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Dal Vangelo secondo Luca Lc 21,5-19
“In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». 
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».”

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche e meteriologiche  imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

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Marco Bava ABELE: pennarello di DIO, abele, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile.

Sono quello che voi pensate io sia (20.11.13) per questo mi ostacolate.(08.11.16)

La giustizia non esiste se mi mettessero sotto sulle strisce pedonali, mi condannerebbero a pagare i danni all'auto.

(12.02.16)

TO.05.03.09

IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI  IL PANE E LA ACQUA QUOTIDIANI E LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE, LA PACE NEL MONDO, IL BENESSERE SOCIALE E LA COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI. TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E FIGLI.

TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .

SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A TE.

Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile "d" demonio per cui una decisione razionale puo' diventare irrazionale per questa ragione (12.02.16)

Non prendo la vita di punta faccio la volonta' di DIO ! (09.12.18)

La vita e' fatta da cose che si devono fare, non si possono non fare, anche se non si vorrebbero fare.(20.01.16)

Il mondo sta diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per irresponsabilità politica (16.02.16)

I cervelli possono viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e' soggettivo. (19.02.17)

L'auto del futuro non sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono . Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno , e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto. INFATTI la Modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone possono essere confrontate con i prototipi del prossimo salone.(18.06.17)

La siccità e le alluvioni dimostrano l'esistenza di Dio nei confronti di uomini che invece che utilizzare risorse per cercare  inutilmente nuovi pianeti dove Dio non ha certo replicato l'esperienza negativa dell'uomo, dovrebbero curare l'unico pianeta che hanno a disposizione ed in cui rischiano di estinguersi . (31.10.!7)

L'Italia e' una Repubblica fondata sul calcio di cui la Juve e' il maggiore esponente con tutta la sua violenta prevaricazione (05.11.17)

La prepotenza della FIAT non ha limiti . (05.11.17)

I mussulmani ci comanderanno senza darci spiegazioni ne' liberta'.(09.11.17)

In Italia mancano i controlli sostanziali . (09.11.17)

Gli alimenti per animali sono senza controllo, probabilmente dannosi,  vengono utilizzati dai proprietari per comodita', come se l'animale fosse un oggetto a cui dedicare il tempo che si vuole, quando si vuole senza alcun rispetto ai loro veri bisogni  alimentari. (20.11.17)

Ho conosciuto l'avv.Guido Rossi e credo che la stampa degli editori suoi clienti lo abbia mitizzato ingiustificatamente . (20.11.17)

L'elicottero di Jaky e' targato I-TAIF. (20.11.17)

La Coop ha le agevolazioni di una cooperativa senza esserlo di fatto in quanto quando come socio ho partecipato alle assemblee per criticare il basso tasso d'interesse dato ai soci sono stato o picchiato o imbavagliato. (20.11.17)

Sono 40 anni che :

1 ) vedo bilanci diversi da quelli che vedo insegnati a scuola, fusioni e scissioni diverse da quelle che vengono richieste in un esame e mi vengono a dire che l'esame di stato da dottore commercilaista e' una cosa seria ?

2) faccio esposti e solo quello sul falso in bilancio della Fiat presentato da Borghezio al Parlamento sia andato avanti ?

 (21.11.17)

La Fornero ha firmato una riforma preparata da altri (MONTI-Europa sono i mandanti) (21.11.17)

Si puo' cambiare il modo di produrre non le fasi di produzione. (21.11,17)

La FIAT-FERRARI-EXOR si sono spostate in Olanda perche' i suoi amministratori abbiano i loro compensi direttamente all'estero . In particolare Marchionne ha la residenza fiscale in Sw (21.11.17)

La prova che e' il femore che si rompe prima della caduta e' che con altre cadute non si sono rotte ossa, (21.11.17)

Carlo DE BENEDETTI un grande finanziere che ha fallito come industriale in quanto nel 1993 aveva il SURFACE con il nome QUADERNO , con Passera non l'ha saputo produrre , ne' vendere ne' capire , ma siluro' i suoi creatori CARENA-FIGINI. (21.11.17)

Quando si dira' basta anche alle bufale finanziarie ? (21.11.17)

Per i consiglieri indipendenti l'indipendenza e' un premio per tutti gli altri e' un costo (11.12.17)

La maturita' del mercato finanziario e' inversamente proporzionale alla sottoscrizione dei bitcoin (18/12/17)

Chi risponde civilmente e penalmente se un'auto o un robot impazziscono ? (18/12/17)

Non e' la FIAT filogovernativa, ma sono i governi che sono filofiat consententogli di non pagare la exit-tax .(08.02.18) inoltre la FIAT secondo me ha fatto più danni all'ITALIA che benefici distruggendo la concorrenza della LANCIA , della Ferrari, che non ha mai capito , e della BUGATTI (13.02.18).

Infatti quando si comincia con il raddoppio del capitale senza capitale si finisce nella scissione

Tesi si laurea sull'assoluzione del sen.Giovanni Agnelli nel 1912 dal reato di agiotaggio : come Giovanni Agnelli da segretario della Fiat ne e' diventato il padrone :

https://1drv.ms/b/s!AlFGwCmLP76phBPq4SNNgwMGrRS4

 

Prima di educare i figli occorre educare i genitori (13.03.18)

Che senso ha credere in un profeta come Maometto che e'un profeta quando e' esistito  Gesu' che e' il figlio di DIO come provato  per ragioni storiche da almeno 4 testi che sono gli evangelisti ? Infatti i mussulmani  declassano Gesu' da figlio di DIO  a profeta perché riconoscono implicitamente l'assurdità' di credere in un profeta rispetto al figlio di DIO. E tutti gli usi mussulmani  rappresentano una palese involuzione sociale basata sulla prevaricazione per esempio sulle donne (19.03/18)

Il valore aggiunto per i consulenti finanziari e' solo per loro (23.03.18)

I medici lavorerebbero gratis ? quante operazioni non sono state fatte a chi non aveva i soldi per pagarle ? (26.03.18 )

lo sfregio delle auto di stato ibride con il motore acceso, deve finire con il loro passaggio alla polizia  con i loro autisti (19.03.18)

Se non si tassa il lavoro dei robot e' per la mancata autonomia in termini di liberta' di scelta e movimento e responsabilita' penale personale . Per cui le auto a guida autonoma diventano auto-killer. (26.04.18)

Quanto poco conti l'istruzione per l'Italia e' dimostrato dalla scelta DEI MINISTRI GELMINI FEDELI sono esempi drammatici anche se valorizzati dalla FONDAZIONE AGNELLI. (26.04.18) (27.08.18).

Credo che la lotta alla corruzione rappresenti sempre di piu' un fattore di coesione internazionale perche' anche i poteri forti si sono stufati di pagare tangenti (27/04/2018).

Non riusciamo neppure piu' a produrre la frutta ad alto valore aggiunto come i mirtilli....(27/04/2018)

Abbiamo un capitalismo sempre piu' egoista fatto da managers che pensano solo ad arraffare soldi pensando che il successo sia solo merito loro invece che di Dio e degli operai (27.04.18)

Le imprese dell'acqua e delle telecomunicazioni scaricano le loro inefficienze sull'utente (29.05.18)

Nel 2004 Umberto Agnelli, come presidente della FIAT,  chiese a Boschetti come amministratore delegato della FIAT AUTO di affidarmi lo sviluppo della nuova Stilo a cui chiesi di affiancare lo sviluppo anche del marchio ABARTH , 500 , A112, 127 . Chiesi a Montezemolo , come presidente Ferrari se mi lasciava utilizzare il prototipo di Giugiaro della Kubang che avrebbe dovuto  essere costruito con ALFA ROMEO per realizzare la nuova Stilo . Mi disse di si perche' non aveva i soldi per svilupparlo. Ma Morchio, amministratore delegato della FIAT, disse che non era accettabile che uno della Telecom si occupasse di auto in Fiat perche' non ce ne era bisogno. Peccato che la FIAT aveva fatto il 128 che si incendiava perche' gli ingegneri FIAT non avevano previsto una fascetta che stringesse il tubo della benzina all'ugello del carburatore. Infatti pochi mesi dopo MORCHIO  venne licenziato da Gabetti ed al suo posto arrivo' Marchionne a cui rifeci la proposta. Mi disse di aspettare una risposta entro 1 mese. Sono passati 14 anni ma nessuna risposta mi e' mai stata data da Marchionne, nel frattempo la Fiat-Lancia sono morte definitivamente il 01.06.18, e la Nissan Qashai venne presentata nel 2006 e rilancia la Nissan. Infatti dal 2004 ad oggi RENAULT-NISSAN sono diventati i primi produttori al mondo. FIAT-FCA NO ! Grazie a Marchionnne nonostante abbia copiato il suo piano industriale dal mio libro . Le auto Fiat dell'era CANTARELLA bruciavano le teste per raffredamento insufficente. Quella dell'era Marchionne hanno bruciato la Fiat. Il risultato del lavoro di MARCHIONNE e' la trasformazione del prodotto auto in prodotto finanziario, per cui le auto sono diventate tutte uguali e standardizzate. Ho trovato e trovo , NEI MIEI CONFRONTI, molta PREPOTENZA cattiveria ed incompetenza in FIAT. (19.12.18)

(   vedi :  https://1drv.ms/w/s!AlFGwCmLP76pg3LqWzaM8pmCWS9j ).

La differenza fra ROMITI MARCHIONNE e' che se uno la pensava diversamente da loro Romiti lo ascoltava, Marchionne lo cacciava anche se gli avesse detto che aumentando la pressione dei pneumatici si sarebbero ridotti i consumi.

FATTI NON PAROLE E FUMO BORSISTICO ! ALFA ROMEO 166 un successo nonostante i pochi mezzi utilizzati ma una richiesta mia precisa e condivisa da FIAT : GUIDA DIRETTA.  Che Marchionne non ha apprezzato come un attila che ha distrutto la storia automoblistica italiana su mandato di GIANLUIGI GABETTI (04.06.18).

Piero ANGELA : un disinformatore scientifico moderno in buona fede  su auto elettrica. auto killer ed inceneritore  (29.07.18)

Puoi anche prendere il potere ma se non lo sai gestire lo perdi come se non lo avessi mai avuto (01.08.18)

Ho provato la BMW i8 ed ho capito che la Ferrari e le sue concorrenti sono obsolete ! (20.08.18)

LA Philip Morris ha molti clienti e soci morti tra cui Marchionne che il 9 maggio scorso, aveva comprato un pacchetto di azioni per una spesa di 180mila dollari. Briciole, per uno dei manager più ricchi dell’industria automotive (ha un patrimonio stimato tra i 6-700 milioni di franchi svizzeri, cifra che lo fa rientrare tra i 300 elvetici più benestanti).E’ stato, però, anche l’ultimo “filing” depositato dal manager alla Sec, sul cui sito da sabato pomeriggio è impossible accedere al profilo del manager italo-canadese e a tutte le sue operazioni finanziarie rilevanti. Ed era anche un socio: 67mila azioni detenute per un investimento di 5,67 milioni di dollari (alla chiusura di Wall Street di venerdì 20 luglio 2018 ). E PROSSIMAMENTE  un'uomo Philip Morris uccidera' anche la FERRARI .   (20.08.18) (25.08.18)

verbali assemblee italiane azionisti EXOR :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pg3Y3JmiDAW4z2DWx

verbali assemblee italiane azionisti FIAT :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76phApzYBZTNpkGlRkq

 

Prodi e' il peccato originale dell'economia italiana dal 1987 (regalo dell'ALFA ROMEO alla FIAT) ad oggi (25.08.18)

L'indipendenza della Magistratura e' un concetto teorico contraddetto dalle correnti anche politiche espresse nelle lottizzazioni delle associazioni magistrati che potrebbe influenzarne i comportamenti. (27.08.18)

Ho sempre vissuto solo con oppositori irresponsabili privi di osservazioni costruttive ed oggettive. (28.08.18)

Buono e cattivo fuori dalla scuola hanno un significato diverso e molto piu' grave perche' un uomo cattivo o buono possono fare il bene o il male con consaprvolezza che i bambini non hanno (20.10.18) 

Ma la TAV serve ai cittadini che la dovrebbero usare o a chi la costruisce con i nostri soldi ? PERCHE' ?

Un ruolo presidenziale divergente da quello di governo potrebbe porre le premesse per una Repubblica Presidenziale (11.11.2018)

La storia occorre vederla nella sua interezza la marcia dei 40.000 della Fiat come e' finita ? Con 40.000 licenziamenti e la Fiat in Olanda ! (19.11.18)

I SITAV dopo la marcia a Torino faranno quella su ROMA con costi doppi rispetto a quella francese sullo stesso percorso ? (09.12.18)

La storia politica di Fassino e' fatta dall'invito al voto positivo per la raduzione dei diritti dei lavoratori di Mirafiori. Si e' visto il risultato della lungimiranza di Fassino , (18.12.18)

Perche' sono investimenti usare risorse per spostare le pietre e rimetterle a posto per giustificare i salari e non lo sono il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni ? perche' gli 80 euro a chi lavora di Renzi vanno bene ed i 780 euro di Di Maio a chi non lavora ed e' in pensione non vanno bene ? (27.12.18)

Le auto si dividono in auto mozzarella che scadono ed auto vino che invecchiando aumentano di valore (28.12.18)

Fumare non e' un diritto ma un atto contro la propria salute ed i doveri verso la propria famiglia che dovrebbe avere come conseguenza la revoca dell'assistenza sanitaria nazionale ad personam (29.12.18)

Questo mondo e troppo cattivo per interessare altri esseri viventi (10.01.19)

Le ONG non hanno altro da fare che il taxi del mare in associazione per deliquere degli scafisti ? (11.02.19)

La giunta FASSINO era inutile, quella APPENDINO e' dannosa (12.07.19)

Quello che l'Appendino chiama freno a mano tirato e' la DEMOCRAZIA .(18.07.19)

La spesa pubblica finanzia le tangenti e quella sullo spazio le spese militari  (19.07.19)

AMAZON e FACEBOOK di fatto svolgono un controllo dei siti e forse delle persone per il Governo Americano ?

(09.08.19)

LA GRANDE MORIA DI STARTUP e causato dal mancato abbinamento con realta' solide (10.08.!9)

Il computer nella progettazione automobilistica ha tolto la personalizzazione ed innovazione. (17.08.19)

L' uomo deve gestire i computer non viceversa, per aumentare le sue potenzialita' non annullarle  (18.08.19)

LA FIAT a Torino ha fatto il babypaking a Mirafiori UNO DEI POSTI PIU' INQUINATI DI TORINO ! Non so se Jaky lo sappia , ma il suo isolamento non gli permette certo di saperlo ! (13.09.19)

Non potro' mai essere un buon politico perche' cerco di essere un passo avanti mentre il politico deve stare un passo indietro rispetto al presente. (04.10.19)

L'arretratezza produttiva dell'industria automobilistica e' dimostrata dal fatto che da anni non hanno mai risolto la reversibilità dei comandi di guida a dx.sx, che costa molto (09.10.19)

IL CSM tutela i Magistrati dalla legge o dai cittadini visti i casi di Edoardo AGNELLI  e Davide Rossi ? (10.10.19).

Le notizie false servono per fare sorgere il dubbio su quelle vere discreditandole (12.10.19)

L'illusione startup brucia liquidita' per progetti che hanno poco mercato. sottraendoli all'occupazione ed illude gli investitori di trovare delle scorciatoie al alto valore aggiunto (15.10.19)

Gli esseri umani soffrono spesso e volentieri della sindrome del camionista: ti senti piu' importante perche' sei in alto , ma prima o poi dovrai scendere e cedere il posto ad altri perche' nessun posto rimane libero (18.10.19)

Non e' logico che l'industria automobilistica invece di investire nelle propulsione ad emissione 0 lo faccia sulle auto a guida autonoma che brucia posti di lavoro. (22.10.19)

L'intelligenza artificiale non esiste perche' non e' creativa ma applicativa quindi rischia di essere uno strumento in mano ai dittatori, attraverso la massificazione pilotata delle idee, che da la sensazione di poter pensare ad una macchina al nostro posto per il bene nostro e per farci diventare deficienti come molti percorsi dei navigatori  (24.11.19)

Quando ci fanno domande per sapere la nostra opinione di consumatori ma sono interessati solo ai commenti positivi , fanno poco per migliorare (25.11.19)

La prova che la qualità della vita sta peggiorando e' che una volta la cessione del 5^ si faceva per evitare i pignoramenti , oggi lo si fa per vivere (27.11.19)

Per combattere l'evasione fiscale basta aumentare l'assistenza nella pre-compilazione e nel pagamento (29.11.19)

La famiglia e' come una barca che quando sbaglia rotta porta a sbattere tutti quanti (25.12.19)

Le tasse sull'inquinamento verranno scaricate sui consumatori , ma a chi governa e sa non importa (25.12.19)

Il calcio e l'oppio dei popoli (25.12.19)

La religione nasce come richiesta di aiuto da parte dei popoli , viene trasformata in un tentativo di strumento di controllo dei popoli (03.01.20)

L'auto a guida autonoma e' un diversivo per vendere auto vecchie ed inquinanoroti , ed il mercato l'ha capito (03.01.20)ttadini

Il vero potere della burocrazia e' quello di creare dei problemi ai cittadini anche se il cittadino paga i dipendente pubblico per risolvere dei problemi non per crearli.  Se per denunciare questi problemi vai fuori dal coro deve essere annientato. Per cui burocrazia=tangente (03.01.20)

Gli immigrati tengono fortemente alla loro etnina a cui non rinunciano , piu' saranno forti le etnie piu' queste  divideranno l'Italia sovrastando gli italiani imponendoci il modello africano . La mafia nigeriana e' solo un esempio. (05.01.20)

La sinistra e la lotta alla fame nel mondo sono chimere prima di tutto per chi ci deve credere come ragione di vita (07.01.20)

Credo di avere la risposta alla domanda cosa avrebbe fatto Eva se Adamo avesse detto di no a mangiare la mela ?  Si sarebbe arrabbiata. Anche oggi se non fai quello che vogliono le donne si mettono contro cercando di danneggiarti. (07.01.20)

Le sardine rappresenta l'evoluzione del buonismo Democristiano  e la sintesi fra Prodi e Renzi,  fuori fa ogni logica e senza una proposta concreta  (08.01.20)

Un cavallo di razza corre spontaneamente e nessuno puo' fermarlo. (09.01.20)

PD e M5S 2 stampelle non fanno neppure una gamba sana (22.01.20)

non riconoscere i propri errori significa sbagliare per sempre (12.04.20)

la vera ricchezza dei ricchi sono i figli dei poveri, una lotteria che pagano tutta la loro vita i figli ai genitori che credono di non avere nulla da perdere  ! (03.11.21)

GLI YESMEN SERVONO PER CONSENTIRE IL MANTENIMENTO E LO SVILUPPO E L'OCCULTAMENTO DEGLI INTERESSI OCCULTI DEL CAPITALISMO DISTRUTTIVO. (22.04.22)

DALL'INTOLLERANZA NASCE LA GUERRA (30.06.22)

L'ITALIA E' TERRA DI CONQUISTA PER LE BANDE INTERNE DEI PARTITI. (09.10.22)

La dimostrazione che non esista più il nazismo e' dimostrato dalla reazione europea contro Puntin che non ci fu subito contro Hitler (12.10.22)

Cara Meloni nulla giustifica una alleanza con la Mafia di Berlusconi (26.10.22)

I politici che non rappresentano nessuno a cosa servono ? (27.10.22)

Di chi sono Ambrosetti e Mckinsey ? Chi e' stato formato da loro ed ora e' al potere in ITALIA ?
Lo spunto e' la vicenda Macron . Quanti Macron ci sono in Italia ? E chi li controlla ? Mckinsey e' una P2 mondiale ?
Mb

Piero Angela ha valutato che lo sbarco sulla LUNA ancora oggi non e' gestibile in sicurezza ? (30.12.22)

OSI

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

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Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere  .Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

  28. SE LE FORZE DELL'ORDINE INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117  PER UN PROBLEMA BANALE MI HA RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)

  29. GRAN PARTE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI ( DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)

  30. Spesso chi compera auto FIAT lo fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)

  31. Gli immigrati per protesta nei centri di assistenza li bruciano e noi dobbiamo ricostruirglieli  affinché  li redistruggono? (18.10.20)

  32. Abbiamo più rispetto per le cose che per le persone .29.08.21

  33. Le ragioni  per cui Caino ha ucciso Abele permangono nei conflitti umani come le guerre(24.11.2022)

  34. Quelli che vogliono l'intelligenza artificiale sanno che e' quella delle risposte autmatiche telefoniche? (24.11.22)

     

     

     

     

     

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

IL TRIBUNALE DI  TORINO E LA CONSOB NON MI GARANTISCONO LA TUTELA DEL'ART.47 DELLA COSTITUZIONE

Oggi si e' tenuta l'assemblea degli azionisti Seat tante bugie dagli amministratori, i revisori ed il collegio sindacale, tanto per la Consob ed il Tribunale di Torino i miei diritti come azionista di minoranza non sono da salvaguardare e la digos mi puo' impedire il voto come e quando vuole, basta leggere la sentenza SENT.FIAT Mb

 

Tweet to @marcobava

08.03.16

 

TEMI STORICI :

 

VIDEO DELLA TRASMISSIONE TV
Storie italiane
Puntata del 19/11/2019

SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI

https://www.raiplay.it/video/2019/11/storie-italiane-504278c4-8e8c-4b79-becc-87d5c7a67be6.html

 

10° Convegno
 
La grafopatologia in ambito giudiziario
L’applicazione della grafologia in criminologia, nelle malattie neurologiche e psichiatriche nel contesto giudiziario
 
Roma, 7 Dicembre 2019
 
Auditorium Facoltà Teologica “S. Bonaventura”
Via del Serafico 1 - Roma

 
alle ore 17,50
 
Vincenzo Tarantino
Gino Saladini
 
Elio Carlos Tarantino Mendoza Garofani
Grafologo giudiziario, esperto in fotografia forenseGiornalista, Criminologo
 
Il “suicidio” di Edoardo Agnelli: aspetti medico-legali criminologici e grafopatologici.

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

 PERCHE' TORINO HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI.  Gli feci presente che dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo delle indagini.

A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del "suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.

Mb

02.04.17

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

SE VUOI COMPERARE IL LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email all'editore (info@edizionikoine.it)  indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per contrassegno che pagherai alla consegna. 
NON DIMENTICARE CHE:

Le informazioni contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.

Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.


MARCO BAVA

 

 

  ENRICO CUCCIA ----------MARCO BAVA

 

SITI SOCIETARI

 

Ø     http://www.aedesgroup.com

Ø     http://www.bancaprofilo.it

Ø     http://www.ngpspa.com

Ø     http://www.centralelatte.torino.it

Ø     http://www.a2a.eu

Ø     https://www.enelgreenpower.com

Ø     http://www.gabettigroup.com

Ø     http://www.mef.it/it/index.html montefibre

Ø     http://www.gruppozucchi.com

M&C SITO :  http://www.mecinv.com/

 

 

La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

www.taxjustice.net ; www.fanpage.it

www.ecobiocontrol.bio

www.andreagiacobino.com

 

 

http://www.matrasport.dk/Cars/Avantime/avantime-index.html

 

 

Auto e Moto d’Epoca 2013

 

- Nuovo sistema tutela auto e moto d'epoca;
- 
Veicoli d'interesse storico, la fiscalità e il redditometro;
- 
Norme per la circolazione dei veicoli storici;
- 
Veicoli d'interesse storico e collezionistico: circolazione e fiscalità 

 

 

 

http://delittodiusura.blogspot.it/2011/12/rete-antiusura-onlus.html

http://www.vitalowcost.it

http://www.terzasettimana.org

 www.attactorino.org SITO SOCIALE TORINESE

 

 

 

 http://www.giurisprudenzadelleimprese.it/

 

http://www.avvocatitelematici.to.it/

 

http://www.uibm.gov.it/

 

http://www.obiettivonews.it/

 

http://www.penalecontemporaneo.it

 

http://controsservatoriovalsusa.org/

 

http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/price-sensitive/home.html?lang=it

 

http://www.societaquotate.com/

 

 

 

http://smarthyworld.com/renault.html

http://www.turbo.fr/renault/renault-avantime/photos-auto/

http://avantimeitalia.forumattivo.it/

http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

http://www.avantime-club.eu/

http://www.centropestelli.it/  scuola di giornalismo torinese

www.foia.it x la trasparenza

http://www.lingottoierieoggi.com la storia del lingotto

www.ipetitions.com PETIZIONI

http://www.casa.governo.it GUIDA AGEVOLAZIONI CASA

http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

 

 

 

ULTIMO AGGIORNAMENTO 27/01/2023 01.27.05

Controlla se scrivo bufale su https://www.poynter.org/

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LE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI

BOSSI PRODI DE BENEDETI GIANNI AGNELLI SCALFARI 1 SCALFARI 2 PANELLA GIANNI AGNELLI 2

ORIGINALI CUSTODITI DALLA BIBLIOTECA DI SETTIMO TORINESE  LETTERA SETT.T

SE VUOI AVERE UNA COPIA  DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI  :

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

COMODATO EA COMODATO D'USO DI VILLA SOLE DOVE VIVEVA EDOARDO AGNELLI

DOCUMENTi SULLA DICEMBRE SOCIETA' SEMPLICE CHE CONTROLLA STELLANTIS

DICEMBRE 2021

DICEMBRE 1984

il mio libro sui Piani INDUSTRIALI

Libro Mb

LA MIA TESI DI LAUREA IN GIURISPRUDENZA SUL PROCESSO AL SENATORE AGNELLI  PER AGIOTAGGIO

CON SENTENZA NEL 1912

TESI SEN AGNELLI

 

VEDETE  COME LAVORA UIBM

CACAO&MIELE\7228-REG-1547819845775-rapp di ricerca.pdf

 

28.01.23
  1. LA CODA DI PAGLIA DI FI  E LEGA :   Il tempo stringe, c'è una direttiva europea del 2019 su chi segnala abusi e illeciti, il cosiddetto "whistleblower", che possiamo tradurre in "segnalatore", da adottare anche in Italia. È un ulteriore passo in avanti sul tema, considerando che già nel 2012 se ne parlò con la legge Severino, e poi dal 2017 c'è in campo l'Anac per accogliere le segnalazioni e garantire il totale anonimato. Ora l'accelerazione riguarda le imprese private: tutte quelle che hanno dai 50 dipendenti in su (anche meno se nel settore finanziario o money transfer) devono attrezzarsi con un referente, una linea telefonica dedicata, un sistema informatico criptato. Non si fanno più deroghe neppure nel settore pubblico: tutti, anche il più piccolo Comune, dovranno creare il canale riservato per accogliere segnalazioni interne. Per gli inadempienti, pubblico o privato, è prevista una sanzione da 10 a 50mila euro. Il decreto legislativo che recepisce la direttiva - a firma dei ministri Raffaele Fitto e Carlo Nordio - ha però incontrato un brusco stop in Parlamento. Dalla commissione Giustizia due giorni fa doveva uscire un parere; invece, incalzati da Enrico Costa, Terzo Polo, la maggioranza e gli stessi rappresentanti del governo hanno preso tempo per capire meglio. La relatrice Alice Buonguerrieri, FdI, fa sapere che alcuni capitoli sono tornati in «valutazione».
    Ci sono alcuni nodi da sciogliere: se sia normale garantire al segnalatore, che può essere un lavoratore dipendente ma anche un esterno, anche la totale inamovibilità dal posto di lavoro e dalle funzioni. La direttiva europea stabilisce che vanno combattute le ritorsioni. Secondo il decreto legislativo del governo, qualsiasi licenziamento, trasferimento, o spostamento di funzioni è da considerarsi automaticamente una ritorsione e spetta al datore di lavoro giustificarsi. «Il rischio è che un lavoratore in odore di licenziamento potrebbe fare una segnalazione del tutto assurda, ma, così strumentalizzando la direttiva, si garantirà per il futuro. La direttiva europea non era così radicale», dice Costa.
    Costa ha sollevato un paio di altre osservazioni che hanno fatto breccia nella maggioranza. La questione dei Comuni: la direttiva europea permetteva una deroga per quelli sotto i 10mila abitanti, non il decreto del governo. Tutti dovranno attrezzarsi per accogliere le segnalazioni segrete, anche i più piccoli di poche centinaia di abitanti. Per di più non è previsto un minimo stanziamento in aiuto. Unica consolazione, i piccoli Comuni potranno consorziarsi e poi affidare all'esterno, a società specializzate, il servizio di comunicazione criptata. E poi il tema delle segnalazioni infondate: «Non è stato ritenuto necessario recepire l'indicazione - ha sostenuto in Commissione - di prevedere sanzioni dissuasive, applicabili alle persone segnalanti per le quali sia accertato che scientemente hanno effettuato segnalazioni false. Si è ritenuto che già esistessero. Invece, tali condotte andrebbero ulteriormente sanzionate».
    Si è associato Davide Bellomo, Lega: «Dobbiamo evitare di adottare una disciplina pregiudizievole degli interessi interni al di là di quanto richiesto». Anche esponenti del Pd sono dubbiosi. Devis Dori, dei Verdi-Sinistra Italiana pure ritiene «che le questioni poste dal deputato Enrico Costa siano rilevanti». Contrario invece il parere di Federico Cafiero de Raho, M5S, che difende allo strenuo la figura dei segnalanti e chiede ulteriori garanzie. La soluzione, la settimana prossima.

 

 

 

 

27.01.23
  1. PREOCCUPANTE :    «Libero. È uscita la verità. Avevo fiducia nella giustizia, altrimenti… In cella tante volte ho pensato al suicidio e nello sconforto mi dicevo che mi condannino o mi assolvano io non ci sarò». Marco Sorbara, ex consigliere regionale valdostano, condannato in primo grado a dieci anni per concorso esterno alla ‘ndrangheta, poi assolto in Appello ha avuto l'assoluzione anche in Cassazione. Era stato arrestato il 23 gennaio 2019 insieme con altre quindici persone. Inchiesta "Geenna" che ha sconvolto la Valle d'Aosta. Nome biblico che richiama una piccola valle in cui furono commessi stragi d'infanti. Arrestati anche altri politici e scoperta una locale della ‘ndrangheta, sempre ipotizzata, mai scovata fino a quel momento. Ottocento pagine di un'indagine coordinata dalla direzione distrettuale antimafia torinese, eseguita dal gruppo carabinieri di Aosta, che mettono in luce le infiltrazioni anche nelle istituzioni dell'organizzazione mafiosa. Il Comune di Saint-Pierre, poco oltre Aosta, fu commissariato, mentre l'amministrazione della città uscì indenne dai controlli della commissione ministeriale. Condanne pesanti e una sola assoluzione, quella di Sorbara che ha passato 909 giorni tra carcere e arresti domiciliari. La Cassazione due giorni fa ha respinto il ricorso contro la sua assoluzione e la condanna di altri quattro imputati è stata annullata: processo da ricominciare in Appello a Torino. In aprile la Corte suprema giudicherà anche le altre condanne per rito abbreviato.
    Sorbara, da 10 anni di carcere all'assoluzione…
    «Basta ombre, dubbi. Riprendo la mia vita. Sono passati 1.466 giorni dal mio arresto. Mi hanno negato per cinque volte la libertà perché ero pericoloso, sono stato in carcere a Biella otto mesi, 45 giorni di isolamento. Ho perso 25 chili e a volte la testa».
    Si è domandato com'è finito accusato di mafia?
    «Quando sei innocente la sola domanda ti spaventa. E questo ti devasta. In primo grado i giudici della mia città mi hanno condannato a dieci anni e 500 mila euro di risarcimento e non so perché. Ho letto e riletto la sentenza del 16 settembre 2020. Mi chiedevo e mi chiedo colpevole di che? E poi ho letto 70 mila pagine in 42 fascicoli e mi sono detto ma che ci faccio in cella?».
    Che cosa secondo lei ha pesato, una sua frase, come quella conversazione con un condannato su un lavoro da fare quando lei era assessore al comune di Aosta? Lei gli parlò di un lavoretto da fare.
    «Incredibile, io lo incontrai per la strada, poi ci telefonammo, lui mi chiese se c'erano lavori da fare e io lo indirizzai al dirigente. Tutto finì lì. Quel lavoro non fu mai fatto. Guardi io ho chiesto ai giudici più volte durante gli interrogatori di spiegarmi, non ho ricevuto spiegazioni».
    Ha letto gli atti, che cosa non rifarebbe o direbbe di quanto c'è su di lei?
    «Nulla. Ridirei frase per frase. Basta rileggere senza pregiudizi e con la conoscenza del contesto. Io ho fatto politica girando per la mia città, incontrando e ascoltando tante persone. E andavo in Calabria».
    Dove ha portato mobili che erano stati dismessi dal Comune.
    «Certo e anche quello è stato frainteso, così come quando ho raccontato che mio padre lasciò la Calabria con la valigia di cartone. E io ai giudici ho raccontato ciò che facevo, chi incontravo. E domandavo loro, ma cosa c'è di sbagliato?».
    E adesso che fara?
    "È finito un incubo. Quei mesi in carcere… Sa 33 giorni senza incontrare la mia famiglia, se non mio fratello Sandro, che per fortuna era mio avvocato».
    Chiederà il risarcimento allo Stato?
    «Lo faranno gli avvocati. Ho perso tutto, così come i miei fratelli per poter difendermi. E ho perso la serenità così come mia madre, devastata. Le banche hanno congelato i conti appena arrestato, sia a me sia a mia madre. "Cliente indesiderato"».
    È sciocco chiederle se ha avuto qualcosa da questa esperienza?
    «No. Ho imparato a essere forte dopo essere stato aggredito dalla paura di chi subisce da innocente senza capire il perché. È terrificante, le assicuro. Ma poi sono stato sorpreso dalla solidarietà della gente. Mi hanno aiutato la mia famiglia e la fede. E due sacerdoti, don Albino di Aosta e don Attanasio di Torino. Ho cominciato a leggere, scrivere».
    Ha scritto un diario?
    «Sì. Fino a ieri non riuscivo più ad aprirlo. Appena leggevo qualche riga dovevo smettere. Adesso lo riscriverò con il computer».
    Il 19 luglio 2021 lei ha riacquistato la libertà. Che ha fatto?
    «La mia riabilitazione è stata la montagna. Ho consumato scarponi e scarpe, ho fatto i cammini come quello di Santiago, sono stato a Lourdes. Quasi sempre da solo per riavere le piccole emozioni, sentire la pioggia, il vento o il profumo della resina dei larici».
    Tornerà alla politica? Ieri il suo ex partito, l'Union valdotaine, le ha tributato solidarietà.
    «Mi ha deluso. Solidarietà dice. Sa che lo stesso giorno che sono stato arrestato il presidente del movimento Erik Lavevaz mi ha radiato?».
  2. IL SALVINISMO OPPORTUNISTICO: Il centrodestra abbassa la soglia di sbarramento al 3% per l'ingresso in consiglio regionale ma resta inflessibile sull'istituzione di quattro sottosegretari e di otto consiglieri supplenti. Una posizione che non viene scalfita nemmeno di fronte ad un aumento dei costi determinati dalla moltiplicazione delle poltrone che se approvata, peserà sui fondi pubblici per oltre 7 milioni di euro in più in cinque anni. Costi aggiuntivi che varranno anche per ogni successiva legislatura. Ma per Alberto Preioni, capogruppo della Lega, si tratta di una spesa necessaria «per garantire più efficienza all'azione di governo, facilitare l'attività legislativa del Consiglio regionale assicurando una maggiore rappresentanza a tutti i territori come per altro già avviene in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana». Raffaela Gallo, capogruppo del Pd, la mette giù così: «La proposta di legge Mosca non risolve i problemi di funzionalità, punta a distruggere il centrosinistra ed aumenta i costi. Così non va».
    In sede di trattative, però, il Pd è pronto a fare le barricate per difendere l'attuale legge elettorale, e con lei i partiti più piccoli della coalizione, ma non sui consiglieri supplenti, la surroga è già operativa nel consiglio comunale di Torino anche se è definitiva e non a tempo come invece vorrebbe il centrodestra regionale. Contrarietà dem, ma non ostruzionismo, invece sull'istituzione dei sottosegretari. Al massimo i dem potrebbero accettarne uno come in Emilia Romagna e Toscana mentre Paolo Bongioanni, il capogruppo di Fdi che ha proposto l'istituzione dei sottosegretari potrebbe anche accettare di nominarne tre e non quattro. All'interno delle minoranze, invece, c'è anche chi è contro la moltiplicazione delle poltrone. In prima fila c'è il M5S come spiega la capogruppo Sarah Di Sabato: «In questa legislatura il centrodestra ha già dimostrato che l'aumento delle poltrone non comporta un miglioramento della qualità dell'azione politica, dall'azienda Azienda Zero all'Orecol. Con sottosegretari e consiglieri supplenti siamo di fronte a un esborso inutile che graverà sulle tasche dei contribuenti». Nel corso della discussione informale che si è svolta ieri, però il M5S ha chiesto l'ingresso automatico nell'assemblea legislativa di palazzo Lascaris, anche del candidato alla presidenze della regione che si classificherà al terzo posto. Una proposta che ha gelato il Pd perché potrebbe prefigurare la volontà di una corsa solitaria. Contro la creazione delle figure dei sottosegretari e dei consiglieri supplenti ci sono anche i consiglieri Giorgio Bertola (Verdi) e Francesca Frediani (Unione popolare) che però hanno chiesto la deroga dalla raccolta firme per le loro formazioni. Stop anche da Silvana Accossato, capogruppo di Lev.
    Nel centrodestra, però, il meccanismo di assegnazione dei seggi con i resti proposto dalla Lega, il cosidetto flipper, penalizzerebbe Torino rispetto alle altre province e si scontra con la contrarietà di Fratelli d'Italia e Forza Italia. L'intesa sulla riforma elettorale è lontana. L'unico articolo che raccoglie il consenso di tutti i partiti è la parità di genere.
  3. Vodafone condannata dopo 12 anni di ricorsi pagherà 300mila euro
    Per dodici anni si è visto negare il passaggio ad un'altra compagnia telefonica. Perché? Aveva pagato una bolletta con un giorno di ritardo. E nemmeno per colpa sua, ma a causa di un disguido tecnico. Questa l'odissea vissuta da un uomo che abita in provincia di Brindisi e che oggi ha vinto la sua battaglia legale contro Vodafone Italia Spa condannata a risarcirlo di circa 300mila euro. Lo ha stabilito il tribunale di Ivrea, competente visto che Vodafone ha la sede in città. «Si tratta del più alto risarcimento mai riconosciuto in Italia a favore di un consumatore. Il nostro assistito è stato privato ingiustamente di un diritto da parte del suo operatore telefonico che per anni si è rifiutato di eseguire l'ordine del giudice di riattivargli la linea telefonica interrotta in maniera illegittima» dice l'avvocato Filomeno Montesardi, del foro di Brindisi, che rappresenta l'utente.
    Per raccontare questa storia bisogna tornare al febbraio 2009, quando l'uomo sottoscrive un contratto di abbonamento comprensivo di linea telefonica e Adsl. Il 15 settembre, però, la compagnia, che all'epoca si chiamava Vodafone Omnitel, gli comunica che è in ritardo con il pagamento. E che avrebbe dovuto affrettarsi a versare 74 euro o l'abbonamento sarebbe stato sospeso. Arriva un sollecito. L'utente paga. «Con un giorno di ritardo», sottolinea l'avvocato. Ma Vodafone rescinde ugualmente il contratto. E non gli fornisce il codice di migrazione, ovvero quella sequestra alfanumerica che permette di semplificare la gestione del cambio di operatore. E attivare un'altra linea. Adesso questo codice è presente sulla bolletta, all'epoca no.
    Il signore, nel 2009, presenta ricorso davanti al tribunale di Mesagne. Che ordina a Vodafone di fornirgli il codice. «Non è stato comunicato nulla», spiega l'avvocato. «La società ha pagato solo le spese legali». L'anno dopo il tribunale di Mesagne condanna Vodafone al pagamento di una sanzione: 20 euro per ogni giorno di ritardo nella comunicazione del codice alfanumerico, che diventano 50 euro giornalieri dopo il trentunesimo giorno di inadempienza. I giudici, inoltre, dispongono la riattivazione della linea presso un altro operatore. Anche in questo caso Vodafone Italia liquida solo le spese legali. I ricorsi si susseguono. Sino ad oggi: il tribunale di Ivrea gli ha riconosciuto un maxi-risarcimento.
    La vicenda però non si è ancora chiusa. «Pende ancora un giudizio davanti al tribunale di Brindisi che ha disposto una consulenza tecnica d'ufficio all'esito della quale l'azienda telefonica confida di poter chiarire definitivamente la vicenda», dicono da Vodafone.
    Il codice di migrazione non è ancora stato fornito. Nel frattempo l'uomo ha cambiato gestore telefonico. Costretto a cambiare numero. —

 

 

 

