diffuso sistema di corruzione elettorale che ha contraddistinto parte delle consultazioni comunali di Torino del 2021. Il presunto protagonista è Salvatore Gallo, ex socialista, «capobastone» (in senso politico) di consenso, tessere e voti, già noto come «re della Sitaf», di cui è stato a lungo e fino a poco tempo fa alto dirigente. Transitato nel Pd come «fassiniano» di ferro, ha continuato a mantenere inalterato un ampio consenso riproposto mai scalfito da inchieste e maligni giudizi dei competitor. Con una serie di favori, ma anche minacce (è indagato anche per estorsione) e un approccio di spiccata indole clientelare sarebbe riuscito – questa è l'ipotesi di corruzione elettorale che gli viene contestata – a far eleggere in consiglio tre membri del partito democratico (non indagati). Lo avrebbe fatto arrivando a ventilare a un impiegato della Sitaf «il licenziamento o il demansionamento» nel caso in cui non avesse lavorato nella campagna elettorale dei suoi candidati legati all'associazione (da Gallo stesso fondata), IdeaTo. I guai di Gallo senior hanno generato a catena altri terremoti. Il ruolo del capolista dem alle prossime regionali blindato fino a ieri sul figlio Raffaele Gallo, è in forte discussione. Sarà comunque candidato, ma pare, non come alfiere di lista. Con una nota, i vertici del Pd Domenico Rossi e Marcello Mazzù, chiedono le dimissioni di Fantini e si smarcano: «Valuteremo con estremo rigore le situazioni che stanno emergendo e le carte processuali».
  4. così le cosche si sono prese le autostrade
    torino

    Ore 20.53 del 17 settembre 2015. Nelle cuffie dei carabinieri del Ros di Torino che indagano sulla Sitalfa, società deputata alla manutenzione dell'autostrada A32 Torino-Bardonecchia per conto della controllante Sitaf, finisce una telefonata tra un tale Massimo Franciulli e Domenico Claudio Pasqua. Il primo è procuratore del grande gruppo di costruttori Itinera. Di più: è responsabile per la multinazionale del cantiere di allargamento dell'autostrada A4 nel tratto tra Mercallo Mesero e Milano collegato alla grande manifestazione Expo di Rho Fiere. Il secondo è stato arrestato l'altroieri dalla Dda di Torino per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pasqua è un boss imprenditore visto e considerato che con una serie di società "a lui riconducibili" lavora nei subappalti di tutti i più grandi player italiani del bitume e delle grandi opere autostradali. «Stasera facciamo bunga bunga?» chiede a Franciulli (non indagato ndr). A mezzanotte si accorderanno per partire verso Uboldo (Svizzera) «perché lì ci vanno anche i gendarmi e che c…o vuoi più di così. Ora però vedi di accelerare che c'ho voglia». Annota il gip: «Entrambi emergono come assidui frequentatori di night e meretricio». Il fatto è che le ditte di Pasqua lavoreranno anche in quel cantiere e Franciulli «consapevole della caratura criminale dell'interlocutore», li chiamerà spesso e volentieri: «Tuo padre mi ha detto che sta arrivando un bilico vostro nuovo. Apposto aggiudicato!» dice al boss che, nel ringraziare, replica: «Io ormai sono praticamente un tuo dipendente».
    È solo la prima di tante collaborazioni che la ditta di questa famiglia che sostiene «di avere San Luca alle sue spalle» ha aperto negli anni nel lucroso settore del movimento terra. Attenzione agli incastri. Scrive il gip di Torino: «L'indagine ha permesso di accertare i rapporti tra i Pasqua e i vertici dirigenziali di Sitalfa controllata di Sitaf. Società quest'ultima a capitale parzialmente pubblico. Anas – si legge - è azionista pubblico in passato di maggioranza oggi di minoranza (seppur rilevante) il cui principale socio di maggioranza è Astm spa holding del gruppo Gavio che controlla Itinera, società che a sua volta si occupa della costruzione manutenzione di autostrade e realizzazioni di grandi opere». Casualità o meno, è un fatto che anche col Gruppo Gavio emergano vicinanze attenzionate dal Ros. Il giudice Luca Fidelio, attingendo dalle conversazioni tra Pasqua e il procuratore di Itinera, racconta come «emergano rapporti strettamente confidenziali con soggetti inseriti all'interno del gruppo Gavio». È lo stesso Pasqua a raccontare di essere stato «fermato» su un altro cantiere del Nord Italia: «Gli ho detto: sono il nipote di Gavio, sono venuto su dalla Calabria. E loro: "Minchia ok è tutto libero". Mi hanno spostato tutti i birilli».