26.01.23
  1. CORRUZIONE-RUSSIA-UCRAINA=EU: In un colpo solo, e con una certa fretta, Volodymyr Zelensky ha cacciato oltre dieci alti funzionari del suo esecutivo, tra cui diversi viceministri e i governatori delle regioni che si affacciano sulla prima linea del fronte, in una mossa che segna il più grande stravolgimento politico dall'inizio dell'invasione russa. Sono accusati, a vario titolo, di corruzione, appropriazione indebita, violazione del divieto di espatrio e altri reati.
    Finora a lasciare sarebbero stati cinque governatori regionali, quattro viceministri, due capi di agenzie governative, il vicecapo dell'Ufficio presidenziale, il vice procuratore generale, ma sembra che altre "dimissioni" sarebbero all'orizzonte.
    L'ondata di licenziamenti è arrivata proprio mentre i Paesi occidentali discutevano - e tentennavano - sull'invio di nuovi armamenti all'Ucraina, e non è una coincidenza. Zelensky ha voluto giocare d'anticipo, dare una spinta all'assistenza e rassicurare gli alleati - che stanno già inviando miliardi di dollari in aiuti militari e finanziari - che il suo governo applica tolleranza zero nei confronti della corruzione, mentre Kiev si sta preparando a resistere a una nuova e terribile offensiva di Mosca e, mai come prima d'ora, ha bisogno di quegli armamenti.
    Già prima dell'aggressione russa l'Ucraina aveva una storia di corruzione e di governance traballante, ed è ora ancor più sotto la pressione internazionale per dimostrare che può essere un amministratore affidabile dei miliardi di dollari in aiuti occidentali. I timori sono che la messe di armi e denaro che ha inondato il Paese finisca nelle mani sbagliate.
    La Corte di Conti Europea nel 2021 scriveva che l'Ucraina è afflitta dalla corruzione, in particolare dalla grande corruzione, ovvero l'abuso di potere ad alto livello a beneficio di pochi. Per questo la mossa di Zelensky assume un peso specifico ancora più significativo.
    Tra i silurati ci sono nomi illustri, primo tra tutti il vice capo dell'ufficio presidenziale ucraino Kyrylo Tymoshenko, in questi mesi "voce" dell'esecutivo nel conflitto. Insieme a lui, quattro viceministri hanno perso il loro incarico. I cambi al vertice fanno parte del rimpasto voluto da Zelensky e preannunciato domenica nel consueto videomessaggio serale. In quell'occasione il presidente ucraino aveva anticipato «decisioni appropriate» per inasprire la lotta alla corruzione nel Paese.
    Il fantasma di accordi illeciti si era insediato tra i vertici del governo ucraino dopo la destituzione domenica di Vasyl Lozynskyi dall'incarico di viceministro per lo Sviluppo comunitario, i Territori e le Infrastrutture. Lozynskyi era stato arrestato il 21 gennaio dall'Ufficio nazionale anticorruzione con l'accusa di aver sottratto 400.000 dollari «per facilitare la conclusione di contratti per l'acquisto di generatori a prezzi gonfiati». È stato il suo arresto, pare, ad aprire l'inchiesta ad ampio raggio.
    Sono poi cinque i governatori dimessi, alcuni di oblast chiave come quelle di Kherson e di Zaporizhzhia. «Zelensky risponde direttamente a una richiesta pubblica fondamentale: la giustizia per tutti», è stato il secco commento del consigliere Mykhailo Podolyak. E mentre l'Ue esprime «soddisfazione», sottolineando che «l'Ucraina deve rafforzare la lotta alla corruzione» come parte del processo di adesione all'Unione, lo scandalo non passa inosservato a Mosca: in Ucraina è cominciata «una nuova spartizione della torta», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova. Di questa torta, ha aggiunto, è rimasto solo un pezzo, ma «questi vampiri insaziabili continuano a spartirselo».
    La raffica di dimissioni e destituzioni è giunta all'indomani dell'annuncio di Zelensky di «decisioni sul personale» riguardanti «dirigenti di vario livello», compreso il divieto ai funzionari di viaggiare all'estero tranne che per affari ufficiali. Poche ore dopo sono arrivate le dimissioni di Tymoshenko, accusato di aver utilizzato un veicolo fuoristrada che era stato donato all'Ucraina per scopi umanitari. A lasciare la sua poltrona poi il viceministro della Difesa Vyacheslav Shapovalov, coinvolto nello scandalo secondo cui il suo ministero ha firmato un contratto a un prezzo gonfiato per i prodotti alimentari destinati ai soldati. Insieme a lui, hanno lasciato i viceministri per lo Sviluppo comunitario e territoriale Ivan Lukeryu e Vyacheslav Negoda, e il viceministro delle Politiche Sociali Vitaly Muzychenka.
    Anche i governatori delle regioni di Dnipropetrovsk, Zaporizhzhia, Sumy e Kherson, sono finiti sotto inchiesta. Il governatore di Zaporizhzhia è stato accusato da diversi media di aver assegnato contratti per la riparazione di strade per un valore di decine di milioni di euro a un gruppo co-fondato dalla sua fidanzata, un'istruttrice di fitness. La bufera ha poi coinvolto altri funzionari, tra cui il vice capo del partito di Zelensky Pavlo Halimon e il sostituto procuratore generale Oleksiy Simonenko, accusato di essersi recato in vacanza in Spagna, infrangendo il divieto di partire per gli uomini in età da combattimento.
  2. RISCHIOSO MA INEVITABILE :«Da noi ormai il primo brindisi è alla salute dell'antiaerea»: Vyacheslav Gladkov, il governatore della regione di Belgorod, al confine con l'Ucraina, porta la guerra sulla scrivania di Vladimir Putin, e nelle case dei russi. Sono almeno 25, secondo il governatore, i morti negli attacchi che arrivano dall'altra parte della frontiera, e 96 i feriti, ma a colpire è soprattutto la decisione del Cremlino di dare parecchio risalto mediatico a una notizia che finora la televisione di Stato aveva cercato di nascondere nell'ombra: la Russia è in guerra, e questa guerra riguarda tutti. Mentre per Mosca continuano a circolare insistenti voci su una nuova ondata di mobilitazione che dovrebbe portare a 500 mila il numero dei riservisti chiamati sul fronte ucraino, Gladkov ottiene una udienza insolitamente lunga e insolitamente pubblicizzata presso il capo dello Stato, che ne approfitta per tranquillizzare i russi: «Il nostro sistema di difesa antiaerea è uno dei migliori al mondo», ricorda Putin. Una osservazione che forse si era resa necessaria dopo che il suo portavoce Dmitry Peskov si era astenuto dal commentare l'apparizione sui tetti di Mosca delle batterie di difesa antiaerea Pantsyr S1, indirizzando i curiosi verso un ministero della Difesa che è stato altrettanto reticente a commentare quelli che sembrano i preparativi a un attacco imminente dei droni ucraini.
    A Mosca si inizia a respirare aria di guerra, e ogni giorno in Rete appaiono nuove immagini delle batterie antiaeree che vengono installate nella capitale russa e nei suoi dintorni, di solito nelle immediate vicinanze di una delle numerose dacie di Putin. La sensazione dell'avvicinamento di una svolta decisiva è presente su entrambi i lati del fronte, e mentre gli esperti militari si esercitano in speculazioni sulla direzione dell'offensiva russa e della controffensiva ucraina, che appaiono entrambe imminenti, i propagandisti televisivi da qualche giorno hanno ricominciato a minacciare attacchi nucleari. Igor Krokhmal, il capitano della fregata della marina russa Admiral Gorhskov, che si è inoltrata a sorpresa nell'Atlantico, armata di missili ipersonici con testata nucleare Zirkon, si vanta che gli americani non riusciranno a intercettarli: «Li vedranno soltanto quando colpiranno il bersaglio, sull'acqua o sulla costa». L'ex presidente Dmitry Medvedev aveva già parlato dei «missili sul Potomac» come «regalo di Capodanno», e ieri alla notizia che la Germania avrebbe forse finalmente sbloccato l'invio dei carri armati Leopard il deputato della Duma Mikhail Sheremet ha subito promesso di reagire a questa «iniziativa militarista» con il ricorso ad «armi molto più potenti».
    Un'escalation verbale che però viene smorzata all'improvviso da Dmitry Polyansky, viceambasciatore della Russia all'Onu, che reagisce alle promesse di nuovi aiuti militari occidentali a Kyiv con una frase criptica su «alcune linee rosse che sono già state superate dai Paesi della Nato, anche se forse le linee più rosse non lo sono ancora state». Anche Peskov si limita a minacciare «un notevole peggioramento» nei rapporti tra Mosca e Berlino, ammettendo subito dopo che questi rapporti si trovano già «nel punto più basso».
    L'impressione è quasi di una partita a poker, dove ogni carta viene scoperta lentamente, in attesa della mossa falsa dell'avversario. Ma le carte di Putin non sono tantissime: l'indiscrezione di qualche giorno fa, sull'invio al fronte dei carri armati T-14 Armata, molto pubblicizzati qualche anno fa come nuovo gioiello dell'arsenale russo, ma prodotti in pochi esemplari (e con una qualità che suscita diverse perplessità negli esperti militari) non si è concretizzata. Ieri sia Putin che Medvedev hanno assicurato di avere «missili più che a sufficienza», ma diversi spionaggi occidentali segnalano invece una scarsità di armi e munizioni: secondo lo Stato maggiore finlandese, nonostante la prospettiva imminente dell'ingresso di Helsinki nella Nato il contingente russo al confine si è ridotto di quattro volte. E la presidente della fondazione per i diritti umani "La Russia in galera" Olga Romanova sostiene che dei circa 50 mila detenuti reclutati dal gruppo Wagner per l'avanzata di Bakhmut quattro quinti sono già rimasti uccisi, feriti, catturati o dispersi.
    Numeri difficili da verificare, ma anche fonti internazionali come la BBC parlano di un incremento delle perdite russe del 18% nell'ultimo mese. Peskov ha ieri smentito l'esistenza di piani per la mobilitazione di altri 200 mila uomini russi, considerata da molti commentatori necessaria per fermare l'Ucraina. Il portavoce del Cremlino ha anche negato il progetto di proibire l'espatrio ai maschi russi soggetti potenzialmente alla mobilitazione, ma l'apparizione (e la successiva sparizione) sul sito della Duma del progetto di legge sulla necessità di fare richiesta con qualche giorno di anticipo per poter attraversare la frontiera in auto ha preoccupato molti. Le destinazioni che si possono raggiungere dalla Russia in aereo sono poche e costose, e l'autunno scorso la maggior parte degli uomini in fuga dalle trincee erano scappati proprio via terra. Il numero preciso di questi esuli rimane sconosciuto, ma ieri il Moscow Times ha rivelato che nel 2022 il numero delle auto usate vendute online a Mosca è quasi raddoppiato, raggiungendo le 100 mila vetture (numeri simili si sono registrati anche in altre grandi città russe), attribuendo questo fenomeno essenzialmente a chi decideva di emigrare dalla Russia. Motivo per il quale, secondo molti, il Cremlino non chiuderà i confini, preferendo lasciar fuggire gli scontenti invece di mandarli al fronte, e mandando avanti una "mobilitazione strisciante" in sordina.
  3. L'UOMO PIU' PERICOLOSO DEL MONDO:Henry Kissinger, cento anni a maggio, ricorda con emozione il suo amico Gianni Agnelli a vent'anni dalla scomparsa. Il più influente teorico e pratico della politica estera americana, tuttora attivo sulla scena pubblica internazionale con opinioni spesso controcorrente, ha fama di uomo freddo. Non le è. Certo non quando parla del presidente della Fiat, con il quale ha condiviso una lunga e profonda amicizia: «Gianni Agnelli era un uomo di visione, di grande umanità e apertura mentale. Aveva uno charme leggendario, a cui anche io – sulle prime – ho cercato di resistere. Ma non è stato lo charme a creare l'amicizia. È stata l'ampiezza dei suoi interessi. E così siamo diventati amici».
    Quando?
    «Ci siamo conosciuti nel 1969, quando accompagnai il presidente Nixon durante una visita a Roma. Ci fu una meravigliosa cerimonia al Quirinale, con molti politici e uomini d'affari italiani. La nostra amicizia si è cementata nei due anni successivi. Ogni volta che veniva in America mi chiamava. Ci siamo sempre tenuti in contatto, ma non mi ha mai chiesto nemmeno un favore. Non mi ha mai chiesto aiuto per la Fiat. Mi chiedeva di come andasse il mondo in generale. Parlavamo delle nostre vite, di quello che ci succedeva».
    Lei ha definito l'Avvocato «un uomo del Rinascimento».
    «Ho usato quell'espressione perché Gianni era un uomo curioso di tutto. Era appassionato di arte, di sport, non solo di politica. Ovviamente, era anche molto interessato all'industria italiana e, aggiungerei, europea. Gianni era capace di appassionarsi a tutto. Per questo i suoi interessi erano così ampi e intensi».
    Agnelli era pro-americano nel senso più ampio del termine, un atlantista convinto. Come vedeva il rapporto fra Italia e Stati Uniti?
    «Gianni pensava che il mondo stesse andando incontro a una profonda trasformazione. Era convinto che le nazioni atlantiche dovessero affrontare insieme quel cambiamento. Ma era anche convinto che fosse necessario cooperare con tutti i paesi. Gianni era molto orgoglioso delle sue origini italiane. Credeva che l'Italia fosse qualcosa di speciale. Allo stesso tempo, pensava che l'Europa dovesse essere unita e fortemente legata all'America».
    Non tutti i leader italiani del tempo, specialmente se politici, erano così atlantici. Non le sembra che l'Italia della guerra fredda tendesse verso il neutralismo?
    «No. Secondo me l'Italia era un paese completamente atlantico, sia in termini industriali che politici. Anche perché l'evoluzione della storia europea ha dato all'Italia un indirizzo particolare. Gianni si interessava di politica ed era in contatto con i massimi politici italiani. Ma non si interessava tanto dei problemi immediati. Gli interessava di più capire come i problemi potessero svilupparsi e impattare sulla società nel lungo termine. È per questo che si è impegnato a formare giovani leader, alcuni dei quali sono diventati molto importanti. Gianni è sempre stato aperto a discutere con qualsiasi leader politico. Certo, aveva le sue idee. All'epoca l'Europa era divisa in due. Lui era a favore della Nato, ma credeva che bisognasse sforzarsi di tenere insieme paesi e società diverse. Ed era sicuro che con la Russia – allora Urss - si potesse collaborare».
    Viviamo un'epoca totalmente diversa. Come pensa che l'Avvocato avrebbe giudicato questo mondo in guerra?
    «Gianni pensava ieri e penserebbe oggi che ogni nazione ha un impatto sulle altre. È molto importante non troncare mai il dialogo per far sì che ciascun paese, anche se coinvolto in un conflitto, abbia la certezza di poter tornare ad essere considerato buono».
    Varrebbe anche per la Cina?
    «Credo di sì. Alla fine della sua vita Gianni stava esplorando la possibilità di entrare in Cina. Vi aveva anche aperto qualche stabilimento. Ma non mi ha mai chiesto aiuto, nonostante io abbia ottime relazioni da quelle parti».
    Forse è per questo che i cinesi alla fine degli anni Novanta hanno deciso di guidare Volkswagen (Kissinger ride e non commenta). Lei ha detto che Agnelli è stato «un leader che ha sempre tenuto conto delle relazioni internazionali». Un'eccezione nel mondo dell'industria
    ?
    «Gianni si è dedicato molto alla causa atlantica e a quella europea, ma credeva davvero nell'industria e nella nazione italiana. Una volta stavamo parlando delle grandi istituzioni internazionali. Eravamo d'accordo sul fatto che fossero utili, ma lui mi disse: "Io sono un'istituzione nazionale". Voleva che la sua impresa industriale avesse anzitutto un impatto nazionale. Italiano».
    Oggi noi occidentali in Europa siamo in guerra con la Russia.
    «Al tempo della nostra amicizia, l'Europa era ancora divisa in occidentale e orientale. E c'era meno contatto fra quelle due parti. Gianni aveva degli interessi in Russia sovietica e pensava che la Russia fosse a tutti gli effetti parte dell'Europa. Siamo stati anche qualche giorno insieme in Russia. Sfortunatamente oggi c'è la guerra in Ucraina a mettere insieme Europa orientale e occidentale. Io spero che questa cooperazione continuerà dopo la guerra».
    Per lei la Russia è o non è parte dell'Europa?
    «Il problema delle relazioni tra Russia ed Europa è dato dal fatto che la Russia ha sempre ammirato l'Europa, suo modello culturale, ma allo stesso tempo è sempre stata spaventata dall'Europa e dall'Occidente in generale, perché ne è stata invasa più volte. La Russia non è riuscita a decidere una volta per tutte se vuole vivere nella speranza o nella paura. Io credo che, comunque finisca in Ucraina, la Russia debba essere senza dubbio inclusa nel quadro europeo. So che in questo momento non sembra molto probabile, ma penso che il futuro sarà questo. E credo che Gianni avrebbe detto la stessa cosa».
    Lei crede che oggi, nel mondo di Internet e dell'intelligenza artificiale abitato da oltre otto miliardi di umani, sia possibile costruire un nuovo ordine europeo e mondiale? Non è utopia?
    «L'intelligenza artificiale cambierà il mondo. Siamo solo agli inizi. L'impatto sarà enorme. È come se fossimo nell'età dell'illuminismo: sta emergendo un nuovo concetto di realtà. Il problema, e la differenza con il XVIII secolo, è che l'intelligenza artificiale è totalmente distruttiva. Non ci sono più limiti alla capacità umana di distruggere. Ma ciò significa che, in un modo o nell'altro, l'umanità dovrà rendersi conto che la pace è necessaria. Duecentocinquanta anni fa, Kant disse che la pace sarebbe stata raggiunta o grazie alla coscienza umana della sua inevitabilità o a causa di catastrofi tali da non lasciare ulteriori opzioni. Lo penso anch'io. Gianni sarebbe stato meno filosofico e più pratico. Io ero più filosofico, ma penso che i nostri approcci fossero paralleli. Avremmo avuto lo stesso obiettivo».
    Parlando della sua amicizia con Gianni Agnelli, è inevitabile ricordare la vostra comune passione per il calcio. Lei ha scritto che ogni Nazionale gioca seguendo il carattere della sua nazione. Ne resta convinto?
    «La pensavo così, ma ormai il calcio ha trasceso la dimensione nazionale. Ci sono squadre di diversi Paesi che comprano i giocatori migliori, sicché la dimensione puramente nazionale del gioco è più labile. Nel 1970 ero presente alla finale del Mondiale tra Italia e Brasile, giocata all'Azteca di Città del Messico. Il Brasile fu incredibile, ma l'Italia aveva un'organizzazione difensiva magnifica. Difensiva nel senso buono: il modo di giocare dell'Italia era puro Machiavelli! E penso che sia grazie a quel gioco che l'Italia ha vinto il Mondiale del 1982. Ero a Madrid quel giorno, e il presidente italiano voleva che io tornassi in Italia con lui per i festeggiamenti. Purtroppo non potevo. Ma fu un gran giorno. Però, guardi l'ultimo mondiale: i giocatori vanno da un paese europeo all'altro, sicché la tecnica di gioco è ormai universale. Tutte le grandi Nazionali giocano allo stesso modo. Non vincono per il loro carattere nazionale. È solo questione tecnica.
    Perché agli americani il calcio interessa poco?
    «Ospiteremo la prossima Coppa del Mondo, quindi spero che gli americani si appassionino al calcio. In generale, se guardi gli sport americani, ti accorgi di come ogni giocata, ogni azione, possa essere analizzata nel dettaglio. Puoi disporre di ogni tipo di statistica. Gli americani amano questa cosa. Il calcio europeo è più fluido. La bellezza del calcio europeo sta proprio nella sua fluidità e nell'impossibilità di fare qualsiasi tipo di previsione. Io e Gianni siamo andati a vedere molte partite insieme. In qualunque posto ci trovassimo, controllavamo le partite che vi si giocavano e andavamo a vederle».
    Dottor Kissinger, lei è juventino?
    «Certamente. Io tifo Juventus. Sono andato due volte a vederla giocare la finale di Coppa dei Campioni. La Juve era parte della vita di Gianni. Io ancora oggi ne parlo con John Elkann, suo nipote, mio caro amico e, ovviamente, grande juventino».
  4. IL SOLITO ASSALTO ALLA DILIGENZA DEI POLITICI: La discussione sulla riforma della legge elettorale del Piemonte è fatta, certo, di soglie di sbarramento, ripartizione dei seggi e parità di genere, che deve essere introdotta per rispettare le disposizioni nazionali. Qui si sta giocando lo scontro politico tra maggioranza e opposizione. Restano però sottotraccia, le conseguenze, anche economiche, di un'eventuale intesa politica che porti alla nuova legge. Tra le norme proposta dalla riforma Mosca, dal nome del consigliere della Lega che l'ha messa a punto, c'è infatti anche la surroga temporanea che porta alla moltiplicazione delle poltrone del parlamento subalpino. Anche la modifica dell'articolo 50 dello Statuto regionale, proposta dal capogruppo di Fratelli d'Italia Paolo Bongioanni, che prevede la possibilità di nominare quattro sottosegretari, sul modello della Lombardia, va in quella direzione. Il costo? Oltre un milione di euro in più all'anno di soldi pubblici se ai mini-assessori venisse riconosciuta un'indennità piena da consigliere senza incarichi che equivale a circa settemila euro al mese netti. Una cifra che scende a 840 mila euro in caso di indennità dimezzata.
    Il tema dei maggiori costi della politica, comunque, non è finora entrato nel confronto tra le forze politiche a palazzo Lascaris. Il meccanismo della surroga alla francese proposto dal centrodestra non sembra dispiacere al partito democratico. Anzi. Il motivo? Permette a chi governa di aumentare i posti a disposizione: il consigliere regionale che diventa assessore, infatti, viene sostituito per tutta la durata del suo mandato da uno dei candidati non eletti del suo partito. In base allo Statuto gli assessori interni sono otto e verrebbero surrogati, senza però dimettersi dalla carica di consigliere, da altri otto candidati. Anche sull'introduzione dei sottosegretari il Pd non sembra intenzionato a fare le barricate. Chi è impegnato nelle trattative racconta della disponibilità dei dem alla nomina di un sottosegretario. La trattativa, insomma sembra aperta.
    Ma i consiglieri democratici, e con loro gli esponenti delle formazioni minori del centrosinistra come la lista civica Monviso e i Moderati (che alle prossime regionali potrebbero anche correre a fianco del governatore Alberto Cirio in caso di ricandidatura, sono pronti all'ostruzionismo sulle norme che fissano al 4 per cento la soglia di sbarramento del singolo partito per entrare in consiglio regionale e sul meccanismo di ripartizione dei seggi. «Ci sono molte cose che non ci convincono», spiega il capogruppo Raffaele Gallo. Chi segue il dossier racconta della disponibilità del centrodestra di fissare al tre per cento la soglia di sbarramento. Contestato anche il meccanismo indicato per la ripartizione dei posti a Palazzo Lascaris: «C'è il rischio di creare un flipper come quello già visto a livello nazionale, cioè verrebbero premiati territori rispetto ad altri», spiega ancora Gallo. Parole che sembrano aver trovato più di una sponda nel centrodestra.
    Si vedrà. Quel che è certo è che il boccino in questa trattativa è in mano alla minoranza. La riforma, infatti, per diventare legge, ha bisogno di una doppia lettura in Consiglio regionale e, in caso di approvazione potrebbe anche essere sottoposta a referendum su richiesta di almeno dieci consiglieri regionali. Le nuove regole per essere applicata alle elezioni regionali del 2024 deve essere approvata in via definitiva entro giugno. In caso contrario si voterà con la vecchia legge elettorale corretta, però, per garantire la parità di genere. Il Piemonte, infatti, è l'unica regione a non aver applicato la normativa nazionale. In assenza di accordo in Consiglio regionale la modifica potrebbe essere introdotta per decreto del presidente della giunta regionale. Se così non fosse arriverà il commissariamento dello Stato come è già successo in Puglia. —

 

25.01.23
  1. IL VESCOVO CHE DICE :    Pinerolo, don Paolo Bianciotto nel mirino della Finanza per diversi cospicui passaggi di denaro si indaga anche su un testamento. Le accuse: circonvenzione e appropriazione indebita
    Movimenti per 500 mila euro e il prete finisce nei guai
    Se accertate, sono gravi le ipotesi accusatorie che hanno portato all'iscrizione nel registro degli indagati un conosciutissimo sacerdote di Pinerolo: circonvenzione e appropriazione indebita.
    Don Paolo Bianciotto, il parroco ottuagenario che da 50 anni guida la parrocchia di Madonna di Fatima, stando alle indagini della Guardia di Finanza, ha gestito ingenti somme che sono transitate sul suo conto personale.
    Un tesoretto accumulato giorno dopo giorno con denaro che è arrivato in parte dai suoi parrocchiani e in parte da una cospicua eredità che era stata lasciata alla Nuova scuola Mauriziana di Torre Pellice dove don Bianciotto era presidente.
    «Si dovranno ricostruire i movimenti su un flusso di denaro di 500 mila euro, che il sacerdote afferma di aver dato sia in beneficenza e sia prestato ad altri sacerdoti per far fronte ad importanti interventi di riparazione nelle chiese, come ad esempio rifare il tetto», ad affermalo è l'avvocato Simone Chiappori, che difende il prete.
    E se per una parte dell'inchiesta lo studio legale con il sacerdote aveva ricostruito i movimenti di contanti, ora si è aggiunto un capitolo nuovo e corposo che riguarda proprio i conti della parrocchia dove ci sarebbero stati movimenti che sfiorano i 300 mila euro. Da qui l'accusa di appropriazione indebita.
    «Nomineremo un commercialista per tracciare i movimenti - dice l'avvocato- ma sin da adesso posso escludere, come qualcuno aveva detto, che i soldi siano finiti per far fronte alle spese di Villa Plinia, un albergo che don Bianciotto aveva fatto costruire anni fa a Pragelato».
    L'inchiesta è partita dai controlli sull'antiriciclaggio che le banche mettono in atto quando ci sono movimenti di denaro in contanti per i quali è necessario tracciare la provenienza.
    I conti del sacerdote e della parrocchia sono stati sequestrati dalle Fiamme gialle, c'erano in tutto mille euro. In attesa della chiusura dell'indagine, ciò che emerge per ora è un grande disordine contabile: se per il lascito testamentario ci sono verbali e bonifici, per tutto il resto servirà molto lavoro.
    Increduli i parrocchiani che sono sicuri che non abbia intascato nulla. C'è chi ricorda che in 50 anni questo prete ha fatto molto per gli anziani e la comunità, costruendo anche un teatro. —

 

24.01.23
  1. IL PREZZO MEDIO DOCUMENTA SE I DISTRIBUTORI SONO O NO SPECULATORI:      «Via le sanzioni» e il tavolo col governo si riapre, dice Giuseppe Sperduto, presidente di Faib Confesercenti. Che si appella a Giorgia Meloni: «Le ho chiesto un incontro, nessuna risposta. Se questa è davvero la "destra sociale" non può non capire che i benzinai sono con due piedi nella fossa».
    Cosa rispondete all'appello del ministro Urso?
    «Le nostre richieste sono chiarissime, non fumose: eliminazione delle sanzioni, non ci facciamo problemi del cartello. Susseguentemente il tavolo emergenziale sui problemi che ci portiamo dietro da anni. Lo sapevamo tutti che era impossibile continuare con il taglio delle accise, perché così si ferma la macchina dello Stato».
    Quante possibilità ci sono di un accordo all'ultimo minuto?
    «Io spero molte, ma non dipende da noi».
    Da chi?
    «Da Urso, Giorgetti, Mantovano. L'interesse della categoria non è certo quello di fare scioperi selvaggi o creare disservizi per i cittadini. Lo dimostrano i fatti. Noi di Faib festeggiamo 60 anni quest'anno, non siamo una di quelle associazioni sorte dal nulla che evoca il ministro Urso. Tante volte si scivola un attimo nel dialogo perché non si rammenta qualcosa. Non mi permetto di dire che il ministro ignori, ma molte volte si usano dei termini sbagliati, che poi sono stati smorzati, ma hanno pesato».
    Non avevate fatto pace?
    «Passare per "speculatori" nell'applicare un prezzo alla pompa che non lo decide il gestore? La categoria si risente, ma è abituata, prende insulti in modo epocale. I benzinai, però, non hanno la coda di paglia, non sono presuntuosi. Ma come dice il marchese del Grillo, posso essere ancora un po' arrabbiato per l'ennesima adempienza che non mi porta nulla?».
    Parla del cartello con il prezzo medio?
    «Basterebbe un Qr code. Il ministro Urso non può domandarsi come fa la vecchietta di 80 anni, perché tanto a lei tra poco le tolgono la patente».
    Non le piace questo governo, giusto?
    «Mi continuano a dire che sono contro questo governo, ne ho piene le scatole, perché questo discorso lo facevamo anche con Draghi. Meloni cita Garibaldi e dice "o si fa l'Italia o muore"? Bè, la categoria dei benzinai è quasi morta e con tutti e due i piedi praticamente nella fossa».
    Lei ha chiesto un incontro a Meloni, ha avuto risposta?
    «Magari ci fosse la possibilità, ma non mi ha chiamato nessuno».
    Cosa le direbbe?
    «Siamo una categoria seria ed essenziale, come i farmacisti o gli alimentari. Sotto il Covid abbiamo preso le mazzate, qualche benzinaio ci ha rimesso la pelle. Se questa è davvero la "destra sociale", non può non capire cosa sto dicendo. Non parlo di marziani, ma di cose concrete».
  2. E' UNA ABITUDINE? Joe Biden ci è cascato di nuovo. Altri sei documenti classificati sono stati trovati da un team del dipartimento di Giustizia americano, dopo una perquisizione di 13 ore nella sua residenza privata in Delaware. Una scoperta che come le altre al momento non ha alcuna rilevanza penale e resta assai diversa dalla vicenda di Donald Trump ma che tuttavia continua a imbarazzare Biden . È stato l'avvocato personale del presidente, Bob Bauer, a comunicare ai media della perquisizione nella casa di Wilmington attraverso un comunicato molto dettagliato. La ricerca degli agenti dell'Fbi è iniziata venerdì mattina alle 9.45 e si è conclusa attorno alle 22.30. «Il dipartimento di Giustizia ha portato via il materiale che riteneva rilevante per la sua indagine, inclusi sei documenti contrassegnati come classificati», ha spiegato il legale, precisando che alcune delle carte portate via dai federali risalgono al tempo in cui Biden era senatore, dal 1973 al 2009, altre al periodo in cui era il vice di Barack Obama. A questi anni sono riconducibili anche alcuni appunti scritti a mano sequestrati assieme ai documenti governativi. Al di là dell'esigua quantità di nuove carte trovate, questa è la quarta scoperta di file governativi impropriamente conservati dal presidente in soli tre mesi. La prima lo scorso 2 novembre, quando furono trovati in un ufficio utilizzato dall'allora vicepresidente presso un think-tank di Washington. Quindi il 20 dicembre altri ritrovamenti nella casa a Wilmington, e sempre qui il 12 gennaio è spuntato un altro documento. All'ultima perquisizione erano presenti gli avvocati di Biden, che si trova con la First Lady Jill poco lontano, nella loro casa a Rehoboth Beach. Un atteggiamento di disponibilità e trasparenza che, per i sostenitori, differenzia l'inquilino della Casa Bianca dalla ritrosia e le bugie raccontate da Trump. —
  3. UN PADRE CHE DIFENDE L'INDIFENDIBILE :  «È stato bellissimo, dovremmo rifarlo». Nei ricordi sbiaditi dall'alcol della studentessa ventiduenne americana ci sono anche queste parole. Mattia Lucarelli, il calciatore 23enne del Livorno, ora ai domiciliari per violenza sessuale di gruppo con il compagno di squadra Federico Apolloni, le ha usate per salutare la ragazza la mattina del 27 marzo scorso. Oggi suonano come un insulto, l'ultimo, quando dopo gli abusi e le umiliazioni della notte, si è deciso a riaccompagnarla a casa.
    La vittima lo chiedeva da ore, da quando si era infilata in quella stessa auto, completamente ubriaca, dopo una serata con un'amica al Gattopardo di Milano. Quando è stata agganciata dai ragazzi all'uscita, già non si reggeva in piedi. Racconterà il responsabile della sicurezza della discoteca: «Alle 4. 20 l'ho notata sdraiata sulla carreggiata che rideva circondata da alcune persone che l'hanno aiutata a rialzarsi». Cercava un taxi, un passaggio e ha trovato Lucarelli e i suoi quattro amici.
    Di quella notte, quando il 4 aprile formalizzerà la denuncia negli uffici della Squadra mobile di Milano, la vittima ricorderà solo flash «forse a causa di qualcosa che mi hanno fatto bere, ma ovviamente non ricordo». Tutte le volgarità e le risate che i ragazzi si sono scambiati in auto prima di arrivare nella casa di Lucarelli, dove si sono consumate le violenze, «incitandosi a vicenda» e «trattandola come un oggetto» scriverà il gip Sara Cipolla nell'ordine di cattura, sono nei video sequestrati dagli investigatori: «Se puta caso entri in casa è la fine… Io spero succeda qualcosa prima che tu entri in casa» e altre parole irripetibili e oscene che descrivono puntualmente la violenza di gruppo che gli indagati stavano per compiere. E che la vittima neanche capiva, perché non conosce l'italiano.
    Poi, con la telecamera del cellulare accesa, sono arrivati gli abusi: «Non volevo assolutamente avere rapporti sessuali quella sera con nessuno di loro, tantomeno avere un rapporto sessuale di gruppo. Gli ho detto che ho un ragazzo, ho detto di no, che questo non poteva succedere», come la vittima ripeterà in sede di incidente probatorio. «Muovevo la testa, continuavo a dire di no che avevo un ragazzo. E loro mi hanno detto: "Se ti ama comunque dov'è lui? " ».
    Ci sono voluti giorni perché la ventiduenne si decidesse a chiedere aiuto, a denunciare. Un amico che le è stato accanto racconta di come piangeva ed era molto dispiaciuta perché aveva perso il controllo del proprio corpo: «Lei non voleva essere in quel luogo ma lo era perché quelle persone glielo avevano imposto». E ancora, mette a verbale un'amica della ragazza: «Ha continuato a piangere per molto tempo. Per lo choc era in stato confusionale. Mi ripeteva che era come se il suo corpo non le appartenesse più, qualcun altro se ne era impossessato senza il suo consenso».
  4. A MILANO TANTE PAROLE MA I POVERI MUOIONO: «In strada si muore per colpa dell'incapacità di gestire le emergenze. Il freddo arriva dopo». Luigi Agarossi, coordinatore dei City Angels di Milano, fotografa la situazione dei senzatetto dopo la morte del clochard nel sottopassaggio della stazione Centrale, due giorni fa.
    Cosa succede a Milano?
    «Che esistono diverse lacune nella gestione di queste emergenze, i dormitori non sono sufficienti e noi come City Angels facciamo quel che possiamo. Non voglio accusare nessuno: con il Comune c'è grande collaborazione come da molti anni a questa parte, ma ci sono cose da migliorare».
    Per esempio?
    «Snellire la burocrazia sarebbe un primo, importante passo. Dare la possibilità a noi che operiamo in strada fino a mezzanotte di trovare un ufficio municipale aperto per consentire a chi ne ha bisogno di registrarsi e accedere ai dormitori comunali o a quelli delle associazioni».
    Quanto influisce il freddo sulla situazione dei senzatetto?
    «Sicuramente è una difficoltà in più. Le coperte e i sacchi a pelo non sono mai abbastanza, come i luoghi in cui rifugiarsi. Il mezzanino della stazione è pieno, come altre strutture d'accoglienza. Molti non hanno altro posto dove stare se non all'addiaccio. E quando le temperature scendono, basta essere più fragili dal punto di vista clinico per patire il freddo anche fino a morirne».
    L'umanità che c'è in strada è cambiata rispetto a qualche anno fa?
    «Assolutamente sì. Rispetto a dieci anni fa troviamo persone divorziate che hanno perso la casa, giovani rider che con quello che guadagnano consegnando panini non possono permettersi un affitto. Gente che al mattino ripiega la propria coperta e si guadagna la giornata».
    Cosa fanno per tutti loro i City Angels?
    «Portiamo coperte, sempre e a tutti. Distribuiamo vestiti e intimo - rigorosamente nuovo perché le persone hanno una dignità, anche se non hanno un tetto - e cibo. Non diciamo mai di no a nessuno ma certe volte quello che facciamo non basta»

 

23.01.23
  1. PAURA DI GIUSTIZIA :   In riferimento all'intervista pubblicata su La Stampa di ieri, non ho mai detto che «le mie indagini furono totalmente ostacolate. Pensai non lo volessero prendere». Ho condotto per otto anni insieme ai miei colleghi indagini che sono sfociate in numerosi e importanti provvedimenti cautelari. «Ogni volta che si alzava il tiro, per esempio sulla massoneria, in molti cominciavano a non crederci più» . Questo tipo di indagini è stato condotto da me una sola volta, sul finire della mia esperienza di aggiunto. Ciò in quanto il Procuratore ed i miei colleghi, al contrario di me sul capitolo massoneria, non ritenevano più credibile il collaboratore da cui le relative indagini erano scaturite. Le modalità della riunione in cui tale discussione fu affrontata mi offesero molto. Uno stop alle indagini fu dato solo quando dal Procuratore e dal gruppo di colleghi agrigentini venne arrestato Leo Sutera , personaggio indispensabile alle mie indagini con il Ros, circostanze di cui il giornalista parla correttamente. Non è vero che andai via dalla Procura di Palermo perché, visto l'atteggiamento tenuto nei miei confronti in quella riunione, «non ritenevo ci fossero più le condizioni per rimanere»; in realtà erano scaduti gli otto anni in cui avevo svolto la funzione di Aggiunto. Vero è che da quel momento al momento in cui mi venne conferito altro incarico alla Procura Nazionale non mi recai più in Ufficio.

 

22.01.23
  1. MAFIA-MAGISTRATURA:  "Le mie indagini furono ostacolate pensai non lo volessero prendere"
    Teresa Principato
    La denuncia
    Le priorità
    La massoneria
    dall'inviato a palermo
    Il ricordo è sofferto, ma autentico. E oggi come allora è una bordata. Testuale: «Le indagini sulle ricerche di Matteo Messina denaro furono totalmente ostacolate. Ogni volta che si alzava il livello, ad esempio sulla massoneria, in molti, e fu per me una grossa delusione, non dico che avessero paura ma cominciavano a non crederci più (per esempio sui collaboratori che stavamo sentendo) nonostante in otto anni di lavoro alla Dda di prove sulla mia professionalità ne avessi seminate. E gli ostacoli furono frapposti nonostante gli scenari della cattura fossero molto promettenti. Sia io sia altri colleghi cercammo di convincere il procuratore a fermare i colleghi del gruppo agrigentino che volevano procedere all'arresto di un boss che secondo noi ci avrebbe portato dal ricercato. Avrebbero vanificato tutto. Anche i carabinieri del Ros ci parlarono. Invano».
    Eccola qui Teresa Principato, magistrato in pensione dal gennaio 2022. È la donna che più di tanti altri in passato ha dato la caccia a Messina Denaro divenendo – ob torto collo – la biografa (investigativa) della sua latitanza. Nove anni di lavoro su piste estere e italiane cadute sul più bello, al miglio decisivo, sul più grande fantasma degli ultimi 20 anni. L'addio alla procura di Palermo nel 2018 e il passaggio alla direzione nazionale antimafia per quattro anni, sono l'appendice di una vita in magistratura.
    Dottoressa, lasciò volontariamente la procura di Palermo?
    «Considerato l'atteggiamento tenuto nei miei confronti da alcuni colleghi e responsabili dell'ufficio giudiziario dell'epoca me ne andai via, insalutata ospite. Non ritenevo ci fossero più le condizioni per rimanere».
    Con quale stato d'animo se ne andò da Palermo?
    «Mi costò molto. Ero arrabbiata, delusa. Tanto da pensare che non ci fosse la reale volontà di catturare il latitante. Lo credevano anche altri miei colleghi e diversi investigatori».
    Ma di che storia sta parlando?
    «Della storia di un'indagine stoppata della quale ho cercato anche di dimenticare alcuni particolari».
    Ce li racconti e – se ritiene – ometta il meno possibile.
    «Seguivamo un capomafia, Leo Sutera. Appena uscito dal carcere incontrò Messina Denaro. Aveva anche il compito di farlo incontrare con due mafiosi palermitani. Fotografammo Sutera in un casolare mentre da sotto una pietra estraeva un pizzino del latitante. Lo lesse e lo rimise al suo posto».
    Sutera si accorse di qualcosa?
    «No, quell'indagine fu molto costosa e fu la prima volta che utilizzammo i droni in Italia in un'indagine antimafia. Eravamo tutti certi che ci avrebbe potuto portare da Messina Denaro».
    E invece?
    «Invece i colleghi che investigavano sul territorio agrigentino volevano arrestarlo in un'altra operazione, ma cosi ci avrebbero bruciato».
    Logica vorrebbe...
    «Che l'esecuzione di quelle misure cautelari venissero ritardate. Ne parlai col procuratore capo di allora (Francesco Messineo, ndr).
    Cosa le disse il vertice dell'ufficio?
    «Mi chiese se fossi certa, del contenuto delle intercettazioni consegnatemi dal Ros. Confermai, ma non si convinse e successe un'altra cosa strana».
    Quale?
    «Seppi che poco dopo, in quei giorni, si recò in aula bunker dove venivano effettuate le intercettazioni sulle ricerche del boss. Chiese a un ufficiale di sapere se ve ne fossero di interesse».
    Insolito?
    «Abbastanza».
    Parlò coi colleghi della vicenda?
    «Lo dissi direttamente al procuratore capo cercando di dimostrare che più stringente della cattura degli agrigentini era il fermo del latitante».
    Cosa le risposero?
    «Mi disse: ce la fai a prendere Messina Denaro in una settimana? Sennò li arrestiamo tutti perché la popolazione non può continuare a subire questo gruppo mafioso e senza Sutera non ha senso, l'operazione perde efficacia».
    Un grado di urgenza giustificato secondo lei?
    «Ma si figuri. Il mio giudizio non poteva che essere diverso, per me era preminente la cattura del latitante. Tolto Sutera, peraltro, erano personaggi di relativa importanza. Tra parentesi poi il gip non convalidò nemmeno alcuni di quegli arresti».
    Lei portò la vicenda al Csm...
    «E fui sentita dal Consiglio».
    Cosa disse?
    «Tutto quello che era successo, ma non ricordo se la pratica aperta abbia sortito alcun risultato».
    Le arrestano l'unico uomo che poteva portarla a Messina Denaro...
    «Non solo».
    Cos'altro?
    «Poco tempo dopo arrestarono anche i due mafiosi palermitani che dovevano essere condotti dal latitante».
    Cosa pensò? Ce lo dica con franchezza.
    «Pensai che l'indagine fosse stata totalmente ostacolata, che la cattura non fosse ritenuta prevalente e che sarebbe stato impossibile ricominciare daccapo».
    «Ripartimmo con enorme fatica dalla massoneria».
    Dove la portò la pista dei notabili?
    «Ovunque, e poi tenga conto che Trapani ha il record di logge coperte e non...».
    Esito finale?
    «L'inchiesta condusse ad evidenze di logge cui erano iscritti questori, medici poliziotti. Indagammo col Gico ma non fu facile nemmeno stavolta».
    Cosa complicò il lavoro?
    «Si sollevavano dei dubbi sul collaboratore che ci stava portando dentro quelle storie, che ritenni fondate in generale, ma non sulla pista massonica di cui lui faceva parte. Mi ritrovai in una riunione senza nemmeno il consenso dei colleghi. Completamente sola e, inascoltata ospite, decisi di andare via in anticipo».
    Nei giorni scorsi Leo Sutera, l'uomo che le hanno arrestato a un passo da Messina Denaro, è stato condannato in Cassazione...
    «Una magra consolazione direi».
    E Messina Denaro è stato preso...
    «Non credo si sia consegnato. Certo – senza nulla togliere al lavoro di alcuni – era stanco, aveva abbassato le difese. Lei se lo vede uno che per prudenza non incontra mai la figlia per 20 anni mettersi in coda per fare un tampone?».
    Se la mette così non direi...
    «E poi aveva forti rapporti politici. Pensi alla storia di D'Alì (ex sottosegretario agli interni forzista, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa anche per aver favorito la famiglia del latitante, ndr)».
    Ebbene?
    «Il padre di Messina Denaro era il campiere della famiglia del politico. D'Alì ha fatto assumere in una delle sue banche il fratello dell'ex latitante e un Prefetto che voleva togliere dalle grinfie della mafia un'azienda fu fatto trasferire sempre da lui, cosi come il capo della squadra Mobile Giuseppe Linares».
    E questo cosa le fece capire?
    «Mi fece riflettere sulla possibilità della mancata realizzazione di altre indagini sulla cattura che in quegli anni andarono a monte»
  2. SIMBOLO DI ARROGANZA ED INGORDIGIA: Depositate le motivazioni della condanna in appello dell'ex presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto. In tutto 1.214 pagine in cui i giudici si soffermano su «un accordo corruttivo» tra Saguto e il re degli amministratori giudiziari, Gaetano Cappellano Seminara. Il processo sul cosiddetto «sistema Saguto» si è concluso nel luglio 2022. Condannata a 8 anni e 10 mesi, Saguto avrebbe gestito in modo clientelare, in cambio di denaro e favori, le nomine degli amministratori giudiziari dei patrimoni sequestrati e confiscati alla mafia. Nel corso del processo, Saguto era stata radiata dalla magistratura dal Csm. La nomina di Cappellano Seminara, si legge nelle motivazioni della sentenza, «prescindeva da ogni valutazione circa la convenienza e l'opportunità per la realizzazione dei fini propri della procedura e si inseriva, invece, nell'ambito del rapporto di scambio di utilità intercorso tra il magistrato e il professionista». E lo dimostrerebbe il fatto che «la principale fonte di reddito di Lorenzo Caramma, coniuge del magistrato, negli anni dal 2006 al 2015, siano stati proprio i compensi corrispostigli da Cappellano Seminara, quale sia libero professionista che amministratore giudiziario». Saguto, scrivono i giudici, era mossa da uno «spasmodico desiderio di assicurare alla propria famiglia un tenore di vita molto più elevato delle proprie possibilità».
  3. IL VERO  PRODOTTO DI CALENDA : «L'ennesimo schiaffo ai lavoratori». Parola dei sindacati. L'intenzione di patteggiare a tre anni di reclusione anticipata dai manager di Ventures Srl durante l'udienza preliminare sul caso Embraco è «inaccettabile». E non solo. Il patteggiamento non è subordinato al risarcimento. «Ci saremmo aspettati almeno una proposta simbolica, che non c'è stata», commenta l'avvocato Andrea De Carlo. Rappresenta la Uilm, che con la Fiom e una trentina di lavoratori ha chiesto di costituirsi parte civile.
    La vicenda ruota intorno alla bancarotta fraudolenta della Ventures Srl. Nel 2018, la società si era offerta di rilanciare il polo industriale di Riva presso Chieri, nel torinese, che la Whirpool-Embraco aveva intenzione di chiudere. Progetto fallito. E per il pm Marco Gianoglio, che ha coordinato le indagini, i manager avrebbero «distratto, occultato, dissimulato e dissipato» milioni di euro. Insomma, parte dei soldi destinati alla reindustrializzazione del sito sarebbero finiti su «conti correnti e impieghi personali degli indagati», dispersi «in rivoli che nulla hanno a che vedere con la continuità aziendale e la salvaguardia dei livelli occupazionali».
    A processo, difesi dall'avvocato Ivan Colciago del foro di Milano, finiscono Gaetano Di Bari, presidente del Cda di Ventures dal 12 febbraio 2019 al 23 luglio 2020, la figlia Alessandra, amministratrice unica dal marzo 2018 al febbraio 2019, il figlio Luigi, procuratore speciale, e Carlo Noseda, consulente. Vogliono patteggiare, con parere positivo della procura. In alternativa, opteranno per il rito abbreviato. «Un'offesa. Al danno economico, si aggiunge il danno alla dignità. L'ennesimo schiaffo per queste persone che hanno sofferto per cinque anni e continuano a soffrire», sbotta Ugo Bolognesi della Fiom Torino. Il patteggiamento? Vito Benevento della Uilm Torino non utilizza mezzi termini: «Una beffa per i lavoratori. La proposta, poi, non è subordinata a un indennizzo».
    Un risarcimento è alquanto improbabile. «Di fondi non ce ne sono». Questo il tenore della discussione, ieri, a Palazzo di Giustizia di Torino. Ed è vero. Già i sequestri della guardia di finanza durante le indagini, tra cui tre Audi e due Bmw dal valore di cinquantamila euro ciascuna, avevano mostrato una situazione economica disastrosa. L'amarezza, però, resta. E i 13 ex dipendenti, rappresentati dall'avvocata Sara Franchino, non la nascondono. « Devono consentirci di affermare i nostri diritti, altrimenti ci privano anche della dignità». E ancora: «Siamo cittadini che hanno ingiustamente perso il posto di lavoro. Chiediamo solo che lo Stato ci riconosca il diritto di poter fare una vita decente. Invece siamo finiti nel dimenticatoio».
  4. HA CREDUTO A CALENDA :Gianluca Ugliola è uno di quelli che non ha mai mollato, sempre in prima fila alle proteste. E anche ieri mattina era lì in Tribunale a Torino per la prima udienza contro i manager della Ventures: «A prendermi l'ennesimo schiaffo» dice mentre si stringe nel vecchio giaccone e calca il berrettino di lana sulla testa ché il vento stamattina tira più freddo del solito. Lui è tra i trenta operai ex Embraco che si sono costituiti parte civile e che ora rischia di non avere alcun risarcimento: «Eppure quale danno più grande potevano farci? Ci hanno tolto trent'anni di lavoro e sacrifici. Di giorni e notti alla catena di montaggio. Essere scippati così è inaccettabile».
    Gianluca Ugliola è molto amareggiato: «Vuole sapere cosa penso davvero? Tanti sono a conoscenza di questa pentola di fango, ma nessuno si prende la responsabilità di scoperchiarla». Ugliola ha sempre creduto nel lavoro: «Ho lavorato per 27 anni in Embraco, prima ho fatto il cassiere in un boowling. Mai un giorno di mutua. Mai. E a cosa mi è servito? Niente, non riuscirò nemmeno ad avere la pensione, se continuo a non lavorare». Ugliola non si arrende: «Mando 4-5 curriculum al giorno, ne ho mandati centinaia». E poi fa corsi, «tutto quello che posso pur di trovare un lavoro». L'ultimo corso che ha fatto è stato a dicembre: «Era un corso delle politiche attive del lavoro per gestione magazzino e rilascio patentino per il muletto. Di gestione magazzino mi occupavo già in Embraco, ma non avevo mai preso la patente. Così ho ottenuto una cosa in più. Ho fatto anche il certificato di sicurezza lavoro. E ora continuo a cercare. Mi sono scritto a otto agenzie interinali. Non chiedo chissà che stipendio, il giusto. Ma voglio lavorare».
    L'ostacolo è soprattutto l'età: «Spesso mi dicono che ho un ottimo profilo ma che 55 anni sono troppi. E cosa posso farci io? Non ho più diritto ad avere un lavoro?». Non va meglio agli altri suoi colleghi: «So che la maggior parte prende incarichi per un mese, due, tre mesi. Poi di nuovo a casa. Qualcuno ha anche provato a mettersi in proprio, ma in questo periodo è complicato».
    Ugliola sta perdendo la salute: «L'ansia mi distrugge, mi sveglio di notte e penso a cosa farò tra pochi mesi quando la Naspi finirà e non avrò più niente. Non riesco a dormire più di tre o quattro ore al massimo ogni notte». Con quello che riceve al mese sopravvive: «Vivere è un'altra cosa, riesco a mangiare, pago le bollette, anche se spesso tengo il riscaldamento spento». Ma vivere appunto è un'altra cosa: «Da anni non so cosa sia una vacanza, una cena fuori, anzi nemmeno una pizza». Ha dovuto rinunciare anche al cinema, la sua grande passione: «Non posso più andarci, il biglietto è troppo caro. Gli extra sono banditi dalla mia vita».
    Ai corsi Ugliola e altri ex Embraco si trovano fianco a fianco con ragazzi neo diplomati, che potrebbero essere i loro figli: «Così ti chiedi dove sei finito, che alla tua età dovresti seguire solo i corsi di aggiornamento in azienda. Io voglio giustizia, questa gente ci ha scippato il lavoro e con esso la dignità di uomini. Cosa c'è di più grave?». Gli si velano gli occhi quando ricorda gli anni di lavoro in Embraco: «Stavo bene, il lavoro mi piaceva, mai un dissidio o una parola di troppo con i colleghi o i superiori. Chi avrebbe immaginato che sarebbe finita così? Ora mi sveglio al mattino, mi guardo allo specchio e dico: adesso cosa faccio? Poi vado di là, accendo il computer e mando le solite 4 o 5 mail con il curriculum. Dopo esco, passo dalle persone che conosco e chiedo, chiedo sempre se sanno di qualcuno che offre lavoro. Questa è la mia giornata, ma si può vivere così? Mi occupo anche dei miei genitori, che sono anziani. Li accompagno alle visite, faccio le commissioni. Per fortuna si fanno bastare la pensione, dovessi aiutarli non saprei come fare. E me ne vergogno». Poi chiude gli occhi: «Non dormo più, non riposo più. Lo sa quante volte ho pensato di farla finita?»
  5. UN ERRORE GRAVIDO DI CONSEGUENZE: Giorgia Meloni ha una nuova mina innescata con Bruxelles: le concessioni balneari. Come nel giorno della marmotta, nonostante una sentenza inappellabile del Consiglio di Stato, una della Corte di giustizia europea, una procedura di infrazione aperta sin dal 2009 e canoni risibili a fronte di profitti spesso enormi, tutti i partiti della maggioranza sono compatti nel chiedere di fermare la scadenza che imporrebbe l'obbligo di messa a gara delle concessioni dal primo gennaio 2024. Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia, pressati dalla lobby del settore, hanno presentato tre emendamenti al decreto "Milleproroghe" in discussione al Senato. E lo hanno fatto a poche ore da un incontro (giovedì) del ministro degli Affari comunitari Raffaele Fitto con il commissario europeo Thierry Breton. Fitto, che deve nel frattempo sta trattando con la Commissione le modifiche al Piano nazionale delle riforme (Pnrr), è stato costretto a discutere con il francese anche di questo. In queste ore fra Roma e Bruxelles è in atto un tentativo di mediazione per evitare una rottura. L'approvazione di un qualunque emendamento di stop alla riforma farebbe decadere la legge delega voluta dal governo Draghi in scadenza il 27 febbraio.
    Meloni è fra l'incudine e il martello. Da una parte ha la maggioranza compatta nel difendere le ragioni dei balneari, dall'altra l'Unione, con la quale ci sono aperti molti dossier, dal Pnrr alla riforma del Patto di stabilità. L'introduzione delle gare nelle concessioni balneari non è fra gli impegni del Pnrr, ma ha un'enorme rilevanza politica: il sì ad uno solo degli emendamenti sarebbe vissuto a Bruxelles come un atto di provocazione. Prova ne è l'atteggiamento che aveva avuto sul tema Mario Draghi, che a governo dimissionario spinse per fare procedere la mappatura delle concessioni e nonostante la minaccia di dimissioni dell'allora ministro leghista del Turismo Massimo Garavaglia. Ora nella poltrona di Garavaglia siede Daniela Santanché, fino a poche settimane fa titolare di una quota del Twiga di Forte dei Marmi. La ministra ha deciso di cedere le competenze al collega Nello Musumeci, ma è indicata dalle opposizioni come la regista delle operazioni.
    Le cronache che arrivavano ieri dal Senato (il testo è in dicussione in Commissione) raccontano bene il clima all'interno della maggioranza. Per dare forza agli emendamenti Lega e Forza Italia li hanno sottoscritti reciprocamente. Promettono «massima attenzione al settore» il capogruppo del Carroccio Massimiliano Romeo e il forzista Maurizio Gasparri. La comunicazione di Fratelli d'Italia è invece più cauta: «Sappiamo che c'è un'interlocuzione con l'Europa per trovare una soluzione», dice Lavinia Menunni. L'appiglio legale per fermare le gare lo spiega il presidente dell'associazione di categoria di Confesercenti, Maurizio Rustignoli: «Occorre verificare con la mappatura delle concessioni se c'è o meno scarsità delle risorse, ovvero delle aree demaniali già censite come insediamento turistico ma non ancora assegnate, perché la direttiva Bolkestein va applicata se c'è scarsità». Detta in sintesi, per i balneari la soluzione sarebbe ridurre ulteriormente il numero delle spiagge libere. Nella delega voluta dal governo Draghi l'assegnazione tramite gara dovrebbe essere preceduta da una mappatura delle concessioni attraverso un sistema informatico istituito al Tesoro solo pochi giorni fa.

 

21.01.23
  1. L'ELEMOSINA DEL RE :   Nel Regno Unito prosegue il braccio di ferro tra lavoratori e governo su aumenti salariali e pensioni. Ieri per il secondo giorno migliaia di infermieri e paramedici hanno incrociato le braccia. A scioperare per 12 ore un quarto del personale sanitario degli ospedali e delle cliniche inglesi. Il sindacato degli infermieri ha chiesto un aumento salariale del 5% rispetto all'inflazione. Intanto il sindacato Gmb ha annunciato che 10mila operatori di ambulanze e altro personale sanitario il 6 e 20 febbraio e il 6 e 20 marzo. Pat Cullen, capo del sindacato Royal College of Nursing, ha esortato i funzionari della sanità a «riunirsi intorno a un tavolo e fermare gli scioperi per non dover continuare a febbraio». Ma le proteste nel Regno Unito non si fermano qui. Da dicembre molte categorie sono in agitazione: il personale delle università ha scioperato per i tagli agli organici e la revisione al ribasso delle pensioni. Anche i dipendenti governativi, compresi - ironia della sorte - quelle del ministero del Lavoro hanno scioperato, così come gli impiegati delle Poste e i doganieri negli aeroporti durante il periodo natalizio. Il premier Rishi Sunak mantiene la linea dura: no agli aumenti salariali perché renderebbero cronica l'inflazione. E prepara una stretta al diritto di sciopero per preservare i servizi essenziali. Preoccupato per l'escalation delle tensioni, ieri il re è sceso in campo. Carlo III pensa di offrire donazioni ai sudditi più bisognosi, tagliando una parte cospicua dei profitti del patrimonio di casa Windsor.
  2. LA MAFIA E' UN PRODOTTO DEL TERRITORIO: Tolti i giornalisti, i poliziotti e i bambini al seguito, ci sono 24 persone. Ventiquattro adulti sotto casa della famiglia Messina Denaro a Castelvetrano per sventolare un foglio bianco come simbolo di un nuovo inizio. «Non è andata bene, mi aspettavo tutt'altra partecipazione».
    Giuseppe Cimarosa è il nipote del boss. Da dieci anni rischia la vita per essere un uomo libero. «Ho rinunciato al programma di protezione perché avrei dovuto cambiare nome e andare via da qui. Ma sono i mafiosi quelli che se ne devono andare». È stata sua l'idea di questa manifestazione, con riferimento preciso a quello che definisce «il suo idolo»: «Peppino Impastato andava a gridare sotto casa dei mafiosi, noi ci accontenteremo di andare a dire che sta iniziando una nuova era. Oggi festeggiamo la cattura di Matteo Messina Denaro».
    Ha scritto su Facebook invitando i suoi concittadini. Ha telefonato al sindaco chiedendo aiuto, si trattava di fare passare l'invito anche in modo istituzionale. Appuntamento alle quattro di pomeriggio in piazza Ruggero Settimo, parte vecchia della città, nel quartiere «Badia», quello che ha dato i natali a Matteo Messina Denaro. In via Alberto Mario c'è la casa d'infanzia, in via Luigi Cadorna quella dove ancora vive la madre con altri parenti. Ma la piazza è vuota. Qualcosa non ha funzionato. Il sindaco tarda a arrivare, nemmeno ha fatto chiudere la strada al passaggio delle auto come si fa per le manifestazioni importanti.
    Ci sono quattro consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle e gli amici della vita di Giuseppe Cimarosa. Fa il regista di un teatro equestre, ha un maneggio nelle campagne: le 24 persone sono quasi tutte legate a queste attività. Probabilmente l'unica cittadina arrivata per motivi indipendenti dagli affetti personali si chiama Maria Trinceri, operatrice del patronato dell'Acli in sostegno ai disoccupati. «Sono triste. Siamo in pochi. Forse le persone sono stanche e sfiduciate, forse non credono più nella legalità. Non lo so. Ma so che questa città è morta: non c'è lavoro, i ragazzi vanno via e restano i vecchi».
    Citofonare a casa Denaro è un puro esercizio di stile. Le telecamere riprendono la strada. Non risponde mai nessuno. Da giorni, da anni.
    Cimarosa è contornato dai microfoni. Una inviata del quotidiano «La Vanguardia» di Barcellona gli domanda di spiegare meglio: «La parentela con Messina Denaro mi ha guastato tutta la vita. Ho sempre dovuto giustificarmi e lottare per togliermi di dosso questo marchio. Non si possono scegliere i parenti. Io sono figlio di un ex mafioso che ha commesso degli errori gravi, ma ai quali ha rimediato collaborando. La sua decisione è arrivata anche grazie alle mie pressioni».
    Il nipote del boss è cresciuto qui. In questo stesso quartiere. È il figlio di Rosa Filardo, cugina di primo grado, e di Lorenzo Cimarosa, detto anche «il bancomat» di Matteo Messina Denaro. «Sì, mio padre aveva vinto un appalto per le pale eoliche. Gonfiava le fatture per fornire soldi. Ha sbagliato gravemente, ma prima di morire ha cambiato vita. Anche mia madre ha lottato per convincerlo a collaborare con la giustizia».
    Sono quasi le quattro e mezza. La piazza non si riempie. C'è Nicola Morra, già senatore dei 5 Stelle: «Giuseppe combatte una battaglia difficile. Tutti dobbiamo stare al suo fianco. Abbiamo chiamato il sindaco e ci ha assicurato la sua presenza. Speriamo…». Eccolo, arriva il sindaco Enzo Alfano: «Non è stato possibile organizzare meglio la manifestazione di oggi, perché avevamo già organizzato la manifestazione di ieri con gli studenti delle scuole. E adesso basta: non vogliamo più essere associati a un latitante. Questa città ha ripudiato la mafia da tantissimi anni». Scusi? Quando si fa notare al sindaco che ogni giorno vengono fuori nuovi nomi di fiancheggiatori e covi usati per la latitanza, tutti in questa zona, allora cambia faccia: «Il potere si esercita in presenza. Non sono stupito dalle notizie che stanno emergendo. Probabilmente Matteo Messina Denaro è sempre stato qui in questi trent'anni».
    Davanti a casa del boss, oggi, ci sono 24 cittadini di Castelvetrano a cui si aggiunge Luisa Impastato, la nipote di Peppino. Don Rino Randazzo fa suonare a festa le campane della chiesa. La psicologa Simona Puleo si guarda intorno: «Speravamo di essere in tanti. Forse c'è troppo trionfalismo. Quando si tratta di venire qui, in un preciso posto simbolico, i cittadini di Castelvetrano si defilano».
    Quelli che ci sono vanno dentro uno squarcio di sole. Sventolano fogli bianchi. Qualcuno piange di commozione. Scandiscono queste parole: «Castelvetrano è nostra, non di Cosa nostra». Le auto sfilano e tirano dritto. Nessuno si aggiunge in ritardo. «È andata male, ma torneremo. Faremo altre manifestazioni», dice Giuseppe Cimarosa. «Mi sono stancato di questa retorica sui giovani, sulle nuove generazioni, sul futuro. Se qui non cambiano gli adulti, nulla cambierà.
  3. LE ACCUSE SULL'ITALIA NON SONO UNICHE: «Il Belgio non ha mai ratificato il protocollo della Convenzione Onu contro la tortura che impone di dotarsi di un meccanismo di controllo per i luoghi di privazione della libertà, come le celle della polizia. La scorsa settimana una donna è morta all'interno di un commissariato a Bruxelles ed è la terza in due anni». Manuel Lambert è il consigliere giuridico della "Ligue des Droits Humains", esperto della situazione delle carceri in Belgio, Paese in cui «ci sono enormi problemi, come stabilito anche dal comitato anti-tortura del Consiglio d'Europa che a novembre ha pubblicato un rapporto critico sullo stato delle prigioni».
    Quali sono i problemi principali?
    «Innanzitutto va detto che abbiamo un parco carcerario vetusto, molti istituti risalgono al diciannovesimo secolo. È il caso della prigione di Saint-Gilles (in cui si trovano Antonio Panzeri, Francesco Giorgi e Niccolò-Figà Talamanca, ndr), che presenta anche enormi problemi di sovraffollamento. Ci sono 900 persone a fronte di una capienza di 600-650 posti. A questo si aggiunge una carenza di personale».
    È un problema comune a tutte le carceri?
    «È in corso il trasferimento di molti agenti penitenziari in servizio a Saint-Gilles o Forest verso il nuovo carcere di Haren (quello in cui si trova Eva Kaili, ndr) che è una struttura nuova, con condizioni strutturali e di detenzione considerate buone. Però di recente ci sono stati molti scioperi: meno personale significa meno diritti per i detenuti. Meno agenti che aprono le porte, dunque meno visite dei parenti, meno corsi di formazione, meno uscite in cortile per l'ora d'aria... Questo crea enormi problemi».
    I legali della moglie e della figlia di Panzeri hanno cercato di opporsi all'estradizione proprio a causa delle condizioni carcerarie: è una ragione valida?
    «È già successo nel recente passato. I giudici nei Paesi Bassi non hanno concesso l'estradizione a una delle persone accusate di aver architettato il piano per rapire il ministro della Giustizia proprio in ragione delle condizioni delle carceri in Belgio».
    C'è un abuso della detenzione preventiva?
    «In Belgio la detenzione preventiva viene spesso utilizzata per provocare uno choc psicologico nelle persone accusate di reati finanziari. È una tecnica. Perché per i cosiddetti colletti bianchi, abituati a vivere in determinate condizioni, è un duro colpo toccare con mano la realtà delle carceri. Il livello della detenzione preventiva sfiora il 40%, è uno dei più alti tra i Paesi del Consiglio d'Europa».
    Eva Kaili ha denunciato di aver subito pressioni qualificandole come tortura: è una pratica ricorrente?
    «Non conosco il suo caso, ma i fatti da lei denunciati sarebbero avvenuti all'interno di una cella della polizia e non all'interno del carcere. Purtroppo su questo fronte c'è un problema perché molti di questi locali non sono idonei, a partire da quelli all'interno dello stesso Palazzo di Giustizia di Bruxelles. Le condizioni non sono per nulla buone. La scorsa settimana una donna è morta all'interno di un commissariato a Bruxelles ed è la terza in due anni. Non avendo ancora ratificato il protocollo aggiuntivo della Convenzione Onu contro la tortura, il Belgio non si è mai dotato del meccanismo di controllo per le celle della polizia che prevederebbe un'attività di vigilanza da parte di un organismo terzo».
  4. HA RAGIONE LEI : Greta Thunberg irrompe nel World economic forum. O meglio, a cento passi dal centro congressi dove il gotha mondiale si incontra ogni anno. E l'impatto è efficace. «I big dell'energia sapevano tutto, ci hanno ingannato. Qui si distrugge il pianeta», ha tuonato, insieme alle altre attiviste Vanessa Nakate, Helena Gualinga e Luisa Neubauer, che dalla miniera di Lützerath sono arrivate a Davos in mattinata. Hanno incontrato Fatih Birol, numero uno dell'Agenzia internazionale dell'energia, per tuonare contro l'uso dei combustibili fossili. Successo da un punto di vista mediatico, mentre sul piano della concretezza restano molti dubbi.
    Dopo essere stata evocata per tutta la giornata di mercoledì, con voci che si rincorrevano in modo vorticoso, Greta si è materializzata al Filecoin Sanctuary della cittadina svizzera, dove ha sede il quartier generale di Cnbc. Appena fuori dall'ultimo checkpoint del Wef dove i potenti della terra discutevano delle sfide economiche, sociali e geopolitiche. Thunberg è stata accolta da un folto gruppo di giornalisti che, nonostante i dodici gradi sottozero, l'hanno aspettata per mezz'ora. L'attivista ha spiegato di aver presentato una lettera di "Cease and desist" agli amministratori delegati del Wef chiedendo lo stop alle nuove estrazioni di petrolio, gas e carbone. «Finché potranno farla franca continueranno a investire in combustibili fossili e continueranno a gettare le persone sotto l'autobus», ha tuonato. E poi è iniziato il comizio vero e proprio, mentre il capannello di curiosi si accalcava fra due ali di forze dell'ordine e mentre il ronzio delle auto elettriche che portano i top manager in giro per Davos si faceva più insistente.
    Thunberg ha accusato il Forum di Davos di riunire «le persone che più alimentano la distruzione del pianeta», aggiungendo che questo è «assurdo». Non solo: «Sembra che ascoltiamo loro piuttosto che le persone che sono effettivamente colpite dalla crisi climatica, e questo ci dice quanto sia assurda la situazione». Fra le colpe della platea del Wef c'è quella di mettere «l'avidità» e il «profitto economico a breve termine al di sopra delle persone e al di sopra del pianeta». Secondo Greta i presenti "hanno dimostrato più e più volte che non stanno dando la priorità a questo: «Stanno dando la priorità all'avidità personale, all'avidità aziendale e ai profitti economici a breve termine rispetto alle persone e al pianeta». E queste persone, spiega, «continueranno a investire in combustibili fossili, continueranno a sacrificare le persone per il proprio guadagno».
    Agli attacchi delle quattro attiviste ha risposto Birol. «La mia presenza qui è un segnale molto importante che voglio dare al mondo», ha osservato. E ha riconosciuto che«il cambiamento climatico richiede maggiore attenzione» e sarebbero necessari molti più investimenti nell'energia pulita. La prova dell'attenzione calante arriva dall'ex vicepresidente Usa, John Kerry, oggi inviato speciale del presidente per il clima. Pur essendo a conoscenza della presenza di Thunberg, come spiegano fonti, ha deciso di tirare dritto andando verso il Wef. Sarà per la prossima.
  5. LA LINEA BERLUSCONIANA NON PASSERA': Un elicottero in leasing, diverse auto di lusso, tra cui una Ferrari e una Rolls Royce, poi viaggi a 5 stelle tra le Bahamas, Miami e Dubai. Oltre alla gestione di alcuni centri benessere e della squadra di calcio della Ternana. Beni e attività certo non legati alla formazione universitaria e che, soprattutto, sarebbero stati finanziati con i soldi con cui, invece, dovevano essere pagate le tasse. Indagati i vertici dell'università telematica «Niccolò Cusano», ai quali la Guardia di Finanza di Roma contesta un'evasione fiscale da oltre 20 milioni di euro. È stato già notificato un decreto di sequestro preventivo nei confronti di Stefano Bandecchi, presidente e fondatore dell'ateneo, Giovanni Puoti (prorettore) e Stefano Ranucci (vicepresidente), che dal 2016 lo hanno sostituito come legale rappresentante dell'istituto. Sotto esame, da parte degli investigatori, il mancato pagamento dei tributi dal 2016 al 2020. L'università, pur essendo iscritta alla Camera di commercio come «ente pubblico non economico e senza scopo di lucro», esercitava «prevalentemente attività commerciale». In particolare, aveva investito nel corso degli anni «ingenti risorse finanziarie per l'acquisizione di diverse società tutte rientranti nel cosiddetto Gruppo Bandecchi». Ma gestite con «personale dipendente dell'ateneo». Come quella attiva nel commercio all'ingrosso di profumi e cosmetici o un'altra dedicata alla mediazione immobiliare. A partire dal 2011, si legge nelle carte dell'inchiesta, l'università avrebbe subìto «ripetute emorragie di denaro per le più svariate causali estranee all'oggetto sociale». Tali operazioni erano sempre «autorizzate di fatto dall'amministratore dell'ateneo Bandecchi», che avrebbe pagato con i soldi dell'università vari viaggi di piacere per familiari e amici. E noleggiato aerotaxi per seguire le trasferte della Ternana, di cui è presidente. «Complessivamente – annotano i finanzieri – le spese sostenute dall'Unicusano per necessità personali di Bandecchi ammontano a un milione e 898mila euro».
    Bandecchi è un nome noto negli ambienti politici romani. Un passato da militante nel Msi, poi con Forza Italia, sempre accarezzando il sogno di arrivare in Parlamento. Ci ha provato anche alle ultime elezioni, cercando una candidatura con il Terzo polo, poi stoppata da Carlo Calenda, che «mi ritiene un fascista», spiegò lo stesso Bandecchi. Il quale è anche coordinatore nazionale di Alternativa Popolare, il partito fondato nel 2017 da Angelino Alfano (ex Ncd). In questa veste, un paio di mesi fa, Bandecchi si è candidato a sindaco di Terni, in vista delle elezioni comunali previste in primavera. Il 10 gennaio si è presentato in conferenza stampa con Francesco Rocca, per annunciare il suo sostegno al candidato del centrodestra per la presidenza della Regione Lazio. «Con Bandecchi ci accomuna la concretezza e la voglia di fare – ha spiegato Rocca in quell'occasione –. È un imprenditore serio, sono sicuro che faremo un bel cammino».

 

 

20.01.23
  1. LA NUOvA GREGANTI ?:  Quando martedì sera la Guardia di finanza è tornata a bussare alla porta del suo studio a Opera, Monica Rossana Bellini era ancora al lavoro. Su mandato europeo appena spiccato da Bruxelles, la ragioniera cinquantacinquenne con un curriculum eccellente è stata arrestata per organizzazione criminale, corruzione e riciclaggio.
    «Sembra aver giocato un importante ruolo nel rimpatrio dei soldi dal Qatar», si legge nel provvedimento firmato dal giudice Michel Claise. Che l'accusa di aver creato, insieme a Silvia Panzeri, la figlia dell'ex eurodeputato socialista al centro del Qatargate «una struttura societaria che doveva dare al flusso di denaro una veste legale».
    Il primo a tirare in ballo nel sistema la consulente, che per trent'anni ha collezionato incarichi importanti nei collegi sindacali delle municipalizzate milanesi, e non solo, come Milanosport, Afol e Sogemi, è stato l'ex assistente parlamentare di Panzeri, Francesco Giorgi. Ma dopo la prima perquisizione nel suo studio nell'hinterland milanese, e tutti gli accertamenti che sono seguiti sulle società in cui compare, anche come socia del preside Luciano Giorgi, il padre di Fracesco, in mano ai magistrati milanesi c'è molto di più. Tanto che oramai l'apertura di un fascicolo autonomo per riciclaggio sembra imminente.
    «A inizio 2019, Panzeri ha pensato che invece di continuare a prendere soldi cash, sarebbe stato preferibile creare una struttura giuridica in cui avremmo potuto partecipare – soprattutto lui, perché io avevo un lavoro – e quindi gestire il flusso di denaro in una maniera legale». Almeno all'apparenza. Come ha ricostruito Francesco Giorgi davanti alla polizia federale belga, fu questo il motivo per cui «Panzeri decise di coinvolgere la sua consulente, Monica Bellini». Che arrivò anche ad accompagnare a Doha, in occasione dei Mondiali, l'ex eurodeputato che ora, «in stato di choc», si è «pentito» per patteggiare una condanna a 5 anni, di cui uno solo in prigione.
    Così, con l'aiuto di Bellini, finita ai domiciliari dopo la convalida dell'arresto e una notte nel carcere di San Vittore, «una società di consulenza, Equality, fu creata in Italia». E qui Giorgi racconta come, attraverso una società inglese, i soldi del Qatar venissero triangolati per essere ripuliti facendo il nome di un, non meglio precisato, Hakan. Equality, spiega Giorgi, «forniva servizi per una compagnia con sede in Inghilterra. È stato il palestinese che suggerì di rivolgerci ad Hakan e alla sua compagnia in Inghilterra, di cui non ricordo il nome». Forse intende lo stesso «palestinese» con cui lo aveva messo in contatto «l'algerino» Boudjellal, che lavora per il governo del Qatar, e attraverso il quale arrivavano, prima, i soldi cash.
    «Dal momento che era coinvolta una società inglese – prosegue l'assistente parlamentare – i documenti dovevano essere preparati in inglese. Il mio ruolo era quello di mettere Panzeri, la figlia e la contabile – nessuno di loro parla inglese – in contatto con Hakan». Nella gestione della società ognuno aveva il suo ruolo: «Silvia, che è avvocato, preparò le carte mentre io contribuì alla creazione di Equality con le mie conoscenze linguistiche. Per giustificare l'uso di una compagnia italiana a una inglese, i servizi dovevano essere forniti in lingua inglese. Per questo – conclude Giorgi – chiesi a conoscenti della mia famiglia, che parlano l'inglese, di fornire servizi concreti, senza fargli sapere cosa stesse succedendo».
  2. GLI STATI NORD AFRICANI NON MOLLERANNO MAI : Imbarazzo e stupore. Tra gli eurodeputati il nuovo tentativo del Marocco di fare pressioni su di loro al fine di ammorbidire una risoluzione sullo stato dei diritti umani ha dell'incredibile. Eppure gli emissari di Rabat non si sono fermati nemmeno di fronte ai riflettori che si sono accesi sull'Eurocamera in seguito allo scandalo svelato dall'inchiesta della procura di Bruxelles. Come rivelato ieri da "La Stampa", una delegazione di parlamentari marocchini è arrivata a Strasburgo e ha chiesto un incontro a diversi eurodeputati per fare lobbying sul testo che sarà messo ai voti oggi.
    Trovare qualcuno che ammetta di aver accettato è impresa impossibile: tutti gli interpellati negano di essersi seduti al tavolo con i quattro deputati giunti dal Marocco. L'invito è arrivato, tra gli altri, anche alla delegazione del Movimento 5 Stelle. «È grave che esponenti politici e funzionari di un Paese terzo provino a condizionare le risoluzioni e l'attività politica del Parlamento», denunciano Fabio Massimo Castaldo e Sabrina Pignedoli. L'episodio ha creato tensioni nel gruppo Renew Europe, visto che qualcuno ha inviato in anticipo a Rabat la bozza di risoluzione, che è stata poi rispedita con una serie di correzioni.
    Oggi sarà votata una risoluzione unitaria (Ppe e Identità e Democrazia non l'hanno sottoscritta). Condannerà la condizione dei giornalisti in Marocco, ma anche le attività di spionaggio con il software Pegasus e conterrà un riferimento allo scandalo corruzione. Gli emendamenti dei Verdi e Sinistra chiedono di prendere anche per il Marocco i provvedimenti decisi contro il Qatar, come la sospensione dei badge d'accesso. Difficile che possa ottenere il via libera. La mossa di portare in Aula questa risoluzione nasce su spinta dei liberali e della Sinistra, che hanno colto l'occasione dello scandalo per mettere nero su bianco le accuse al Marocco. Perché in questa fase è più difficile opporsi. Una simile operazione era stata sin qui sempre osteggiata, specialmente dal gruppo dei socialisti-democratici.
    I motivi sono al centro dell'inchiesta, che si concentra sul ruolo di Antonio Panzeri, del suo ex assistente Francesco Giorgi e del suo successore Andrea Cozzolino, membro della commissione d'inchiesta su Pegasus e presidente della delegazione per i rapporti con i Paesi del Maghreb. «Dall'indagine – scrive il procuratore federale Fréderic Van Leeuw nella richiesta di revoca dell'immunità – emerge infatti che Cozzolino potrebbe essere coinvolto in atti di corruzione derivanti dall'ingerenza di uno o più Stati stranieri al fine di influenzare le discussioni e le decisioni adottate in seno al Parlamento europeo».
    L'italiano ieri ha accolto la richiesta di auto-sospendersi dal gruppo dei socialisti-democratici e ha accettato l'invito della commissione giuridica: con ogni probabilità sarà ascoltato mercoledì «per ribadire la sua totale estraneità ai fatti dell'indagine», come hanno fatto sapere i suoi avvocati. Panzeri ha puntato il dito contro Cozzolino, che avrebbe portato avanti il lavoro pro-Marocco da lui iniziato con l'ambasciatore Atmun Abderrahim. «Non ho prove, ma dovreste controllarlo», ha detto Panzeri. Mentre Giorgi, che di Cozzolino era assistente, ha parlato di un suo coinvolgimento «indiretto». Marc Tarabella, invece, è accusato da Panzeri di aver ricevuto circa 120-140 mila euro per difendere posizioni pro-Qatar. Ieri è stato espulso dal gruppo S&D. Oggi Eva Kaili si presenterà davanti ai giudici della Camera di Consiglio perché chiedere nuovamente di essere scarcerata.
  3. COME MAI NON CI DITE AGENZIE STAMPA COME RISPONDONO I GIUDICI ?Il giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Brescia ha rinviato a giudizio il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e il pubblico ministero Sergio Spadaro con l'accusa di rifiuto d'atti d'ufficio, in relazione al processo sul caso della presunta tangente pagata da Eni alla Nigeria. La procura di Brescia, competente per i magistrati di Milano, aveva iscritto i due magistrati nel registro degli indagati nel marzo del 2021.
  4. UN'ALTRO SABOTAGGIO MA NON VEDO IPOTESI :  Gli ucraini stavano ancora piangendo le vittime dell'attacco missilistico su Dnipro, quando un'altra tragedia si è abbattuta sul Paese. Ieri mattina un elicottero Super Puma del Servizio di emergenza statale ucraino è caduto su un'area residenziale di Brovary, nei pressi di Kyiv.
    Sul velivolo si trovava tutta la leadership del Ministero degli affari interni del Paese: il ministro degli Interni, Denys Monastyrskyi, il vice-ministro Yevghen Yenin, quattro funzionari e tre membri dell'equipaggio. L'elicottero è precipitato tra un asilo e di un edificio residenziale, causando un'esplosione, un enorme incendio e numerose vittime.
    Sul luogo dell'incidente i soccorritori hanno trovato 14 corpi, tra cui una bambina e tutte e nove le persone che erano a bordo dell'elicottero. Era l'ora in cui persone stavano andando al lavoro, dopo aver portato i figli all'asilo e a scuola,e perciò le strade erano affollate.
    «Al momento della tragedia all'interno dell'asilo c'erano i bambini e il personale», ha scritto su Telegram Oleksiy Kuleba, capo dell'amministrazione militare regionale di Kyiv, aggiungendo che tutti erano stati evacuati. Stando alle fonti officiali, dopo l'accaduto tutti i bambini dell'asilo sono stati portati in un altro istituto scolastico, dove hanno ricevuto il sostegno necessario, incluso quello psicologico e medico.
    Maryna, 40 anni, residente a Brovary, si è precipitata a prendere la sua bambina in un altro asilo, anche se lontano dal luogo dell'incidente. «Mi rendo conto che è stata più una reazione emotiva, ma so che tanti genitori hanno fatto lo stesso - racconta -. Dopo così tante tragedie, difendo la mia bambina in ogni modo».
    Alla fine il numero di feriti è salito a 25, inclusi 11 bambini, che sono stati ricoverati d'urgenza in ospedale. Il sindaco di Brovary, Ihor Sapozhko, ha scritto sui social che solo nel reparto ustioni sono state trasportate 8 persone, tra cui 4 bambini. Tra i feriti anche una donna incinta. Al lutto di tre giorni proclamato dal sindaco si sono aggiunte subito le manifestazioni di solidarietà della comunità internazionale: «La tragedia colpisce il cuore dell'Ucraina devastata dalla guerra. Esprimo le mie più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime, ala presidente Zelensky e a tutto il Paese. Siamo in lutto con voi», ha scritto su Twitter la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen
    In un colpo l'Ucraina perde il suo Ministro degli Interni, Denys Monastyrskyi, il suo primo vice Yevhen Yenin, il segretario del ministro Yuriy Lubkovych, i loro assistenti. L'elicottero era diretto nella regione di Kharkiv, come ha scritto sui social Volodymyr Tymoshko, capo della polizia nazionale nella regione che li avrebbe dovuti incontrare di lì a poco.
    Con la morte del 42enne Monastyrsky scompare una figura che è stata fino ad ora centrale nel governo di Volodymyr Zelensky, oltre che uno dei più stretti e fidati collaboratori del presidente. Un legame di lungo corso tra i due, visto che Monastyrsky - giovane e brillante avvocato in politica dal 2014 - nel 2019 era stato tra i primi sostenitori della candidatura di Zelensky.
    «Penso che questo non sia un incidente, questa è la guerra», ha detto il presidente Zelensky in videocollegamento con il World Economic Forum di Davos. «Tutto questo, ogni persona e ogni morte, è il risultato della guerra», ha precisato Zelensky, «la guerra non è solo sul campo di battaglia. La guerra ha diverse direzioni».
    I servizi di sicurezza ucraini hanno avviato subito un'indagine sulle cause dell'incidente, comunicando tramite un post su Telegram che «sono state prese in considerazione diverse ipotesi», a partire dal sabotaggio da parte dei russi (ma come sospetto inevitabile, dato che nessuna prova è ancora emersa), fino all'incidente, forse dovuto alla nebbia, al volo a bassa quota per evitare i missili e alla scarsa illuminazione a causa delle restrizioni energetiche. Infine, è al vaglio anche l'ipotesi di un malfunzionamento dell'elicottero.
    Il capo della polizia nazionale ucraina, Ihor Klymenko, è stato nominato viceministro degli Interni e servirà come ministro degli Interni ad interim.
    I leader di vari Paesi hanno espresso le loro condoglianze ai parenti delle vittime. Tra di loro anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz, che ha twittato: «L'incidente in elicottero a Brovary mostra ancora una volta l'enorme prezzo che l'Ucraina deve pagare in questa guerra. In questo triste giorno, i nostri pensieri vanno alle famiglie delle vittime e a Zelensky, che oggi ha perso il suo ministro dell'Interno».
    In serata anche il presidente Usa ha mandato il suo messaggio di cordoglio: «Jill e io inviamo le nostre più sentite condoglianze alle famiglie di tutte le persone uccise e ferite nel tragico incidente. Gli Stati Uniti stanno dalla parte del popolo ucraino di fronte a questa tragedia, e per tutto il tempo necessario».
  5. COME NELLE ASSEMBLE DEGLI AZIONISTI IN ITALIA: Ventiseimila giorni è il tempo concesso a un uomo dalla vita media per rivelarsi, giustificare la sua esistenza, darle un senso o almeno provarci, amare, lottare, riprodursi o, se proprio non riesce in altro, sprecarsi. Quindici minuti è quello concesso in extremis a un imputato che rischia la condanna a morte davanti a una corte di cosiddetta giustizia in Iran. Lo racconta la Bbc ricostruendo le fasi finali del procedimento contro Mehdi Karami, 22 anni, campione di karate, impiccato il 7 gennaio scorso.
    Quindici minuti. È il lasso in cui, secondo una frase comunemente attribuita a Andy Warhol, a ciascuno sarà consentito di essere famoso nel mondo. E Karami lo è diventato, per le ragioni sbagliate.
    Quindici minuti. È la durata del tempo supplementare di una partita di calcio. In questo caso non il primo, il secondo, dopo che nel precedente quarto d'ora si sono subiti tre gol e il risultato è segnato, ma si gioca lo stesso. È facile immaginare i giudici annoiati, l'avvocato d'ufficio che pensa al pranzo o alla cena, la pubblica accusa che segna una tacca sulla propria agenda, a inizio 2023; altre seguiranno.
    Quindici minuti è la dimensione spazio-temporale di una città ritenuta ideale, racchiusa in un diagramma circolare, in cui ogni cosa essenziale possa essere raggiunta entro quel limite massimo. La distanza tra un'aula di tribunale e la casa a cui tornare libero o il carcere nel cui piazzale essere giustiziato. A Teheran la freccia indica una sola possibile direzione.
    Quindici minuti. Il tempo di un Ted Talk per esporre un'affascinante teoria innovativa. Di un colloquio di lavoro, in cui convincere un responsabile delle risorse umane che si è quella che stava cercando. Di vicinanza a un affetto da Covid che provoca il contagio secondo i criteri dell'obsoleta applicazione Immuni.
    Può essere anche il tempo necessario per esporre la propria innocenza, convincere una giuria, diffondere concetti come libertà e giustizia? Non certo in Iran, non adesso. Non nei tribunali dei regimi in cui i giudici entrano avendo in tasca una sentenza già scritta e nessuna sentenza già scritta può essere giusta, nemmeno contenesse la verità dei fatti. Quei minuti non servono per rivolgersi alla corte e neppure al pubblico (il più delle volte composto da guardiani dell'autorità). Diventano un testamento, un atto che si spera trovi qualche notaio disposto a divulgarlo perché arrivi. Non dovesse, resta la funzione principale: affermazioni per la propria coscienza, un soliloquio finale prima che la luce si spenga, quello in cui un uomo non può mentire a se stesso e pesa la sua esistenza oltre i 21 grammi dell'anima che se ne va. In definitiva, un mezzo di autorappresentazione: nudi all'estremo specchio.
    In Russia è quasi un genere. L'ultima dichiarazione è concessa a tutti gli imputati prima che possano inevitabilmente passare alla condizione di condannati. In un libro dal titolo «Proteggi le mie parole» (citazione dal poeta Mandelstam) sono raccolte le frasi pronunciate in 25 circostanze del genere dal 2017. Non c'è alcuna autodifesa: «Non sono un santo, ma da bambino ho imparato a non dire bugie e qui ho ascoltato calunnie senza pudore», Ilja Sakurskij. Semmai fierezza: «Non ho paura di criticare lo Stato, la sola paura è non farlo, è se nessuno lo fa», Svetlana Prokopeva. Sfida: «Che ognuno faccia la sua scelta, restare nel lager e seguirne le regole o lasciarseli alle spalle, lager e regole», Maria Alechina, delle Pussy Riot. Certezza: «La guerra è figlia della tirannia, chi vuole combattere la guerra deve solamente combattere i tiranni», Aleksei Nanalny, citando Tolstoj, sovrastato invano dalla voce dei giudici. E un biglietto per il futuro imminente: «A questa corte auguro la saggezza. A tutti coloro su cui si abbatterà la nuova ondata di repressioni auguro di resistere», Aleksei Gorinov.
    Probabilmente non sapremo mai che cosa abbiano detto Karami e i suoi «fratelli». Se le torture li abbiano fiaccati al punto da rinunciare e tacere, se addirittura si siano sottomessi alla farsa o se abbiano trovato la forza di usare qui 15 minuti non per difendersi, ma per accusare. A tutti soccorra una delle più famose ultime dichiarazioni della storia (anche di quella del cinema). La rese il 9 aprile del 1927, prima di essere condannato a morte da un tribunale americano, Bartolomeo Vanzetti: «Non augurerei a un cane o a un serpente, alla più miserevole e sfortunata creatura della Terra, ciò che ho dovuto soffrire per colpe che non ho commesso. Ma la mia convinzione è un'altra: che ho sofferto per colpe che ho effettivamente commesso, per le mie idee…ma sono tanto convinto di essere nel giusto che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora»
  6. IN IRAN SI E' REALIZZATO IL DESIDERIO DI MOLTI CONTRO DI ME : Destano sconcerto i pesi e le misure applicati nei tribunali iraniani. Le denunce degli attivisti per i diritti umani fioccano quotidiane su processi definiti «iniqui» e «farsa» a carico dei manifestanti arrestati nell'ondata di proteste anti regime in corso nella Repubblica islamica. D'altro canto le Ong segnalano l'insufficienza di severità per chi si macchia di «delitti d'onore».
    Bbc Persian ha divulgato ulteriori dettagli sul caso Karami, la vittima dell'esecuzione giudiziaria del 7 gennaio, impiccato appena 65 giorni dopo il suo arresto a Karaj in relazione all'omicidio di un membro delle forze paramilitari Basij il 3 novembre del 2022. Accusato del reato capitale di «corruzione sulla Terra», a Mohammad Mehdi Karami è stata negata la scelta di un avvocato. E quello nominato d'ufficio dalla magistratura non ha mai risposto ai tentativi di contatto da parte della famiglia, secondo quanto dichiarato dal padre del ragazzo al quotidiano riformista Etemad. Processi a porte chiuse, da cui tutt'al più trapelano verbali e video di dubbia veridicità. In una testimonianza, Karami appare angosciato mentre «confessa» di aver colpito il membro Basij sulla testa con un sasso. Dopo che l'avvocato, invece di difenderlo, chiede perdono al giudice, il ragazzo prende coraggio e afferma di essere stato «ingannato». Era il 5 dicembre quando il manifestante 22enne è stato giudicato colpevole e condannato a morte. Nessun legale ha presentato appello alla Corte Suprema per impugnare la sentenza di una pena capitale sfruttata dalle autorità come strumento di deterrenza.
    Tutto l'opposto del trattamento riservato a Sajjad Heidarnava, condannato a 8 anni e mezzo di reclusione con l'attenuante del «delitto d'onore» nonostante un anno fa abbia decapitato la moglie 17enne, mostrandone fieramente in pubblico la testa, per le strade della città di Avhaz. L'agenzia di stampa Irna, che opera sotto il controllo del ministero della cultura e dell'orientamento islamico, ha reso noto che l'omicida è stato perdonato dai genitori della giovane vittima. La ragazza aveva 12 anni quando è stata maritata a Heidarnava. All'epoca dell'omicidio, aveva un figlio di 3 anni.
  7. IL GRANDE EQUIVOCO COMMERCIALE:  La stretta annunciata da Schillaci sull'universo mondo delle sigarette elettroniche riaccende la querelle su chi faccia più o meno male tra classiche bionde da una parte, svaporizzatori, Iqos, Glo, Ploom e gli altri prodotti a tabacco riscaldato dall'altra. Nella stretta anti-fumo annunciata in Parlamento dal ministro della Salute la novità più importante riguarda proprio lo stop alle sigarette «alternative», al chiuso e all'aperto quando si è in presenza di minori o di donne in stato di gravidanza. La svolta prende di mira i prodotti a tabacco riscaldato che in Italia hanno triplicato il numero di fumatori in soli tre anni, passando dall'1,1 al 3,3% della popolazione, che fanno quasi due milioni di adepti. Un pubblico conquistato anche dal potente marketing pubblicitario, che ha sempre promosso questa categoria di prodotti come funzionali a una politica di limitazione del danno, considerando che solo in Italia il fumo fa in media 96 mila morti l'anno.
    Ma vediamo i pro e i contro del «fumo riscaldato» alla luce dei documenti prodotti dal nostro Iss e dall'americana Fda, la Food and Drug Administration che regolamenta farmaci, alimenti e prodotti da fumo.
    I pro
    L'Fda ha autorizzato la popolarissima Iqos, regina di prodotti a tabacco riscaldato, come «prodotto a rischio modificato». Dopo attento esame l'ente regolatorio americano nel 2019 ha sentenziato che «l'aereosol prodotto dal sistema Iqos di riscaldamento del tabacco contiene meno sostanze tossiche rispetto al fumo di sigaretta». Tanto da definire il dispositivo della Philip Morris «uno strumento adeguato per la protezione della salute pubblica» in quanto i livelli di sostanze tossiche sono più bassi rispetto alla combustione delle sigarette tradizionali. Sempre secondo l'Fda «l'esposizione al monossido di carbonio di Iqos è paragonabile all'esposizione ambientale, e i livelli di acroleina e formaldeide sono inferiori rispettivamente tra l'89% e il 95 % e tra il 66 % e il 91 % rispetto alle sigarette combuste». Vicini a quelli delle tradizionali bionde sarebbero invece i livelli di nicotina, che genera la dipendenza, con tutto quel che ne consegue in termini di esposizione al rischio di malattie cardiovascolari e dell'apparato respiratorio. Insomma, le tanto di moda Iqos &C., pur esponendo cuore e polmoni agli stessi pericoli dei fumatori tradizionali, ridurrebbero (senza escluderlo), il rischio di cancro. La pensa così l'Istituto Mario Negri, per il quale «è probabile che siano meno dannose delle sigarette tradizionali». Diverso il discorso per le e-cig a vapore utilizzate da 1,2milioni di italiani. In base a una rassegna di studi scientifici l'Airc, l'Associazione italiana per la ricerca contro il cancro, ha sentenziato che sono «meno pericolose, ma non innocue».
    I contro
    Sempre per l'Airc, la minore dannosità dei prodotti da svapo svanisce con un uso massiccio, perché formaldeide e acetaldeide «a dosi più elevate di quelle assunte con una singola e-cig sono considerati cancerogeni certi».
    Un pool di esperti coordinati dall'Iss nel 2018 ha invece sentenziato che i prodotti a tabacco riscaldato «non costituiscono un'alternativa valida e sicura al consumo tradizionale di tabacco, stante la presenza, oltre alla nicotina, di agenti cancerogeni e sostanze tossiche e nocive, nonché il verificarsi di eventi letali per patologie polmonari».
    «Allo stato attuale e sulla base della documentazione - affermano gli esperti riferendosi a quella fornita dalla Philip Morris - non consente di riconoscere la riduzione delle sostanze tossiche, né di stabilire il potenziale di riduzione del rischio rispetto ai prodotti da combustione, a parità di condizioni di utilizzo».
    Nessun dubbio invece sul fatto che Iqos & C. «non possono essere adottate quale strategia di salute pubblica, che mira invece alla disassuefazione dal fumo e dall'utilizzo di prodotti del tabacco o contenenti nicotina». Questo sia perché generano ugualmente una dipendenza da questa, sia per l'uso duale che se ne fa. «L'87% di chi usa prodotti a fumo riscaldato fa contemporaneamente uso di sigarette tradizionali. Magari fumando Iqos e simili nei luoghi al chiuso dove il fumo tradizionale è invece vietato», spiega la professoressa Roberta Pacifici, direttrice dell'Osservatorio fumo alcol e droga dell'Iss.
  8. FINALMENTE : Nunzia De Girolamo indaga il mondo maschile proprio perché sente fortissimo il disagio del mondo femminile. E affronta il problema a viso aperto.
    Si parla molto di #MeToo e di abusi nel mondo dello spettacolo. Lei che cosa ne pensa?
    «È fondamentale non abbassare la guardia, i dati sono in crescita, parlarne aiuta anche chi teme di denunciare. Combattere il pregiudizio nei confronti del mondo femminile che si afferma professionalmente. Una bella carriera deve significare per forza un'andata a letto con un uomo. Mentalità che porta violenza».
    Lei ha mai ricevuto avances sgradite?
    «Nel mondo artistico mai, in quello politico, sì. Attenzioni da parte di chi proprio non potevo immaginare. Ho reagito, una volta spingendo contro il muro l'uomo che mi aggrediva e dall'alto del mio 1,80 non è stato difficile, altre volte ho fatto finta di non capire, tentando poi di non rivedere quelle persone».
    Lei ha una figlia piccola, ancora presto per certi discorsi?
    «Gea ha 10 anni e io le parlo di tutto, in modo sereno e facile. La violenza sessuale è un mio incubo. Essendo piccola, non temo i coetanei ma i pedofili. Con molta delicatezza le ho inculcato dei principi cardine, suggerendole di rivolgersi sempre a noi genitori per qualsiasi dubbio. Sono molto attenta ai suoi umori, le ho parlato di omosessualità, di temi sensibili, lei sa che cosa è il #MeToo, tratto tutto ma con leggerezza. Mio marito ha due figli dal primo matrimonio, la ragazza ha 19 anni e si confida con me».
    Da dove viene tanta paura degli abusi?
    «Dallo sfogo improvviso della ragazza con la quale dividevo l'appartamento Roma durante l'università. Mi raccontò che da bambina era stata violentata dallo zio, ripetutamente, nell'indifferenza della madre. A colpirmi, fu proprio quell'indifferenza materna. Un tarlo nella testa. Parlandone, denunciando, si può aiutare anche quelle persone che non hanno una famiglia attrezzata culturalmente, socialmente, affettivamente».
    Lei ci tiene a precisare che il suo «Ciao Maschio», che poi dà il titolo al fortunato programma arrivato alla terza stagione, al via sabato in seconda serata su Rai1, non va inteso come un «ciaone» irrisorio. Allora come?
    «Come un benvenuto. Una porta aperta per scoprire, incrociando diverse età e provenienze, l'evoluzione generazionale dell'essere maschile».
    Si è assunta un compito enorme!
    «La comprensione sociologica dei fenomeni che influenzano la sfera relazionale mi ha sempre interessato. L'uomo contemporaneo non é più angosciato dall'idea di incarnare a forza il maschio alfa. I giovani hanno avuto madri diverse, hanno sposato donne diverse che domani saranno madri diverse».
    Perché non Ciao Donna?
    «Perché di programmi al femminile ce ne sono tanti. Io ho preso spunto da Harem, il talk condotto su Rai3 da Catherine Spaak, e l'ho voltato al maschile. Le donne parlano molto di loro stesse, si raccontano facilmente, gli uomini no, tendono a nascondersi dietro al personaggio».
    Come pensa di smascherarli?
    «Ho sempre avuto un gran rapporto con il mondo maschile, fin da piccola, ho un atteggiamento complice, sono un maschiaccio, non punto sulla seduzione. Lo stesso comportamento in Parlamento».
    Che cosa le manca dell'essere in politica?
    «Gli strumenti legislativi per portare a termine una battaglia sulle questioni di bene comune. Continuo ad amare molto la politica, la frequento da opinionista, prima da Giletti, ora da Formigli».
    La politica le ha portato l'amore vero?
    «Francesco (Boccia, deputato Pd) l'ho conosciuto in un convegno a Napoli. Tutti e due deputati e non ci eravamo mai incontrati in Parlamento. È stato un colpo di fulmine».
    La politica le ha portato anche tanto dolore vero?
    «Accusata, da innocente, d'abuso d'ufficio, concussione e altri mille capi. Assolta perché "Il fatto non sussiste", sia in primo grado, sia in appello. Nove anni ci sono voluti per uscire dall'incubo. L'esperienza più brutta della mia vita. Se sei un delinquente metti in conto il rischio d'impresa, se sei perbene vieni investita da un tir. Mi sono dovuta dissociare da me per andare avanti. Ancora oggi ho problemi di sonno».
    Che cosa l'ha delusa del mondo dello spettacolo?
    «Il pregiudizio. Il mio mondo dell'appartenenza mi ha creato problemi».
    Magari perché veniva dal centro-destra...
    «Certo, fossi stata di sinistra...».
    Ora che i suoi sono al Governo, lei non c'è. Conosce Giorgia Meloni?
    «Conosco bene Giorgia, siamo entrate in Parlamento che eravamo due ragazzette. Lei poi è diventata ministro del Governo Berlusconi di cui facevo parte. È presto per giudicarla, sono contenta che abbia bucato il soffitto di cristallo, la prima donna Presidente del Consiglio è una bella conquista. E visto che noi sogniamo ciò che vediamo, per tante sarà un obiettivo da raggiungere».
    Che cosa apprezza di Meloni?
    «La capacità di sacrificio, la determinazione, il coraggio e la coerenza».
    Difetti?
    «La diffidenza, che in politica può anche essere un pregio».
    Il suo sogno professionale?
    «La conduzione di un programma vicino al sociale, all'attualità».
    I televisivi più amati?
    «Fiorello e Maria De Filippi, che vedo soprattutto come abile imprenditrice».