    Non c'è solo dunque la Sitalfa col suo ex manager Roberto Fantini arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa ad essere stata infiltrata (in segmenti di appalti e subappalti) dalle cosche di ‘ndrangheta. C'è pure un'altra azienda molto nota sempre nella galassia della famiglia Fantini, la Cogefa. «Pasqua – scrivono i carabinieri del Ros - si vanta di aver introdotto in quei cantieri i mezzi degli Sgrò (altro cognome della galassia della malavita organizzata)». Adesso però vuole lavorare lui: «Lasciali a casa e prendi i miei camion» dirà al telefono. Il padre di Pasqua, anche lui arrestato per mafia, sottolineerà: «Comandiamo noi lì, mica loro» intendendo Cogefa. La segretaria lo spiegherà il 20 luglio 2020, intercettata, a un imprenditore che si propone per partecipare agli appalti: «Quello (Pasqua) chiama e gli dice: togli quelli e metti i miei». Certo è che molti dei funzionari/dipendenti delle principali società di costruzione stradale di questo Paese «hanno consapevolezza della statura criminale di Pasqua». E ci parlano lo stesso, agevolano l'ingresso dei suoi camion nei cantieri. Permettendo loro di sovrafatturare. Esempio: «Questa qua di luglio è proprio fasulla al massimo. Minchia siamo dei falsari di Van Ghogh. Hanno spostato 18 mila metri cubi di terra? Praticamente una montagna».
    Ancora «Pasqua ha paventato di ritirare i propri mezzi dal cantiere compreso tra Novara Est e Milano per lavori di ammodernamento della A4 per conto della committente Ghisolfa Scarl se non gli fosse stato riconosciuto un conteggio maggiorato rispetto alle ore effettivamente lavorate». Dirà: «O mi dai qualche ora in più o me ne vado». Resterà anche lì.
    C'è ancora un'altra telefonata. Vincenzo Colosimo, responsabile acquisti della Sitalfa, chiama Pasqua esclamando: «Mi ha detto Roby (Fantini ndr) di telefonarti perché ci hanno rubato un camion a Bussoleno. Siccome voi siete del mestiere Roby mi ha detto di dirtelo». La risposta del boss è lapidaria: «Hai fatto bene».
    I camion di Pasqua parteciperanno a una frazione di subappalto in opere connesse al nuovo ponte di Genova. Riceveranno poi un'interdittiva antimafia. Che non li fermerà dall'entrare a lavorare coi bilici nel cantiere del grattacielo della Regione. Non ha l'iscrizione alla whitelist: «Se figura che lavoro per voi non c'è bisogno di quella risposta che aspetto», «trovando disponibilità dell'interlocutore». Si chiude cosi: «Fallo venire senza problemi». Il Ros fotograferà i mezzi a un passo dalla sede della Regione.
  5. CONTE
    il mercante di voti

    irene famà
    torino
    «Allora, sta campagna elettorale? Qualche telefonata la puoi fare anche se sei sulla sedia a rotelle? Se perdo è anche colpa tua». Il cinismo nel vecchio leone della politica non ha freni. In fondo, per uno che ha solcato i mari impetuosi della Prima Repubblica, parlare di voti proponendo un aiutino per accelerare un ricovero in ospedale è un gioco da ragazzi.