 

19.01.23
  1. UN CSM COSI TUTELA IL POTERE POLITICO : Dopo una giornata convulsa, il Parlamento in seduta comune ha eletto nove dei dieci membri laici del Csm. Pasticci a ripetizione, manca il quorum un candidato di Fratelli d'Italia subentrato a un altro ritirato in corsa.
    La giornata era cominciata con lieti auspici: quattro posti a Fratelli d'Italia, due alla Lega, uno ciascuno a Forza Italia, Pd, M5S e Terzo Polo. Ma la festa appena cominciata era già finita pochi minuti dopo le 16, con la scoperta che Giuseppe Valentino, ex parlamentare e sottosegretario alla giustizia, oggi presidente della fondazione Alleanza Nazionale, principale candidato di Fratelli d'Italia al Csm, è indagato a Reggio Calabria per reati di 'ndrangheta. Nel mirino, sulla base di intercettazioni telefoniche e dichiarazioni di pentiti, i suoi rapporti con Paolo Romeo, che faceva parte della «struttura riservata» della 'ndrangheta ed è stato condannato in primo grado a 25 anni di carcere. Lo stesso Valentino ne era stato messo al corrente quando, chiamato a testimoniare nel maxiprocesso Gotha, si era avvalso della facoltà di non rispondere «in quanto indagato per reato connesso».
    A votazione in corso, il Parlamento va in tilt. Conciliaboli tra Conte e Orlando. Pd e M5S «chiedono chiarimenti» non si capisce bene a chi (a Valentino? Alla Procura? Alla 'ndrangheta?). Provenzano butta il sasso: «Io non lo voto». Sui telefoni dei parlamentari di Fratelli d'Italia arriva l'ordine di disertare la prima chiama, per tattica.
    Dopo venti minuti contrordine: votate pure, «dubbi M5S chiariti». Manco per niente: il M5S non vota. Sono le 18. Anche il Pd non ci sta. Due minuti dopo Valentino annuncia il ritiro della candidatura denunciando «vergognose palate di fango».
    Meno uno, a votazione in corso. Salta tutto. Qui si fa l'Italia o si muore. In due minuti Fratelli d'Italia perfeziona il cambio volante: subentra Felice Giuffrè, docente e avvocato amministrativista catanese, una militanza nel Fronte della gioventù prima della carriera tra Sicilia e Parioli.
    L'accordo rivive a urne aperte, ma nel caos: alcuni parlamentari non possono più votare. Giuffrè manca l'elezione: problema tecnico, ma non mancano i sospetti su franchi tiratori.
    La lista va letta in controluce. Per la Lega due penalisti: Fabio Pinelli (padovano, già difensore di Morisi, ideatore della "bestia" social di Salvini) e Claudia Eccher (trentina, consigliera di amministrazione di Italferr, avvocato di Salvini). Per Forza Italia Enrico Aimi: avvocato modenese, ex An, poi senatore berlusconiano, ricandidato nel 2022 non rieletto. Per il M5S Michele Papa: docente di diritto penale a Firenze, amico personale di Conte che già l'aveva collocato nel consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Per il Terzo Polo Ernesto Carbone: prodiano legato a Paolo De Castro (Nomisma, ministero dell'agricoltura, Ismea), poi turborenziano, non rieletto in Parlamento nel 2018 ma ricollocato nel consiglio di amministrazione della società pubblica Terna. Si scrive Terzo Polo ma si legge Renzi: Calenda si era speso invano con Andrea Mascherin, già presidente del Consiglio nazionale forense.
    Il Pd, dopo aver fatto ballare anche il docente torinese Grosso e quello genovese Ferrante, vira su Roberto Romboli: costituzionalista pisano, allievo di Pizzorusso che fu membro del Csm, studioso di ordinamento giudiziario, membro del consiglio giudiziario, consigliere comunale per il Pds post tangentopoli da indipendente. Indicazione del duo Letta-Rossomando.
    Fratelli d'Italia schiera Isabella Bertolini (avvocato modenese, ex parlamentare di Forza Italia poi transitata anche dalla Lega, paladina «delle radici cristiane»), Daniela Bianchini (avvocato civilista di Roma, con il sottosegretario Mantovano nel centro studi Livatino di ispirazione conservatrice), Rosanna Natoli (avvocato siciliano di Paternò, paese natale di La Russa, già assessore e candidata per Fratelli d'Italia).
    Bisognerà rivotare tra una settimana per il decimo posto.
    Come vicepresidente in pole Pinelli (benché di indicazione leghista ha profilo indipendente, prova ne sia la stima di Violante che l'ha chiamato nella fondazione Leonardo) o Romboli (miglior curriculum anche se indicato dal Pd). Decideranno i togati, che hanno la maggioranza. E soprattutto le correnti moderate Unicost e Magistratura Indipendente.
  2. COSI SI CHIUDE TUTTO : «Consegnavamo il denaro a distanza di due o tre mesi», con rate «di circa 20 mila euro» in contanti. «Il denaro si trovava in sacchetti di carta». E ora Antonio Panzeri vuota il sacco. L'ex parlamentare europeo ha spiegato davanti agli inquirenti il sistema che avrebbe utilizzato per tenere a libro paga l'eurodeputato Marc Tarabella in cambio delle sue posizioni in favore del Qatar. Il socialista belga, per il quale è stata chiesta la revoca dell'immunità, «è stato ricompensato più volte per un importo totale, a memoria, tra i 120 e i 140 mila euro». Ma le rivelazioni su Tarabella potrebbero non essere le ultime: Panzeri, l'uomo al centro dell'inchiesta sul Qatargate, adesso è pronto a raccontare per filo e per segno tutti i dettagli del "sistema", compresi i suoi protagonisti.
    Ieri ha firmato un accordo con la procura federale belga per ottenere lo status di "pentito", che gli consentirà di cavarsela con una condanna a cinque anni - di cui solo uno in carcere -, una multa di 80 mila euro e il sequestro del patrimonio derivante dall'attività illecita, stimato in circa un milione di euro. In cambio dovrà offrire la massima collaborazione e descrivere: il modus operandi dell'organizzazione da lui gestita, gli accordi con i Paesi terzi coinvolti, le «strutture finanziarie create» e ovviamente «il coinvolgimento delle persone note o non ancora note nel dossier». La decisione è arrivata ieri dopo l'udienza davanti ai giudici della Camera di Consiglio, durante la quale ha rinunciato ha chiedere la scarcerazione, e all'indomani del via libera all'estradizione in Belgio della figlia.
    Si tratta di uno sviluppo seguito con la massima attenzione nei corridoi del Parlamento europeo, che da lunedì è riunito in sessione plenaria a Strasburgo. Il timore è che possano emergere nuovi nomi, anche se l'atmosfera ieri era relativamente tranquilla nell'emiciclo. Si registra però un po' di agitazione nel gruppo dei socialisti-democratici per i possibili sviluppi dell'inchiesta che potrebbe vedere coinvolti altri eurodeputati. L'avvocato di Panzeri ha però fatto sapere che il suo assistito intende difendere Maria Arena, «alla quale era molto vicino», dicendo che lei «non ha nulla a che vedere» con questa storia. Il 10 dicembre scorso Panzeri aveva spiegato che quella da lui condotta era «un'iniziativa di lobbying e ovviamente cercavamo dei parlamentari che fossero disponibili ad appoggiare certe posizioni in favore del Qatar». Molti le hanno appoggiate, «ma per semplice convinzione». Senza dunque bisogno di corromperli.
    Lunedì la commissione giuridica si riunirà per esaminare la richiesta di revoca dell'immunità per il belga e per Andrea Cozzolino. La procura ha trasmesso gli atti al Parlamento, tra i quali figurano alcuni stralci degli interrogatori di Panzeri e del suo ex assistente Giorgi, che fino al 9 dicembre lavorava con Cozzolino. Se per Tarabella c'è la rivelazione - ancora da dimostrare - dei pagamenti in denaro per corromperlo, l'accusa a Cozzolino è molto più sfumata. «I deputati corrotti sono Tarabella e indirettamente Cozzolino» ha detto Giorgi durante l'interrogatorio dello scorso 13 dicembre, accusando l'italiano di essere «coinvolto con il Marocco» dopo aver preso il posto di Panzeri alla guida della delegazione per il Maghreb. «Prendeva delle cravatte o degli abiti» ha fatto mettere a verbale l'assistente parlamentare, rivelando però che questo era il linguaggio in codice utilizzato quando si parlava di andare a prendere il denaro.
    Ieri l'Europarlamento ha dedicato un dibattito ad hoc sul più grande scandalo che ha travolto l'istituzione, ma l'Aula era praticamente vuota, con non più di 30 eurodeputati presenti (su 705). In compenso a Strasburgo è arrivata una delegazione di parlamentari marocchini per fare lobbying sugli eurodeputati e ammorbidire una risoluzione di condanna sulla situazione dei giornalisti nel Paese. Il testo sarà messo ai voti domani.
    Secondo quanto risulta a "La Stampa", Mounir El Jaffali, consigliere diplomatico del parlamento marocchino, ha scritto ad alcuni eurodeputati annunciando la visita di una delegazione composta da Zaina Chahim, Manna Hicham, Majid Fassi Fihri e Fatima Zahra Bentaleb, tutti membri della commissione parlamentare Ue-Marocco, per chiedere un incontro. Il capogruppo socialista al parlamento di Rabat ha invece spedito una lettera agli eurodeputati socialisti chiedendo esplicitamente di votare contro la risoluzione. Non solo: i parlamentari marocchini hanno avuto accesso alla bozza di risoluzione del gruppo Renew Europe (che non era pubblica) e l'hanno rispedita con una serie di commenti per smontare le accuse nei confronti del loro Paese. «Trovo assolutamente inusuale e inappropriato che i rappresentanti di un Paese oggetto di una risoluzione sui diritti umani vengano a fare lobbying qui al parlamento, tanto più vista la situazione» denuncia Miguel Urban Crespo, europarlamentare spagnolo della Sinistra.
  3. M5s: la festa di Lo Russo alle Ogr 50 mila euro pagati dai torinesi
    L'evento del sindaco Stefano Lo Russo per il primo anno di mandato, che si era tenuto alle Ogr lo scorso novembre con tutti gli assessori, finisce al centro della polemica. A sollevarla è il Movimento 5 Stelle. Tutto ruota intorno a una parte delle spese per organizzare l'iniziativa, che sono state sostenute dalle casse comunali. A essere nel mirino, spiega il capogruppo pentastellato a Palazzo civico, Andrea Russi, ci sono cifre per un totale di 52 mila euro. Di questi, circa 47 mila sono stati utilizzati per servizi di comunicazione. Altri 4.000 per dei servizi di realizzazione video proiettati nella serata. Gli ultimi 1.200 per l'organizzazione e l'accoglienza durante l'evento stesso. E per l'affitto delle Officine grandi riparazioni? Niente. Quelle sono state date in regime di concessione gratuita, come affermano i documenti per la stipula interni al Comune, chiesti da Russi per vie ufficiali. Negli spazi delle Ogr, quella sera, si erano recate decine e decine di persone, in rappresentanza di tutte le realtà di peso della città: le categorie, i sindacati, gli atenei, il mondo della politica, dalle Circoscrizioni alla Regione. Lo stesso governatore Cirio aveva fatto un "cameo" in un video proiettato. «L'evento, organizzato per dire cosa hanno fatto nel primo anno di governo e cosa pensano di fare nei prossimi, è costato la bellezza di 52 mila euro, a spese dei contribuenti torinesi. Gli stessi contribuenti che si sono visti innalzare Tari e Irpef», attacca il capogruppo. Il punto, insomma, è chiaro: il sindaco non avrebbe dovuto usare le casse del Comune per finanziare quell'evento, che già era stato criticato dalle opposizioni. «Mi chiedo se in un periodo come questo, dove le tasse sono al massimo, i servizi spesso carenti e le bollette alle stelle, abbia senso spendere soldi pubblici in questo modo. Dopo le poltrone del sindaco ora abbiamo anche gli eventi organizzati dal gabinetto del sindaco per l'autopromozione del sindaco e della giunta. Non potevano metterle di tasca propria quelle risorse, anche considerato l'aumento di stipendio di cui hanno potuto beneficiare?», conclude Russi.

 

18.01.23
  1. UNA SOFFIATA PERCHE' ?   Il generale di divisione Pasquale Angelosanto è il comandante del Ros, Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, nato come prosecuzione delle Sezioni anticrimine create dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa durante gli Anni di piombo.
    Quanto è importante la cattura di Matteo Messina Denaro?
    «È fondamentale perché elimina dal territorio il capo della mafia trapanese che rimane destabilizzata. È un colpo duro alla mafia, non sappiamo al momento come evolverà».
    Come sarà la nuova mafia ora che il super latitante è stato sconfitto?
    «Non è semplice rispondere, ma certamente sarà una Cosa nostra diversa. L'arresto dell'ultimo dei Corleonesi rompe definitivamente con il passato, proprio perché l'ultimo degli stragisti era lui. E ora che la parentesi corleonese si è chiusa definitivamente, gli assetti sono destinati a cambiare. Ci sarà una nuova mimetizzazione sul territorio, senza più quella contrapposizione allo Stato tipica dello stragismo. Ci dovremo aspettare più corruzione, più affari, più business e meno stragi. Le mafie evolvono e cercano spazi nuovi, nuove strutture di holding criminale su tutto ciò che produce reddito. Dai grandi appalti con i fondi del Pnrr alla Green Economy».
    Come siete arrivati a scoprire l'identità di Messina Denaro?
    «I carabinieri del Ros ci lavorano da 20 anni e negli ultimi mesi c'è stata un'accelerazione grazie alla malattia del boss. Da varie intercettazioni di persone a lui vicine avevamo appreso del suo tumore al colon e così abbiamo incrociato i dati di tutti i pazienti con la sua età. Abbiamo individuato un malato a Campobello di Mazara, nel Trapanese, e abbiamo intuito che fosse lui. Ma solo stamattina (ieri per chi legge, ndr) abbiamo avuto la certezza che fosse lui. L'ultimo periodo, quelle delle feste natalizie, i nostri uomini lo hanno trascorso negli uffici a lavorare e a mettere insieme gli elementi che ogni giorno si arricchivano e venivano comunicati. La Procura era aperta anche all'antivigilia, è stato uno sforzo corale».
    In che modo avete fatto convergere le indagini sul boss?
    «Già in passato avevamo indicazioni che avesse problemi di salute e su queste notizie abbiamo lavorato in modo da individuare le persone che avevano accesso alla struttura sanitaria e che avevano una particolare patologia. Nell'ultimo periodo c'è stata un'accelerazione perché via via che si scremava la lista di persone, ci siamo concentrati su pochi soggetti fino ad individuare il nome di Andrea Bonafede. Da qui l'ipotesi che proprio lui potesse essere il latitante. A quel punto è scattata l'organizzazione del blitz. E fatte le ultime verifiche la certezza che fosse lui è arrivata appunto solo questa mattina (ieri per chi legge, ndr)».
    Per trovarlo è stato prezioso l'aiuto di informatori o collaboratori di giustizia?
    «No, abbiamo proceduto esclusivamente grazie alle indagini e alle intercettazioni. Negli ultimi dieci anni, grazie alla nostra attività tecnica e investigativa, abbiamo contribuito molto a ridurre il potere di vari mandamenti. Alcuni nostri interventi hanno indebolito molto Cosa nostra se si pensa che in dieci anni abbiamo arrestato oltre 100 associati e abbiamo provveduto a sequestrare beni per 150 milioni di euro. A questi numeri bisogna aggiungere i dati di Polizia e Finanza. Questo lavoro ha compromesso il funzionamento della struttura mafiosa. Decisiva, comunque, è stata la collaborazione concreta e attiva con le altre forze di polizia».
    Lo scorso novembre Salvatore Baiardo, che aveva gestito la latitanza dei fratelli Graviano, parlò pubblicamente della grave malattia di Messina Denaro. Questa cosa vi ha aiutato?
    «No, perché noi già lo sapevamo e ci stavamo lavorando».
    Ma com'è possibile che sia rimasto latitante per 30 anni? Chi lo ha aiutato?
    «È stato protetto dalla sua rete di favoreggiatori e organizzazioni mafiose, oltre a coloro che hanno stretto affari con lui».
    Messina Denaro è stato favorito anche dalla classe politica?
    «Sono tanti i casi di collusione tra Cosa nostra e il mondo politico. Purtroppo i buoni rapporti tra mafia e politica non sono una rarità».
    Negli anni passati, in precedenti operazioni investigative, l'arresto è saltato all'ultimo minuto. Ci sono state talpe che lo hanno informato, come ipotizzato anche dall'ex procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato?
    «Le talpe ci sono state e sono anche state arrestate per favoreggiamento con l'aggravante mafiosa. Purtroppo si tratta di appartenenti infedeli alle forze di polizia».
    Secondo lei il boss parlerà? Collaborerà con lo Stato?
    «Ce lo auguriamo, perché è un capo che conosce molte cose».
    Nonostante l'importante arresto rimangono tuttavia in piedi ancora molti misteri.
    «Non li chiamerei misteri, quanto piuttosto aspetti investigativi ancora da chiarire. Certo la lunga latitanza ha contribuito a creare molte zone d'ombra, ma il nostro sforzo è quello di indagare per scoprire tutto ciò che è rilevante».
    Chi è l'erede di Messina Denaro?
    «È difficile dirlo al momento».
    Quando 30 anni fa venne arrestato Totò Riina, si commise l'errore di non perquisire il suo covo. E ora? Sapete dove abitava Messina Denaro?
    «Non conosciamo la sua casa, perché noi lo abbiamo trovato in clinica. Ma non lasceremo nulla d'intentato».
    Si curava a Palermo, quindi abitava lì?
    «Non credo. È più verosimile che la sua casa sia nel Trapanese».
    La clinica conosceva la vera identità del latitante?
    «Al momento non lo sappiamo. Ci stiamo lavorando».
  2. LO HA CONSEGNATO IL SUO SUCCESSORE MICHELE GRECO JR  CON LA SCUSA CHE E'  TROPPO INGORDO SUI FONDI DEL PRNN E DEL PONTE DI MESSINA : Solo due mesi fa, novembre 2022, Massimo Giletti manda in onda su La7 un'intervista a Salvatore Baiardo. Un gelataio piemontese, in altri tempi uomo di fiducia dei fratelli Graviano, capimafia di Brancaccio, al punto da gestirne la latitanza. Una chiacchierata in cui l'uomo, pentito dagli anni '90, lascia intendere di essere ancora ben collegato a certi ambienti e profetizza l'imminente arresto di Messina Denaro: «Un bel regalino, un fiore all'occhiello» per il governo appena insediato. «Presumiamo che Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso, per fare un arresto clamoroso – è l'ipotesi formulata da Baiardo –. E così, arrestando lui, magari esce qualcuno che ha l'ergastolo ostativo, senza che ci sia troppo clamore». Un accordo, quindi, perché la trattativa Stato-mafia «non è mai finita».
    Parole che, riascoltate oggi, suonano inquietanti. Ma, secondo il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Guido, è solo «una coincidenza», perché «le voci sulle condizioni di salute di Messina Denaro sono vecchie di 20 anni» e quella condotta «è stata un'indagine pura, fatta con le intercettazioni». Dal Pd, però, il deputato Roberto Morassut chiede che «il ministro dell'Interno riferisca al Parlamento, anche per fugare ogni dubbio sull'ipotesi di una trattativa». La premier Giorgia Meloni, interpellata sulla questione, dice di «non capire, qualcuno dovrebbe spiegarmi su cosa si sarebbe fatta questa eventuale trattativa». E ricorda che «il primo provvedimento in assoluto assunto da questo governo è la difesa del carcere ostativo, del carcere duro. Matteo Messina Denaro – sottolinea – andrà al carcere duro perché quell'istituto esiste ancora grazie a questo governo»
  3. SAPEVA DELLA SOFFIATA  IL MINISTRO DELL'INTERNO ? Era stato un auspicio, oggi suona come una profezia. O forse come la fondata speranza di chi, dopo anni di caccia serrata alla Primula rossa di Cosa Nostra, aveva sentito circolare un certo ottimismo. «Mi auguro di essere il ministro dell'Interno con il quale si giungerà all'arresto di Matteo Messina Denaro – aveva detto il 9 gennaio, il titolare del Viminale Matteo Piantedosi –. Da ministro auspico giustizia nei confronti delle vittime e quindi che Matteo Messina Denaro venga preso. Confido nelle forze di polizia e magistratura e nel lavoro che è stato svolto da chi mi ha preceduto». Ieri, a una settimana esatta dal momento in cui, in visita ad Agrigento, aveva pronunciato quelle parole, Piantedosi si è ritrovato al centro di quella che ha definito «una giornata storica», dedicata alle vittime della mafia e ai loro familiari, ai tanti che non hanno perso la fiducia nello Stato nonostante la grandi sofferenze personali. «Vivo l'emozione di essere il ministro che ha visto compiersi l'ultimo grande arresto di un grande boss di mafia – ha detto a Palermo, durante la visita alla caserma del Ros – e penso a più di 30 anni fa, allorquando muovevo i primi passi nell'amministrazione dell'Interno, nei giorni in cui si verificavano gli episodi peggiori della guerra di mafia. Penso alla fortuna di oggi, vivere da ministro dell'Interno questa giornata, che mi ripaga dell'indignazione di quei giorni». Appena quattro mesi fa, a settembre, nel Trapanese, l'esecuzione di 70 misure cautelari nei confronti di presunti favoreggiatori del latitante. Quel giorno era stata Luciana Lamorgese a sottolineare «l'incessante sforzo operativo in atto per assicurare alla giustizia Messina Denaro». Ma a festeggiare, ieri, è stato il suo successore. —
  4. VENDETTA O COLLABORAZIONE DA PARTE DI MATTEO MD ?  «Oggi è una giornata importante per la lotta alla mafia ma sarebbe letale pensare che lo Stato abbia sconfitto Cosa Nostra». Il magistrato Nino Di Matteo, noto per l'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, ha combattuto per una vita la criminalità organizzata siciliana è certo: «È un madornale errore pensare che con l'arresto del boss Matteo Messina Denaro, la mafia sia finita». Anzi, «la mafia ha ancora la forza per tornare ad attaccare il cuore del nostro Paese».
    Quale è il valore di questo arresto?
    «Viene posta la parola fine alla latitanza di un uomo che è stato condannato definitivamente per le stragi del '92 e '93 e di altri delitti gravissimi. Un boss crudele».
    La politica e il governo sono euforici. Ma si può parlare di una vittoria dopo una latitanza durata 30 anni?
    «Lo Stato avrà davvero vinto quando avrà approfondito e fatto chiarezza sul come e sul perché sia stata possibile una latitanza così lunga nonostante l'impegno di migliaia di agenti delle forze dell'ordine e di decine di magistrati. Avevamo identikit molto fedeli, Messina Denaro ha vissuto a Palermo, è stato arrestato in una delle cliniche più frequentate della città».
    Ha fatto un selfie con il suo medico curante. Che risposta si dà?
    «È assai probabile che la sua latitanza non sia dovuta solo all'abilità del fuggiasco ma anche alle protezioni di cui ha goduto. Proprio ieri in una sentenza della Corte di Assise di Palermo, a proposito della trattativa Stato-mafia che ha condannato i boss e assolto gli apparati dello Stato, è scritto che per un certo periodo gli alti funzionari del Vecchio Ros avevano coperto Provenzano per interesse nazionale in modo che potesse consolidare la leadership moderata rispetto all'ala stragista. Insomma ci sono sempre state coperture istituzionali. E fino a quando non si chiariranno le coperture e le complicità, allora come ora, non potremo di avere vinto».
    Chi è stato Messina Denaro?
    «Ha avuto un ruolo centrale. Non solo operativo ma strategico negli attentati a Falcone e Borsellino. Per fare un esempio: indicò i monumenti da colpire. Era frutto solo delle sue conoscenze o aveva dei suggeritori?».
    Un altro pentito, Salvatore Baiardo, pochi mesi fa ha detto in tv che Messina Denaro era malato e che avrebbe potuto farsi arrestare magari, ha lasciato intendere, se in cambio si discutesse davvero dell'abolizione dell'ergastolo ostativo.
    «Avevo già notato allora la precisione del suo racconto. Ora si deve fare il possibile per capire come abbia potuto prevedere tutto questo. E soprattutto come e attraverso chi aveva saputo delle condizioni di salute di Messina Denaro».
    Quale è stata la forza di Messina Denaro?
    «È stato un capo particolare. Ha incarnato lo spirito corleonese. È cresciuto con l'esempio del padre Ciccio Messina Denaro ed è stato il preferito, fin da ragazzo, di Riina, ma ha saputo traghettare Cosa Nostra nel nuovo millennio. Ha una storia diversa rispetto ai boss storici. Ha frequentato ambienti nuovi, ha avuto relazioni con donne straniere. Non era il capomafia che ha sempre vissuto nei casolari dell'entroterra siciliano. Ha utilizzato la tecnologia per comunicare, non solo pizzini. Ha aperto le frontiere nuove per investire fuori dalla Sicilia».
    È il custode di tanti segreti. Anche dell'agenda rossa di Borsellino e dell'archivio di Riina?
    «Non sono congetture, ma considerazioni fatte in un certo periodo dai boss e riferite dal pentito Nino Giuffrè, che è stato al vertice di Cosa Nostra. Giuffrè ha sostenuto che Messina Denaro avrebbe utilizzato l'agenda rossa e l'archivio di Riina come arma di pressione e ricatto all'interno e all'esterno di Cosa Nostra».
    Si può pentire?
    «Non lo so. Auspico che, se decidesse di parlare, lo faccia pienamente. Ma anche lo Stato deve fare la sua parte senza avere paura di fare domande e di ascoltare risposte come avvenuto in passato. Messina Denaro non deve aggiungere qualche tassello sulla stragi ma farci capire chi ha voluto gettare nel panico un Paese, con finalità terroristiche».
    L'ergastolo ostativo va abolito?
    «L'abolizione dell'ergastolo ostativo è uno degli obiettivi primari di Cosa Nostra. Il fine pena mai è stato uno dei motivi delle stragi e dei ricatti. Il decreto di questo governo ha evitato che, dopo le sentenze europee e della nostra Consulta, l'abrogazione possa accadere facilmente ma non lo ha escluso in via definitiva».
    Questo è un governo che si impegnerà a fondo nella lotta alla mafia?
    «Me lo auguro. Lo vedremo dai fatti. Non posso però non ricordare che di questo governo fa parte un partito, Forza Italia, fondato anche da Marcello Dell'Utri, condannato in via definitiva per mafia e che, lo dice la stessa sentenza definitiva, il suo leader (Silvio Berlusconi, ndr) ha avuto per anni rapporti economici con uomini di Cosa Nostra protagonisti del periodo stragista».
    Chi comanda ora Cosa Nostra ?
    «Messina Denaro era il vero successore di Riina. Adesso non penso che sia facile capire cosa succederà. L'arresto darà uno scossone che creerà un assestamento attorno a nuovo equilibri, non solo nella mafia siciliana».
  5. NON E' TOTO REJNA : «Faceva la chemio con me ogni lunedì. Stavamo nella stessa stanza, era una persona molto gentile». Così una donna, in un video di Tv2000, racconta di aver condiviso le sedute con Matteo Messina Denaro all'interno della clinica La Maddalena di Palermo. La paziente ha poi raccontato: «Ci sono anche mie amiche che hanno il suo numero di telefono. Lui mandava messaggi a tutti. Ha scambiato messaggi con una mia amica fino a questa mattina, lei è ora sotto choc a casa».
  6. MIOPIA TOTALE : Ci sono voluti trent'anni e un giorno da quando fu preso Totò Riina. Trent'anni e un giorno per scoprire che Matteo Messina Denaro, massacratore di magistrati, stragista e assassino di bambini, non si è mai mosso dalla Sicilia. Che andava a farsi curare come un poverocristo qualunque in una clinica di Palermo. Una vittoria dello Stato si dice a denti stretti in giorni così. «Certamente un successo per l'Italia e un grande lavoro dei carabinieri. Più difficile pensare che il merito sia del governo Meloni, il meno antimafioso della nostra storia», dice invece Roberto Saviano a La Stampa, mentre le televisioni di tutto il mondo rimandano le immagini di un anziano signore col volto pieno di doppi fondi, sfuggente e ridicolmente mortificato, che viene portato via dalle forze dell'ordine.
    Roberto Saviano, Matteo Messina Denaro è stato arrestato a Palermo. Probabilmente non si è mai mosso da lì.
    «Probabilmente no. Come tutti i capi, Matteo Messina Denaro non ha mai lasciato il suo territorio. Da nessuna altra parte del mondo sarebbe stato protetto allo stesso modo».
    Protetto da chi?
    «Intanto dai suoi. Se qualcuno arriva nei tuoi feudi vengono ad avvertirti in tempo reale. E chi tradisce sa che pagherà. Se ti trasferisci, anche solo temporaneamente, in Montenegro, in Romania, in Kosovo o in Germania (non sono nomi fatti a caso), non sai come si comporteranno i tuoi vicini di casa o chi ci sia davvero di fianco a te».
    Impossibile comandare da lontano?
    «Più difficile. Devi nominare un viceré. E si sa che i viceré prima o poi vogliono diventare re».
    Messina Denaro era in cura a "La Maddalena" da almeno un anno. Evidentemente si sentiva al sicuro.
    «Il sistema sanitario siciliano, ma più in generale il sistema sanitario italiano, è da sempre infiltrato dalle organizzazioni criminali. Basti pensare alla storia di Michele Aiello, manager al soldo di Provenzano che gestiva una delle cliniche migliori del Mediterraneo. Dunque, sì: evidentemente si sentiva al sicuro».
    È sufficiente farsi chiamare Andrea Bonafede per ingannare il sistema?
    «Il nome falso non serviva tanto per ingannare il sistema, quanto per avere maggiore libertà con medici e infermieri. Meno problemi per Messina Denaro, meno problemi per chi lo curava».
    Cappellino di lana, volto scavato, cappotto di montone, occhiali scuri. Nelle immagini dell'arresto, l'uomo più ricercato d'Italia sembra un anziano apparentemente innocuo. La banalità del male.
    «Trent'anni di latitanza ti consumano e oggi l'aspetto di Messina Denaro è quello di un manager qualunque. Gli uomini d'onore spesso sono così. Affaristi nascosti nel buio».
    Torno alle protezioni. La politica?
    «Vecchia storia. Difficile dimenticare che il referente di Matteo Messina Denaro è stato Tonino D'Alì, ex senatore di Forza Italia e sottosegretario all'Interno, a cui i giudici hanno contestato la vicinanza a Cosa Nostra. E in particolare a Riina e ai Messina Denaro padre e figlio. Questo è il livello di stratificazione delle relazioni».
    Nella Sicilia governata dall'ex presidente del Senato Renato Schifani, cosa è rimasto del rapporto tra i Palazzi e le cosche?
    «Non so esattamente che cosa sia rimasto. Quando si parla di Sicilia bisogna sempre fare attenzione. Ci sono stati dei cambiamenti profondi. Ma noto anche che Dell'Utri e Cuffaro continuano ad avere consenso e uomini sul territorio».
    E dunque?
    «E dunque fatico a convincermi che ci sia stata una rottura definitiva tra potere politico e mafia in Sicilia. I rapporti del passato tra Forza Italia e Cosa Nostra sono ampiamente documentati. Storicamente e giudiziariamente».
    Messina Denaro è stato arrestato perché non contava più nulla?
    «Non si può dire che non contasse più nulla. Stiamo comunque parlando del Re di Cosa Nostra. Certamente un'organizzazione molto diversa da quella di Michele Greco ereditata da Riina e Provenzano. Cosa Nostra oggi è la quarta delle mafie, dopo 'ndrangheta, camorra e Società pugliese. Ma sarebbe stupido sottovalutarla».
    Falcone diceva che la mafia è un fenomeno umano. Così è nata, così è destinata a morire.
    «Per una volta la penso diversamente da lui. La mafia è nata con l'uomo e temo che finirà solo quando l'uomo non ci sarà più».
    Giorgia Meloni ha rivendicato il successo dello Stato.
    «Che per lo Stato sia un successo è certo. Che il merito sia di questo governo non direi. Anzi, direi che questo è uno degli esecutivi meno antimafiosi che il Paese abbia avuto».
    Sembra un pregiudizio più che un giudizio.
    «È solo una constatazione. La mafia ama fare affari con chi sta al potere, indipendentemente dai colori. Lo ha fatto con la destra e con la sinistra. Ma la predilezione per la destra è testimoniata da una infinità di atti e documenti».
    Anche Salvini ha twittato esultante.
    «Non mi occupo della propaganda. Salvini non ha alcuna competenza in questo campo. Di criminalità organizzata non sa nulla».
    Piantedosi però sì. La scorsa settimana ha detto: mi piacerebbe essere ricordato come il ministro dell'Interno della cattura di Messina Denaro. Profetico.
    «Le voci su un possibile arresto giravano da molto tempo e quello di Piantedosi sembrava lo spot di uno che sapeva. Uno spot pericoloso, perché rischiava di far saltare l'operazione. Ma evidentemente il ministro era certo di fare cassa mediatica con un arresto di cui non ha alcun merito. I carabinieri hanno lavorato su Messina Denaro per anni».
    C'era un accordo?
    «Di sicuro i tempi erano maturi».
    C'è chi sostiene che Messina Denaro avrebbe la famosa agenda rossa di Borsellino.
    «Io non lo so. Di sicuro Matteo Messina Denaro è al corrente di molte cose. Per esempio immagino che sappia cosa successe nel covo di Riina quando fu inutilmente ispezionato».
    Perché Graviano vuole portarla in tribunale e chiede che il suo libro su Falcone, "Solo è il coraggio", sia ritirato dalle librerie?
    «Molti in questa fase mi vogliono portare in tribunale. E Graviano, mente operativa dell'assassinio di Falcone e Borsellino, è tra loro. Sostiene che io abbia mentito quando scrivo che Riina lo mandò a Roma per costruire una Super-Cosa da contrapporre alla Superprocura».
    A cosa sarebbe servita, la Super-Cosa?
    «A seminare il terrore. A uccidere Falcone, Costanzo, Martelli. Ma anche personalità pubbliche come Renzo Arbore, Pippo Baudo o Enzo Biagi».
    Violenza gratuita e senza scrupoli.
    «I corleonosi, e ovviamente Messina Denaro con loro, erano ossessionati dalla violenza e dalle operazioni mediatiche. Erano convinti che più si è violenti, più si dimostra la propria potenza, più si spaventa il nemico più è facile negoziare».
    Oggi non è più così.
    «Oggi è il contrario. L'omicidio è l'extrema ratio. La mafia preferisce camuffarsi, magari fingendosi antimafia».
    Perché Messina Denaro non è stato portato via in manette?
    «Le manette si mettono solo se c'è il rischio reale di fuga. Oppure per mandare segnali: vedete? C'è il capo ai ceppi. In questo caso non vedo alcun significato simbolico. Penso a una scelta fatta sul momento».
    Lei è favorevole all'ergastolo ostativo?
    «È oggettivamente una misura che contraddice la natura stessa della pena, che serve a reinserire e non ad escludere. Quindi nessuno può essere chiuso a chiave senza appello. Mi rendo conto che si deve valutare caso per caso, ma l'ergastolo ostativo contraddice la vocazione stessa della Costituzione».
    Saviano, chi sarà l'erede di Matteo Messina Denaro?
    «Matteo Messina Denaro. Perché in Cosa Nostra, se non parli, anche dietro le sbarre resti il Re. Fuori ci proverà Giovanni Motisi, in nome del suo feroce passato. Non ha il profilo politico-imprenditoriale di Messina Denaro e neanche quello strategico di Riina o diplomatico di Provenzano, ma 'U Pacchiuni, il ciccione, si farà avanti di sicuro». —

 

17.01.23
  1. MATTEO MESSINA DENARO = BUSCETTA 2 con nomi e fatti giusti sulla connessione mafia-massoneria-servizi segreti-politica-magistratura . La clinica la MADDALENA quando e' stata costruita, da chi chi la ha finanziata? NON SAREBBE STATO MEGLIO PEDINARLO PER TROVARE I COVI ?
  2. Il "non compleanno" di Giulio Regeni
    Una torta di "non compleanno", con la scritta «Giulio 35» e «Giustizia e Verità». È il disegno che la mamma di Giulio Regeni, Paola Deffendi, ha postato per ricordare che ieri il figlio avrebbe compiuto 35 anni, se non fosse stato torturato e ucciso in Egitto 7 anni fa.
  3. I LADRI DELLE PRIVATIZZAZIONI:  La Croce Rossa chiede soccorso. Non quella nazionale, che scaricata la sua valanga di debiti a una bad company, la «Esacri» istituita nel 2016, ora va avanti senza fardelli, grazie anche al surplus di appalti e commissioni piovuti dal cielo per via dell'emergenza pandemica, come rimarca nella sua ultima relazione del 2022 la Corte dei Conti. Il problema sono le miriadi di sedi locali, che con la privatizzazione sono diventate autonome anche dal punto di vista del bilancio e dove i commissariamenti fioccano. Un processo in atto da qualche anno, che va a cozzare proprio con lo spirito della privatizzazione, la quale - in ottemperanza allo statuto di Ginevra - si prefiggeva di garantire la piena autonomia rispetto alla politica. Che ha spesso esercitato il suo controllo sulla Cri proprio attraverso i numerosi commissariamenti succedutisi negli anni. E che ora si ripropongono a livello locale, per beghe interne, lotte intestine di un ente da sempre troppo attiguo ai partiti. Ma più spesso per mala gestio. Il che maschera il rischio di nascondere la polvere sotto i vari tappetini dei bilanci regionali.
    Il comitato Croce Rossa di Crotone, ad esempio, è stato commissariato per la terza volta nell'arco di otto anni a causa di «una preoccupante situazione sia associativa che amminstrativo-gestionale». Leggasi assunzioni familiaristiche, stipula di un sub comodato con la locale Asp non consentito dalla legge, assenza di attività di volontariato. Perché mentre si assumevano parenti stretti dei vertici del comitato, l'attività «è stata svolta per la quasi totalità sempre dalle poche decine di volontari, di cui buona parte risulta sistematicamente assunta a rotazione come dipendente a tempo determinato», riporta la relazione che ha portato al provvedimento. Esempio emblematico di quel che fu l'«assumificio» del vecchio carrozzone della Cri pre-privatizzazione, che con un 90% di spese per il personale era arrivata ad accumulare oltre 335 milioni di debiti, nonostante 160 milioni di finanziamento statale.
    La cattiva gestione è ugualmente all'origine del commissariamento della Cri di Como. Rimborsi non dovuti, buoni pasto dei dipendenti usati per spese personali, veicoli di pronto soccorso pagati più del dovuto in cambio di sconti per le auto private, mezzi dotati ai vigili del fuoco e poi rivenduti compongono il lungo elenco delle irregolarità riscontrate. Sarebbero quasi 135 mila gli euro sottratti indebitamente dall'ex presidente del comitato di Como, mentre spese illecite con la carta di credito Cri per 17 mila euro sono state contestate a un dipendente. A entrambi le Fiamme gialle hanno sequestrato denaro e beni per oltre 150 mila euro dopo aver analizzato i flussi finanziari della Cri comasca.
    A Vercelli la locale Croce Rossa è commissariata da quasi sei mesi ed è alle prese con una difficile situazione economica, con lo spettro di esuberi tra il personale dipendente. Il presidente regionale della Cri, Vittorio Ferrero, ascrive alle minori donazioni ricevute le difficoltà economiche. Ma intanto l'ultimo deficit accertato per il 2021 è di 130 mila euro.
    A Frosinone i magistrati amministrativi del Tar hanno invece stoppato il commissariamento. Ma dietro la decisione, contrariamente a quel che si potrebbe pensare, c'è proprio la riprova della gestione allegra del Comitato locale della Cri. Quella a suo tempo denunciata dall'allora presidente Antonio Rocca, imprenditore di Cassino che nulla ha a che vedere con l'ex presidente nazionale della Cri, quel Francesco Rocca oggi candidato dalla destra alle regionali nel Lazio. Sempre a proposito dell'aderenza allo Statuto della Cri, che tra i principi fondamentali mette in cima alla lista proprio quelli dell'«imparzialità, neutralità e indipendenza». L'«altro» Rocca aveva comunque denunciato spese sospette per 300 mila euro da parte di chi lo aveva preceduto. Accuse che hanno spinto il Rocca nazionale a chiedere il commissariamento della Cri ciociara, imputandole, tra l'altro, di «aver attirato l'attenzione degli organi di stampa a seguito della consegna alla Guardia di Finanza del bilancio di esercizio del 2019». Quasi un avvertimento rispetto a chi magari la polvere sotto il tappeto non vuole nasconderla. Fatto sta che i giudici hanno dato ragione all'ex presidente ciociaro, considerando il commissariamento frutto «di una ricostruzione manifestatamente distorsiva» dei fatti.
    Difficoltà economiche sono alla base anche del commissariamento della Cri del Sud pontino, mentre la Cri di Pavia fatica a pagare gli stipendi, visto che a libro paga ne ha ancora ben 70. Sempre il debito sarebbe all'origine del commissariamento della Cri di Follonica (Grosseto). Anche se nel verbale con il quale la regione Toscana ne fa richiesta si legge che la mancata approvazione del bilancio sarebbe «da attribuire a un chiaro clima di tensioni interne, generate da fazioni opposte». Lotte intestine che ritroviamo anche dietro i commissariamenti delle Cri di Limone Piemonte (Cuneo), Guastalla (Reggio Emilia), Castelfranco (Arezzo), Fontanellato (Parma) e Sampeyre, sempre in provincia di Cuneo.
    L'elenco potrebbe allungarsi ma ci fermiamo qui. Per cercare di capire come stanno andando invece le cose al livello nazionale, dove al posto di Francesco Rocca alla guida della Cri è arrivato Rosario Velastro, che già ricopriva la carica di vice presidente: dopo la privatizzazione che ha portato nel 2016 ad accollare tutti i debiti alla bad company Esacri, la Cri, senza più fardelli alle spalle, nel 2020 ha visto crescere il suo attivo del 13,9% rispetto all'anno precedente, certifica l'ultima relazione della Corte dei Conti del settembre scorso. Dove però si rimarca anche che questo è avvenuto grazie a un forte aumento della produzione, pari al 68,2%, frutto anche delle convenzioni sottoscritte con le amministrazioni pubbliche e delle donazioni ricevute per fronteggiare l'emergenza Covid. Come andrà in tempi di pace si vedrà.
  4. ATROCE : Ieri alle 3 in Nigeria un gruppo di banditi ha attaccato prima dell'alba la residenza parrocchiale della chiesa cattolica di San Pietro e Paolo a Kafin-Koro, nella regione di Paikoro e diocesi di Minna, uccidendo il parroco padre Isaac Achi e ferendo alle spalle il suo collaboratore padre Collins, ora ricoverato in ospedale. All'arrivo delle forze dell'ordine, gli aggressori hanno lasciato l'abitazione dandola alle fiamme e provocando così la morte di padre Achi. Lo riporta Vatican News, aggiungendo che sono state avviate le indagini per arrestare gli aggressori. Il responsabile delle relazioni pubbliche della polizia nello Stato, Wasiu Abiodun, ha dichiarato che «i banditi hanno tentato di entrare nella residenza, ma non ci sono riusciti, e hanno dato fuoco alla casa. Il reverendo padre è morto carbonizzato», riporta ancora Vatican News.
  5. IL PAPA E' STANCO E MALATO, STA PER DIMETTERSI, APPENA SARA' INDICATO IL SUO SUCCESSORE AI CARDINALI CHE HA ELETTO : MARENGO ; Affacciato alla finestra più celebre del pianeta, rivolta su piazza San Pietro e al mondo, dieci giorni dopo avere presieduto i funerali del Papa che rinunciò al soglio pontificio, Francesco scandisce: chi ricopre incarichi educativi e di guida deve «imparare a servire gratuitamente e poi a farsi da parte, per dare spazio agli altri. A congedarsi nel momento opportuno». Mai «attaccarsi a ruoli e posizioni». Vale per i «genitori, l'amicizia, la vita di coppia, la vita comunitaria». E soprattutto «per un sacerdote». A maggior ragione per il capo universale dei preti, il Papa, è la suggestione immediata di prelati, fedeli e osservatori, dentro e fuori il recinto cattolico, pro o contro il pontificato. Una riflessione che, di fronte a espressioni come quella di ieri all'Angelus, sorge rapida e spontanea, soprattutto dopo la morte del Papa emerito e con la certezza che il Pontefice ha già consegnato le «dimissioni» in bianco in caso di impedimenti gravi e permanenti legati alla salute.
    Bergoglio ha preso spunto dalla testimonianza di san Giovanni Battista, che «apre la porta» a Cristo «e se ne va»: a un certo punto bisogna lasciare «posto al Signore. Non prendere qualcosa come un contraccambio». Con questo suo «spirito di servizio, Giovanni il Battista ci insegna la libertà dagli attaccamenti». È facile «attaccarsi a ruoli e posizioni - osserva - al bisogno di essere stimati, riconosciuti e premiati. E questo, pur essendo naturale, non è una cosa buona, perché il servizio comporta la gratuità, il prendersi cura degli altri senza vantaggi per sé, senza secondi fini, senza aspettare il contraccambio». E secondo il Papa «farà bene anche a noi coltivare la virtù di farci da parte al momento opportuno, testimoniando che il punto di riferimento della vita è Gesù». E lo ribadisce, come da suo stile quando tiene particolarmente a un concetto: «Farsi da parte, imparare a congedarsi: ho fatto questa missione, mi faccio da parte e lascio posto al Signore».
    Le voci di una possibile uscita di scena anticipata di Papa Bergoglio aleggeranno per tutto il resto del «regno argentino», sarà un tormentone ricorrente - con tanto di toto-nomi per il successore - «spesso strumentalizzato dai suoi oppositori, con speculazioni sulle complicazioni motorie del Vescovo di Roma, la carrozzina, il bastone, e ovviamente l'età che avanza (86)», analizza un porporato. Anche se la sensazione diffusa nelle Sacre Stanze è che «il Santo Padre non abbia in programma di lasciare. Almeno non in tempi brevi». Francesco appare complessivamente in buona salute, a parte il noto problema causato dal dolore alla gamba. E più volte ha ribadito che «si governa con la testa, non con il ginocchio».
    Nei giorni del lutto per Benedetto XVI, padre Antonio Spadaro, direttore della rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica, ha suggerito a La Stampa che «se nella sua preghiera e nel suo discernimento dovesse percepire di dover lasciare, lo farebbe senza battere ciglio, come ha sempre affermato. Ma mi sembra che siamo fuori dall'orizzonte della rinuncia al papato, tenendo conto che sta lavorando ad appuntamenti futuri». Tra i quali, uno nuovo Francesco l'ha annunciato ieri: «Il 30 settembre avrà luogo una Veglia ecumenica» per «il Sinodo». Assise sulla sinodalità che è in corso e che lo stesso Papa ha prolungato fino all'ottobre 2024. Poi, il Pontefice tra 15 giorni volerà in Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan, un viaggio non agevole. È in agenda la sua presenza in Portogallo ad agosto per la Giornata mondiale della Gioventù. In più, sono in ballo le ipotesi di Marsiglia e dell'Ungheria; e in fase di studio le mète Mongolia, India e Libano.
    Pochissimi nei Sacri Palazzi prevedono che il Papa possa ritirarsi prossimamente, ma ovviamente nessuno può esserne certo. Neanche lo stesso Francesco, che ha già comunicato come si comporterebbe: si farebbe chiamare «vescovo di Roma emerito»; non indosserebbe la talare bianca; non abiterebbe in Vaticano; né tornerebbe in Argentina: resterebbe a Roma, e cercherebbe una chiesa dove confessare la gente e consolare i malati.
    Tra l'altro, le parole del Pontefice risuonano nei Sacri Palazzi anche come un messaggio a chi, tra i suoi oppositori che non hanno più mandati di governo, continua a «esporsi contro il Papa o a diffondere veleni anti-Bergoglio». Molti prelati hanno pensato agli sfoghi di monsignor Georg Gaenswein, segretario di Joseph Ratzinger, mentre è in gioco il suo futuro: dovrebbe abbandonare il Monastero Mater Ecclesiae entro l'1 febbraio per trasferirsi in un appartamento in Roma, ma non si conosce ancora il suo destino ecclesiastico. Si parlava di una nunziatura. O anche di una docenza in un ateneo cattolico. Più difficile un ritorno nella sua Germania. Resta valida anche l'ipotesi che continui per un tempo indefinito a essere prefetto della Casa pontificia, ma sempre in congedo.
  6. DEMOCRAZIA TEDESCA CONTRO GRETA : La marcia per salvare Lützerath dalle ruspe del colosso energetico Rwe è conclusa, i riflettori si spengono, i dimostranti tornano a casa ma Greta Thunberg è ancora lì, mentre continua il lavoro di demolizione di quel che resta del villaggio della Renania. Insieme agli attivisti che presidiano la zona da settimane, Greta viene sorpresa a ballare e cantare in prossimità dello scavo a cielo aperto della miniera di lignite Garzweiler II, di proprietà di Rwe. Invitata ad allontanarsi dalle forze dell'ordine, l'attivista svedese sceglie di rimanere e viene allontanata dalla polizia, che la prende sotto braccio e l'accompagna fuori dalla zona protetta. È stata vista seduta sul ciglio dello miniera - dirà un portavoce della polizia a Dpa - una scelta incauta e pericolosa dopo giorni di pioggia incessante. Se è stata portata via, era solo per garantire la sua stessa incolumità, viene precisato dal portavoce.
    Greta torna verso Keyenebrg a piede libero, il villaggio a circa 3 chilometri di distanza, che nelle ultime settimane è diventato il nuovo campo base. È li che si sono spostati i giovani attivisti ma mano che venivano sgomberati da Lützerath, ed è lì che dormono in tenda, nel campo autogestito, dove durante i pasti si condividono le provviste raccolte e donate da ciascuno durante il giorno. Un cartone davanti al portone della chiesa a mattoncini rossi di Keyenberg riporta in stampatello la scritta «spenden» (donazioni). Dentro ci sono prodotti di ogni tipo: muesli, una zucca, barrette di cioccolato. Il campo era pieno nel fine settimana, ora sono rimasti in pochi. Sara e suo fratello, di 24 e 28 anni, erano arrivati da Düsseldorf con la speranza di riuscire a bloccare l'espansione della miniera di Garzweiler II, che dovrebbe inghiottire Lützerath e risparmiare Keyenberg. «Siamo riusciti a salvare la foresta di Hambacher tre anni fa, magari può succedere di nuovo. Bisogna restare ottimisti», ci dicono. Nel 2020 era stato ingaggiato un analogo braccio di ferro tra ambientalisti e il colosso dell'energia Rwe per salvare la foresta millenaria tra Aquisgrana e Colonia. E in quel caso, grazie alla mediazione del governo, gli attivisti avevano avuto la meglio. Stavolta però il film non sembra lo stesso.
    Dentro il villaggio fantasma di Lützerath, ormai quasi del tutto raso al suolo, di attivisti non ce ne sono più, tutti sgomberati, ci racconta al telefono Stefan, collaboratore della giovane deputata verde Kathrin Henneberger, che ha ancora il permesso di restare dentro il villaggio. Ieri due dimostranti erano riusciti a sfondare il cordone della polizia tentando di raggiungere Lützerath, completamente blindata. Ma è durato un attimo, sono stati riacciuffati subito e riportati indietro. «Qui sono rimasti solo poliziotti, collaboratori di Rwe e qualche giornalista - dice Stefan -, di attivisti sono rimasti solo le due persone nel tunnel» scavato nella terra, ci spiega. «Ma di più non posso dire». Le operazioni condotte da rappresentanti di Rwe per tirare fuori i due ragazzi, che si sono incuneati nelle cavità della terra per resistere allo sgombero, sono delicate. I due, che si fanno chiamare con i nomi di fantasia "Brain" e "Pinky", sono decisi a non uscire. Ma il pericolo di crolli in cunicoli scavati a mano, su un terreno argilloso, è oggettivo e il nervosismo palpabile.
    All'esterno le operazioni di sbancamento procedono incessanti. Ieri è stato tagliato l'albero simbolo della protesta, un vecchio tiglio centenario conosciuto dagli attivisti come l'albero della pace. È stato tra gli ultimi a cadere, con casetta annessa. Tra le sue fronde avevano ricevuto ospitalità migliaia di attivisti dal 2021 ad oggi.
  7. Il buio
    donne afghane

    Noura ha cominciato a giocare a pallone a nove anni. Trascorreva i pomeriggi tirando calci a una palla coi ragazzini che vivevano vicino a lei e alla sua famiglia in un quartiere a Nord di Kabul. È andata avanti così finché non l'ha notata un allenatore che le ha chiesto di provare a far parte di una squadra di calcio femminile. Sua madre, timorosa del giudizio della gente, ha tentato di fare resistenza. Nella società conservatrice afghana, anche dopo il 2001 e la caduta del primo emirato islamico, la passione sportiva in una donna era considerata una violazione della modestia, un mancato rispetto del ruolo imposto alle donne nella società. Per questo sua madre l'ha punita e picchiata, ha provato a convincerla ad abbandonare lo sport, gli allenamenti, ma la passione di Noura era talmente viva e tenace che alla fine la famiglia ha ceduto e a tredici anni la ragazza è stata nominata migliore giovane calciatrice della sua età, e celebrata in televisione e sui giornali.
    Da allora sono passati otto anni, Noura è diventata una donna e il Paese in cui a una bambina era permesso, sebbene con fatica, di sognare una forma di libertà come tirare un calcio al pallone, non esiste più, perché in meno di due anni l'Afghanistan è tornato indietro di secoli.
    Dal 2021 del Paese dei programmi che incoraggiavano lo sport, delle scuole per le bambine e per le donne, del percorso di emancipazione femminile non resta niente. Un percorso raso al suolo da una guerra di vent'anni conclusa con la sconfitta di Stati Uniti e dei loro alleati, da una fuga caotica e frettolosa dei contingenti occidentali e dalla conseguente presa del potere dei talebani.
    Ad agosto 2021, quando è stato chiaro come sarebbero finite le cose, il suo allenatore ha avvertito la famiglia di farla fuggire. Noura dice che sua madre non l'ha avvertita e, spinta dalla disperazione, la ragazza ha tentato di togliersi la vita. Si è ripresa, ma la sua vita è diventata un buio vicolo cieco.
    La sua è solo una delle tante storie raccolte da Ebrahim Noroozi, fotografo dell'Associated Press, che ha speso giorni a Kabul ritraendo i corpi delle sportive afghane costretti sotto il punitivo burqa.
    Nella foto che ritrae Noura, la donna tiene un pallone nella mano destra, alle sue spalle ci sono altre dieci donne, anche loro con un pallone in mano. È una squadra, undici donne cui il regime talebano sta impedendo di vivere il presente e pensare il futuro, undici donne unite dalla determinazione di riavere indietro quello che è stato loro sottratto.
    I dilemma degli aiuti
    Il divieto di praticare sport fa parte della crescente campagna di restrizioni dei talebani che ha interrotto la vita di milioni di donne. Dopo aver preso il potere sedici mesi fa, i talebani hanno dichiarato che avrebbero riorganizzato l'istruzione femminile rispettando il diritto delle giovani di frequentare le scuole. Garanzia disattesa. Non solo le giovani non sono mai tornate a scuola, ma è stato loro imposto un guardiano per uscire di casa, non possono entrare nei parchi, nelle palestre, le loro possibilità di lavorare fuori casa sono state progressivamente compromesse fino al divieto, il mese scorso, di essere assunte nelle ong che ancora, con fatica, operano nel Paese, un passo che sta paralizzando l'accesso agli aiuti umanitari da cui il Paese dipende.
    Molte organizzazioni, infatti, dopo l'ennesima restrizione dei talebani che le riguardava, hanno deciso di interrompere le attività. Medici senza Frontiere ha espresso grande preoccupazione sulla capacità di riuscire ancora a curare le donne. «La partecipazione delle donne che lavorano nelle ong alla fornitura di servizi sanitari è assolutamente essenziale - hanno scritto -. Le donne costituiscono oltre il 50% del personale medico di Msf in Afghanistan».
    Parliamo di quasi mille tra personale medico e infermieristico, cruciale non solo perché garantisce alle donne di ricevere cure, ma anche perché è sul loro lavoro e sul loro stipendio che da anni si sostengono interi nuclei familiari. La salute di una donna è, insomma, la salute di una intera comunità e la domanda, ora, è cosa ne sarà di donne malate se sarà preclusa loro la possibilità di essere curate da medici uomini, come faranno le donne a partorire se le cliniche delle organizzazioni umanitarie dovessero tutte interrompere le loro attività, quanto aumenterà la mortalità materna, quella infantile, e ancora, cosa ne sarà di tutte le giovani e giovanissime che non possono studiare, né lavorare e vivono in una delle milioni di famiglie sull'orlo della fame.
    Uno degli effetti già visibili dopo un anno e mezzo è l'aumento delle dei matrimoni precoci, bambine di fatto vendute, costrette a sposarsi per garantire un'entrata economica al nucleo familiare. La scorsa settimana il segretario generale dell'organizzazione Nrc, il Consiglio norvegese per i rifugiati, è volato a Kabul per incontrare i vertici talebani, l'ha fatto spinto dal precipizio dei numeri che raccontano la crisi del Paese ma anche da un principio per molti non negoziabile: se i diritti delle donne non vengono rispettati, non possiamo continuare: «Non stiamo dando aiuti alle centinaia di migliaia di persone che serviamo qui in Afghanistan - ha detto Egeland in un video diffuso da Kabul -. Sta piovendo, sta nevicando, la vita qui è miserabile, e non dare loro aiuto è estremamente doloroso per noi, ma riprenderemo a lavorare solo se ci saranno anche le donne, secondo tutti i valori tradizionali afghani». Poi ha descritto gli scenari futuri se questo non dovesse avvenire: senza organizzazioni umanitarie nel Paese 6 milioni di persone saranno a un passo dalla carestia, 13 milioni di persone rischiano di vivere senza acqua e 600 mila bambini resteranno senza istruzione
  8. Offende Khamenei 17enne iraniano trovato impiccato
    Fabiana Magrì

    Ci prova, la lunga mano della repressione delle proteste in Iran, a nascondere le vittime come polvere sotto al tappeto. Ma le storie di una generazione, che sfida suo malgrado le forze militari, riemergono anche a distanza di settimane per fare il giro del mondo via social media, attraverso la rete capillare della diaspora iraniana e degli attivisti per i diritti umani.
    Alireza Fili aveva 17 anni quando, alla fine di ottobre del 2022, i pasdaran hanno fatto irruzione nella sua scuola ad Andisheh, una cittadina a 30 km da Teheran, durante una protesta studentesca. L'adolescente, che nel racconto su Twitter di una giornalista iraniana amava tenersi in forma e praticava body building, era stato prelevato dagli agenti della Repubblica islamica per aver scandito slogan anti regime e aver strappato la foto della Guida Suprema Khamenei. Alcuni giorni dopo il padre ha trovato il corpo del figlio impiccato nel suo negozio, con i bottoni della camicia e le tasche dei pantaloni strappati. Un apparente suicidio messo in scena dal regime, secondo le accuse della famiglia.
    Una studentessa di architettura dell'Università di Ahvaz, la 22enne Donya Farhadi, era scomparsa il 7 dicembre, durante la Giornata degli studenti in Iran, dopo aver partecipato alle proteste e aver ingaggiato un conflitto verbale con i Basij nell'ateneo. Per una settimana i genitori l'hanno cercata invano, fino a quando hanno rintracciato il suo telefono nei pressi del fiume Karoon e hanno notato tracce di sangue sul terreno. Per quattro giorni i funzionari della sicurezza si sono rifiutati di autorizzare le ricerche dei sommozzatori. Sono stati i pescatori a trovare il corpo senza vita della ragazza. Le guardie rivoluzionarie hanno classificato la morte di Donya come un suicidio per annegamento ma il sindacato studentesco, contestando la tesi ufficiale, ha reso noto che sul corpo della giovane sono stati trovati fori di proiettili, sostenendo che deve essere stata uccisa a colpi d'arma da fuoco prima di essere gettata nel fiume.
    Da parte degli attivisti, crescono anche le preoccupazioni per la possibile imminente esecuzione di altri manifestanti detenuti, Majid Kazemi e Saeed Yaqoubi arrestati a Esfahan, dopo che sono giunte notizie del loro trasferimento in celle di isolamento, un passaggio che solitamente precede l'impiccagione.
    In un crescendo di tensione diplomatica tra Occidente e Iran dopo l'esecuzione del cittadino iraniano-britannico Alireza Akbari, l'Unione Europea ha ribadito ancora una volta la sua «ferma opposizione all'applicazione della pena capitale in qualsiasi circostanza». Il ministro degli esteri europeo Josep Borrell ha invitato pertanto l'Iran «ad astenersi da qualsiasi futura esecuzione» e ha espresso «piena solidarietà al Regno Unito». Secondo i media, Gran Bretagna e Ue dovrebbero coordinare le mosse per etichettare il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (Irgc) come un'organizzazione terroristica, unendosi a Stati Uniti, Francia, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Già il 12 gennaio il ministro britannico Leo Docherty aveva dichiarato alla Camera dei Comuni che la questione era stata presa in considerazione, senza indicare una data per la decisione formale che - sottolinea il quotidiano inglese The Guardian - «è destinata a provocare ritorsioni iraniane».
    Intanto, la testata anti regime con sede a Londra, Iran International, ha reso noto che la diaspora iraniana si sta preparando per una manifestazione di solidarietà a Strasburgo, in programma oggi, per sollecitare la proscrizione dei pasdaran. Migliaia di iraniani provenienti da tutta Europa si sono impegnati a partecipare per farsi sentire con forza dal Parlamento europeo, che martedì terrà una sessione plenaria.
  9. IL RISTORATORE INGORDO E RESPONSABILE : Questa è la storia di un femminicidio in cui l'unica cosa certa è, purtroppo, la morte di un'avvocata di 35 anni, Martina Scialdone che, ironia della sorte, per lavoro si occupava di diritto di famiglia e donne maltrattate. Ma il delitto è ancora pieno di punti oscuri. Di buchi nella ricostruzione di quello che è accaduto venerdì sera, dentro e fuori il ristorante Bardo, durante la lite tra la vittima e il suo assassino, l'ex fidanzato Costantino Bonaiuti, 61 anni, di origine etiope, ingegnere e sindacalista dell'Enav. Con una domanda che aleggia su tutto: Martina poteva essere salvata? Il dubbio è inevitabile e si porta dietro una serie di domande. Innanzitutto, vista l'aggressività di Costantino durante il litigio furioso, gestori e clienti del ristorante non potevano intervenire per evitare il drammatico epilogo? Martina ha perso la vita nell'indifferenza generale?
    Quella che doveva essere una cena per chiudere definitivamente il rapporto si è trasformata in un'occasione di morte. Lei lo aveva lasciato, forse per l'eccessiva differenza d'età, forse per un altro amore, e lui non accettava il rifiuto. Si sono incontrati per discutere e dopo aver vistosamente litigato l'uomo l'ha uccisa sparandole un colpo di pistola al petto. L'omicidio è avvenuto fuori dal ristorante, poco prima delle 23,30.
    Ma prima, a tavola, i due hanno iniziato a bisticciare. Martina, terrorizzata, si è rifugiata in bagno e Costantino ha incominciato a bussare contro la porta urlandole insulti come un forsennato. Le gridava contro parolacce di ogni genere e tirava pugni contro la porta. Tanto da essere invitato dal gestore del locale a uscire. Lo conferma il difensore dell'assassino, l'avvocato Domenico Pirozzi: «Il mio assistito ha riferito che il ristoratore ha invitato lui e la ragazza a non fare rumore e ad accomodarsi fuori».
    L'ingegnere accoglie il suggerimento ed esce dal ristorante. Martina ancora non si fida, ha ancora troppa paura e rimane chiusa in bagno. Per farla uscire, la porta viene aperta con una chiave di riserva. E a questo punto che cosa succede? Esce in strada di sua spontanea volontà o le chiedono di farlo? «Quando lei è entrata in bagno il proprietario invece di darle una mano le ha detto di andare fuori per non disturbare i clienti», ha raccontato un testimone ai microfoni del Tg3 Lazio. E un senzatetto, Simone De Angelis, che spesso staziona davanti al Bardo, insiste: «La gente è stata indifferente al litigio e agli insulti che ha subìto quella povera ragazza ammazzata. Ho sentito un cameriere dire a un poliziotto che non avevano capito la gravità del litigio altrimenti non li avrebbero invitati a uscire dal ristorante per non dare fastidio agli altri clienti». La vicina di casa di Martina (che abitava con la mamma, vedova, Viviana Pieroni) rincara la dose: «Adesso dicono che l'hanno aiutata, ma non è vero: nessuno in quel ristorante ha mosso un dito per aiutare Martina».
    Ma i buchi della vicenda non si limitano solo alla possibile indifferenza degli spettatori di questo dramma. Tutta da definire è anche la personalità dell'assassino. A partire dal fatto che ora nega di avere il cancro. «Me lo ha escluso nella maniera più categorica - riferisce ancora il suo avvocato -. Mi ha detto di essere depresso e amareggiato per quello che ha fatto. Ma ha negato di avere un tumore maligno».
    Peccato però che ai colleghi dell'Enav Costantino Bonaiuti avesse detto il contrario. «Ci raccontava della malattia oncologica - raccontano - e delle lunghe sedute di chemioterapia a cui si sottoponeva». L'ingegnere era separato dalla moglie, ma viveva ancora con lei in un alloggio a Fidene. Appassionato di armi era campione regionale di tiro e si esercitava nello stesso poligono dove sparava il killer della strage di Fidene, Claudio Campiti. I vicini di casa di Bonaiuti lo definiscono come «un uomo molto irascibile e violento». Uno addirittura ricorda: «Sfrecciava con la sua Mercedes nera come un pazzo e quando gli ho chiesto di andare più piano mi ha risposto "Non mi scocciare, sennò ti sparo"».
    L'ultimo buco di questa tragedia è sui tempi dell'intervento della polizia. I ristoratori dicono di averla allertata già durante il litigio della coppia. Altre telefonate al 112 sono arrivate dopo gli spari, ma la Volante è arrivata appunto solo dopo l'omicidio. La procura, che coordina le indagini della polizia, contesta a Costantino Bonaiuti «l'omicidio premeditato aggravato dai motivi abietti e futili rappresentati dalla gelosia e di avere agito contro una persona a cui l'uomo era legato sentimentalmente».
    E ora il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, si interroga sull'uso delle armi. «Forse - dice - dovremmo fare una riflessione sulla necessità di limitare il possesso delle armi, riducendone il numero in circolazione, per aumentare la sicurezza di tutti».
  10. LA NEVE ARTIFICIALE DANNEGGIA IL PIANETA: Strano a dirsi, ma se vogliamo palesare uno dei limiti oggettivi dello sviluppo umano lo dobbiamo cercare sempre più in quelle attività di svago e divertimento o sport che fanno ormai parte integrante del nostro essere sapiens. Tocchiamo con mano questo limite ogni estate, quando non ritroviamo la spiaggia che frequentavamo, perché mangiata dal mare, o non riconosciamo quel corso d'acqua dove passeggiavamo, perché ormai ridotto a un rigagnolo a causa di dighe e interventi di ogni tipo. Ma ormai questo limite è diventato evidentissimo nelle montagne di tutto il mondo e nelle Alpi in particolare, irriconoscibili rispetto a cinquant'anni fa per via dell'espansione di centri abitati e infrastrutture, del turismo di massa e a causa di elefantiaci, spesso inutili e quasi sempre dannosi impianti di risalita di ogni tipo e misura.
    La cartina di tornasole però la fornisce, come spesso avviene ultimamente, il cambiamento climatico odierno, vera misura del limite dello sviluppo economico dell'umanità. Quello della montagna è un sistema estremamente fragile e le aree montuose, insieme a quelle polari, sono le più sensibili all'aumento delle temperature atmosferiche. Le Alpi vengono visitate da circa 120 milioni di persone ogni anno e il flusso turistico è in continuo aumento per la diffusione di una serie di attività sportive che possono essere praticate soltanto in questo tipo di ambiente. Tra l'altro, le faune di montagna sono in costante arretramento e perdono habitat a causa della costruzione di piste da sci, insediamenti e vie di comunicazione, e sono costrette a evitare con cura la presenza umana, che penetra sempre più profondamente il loro ambiente.
    Per molte aree alpine, poi, la sicurezza della presenza di neve è uno degli elementi chiave dell'offerta turistica. Una neve che presto non ci sarà più, rendendo addirittura problematiche le prossime Olimpiadi di Milano e Cortina. Questione di un paio di decenni e l'arco alpino sarà interamente privo di un manto nevoso stabile e resisteranno solo i ghiacciai più grandi, Stelvio, Marmolada, Adamello. E, in Italia, la metà dei paesi in cui si effettuano attività sciistiche si trova sotto i 1.300 metri, dove già oggi non c'è più neve. Per far fronte alla diminuzione delle precipitazioni nevose, oggi alcuni comprensori sciistici sono in grado di innevare il 100% delle piste, al punto in cui l'innevamento naturale viene addirittura visto come un'integrazione della neve artificiale. In Italia, su 4.693 km di piste da sci da discesa, oltre il 60% è innevato artificialmente.
    È una soluzione? Per produrre la neve artificiale, occorre nebulizzare finissime goccioline d'acqua con l'utilizzo di cannoni ad aria compressa: una parte dell'acqua evapora sottraendo calore all'ambiente circostante e di conseguenza le restanti goccioline si raffreddano, gelano e cadono al suolo sotto forma di cristalli di ghiaccio. Questo processo funziona con temperature dell'aria inferiori a –4°C, temperatura dell'acqua inferiore a 2°C e umidità dell'aria inferiore all'80%. Quando ciò non accade, si utilizzano additivi che influiscono sulla temperatura alla quale l'acqua ghiaccia, perciò per produrre la neve artificialmente occorrono acqua, aria ed energia.
    Con un metro cubo di acqua si possono produrre in media da 2 a 2,5 metri cubi di neve; per l'innevamento di base di una pista da 1 ettaro occorrono almeno 1.000 metri cubi di acqua, per non dire degli innevamenti successivi, che richiedono un consumo nettamente superiore. La Cipra (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) calcola che, per i 23.800 ettari di piste innevabili delle Alpi, occorrono ogni anno circa 95 milioni di metri cubi di acqua, pari al consumo annuo di una città con 1,5 milioni di abitanti. Per sciare. L'acqua utilizzata viene attinta dalla rete idrica naturale e da quella potabile, eventualmente anche con la costruzione di bacini di raccolta appositi che garantiscono la disponibilità in breve tempo di grandi quantità. Per innevare l'intero arco alpino, il consumo energetico totale equivarrebbe a 600 GWh, corrispondente all'incirca al consumo annuo di energia elettrica di 130.000 famiglie di quattro persone. Sempre per sciare.
    Consumi extra di energia e conseguenti emissioni clima alteranti hanno il simpatico effetto di incrementare la forzante antropica all'effetto-serra, aumentando la fusione di neve e ghiacci e, dunque, spingendo a innevamenti artificiali ancora più massicci. In un circolo vizioso senza fine. A ciò va aggiunto che un metro cubo di neve artificiale pesa 350 kg contro i 70-100 kg di un metro cubo di neve naturale, in quanto i cristalli che lo compongono sono più compatti e l'acqua è presente in maggiori quantità. Così il suolo è sottoposto ad una pressione anomala ed è meno isolato termicamente. Inoltre, l'acqua prelevata da laghi, fiumi superficiali e sotterranei e utilizzata per l'innevamento contiene minerali e altri composti chimici che rimangono direttamente intrappolati nel suolo in quantità maggiori rispetto all'innevamento naturale e per un periodo più lungo a causa della maggiore lentezza nella fusione della neve (fino a quattro settimane in primavera). Per non dire dell'effetto straniante di esigue lingue bianche in un paesaggio ormai grigioverde, che trasformano il mondo naturale in una Disneyland insostenibile e totalmente artificiale-
  11. UN SEGNALE FORTE E CHIARO : Sicurezza, le migliori del 2022 sono Tesla, Hyundai e due cinesi
    Tesla Model S
    Wey Coffee 01
    Ora Funky Cat
    Hyundai Ioniq 6
    Tesla Model Y
    Due Tesla, due cinesi recentemente arrivate sul mercato europeo e un'elettrica coreana: sono le cinque auto che EuroNCAP ha scelto come «Best in class», ovvero migliori nella loro categoria, per il 2022. L'ente indipendente europeo per la sicurezza automobilistica, che ormai da 25 anni si occupa di testare i livelli di sicurezza attiva e passiva dei nuovi modelli di auto attraverso una serie di prove e protocolli specifici, anche quest'anno ha valutato i risultati ottenuti dai modelli passati sotto la sua lente, e ha poi condiviso quelle che hanno spiccato.
    La Hyundai Ioniq 6 ha trionfato nella categoria familiari grandi, le due cinesi Ora Funky Cat e Wey Coffee 01 rispettivamente in quella delle piccole familiari e dei grandi Suv, la Tesla Model S e la Tesla Model Y nelle categorie executive e piccoli Suv. Le auto vincitrici sono state scelte sulla base delle percentuali raggiunte nella protezione degli occupanti adulti, dei bambini, degli utenti deboli della strada e per l'efficacia dei cosiddetti Adas, i sistemi di sicurezza elettronici.
    La Ioniq 6, in particolare, ha raggiunto risultati eccezionalmente elevati nella protezione degli occupanti adulti ottenendo una percentuale del 97%. Completamente elettrica ed equipaggiata con le più recenti tecnologie di sicurezza, ha fornito una buona prestazione anche sul fronte della protezione dei passeggeri più piccoli. L'Ora Funky Cat e la Wey Coffee 01 rappresentano invece il manifesto della carica delle cinesi sul mercato europeo dopo alcuni tentativi falliti in passato. Entrambe hanno ottenuto ottimi risultati in tutti i test, meritandosi il titolo nelle rispettive categorie. La Wey Coffee 01, in particolare, ha superato di poco la Lexus RX, che EuroNCAP ha comunque voluto menzionare. Ci sono poi le due Tesla, che dimostrano come al design si possano accompagnare anche elevati standard di sicurezza: la Model S e la Model Y sono risultate le migliori del 2022 nella protezione degli occupanti adulti, ottenendo anche una percentuale del 98% nella categoria Safety Assist. La Model S è stata inoltre eletta la migliore nella categoria Pure Electric. La lista delle «Best in Class» è arrivata al termine di uno degli anni più impegnativi di sempre per EuroNCAP, che in 12 mesi ha messo alla prova 67 auto in vista di un 2023 che si annuncia ancora più impegnativo alla luce di nuovi criteri più rigidi e rigorosi. Il titolo di Best in Class appare dunque particolarmente meritato (e sudato) per le cinque auto vincitrici: «Il 2022 è stato uno degli anni più impegnativi di EuroNCAP e abbiamo visto molte nuove case automobilistiche e nuove tecnologie - ha detto Michiel van Ratingen, segretario generale EuroNCAP -. È chiaro che una buona valutazione da parte del nostro ente è vista dalle case automobilistiche come fondamentale per il successo in Europa. Ciò può significare solo migliori equipaggiamenti di sicurezza e automobili più sicure per i consumatori europei in tutto il mondo».

 

 

 

16.01.23
  1. CI DOBBIAMO RIFLETTERE :     Colpa di un sistema di assistenza sociale e territoriale che fa acqua da tutte le parti le corsie dei nostri ospedali si affollano di anziani soli, che quando arriva l'ora delle dimissioni non sanno dove andare e così continuano a restare in reparto. Cumulando in un anno oltre 10 milioni di giornate di degenza che sarebbero potute servire invece a decongestionare le nostre strutture al collasso. La metà dei ricoveri riguarda infatti pazienti over 70, che in oltre il 50% dei casi restano in reparto circa una settimana in più del necessario.
    A svelare come sulla Sanità finiscano per scaricarsi impropriamente le carenze del nostro sistema di assistenza sociale, è un'indagine condotta da Fadoi, la società scientifica di medicina interna. Considerando che i ricoveri nei reparti di medicina interna sono circa un milione l'anno e che almeno la metà di questi sono di over 70. E tenendo poi conto che ben più del 50 per cento di questi prolunga mediamente di una settimana il ricovero oltre le necessità sanitarie, in tutto sarebbero 2,1 milioni le giornate di degenza in eccesso. Considerando il costo medio di una giornata in ospedale, pari a 712 euro, fanno in totale un miliardo e mezzo l'anno di spesa che si sarebbe potuto investire in vera assistenza sanitaria. Se però allarghiamo lo sguardo ai 5 milioni di ricoveri l'anno le giornate di degenza sprecate da circa un milione di anziani soli sono 10,5 milioni e il costo lievita a ben 7,5 miliardi.
    Il 75,5 per cento dei pazienti anziani resta impropriamente in ospedale perché non ha nessun familiare o badante in grado di assisterli in casa, mentre per il 49% non c'è possibilità di entrare in una Rsa. Il 64,3% protrae il ricovero oltre il necessario perché non ci sono strutture sanitarie intermedie nel territorio mentre il 22,4% ha difficoltà ad attivare l'Adi, l'assistenza domiciliare integrata. In altri termini un mix tra deficit di assistenza sociale e di mancata presa in carico da parte di servizi e strutture sanitarie territoriali.
    Una volta dimessi il 24,5% dei pazienti ultrasettantenni va direttamente a casa, il 41,8% avendo però almeno attivato l'assistenza domiciliare. Il 15,3% finisce in una Rsa, il 18,4% in una struttura intermedia.
    «Problematiche sociali -afferma il presidente Fadoi, Francesco Dentali - che si scaricano indebitamente sugli ospedali, mettendo a rischio anche la salute degli stessi anziani che aumentano così il rischio di contrarre infezioni ospedaliere»
  2. FINALMENTE LA VERITA' SU  Strehler : Marta Marangoni e Debora Zuin sono attrici molto attive sulla scena teatrale milanese - l'una anche regista, legata al Teatro della Cooperativa e all'Elfo e con una sua compagnia (i Duperdù con il marito Fabio Wolf), l'altra formatasi alla Scuola del Piccolo in era Strehler, premio Eleonora Duse come attrice emergente nel 2005 - sono tra le fondatrici di Amleta, l'associazione che si prefigge di contrastare disparità e violenza di genere nello spettacolo. «Eravamo 28 e siamo circa 600, donne ma anche uomini, e ci tengo a sottolinearlo - dice Zuin - . Amleta è cominciata discutendo delle diseguaglianze di genere, per poi allargare a mobbing, molestie e abusi. Abbiamo ricevuto il Premio Arte e Diritti Umani di Amnesty International».
    Il ministro Sangiuliano ha detto che negherà i finanziamenti ai teatri complici di molestie. Cosa ne pensate?
    DZ: «Che è un passo avanti. Si tratta di vedere se passerà all'atto pratico. Un codice di condotta per i teatri in materia di molestie e violenze, in realtà esiste ed è stato firmato, ma non è mai stato attuato».
    Marangoni: «Ci sono poi protocolli specifici, come quello degli "intimacy coordinator", che tutelano il nostro lavoro in una fase delicata come quella del set o delle prove, che non ci lasciano soli davanti a veri e propri abusi di potere».
    Per questi casi Amleta che fa?
    DZ: «Amleta si prende carico del percorso legale. Affiancata dal collettivo di avvocate "Differenza Donna". Per la Giornata contro la violenza sulle donne abbiamo lanciato la campagna social #apriamolestanzedibarbablù: grande adesione e tante testimonianze».
    Cosa è stato denunciato?
    MM: «Che personalità anche importanti praticano comportamenti eufemisticamente "inappropriati" da anni a ripetizione, protetti dall'omertà di chi sa. E da vulnerabilità e ricattabilità delle vittime».
    DZ: «Si va dalla "palpata", che nella sua banalità è comunque difficile da gestire, a violenze sessuali o ripetute richieste di prestazioni. Ci sono provini che sono veri e propri adescamenti. In modalità notturna che dimostra la connivenza: qualcuno li avrà pure aperti quei teatri. Devono esserci regole precise per le audizioni».
    Vostre esperienze dirette?
    MM: « A me è accaduto di tutto e dappertutto, in Italia ma anche all'estero. Ho studiato recitazione a Barcellona e Berlino, e ovunque mi sono trovata in situazioni spiacevoli. Sempre da sola. Gli uomini sono bravissimi a sminuire, a fare quadrato. Ti senti male, non capisci, ti chiudi. Fai persino fatica a tornare a lavorare, che pure è la cosa che più ami. Denunciare non è mai semplice, anche dopo parecchio tempo. Amleta è anche questo: sostegno tra donne, contro ogni pregiudizio che ci vorrebbe sempre le une contro le altre».
    Ma la consensualità?
    DZ: «Spesso dietro un apparente libertà, c'è abuso di potere tra chi non è sullo stesso piano come ruolo o età».
    Come verrebbe giudicato oggi un mito come Strehler?
    DZ: «La riflessione va fatta, altroché. Personalità eccentrica e totalizzante, lui ha vissuto in un sistema che si nutriva di una certa mentalità; oggi certi comportamenti andrebbero visti in ben altra prospettiva. È importante discernere quanto una certa pressione è reiterata, ed è quindi abuso e ricatto, e quanto è seduttività di una personalità fascinosa. Ancora sopravvive un sistema patriarcale. Penso al coreografo Jan Fabre che teorizzava "no sex, no solo" (niente assolo di danza): osannato, premiato, da noi continua a lavorare. Questo dice molto della persistenza di una certa mentalità».
    MM: «L'Italia è molto arretrata in questo, inutile nasconderlo. È un problema culturale che deve partire dalle scuole di recitazione. È importante che ci sia un gioco di squadra con gli uomini, perché la loro solidarietà permetterà di scardinare il sistema dall'interno».
    La cosa più urgente?
    DZ: «I cambiamenti culturali sono lenti. Invece in questo campo bisogna agire velocemente perché in Italia per la denuncia c'è davvero poco tempo: solo 12 mesi. È prioritario che si allunghino i termini. Lo shock non è facile da metabolizzare, né la vergogna da superare. Se da qualcosa dobbiamo cominciare, partiamo almeno da leggi adeguate».
  3. CORRUZIONE POLITICA :  Vento, fango e pioggia ininterrotta non possono nulla di fronte all'entusiasmo delle migliaia di giovani (35.000 secondo gli organizzatori) accorsi alla grande dimostrazione da tutta la Germania. Sono qui per difendere dalle ruspe quel che rimane di Lützerath, un villaggio di poche case sul ciglio della miniera di lignite di Garzweiler II. Solo una cosa li arresta per un attimo nella marcia per la riconquista della zona, ormai blindata da una cintura di camionette della polizia e agenti in assetto anti-sommossa: la vista dell'enorme cratere della miniera a cielo aperto. Un paesaggio che «sembra Mordor», il luogo spettrale del Signore degli anelli di Tolkien, commenta Greta Thunberg, arrivata per partecipare alla manifestazione che ha visto anche momenti di forte tensione.
    In queste ultime settimane il villaggio della Renania è diventato un simbolo della protesta della cosiddetta generazione Greta contro i padri e le madri che hanno fondato il movimento di cui sono figli: i Verdi. A deludere le nuove leve è l'accordo che consente ai proprietari del giacimento, il colosso dell'energia Rwe, di estendere lo scavo e recuperare i 280 milioni di tonnellate di lignite che giacciono sotto quel fazzoletto di terra. «Il fatto che i Verdi abbiano fatto compromessi con certe imprese mostra dove sono le loro priorità», segnala Thunberg. Ma «Lützerath è ancora qui e finchè il carbone rimane sotto terra la nostra battaglia non è finita», esorta Greta dal palco.
    «Lützerath è un falso simbolo», sostiene il ministro dell'Economia e protezione del Clima Robert Habeck, cercando di contrastare l'ondata di dissenso della sua base. «Non è un simbolo del "tutto come prima" ma è il punto conclusivo», spiega in un'intervista a Spiegel. Dopo Lützerath le ruspe si fermeranno – dice Habeck - e la società proprietaria del terreno si dirà soddisfatta, anzi, smetterà con lo sfruttamento del carbone nel 2030, anziché nel 2038 come previsto dal governo Merkel. E' questo il contenuto dell'accordo siglato lo scorso ottobre tra il ministro federale, la ministra dell'Economia del Nordreno Westfalia dei Verdi e i vertici di Rwe. E' una vittoria non una sconfitta, sostengono i vertici del partito ambientalista. «Vendere l'accordo con Rwe come un successo per il clima è una totale sciocchezza», ci dice Maria Inti-Metzendorf, di Scientist Rebellion. Parliamo sotto l'acqua, al riparo di un piccolo ombrello, mentre in camice bianco si prepara a sfilare insieme ai colleghi. «Chi fa l'affare è Rwe - spiega la scienziata della sanità pubblica - brucerà la stessa quantità di lignite, solo con 7 anni di anticipo. E guadagnerà pagando meno i costi dei certificati di emissione, che nel tempo diventeranno più cari». 280 milioni di tonnellate di lignite equivalgono ad altrettante tonnellate di emissioni di Co2, sostiene Daniele di Torino, che studia Fisica delle particelle a Berlino. Questo farà saltare gli obiettivi climatici della Germania. La frase di Habeck infastidisce anche Matthias: «Non è lui a decidere cosa è o non è un simbolo», ci racconta mentre aspettiamo il treno di ritorno. «Sono le persone a scegliere cosa è simbolico e per noi il carbone era un "no go", non un "ancora un po". Io di sicuro non li voterò più», conclude. I Verdi hanno preferito dire di sì al carbone e alla lignite piuttosto che tenere in funzione le centrali nucleari, che dal punto di vista climatico hanno un impatto minore in termini di emissioni di gas serra. Come si spiega? «In Germania c'è stato un grande consenso sociale per l'uscita dal nucleare», ci spiega Maria. E i Verdi sono nati dal movimento contro il nucleare negli anni Settanta. Identità contro Clima, uno a zero?
    La marcia inizia a Keyenberg, un paesino semi-deserto. «E' stato dimezzato dalla pressione di Rwe, che ha spinto gli abitanti a vendere le case con la minaccia dell'esproprio», ci racconta una signora sopra ai settanta. Suo marito porta in spalla un'enorme croce di legno gialla. «E' il colore della protesta e il segno della resistenza cristiana», ci spiega. Il corteo finisce sulla statale a pochi chilometri da Lützerath. Le autorità non consentono di avvicinarsi oltre ma i manifestanti sciamano per i campi in direzione del villaggio. Vorrebbero occuparlo di nuovo, ma il tentativo fallisce senza resistenza, ci racconta Mandy di Berlino. Dentro al villaggio a sera rimangono poco meno di 50 persone, di cui soltanto una resiste appesa agli alberi, come un marsupiale in estinzione, e due in un tunnel nella terra.
  4. SMEMORATEZZA POLITICA: Gli avvocati del presidente Usa Joe Biden hanno trovato nella sua casa di Wilmington, in Delaware, più documenti classificati di quanto si sapesse finora. Lo ha riferito la Casa Bianca, il cui avvocato Richard Sauber ha dichiarato in un comunicato che durante la perquisizione della biblioteca privata di Biden sono state trovate in totale 6 pagine di documenti classificati, mentre in precedenza la Casa Bianca aveva riferito che era stata trovata una sola pagina. L'ultima rivelazione si aggiunge alla scoperta di documenti segreti trovati a dicembre nel garage di Biden e a novembre nei suoi ex uffici al Penn Biden Center di Washington, risalenti al periodo in cui era vice presidente degli Stati Uniti.Alcuni dei documenti recuperati nei suoi ex uffici erano classificati come "top secret", il grado maggiore di segretezza nella scala di riservatezza americana (confidential, secret e top secret). Lo riporta la Cbs citando alcune fonti.
  5. GOLPE BRASILIANO SULLA PELLE ALTRUI: La Corte Suprema del Brasile ha deciso di includere l'ex presidente Bolsonaro nell'inchiesta sull'incitamento alla rivolta dell'8 gennaio a Brasilia. I pubblici ministeri hanno citato un video che Bolsonaro ha pubblicato sui social due giorni dopo la rivolta, in cui si afferma che Lula non è stato eletto ma piuttosto scelto dalla Corte Suprema e dall'autorità elettorale. Bolsonaro ha cancellato il post il giorno seguente. Nella loro richiesta, i pubblici ministeri hanno sostenuto che, sebbene Bolsonaro avesse pubblicato il video dopo la rivolta, il suo contenuto era sufficiente per indagare sulla sua condotta. Sorte diversa per il suo ex ministro della Giustizia ed ex segretario alla pubblica sicurezza di Brasilia, Anderson Torres, che è stato arrestato su mandato del giudice del Tribunale supremo federale. Torres era in carico della pubblica sicurezza a Brasilia durante l'attacco dei supporter di Bolsonaro ai Palazzi della democrazia, domenica scorsa, ma di fatto si trovava in Florida in vacanza. Nelle ultime ore a casa di Torres è stata trovata la bozza di un decreto ritenuto "golpista" in cui si proclama «lo stato di difesa» invalidando la vittoria di Lula. —
  6. il rischio siccità nel 2023 è concreto
    Pioggia e neve cadute in queste settimane non bastano a cancellare, o anche solo a sanare, il deficit idrico dell’Italia. Le cicatrici della siccità del 2022, la più grave del dopoguerra, sono profonde. Ma c’è la possibilità che anche il 2023 segua le orme del suo predecessore. Il rischio siccità nel 2023 è concreto: è l’allarme lanciato oggi dall’Anbi guardando i dati delle portate dei fiumi e del riempimento dei laghi nella penisola.

    “Come qualsiasi bilancio a lungo in deficit, anche quello idrologico è ormai pregiudicato ed il riequilibrio non può prescindere da importanti interventi esterni”, commenta Francesco Vincenzi, presidente Anbi. L’Osservatorio sulle risorse idriche dell’ente oggi certifica l’impossibilità di recupero con gli attuali apporti pluviali. In pratica, o piove e nevica più di quanto abbiamo visto a dicembre, o saremo punto e a capo in primavera-estate.

    È il Nord l’area più in sofferenza. I dati dei grandi laghi sono peggiori di quelli del gennaio 2022, quando già la situazione era compromessa da mesi di deficit di precipitazioni significativi. La percentuale di riempimento del lago Maggiore è al 18%, il lago d’Iseo al 20,7%, il lago di Como al 23,5%, il lago di Garda al 36,4%. La situazione del manto nevoso getta poi un’ombra scura sul rischio siccità nel 2023. Nell’immagine qui sotto si vede chiaramente l’ammanco di neve al 12 gennaio 2023 (sinistra) rispetto alla stessa data del 2022 (centro) e del 2018 (destra). Il colore bianco indica un manto superiore ai 200 cm, il viola superiore ai 40 cm, il blu da 1 a 30 cm.

 