    Salvatore Gallo conosce tutti. E sa come muoversi. Ottantacinque anni, al tempo del Psi era considerato un pezzo da novanta al fianco di Bettino Craxi. Era il tempo di "mani pulite", della battaglia con la Dc e il Pci. Poi il craxismo è finito. Ma Salvatore Gallo, «Sasà», è rimasto ed ha cambiato pelle.
    Personaggio di spicco del Pd torinese, si è conquistato uno spazio tutto per sé. Volto di spessore, insieme al figlio Raffaele. Nel 2008 fonda l'associazione IdeaTo, corrente del Partito Democratico. E in vista delle elezioni amministrative del 2021 si muove per cercare preferenze. Non per sé, ma per questo o quel candidato che vuole piazzare nei posti giusti.
    Condottiero di voti, secondo la procura che lo accusa di corruzione elettorale, è espressione del clientelarismo. «Favoriva amici e sostenitori privati nell'ottenere alcune concessioni e autorizzazioni della pubblica amministrazione in cambio di sostegno elettorale e voti». Per fidelizzarli, insomma.
    Salvatore Gallo si muove per far ottenere a questo o a quello assunzioni, promozioni, nomine. Telefona a «persone di fiducia» per sbloccare una pratica per il cambio di destinazione d'uso di un terreno. Oppure per un condono edilizio che stava bloccando l'ecobonus.
    E ancora. Prova a far spostare i cassonetti dei rifiuti lontano dai negozi degli amici, porta la fermata dell'autobus davanti a uno studio medico molto frequentato dagli anziani. Sullo sfondo, la campagna elettorale. Che lui non manca di ricordare a nessuno dei suoi interlocutori.
    Uomo della Prima Repubblica, per IdeaTo crea una pagina Facebook. I social, però, decisamente non gli si addicono. I follower sono 118 e l'ultimo post è del 2018. Lui agisce in un altro modo: potere, controllo. E amicizie.
    Sfrutta, si legge nelle carte dell'inchiesta torinese, «l'influenza esercitata dal figlio Raffaele». Procede senza esclusione di colpi. Si scontra con le altre correnti del Partito Democratico. I suoi modi spavaldi erano conosciuti ai più. Ma tant'è. Il pensiero è sempre stato: «in politica si gioca un po' sporco».
    Sarà stato merito suo o no, ma gli investigatori annotano che i candidati per i quali Gallo chiedeva un sostegno, ce l'hanno fatta: chi in Comune, chi in circoscrizione. Otto eletti. E, per il gip, l'esito della tornata elettorale ai suoi occhi «è viatico per acquisire maggiore potere e orientare con facilità ancora maggiore le scelte della pubblica amministrazione».
    Questione di potere. E conoscenze. «Così da ottenere provvedimenti di favore confidando proprio nella presenza, nei vari organi elettivi, di componenti che avevano beneficiato del suo sostegno e della sua «macchina elettorale». Puntava a ottenere un assessorato. Il sindaco Lo Russo non l'ha concesso. «Vuole persone competenti, sulle materie specifiche» si legge nell'ordinanza.
    Uomo di incarichi rilevanti, negli ultimi anni Gallo si è accomodato ai vertici delle società autostradali. Sino al 2021 è stato direttore di Sitalfa, concessionaria della Sitaf che gestisce l'autostrada A32.
    Pure lì, stando all'inchiesta, diventa questione di conoscenze e potere. Anche dopo la pensione, Salvatore Gallo avrebbe continuato a beneficiare di erogazioni di denaro. Tessere di rimborsi per la benzina, per i ristoranti.