15.01.23
  1. SI PUO' FARE :   La proposta originale della Commissione di Bruxelles prevede che gli Stati membri facciano in modo che tutti gli immobili residenziali conseguano «al più tardi» entro il 2030 almeno la classe di prestazione energetica F, per raggiungere la classe E dopo il primo gennaio 2033.
    Il Parlamento, nel testo in corso di discussione, rivede tutto. Entro il primo gennaio 2030 tutti gli immobili residenziali dovranno rientrare nella classe energetica E, e tre anni più tardi sarà obbligatorio passare alla classe D.
    Nella posizione adottata a ottobre 2022, il Consiglio ha stabilito che entro il 2033 «il consumo medio di energia primaria» dell'intero parco immobiliare residenziale sia equivalente almeno alla classe di prestazione energetica D.
    Il che però non vuol dire intervenire su tutte le case esistenti. Inoltre si lascia più flessibilità ai governi, che potranno fissare una «traiettoria nazionale in linea con la progressiva ristrutturazione del loro parco immobiliare per renderlo a emissioni zero entro il 2050».
    Non si prevede alcun cambiamento di rilievo per quanto riguarda le sanzioni. Resta ferma la richiesta di prevedere certificati di prestazioni energetiche nel momento della vendita e dell'acquisto, lasciando ai singoli Stati la discrezionalità per eventuali interventi sanzionatori in caso di difformità o mancanza. —
  2. Per le Dogane e la Finanza le pompe bianche aiutano l'evasione fiscale Unem: "Il 15% dei consumi è irregolare, danno erariale da 5 miliardi"
    Le pompe bianche sono stazioni di servizio che non fanno parte del circuito delle compagnie di distribuzione di carburante più note. Su 21.700 distributori in Italia, 15.990 sono di grandi marchi, gestiti direttamente dalle 5 compagnie petrolifere maggiori (Eni, Ip, Esso, Q8 e Tamoil), o da privati convenzionati con queste. Le catene di supermercati hanno 143 impianti. I restanti 5.600 distributori sono di piccole società, con un marchio proprio, a volte a conduzione famigliare. Sono le cosiddette pompe bianche, i distributori "no logo".
    In Italia esistono da una ventina d'anni e sulla carta, dovrebbero offrire i carburanti a un prezzo inferiore rispetto alle grandi compagnie, risparmiando sulle iniziative promozionali e sulla pubblicità. Nei primi tempi le pompe bianche erano più economiche anche 10 centesimi al litro, ma le grandi compagnie si sono adeguate alla concorrenza e potendo sfruttare le loro economie di scala, la situazione oggi è molto omogenea. Ieri, il sito Staffetta Quotidiana stimava un prezzo medio della benzina self di 1,819 euro per le grandi compagnie e di 1,813 euro per le pompe bianche. In altre giornate, spiegano all'Unem, l'associazione delle aziende petrolifere italiane, il distacco è un po' maggiore, ma non va mai oltre 1 o 2 centesimi per litro. D'altra parte le pompe bianche sono vincolate agli stessi standard e sottoposte agli stessi controlli delle stazioni dei grandi marchi. E, spesso, si riforniscono dagli stessi depositi.
    Tuttavia, i canali di approvvigionamento delle stazioni no logo non sempre sono trasparenti. Il direttore uscente dell'Agenzia delle Dogane, Marcello Minenna, e il comandante della Guardia di Finanza, il generale Giuseppe Zafarana, riferendo a una commissione parlamentare hanno spiegato che le frodi sui carburanti (spesso gestite dalla mafia) si svolgono essenzialmente attraverso le pompe bianche. Benzina e diesel di contrabbando arrivano in Italia da Polonia, Bulgaria o Slovenia, e vengono scaricati in depositi sotto le 3.000 tonnellate, che non hanno l'obbligo di usare il sistema informatizzato Infoil collegato a Dogane e Fiamme Gialle. Il carburante viene poi smerciato senza pagare le accise attraverso le pompe bianche. Nel triennio 2019-2021 la guardia di Finanza ha sequestrato 19 milioni di chili di carburanti, accertando il consumo di 404 mila tonnellate di prodotti non dichiarati. L'Unem calcola che il 10-15% dei carburanti consumati in Italia evada il fisco, con un danno di 4-5 miliardi. r. e. —
  3. SGAMBETTI PERSONALI DI CONTE E DI MAIO A SALVINI  : A vederli così, nell'aula bunker dove si celebrò il maxiprocesso alla mafia, l'ex premier Giuseppe Conte sul banco dei testimoni, il suo ex ministro degli Interni Matteo Salvini su quello degli imputati per sequestro di persona, a non degnarsi di uno sguardo, ci si chiede davvero come stesse in piedi l'alleanza gialloverde che si frantumò in quell'estate caldissima del 2019, quando dal 2 al 20 agosto 147 migranti salvati dalla nave Open Arms – 32 dei quali minorenni – rimasero in mare senza potere sbarcare, con Salvini ad agitare lo spettro del rischio di infiltrazioni terroristiche, oltre che la consueta bandiera della difesa del sacro suolo blindato dai decreti sicurezza.
    Giorni in cui «ci si avviava a una crisi di governo mai dichiarata, e il tema migrazione è un tema caldo di propaganda politica. Mi si voleva fare apparire debole, mentre il ministero degli Interni rivendicava posizioni di rigore», come racconta Conte ai giudici, incalzato dal pubblico ministero, confermando che sulla pelle dei migranti – allora come oggi – si giocano partite elettorali. Lotte di potere che emergono anche dalle dichiarazioni dell'ex ministro degli Esteri Luigi Di Maio, chiamato pure a testimoniare: «Dei divieti di sbarco decisi da Salvini sapevo dai giornali. In Consiglio dei ministri non se ne discuteva, casomai dovevamo parlare delle conseguenze dei dinieghi dell'ex ministro che usava la questione a fini elettorali».
    Conte marca la distanza: «Sollecitai al ministro Salvini il rilascio del porto sicuro, perché fare sbarcare i minori era un fatto indiscutibile. Cercai di esercitare una sorta di moral suasion, perché la posizione del Viminale mi appariva non avesse il benché minimo fondamento giuridico, prima che politico».
    Già. Come i due stessero insieme ce lo si chiede antropologicamente, prima ancora che politicamente. L'uno, appunto, «Conte Giuseppe, nato a Volturara Appula, in provincia di Foggia» – scandisce ai giudici della Corte – completo scuro e pochette da avvocato del Sud, rimasto premier nell'animo, con i suoi molti «non ricordo, i dossier del presidente del Consiglio sono tanti». «A volte – dice – parlavo direttamente con i leader degli altri Paesi sollecitandoli alla redistribuzione dei migranti, ma era il mio ufficio diplomatico a gestire le questioni». Quanto alle responsabilità, «erano del ministero degli Interni, dell'assegnazione del porto sicuro non mi occupavo certo in modo diretto». Per non parlare del possibile rischio di sbarco di terroristi o trafficanti di armi: «Mai sentito di terroristi o di criminali a bordo», dice, smontando una delle argomentazioni forti della difesa. E ancora: «Non ho mai detto che la condizione per autorizzare lo sbarco dei migranti dovesse essere la loro redistribuzione preventiva tra i Paesi dell'Ue», questione tecnica ma sostanziale.
    L'altro, «Salvini Matteo, nato a Milano», oggi vicepremier e ministro delle Infrastrutture, immancabile piumino smanicato, non una parola in aula ma dichiarazioni taglienti prima e dopo. Prima: «Rischio quindici anni per avere difeso l'Italia e i suoi confini, salvando vite e facendo rispettare la legge», come scrive sui social prima che l'udienza cominci. Dopo: «Il ministro Luciana Lamorgese ha confermato di aver trattenuto gli immigrati a bordo di una nave in più di una occasione, per esempio sulla Ocean Viking oppure sulla Alan Kurdi. Eppure, soltanto io sono a processo e grazie ai voti dei parlamentari di sinistra».
    E questo è il punto chiave. Poco prima, è vero, ha parlato sul banco dei testimoni Luciana Lamorgese, che gli succedette al Viminale nel Conte 1, «una nomina – come aveva spiegato Conte poco prima – nata dalla consapevolezza di non politicizzare più la gestione di questi eventi». Lei, l'ex ministra, rivendica in aula una discontinuità dal predecessore, e dichiara che «i tempi di attesa del porto sicuro per le navi delle Ong erano in media di due o tre giorni, ma si poteva arrivare a sette-otto giorni se c'era da concordare la distribuzione con altri Paesi». Ciò non significa che il sì dell'Europa a prendere la propria quota di profughi fosse condicio sine qua non per autorizzare lo sbarco. Ma abbastanza per fare dire a Giulia Bongiorno, avvocato di Salvini, che il suo assistito con il caso Open Arms si è comportato esattamente come il suo successore, senza nessuna anomalia. Un approccio tecnico, che prova a de-ideologizzare un caso su cui però Salvini giocò (e gioca) il tutto per tutto.
    È un altro però l'elemento su cui la difesa di Salvini prova a passare al contrattacco, annunciando per domani il deposito di una denuncia in sei procure della Repubblica, tra cui Palermo e Roma. Oggetto, il video girato dal sottomarino della Marina "Venuti" ai primi di agosto 2019 che aveva ripreso le attività Open Arms, oggetto di un'informativa, da cui – secondo il legale – emergerebbero attività irregolari della Ong. «I sospetti di cui ha sempre parlato Salvini – dice – non erano inventati ma erano già stati evidenziati in una serie di riunioni e addirittura erano stati condensati in un'informativa che non è mai stata approfondita». E ha annunciato che il 24 marzo, nella prossima udienza, interverrà Salvini con dichiarazioni spontanee. Intanto lui dichiara già: «Il sottomarino registrò l'attività di Open Arms nell'agosto 2019, certificando alcune anomalie che facevano ipotizzare il traffico illegale di esseri umani. Si tratta di documenti che, se fossero stati subito disponibili, probabilmente non avrebbero nemmeno fatto iniziare questa vicenda».
  4. LA GUERRA DEVE FINIRE SUBITO: Chissà se il viso di questa bambina con le trecce, che per qualche ora ha riempito i cuori di rabbia e i social di indignazione, domani verrà dimenticata come tutti gli altri. La storia di Elya, morta di infarto a sei anni, è senza dubbio raccapricciante: negli ultimi undici mesi si era nascosta in un seminterrato di Avdiivka con la sua famiglia, fino a quando, due giorni fa, stando a quanto riferisce con un tweet l'ambasciata ucraina alla Santa Sede, il suo piccolo cuore non ha ceduto al terrore delle bombe che incessanti cadono sul Donbass. Elya, con il suo peluche rosa e le trecce, è già destinata a diventare un simbolo - seppur fugace e presto dimenticato - della strage degli innocenti in Ucraina, come furono altri prima di lei e di cui abbiamo cuore e occhi pieni. Bambini, madri, famiglie intere e perfino cani per cui commuoverci. Il rischio è che lo sgomento di fronte a questa messe di storie e tragedie non sia nient'altro che una prova per dimostrare a noi stessi che, almeno per qualche secondo, siamo ancora capaci di compassione. Ma Elya merita qualcosa di più di questo. Perché Elya non è solo una storia estrema da usare come simbolo, una fotografia su cui versare qualche lacrima. Non racconta soltanto di un cuore di sei anni che ha cessato di battere per la paura. Elya, molto semplicemente, ci mostra come si muore davvero in una guerra. Perché lontano dalle trincee, dai campi di battaglia, dalle gesta eroiche dei soldati, è così che si muore in Ucraina. Si muore in silenzio nei bunker perché il cuore non regge alla paura, si muore per fame, sete e freddo. La fine arriva dopo undici mesi di terrore che non dà tregua. Basta scorrere le liste delle vittime, che si allungano giorno dopo giorno: nome, cognome, data e luogo di morte, causa. Sono le schegge dei mortai, e i missili che piombano sulle case ad essere, paradossalmente, le righe più accettabili. Si immagina che, oltre alle trincee, sia così che la fine arriva in una guerra, ma non lo è. Gli ucraini muoiono come è morta Elya. Perché il cuore non ha retto, perché lo stress prolungato e estremo ha eroso cervello e organi interni, per la consunzione della fame o la mancanza di un semplice antibiotico. In Ucraina si muore per la paura.
  5. IL GOLPE IN BRASILE C'E STATO MA E' MANCATO L'APPOGGIO DELLA POPOLAZIONE PRO  BOLSONARO: Si stringe il cerchio in Brasile intorno ai finanziatori e sostenitori del tentato golpe contro il presidente Lula da Silva. La giustizia aspetta il ritorno in patria di Ansderson Torres, ex ministro della giustizia di Bolsonaro, nella cui casa è stato trovato un documento-bozza per un decreto presidenziale per annullare il risultato delle elezioni di fine ottobre. L'idea era decretare lo stato d'emergenza e annullare la vittoria di Lula sulla base di non meglio precisate irregolarità durante le votazioni. Torres, che è atteso oggi dagli Stati Uniti, deve anche rispondere per il sabotaggio ai dispositivi di sicurezza durante la presa dei palazzi del potere domenica scorsa. Gli inquirenti vogliono intanto risalire ai finanziatori di tutta l'operazione. Sono stati bloccati 1,5 milioni di euro di proprietà di una cinquantina di persone e di sette imprese che avrebbero pagato il trasporto, il vitto e l'alloggio dei manifestanti piombati sulla capitale. Lula ha promesso un'investigazione dura e accurata, diversi ex alleati di Bolsonaro si stanno defilando per paura di finire nell'inchiesta. Tra di loro Luciano Hang, proprietario della catena di grandi magazzini Havan, che dopo esser stato per 4 anni una presenza fissa nei meeting della destra ora sostiene che è giunto il momento di voltar pagina e di aiutare l'attuale governo. Il capogruppo della maggioranza al Senato chiede che l'ex presidente sia messo sotto accusa. Il futuro di Jair Bolsonaro, che si trova ancora in Florida, è incerto. A fine mese scade il suo visto negli Stati Uniti, le indagini in corso puntano ad individuare la sua partecipazione nell'organizzazione dell'assalto a Brasilia. Bolsonaro non ha mai abbandonato la teoria dei brogli elettorali, ma è sempre più isolato; sta perdendo l'appoggio di governatori parlamentari eletti tra le fila dei partiti che hanno appoggiato la sua candidatura. Molti di loro stanno pensando al loro futuro politico e per questo sono trattati ora dalla base più radicalizzata del bolsonarismo come traditori.
  6. ILFIGLIO INGOMBRANTE  DI BIDEN: La Casa Bianca alza un muro dinanzi al cosiddetto «garage-gate» come è stato ribattezzato il caso delle carte top secret di Biden ritrovate in un ufficio a Washington in novembre e poi nella sua casa di Wilmington, conferma che non era stata avvisata in anticipo della decisione dell'Attorney General Merrick Garland di nominare un procuratore speciale e garantisce «la piena collaborazione» con la Giustizia.
    Biden ieri ha incontrato il premier giapponese prima di tornare nel suo Delaware e ha chiesto al Congresso di alzare il tetto del debito ma ha avvertito che non negozierà con i repubblicani. Ma l'agenda della Casa Bianca rischia di frenare. I repubblicani alzano il tiro sulla questione delle carte segrete e la Commissione di vigilanza della Camera, presieduta da James Comer, ha tirato in ballo ieri il figlio di Biden, Hunter. Vuole accertare infatti se ebbe accesso alle carte segrete visto che era residente nella residenza di Wilmington fino al 2018. Fra le carte ritrovate dagli avvocati del presidente ci sono alcuni memo di intelligence e uno si riferisce all'Ucraina, dove Hunter sedeva nel Consiglio di Amministrazione della Burisma Holding Ltd, la più grande compagnia energetica del Paese. «Dobbiamo sapere tutti coloro che hanno avuto accesso al presidente», ha attaccato Comer.
    I repubblicani vogliono tenere sotto pressione Biden in tutti i modi per mettere in difficoltà la sua ricandidatura. Lo scontro che si sta profilando sul tetto del debito rientra in parte in questo scenario. Sotto un'analoga inchiesta c'è però anche Trump, la cui holding intanto ieri è stata multata per 1,6 milioni di dollari per frode fiscale. A complicare la situazione per Biden è anche la gestione dell'intera vicenda: sin dal ritrovamento dei primi documenti, il presidente ha condiviso con un gruppo ristretto di consiglieri le notizie. Quando lunedì la Cbs ha rivelato la scoperta dei documenti, la Casa Bianca è stata colta in contropiede e solo 24 ore dopo ha ammesso quanto era accaduto. Omettendo però che ne frattempo erano stati trovati documenti anche a Wilmington.
  7. IN POLITICA NON CI DEVONO ESSERE OMBRE : L'uomo di Meloni in Lombardia verso il processo per corruzione

    Le avevano perfino dato un nome: «Operazione Acri», come se fosse chissà quale impresa politica. Ma per i pm della procura di Milano è solo un episodio di corruzione, tutto interno alla compagine lombarda di Fratelli d'Italia. Si chiude l'inchiesta sull'eurodeputato di Fdi Carlo Fidanza che ora rischia il rinvio a giudizio per corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio. Le indagini riguardano altre tre persone: il consigliere comunale (anche lui esponente del partito di Giorgia Meloni) e oggi deputato, Giangiacomo Calovini, l'ex consigliere bresciano, Giovanni Acri, e l'ex vice coordinatore lombardo di Fdi, Giuseppe Romele.
    Nell'ipotesi d'accusa, Acri si sarebbe dimesso il 25 giugno 2021 dal Consiglio comunale di Brescia per lasciare spazio a un altro consigliere, Giangiacomo Calovini, il primo dei non eletti alle comunali del 2018. In cambio avrebbe Acri ottenuto l'assunzione del figlio (Jacopo) come assistente locale di Fidanza. Insomma, un caso di nepotismo da manuale. Secondo l'accusa, «l'accordo criminoso» concepito dall'europarlamentare di Fdi, realizzato «con la fattiva collaborazione di Calovini e Romele» è avvenuto in più riunioni: a Milano «presso gli uffici di Fidanza» ma anche a Roma alla «sede nazionale del partito Fratelli d'Italia» e a Brescia «presso l'abitazione di Romele». A questi incontri si aggiungerebbero poi numerosi scambi di messaggi via Whatsapp. L'accusa riporta anche lo stralcio di uno di quelli di Fidanza: «Abbiamo capito cosa vuole Acri? Se serve per levarlo dai c... sono disponibile a dargli un vitalizio di mille euro al mese fino a fine legislatura, magari mettendo sotto contratto non lui ma uno/a che lui ci dice, per agevolare la fuoriuscita». Le dimissioni, si legge negli atti, sono da considerarsi quindi «un atto contrario ai doveri d'ufficio» perché depositate non per una «scelta personale e insindacabile», ma come conseguenza «dell'asservimento all'esclusivo interesse del corruttore», con l'aggravante di avere come oggetto «il conferimento di un impiego o stipendio pubblico». Sempre Fidanza giovedì festeggiava la richiesta d'archiviazione per l'indagine cosiddetta «Lobby Nera». L'inchiesta per finanziamento illecito ai partiti e riciclaggio era stata aperta nell'autunno del 2021 in seguito ai servizi giornalistici pubblicati da Fanpage, svolti da un cronista «infiltrato», ma all'esito degli accertamenti «bisogna concludere nel senso dell'insussistenza delle ipotesi di reato formulate perché dalle indagini svolte non sono emersi elementi in grado di confermare quanto emerso dai video», scriveva il pm di Milano Giovanni Polizzi nella richiesta di archiviazione per l'inchiesta a carico anche di altre sette persone, tra cui l'eurodeputato della Lega, Angelo Ciocca, il consigliere lombardo del Comitato Nord, Massimiliano Bastoni e la consigliera comunale milanese di Fdi, Chiara Valcepina. Fidanza intanto si difende dalle nuove accuse: «Il recente caso che mi ha riguardato ha dimostrato ancora una volta quanto siano sbagliati i processi mediatici addirittura in presenza di immagini registrate, a maggior ragione lo sono se si estrapolano messaggi decontestualizzati» e aggiunge «dimostrerò che non c'è stata alcuna corruzione e tanto meno alcun uso improprio di risorse pubbliche. Chiederò di essere ascoltato dai pubblici ministeri per chiarire definitivamente i fatti di reato contestati e dimostrarne l'assoluta inconsistenza»
  8. DIFFICILE SUPERARE IL CONTROLLO SENZA AIUTI : In una giornata movimentata del processo vaticano sul palazzo di Londra, Becciu rivela di avere mandato una lettera al Papa protestando per la mancanza di «neutralità». Motivo: il Pontefice ha ricevuto Francesca Immacolata Chaouqui, grande accusatrice del cardinale sardo. L'incontro è avvenuto al baciamano dopo un'udienza generale di agosto, immortalato da fotografie, interpretato dal porporato come una specie di riabilitazione della «papessa», ex collaboratrice di Francesco a inizio pontificato e poi protagonista di Vatileaks, condannata per avere trafugato documenti riservati della Santa Sede. Becciu ha scritto a Bergoglio che «ricevendola, Lei ha manifestato solidarietà con essa e indiretto sostegno alle sue tesi». Il Pontefice ha risposto con una missiva dicendosi dispiaciuto «che questo gesto di saluto possa fare del male», e chiedendo «scusa e perdono se questo l'ha offesa». Ha spiegato di avere «quasi dimenticato l'"avventura" di questa Signora. Neppure so che è immischiata nel giudizio (non entro in quello). È solo colpa mia, anche dell'abitudine di dimenticare le cose brutte».
    In una dichiarazione spontanea, Giovanni Angelo Becciu, ex sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato, ha dichiarato che Chaouqui, «ha qualcosa contro di me. Anzi, molto contro di me. E una delle accuse che smentisco in pieno è di aver dato ordine di arrestarla e di non aver avuto pietà del suo stato di donna incinta».
    Turbolenta l'audizione della ex componente della commissione economica vaticana Cosea, che ha parlato di difficoltà a superare il muro di resistenza della Segreteria di Stato ai controlli economici: «Non ci siamo riusciti con la Cosea, non ci siamo riusciti col cardinale Pell e la Segreteria per l'Economia, ci si è riusciti con la magistratura».

 

 

14.01.23
  1. BRAVO MATTARELLA :   L'ambasciatore iraniano a Roma, Mohammad Reza Sabouri, esclude che ai manifestanti condannati alla pena capitale in Iran sia stato fatto un processo sommario. Non solo, sostiene a gran voce di ritenere irricevibile qualsiasi biasimo o ingerenza: «Le persone contro le quali in questi tempi recenti è stata applicata la pena capitale sono persone che hanno subito un processo equo, che hanno avuto garanzie legali ed i tribunali che li hanno processati offrivano loro adeguate garanzie. Solo dopo tutte le verifiche necessarie sono state condannate a morte».
    E ancora: «La Repubblica dell'Iran rispetta i valori umani ma non accettiamo che altri Paesi vogliano imporre la loro cultura. La libertà è uno dei valori dell'Islam».
    Lo ha dichiarato ieri nel suo primo incontro con la stampa italiana. E le sue parole suonano come una replica alle critiche al regime avanzate il giorno prima dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al Quirinale, durante l'incontro nel quale l'ambasciatore iraniano aveva presentato le sue credenziali. Mattarella aveva espresso condanna e la sua «personale indignazione» per le violente repressioni, ribadendo la richiesta all'Iran di fermare le violenze contro i propri cittadini.
    E ieri, la replica di Mohammad Reza Sabouri non si è fatta attendere. Eccolo dunque ribadire che in Iran la pena di morte «è autorizzata per i reati più gravi, le proteste sono ammesse, le manifestazioni sono permesse quando sono pacifiche ma laddove cambiano natura e diventano disordini violenti questo non è accettabile». Riferendosi alle proteste scatenata dalla morte della ventiduenne Mahsa Amini, Sabouri sottolinea che «le forze dell'ordine iraniane nell'affrontare questi disordini non sono armate e tra loro si contano 8 mila feriti e più di 50 morti».
    L'ambasciatore insiste sull'assoluta autonomia dell'Iran: «Non scambieremo la nostra indipendenza e sicurezza con niente. Non saremo satelliti di nessuno. Se a qualcuno piace stare agli ordini degli Stati Uniti ciò non ha niente a che fare con noi».
    Ma è anche attento a non creare incidenti diplomatici e precisa che nonostante le condanne del governo e del capo dello Stato italiano in merito alla repressione in Iran «Teheran non si sente tradita dall'Italia, ma ci aspettiamo e ci auguriamo di vedere un atteggiamento più costruttivo da parte delle autorità italiane e sono qui per mantenere e rafforzare i nostri rapporti bilaterali».
    Rilancia pertanto l'opportunità di una collaborazione: «L'Iran è pronto ad accogliere il know how e la tecnologia italiana e siamo pronti a portare i rapporti al glorioso passato. Abbiamo sempre guardato all'Italia come porta di accesso all'Europa in tutti i campi da quello politico a quello culturali». E aggiunge: «I rapporti politici ed economici con l'Italia sono sempre stati costruttivi e in crescita, tuttavia, a causa delle sanzioni e degli attori esterni questi rapporti non sono stati esenti da alti e bassi nel corso degli anni. Ma le autorità di Roma e Teheran hanno sempre cercato di rimuovere questi ostacoli sulla base del mutuo interesse».
    Ma il muro di gomma ostentato dall'ambasciatore sulla repressione delle proteste in Iran indigna il ministro degli Esteri Antonio Tajani che stigmatizza: «Quanto sta succedendo in Iran è inaccettabile. L'Italia continua a chiedere l'immediata cessazione della repressione e la moratoria immediata della pena di morte. Le autorità continuano in un'azione di cieca repressione, in un ricorso arbitrario alla pena capitale, rendendo sempre più difficile il recupero di un dialogo costruttivo». Poi chiosa: «La linea rossa è stata superata con l'esecuzione delle condanne a morte».
    Infine, a proposito dell'impulso impresso negli ultimi tempi da Teheran al programma nucleare, conclude: «Non c'è alcun baratto tra diritti e dialogo sul nucleare, sono due cose differenti. Se si stesse realizzando la bomba atomica non sarebbe trascurabile, il mondo intero sta dialogando».
  2. CARTABIA PREMIATA  CON LA VICEPRESIDENZA  DEL CSM :  I magistrati l'avevano detto, da ultimo il presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia, ieri su questo giornale: la riforma Cartabia impone la querela di parte per molti reati anche gravi, ed è grave che non tenga in conto l'aggravante mafiosa. Così è per il sequestro di persona, le minacce, le lesioni. Puntualmente, ieri, è esploso il caso di tre mafiosi palermitani, detenuti per avere sequestrato e picchiato due rapinatori che non avevano rispettato le prescrizioni del clan. Giuseppe Calvaruso, reggente del mandamento Pagliarelli, e i suoi "soldati" Giovanni Calvaruso e Silvestre Maniscalco, oltre ai reati di associazione mafiosa ed estorsione, rispondevano di sequestro di persona e lesioni aggravate dal metodo mafioso. Siccome le due vittime non se la sentono di firmare la querela contro i mafiosi, i tre non potranno essere perseguiti per questi reati. Restano comunque in carcere per tutto il resto. A Reggio Calabria, invece, due ladri seriali in treni merci la faranno franca perché non si trovano le vittime e quindi manca la querela.
    La storia di Palermo ha fatto esplodere le polemiche. L'Anm chiede un intervento d'urgenza sull'aggravante mafiosa. D'altra parte la legge stessa prevede che il governo possa apportare correzioni con decreti legislativi nei prossimi 2 anni. E se due giorni fa il partito di Giorgia Meloni si era detto favorevole a modifiche, lo stesso si pensa nella Lega. «In tempi non biblici – spiega la senatrice Giulia Bongiorno – dovremo fare tutte le correzioni necessarie». Per la Lega si dovrà cambiare la norma sul concordato in appello, anche perché si teme che questo disincentivi i patteggiamenti in primo grado.
    Eppure la Lega aveva votato questa riforma, anche se di malavoglia, come peraltro il M5S che ora si straccia le vesti. «Alcuni aspetti tecnici io li avevo segnalati a Marta Cartabia più volte, senza convincerla, purtroppo», dice ancora Bongiorno.
    Su un intervento d'urgenza concorda anche l'opposizione. Il senatore Roberto Scarpinato, M5S, magistrato prestato alla politica, ha già depositato un disegno di legge: «Rendere perseguibili solo a seguito di querela della vittima reati come lesioni personali, violenza privata, minaccia, sequestro di persona – dice – determina il serio rischio di estendere il campo dell'impunità. Quel che più si sottovaluta, è che quei reati sono consumati non solo da esponenti della criminalità comune, ma anche da appartenenti alle mafie che si avvalgono della forza dell'intimidazione». «È un fatto di una gravità inaudita – dice anche Angelo Bonelli, dei Verdi – e dovrebbe essere in primis l'ex ministra Cartabia, proponente della riforma, ad ammettere il proprio errore, compiendo un atto di intelligenza. Sarebbe un atto di giustizia per il Paese e di contrasto alla criminalità organizzata modificare subito questa norma perché è inammissibile». Pure il Pd è pronto ad appoggiare una correzione in corsa. Sostiene Anna Rossomando, responsabile Giustizia: «Le parole del presidente Santalucia meritano attenzione. Ci impegniamo da subito affinché, con un intervento normativo con carattere d'urgenza, nei casi in cui viene contestata l'aggravante mafiosa, i reati siano perseguibili d'ufficio».
    Lo stesso consulente della ex ministra Cartabia, il professor Gian Luigi Gatta, ammette che qualche correzione andrà fatta. «Non ho la presunzione di dire che la riforma sia perfetta», riconosce. «Però, se vogliamo essere seri, bisogna dire che l'aggravante mafiosa, introdotta nel codice negli Anni Novanta, deve valere per tutti i reati del codice». Altra modifica che Gatta riconosce necessaria, è sulla procedura: «Dobbiamo pensare ad un periodo congruo per presentare la querela quando ci sia la possibilità di un arresto in flagrante. Almeno 48 ore. Non si può pretendere che se ci rubano dentro l'auto di notte, il proprietario sia lì presente».
  3. OMICIDIO VOLONTARIO : «Mio cugino stava chiedendo aiuto e non l'ha ricevuto. È stato ucciso». Patrisse Cullors è una delle fondatrici del movimento Black Lives Matter. Ha diffuso queste parole sul suo profilo Instagram dopo aver visto il video della polizia di Los Angeles in cui è stata ripresa la colluttazione e l'uso prolungato del Taser su Keenan Anderson, insegnante di inglese 31enne, padre di un bambino, in seguito a un incidente stradale avvenuto il 3 gennaio a Venice Beach.
    La polizia non parla di "uccisione", ma di "morte mentre era in custodia", e ha diramato una nota in cui ha spiegato cosa è successo quel giorno. Anderson ha provocato un incidente stradale. Quando è arrivata un pattuglia della polizia, l'uomo stava «correndo nel mezzo della carreggiata in maniera confusa». Un agente gli ha parlato ordinandogli di fermarsi e ha chiamato i rinforzi. Dapprima Anderson ha cooperato, poi si è allontanato a piedi. Quando gli agenti l'hanno intercettato, un agente gli ha intimato di appoggiarsi a un muro, lui invece si è seduto sul marciapiede, rispondendo «Non mi interessa quel che dici». «Quindi – secondo quanto riferito dalla polizia - è scoppiata una colluttazione durata diversi minuti nei quali la polizia ha usato, dopo aver minacciato l'uomo, le pistole stordenti ed è riuscita a immobilizzarlo». Una volta arrestato, il 31enne è stato medicato dai pompieri accorsi sul posto per l'incidente e quindi trasportato all'ospedale. Mezz'ora dopo essere arrivato è andato in arresto cardiaco ed è morto.
    Michel Moore, capo della polizia di Los Angeles, ha detto che «non è chiaro quale ruolo abbia giocato lo scontro fisico con la polizia e il ricorso al Taser nel causare la morte», ma ha promesso che le indagini continueranno. Ha quindi aggiunto che secondo i primi test aveva «tracce di cocaina e di cannabis nel sangue».
    La versione della polizia però non convince Patrisse la quale ha dettagliato i contenuti del video delle videocamere della polizia losangelina dicendo che il cugino «era ben consapevole di cosa può accadere quando un cittadino nero viene fermato da delle pattuglie». A un certo punto, durante la lotta con gli agenti, ha urlato «Stanno cercando di trattarmi come George Floyd». Un agente avrebbe anche messo il gomito sul collo di Keenan mentre era a terra, mentre un altro avrebbe azionato il Taser per trenta secondi consecutivi prima di fare una pausa e sparare nuovamente le scariche per altri cinque secondi. «Mio cugino da dieci anni lavorava in un movimento a tutela del diritti dei neri», ha raccontato Patrisse Cullors, «sapeva bene quel che gli stava capitando, stava cercando di proteggersi ma nessuno l'ha soccorso». «La sua morte poteva essere evitata» ha quindi accusato leader di Blm chiedendosi se serve un tale spiegamento di polizia per un banale incidente stradale, quando poteva essere chiamata un'ambulanza.
    Nel 2022 in assoluto la polizia ha ucciso 1176 persone, una media di tre al giorno, che rappresenta un record da quando è iniziata nel 2013, anno di fondazione di Black Lives Matter, la mappatura di questi casi da parte della Ong Mapping Police Violence. Quest'anno già due persone sono state colpite a morte dalla polizia di Los Angeles, Oscar Sanchez e Takar Smith. Quest'ultimo è stato colpito dopo che aveva brandito un coltello da macellaio e spray al peperoncino e il taser non l'avevano fermato. Sanchez invece è stato crivellato di colpi, sei proiettili in tutto al torso e alle gambe.
    I dati nazionali mostrano invece che circa il 10 per cento delle morti procurate dalla polizia ogni anno avvengono durante interventi per incidenti stradali.
    Alcuni funzionari della polizia ritengono che il Taser sia «un'arma meno letale» e uno strumento importante per ridurre le violenze e il numero di vittime. Ma gli attivisti per i diritti degli afroamericani al contrario sostengono che il dispiegamento massiccio e il ricorso a pistole stordenti stia al contrario peggiorando la situazione. Secondo uno studio della Reuters dal 2000 al 2019 mille persone sono morte a causa del Taser.

 

13.01.23
  1. MA QUANDO LA HANNO VOTATA COSA HANNO LETTTO ?  Topi d'auto che non si possono arrestare anche se colti in flagrante perché il proprietario non è in città e non può firmare la denuncia. Stupratori che potrebbero farla franca perché irreperibili. Borseggiatori seriali che finiranno fuori dal carcere in quanto le vittime sono turisti stranieri, tornati a casa dopo le Festività. Addirittura sequestratori che non finiranno a processo se manca la denuncia del sequestrato. Al decimo giorno di applicazione della riforma Cartabia, dai palazzi di Giustizia arrivano molte segnalazioni e proteste. L'intera macchina giudiziaria scricchiola sotto il peso delle novità. Si stanno verificando persino problemi ai sistemi informatici.
    In particolare, si temono contraccolpi perché la riforma ha spostato alcuni reati dalla procedibilità d'ufficio alla procedibilità a querela. E non è una novità indolore. Nel campo dei reati che si possono perseguire soltanto a seguito di querela, ci sono il furto, ma anche la rapina semplice, le lesioni stradali gravi o gravissime, le lesioni personali, la minaccia. Alcuni reati di quelli che hanno cambiato veste sono oggettivamente minori, tipo "il disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone". Ma non è così per la "turbativa violenta del possesso di cose mobili" oppure la "violenza privata", che in aree ad alta densità mafiosa può essere un reato spia di comportamenti molto pericolosi. E non è prevista una deroga nemmeno se c'è l'aggravante mafiosa.
    In pratica, se un mafioso minaccia un cittadino, o anche gli procura lesioni, o la vittima firma la denuncia oppure nemmeno si istruisce la pratica. Lo Stato lo lascia solo con la sua coscienza. A questo meccanismo, che si sta concretizzando nei primi giorni di applicazione della riforma, la maggior parte dei magistrati si ribella. Dice il presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia, a nome di tutti: «Non siamo contrari al principio in astratto, ma ci voleva più prudenza nello stilare l'elenco dei reati. E bisogna prevedere una deroga per l'aggravante mafiosa».
    La riforma era stata approvata dal Parlamento nell'agosto scorso; subito dopo l'allora ministra Marta Cartabia emanò un decreto legislativo che stabiliva quali reati dovessero cambiare registro. Ma ora il nuovo governo vuole rovesciare tutto. «Premesso che noi di Fratelli d'Italia non abbiamo votato a favore e l'abbiamo criticata duramente in Parlamento – dice il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro – oggi scopriamo che i sequestratori non verranno nemmeno indagati se manca la querela della vittima, ed è uno scandalo, ma domani scopriremo che in appello scatterà l'improcedibilità, e cioè finiranno al macero, una massa di processi. Non subito, ma nel corso della legislatura questa riforma noi la riscriveremo di sana pianta».
    Il vizio di fondo, secondo il partito di Giorgia Meloni, è dovuto all'eterogeneità della maggioranza che reggeva il governo Draghi. «Sappiamo bene – continua Delmastro – che questa era una delle riforme concordate con l'Europa, per velocizzare la giustizia, e ottenere il Pnrr. Ma tecnicamente è un disastro perché cerca di tenere insieme visioni molto diverse».
    I magistrati imputano alla riforma soprattutto la fretta di abbattere l'arretrato e ridurre il numero dei processi. D'altra parte, lo stesso consulente della ministra, Gian Luigi Gatta, ordinario di Diritto penale, è esplicito sugli obiettivi. Sulle pagine della sua rivista "Diritto penale", scrive: «Tra il 2016 e il 2020, sono stati denunciati quasi sei milioni di furti, e aperti altrettanti fascicoli. L'effetto deflattivo della riforma è potenzialmente notevole in ragione, vuoi del numero di casi in cui non sarà presentata una querela, vuoi del numero di casi in cui potrà essere rimessa a seguito di condotte risarcitorie delle quali la persona offesa potrà beneficiare in tempi brevi»
  2. SOLO UN PAPA POTEVA FERMARE L'INCHIESTA SU EMANUELA ORLANDI :  Una mezza dozzina di cardinali, una pattuglia nutrita tra monsignori e vescovi e un gruppo di appartenenti a forze dell'ordine in Italia e nello Stato Città del Vaticano: se è vero che la nuova inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi partirà dalle istanze rimaste finora senza risposta della famiglia Orlandi inoltrate negli anni alla giustizia vaticana, è facile immaginare che il promotore di Giustizia Alessandro Diddi potrebbe convocare numerosi alti prelati. Da quelli vicini a Wojtyla, partendo dal cardinale polacco Stanislao Dziwisz, già segretario personale di Giovanni Paolo II al vescovo Emery Kabongo, già vice di Dziwisz per Wojtyla, ai monsignori Josez Kowalczyk e Tadeusz Rakoczy, «persone molto fidate- si sottolinea nelle denunce - e molto vicine a Giovanni Paolo II». Ci sono anche porporati che hanno ricevuto incarichi speciali da Ratzinger, come Salvatore De Giorgi e lo spagnolo Julián Herranz Casado – indicati per aver fatto parte della commissione Vatileaks, voluta da Benedetto XVI nel 2012 su ombre e malaffare nei sacri palazzi – per arrivare a Giovanni Battista Re, all'epoca assessore alla segreteria di Stato e considerato oggi la memoria storica vivente di quegli anni. Per finire a monsignor Pierluigi Celata, «all'epoca stretto collaboratore del cardinale Casaroli e padre spirituale e confessore di Marco Accetti, uno degli indagati nell'inchiesta», in Italia.
    La carpetta con questi documenti sul tavolo del magistrato che coordina le nuove indagini è alta quasi una spanna. Un primo elenco di persone da sentire era stato appunto indicato da Pietro Orlandi e dal suo avvocato Laura Sgrò già il 17 aprile 2018. Si trattava di 19 persone a iniziare da chi all'epoca era al potere in curia ma nel frattempo visti tutti gli anni passati senza fare indagini, diverse purtroppo sono morte a iniziare da Benedetto XVI, dal cardinale Eduardo Martinez Somalo (deceduto nel 2021 e all'epoca sostituto del segretario di Stato Sodano, una sorta di ministro dell'interno), allo stesso Sodano fino al cardinale Jean Louis Tauran. Quest'ultimo doveva essere sentito su un documento di cinque pagine rinvenuto in curia e pubblicato da Emiliano Fittipaldi sulla scomparsa della Orlandi, peccato che il porporato sia anche lui deceduto pochi mesi dopo la presentazione della denuncia come il cardinale Josef Tomko, mancato lo scorso agosto.
    Nel documento si chiedeva che venissero sentiti anche i più stretti collaboratori di Ratzinger e che potrebbero essere convocati: da monsignor Georg Ganswein all'ex segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Orlandi chiede di sentirli per sapere se erano a conoscenza degli incontri riservati tra chi indagava in Italia sulla scomparsa, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo in primis, e l'allora vertice della gendarmeria del piccolo Stato. Sul capitolo della presunta «trattativa», tra fine 2011 e inizi 2012 tra procura di Roma e autorità vaticane (smentita da Pignatone, ma rilanciata sempre dal suo vice Capaldo) oltre allo stesso Capaldo, si chiedeva di sentire Paolo Gabriele, maggiordomo di Ratzinger deceduto nel 2020 e ancora Ganswein. «Tale trattativa avrebbe avuto un doppio oggetto – si sostiene nella denuncia -. La segreteria di Stato avrebbe, infatti, chiesto a Capaldo che fosse lo Stato italiano a farsi carico dello spostamento della salma di Enrico De Pedis, detto "Renatino", noto esponente della banda della Magliana, che scandalosamente giaceva sepolto nella Chiesa di Sant'Apollinare. Dal canto suo, Capaldo avrebbe chiesto in cambio informazioni utili alla soluzione del caso della Orlandi, includendovi il corpo della ragazza, se deceduta. La risposta che Capaldo avrebbe ricevuto da un esponente della curia sarebbe stata: «Va bene. (…) Proprio perché la segreteria di Stato era intenzionata a "chiudere" questa triste vicenda, sarebbe stato redatto un dossier, intitolato "Rapporto Emanuela Orlandi" che è stato visto da più persone sulla scrivania di Ganswein, e avrebbe dovuto essere consegnato a Capaldo. In tale rapporto vi sarebbero stati alcuni nomi di personalità vaticane coinvolte nella vicenda».
    Interessante l'argomento che potrebbe approfondire monsignor Giovanni Morandini: «Vicinissimo alla famiglia Orlandi – si legge nel documento - era quasi tutti i giorni a casa di questi ultimi. Riferiì a Ercole Orlandi di aver saputo di un'intesa tra lo Stato italiano (presidenza del Consiglio, ndr) e lo Stato Vaticano per evitare di aprire una falla che difficilmente si sarebbe potuta richiudere».
    Negli anni si sono poi aggiunti altri prelati come il sottodecano del collegio cardinalizio, il porporato Leonardo Sandri sulla famosa telefonata che sarebbe arrivata nei giorni del sequestro sull'utenza della sala stampa vaticana. Su questo episodio, Pietro Orlandi chiede con l'avvocato Laura Sgrò di sentire anche monsignor Carlo Maria Viganò, già nunzio a Washington e facente parte dell'area più ostile a papa Francesco. Viganò aveva svelato alcuni presunti retroscena sulle telefonate del cosiddetto «americano» a Casaroli. In particolare, sostenne che sarebbe sparita la trascrizione del colloquio della sera del 22 giugno 1983, ma dalla Santa Sede filtrò la smentita alla sua ricostruzione.
    Del resto, negli archivi del Vaticano devono essere custoditi molti documenti assai utili alle indagini. A iniziare da alcun ben evidenziati nella denuncia che oggi il Santo Padre ha chiesto di approfondire. In particolare, tornando ai giorni dopo il sequestro sarebbe utile esaminare documenti e ascoltare nastri mai consegnati all'autorità giudiziaria italiana seppur siano state presentate quattro rogatorie, rimaste senza risposte esaustive. In particolare, sono diversi i punti forieri di domande: "la segreteria di Stato ha messo a disposizione una linea telefonica, la numero "158", così come richiesto dai presunti rapitori della ragazza, attiva da luglio a ottobre del 1983, per trattare della sua liberazione direttamente con Casaroli. Le telefonate sono state registrate» e quindi dove sono i nastri? Ancora: «In data 14 luglio 1983 i presunti rapitori riferivano a Maria Sgrò, madre dell'amica della Orlandi, allora quindicenne, Carla De Blasio, che nella piazza di San Pietro in direzione della finestra dell'Angelus era stato lasciato un nastro, mai recuperato. In data 17 luglio 1983, una voce anonima comunicava all'Ansa che il nastro non era stato trovato in quanto prelevato da due funzionari del Vaticano». Domanda: se la ricostruzione è vera, ci sarebbe da chiedersi se nei sacri palazzi c'è ed è ancora conservato quel nastro?

 

 

12.01.23
  1. UN'ESEMPIO INCREDIBILE :   "Sul caso Orlandi qualche prelato sa alcuni hanno anche fatto carriera"
    Giancarlo Capaldo
    «Credo che Emanuela sia entrata, con l'ingenuità dei suoi quindici anni, in un gioco troppo più grande di lei. Ritengo che sia stata sequestrata a fini di ricatto e poi riconsegnata da Renato De Pedis a qualcuno inviato dal Vaticano. Temo che, successivamente, sia morta». L'allora procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo ha indagato sulla scomparsa della figlia del commesso della casa Pontificia, andando poi in rotta di collisione con il suo capo Giuseppe Pignatone (oggi presidente del tribunale del Vaticano) quando nell'aprile del 2015 comunicò di voler chiedere l'archiviazione del procedimento.
    Il Vaticano ha aperto un'inchiesta a 40 anni dalla scomparsa. Si arriverà alla verità?
    «Lo spero, ma lo ritengo improbabile. La verità è un concetto astratto, ha tante facce e non tutte presentabili. Alcune possono essere digerite solo dalla Storia. È comunque un segnale forte che il Vaticano, inaspettatamente, sua sponte, apra per la prima volta un'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela».
    Lei ha indagato per quattro anni come titolare dell'inchiesta e altri tre dopo che Pignatone aveva avocato il fascicolo, qual è la sua amarezza più grande?
    «Ho avuto libertà di indagare solo dal luglio 2008 al marzo 2012. La mia amarezza più grande è stata quella di essere arrivato a un punto di svolta e non essere riuscito a realizzarla per l'intervento di forze sconosciute, anche se individuabili».
    Cosa intende dire?
    «Sono individuabili per chi vuole capire cosa è accaduto, intelligenti pauca».
    Il procuratore capo Pignatone avocò a sé l'indagine per chiedere e ottenere sino in Cassazione l'archiviazione, contro il suo parere. Lei quali altri approfondimenti avrebbe compiuto?
    «Mi sono opposto all'archiviazione, spiegando che dovevano essere espletati ancora molti interrogatori e approfondite le circostanze della scomparsa di numerose altre ragazze».
    All'epoca della sua indagine, il Vaticano aveva un altro atteggiamento?
    «Vorrei sperare che l'iniziativa del Vaticano oggi non continui a essere coerente con il suo atteggiamento di sempre, tendente a mantenere un profilo basso. A suo tempo avevo intravisto una voglia di cambiamento che poi non si è verificato».
    Lei ha mai chiesto o ottenuto collaborazione da loro?
    «Avevamo iniziato un percorso comune che, purtroppo, si è interrotto in modo brusco e poco chiaro. I fatti mi fanno concludere che, nel corso degli anni, il Vaticano non ha mai realmente collaborato con la magistratura italiana nel caso Orlandi».
    Monsignor Ganswein dice che ha frainteso la visita dell'allora capo della gendarmeria Domenico Giani e del suo vice Alessandrini in procura. Per lei si era aperto un confronto sul procedimento, una sorta di "trattativa" mentre il segretario privato di Benedetto XVI afferma che la riunione si tenne solo per traslare la salma di De Pedis dalla tomba nella cripta di sant'Apollinare al cimitero di Prima Porta a Roma. Chi ha ragione?
    «Non voglio certo entrare in polemica con monsignor Ganswein. Aggiungo solo che, non essendo io dotato di grande fantasia, difficilmente posso aver frainteso la visita dei gendarmi inviati dal Vaticano, soprattutto perché solo successivamente all'incontro hanno sciolto la loro riserva».
    Ci furono altri incontri?
    «No, il canale di comunicazione con il Vaticano si interruppe».
    Della sua indagine qual è la più grande amarezza?
    «Scoprire che, più spesso di quanto si creda, si ha paura della verità».
    Lei ha interrogato molte volte Marco Accetti, l'uomo che nel 2013 si era autoaccusato dei sequestri di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi. È un mitomane?
    «È un personaggio complesso che non può essere liquidato solo come mitomane. Conosce bene l'ambiente vaticano ed ecclesiastico. Non ritengo però che abbia avuto un ruolo nella vicenda Orlandi, se non quello di inserirsi in vario modo, dopo la scomparsa della ragazza, per mitomania o per confondere le acque».
    Cos'è accaduto a Emanuela?
    «Credo che sia entrata, con l'ingenuità dei suoi quindici anni, in un gioco troppo più grande di lei. Ritengo che sia stata sequestrata a fini di ricatto e sia stata riconsegnata da De Pedis a qualcuno inviato dal Vaticano. Temo che, successivamente, la povera Emanuela sia morta».
    Qualcuno in Vaticano sa la verità o è passato troppo tempo?
    «È passato molto tempo, ma credo che all'interno del Vaticano vi siano ancora persone che conoscono la verità, alcune direttamente e altre indirettamente. E conoscere la verità, con particolari dettagli, per taluni è stato decisivo nella carriera».
    Il Vaticano è artefice o parte lesa di questa vicenda?
    «Come spesso accade nella vita, la vittima è anche carnefice: questo potrebbe essere accaduto anche al Vaticano».
    Qual è il fatto più inquietante accaduto durante la sua inchiesta?
    «Sono moltissimi. Per correttezza non è questa la sede per esporli».
    Perché si interruppero gli scavi sotto la basilica di sant'Apollinare?
    «Non mi risulta che gli scavi nella cripta siano stati interrotti. Sono stati eseguiti, seguendo una certa logica e sono terminati quando ritenuti ragionevolmente superflui».
    Verrà mai fuori la verità?
    «Me lo auguro, ma credo che sia molto difficile ancora per molti anni. Spero solo che la famiglia possa ritrovare il corpo della ragazza per raggiungere l'unica pace possibile con la preghiera».
    Chi ha fatto sparire Emanuela ha fatto sparire altre ragazze? Se sì, quali?
    «Non avendo trovato i responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi, non posso concludere che siano responsabili anche della scomparsa di altre ragazze. Posso però sottolineare che non mi sembra priva di significato la circostanza che, nel 1983, siano scomparse a Roma decine di ragazze dell'età di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori. Queste scomparse sono rimaste senza un perché. Come ho detto, mi è sembrato un motivo importante che avrebbe dovuto spingere a non chiudere frettolosamente il dossier delle ragazze scomparse».
  2. ASSURDO : Le bugie hanno le gambe corte. Ma a volte, come nel caso della lettera del prof. Daniel Pommier Vincelli a La Stampa del 22 dicembre, pubblicata col titolo L'Azerbaigian rivendica i propri confini legittimi. Sono le interferenze russe a peggiorare la situazione, non le hanno affatto.
    Vorrei segnalare le affermazioni e omissioni più eclatanti di questa lettera. In risposta all'affermazione che «l'espulsione della popolazione civile» azera dal Nagorno-Karabakh negli Anni 90 è «stata tecnicamente la più grande pulizia etnica del XX secolo», vorremmo sommessamente ricordare al prof. Vincelli che nel XX secolo ci sono stati numerosi - e ben noti - genocidi e pulizie etniche, riguardanti - in primis - armeni ed ebrei e poi l'Holodomor ucraino (su cui, nel 2019, è uscito il bel film Mr. Jones), il Ruanda, la Cambogia, i Balcani... Quanto alla "pulizia etnica" dell'Azerbaijan, ricordiamo che di profughi armeni ce ne furono circa 400.000. Secondo l'European Commission against Racism and Intolerance, gli armeni erano «il gruppo più vulnerabile in Azerbaijan nel campo del razzismo e della discriminazione razziale» (2006).
    All'affermazione che «l'Armenia ... all'Azerbaigian non solo la regione del Karabakh» e alla descrizione della prima guerra del Nagorno-Karabakh come «l'invasione armena dei territori azerbaigiani», faremmo notare che solitamente non si definiscono come "invasori" le popolazioni autoctone o indigene. Gli "invasori" vengono dal di fuori. Gli armeni, invece, vengono dal di dentro: sono autoctoni di quelle terre. Tanto è vero che la lingua ufficiale della regione autonoma (oblast) del Nagorno-Karabakh, dotata anche di un Soviet autonomo, era l'armeno.
    Infine: bene il richiamo al l'Onu del Vincelli: «Diritto all'autodifesa come da articolo 51 della carta delle Nazioni Unite». Male invece non aver citato l'altro fondamentale diritto riconosciuto dall'Onu: il diritto all'autodeterminazione dei popoli (Risoluzione 1514 (XV), 14 dicembre 1960).
    E arriviamo alle omissioni. Ciò che è più incredibile della lettera di Vincelli è il voler «spazzare sotto il tappeto», come si dice in inglese, il pericolo corso dal popolo autoctono armeno del Nagorno Karabakh (tenuto a bada dall'Unione Sovietica, finché è durata). Come ricorda Sohrab Ahmari nel suo magistrale articolo sui fatti dell'Artsakh (del 22 dicembre scorso), finché c'era il Soviet gli armeni del Karabakh riuscirono a coesistere coi non armeni. Ma con il suo indebolimento, essi rividero lo spettro dei pogrom del XX secolo. Per loro combattere divenne una questione di sopravvivenza.
    Vergognoso poi è il silenzio sulle decapitazioni da parte azera di abitanti dell'Artsakh, sulle torture su civili armeni e sui prigionieri di guerra, sui video (da loro diffusi sui social) di donne armene mutilate, sul vergognoso Parco della Vittoria creato da Aliyev a Baku alla fine della guerra; per non parlare dell'assassinio dell'ufficiale armeno Gurgen Markaryan durante il sonno, colpito 16 volte con un'ascia dall''ufficiale azero Ramil Safarov a Budapest, durante le esercitazioni Nato del gennaio 2004. Condannato all'ergastolo, Safarov venne rimpatriato dopo una trattativa segreta col governo ungherese, e festeggiato in patria come un eroe nazionale. Tutte questo cose sono state ampiamente documentate e riportate dai giornali.
    E che dire del "caso Akram Aylisli"? Questo scrittore ottantacinquenne, uno dei più noti e celebrati autori azeri, ha scritto un breve romanzo, Sogni di pietra (2013), pubblicato anche in Italia da Guerini, con la prefazione di Gian Antonio Stella. Una piccola storia incantevole di fratellanza e di pace ambientata a Baku, in cui un vecchio attore azero finisce in ospedale per aver difeso un armeno da un linciaggio, e nel delirio ricorda la pacifica convivenza nel villaggio natio. Aylisli è diventato un reietto: è stato dichiarato apostata, espulso dall'Unione degli scrittori azeri, privato della pensione, gli è stato impedito di uscire dal Paese.
    E infine, perché parlare di «una premessa storica, che assume un valore etico-politico»? Vogliamo proprio parlare di etica, prof. Vincelli? Perché non cominciamo con il parlare di verità? Come ricorda Kant, le bugie sono in sé cosa non etica: mendacium est falsiloquium in praeiudicium alterius.
    Proprio in questi giorni ecco l'ultimo episodio di questa spietata guerra sotterranea, chiaramente intesa a far sloggiare i restanti 120.000 abitanti armeni del Karabakh: il blocco del corridoio di Lachin, l'ultima strada - rimasta operativa sotto il controllo di militari russi - che collega al mondo questa enclave abitata da millenni dal popolo armeno.
    È una mossa che fa seguito ai bombardamenti del luglio scorso, in cui furono attaccati diversi villaggi di confine e anche la celebre stazione termale di Jermuk, nel territorio stesso dell'Armenia, con parecchi morti e feriti. Una perversa partita del gatto col topo, il cui scopo è di accrescere l'ansia e l'angoscia di questi poveri e ostinati montanari, attaccati come ostriche allo scoglio alla loro terra natia, dove sono ritornati dopo la guerra dell'autunno 2020, vinta dall'Azerbaigian col supporto dei droni turchi e delle milizie dei jihadisti siriani. Farli diventare miserandi profughi, insomma, come gli sventurati sopravvissuti al genocidio del 1915-1922, che non a caso in Turchia vennero chiamati "i resti della spada".
    L'attuale blocco totale del corridoio di Lachin, attuato da sedicenti "ambientalisti" azeri da 18 giorni, sta strangolando gli armeni del Karabakh. Ogni attività si sta fermando. Nel severo inverno caucasico, manca il petrolio. Mancano o scarseggiano frutta, verdura, zucchero e molte altre cose di quotidiana utilità, che di solito arrivano dall'Armenia. I 612 studenti del complesso educativo italo-armeno (Hamalir Antonia Arslan), istituito dalla Cinf, fondazione italo-americana attiva da qualche anno, che vanno dai 4 ai 27 anni, sono costretti a casa, al freddo.
    Così hanno passato il Natale e il Capodanno. E il mondo occidentale tace, non guarda fischiettando dall'altra parte.
  3. LA LINEA ROSSA L'HANNO SUPERATA LORO IL 31.08.97:Dopo giorni di anticipazioni, accuse e rivelazioni (o presunte tali) sulle prime pagine di tutti i giornali, l'autobiografia del Principe Harry è finalmente arrivata sugli scaffali delle librerie di tutto il mondo. A Londra, alcune hanno aperto a mezzanotte per accontentare i lettori più impazienti, diligentemente in coda sotto l'occhio delle telecamere. Poche ore dopo, «Spare - Il Minore» aveva già venduto 400 mila copie, mai nessun libro è andato a ruba tanto velocemente, almeno nella sezione «non-fiction», che esclude la narrativa. «Al di là delle aspettative più ottimistiche», dice entusiasta Larry Finlay della casa editrice Transworld Penguin Random House. «Gli unici libri che sono andati meglio sono quelli con l'altro Harry, Potter».
    Né il pastrocchio delle copie messe in vendita per sbaglio anzitempo in Spagna, immediatamente prese d'assalto dai giornalisti, né le interviste di Harry sui due lati dell'Atlantico hanno affievolito l'interesse, anzi. «Mi aspetto la verità su cosa succede dietro alle mura di Buckingham Palace, la famiglia reale è sempre avvolta dal segreto», spiega una lettrice che si è messa in fila nella notte. Edicole e libreria hanno aperto a Piccadilly, nel cuore della capitale, così come nelle stazioni ferroviarie di Victoria e Euston e presso gli aeroporti di Heathrow e Gatwick. Alcune persone si sono precipitate all'apertura per accaparrarsi le prime copie del libro, 407 pagine nella versione britannica, oltre 500 in quella italiana, che raccontano con toni duri il rapporto conflittuale di Harry con il resto della famiglia reale e con la stampa britannica, già responsabile ai suoi occhi della morte della madre Lady Diana e che in questo caso non ha risparmiato le critiche al Principe.
    Nelle ultime rivelazioni ad emergere da una biografia già sviscerata alla ricerca delle rivelazioni più salaci (l'assalto presunto del fratello William, i dissapori tra Meghan e Kate, il sesso, la droga, la guerra e i taleban eliminati «come pedine da una scacchiera»), Harry racconta di una lite con Carlo nei momenti che hanno preceduto la morte della Regina Elisabetta nel settembre scorso.
    Il libro racconta di come Harry, invitato dal padre alla tenuta di Balmoral in Scozia per dire addio alla nonna ormai in agonia, fosse stato anche espressamente pregato di non portare con sé Meghan. Carlo «disse che io ero il benvenuto a Balmoral, ma non voleva… lei. Cominciò a esporre le sue ragioni, che erano insensate e irrispettose, e io non ne volli sapere», scrive. Poi parole dure al padre: «Non parlare mai più di mia moglie in quel modo». Carlo che «balbetta» parole di scuse, «spiegando che semplicemente non voleva molta gente attorno»; che «non veniva nessun'altra moglie. Kate non veniva... perciò nemmeno Meg sarebbe dovuta venire». «Allora ti bastava dirlo», taglia corto Harry.
    L'attesa per il libro dell'anno è finita, ma le ripercussioni delle accuse di Harry sul suo futuro nella famiglia reale, su Carlo III, già fortemente amareggiato, e sulla reputazione dei Windsor nel mondo devono ancora cominciare, e dureranno a lungo.
  4.  E' STATA SOLO  UNA PROVA GENERALE: Patricia Campos Mello ha conosciuto di persona la forza dell'estremismo di destra bolsonarista. Autrice di un'accurata indagine che ha scoperto la rete di finanziatori e propagatori di fake news nella campagna elettorale del 2018, è stata attaccata dal presidente e oggetto di una campagna di odio da parte dei suoi sostenitori. Dopo essersi aggiudicata nel 2019 l'International Press Freedom Award del Comitato internazionale per la protezione dei giornalisti, ha vinto una causa per danni morali contro Bolsonaro. Investiga ancora oggi la rete dei movimenti bolsonaristi per il quotidiano Folha de Sao Paulo e per questo non si dice affatto sorpresa per quanto sia successo a Brasilia.
    Lei si aspettava l'assalto di domenica?
    «Lo aspettavamo da tempo. Pensavamo potesse realizzarsi durante le sfilate militari del 7 settembre, nel primo turno delle elezioni, nel ballottaggio o nel giorno dell'insediamento di Lula, il primo gennaio. Ma in queste occasioni Brasilia era blindata e quindi era difficile che potessero farcela. Si tratta di un movimento organizzato, non sono dei marziani piombati dal nulla. Si organizzano attraverso canali Telegram, reti di messaggi Whatsapp e continueranno ad agire».
    A parte l'evidente sabotaggio delle forze di sicurezza della capitale, sorprende che non sia stato possibile prevenire quello che è successo. Pensando al futuro, il governo dispone di una rete di intelligence adeguata per evitare che questo accada di nuovo?
    «L'intelligence ha fallito, questo preoccupa. Se noi giornalisti potevamo vedere questi movimenti mi chiedo come sia stato possibile che il governo sia rimasto all'oscuro di tutto. Forse c'è stato un sabotaggio interno, è chiaro che qualcosa deve cambiare. Mi chiedo fino a che punto il presidente possa fidarsi delle forze di sicurezza. Penso alla polizia militare dei diversi stati ma alla stessa polizia federale e anche alle Forze Armate».
    Alcuni Stati importanti del Brasile come San Paolo, Rio de Janeiro o Minas Gerais sono governati da alleati dell'ex presidente Bolsonaro; è un problema in più per il governo Lula?
    «Credo che questa invasione sia stata controproducente per Bolsonaro e i suoi alleati. La maggioranza dei suoi elettori non l'approva, l'attacco alle istituzioni spaventa l'opinione pubblica. I governatori cercheranno di distanziarsi il più possibile dall'estremismo. La stessa cosa non si può dire della polizia, dove molti elementi simpatizzano per il Bolsonaro duro e puro, sono nostalgici della dittatura, non accettano imposizioni da parte del potere politico. Lì c'è un pericolo per la tenuta democratica del Brasile».
  5. UNA GIUSTIZIA INGIUSTA : Adelaide Andreini ha 28 anni, è una dottoressa specializzanda in Chirurgia e la sera del 7 gennaio è stata aggredita mentre era in serviziocome guardia medica all'ospedale Gervasutta di Udine. «Mi ha messo una mano al collo e ha stretto. Per un attimo ho pensato di morire». Ad alzare le mani contro di lei è stato l'accompagnatore di un paziente. A liberarla dalla presa invece una collega, Giada Aveni, anche lei specializzanda, che ha denunciato sui social l'accaduto postando la foto dei lividi. «Non scorderò mai i suoi occhi – ha raccontato -. Ora ogni volta che mi si avvicina qualcuno senza preavviso salto dalla paura». I due uomini sono stati poi fermati e identificati. «Ma sono già a piede libero e sinceramente ora abbiamo paura che possa tornare». E ancora: «Non posso pensare che un'altra persona ancora, dopo la mia collega, rischi di essere strangolata dall'accompagnatore di un paziente o da chicchessia! Non deve esistere che una persona, un medico venga ingiuriato e minacciato fisicamente e verbalmente come è successo alla sottoscritta. Chiediamo più tutela nello svolgimento del nostro lavoro». —