    Poi i voti. Secondo le accuse avrebbe minacciato di licenziamento un dipendente di Sitalfa, candidato in circoscrizione a Torino, se non avesse corso insieme ai suoi uomini. «Ho visto che hai i santini di quello là. Ho visto», s'infuriava al telefono intercettato dagli investigatori. E ad altri ricordava: «Bisogna fargli sentire la pressione. Se si comporta male, questo qua deve avere vita difficile». Parola di Sasà. —
  6. PD ATTORE PROTAGONISTA : «Vediamo di vincere il Comune. Che poi queste cose si risolvono anche con più facilità». Quali cose? Favori, assunzioni, promozioni, nomine, una pratica, un aiuto qualsiasi. «Non per spirito di fratellanza o per nobili intenti - osserva il giudice - bensì per guadagnare crediti da spendere in occasione delle competizioni elettorali». Pacchetti di voti da far confluire su quei candidati del Pd che voleva piazzare in Sala Rossa e nelle circoscrizioni. Così ha ragionato e si è mosso Salvatore Gallo, 85 anni, figura storica della politica a Torino, finito al centro di un'inchiesta dei carabinieri del Ros sulle infiltrazioni della 'ndrangheta in Piemonte.
    Accusato di corruzione elettorale, al telefono, intercettato dagli investigatori, diceva: «Facciamo entrare i nostri che sono amici veri». La logica del «do ut des» alla vigilia delle amministrative 2021.
    Presidente di IdeaTo, associazione culturale costola del Pd, padre di Raffaele Gallo, consigliere regionale Dem, il mondo della politica lo conosce bene. E così, si legge nelle carte dell'inchiesta, mette in moto la sua «macchina elettorale». La procura gli contesta un episodio in particolare. A un amico riesce a far ottenere una visita da un noto chirurgo ortopedico. C'è una lunga lista d'attesa, ma lui gli prende appuntamento nel giro di dieci giorni. «Questo è il numero uno a Torino. Se non c'ero io... Questo ti costa 50 voti di preferenza. Non sto scherzando. Sennò non chiedere più niente. Devo vincere».
    Ci poi sono poi tanti episodi che non costituiscono reato, ma che secondo il gip sono uno spaccato della "politica clientelare" orchestrata da Gallo. Si muove per far trasferire il figlio di un amico in un pronto soccorso della città, nonostante in struttura non ci fossero posti. Accelera la pratica di un centro fisioterapico di Leini per ottenere un'autorizzazione per la variazione dei locali e l'ampliamento delle attività specialistiche. E ancora. Cerca un «tecnico più sereno», più malleabile, per far accogliere negli uffici del Comune una pratica di cambio di destinazione d'uso di un terreno, un altro per far rivedere un condono edilizio così che i suoi "amici" possano ottenere l'ecobonus. «Ci serve un tecnico - dice - che guardi con un'ottica diversa».
    Si mobilita perché la fermata del tram 4 in via Sacchi venga ripristinata davanti a un centro d'analisi frequentato da molti anziani. «Siamo in campagna elettorale» commenta invitando a tesserarsi. Prova a far spostare i cassonetti dei rifiuti lontano da un negozio in via Nizza. Ma questa è una «cosa delicata», di mezzo c'è il codice della strada, difficile da forzare. Così trova un compromesso.
    Nel «sistema Gallo» i voti non si possono disperdere. Meno che mai per le altre correnti del Pd. Rimprovera uno dei suoi, visto a fare pubblicità a un candidato della corrente che fa capo al senatore Mauro Laus. «La nostra squadra è la nostra squadra - urlava - Devono uscire i nostri». Salvatore Gallo, secondo le accuse, arriva a minacciare un dipendente di Sitaf, a dirgli che se non avesse seguito le sue indicazioni di voto gli avrebbe fatto perdere il lavoro.
    Il 3 e il 4 ottobre 2021, a Torino si vota. L'impegno di Sasà, secondo il gip, porta in Sala Rossa Antonio Ledda, Caterina Greco e Annamaria Borasi. E 2.500 voti. Altri cinque finiscono nelle circoscrizioni.