 

11.01.23
  1. PRIMA L'INCONTRO CON MONS.GEORG POI L'APERTURA SULLA MORTE DI EMANUELA ORLANDI:  «Con ogni probabilità a sostenere la decisione del promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi di riaprire le indagini su mia sorella Emanuela è stata anche la volontà di Papa Francesco». E secondo Pietro Orlandi, fratello della ragazza scomparsa nel nulla nel 1983, «può avere in qualche modo influito anche la dichiarazione di Gaenswein secondo cui il dossier Orlandi non esiste, quando un paio d'anni fa ci disse che il fascicolo c'è».
    Qual è stata la sua reazione alla riapertura dell'indagine?
    «L'ho saputo all'improvviso. Questa novità è positiva. Anche perché non è una riapertura: il Vaticano non ha mai aperto un'inchiesta ufficiale. Questa è la prima volta che viene aperta un'inchiesta interna vaticana sul rapimento di Emanuela. Da quanto ho inteso dalle dichiarazioni di Diddi si vuole guardare dall'inizio tutti i fatti, ricominciare da capo. Forse hanno capito che altrimenti noi non ci fermeremo mai nella ricerca della verità. È il momento di mettere fine a questa vicenda: per noi, ma anche per loro, per la Chiesa, il Vaticano stesso».
    Che cosa spera adesso?
    «Di essere convocato e poter finalmente verbalizzare, lo chiedo da tantissimo tempo. Con l'avvocato avevamo scritto anche a Papa Francesco comunicandogli che eravamo in possesso di nuovi elementi e che avremmo voluto verbalizzare. Sono elementi importanti che meritano un approfondimento. Dirò le cose che ho sempre raccontato. Io sono convinto che in Vaticano ci sono persone, anche di alto livello, a conoscenza dei fatti».
    Che cosa teme?
    «Auspico che questa volta ci sia davvero la volontà di fare chiarezza al cento per cento. Per tanti anni mi sono illuso e poi disilluso. Confido che questa iniziativa non sia l'ennesima mossa di facciata. Però un movimento mi rende più fiducioso».
    Quale?
    «La richiesta parlamentare di una commissione d'inchiesta. Forse è la volta buona per una collaborazione tra Vaticano e Italia, che è mancata in tutti questi 40 anni. Le aggiungo ancora un ragionamento».
    Dica…
    «Credo che in questa iniziativa abbiano influito anche le ultime dichiarazioni di monsignor Gaenswein. Ha detto che non esiste alcun dossier. Ma un paio d'anni fa Sgrò ha incontrato Georg, e si sono parlati del fascicolo che Paolo Gabriele, il maggiordomo di Ratzinger, vide sulla scrivania di Gaenswein. A Sgrò, Gaenswein confermò che esiste il fascicolo, sostenendo che era in Segreteria di Stato. E le consigliò di insistere per poterlo visionare»
  2. «L'udienza non era scritta nel programma di ieri del Santo Padre. E non ce la aspettavamo così presto». Un alto prelato vaticano manifesta il suo stupore di fronte all'incontro a sorpresa tra Papa Francesco e monsignor Georg Gaenswein, fido segretario particolare di Benedetto XVI. Un faccia a faccia dopo le tensioni di questi giorni, e il terremoto sollevato dalla pubblicazione delle anticipazioni del libro – nelle ore dei funerali di Joseph Ratzinger – di padre Georg («Nient'altro che la verità», realizzato con il giornalista Saverio Gaeta, Edizioni Piemme, in uscita giovedì) da cui sono emersi sfoghi contro il Pontefice argentino.
    Con ogni probabilità, questo è stato uno degli argomenti del colloquio.
    Nel volume l'Arcivescovo tedesco ripercorre il complesso rapporto con Francesco, raccontando di essere rimasto scioccato quando il Papa lo allontanò, «sospese», dall'incarico di capo della Casa pontificia, rendendolo un «Prefetto dimezzato». Sostiene Gaenswein: «Lui mi guardò con espressione seria e disse a sorpresa: "D'ora in poi rimanga a casa. Accompagni Benedetto, che ha bisogno di lei, e faccia scudo". Restai scioccato e senza parole. Quando provai a replicare, chiuse seccamente il discorso: "Lei rimane prefetto, ma da domani non torni al lavoro". In modo dimesso replicai: "Non riesco a capirlo, non lo accetto umanamente, ma mi adeguo soltanto in obbedienza". E lui di rimando: "La mia esperienza personale è che "accettare in obbedienza" è una cosa buona". Tornai al Monastero e lo raccontai a Benedetto, il quale commentò in modo ironico: "Sembra che Papa Francesco non si fidi più di me e desideri che lei mi faccia da custode!"». Rivelazioni che si sono aggiunte all'intervista al Die Tagespot, in cui Gaenswein ha svelato che la stretta operata da Bergoglio sulla messa in latino sarebbe stata un dolore per Ratzinger. Parole che rischiano di riaccendere gli scontri nel recinto cattolico tra le fazioni tradizionalisti e bergogliani, uno scenario vaticano che potrebbe essere scosso da quelle che Gaenswein stesso ha definito «due tifoserie». Nei giorni scorsi l'Arcivescovo con gli amici si sarebbe difeso definendo «decontestualizzati gli estratti che hanno provocato polemiche».
    L'altro ieri Francesco all'Angelus ha, in qualche modo, risposto alle accuse di Georg: «Il chiacchiericcio è un'arma letale, uccide, uccide l'amore, uccide la società, uccide la fratellanza. Chiediamoci: io sono una persona che divide o una persona che condivide? ».
    Il Papa, tranquillo per ciò che riguarda gli impegni quotidiani da Pontefice, sarebbe «amareggiato e dispiaciuto per il polverone sollevato dalle dichiarazioni di Gaenswein», racconta un presule.
    Nel dialogo di ieri il Vescovo di Roma «avrebbe detto a Gaenswein che in questo momento la soluzione migliore è il silenzio. Tacere, per stemperare le tensioni. Ora serve silenzio, avrebbe ribadito il Papa», racconta un monsignore. E Gaenswein «avrebbe riportato questa indicazione alle persone a lui vicine».
    Anche perché è in gioco il futuro ecclesiastico del «Prefetto dimezzato», che potrebbe essere in procinto di fare le valigie. È l'altra questione spinosa che aleggia e che probabilmente hanno affrontato.
    Dando per altamente improbabile che padre Georg torni a pieno servizio nella Casa pontificia, secondo fonti vaticane papa Francesco aveva riflettuto sull'argomento «qualche tempo prima della morte di Benedetto XVI, e sembrava orientato a destinare Gaenswein in una nunziatura, magari in America Latina, in Asia o in Europa. Ora, se anche il Pontefice avesse deciso, e non c'è alcuna comunicazione in tal senso, bisogna vedere se i veleni di questi giorni hanno portato a qualche cambiamento di un'eventuale idea». Si parla anche di una docenza in un ateneo cattolico all'estero. Più complesso un ritorno nella sua Germania, dove l'episcopato pare non lo accoglierebbe a braccia aperte. Il presidente della Conferenza episcopale tedesca monsignor Georg Batzing nei giorni scorsi si è limitato a un distaccato: «Dipende dal diretto interessato e da chi prende queste decisioni nella Curia vaticana»; insomma, nessun invito particolare a padre Gaenswein per unirsi ai vescovi suoi connazionali. Se invece «sarà nominato per qualche ruolo a Roma – ragiona un altro prelato – credo sarà importante che non si presti a diventare capofila degli oppositori al pontificato».
    Nel frattempo, emergono «malumori nei confronti del segretario di Ratzinger anche dalla stessa galassia tradizionalista», riporta un vescovo. «È difficile immaginare che Papa Benedetto lo avesse autorizzato a mettere in piazza nelle ore successive alla sua morte tutte le carte segrete e, soprattutto, le vicende, gli aneddoti e gli episodi che possono contrapporlo a Francesco». Inoltre, il porporato assicura che «vari prelati dei circoli tradizionalisti si stanno smarcando dall'atteggiamento tenuto da Ganswein nei giorni delle esequie di Benedetto XVI. Secondo me, se il segretario di Ratzinger aveva l'obiettivo di diventare punto di riferimento degli ultraconservatori contro Bergoglio, il primo passo compiuto è stato sbagliato, nei modi e soprattutto nei tempi».
  3. PER NON PAGARE IL CONTRIBUTO AL PARTITO : Aboubakar Soumahoro è uscito dal gruppo. L'ex sindacalista dei braccianti entrato a Montecitorio da «indipendente» lascia il gruppo di Alleanza Verdi-Sinistra alla Camera, «stupito e amareggiato per l'assenza di solidarietà umana e supporto politico», e si iscrive al Misto. «Non esiste alcun caso Soumahoro» è il titolo del lungo dossier che pubblica sul suo sito per annunciare l'addio e chiarire alcune delle vicende che riguardano lui e la sua famiglia, coinvolta in un'inchiesta della procura di Latina. Incolmabile ormai la distanza con i compagni di viaggio che l'hanno candidato. «Non sono per nulla sorpreso, perché non ci ha mai dato sufficienti spiegazioni - dice il co-portavoce dei Verdi Angelo Bonelli - Sono però umanamente deluso».
    Nel corposo dossier, Soumahoro ribadisce la sua estraneità alla vicenda giudiziaria: «Non sono stato né sono indagato, non sono accusato di alcunché, non c'entro nulla con gli eventuali problemi in quelle cooperative. Eppure il mio nome è stato per 2 mesi sulle pagine di tutti i giornali, in tutte le televisioni ogni sera, e sono stato infangato e diffamato sistematicamente. È stato puro sciacallaggio». Parla della moglie, «soprannominata provocatoriamente "lady Gucci", è stata al centro di una serie di pesanti commenti e insinuazioni». Torna sul «diritto all'eleganza» declamato in tv e che gli è valso secchiate di critiche, anche feroci. «Intendevo riferirmi al diritto di chiunque di vestirsi come meglio crede. Tuttavia trovo davvero singolare che mi si chieda di esprimere un giudizio di valore circa foto della mia compagna risalenti a 4 anni prima che io la conoscessi».
    L'inchiesta di Latina verte sulle due cooperative pro-migranti Karibu e Consorzio Aid e vede indagate sei persone, collegate a vario titolo ai vertici: la suocera di Soumahoro Marie Terese Mukamitsindo, la moglie del deputato Liliane Murekatete e due suoi fratelli, oltre a due collaboratrici. I reati ipotizzati sono legati a presunte false fatturazioni per evadere il fisco. In più, ci sono decine di ex dipendenti rimasti senza stipendio per mesi e accertamenti sulla presunta scarsa qualità dei servizi offerti ai migranti ospiti.
    Soumahoro ribatte colpo su colpo, prova a spiegare la sua verità contro quella che definisce la «campagna disinformativa dell'anno». Dice di aveva saputo delle mancate retribuzioni ai dipendenti Karibu nel 2021: «Chiesi chiarimenti e venni informato che non erano ancora pervenuti tutti i soldi necessari» dagli enti pubblici, ma «tutto si sarebbe risolto in tempi ragionevoli». Nega irregolarità nei fondi e nei bilanci della Lega Braccianti; tutto regolare anche il mutuo sulla casa («dal 2008 ho lavorato come dipendente della Rdb, da fine 2018 a febbraio 2022 sono stato opinionista per l'Espresso»). Parla di «ingiustificato accanimento» nei suoi confronti, dettato anche dal razzismo: «Una persona di colore va bene finché è un "negro da cortile", finché protesta con gli striscioni, che peraltro ho fatto mille volte e non smetterò mai di fare, se è povero e sta ai margini. Ma se prova a fare un salto di qualità immediatamente disturba».
  4. BOLSONARO=TRUMP A LIBRO PAGA DI PUTIN ? Jake Sullivan, il consigliere per la Sicurezza di Joe Biden, puntualizza: «Non abbiamo informazioni su Bolsonaro e non abbiamo ricevuto alcuna richiesta dal governo brasiliano su una sua estradizione. Dovesse arrivare qualcosa procederemo con la assoluta serietà, come in tutti gli altri casi». Mentre Sullivan conversava con i giornalisti a Città del Messico e diceva che il leader Usa avrebbe parlato in serata con Lula, l'ex presidente brasiliano veniva ricoverato in ospedale a Orlando, in Florida, per forti dolori addominali.
    Le sue condizioni non sono gravi. Da quando nel 2018 l'ultraconservatore fu accoltellato durante un comizio elettorale, soffre di blocchi intestinali che talvolta l'hanno portato a ricoveri lampo.
    Il 67enne Bolsonaro si trova al sole della Florida dal 30 dicembre quando un aereo militare lo ha portato fuori dal Paese e recapitato nella villa delle vacanze di José Aldo, ex lottatore, e suo sostenitore.
    Gli ultimi due giorni da presidente – Lula si è formalmente insediato il 1° gennaio – Bolsonaro li ha trascorsi quindi all'estero, prima di diventare un «uomo comune», privo di immunità e libero di andare a fare jogging fra i vialetti del resort che dista pochi chilometri da Disney World, fare la spesa nel supermercato locale e mangiare un panino al pollo da KFC. Il 31 dicembre è stato immortalato mentre addenta un hamburger e nei giorni successivi è stato ritratto con indosso la maglia della nazionale di calcio Usa, quella del Palmeiras, in t-shirt e scarpe da ginnastica e con una cinquantina di sostenitori fuori casa che chiedevano autografi e si facevano selfie.
    Secondo i giornali brasiliani che avevano scoperto qualche giorno in anticipo la sua intenzione di fuggire all'estero (la moglie, la terza, non l'avrebbe seguito), Bolsonaro sarebbe andato al party di Capodanno a Mar-a-Lago, ospite dell'alleato più solido, Donald Trump. A Mar-a-Lago ci era già stato nel marzo del 2020. Non ci sono conferme però di brindisi insieme a mezzanotte, la lista degli ospiti – almeno per quella parte divenuta pubblica – non ha il nome di Bolsonaro.
    Il suo entourage il 3 gennaio ha raccontato al New York Times che Bolsonaro si fermerà negli Stati Uniti per almeno un mese, forse tre. L'intenzione è quella di capire se a Brasilia intendono o meno proseguire con le inchieste e dare corso alle accuse sul suo conto. La lista è piuttosto lunga: la Corte suprema ha quattro inchieste avviate per disinformazione, diffusione di notizie false sulle elezioni e l'assegnazione di una scorta al figlio non dovuta. Ma vi sono altre 12 inchieste da parte della Commissione elettorale. Senza contare che alcuni tribunali lo vorrebbero perseguire per la gestione del Covid. L'America, in questo contesto, deve essergli sembrata più ospitale e meno minacciosa di Brasilia. Con lui domenica c'era Anderson Torres, segretario per la sicurezza del Distretto di Brasilia silurato da Lula per l'inefficacia nel prevenire e rispondere agli eventi alla piazza dei Tre Poteri.
    Domenica in tarda serata, Bolsonaro ha aperto Twitter e digitato la sua contrarierà all'assalto dei palazzi governativi (cui secondo la polizia ha partecipato anche un nipote), pur reclamando il diritto di protestare pacificamente, per tentare di allontanare i sospetti su un suo ruolo nell'8 gennaio carioca e rispondere direttamente a Lula che ha alluso al ruolo di finanziatori all'estero.
    La sua presenza negli Usa ha innescato subito un confronto politico: i democratici chiedono sia allontanato. Joaquin Castro, deputato del Texas, e Alexandria Ocasio-Cortez, di New York, hanno invitato l'Amministrazione a «non dare rifugio» e a «restituirlo al più preso al Brasile». È anche a loro che ha risposto Sullivan, la questione di un eventuale «visto di permanenza» è di competenza del Dipartimento di Stato che per ora non ha comunicato nulla.
    Le connessioni di Bolsonaro con gli Stati Uniti transitano dalla galassia Trump e dalla partecipazione a diversi eventi organizzati dalla CPAC e dall'ACU di Matt Schlapp, la galassia conservatrice Usa il cui modello di conferenze è stato esportato nell'Ungheria di Orban e anche in America Latina. Due anni fa alla CPAC latino-americana tenutasi in Brasile, uno degli organizzatori e sponsor tramite la sua App Gettr era Jason Miller, ex consigliere di Trump. Con Steve Bannon i rapporti li tiene il figlio Edoardo: è lui ad aver diffuso un video dopo le elezioni perse in ottobre sulla denuncia di brogli e l'invito a scendere in piazza, prontamente accolto domenica dalla folla. Ma già nel 2018 Bannon aveva messo a disposizione il suo know-how e la raccolta dati per aiutare Bolsonaro a diventare presidente. Al suo insediamento, Trump inviò il segretario di Stato Mike Pompeo.

 

10.01.23
  1. FALLITO , PER ORA, IL GOLPE IN BRASILE, UNO DEI PAESI PIU' RICCHI MATERIE PRIME AL MONDO.
  2. INDEFINIBILE CHI VUOLE TOGLIERE LA OSSERVAZIONE UFFICIALE DEGLI AMBASCIATORI  IN IRAN : "L'Italia deve ritirare l'ambasciatore anche in Europa le libertà sono a rischio"
    Roberto Saviano
    I MIGRANTI
    Roberto Saviano, cosa la colpisce di più di questa rivoluzione in Iran?
    «È una rivoluzione che non ha un'avanguardia, un partito, un'organizzazione e non ha neanche leader. Per questo è inarrestabile. È una rivoluzione che più di ogni altra cosa mostra la necessità dei diritti come premessa di ogni ragionamento politico. Stanno chiedendo con il sangue, con l'impegno quotidiano, di trasformare il Paese. Qualunque evoluzione politica avrà il Paese, liberale o socialdemocratica, dovrà essere laica e rispettare i diritti».
    Cosa ci insegna?
    «Che la democrazia è una scelta precisa che viene prima della politica. Democrazia e diritti sono la premessa per la politica. Un insegnamento per i giovani che in Europa non si stanno battendo contro il populismo, ma anzi in molti casi lo stanno favorendo entrandoci attraverso la sua ideologia complottarda. I giovani iraniani hanno capito che i social sono uno spazio laterale per impegnarsi, ma che poi è la pratica reale che cambia le cose. Non i post, non i like, non le condivisioni, che invece bloccano da un decennio l'attività dei movimenti».
    L'Occidente lo ha capito?
    «In Occidente tutto si chiude in una manifestazione, in un gruppo social di coscienza, ma poi c'è bisogno dell'azione, dei corpi, della forza. In questo caso tra l'altro è una forza civile, senza armi, che ha utilizzato la critica e l'occupazione dei territori».
    C'è una mobilitazione spontanea nelle piazze e in rete ma i governi, l'Europa, hanno fatto abbastanza o possono fare di più?
    «L'Europa non sta facendo abbastanza. C'è una condivisa presa di coscienza da parte della società civile e politica. Ma ora bisogna sabotare l'economia iraniana. Senza alcun dubbio l'Italia deve ritirare l'ambasciatore subito e interrompere le relazioni economiche con l'Iran. Bisogna agire. Non basta dare solidarietà, che è un atto importante ma morale. Serve un atto vero che trasformi la realtà, non solo la coscienza».
    È una rivoluzione partita dalle donne in una società patriarcale. Gli uomini le stanno aiutando?
    «La rivoluzione è partita dalle donne ma dimostra che la lotta al patriarcato libera anche gli uomini. Ecco perché gli uomini sono così presenti. Ecco perché poi il numero di uomini condannati a morte è più alto rispetto alle donne».
    In Iran si combatte per la libertà mettendo a rischio la vita. L'Occidente del benessere, pur non rischiando la vita, ha ancora voglia di scendere in piazza mettendosi in qualche pericolo?
    «In Occidente non solo l'idea di poter rischiare per cambiare il mondo è sparita dall'orizzonte. Eccezion fatta per i movimenti ecologisti che mettono il proprio corpo e la loro fedina penale a rischio. Oggi il messaggio chiaro è: imbucati, trova il modo per galleggiare, per fare un po' di follower, per fare un po' di grana. In Iran è evidente che battersi per trasformare il proprio Paese significa battersi per la propria felicità. Le giovani che si tolgono il velo non vengono percepite come delle furbette che compiono questa azione per trovare qualche follower».
    Nel mondo libero non c'è più voglia di combattere?
    «Nell'Occidente impegnarsi è visto con diffidenza. Basta vedere come molte tv e giornali siano così prudenti verso un governo di estrema destra che è tra i fondatori dell'Europa».
    Perché?
    «Perché tutta l'economia che sostiene l'informazione e le pubblicità dipende molto dalla politica».
    Da anni è così però.
    «No. Nell'epoca berlusconiana c'era maggiore possibilità da parte delle opposizioni di muoversi. Perché si faceva share, si vendevano libri e ora i numeri stanno scendendo. E i numeri dei follower sono evanescenti, non ti danno forza economica. E quindi sono tutti spaventati dall'attaccare chi è al comando, anche dove la democrazia sta per farsi compromettere dai populismi come è successo in Ungheria e come sta succedendo in Italia».
    Iran e Italia sono molto distanti in quanto a libertà.
    «L'Iran non è un Paese distante dalla nostra vita. Teheran è una città evoluta. Certo le campagne sono molto lontane dalle nostre. Certo non c'è una teocrazia. Ma la Polonia vuole reintrodurre la pena di morte».
    In Europa la libertà è a rischio?
    «Le libertà vengono compresse continuamente in nome della sicurezza e del vantaggio economico. In fondo Orbán, Erdogan e il regime iraniano, benché sul piano formale siano tre regimi differenti, si somigliano in questo: l'ordine viene dato, sostenuto e promesso in cambio di una sicurezza economica e di una pace sociale. E quindi qualsiasi riflessione sui diritti, qualsiasi battaglia per la libertà, viene vista come superflua. Come cosa da intellettuali, che vengono attaccati e accusati di speculare, di guadagnare sul nulla. In verità sono indagatori sui limiti del potere e testimoni della compressione delle libertà. L'Iran parla a noi».
    Cosa pensa della proposta del ministro Salvini di mettere in carcere gli eco warriors che imbrattano i muri?
    «Su questo punto sarebbe interessante rispondessero i promotori del referendum in materia di Giustizia, tra questi anche Salvini. Il leader leghista è politicamente dissociato. Va a vento. La sua politica non ha nessuna logica. Vuole solo rincorrere, come gli ignavi descritti da Dante, una bandiera senza colore. La sua bandiera è quella del consenso momentaneo, ma bisogna essere molto cauti nell'invocare pene esemplari. Salvini per i responsabili di un partito che, per ipotesi, avessero sottratto ingenti fondi pubblici, mettiamo 49 milioni, cosa farebbe? Invocherebbe la pena di morte?».
    Sembra una boutade.
    «Non lo è. Il dibattito sulla reintroduzione sulla pena di morte, nei prossimi anni, sarà centrale. Si parte dagli eco warriors per attirare solo la rabbia. È tipico di Salvini che, non avendo argomentazioni o un'idea reale politica ma dovendo solo conservare quello che è, un catalizzatore di odio e di rabbia, non riesce ad affrontare temi reali. Ha il buon senso dei mediocri, quindi semplicemente cerca di conservare il suo immeritato ruolo. È pericoloso. perché tutta l'attenzione sul tema della crisi climatica la risolve intestandosi una maggiore repressione».
    Le Ong nei nostri mari combattono per il diritto alla vita dei migranti. Cosa pensa del decreto Piantedosi?
    «Piantedosi si trova schiacciato da Salvini, che l'ha costruito e voluto mettere lì. Ma è chiaramente un ruolo che gli sta stretto e gli sta dando anche fastidio. Sa che non può comportarsi in maniera maldestra come si è comportato Salvini. Dopodiché l'obiettivo vero di questa legge è non avere testimoni nel Mediterraneo, non c'entra nulla far rispettare il diritto internazionale come sostiene Meloni, mentendo tra l'altro».
    Quale sarebbe la bugia di Meloni?
    «Ha chiamato "traghetti" le Ong che sono ambulanze del mare, che salvano vite, e che tra l'altro agiscono sempre dopo aver avvertito la Guardia Costiera. Nessuna inchiesta ha mai dimostrato contatti tra trafficanti e Ong. È una battaglia ideologica per confondere il dibattito politico. Tanto è vero che quando si parla di redistribuzione dei migranti sono proprio gli alleati di Meloni e Salvini che non la vogliono: si oppongono i polacchi, la destra ungherese. Non vogliono che il problema sia affrontato dall'Europa. Vogliono che ricada solo sull'Italia. Il decreto del governo di estrema destra, ribadisco estrema destra, inutile fingere di chiamarla in altro modo, vuole semplicemente non avere testimoni nel Mediterraneo».
    Quale è il grado di tirannia, rispetto all'Iran, della Libia di oggi, dove transitano e vengono rinchiusi i migranti nei campi?
    «La Libia è uno Stato fallito. L'Italia sostiene il finanziamento formale alla Guardia Costiera libica per la gestione migranti. In realtà sono dazi per le milizie, per tutelare gli interessi energetici in Libia. Si forniscono motovedette, divise e soldi per formare personale, ma sono tutte tangenti dei governi per ottenere il petrolio libico».
    La politica è sangue e merda, direbbe Rino Formica.
    «La responsabilità europea e italiana in Libia è molto più diretta rispetto all'Iran. La Libia ha veri e propri campi di concentramento sostenuti con i soldi italiani. E l'ipocrisia di questo governo è ancora maggiore, quando parla di Ong che coprono i trafficanti. A coprire i trafficanti è lo Stato italiano che paga la Guardia Costiera libica, che poi sono i veri trafficanti. L'indagine l'ha fatta l'Onu: quelli che trafficano in droga e in petrolio sono gli stessi che dopo si vestono da Guardia Costiera. Quando ricevono i soldi, le tangenti, bloccano le partenze. Quando hanno interesse di guadagno, aprono i rubinetti e fanno partire le persone».
  3. LA MAFIA UCCIDE SEMPRE NEL CALCESTRUZZO ? ANCHE SE A  Aboubakar Soumahoro NON INTERESSA ? «Qui si muore». Sono le ultime parole di Daouda Diane, scomparso dopo avere girato un video che è insieme testamento e denuncia, la sua faccia in primo piano, il telefonino a inquadrarla dentro un cementificio del paese di Acate, in provincia di Ragusa. «Qui si muore», dice Daouda, profeta del suo destino, parlando da quel che sembra l'interno di una betoniera, una mascherina logorata sul viso, un martello pneumatico nelle mani, senza guanti, senza protezioni. «Inutile – racconta in quel video-denuncia che invia al fratello in Costa d'Avorio – che nel nostro Paese andiamo a raccontare che lavoriamo in fabbrica. Questi sono posti pericolosi, qui si muore».
    È sabato 2 luglio. E da allora Daouda Diane, 37 anni, della Costa d'Avorio, operaio, mediatore culturale, sindacalista, marito e padre di un bambino, è diventato Daouda il fantasma. Scomparso nel nulla, con la procura di Ragusa che ammette: «Quasi certamente non è vivo».
    Fatto sta che manda quel video intorno alle due e mezzo del pomeriggio, poche ore dopo il suo cellulare si spegne, la "cella" telefonica è talmente grande che non si possono distinguere i suoi spostamenti nel dettaglio, le telecamere interne al cementificio della Sgv Calcestruzzi sono rotte, quelle sulla strada non registrano il suo passaggio. Secondo il titolare dell'azienda, Gianmarco Longo, «è uscito a mezzogiorno, io non c'ero ma me l'hanno riferito. È venuto alle otto, chiedendo di svolgere qualche lavoretto di pulizia, è stato pagato e se n'è andato. Non abbiamo nulla da temere». Lo stesso titolare secondo cui Daouda era «una presenza saltuaria e amichevole, teneva compagnia al personale, rendendosi utile a spazzare il cortile, ottenendo in cambio una piccola somma». Versione, questa, spazzata via dalle indagini: «Una delle poche certezze è che lavorasse in nero nel cementificio», per dirla con il procuratore di Ragusa, Fabio D'Anna, che ha aperto un fascicolo per omicidio e occultamento di cadavere e ha iscritto nel registro degli indagati i responsabili legali dell'azienda, come atto dovuto. Gianmarco Longo è figlio di Carmelo, coinvolto in passato in indagini per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e alla turbativa d'asta. Il fratello di Carmelo, Giovanni, è stato arrestato nel 2019 in un'operazione che ha consentito di fare luce sul clan mafioso di Vittoria. Il padre era Salvatore Longo, ucciso nel '90 ad Acate in un agguato di stampo mafioso.
    Alle 14.30, quando Daouda manda il video, il cementificio è chiuso da più di due ore («Forse l'ha girato in un altro giorno – dice il titolare dell'azienda – o forse in un altro posto») e che nulla è stato contestato all'azienda se non l'utilizzo di manodopera irregolare. Di sicuro c'è solo, secondo gli inquirenti, che l'operaio non era lì di passaggio. Ma i cani molecolari sguinzagliati in ogni angolo del cementificio e le apparecchiature più sofisticate che cercano resti umani non hanno fiutato niente. Ricerche e perquisizioni tardive, perché la denuncia è scattata solo otto giorni dopo la scomparsa, quando l'amico Marcire Doucoure (destinatario pure lui di quel video) non sa più dove cercarlo. Quel video lo ha rivisto centinaia di volte, stupendosi del fatto che Daouda parli in francese, e non nel loro dialetto, come se volesse farsi capire da tutti. Non uno sfogo privato, ma una denuncia. L'ipotesi dell'allontanamento volontario suona quasi come un insulto: Daouda sarebbe partito venti giorni dopo per riabbracciare la moglie Awa e il figlio, dopo cinque anni. Per questo aveva comprato il biglietto aereo, 600 euro, che ha lasciato a casa insieme al permesso di soggiorno, i soldi, il passaporto.
    I sindacati sono in rivolta, un paio di volte le manifestazioni di protesta hanno rischiato di finire con l'assalto del cementificio. Il magistrato Bruno Giordano, fino a pochi giorni fa direttore dell'Ispettorato nazionale del lavoro, ha scritto al presidente Mattarella: «Non possiamo sciogliere Diane nell'acido dell'oblio e dell'indifferenza». La moglie Awa, che nelle fotografie sorride abbracciata a lui, dice: «Queste cose possono accadere da noi, in Africa, non in un Paese civilizzato come l'Italia». E poi esprime il suo unico desiderio: «Restituitemi almeno il suo corpo in modo che possa pregare per lui».
  4. QUANTI FUMATORI HANNO PRESO IL COVID ? La Legge Sirchia del 2003 ha fatto diminuire i tabagisti, ora la tendenza si inverte. Il peso delle sigarette elettroniche
    Dopo 20 anni di divieti nei locali i fumatori ritornano a crescere
    Sono passati vent'anni dalla legge che vietò il fumo nei locali chiusi e che contribuì a diminuire il numero di tabagisti nel nostro Paese, ma adesso gli italiani con il vizio della sigaretta stanno tornando a crescere.
    La cosiddetta «Legge Sirchia», dal nome dell'allora ministro della Salute che si era battuto fortemente per l'approvazione della norma, fu emanata nel 2003 (entrò in vigore nel 2005) e fino al 2019 riuscì a mantenere la quota di fumatori nella popolazione in diminuzione: si passò (con diverse fluttuazioni) dal 27,6% del 2003 al 22%. Tra il 2020 e il 2022 si è però tornati al 24,2%, (circa 800 mila persone in più): quasi un italiano su quattro oggi fuma, una percentuale simile non era stata mai più registrata dal 2006.
    Stanno anche cambiando i consumi. Dal report diffuso dall'Istituto Superiore di Sanità (Iss) lo scorso maggio, in Italia sono cresciute le persone che fumano sigarette a tabacco riscaldato, ritenute da più di una persona su tre meno dannose di quelle tradizionali: si è passati dall'1,1% nel 2019 al 3,3% nel 2022. Anche gli utilizzatori di e-cig sono aumentati negli ultimi anni, dall'1,7% del 2019 all'attuale 2,4%. Il mercato che cambia sta mettendo nuovamente in discussione il rispetto verso i non fumatori, che era invece diventato un costume sociale radicato: «Il 66,8% degli utilizzatori di e-cig e il 74,6% dei fumatori di sigarette a tabacco riscaldato si sentono liberi di usare questi prodotti nei luoghi pubblici» scrive l'Iss. La prevalenza più alta di fumatori di sesso maschile si registra nella fascia d'età compresa tra i 25 e i 44 anni (42,9%), mentre le donne fumano di più tra i 45 e i 64 anni, e guardando la cartina geografica si fuma di più al Sud rispetto al resto del Paese.
    Il fumo poi continua a uccidere: dal sito del Ministero della Salute si legge come siano attribuibili al fumo di tabacco oltre 93 mila morti (il 20,6% del totale di tutte le morti tra gli uomini e il 7,9% del totale di quelle tra le donne), con costi diretti e indiretti che arrivano a oltre 26 miliardi di euro. Proprio secondo l'ex ministro della Salute Sirchia, alla luce del nuovo trend in crescita, servirebbe più impegno delle istituzioni nel portare avanti un'agenda contro il fumo. Dal 2005 infatti è stato fatto solo qualche timido tentativo, come quello del Comune di Milano (che verrà imitato dalla città di Modena a partire dal 21 marzo prossimo). Nel capoluogo lombardo dal gennaio 2021 è stato introdotto lo stop al fumo anche all'aperto nei luoghi affollati, come ad esempio alle fermate dei mezzi pubblici e nei parchi. Non esiste però un vero e proprio piano controlli e possiamo parlare soprattutto di moral suasion, sperando nella collaborazione dei cittadini, nonostante siano previste sulla carta multe fino a 240 euro.
  5. I POLITICI FUMATORI ? Girolamo Sirchia
    "La mia stretta, poi solo chiacchiere la politica difende le multinazionali"
    Compie 20 anni la legge che per la prima volta rese illegale il fumo nei locali pubblici al chiuso. «Venti anni inutili», commenta Girolamo Sirchia, all'epoca ministro della Salute. Fu lui a combattere in prima persona la battaglia per far approvare il divieto e oggi osserva «con amarezza» il ritorno delle sigarette.
    Qual è il bilancio di questi venti anni di divieto?
    «Sicuramente le persone non fumano più in treno, al ristorante e in tutti i luoghi aperti al pubblico dove è in vigore il divieto. Questo è quello che si voleva ottenere ed è stato ottenuto. Si poteva fare molto di più, però».
    Che cosa?
    «Quella legge era il primo passo di un'agenda che si doveva sviluppare nei tempi successivi. Era prevista un'attività di prevenzione per evitare che i giovani iniziassero a fumare. È un aspetto importantissimo perché quando si comincia in tenera età si rimane schiavi per tutta la vita. Le multinazionali infatti cercano di abbassare l'età in cui si inizia a fumare, quindi si doveva andare avanti per ottenere l'effetto opposto. Oppure bisognava agire sul prezzo delle sigarette aumentandolo in modo tale da disincentivare il più possibile l'acquisto».
    Il divieto andava ulteriormente esteso?
    «Oggi si fuma nei gazebo e nei dehors. È un errore, sono spazi aperti ma non del tutto, sono spazi dove si finisce per ritrovarsi in tanti, i pericoli non sono molto diversi di quelli che si corrono al chiuso. Il divieto avrebbe dovuto essere esteso anche ai parchi pubblici dove si va per respirare aria pulita, non il fumo degli altri. Oppure negli stadi o ai concerti dove si creano assembramenti. Anche se non ci si trova al chiuso è lo stesso, si finisce per respirare il fumo di chi ti è vicino. Per non parlare poi dell'inquinamento da mozziconi. È una vergogna vedere luoghi coperti di mozziconi buttati per terra che poi finiscono nelle falde acquifere. Inoltre, avrebbe dovuto esserci la conversione delle colture di tabacco che, invece di diminuire, sono aumentate. Ancora adesso il ministero dell'Agricoltura fa accordi con le multinazionali per favorire queste coltivazioni. Sono gesti che un governo non deve compiere».
    Che dovrebbe fare un governo, secondo lei?
    «Il governo deve difendere la salute pubblica. Invece mi sembra che si vogliano difendere gli interessi delle multinazionali della filiera del tabacco, da chi produce a tutti quelli che vendono. Il guadagno è elevato e la salute pubblica viene messa in cantina, non interessa a nessuno. In Italia ci sono 2 milioni di malati cronici. Fumare non provoca solo tumori, anche enfisemi polmonari e altre conseguenze sulla salute delle persone. Chi fuma vive in media 10 anni meno di chi non fuma, ci sarà un motivo?»
    In questi venti anni ci sono stati governi più attenti alla battaglia contro il fumo?
    «Dopo la legge che ha vietato il fumo nei luoghi pubblici non c'è stato nulla. Al massimo qualche misura di facciata come un aumento del prezzo di pochi centesimi, di nessun peso sui consumi».
    Tra il 2020 e il 2022 c'è stato un aumento dei fumatori, 800 mila in più in due anni.
    «Sì, durante il Covid c'è stato un aumento. Siamo tornati al punto di partenza. Il guadagno che avevamo ottenuto si è perduto. E i primi a non credere più in questa battaglia sono i governi. Ricordo, per esempio, quando Matteo Renzi, da presidente del Consiglio, andò a inaugurare il nuovo stabilimento della Philip Morris in Emilia Romagna».
    Sono posti di lavoro, dice chi governa.
    «Anche la coltivazione di oppio genera lavoro, ma non credo che nessuno si auguri che si commerci l'eroina. Sono segnali che fanno capire che al governo la salute pubblica non interessa».
    Se lei fosse ministro che cosa farebbe?
    «Riprenderei il lavoro dove ho lasciato. Bastano provvedimenti semplici come facilitare la conversione delle colture o fare prevenzione tra i giovani rendendo meno disponibile il tabacco e regolamentare il tabacco riscaldato e le sigarette elettroniche che alcuni pensano non facciano male, anche se non è vero. Questi venti anni sono passati inutilmente. La situazione è peggiorata e la gente non se ne rende conto».
  6. LA CENSURA NON MUORE MAI ? «Papa Francesco non è solo». Sono numerosi gli alti prelati - della Curia romana, del Collegio cardinalizio e del panorama episcopale - che in questi giorni di tensioni e veleni contro il Vescovo di Roma gli garantiscono «piena e indissolubile fedeltà. A lui, al suo magistero e ai capisaldi del pontificato». E alla missione che predica e indica, come spiega un cardinale: «La Chiesa di Francesco è aperta a tutti, nessuno escluso. Tutti sono invitati, ricchi e poveri, vicini e lontani, qualunque sia la condizione di vita di ognuno. È la Chiesa della misericordia che non alza ponti levatoio».
    La grande sfida di Francesco è rappresentata dal Sinodo sulla sinodalità in programma fino al 2024, pensato per rendere la Chiesa più pronta all'ascolto della gente, anche fuori dal recinto cattolico, a dare responsabilità ai laici e alle donne, a rapportarsi con il mondo e la contemporaneità. L'Assise è fumo negli occhi per la galassia tradizionalista.
    Attorno a questo programma - e alla persona del Papa - si schierano in un fronte comune prelati di tutto il pianeta.
    Innanzitutto, l'asse di Francesco con il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin è saldo. Poi tra i fedelissimi è annoverato il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi. Ci sono i due porporati mandati a portare la vicinanza del Papa alla popolazione ucraina sotto le bombe russe: il fido Elemosiniere Konrad Krajewski, e Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale. Un nome fortissimo è il presidente della Conferenza episcopale italiana, l'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi: è in totale sintonia con Bergoglio, allo stesso tempo è molto apprezzato anche per le sue capacità di dialogo con tutte le correnti ecclesiali. Altra figura preziosa alla causa è il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente delle Conferenze episcopali d'Europa. C'è monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Poi Marcello Semeraro, Óscar Rodríguez Maradiaga, Claudio Gugerotti, José Tolentino de Mendonca. Monsignor Nunzio Galantino, presidente dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. Padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica. Padre Enzo Fortunato, uno dei volti più noti del francescanesimo. Il laico Paolo Ruffini, prefetto della Comunicazione. Un ruolo teologico cruciale lo ricopre l'arcivescovo di Vienna cardinale Christoph Schönborn, allievo di Joseph Ratzinger. Negli Usa Wilton Gregory, Washington; Joseph Tobin, Newark; Blase Cupich, Chicago; Robert McElroy, San Diego.
    E c'è la base. Per esempio, una lettera aperta è stata diffusa per invitare monsignor Georg Gaenswein a bloccare la pubblicazione del libro che ha già scatenato polemiche. L'ha scritta un prete della diocesi di Bergamo, don Alberto Varinelli, il cui appello è stato condiviso sui social da diversi sacerdoti: «Quel testo è molto atteso dalle frange ostili al papa, e se vi saranno attacchi a Francesco farà molto male all'unità della Chiesa».
    Nel frattempo, un presule che ha incontrato il Papa in queste ore assicura di averlo visto «tranquillo, a parte il lutto per Benedetto XVI. E pronto a tirare dritto senza farsi condizionare dalle offensive strumentali». Il Pontefice riprende gli appuntamenti istituzionali e normali della sua agenda, a cominciare da stamattina, con il discorso al corpo diplomatico. Il 31 gennaio partirà per il viaggio in Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan.
    E nel frattempo ha attuato una mossa che ha sparigliato le carte, con l'intento di stemperare gli animi: ha ricevuto a sorpresa il vescovo emerito di Hong Kong, il cardinale conservatore Joseph Zen, tra i più aspri critici di Francesco. Zen ha parlato di un colloquio «cordiale e amichevole».
  7. PUTIN LADRO DI BAMBINI UCRAINI : Saliamo al terzo piano di un appartamento in una zona popolare di Kherson, un uomo privo della sua carrozzina, che qualcuno gli sta portando su per le scale, sale da seduto un gradino alla volta tirandosi su con le braccia. La rampa è buia, le finestre non hanno vetri. Le case sono composte da una stanza con angolo cucina e balcone, bagni in comune sul pianerottolo. Ci apre la porta Viktor, 61 anni, sediamo ad un tavolino che poggia su dei grandi contenitori d'acqua. È da solo in casa al momento, la moglie è andata in città a recuperare un pacco di aiuti umanitari. La figlia Anya di 12 anni dallo scorso settembre aveva iniziato ad andare a scuola. Il 7 ottobre il direttore della scuola organizzava una gita in Crimea, il padre era contrario al viaggio ma la bambina e la madre insistevano. Ricorda che i russi vollero a tutti i costi il certificato di nascita originale della figlia – il referendum di annessione forzata della città era già avvenuto e lui non ne capiva il motivo –, era necessario per passare il confine. La bambina avrebbe dovuto fare ritorno a casa il 21 ottobre, gli fu detto che la gita era prolungata fino al 25, poi più nulla. Viktor la chiama tutti i giorni, Anya piange perché vuole tornare a casa. Lui non si dà pace, è preoccupato che la spostino in altri luoghi della Russia ancora più lontani dall'Ucraina e di non riuscire più a sentirla. Gli chiediamo se crede che la propaganda russa possa influenzare la figlia, ci risponde ricordando che ogni volta che la chiamava prima dell'11 novembre, giorno della liberazione di Kherson dall'occupazione russa, lei chiedeva spesso «sono arrivati i nostri?», riferendosi alle truppe ucraine. Quando poi le hanno telefonato per dirle che Kherson era stata liberata ha risposto «wow, ora posso tornare?».
    Entra la moglie in casa con un pacco in mano di aiuti alimentari. Tatiana ha 47 anni, ci racconta che si era fidata della maestra che conosceva da tempo. Ci fanno vedere le fotografie della bambina, un suo disegno, dormivano tutti in questa piccola stanza di venti metri quadri. Il papà ci mostra orgoglioso una medaglia vinta dalla figlia come prima classificata in una gara di danza, il cordino della medaglia è di colore giallo e blu. Viktor insiste affinché beviamo tutti insieme un bicchiere di «samagon», vodka fatta in casa regalatagli dal cognato, brindiamo al ritorno di Anya.
    Lasciamo casa e ci incamminiamo verso il parco Pridnieprovskjy, dove di solito c'è una buona ricezione telefonica per riuscire a telefonare alla bambina. Scendiamo delle scale nel parco e ci avviciniamo al fiume, camminiamo, i genitori provano più volte a chiamare senza successo, si sente forte il rumore dei bombardamenti. La mamma, finalmente, riesce a raggiungerla telefonicamente. Anya è in palestra a fare degli esercizi di danza, le dice che ha mangiato e che sta bene. Vuole tornare a casa come tutti i bambini che sono lì con lei. Tatiana le chiede di non piangere, poi le passa il papà. Lui le parla affettuosamente, la rassicura che tutto andrà bene e la saluta. Provano a chiamare la maestra per avere più informazioni, risponde, le chiedono per l'ennesima volta quando i bambini torneranno e come, ma ancora una volta non ricevono risposta. La maestra dice che si trovano in un resort con 200 bambini ucraini, tutti di Kherson, divisi in tre palazzine. Racconta che ci sono genitori che arrivano quasi ogni giorno per riprendersi i propri figli ma che rimangono poi bloccati in Crimea. Cade la linea e non riescono più a richiamarla, per oggi. Li salutiamo. Alle quattro del pomeriggio incontriamo la signora Luba che porta a spasso il cane di un vicino scappato via da Kherson. La giornata volge al termine, alla quattro e mezza del pomeriggio comincia a fare buio, alle sette di sera c'è il coprifuoco. La signora ha 70 anni, ci racconta della nipote che vive con lei, Katya, partita anche lei in gita scolastica in Crimea e mai più tornata. Ci invita a casa, abita a duecento metri del fiume Dnipro, dall'altro lato ci sono i militari russi, il quartiere è semivuoto perché molti l'hanno abbandonato. La casa è molto modesta, la signora, appena entrati, spruzza nell'aria dello spray profumante, ci sono due stanze con dei tappeti sul pavimento, si dorme dove si può, dice. La nonna cerca delle fotografie della nipote aiutata da una luce flebile. Ci mostra le immagini della bambina, è sconsolata, sapeva che non bisognava fidarsi dei russi, lei era contraria al viaggio ma la bambina voleva fortissimamente andare con le sue amiche di scuola e la madre, che non abita con loro, ha acconsentito. Bastava la firma di un solo genitore, dice scrollando la testa, ora crede che sarà molto difficile rivedere la nipote. Decidiamo di andare prima che scatti il coprifuoco, la città è al buio completo, il cielo è illuminato a tratti dai bagliori dei colpi di fuoco, la signora ci accompagna fino all'uscita del quartiere. Fa freddo a Kherson questa notte, la libertà riconquistata, per alcuni, ha avuto un prezzo carissimo. —
  8. ROBERTO SAVIANO HA MOLTI FIGLI CHE AGISCONO E NON PENSANO CHE GLI AMBASCIATORI IRANIANI SERVONO PER IL DIALOGO SINCERO E CONTINUO : «Mia cugina è stata uccisa dai pasdaran, era sul volo abbattuto tre anni fa. Hanno cercato di uccidere anche i miei genitori, ma non li hanno trovati. Alcuni parenti e amici sono stati rapiti e torturati. Tutti noi abbiamo perso qualcuno, eppure siamo qui a combattere insieme, spalla a spalla, per la libertà». Le testimonianze di chi ieri è sceso in strada a Torino per protestare contro il regime degli Ayatollah compongono una "Bella Ciao" in prosa. Sostengono chi in Iran sta combattendo «a mani nude contro un regime sanguinario». Alla politica italiana chiedono «meno ambiguità. Una posizione forte a iniziare dall'espulsione degli ambasciatori iraniani. Questo - spiega lo scrittore Hamid Ziarati - non significa interrompere i rapporti, ma dare un segnale chiaro: il regime non ha più credibilità. E sarebbe la dimostrazione che non contano solo gli interessi economici, ma anche le persone». E ancora. Dalla piazza di Torino chiedono di inserire i pasdaran nell'elenco delle organizzazioni terroristiche, di agire per fermare la pena di morte in Iran per chi ha partecipato alle manifestazioni.
    In migliaia hanno sfilato in via Po per raggiungere piazza Castello al grido di «Donna, vita, libertà», «Unica soluzione: rivoluzione», «Iran pacifista, mullah terrorista». E in corteo hanno portato le foto delle vittime del regime e del Ps742 Ukraine International Airlaines abbattuto l'8 gennaio 2020 da due missili lanciati dal Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. «Mia cugina era su quell'aereo - dice un 38enne - Avrebbe dovuto raggiungere il Canada, trasferirsi lì con suo marito. Lui si è salvato perché ha perso il volo, lei è stata ammazzata».
    In strada torinesi e iraniani che arrivano da tutto il Nord Italia: «Dicono che i morti sono 500, ma sono molti di più. Solo qualche giorno fa due ragazze sono state ammazzate in aeroporto. Avrebbero dovuto imbarcarsi e raggiungere l'Italia per studiare». Difficile, per chi è a Torino, comunicare con i famigliari in Iran. Come Camelia, 38 anni, che ha dovuto scaricare un'applicazione a pagamento: «Internet non funziona ed è tutto filtrato dal regime». O Paolo, in Italia da una quindicina d'anni, che è riuscito a incontrare sua sorella dopo innumerevoli peripezie. «Da un anno cerchiamo di prendere il visto turistico. Lei è riuscita ad ottenerne uno di lavoro per tre mesi, ma anche andare in aeroporto non è sicuro. Lì le persone vengono stuprate e uccise». Chi è in corteo non ha dubbi sul futuro: questa rivoluzione vincerà. «Indietro non si può tornare». Le donne in questa rivoluzione sono pioniere. «In Iran - raccontano - valiamo la metà di un uomo. Per onore puoi uccidere tua moglie o tua figlia e nessuno ti dirà mai nulla». Il popolo iraniano le sta seguendo. E ieri si sono unite le piazze di diverse città italiane.
  9. Il dottor Rand Paul pubblica il rapporto Festivus 2022 sui rifiuti del governo