    Do ut des: così ragiona Gallo. Che vuole un assessorato. Ma le cose non vanno come sperato. «I suoi auspici non trovano l'appoggio del neo sindaco». Lo Russo non chiama nessuno di IdeaTo e si riserva nomine anche esterne ai partiti, «vuole persone competenti sulle materie specifiche». Sasà s'infuria. Spinge il figlio Raffaele a contattare Lo Russo per «indurlo a miti consigli», annuncia di volersi rivolgere all'allora segretario del partito, Enrico Letta. Contatta l'ex sindaco Fassino, si rivolge a Giacchino Cuntrò, ex segretario provinciale Pd di Torino. Lo esorta a chiamare Lo Russo, a ricordargli «che il gruppo IdeaTo lo aveva sostenuto sin dall'inizio della campagna elettorale». E se la prende con l'assessorato dato a Domenico Carretta: «Ma che competenze ha? Ma vada a quel paese».
    Tutto inutile. Deve accontentarsi della nomina di un suo "amico" a vice direttore generale del Comune. E al telefono rifletteva: «L'assessorato è andato com'è andato. Però ci stiamo giocando anche una bella partita». Pensa in grande: «Abbiamo vinto il Comune. È la premessa per vincere la Regione».
  7. "Ogni conflitto ha le sue regole, questo no I cooperanti di Wck non dovevano morire"
    Uski Audino
    Berlino
    «Ci sono regole in ogni guerra e questo vale anche per Gaza» spiega a La Stampa Juliette S. Touma, direttrice della Comunicazione per l'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) dopo l'incidente costato la vita a 7 operatori umanitari. «Si tratta di regole severe che vanno rispettate» perché «quello che è accaduto a World Central Kitchen non sarebbe dovuto accadere» dice al telefono da Amman.
    Dopo l'attacco che ha provocato la morte di 7 operatori umanitari vi sentite nel mirino?
    «Da quando è iniziata la guerra Unrwa ha registrato la morte di 177 colleghi in Gaza, molti dei quali sono stati uccisi durante lo svolgimento delle proprie mansioni. Gaza è diventata probabilmente il posto più pericoloso al mondo dove prestare aiuti umanitari ora. Come Onu abbiamo avuto il numero più alto di collaboratori uccisi mai registrato prima. Solo in marzo due colleghi sono morti quando le forze israeliane hanno colpito un magazzino dell'Unrwa, nonostante si trattasse di una struttura "fuori dal conflitto"».
    Cosa significa "fuori dal conflitto"?
    «Unrwa condivide le coordinate delle sue strutture con le parti in conflitto, compreso l'esercito israeliano. La ragione per cui lo facciamo è che per legge i luoghi delle Nazioni Unite, inclusi gli ospedali, devono essere protetti a tutti i costi. Invece, in oltre trecento episodi abbiamo registrato attacchi alle nostre strutture».
    Quanto è frequente nei teatri di guerra che le sedi umanitarie siano degli obiettivi? È una situazione normale?
    «Non è normale. Gli operatori umanitari dovrebbero essere protetti da tutte le parti in conflitto. Quando condividiamo come Unrwa i movimenti dei nostri convogli con l'esercito israeliano lo definiamo un processo di "deconflitto". È un procedimento molto dettagliato di condivisione di informazioni che include i nomi e la nazionalità delle persone che sono sul convoglio, il numero dei veicoli che ne fanno parte, le strade che percorrerà, le coordinate Gps, una cartina e una lista dettagliata del contenuto che si sta trasportando. Inoltre rimaniamo in contatto con l'esercito israeliano durante tutto lo spostamento. Tuttavia per tre volte i convogli dell'Unrwa sono stati attaccati da Tsahal, sia nel viaggio di andata che di ritorno verso il Nord di Gaza».
    Anche l'organizzazione Usa colpita ha condiviso i dati. Cosa può essere successo?
    «Non lo so. Dovete chiederlo all'esercito israeliano».
    Alcune organizzazioni umanitarie hanno annunciato che sospenderanno le loro attività a Gaza. Quale reazione si aspetta dagli operatori?
    «Gaza adesso ha bisogno di più operatori, non meno. Quello che dovrebbe accadere è che l'esercito israeliano rispetti queste figure e si astenga dall'attaccarle. Ci sono regole in ogni guerra e questo include anche la guerra a Gaza».
    Gli aiuti umanitari potrebbero diminuire?».
    «Dovrebbero aumentare non diminuire. Come operatori umanitari stiamo combattendo contro il tempo, Gaza sta precipitando verso la carestia. Chiediamo che le autorità israeliane revochino la decisione di vietare a Unrwa di andare a Gaza Nord. Se non ci andiamo, ancora più bambini moriranno di disidratazione e di malnutrizione e molti adulti moriranno per mancanza di assistenza medica e cibo in quella parte di Gaza».
    Rimarrete a Gaza?
    «Come Unrwa non abbiamo alcun piano di smobilitazione. È necessario che l'esercito israeliano protegga i nostri convogli, rispetti le regole della guerra, che sono molto severe e prevedono che gli operatori umanitari, i loro convogli e le strutture siano sempre tutelati.
  8. I TANTI DUBBI SU URSULA : L'approdo in un porto politicamente sicuro - quello di Atene - con un equipaggio di fedelissimi che parlano la sua stessa lingua - il tedesco - per cercare di rimanere a galla nelle sempre più tormentate acque della campagna elettorale. A un mese esatto dal congresso di Bucarest, che con scarso entusiasmo e molte defezioni l'ha nominata candidato di punta del Partito popolare europeo, Ursula von der Leyen inizierà ufficialmente domani dalla capitale greca il suo viaggio verso la riconferma alla guida della Commissione europea. Missione che con il passare dei giorni sembra sempre più difficile, visto che nell'ultimo mese è stata travolta dalle proteste per l'accordo siglato con l'Egitto, dall'inchiesta della procura europea sul "Pfizergate" per il maxi-appalto sui vaccini negoziato direttamente con l'ad della casa farmaceutica e dalle accuse di "favoritismo politico" per aver assegnato al compagno di partito Markus Pieper la nomina a inviato speciale dell'Ue per le piccole e medie imprese, un incarico da 17 mila euro al mese che gli eurodeputati ora minacciano di bloccare.
    Per provare a ripartire, Von der Leyen ha deciso che il suo trampolino di lancio sarà il congresso di Nuova democrazia, il partito del premier Kyriakos Mitsotakis che per primo gli aveva dato il suo sostegno. Un partito solido alla guida di un governo solido che consentirà alla presidente della Commissione di salire sul palco sotto l'insegna del Ppe senza quell'imbarazzo che invece potrebbe trovare altrove. In Paesi come Spagna, Francia o la stessa Germania, Von der Leyen rischia di ritrovarsi costretta a fare campagna elettorale per i partiti della sua famiglia politica che si trovano all'opposizione, ben sapendo che per essere riconfermata dovrà avere il sostegno anche dei leader di quei governi.
    Si tratta di un complicato esercizio politico-diplomatico che l'ha convinta ad affidarsi alla persona a lei più vicina per gestire al meglio la campagna elettorale: Bjoern Seibert, l'alto funzionario che cinque anni fa l'ha seguita dal ministero della Difesa di Berlino a Bruxelles per guidare il suo gabinetto europeo. Dopo la presidente, è considerato l'uomo più potente all'interno di Palazzo Berlaymont. Per assumere l'incarico di direttore della campagna elettorale, per conto del Ppe, le regole lo costringeranno a mettersi in aspettativa non retribuita da oggi e fino almeno alla data del voto. Non potrà tornare nel suo ufficio al tredicesimo piano del Berlaymont, utilizzare il computer fornitogli dall'esecutivo europeo e nemmeno gestire le relazioni istituzionali con i suoi pari ruolo. Per intenderci: è lui la persona che tiene direttamente i contatti con l'amministrazione Biden. Lasciare la Commissione sguarnita in questa fase è certamente un rischio, «ma evidentemente - fa notare un alto funzionario Ue - Von der Leyen considera molto più rischiosa la corsa per la rielezione e dunque ha scelto di investire tutte le sue risorse in questa partita».
    La scelta di affidarsi a Seibert ha già provocato malumori e sollevato dubbi all'interno del palazzo della Commissione, anche perché la sua aspettativa terminerà ufficialmente il 9 di giugno, ma la vera partita elettorale inizierà subito dopo, quando Von der Leyen dovrà conquistarsi il consenso del Consiglio europeo e successivamente dell'Europarlamento. E non è questo l'unico fattore di malessere nei corridoi dell'esecutivo Ue, visto che anche il portavoce della sua campagna elettorale è stato scelto tra i funzionari di Palazzo Berlaymont: sarà l'austriaco Alexander Winterstein. Nulla di strano, se non fosse che soltanto un mese fa - il giorno prima del congresso di Bucarest - era stato promosso a "direttore della comunicazione politica" della Commissione. Il sospetto che si sia trattato di una "ricompensa anticipata" si è subito fatto largo dopo l'annuncio da parte del Ppe.
    Ai tempi in cui lavorava come vice-portavoce della Commissione guidata da Jean-Claude Juncker, Winterstein era considerato dai giornalisti una sorta di "muro di gomma" per la sua incredibile abilità nel non dare risposte durante le conferenze stampa. Ora dovrà cercare di proteggere Von der Leyen dal bombardamento politico che si preannuncia fitto da qui al 9 giugno e che potrebbe annientare una candidatura che fino a pochi mesi fa sembrava blindata. «Bruxelles è un posto che non sopporta gli accentramenti di potere verso una singola figura - ragiona una fonte diplomatica che ben conosce le dinamiche nella capitale Ue - e non appena arriva qualcuno che ne acquisisce troppo, subito si aziona il meccanismo per mettergli i bastoni tra le ruote».
  9. Armani "commissariata"
    Andrea Siravo
    Milano
    Da sei mesi a questa parte, con regolarità, un ispettore del controllo qualità della Giorgio Armani andava a verificare la bontà delle finiture di vari modelli delle borse dei brand di «Re Giorgio». Non nel laboratorio che aveva il contratto di fornitura da quasi 300 mila euro per 1.118 accessori in pelle, ma in un opificio/dormitorio dell'hinterland milanese. Un capannone industriale con le postazioni di lavoro attaccate a un refettorio di fortuna e anguste camere da letto soppalcate molto lontano dagli atelier dove si confezionano le collezioni moda dell'imprenditore-stilista.
    Un luogo – stando agli accertamenti dei carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro di Milano – in cui lavorano e abitano pochi tra sarti e tintori, perlopiù cinesi, a ritmi massacranti per soddisfare la richiesta produttiva con paghe in alcuni casi anche di 2/3 euro all'ora. Ieri, per aver agevolato in modo colposo il loro sfruttamento sotto forma di omessa vigilanza, il Tribunale di Milano ha messo in amministrazione giudiziaria per un anno Giorgio Armani Operations, il braccio industriale del gruppo. Un provvedimento non di natura penale, ma di carattere preventivo che vedrà un consulente nominato dalle giudici affiancare il management di GA Operations per correggere «una cultura di impresa gravemente deficitaria sotto il profilo del controllo, anche minimo, della filiera produttiva della quale la società si avvale». Valutazione non condivisa dalla casa di moda: «La società ha da sempre in atto misure di controllo e di prevenzione atte a minimizzare abusi nella catena di fornitura. La Giorgio Armani Operations collaborerà con la massima trasparenza con gli organi competenti per chiarire la propria posizione rispetto alla vicenda». Eppure, secondo i pm Paolo Storari e Luisa Baima Bollone, la società di Armani era consapevole quantomeno della violazione contrattuale commessa dalle ditte appaltatrici, la milanese Manifatture lombarde e la bergamasca Minoronzoni, quest'ultima già emersa nel caso analogo di Alviero Martini spa, che impedisce loro la possibilità di subappaltare la produzione. Lo dimostra un audit interno del luglio 2020 svolto alla Manifatture lombarde in cui il certificatore D. T. pur rilevando undici criticità nelle procedure aziendali «non ha accertato e riportato» proprio «l'unico requisito necessario a ottemperare le obbligazioni commerciali sottoscritte, e cioè che la società appaltatrice non aveva un reparto produzione».
    Agli atti dell'istruttoria ci sono anche poi le testimonianze dei lavoratori. Come quella di una sarta italiana, poco più che ventenne, assunta con contratto part-time da 20 ore settimanali. È lei stessa a dire che in realtà lavora per 10 ore giornaliere dal lunedì al sabato.
    Un dato accertato anche dal sequestro di un "quadernone" in cui sono annotate le ore di lavoro "in nero" di ciascun lavoratore. Della pervasività del sistema di subappalti illeciti nel settore dell'alta moda ne parla un imprenditore cinese che produce le cinture di pelle per Armani e altri marchi: «Tutte le ditte cinesi, non devono figurare come aziende di produzione. Ricordo una volta in cui una impiegata della Minoronzoni ci fece nascondere, sia il sottoscritto che altri 3 o 4 imprenditori cinesi, in un angolo dell'ufficio a luci spente e chiuso da un separè, perché quel giorno si presentarono degli agenti di controllo qualità di un marchio molto importante». Intanto dal Tribunale del capoluogo lombardo arriva la proposta di «avviare, riattivando analoghe iniziative poste in essere per esempio nel settore della logistica da parte della Prefettura di Milano, un tavolo che consenta in via ulteriormente preventiva di cogliere le criticità operative degli imprenditori del settore della moda »

 

05.04.24
  1. SCOPPIA UN'ALTRA GUERRA CONTRO ISRAELE :  La preoccupazione è strisciante. L'establishment di sicurezza israeliano e la popolazione si apprestano ad affrontare le prossime ore in massima allerta e in apprensione. «Sono giorni cruciali, in cui questa guerra prenderà una nuova direzione. Vedremo un'escalation regionale. Oppure l'avvio di un processo di ridimensionamento», dice Amos Yadlin, ex capo dell'intelligence della difesa israeliana.
    Teheran minaccia di attaccare Israele. Tutta la leadership iraniana ha giurato vendetta allo Stato ebraico per l'uccisione del comandante Mohammad Reza Zahedi e del suo vice Mohammad Hadi Rahimi, generali di brigata della Forza Quds, braccio delle operazioni estere del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche. Qualsiasi "schiaffo" promesso dal leader supremo l'ayatollah Ali Khamenei, che sia a scopo di ritorsione o di deterrenza, rischia di provocare un'escalation.
    Il Pikud HaOref, la protezione civile, non ha diramato aggiornamenti nelle linee guida e il portavoce militare, nel rivolgersi alla popolazione, ha cercato di mostrarsi il più rassicurante possibile. Non c'è necessità di «acquistare generatori, scorte di cibo o prelevare denaro contante – ha ribadito Daniel Hagari –. La mia unica raccomandazione è restare vigili e sintonizzati per gli aggiornamenti».
    Anche se non si sono registrate anomalie nel comportamento dei cittadini, l'ansia transita nelle conversazioni. C'è la ragazza che sdrammatizza, raccontando di essere andata al supermercato per fare scorta di cibi in scatola, ma «ero l'unica, mi sono sentita stupida». Poi però chiede in chat «ci dovremmo preoccupare? Non penso di farcela a sopportare un'ulteriore guerra». E c'è l'istruttrice della palestra che racconta del fidanzato partito per un "miluim" (servizio di riserva) fuori programma. Ha confermato anche Tsahal di aver congelato i congedi per le truppe combattenti e richiamato i riservisti per rafforzare la difesa aerea, mentre il portavoce ripete che Israele sta prendendo sul serio ogni minaccia e che gli aerei da combattimento sono pronti per «una varietà di scenari». Aharon Haliva, il capo dell'Aman (l'intelligence militare) ha messo in guardia i suoi uomini. Ha detto che il Paese dov