    Di recente, ha pubblicato il suo rapporto "Festivus" del 2022, per un totale di $ 482.276.543.907 in rifiuti governativi.

    Questo segna la sua ottava edizione del Rapporto Festivus mentre continuo a lavorare per allertare il popolo americano su come il loro governo federale usa i loro soldi guadagnati duramente.

    Alcuni dei punti salienti includono il National Institutes of Health che spende $ 2,3 milioni iniettando cuccioli di beagle con cocaina e spendendo separatamente $ 187.500 per verificare che i bambini adorino i loro animali domestici. Il Dipartimento della salute e dei servizi umani ha speso 689.222 dollari per studiare il romanticismo tra pappagalli, il NIH ha finanziato un progetto di ricerca annuale da 3 milioni di dollari per guardare i criceti che combattono con gli steroidi e l'US Census Bureau ha speso 2,5 milioni di dollari per gli annunci del Super Bowl.

    Questa è solo un'anteprima di ciò che il  governo USA ha sprecato.

 

09.01.23
  1. ERA ORA : Niente più ex eurodeputati come Antonio Panzeri che entrano ed escono liberamente dal palazzo del Parlamento europeo come se fosse casa loro. Stop agli incontri "fantasma" con i lobbysti che sfuggono al registro della trasparenza. Basta missioni individuali nei Paesi extra-Ue all'insaputa del Parlamento. Roberta Metsola sta mettendo a punto il piano per stringere le maglie dei controlli e colmare i vuoti regolamentari che hanno permesso ai protagonisti del Qatargate di agire indisturbati tra i corridoi dell'Eurocamera. La presidente del Parlamento Ue vuole che sia pronto entro domani, al massimo martedì, in modo da presentare il piano giovedì alla conferenza dei presidenti, l'organismo che riunisce tutti i capigruppo. Per questo lo staff della presidente e quello del nuovo segretario generale dell'istituzione – l'italiano Alessandro Chiocchetti – stanno lavorando durante il week-end negli uffici ai piani più alti del "Caprice des dieux", il palazzo del Parlamento di Bruxelles intitolato a Paul-Henri Spaak, così chiamato per via della forma ovale che ricorda la confezione del celebre formaggio francese.
    Il progetto si articola su tre diverse fasi: una serie di misure "d'urgenza" da adottare e da mettere in campo nell'immediato, un programma di riforme a medio-termine (tra cui una migliore protezione per gli informatori) e infine una parte legata alle iniziative da prendere a livello interistituzionale, insieme con la Commissione e il Consiglio, come la creazione di un comitato etico dell'Unione. Tra gli interventi da adottare al più presto c'è un provvedimento dall'elevato valore simbolico, una specie di norma anti-Panzeri, che punta a limitare gli spazi di manovra degli ex membri dell'Eurocamera. Che oggi hanno libero accesso ai locali del Parlamento. Metsola non intende certo metterli alla porta (tutti i cittadini, su prenotazione, possono visitare gli edifici di Bruxelles e Strasburgo), ma vuole fissare alcuni paletti: per esempio obbligandoli a chiedere una sorta di accredito in modo da tracciare ogni singolo incontro con i parlamentari in carica. Inoltre è in arrivo un'ulteriore stretta per i lobbysti e per i rappresentanti dei Paesi terzi che non potranno più evitare l'iscrizione nel registro della trasparenza.
    Diventerà molto più tracciabile anche l'attività dei singoli eurodeputati. Secondo le regole attualmente in vigore, soltanto i relatori, i relatori ombra e i presidenti di commissione sono obbligati a registrare e a pubblicare online i loro incontri con i lobbysti. Le nuove misure estenderanno questo obbligo certamente ai vicepresidenti delle commissioni, ai presidenti delle delegazioni parlamentari e ai coordinatori, ma si sta valutando l'ipotesi di imporre la registrazione dei meeting di lavoro a ogni singolo eurodeputato e probabilmente anche a tutti i loro assistenti. Un'evoluzione che certamente appesantirebbe le procedure burocratiche, ma che innalzerebbe il livello della trasparenza. Si cercherà anche di limitare l'uso dell'iter accelerato per le risoluzioni urgenti sui diritti umani, portate spesso in plenaria senza un adeguato esame nelle commissioni competenti.
    Per i membri dell'Eurocamera sono inoltre in arrivo nuovi obblighi legati alle loro "missioni" individuali nei Paesi terzi. Dovranno informare il Parlamento dei loro spostamenti e comunicare l'eventuale copertura delle spese di viaggio da parte di altri soggetti, oltre ai regali ricevuti. Metsola intende poi rivedere il funzionamento dei cosiddetti "gruppi di amicizia", che per il loro carattere informale sfuggono ai controlli: quello dedicato al Qatar è già stato sospeso. A dicembre, suscitando l'ira di Doha, l'Aula ha chiesto di sospendere il badge d'accesso al Parlamento a tutti i rappresentanti degli interessi qatarioti: la misura è attualmente oggetto di discussione e non è ancora chiaro se verrà adottata in concomitanza con le nuove norme.
  2. LO DIMOSTRI : Silvia Panzeri resta agli arresti domiciliari. La Corte d'Appello di Brescia ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dai legali della figlia di Antonio Panzeri (l'ex eurodeputato arrestato nell'ambito del Qatargate e da un mese in carcere a Bruxelles) che chiedevano di rimetterla in libertà o di concederle l'obbligo di firma, in modo tale da consentirle di riprendere il suo lavoro di avvocato.
    Secondo gli investigatori di Bruxelles guidati dal giudice Michel Claise, Silvia Panzeri, insieme al padre, alla madre Maria Dolores Colleoni e agli altri indagati del Qatargate, avrebbe fatto parte di un'associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, al riciclaggio e a influenzare le politiche dell'Unione europea a favore del Qatar e del Marocco.
    Domani inoltre il tribunale del Riesame di Bergamo dovrebbe decidere se confermare il sequestro del conto corrente della donna effettuato in esecuzione dell'ordine di investigazione europeo. Si parla di 200 mila euro che però, secondo Angelo De Riso e Nicola Colli, difensori della Panzeri, sarebbero «frutto della sua attività professionale». Silvia Panzeri è infatti iscritta da sette anni all'albo degli avvocati di Milano ed è specializzata in cause civili. Altri 47 mila euro sono stati invece sequestrati sul conto cointestato dei genitori.
    Ma i risvolti giudiziari italiani del Qatargate non finiscono qui. A giorni, per la precisione il 16 gennaio prossimo, i giudici della Corte d'Appello di Brescia dovranno pronunciarsi sulla richiesta di estradizione di Silvia Panzeri avanzata da Bruxelles durante le prime fasi dell'inchiesta. Il 20 dicembre i difensori hanno presentato un dossier che sottolineava le condizioni di sovraffollamento delle carceri belghe, chiedendo di approfondire attentamente questo aspetto prima di valutare il trasferimento della figlia dell'ex europarlamentare in una prigione della capitale belga. Si attende un chiarimento definitivo dopo che le autorità belghe, sollecitate dal ministero della Giustizia italiano, settimana scorsa hanno comunicato alla Corte d'Appello di non avere ancora pronta una risposta.
    Mentre è ancora in sospeso l'analoga richiesta di estradizione avanzata nei confronti di Maria Dolores Colleoni, madre di Silvia Panzeri. In questo caso, infatti, nonostante il via libera della Corte d'Appello, si aspetta la decisione della Cassazione, a cui la difesa ha fatto ricorso. La pronuncia è attesa per il 31 gennaio.
  3. PUTIN E' UN UOMO SOLO : Tra i tanti misteri del Cremlino dell'epoca del declino del regime putiniano, resterà quello del messaggio che ha voluto trasmettere con il video del Natale ortodosso. Il filmato di pochi secondi mostra Vladimir Putin nella cattedrale dell'Annunciazione, davanti all'altare, accanto ai sacerdoti che stanno officiando la liturgia, da solo. Completamente da solo. Senza familiari, senza amici, senza collaboratori, sottoposti o cortigiani, senza questuanti, senza nemmeno guardie del corpo. E certamente senza altri fedeli. Se erano presenti, gli spin doctor del presidente russo hanno scelto di non mostrarli. Non può essere casuale, anche perché tutto il filmato – dalla posizione del presidente alle inquadrature dei volti dei santi sulle icone – è stato chiaramente sceneggiato appositamente, non è la ripresa di un evento, è un evento costruito per venire ripreso: la luce bianca che filtra dalla finestra mostra che è stato girato di giorno, quindi Putin non è andato alla messa di Natale, ha solo posato davanti alle telecamere.
    L'intento era quello di mostrare ai russi un uomo solo al comando, uno zar che non è un primus inter pares, è talmente unico e onnipotente da non poter venire affiancato da nessuno, nemmeno dal suo popolo, e parla con dio da solo, soltanto un passo indietro ai sacerdoti. Probabilmente l'autore dell'idea voleva trasmettere l'immagine di un sovrano che sente il peso delle decisioni che solo lui può prendere, nella guerra che ha lanciato, secondo il suo patriarca Kirill, nientemeno che «per la salvezza dell'umanità». Ma l'uomo precocemente invecchiato in piedi di fronte all'altare ha un'espressione stanca e assente, la bocca piegata all'ingiù, gli occhi che vagano nervosi sugli affreschi, una faccia più adatta a un funerale che alla celebrazione della gioia della Natività. La solitudine del presidente russo più che di onnipotenza sa di abbandono, paura, debolezza. È uno zar che ha dei servitori (non troppo zelanti, a giudicare dalla svista della finestra), ma non alleati o seguaci. Viene il dubbio che qualcuno al Cremlino abbia voluto farlo sapere, mandando un messaggio in codice.
  4. NON GLI SERVIRANNO , CROLLA PRIMA : La stima dei 500 mila nuovi soldati russi mobilitati è fornita dall'intelligence militare ucraina. Se fosse confermata, sarebbe una chiamata alle armi ben oltre quella di settembre scorso, quando Putin aveva annunciato di voler mandare al fronte altri 300 mila uomini. Conferme da parte del Cremlino non ce ne sono, ma Kiev suona l'allarme. E si prepara ad un'offensiva di primavera da parte del nemico, nel Sud e nell'Est del Paese. «Mosca sta per chiamare a raccolta mezzo milione di uomini», probabilmente a fine febbraio, dice Vadym Skibitsky, vicecapo dell'intelligence militare ucraina. Saranno in aggiunta a quelli già mobilitati. Se le cifre fossero corrette, il Cremlino avrebbe quasi raddoppiato la sua forza prebellica nel giro di pochi mesi. Secondo Kiev, attualmente sono schierati 280 mila soldati russi delle truppe di terra.
    La Russia nega una seconda ondata di reclutamento. La precedente aveva scatenato il panico nel Paese, soprattutto tra le giovani generazioni, e aveva generato una fuga di massa verso Paesi "amici", dal Kazakhstan alla Serbia. Ma non sarebbe la prima volta che Mosca mentisce, e poi agisce. Lo abbiamo visto con l'invasione, il 24 febbraio scorso. E poi con la «mobilitazione parziale» di settembre. Se ci sarà davvero una chiamata dei coscritti, comunque, questa andrà interpretata come il segnale che Putin non ha nessuna intenzione di non porre fine alla guerra nell'immediato.
    Nel frattempo, l'autoproclamata tregua di Natale è stata violata. I combattimenti ieri sono continuati sulla linea di contatto nella regione orientale di Donetsk. Il vicecapo dell'intelligence militare di Kiev Skibitsky sostiene che la Russia impiegherà circa due mesi per radunare le nuove formazioni. Il collega della Sicurezza nazionale, Oleksii Danilov, parla di un milione di soldati ucraini in addestramento, anche se molti meno sarebbero quelli realmente dispiegati. Mentre si attendono i nuovi armamenti occidentali (americani, tedeschi e francesi, principalmente veicoli corazzati da combattimento Bradley e Marder, e da ricognizione AMX-10 RC, oltre a un potenziamento del sistema anti-missile Patriot). Alcuni analisti, esperti di Bielorussia, temono movimenti da Nord. Il presidente Lukashenko, stretto alleato di Putin, non lo fa intendere, e afferma in modo sibillino di voler «aiutare i fratelli russi», senza «dimenticare gli ucraini». Attualmente, Mosca ha 15 mila soldati di stanza in Bielorussia. Nel febbraio dell'anno scorso, con 45 mila non riuscì a conquistare il Nord dell'Ucraina, che ora ha rafforzato le sue posizioni difensive in quell'area.
  5. ECCO PERCHE' IL PAPA STA A S.MARTA : «Il piano segreto dev'essere articolato su più assi e fasi, ma coltiva un unico obiettivo: stressare il pontificato per arrivare alla rinuncia di Francesco, contando su un progressivo indebolimento del santo padre e su scelte dottrinali che creano sacche di malcontento da enfatizzare e raccogliere». Chi parla è un navigato cardinale italiano, fine conoscitore della curia romana dai tempi di Wojtyla: «Gli oppositori di Francesco sono consapevoli che oggi rappresentano una minoranza, quantomeno ai posti di comando. Hanno bisogno di tempo sia per conquistare consensi sia per indebolire Bergoglio. Per questo si muovono su più livelli: chi nell'ombra trama per ostacolare le mosse del papa, incrinando ad esempio le potenziali candidature forti al vertice della Congregazione per la Dottrina della Fede o della Conferenza episcopale italiana, chi pubblicamente crea tensione e scompiglio sugli indirizzi teologici come monsignor Georg Ganswein, il segretario di Ratzinger che, consapevolmente o inconsapevolmente, in libri e interviste ha valorizzato distanze e fratture tra i due papi, andando frontalmente contro il gesuita argentino». Insomma, quelli de "l'altra Chiesa", come qualcuno sussurra nei sacri palazzi, sanno bene che siamo distanti anni luce dal 2011-2012 quando Benedetto XVI decise di rinunciare e che quella situazione, quell'humus non è replicabile. All'epoca la curia romana era italiano-centrica con una solida alleanza tra segreteria di Stato ed episcopato americano, alla guida le famose tre B (Bertone, Becciu e Balestrero), in sostanziale equilibrio con la vecchia guardia di area diplomatica (Sodano) e astri nascenti (Piacenza). Benedetto XVI era consapevole che il Papa entrante avrebbe azzerato quel blocco di potere, coagulatosi fin dai tempi di Paolo VI, come poi avvenuto, in una lotta quotidiana finora poco raccontata. E, infatti, oggi troviamo uomini voluti da Bergoglio con una frammentazione del potere, a iniziare dal ruolo più contenuto affidato al cardinale Pietro Parolin, rispetto ai predecessori segretari di Stato. È innegabile che quest'ultimo abbia un ascendente più ridotto sul papa regnante, rispetto a quello esercitato da Bertone – almeno fino a metà 2012 – su Ratzinger.
    Questa situazione rafforza Bergoglio che ha ormai quasi concluso i cambiamenti e impone cautela tra le file dei suo critici. In questa direzione vanno interpretate le parole dell'arcivescovo Timothy Broglio, il conservatore presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti e che sicuramente fa parte di chi è scettico nei confronti di questo pontificato. In una intervista a Repubblica, prima ha criticato le fuoriuscite di Ganswein («Se abbiamo critiche da fare al Santo Padre non bisogna farle tramite i mass media ma direttamente a lui personalmente. E considero monsignor Ganswein come un amico»), poi ha ripreso un altro obiettivo caro ai critici di Francesco, normalizzare la rinuncia in modo da renderla un passo quasi normale, soprattutto per questioni di salute: «Forse la possibilità di un ritiro di Francesco sarebbe più fattibile adesso che non c'è più il Papa emerito… Ho visto anche la difficoltà, il fatto che non celebra: sono tutti elementi di un lavoro pastorale normale che mancano». Del resto, Francesco lo scorso mese ha spento 86 candeline e in una intervista all'Abc ha ricordato di aver già firmato una rinuncia in caso di impedimento di salute forse ricordando come terminò il pontificato di Wojtyla.
    Il riflettore è quindi acceso sulla potente comunità degli Stati Uniti e le parole scelte da Broglio tranquillizzano, ma solo fino a un certo punto. La visione di Bergoglio di una Chiesa universale che torna alle origini con un Vaticano ridotto nelle marce di potere e un'interpretazione minimalista, pauperista, ed ecologista delle scritture agita quella comunità e anima le discordanze. Rimbalzano le preoccupazioni su questioni profonde come l'abolizione del celibato obbligatorio per i sacerdoti, i diritti delle coppie gay, la comunione per i divorziati, che vanno riammessi, e ancora e ancora. I critici conservatori aumentano e fanno rete. Certo, è da qualche mese che non tuona come suo solito monsignor Carlo Maria Viganò contro la fede globalizzata e un papa eretico, nemico della Chiesa, ma è più chi trama dietro le quinte per arrivare poi a porporati di rango come i tedeschi Walter Brandmüller e Gerhard Ludwig Muller, che firmarono i "dubia" su Amoris Laetitia con i cardinali Raymond Burke e Carlo Caffarra fino al guineano Robert Sarah e al novantenne Zen Ze-kiun, che ha appena incontrato Bergoglio ma che da una vita coltiva posizioni distanti dalla linea di dialogo con le autorità di Pechino per la chiesa clandestina e ufficiale in Cina. Immigrazione, Islam e sessualità sono altri temi che dividono e creano frontiere tanto che in questo scacchiere organizzazioni come Opus Dei, Cavalieri di Colombo e cavalieri di Malta, seppur per motivi assai diversi tra loro, patiscono un raffreddamento nei rapporti, rispetto ai predecessori.
    E così nei sacri palazzi l'attenzione ora è massima, anche la recente firma del Papa sulla riforma del vicariato di Roma, segnata a San Giovanni in Laterano e non in Vaticano ha suscitato congetture. C'è anche chi ha letto la scelta come un segnale chiaro di valorizzazione della sua figura di vescovo della capitale rispetto a quella di monarca assoluto del piccolo stato e pontefice. Del resto, la fatidica data del prossimo 11 febbraio, giornata della prima apparizione della madonna di Lourdes e della firma dei Patti Lateranensi, si avvicina. Verrà ricordata soprattutto per il primo decennale dell'annuncio di Ratzinger che sconvolse il mondo: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Parole che in diversi, in penombra e a mezza voce, sognano di riascoltare con quell'inconfondibile accento spagnolo.

 

 

 

 

 

 

08.01.23
  1. Caro prof.Broggi.  Capisco che l'Universita' deve fare sperimentazione per aprire ed allenare le menti ma  non puo' ignorare le norme giuridiche ne' pensare di eliminarle perché fastidiose : la responsabilità penale personale con la guida autonoma come viene rispettata ? Il metodo inglese la dà al costruttore il  che significa che se la mortalità e' del 1% su 1.000.000 di vetture in circolazione sono 10.000 le potenziali accuse di responsabilità penale personale per morte per i presidenti dei costruttori ?
    Se ne rende conto ? Soprattutto nella sua veste di docente ? O mantiene la linea Speranza di nessuna risposta sempre qualsiasi cosa accada visto che e' la 2^ volta che le scrivo senza ricevere da LEI nessuna risposta ?Sono anni che cerco di aprire un dibattito su questo tema. Risultato 0 , Perche'  ? In USA e' vietata la guida autonoma senza conducente che quindi diventa guida assistita, come dimostrano i processi per le morti causate da Tesla.  In Italia continuate a vivere nella leggiadria della ex ministra Pisano che vi ha fatto pensare, grazie alla irresponsabilità di Toninelli , che i pedoni di Torino siano i vs birilli. Ma non e' cosi ! Possiamo parlarne all'Università di Parma visto che a Torino, anche se cambiano le giunte, continua ad essere impossibile a causa della voglia di abbuffata dei finanziamenti europei per il bus illegale a guida autonoma ?
    Marco BAVA
  2. QUANDO MORATTI &C vanno a fare i camerieri per i poveri  lo fanno con alterigia perché si sentono superiori  insostituibili unici e votabili , basta non chiedere spiegazioni, non pensare con la propria testa, ed accettare totalmente tutto da loro. Quindi non rispondono ai giornalisti che gli chiedono spiegazioni a cui non vogliono rispondere perché non fanno le domande che vogliono loro.

 

07.01.23
  1. RINGRAZIATE SPERANZA :   Il sistema sanitario più universalistico del mondo, quello che offre gratis a tutti tutta l'assistenza di cui si ha bisogno, si infrange contro il muro delle liste d'attesa. Perché quando si arriva a dover attendere un anno o più per un esame diagnostico e mesi per una visita specialistica le alternative sono due: ricorrere al privato pagando di tasca propria o rinunciare del tutto alle cure. La prima strada l'ha percorsa il 54% degli italiani spendendo qualcosa come 37 miliardi di euro nel 2021, alla rinuncia sono invece stati costretti in 5, 6 milioni. Erano poco più della metà solo due anni prima.
    Le cause di questo imbuto sono molteplici e in parte analizzate nelle precedenti puntate di questa inchiesta: carenza di personale medico negli ospedali e negli ambulatori delle Asl, 18mila macchinari diagnostici come tac e risonanze oramai obsoleti e per questo non di rado fuori uso, scarso filtro dei medici di famiglia nel territorio e, non da ultimo, il Covid, che ha tenuto per almeno due anni molti pazienti lontani dagli ospedali e dalle altre strutture sanitarie, facendo saltare oltre 100 milioni di prestazioni sanitarie.
    E così si è arrivati a quasi due anni di attesa per una mammografia, circa uno per un'ecografia, una tac o un intervento ortopedico. Mentre gli screening oncologici accusano ritardi in oltre la metà delle regioni e sono in calo le coperture per i vaccini, non solo quello anti Covid.
    L'ultimo "Rapporto civico sulla salute" di Cittadinanzattiva rileva attese fino a 720 giorni per una mammografia, circa un anno per Ecografie e Tac, sei mesi per una risonanza, 100 giorni per una colonscopia. Ma si attende un anno anche per una visita dal diabetologo, 300 giorni per farsi visitare da un dermatologo, un reumatologo o un endocrinologo. Persino per l'oncologo, che si presuppone sottenda qualche urgenza, si aspettano anche più di due mesi. Un anno si può aspettare per un intervento chirurgico al cuore o per riparare una frattura, 180 giorni per operare un tumore. Nel 2021, l'11% delle persone ha dichiarato di aver rinunciato a visite ed esami per problemi economici o legati alle difficoltà di accesso al servizio.
    Come al solito le cosa cambiano poi da regione a regione, con alcune situazioni particolarmente critiche. Ad esempio in Sardegna dove la percentuale sale al 18, 3%, con un aumento di 6, 6 punti percentuali rispetto al 2019; in Abruzzo la quota si stima pari al 13, 8%; in Molise e nel Lazio la quota è pari al 13, 2% con un aumento di circa 5 punti percentuali rispetto a due anni prima.
    Per il 57% delle regioni si segnala la sospensione o l'interruzione del normale svolgimento degli screening per tumore alla mammella, alla cervice, al colon retto. I danni dell'interruttore della prevenzione posizionato su "off" li vedremo con il tempo. Intanto, informa la Favo, la federazione delle associazioni dei malati oncologici, ogni persona colpita da tumore arriva a spendere di tasca propria 1. 841 euro l'anno, parte dei quali proprio per gli esami diagnostici.
    In realtà per gli assistiti un modo per liberarsi dalla trappola delle liste d'attesa c'è e sarebbe quello di vedersi applicato il diritto sancito da un decreto legislativo del 1998 che consente di rivolgersi al privato pagando il solo ticket quando il servizio pubblico non rispetta i tempi massimi di attesa: 72 ore se urgente (codice U sulla prescrizione), 10 giorni se da erogare a breve (B), entro 30 giorni le visite e 60 gli esami diagnostici se c'è la lettera P di programmabile. Ma quel diritto è di fatto non garantito per una serie di motivi.
    Prima di tutto Asl e ospedali non forniscono quasi mai i moduli per fare richiesta di ricorso al privato. Poi per aggirare l'ostacolo in molti siti regionali vengono indicati tempi di attesa non veritieri ma in linea con quelli massimi consentiti. Non da ultimo quando i tempi si allungano le stesse aziende sanitarie pubbliche, ma anche quelle private convenzionate, chiudono illegalmente le agende di prenotazione per evitare di dover erogare prestazioni che poi non verranno rimborsate dalla Regione perché fuori budget. Cosa che solitamente inizia a verificarsi già dopo la prima metà dell'anno.
    Per uscire da questa situazione il ministro della Salute, Orazio Schillaci ha indicato due strade, entrambe bocciate dalle associazioni dei medici pubblici: alzare l'offerta del privato, dare un aumento ai medici che si mettono a disposizione per più ore di lavoro. «Stiamo valutando i risultati delle misure messe in campo fino ad oggi. In base a tali risultati – dichiara il ministro a La Stampa– cercheremo di investire le risorse in iniziative che ci consentano di recuperare le prestazioni inevase, anche con il contributo del privato accreditato. Ma con rigidi controlli sulla qualità e l'appropriatezza delle cure. Dobbiamo però garantire anche una remunerazione più adeguata ai medici che svolgono l'attività aggiuntiva dentro gli ospedali. È assurdo pagare quattro volte tanto professionisti esterni presi in affitto, quando ci sono quelli interni che già lavorano in team e garantiscono un alto livello di specializzazione».
    Intanto un ordine del giorno di FdI approvato dal Parlamento impegna il Governo a valutare l'opportunità di abrogare il tetto di spesa per i privati convenzionati. E siccome le risorse quelle sono, significherebbe dare più soldi a loro a discapito del pubblico. Far lavorare di più i camici bianchi pagandoli extra fa invece proprio arrabbiare i medici ospedalieri. «Non siamo addetti alla catena di montaggio ma eroghiamo cure. Vogliamo essere retribuiti per il nostro lavoro ordinario e invece si avvantaggiano i liberi professionisti che con la flat tax vedono ridursi la tasse dal 41 al 15%. Un regalo alle cooperative che affittano medici a costi quadruplicati», tuona Pierino De Silverio, segretario nazionale dell'Anaao, il sindacato di categoria. La soluzione per gli ospedalieri c'è ed è una sola: «Assumere personale rendendo dignitoso e sicuro per tutti il lavoro in ospedale». Dove trovare le risorse per farlo resta però un rebus.
  2. HA RAGIONE LUI : Incontrai per l'ultima volta prima che morisse Paolo Gabriele, l'aiutante di camera di Benedetto XVI, soprannominato da Wojtyla Paoletto, su una terrazza romana quando già era ammalato. In quell'occasione mi svelò la guerra nei sacri palazzi tra chi voleva reintegrarlo dopo lo scandalo Vatileaks e chi lo voleva in esilio. Un illuminante scontro ai massimi livelli che testimonia come questa storia vada ancora scritta, aldilà di qualche visione revisionista che tende a dipingerlo non come colui che rese noto il malaffare, ma come un semplice ladro di documenti.
    È pentito di aver fotocopiato per mesi nell'inverno del 2011 le carte segrete sugli scandali vaticani dalla scrivania di Ratzinger e avermele date per un mio saggio?
    «Non sono pentito di aver perso tutto quello che ho perso: non ho perso niente di bello, è una situazione che mi ha fatto ammalare quindi come posso rimpiangerla? Quando vedo papa Francesco e i due suoi aiutanti, di certo penso che potrei essere a loro posto gratificato di poter vivere vicino a Francesco e poterci parlare, come con Ratzinger, ma se non ci fosse stato tutto questo casino non ci sarebbe stata in conclave quella spinta tale da compiere un passo così importante e portare Bergoglio ad essere eletto pontefice. Benedetto XVI mi concesse la grazia soprattutto per ridare tranquillità e sicurezza alla mia famiglia ma non tutti erano d'accordo e infatti fui mandato a lavorare a mille euro al mese in una cooperativa fuori le mura dove non svolgevo alcuna attività. Ma sapevo come sarebbe andata a finire, altro che tranquillità ritrovata: per sei mesi andavo lì e non mi facevano fare niente. Volevano farmi scoppiare la testa per vendicarsi…».
    Chi voleva che le saltassero i nervi, chi che venisse reintegrato in vaticano e lei cosa ha fatto?
    «Il cardinale Paolo Sardi diceva di pazientare ma io non ce la facevo più e così scrissi una lettera nell'inverno del 2013 al cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, che avevo conosciuto da monsignore, per chiedergli un incontro. Rimanemmo insieme quasi tre ore, al termine disse "Adesso vedo se riesco a trovare un'alternativa a questo impiego. Ne parlerò al sostituto Becciu (Angelo Becciu, il cardinale finito poi a processo pper la compravendita del palazzo a Londra, ndr)". Io gli risposi: "Se ne parla con Becciu non servirà a niente perché era stato proprio lui a decidere questa soluzione". Volevo mollare, cercare lavoro da solo ma Sardi si arrabbiò tantissimo: "Se te ne vai non ti potrò più aiutare, prosegui e lascia aperto uno spiraglio per il futuro. Le cose potranno cambiare qualora se ne andranno certi personaggi che stanno ancora là…"».
    E Parolin?
    «Parolin mi richiamò dopo un paio di mesi e mi dissee "Paolo, purtroppo non si può fare nulla… Ho sondato il terreno ma non è possibile un tuo ritorno…". E scopro un retroscena: Parolin e l'assessore per gli affari generali della segreteria di Stato, il diplomatico Peter Bryan Wells (dal 2016, nunzio apostolico in Sud Africa, ndr) erano d'accordo per un mio reintegro ma Becciu si continuava ad opporre. A questo punto informo Ingrid (suor Ingrid Stampa, tedesca, già governante di Ratzinger e una delle persone a lui più vicine, ndr) che in maniera molto scaltra ne parla con Benedetto XVI al telefono: "Ho saputo che il cardinale James Michael Harvey (statunitense, dal 2012 arciprete della Basilica di San Paolo fuori le Mura, ndr) vuole aiutare Paolo e in effetti c'è la possibilità di lavorare lì da lui ma ci sono molte resistenze; il sostituto si oppone perché pensano che riprendere Paolo sia uno sgarbo nei suoi confronti, Santità"».
    E Benedetto cosa rispose?
    «Che io come tutti ho diritto a una seconda opportunità. Chiese di dire al cardinale Harvey di avere coraggio. Ingrid si autorizzò a riferire questo desiderio e, sempre da quanto mi disse, lo condivise con Parolin: "Benedetto XVI è d'accordissimo". Il segretario di Stato ringraziò e informò Francesco».
    E poi?
    «Finito a casa il rosario con i ragazzini, suona il campanello… era Ingrid che era venuta ad abitare a fianco a noi… era contentissima: "Pensa che stasera in vaticano ho incontrato Harvey, mi ha chiamato da parte per confidarmi che Becciu gli ha comunicato: ho l'incarico da parte di papa Francesco di dirle che può procedere a richiamare Paolo a lavorare"».
    L'avevano accontentata…
    «No, anzi. Harvey chiese se potevo essere reinserito in organico e Becciu gli avrebbe risposto: "Eh no questo il papa non l'ha detto". Come dire: se Harvey vuole aiutare Paolo lo faccia ma senza stipendio vaticano. E come si fa? Così tutto si blocca. Arriva il licenziamento dalla cooperativa nel marzo del 2015 ma per farmi tornare a casa intervengono anche altri…».
    E chi?
    «Il cardinale elemosiniere del papa, Konrad Krajewski veniva a trovarci a casa e mi suggerì di andare da Parolin per raccontare tutto quello che stava accadendo: "Nel caso intervengo con il santo padre". Mi confrontai con Parolin, che, saputo del licenziamento mi chiese: "Ma adesso la tua famiglia come farà?". E io: "Come abbiamo sempre fatto, sperando nella divina provvidenza… Ma poi, secondo lei eminenza posso sperarci ancora? E lui: "Sono in imbarazzo perché Harley ti vuole molto bene ma riconducendoti alla santa sede, l'opinione pubblica non gradirebbe… Non bisogna stracciarsi le vesti ma è stato fatto male a molti e molto". Io rimango impietrito e gli dico: "Ma ho pagato e sto pagando… cosa altro devo fare, non esiste il perdono, la riconciliazione vera?". E lui: "Eh ma sai non è facile, adesso vediamo cosa possiamo fare". Poi a giugno 2015 Sardi scrive al papa, arrivano altre preghiere e la situazione si sblocca. Incontro Harvey: "Parolin mi ha detto che i due papi sono d'accordo, don Giorgio non si è opposto, Becciu ha preso atto". E così lavoro lì dal primo luglio 2015. Curo l'archivio».
    Quando Ganswein l'accusò di aver fotocopiato i documenti di Ratzinger lei come reagì?
    «Il mio confessore era stato molto chiaro: "Se non è il papa a chiedertelo, nega sempre"».
    Poi ci fu l'arresto…
    «I gendarmi a casa trovarono un archivio delle mie ricerche sui servizi segreti, massoneria, avevo l'intera collezione di Gnosis, la rivista ufficiale della nostra intelligence…».
    Non è un po' strano che il maggiordomo del Papa nutra questi interessi?
    «Cercavo di capire l'origine di certi mali che incontravo nella vita quotidiana in curia».
    Qualcuno ha subdorato che lei lavorasse per qualche intelligence…
    «Mi sento un infiltrato dello Spirito santo che, se vogliamo, è l'intelligence della Chiesa… (ride, ndr). In realtà, se avessi fatto parte di qualunque organizzazione, sarei stato soggetto a riferire ai superiori, quindi non avrei potuto fare quello che ho fatto. Invece, sono un uomo libero… Poi, chieda a mia moglie quando la stampante si inceppava… Non essendo un criminale né essendo stata un'azione scientifica quello che hanno trovato a casa è la prova della mia genuinità».
    Poi è stato arrestato…
    «Ricordo che il capo della gendarmeria Domenico Giani venne subito da me, era preoccupato del dossier sulla Orlandi».
    Cioè?
    «Era impaurito dal fatto che fosse stato fotocopiato. In effetti, sul tavolo di don Giorgio un giorno vidi questo piccolo fascicoletto appena arrivato, fatto da Giani su carta semplice, dal titolo Rapporto sul caso Orlandi. Non lo toccai perché era composto da qualche pagina spillata… avrei dovuto girare i fogli e si sarebbero notato che era stato rovistato».
    E il futuro?
    «Sono fiducioso in Vaticano cambiano le cose in modo repentino… spero in una rivincita personale, nessuno me la può negare… basta che in certi ruoli o incarichi vada chi ha coraggio».
    Ma Paoletto nel novembre del 2020 muore, a 54 anni.
  3. HA RAGIONE LUI , MA NON CAMBIERA' LA CORRUZIONE UE PERCHE' I VACCINI SONO STATI TRATTATI DALLA PRESIDENTE:  «La cecità della politica di fronte alla corruzione genera un senso di impunità». Da un mese Michel Claise è il giudice più famoso d'Europa. La sua inchiesta denominata Qatargate sta terremotando le istituzioni dell'Ue. Ex avvocato, giudice-sceriffo autore di inchieste clamorose, massone dichiarato, romanziere di successo, fustigatore del malcostume politico, Claise non si tira indietro. In una lunga conversazione che il quotidiano belga L'Echo ha voluto condividere con La Stampa, senza entrare nel merito del Qatargate affronta tutti i temi che emergono.
    Il fenomeno
    «Si calcola che la corruzione rappresenta il 6% del Pil mondiale, e il riciclaggio di denaro sporco altrettanto. C'è un numero enorme di casi di corruzione: negli ultimi anni non hanno mai smesso di aumentare, anche se non tutti sono noti all'opinione pubblica. Tutti, però, sono al corrente dell'aumento del fenomeno. Serve una Procura nazionale sui crimini finanziari, separata e del tutto indipendente, perché nei grandi casi politici vi sono poste in gioco politiche. È inconfutabile. Nella corruzione pubblica queste poste in gioco politiche sono enormi. A partire da questo, quando c'è una Procura nazionale assolutamente indipendente si ha la garanzia che non ci saranno ripercussioni nei vari dossier».
    Il condizionale
    «Il ricavato della criminalità deriva da due reati, due mammelle straordinarie: il riciclaggio di denaro sporco e la corruzione. L'incompetenza dei dirigenti politici nella lotta alla corruzione determina una sensazione di impunità per le organizzazioni criminali. Di recente mi sono trovato su un set televisivo con due importanti politici. Hanno iniziato il loro intervento sul tema della criminalità finanziaria dicendo che è indispensabile tener conto che la situazione è grave. Hanno detto anche che sarebbe necessario fare qualcosa in merito. Il fatto stesso che abbiano usato il condizionale in pratica li rende complici! Qui non si tratta più di parlare al condizionale: si deve parlare al presente. Si deve fare qualcosa! Se è possibile far cambiare la mentalità della classe politica? Sono molto pessimista».
    Il consenso
    «La loro motivazione sembra essere la tutela del loro elettorato. La gente non capisce che la criminalità finanziaria è il peggior avversario sleale che si possa immaginare in rapporto alle organizzazioni legali. Si ha l'impressione che prendendo provvedimenti contro la criminalità organizzata si vada a infastidire gli imprenditori tradizionali, ma non è vero. Da un lato c'è un commerciante onesto che non sa come pagare le bollette della luce; dall'altro sappiamo dalle intercettazioni telefoniche che ci sono criminali che, quando esitano sull'acquisto di una Ferrari o di una Porsche, finiscono con il comprarle entrambe».
    I giovani
    «Penso che sia troppo tardi per tutta una serie di motivi. Si può assimilare questa situazione a quella del clima: è in atto una deregolamentazione economica, proprio come è in atto una deregolamentazione climatica. Ciò fa sì che ci troviamo di fronte una situazione irreversibile, ma non per questo dobbiamo restarcene con le mani in mano di fronte dell'ingiustizia nella quale viviamo. Tenuto conto che c'è ancora la possibilità di salvare alcune zone del pianeta, c'è ancora modo di salvare alcune generazioni. Penso che lo stesso sia vero per la deregolamentazione dell'economia».
    Le banche
    «Prima di passare alla repressione, è indispensabile fermare il fenomeno. Il sistema bancario internazionale continua a essere implicato nel riciclaggio di denaro sporco. Si dovrebbero prendere in considerazione sanzioni enormi che, al momento giusto, possano permettere di dissuadere i criminali e di rimpatriare il denaro».
    La pistola alla tempia
    «Il peggior nemico della giustizia è il tempo. I patteggiamenti sono utili a condizione che sia la Procura a negoziare, puntando la pistola alle tempie delle persone indagate. Rivedere il sistema delle sanzioni permetterebbe di svuotare le aule di tribunale e di poter andare fino in fondo in modo rapido per tutti coloro che hanno contestazioni in ballo».
    L'impatto nascosto
    «L'idea di partenza è sapere a quanto ammontano con precisione i danni per la società connessi a tutto questo. Quando poi si saranno individuati gli importi esatti della criminalità finanziaria, serviranno economisti e sociologi per quantificare l'impatto sulla democrazia. Penso che il giorno in cui conosceremo le cifre esatte resteremo estremamente sorpresi. Questo è il mondo oggi».
    Il ruolo del giudice
    «Esercitare il mio mestiere mi piace e cominciamo ad avere qualche risultato. Nelle reazioni nei miei confronti incontro persone che auspicherebbero di spingersi addirittura molto oltre. Mi sollecitano a intervenire alle conferenze, e questo mi permette di continuare a battere sullo stesso tasto. La Procura europea? Si tratta di un bambino che inizia a muovere adesso i suoi primi passi».
    Quanto al suo futuro, che molti a Bruxelles preconizzano in politica, Claise fa una lunga pausa, poi sibila: «Scriverò romanzi».

 

06.01.23
  1. FINALMENTE APRONO GLI OCCHI:   «I regimi autocratici cercano di interferire, con la corruzione, nelle nostre decisioni. Miei colleghi, stando alle accuse, hanno accettato enormi tangenti, diventando cavalli di Troia nel Parlamento Ue». Hannah Neumann, eurodeputata tedesca dei Verdi, ha visto la cricca all'opera da presidente della Delegazione per le relazioni con la penisola arabica e componente della commissione diritti umani.
    Lei ha mai avuto segnali di interferenze?
    «L'ambasciata del Qatar mi ha offerto viaggi privati nel loro Paese, organizzati e pagati».
    In che periodo?
    «Molte volte. L'ultima per assistere a una partita dei Mondiali di calcio. Non ho mai accettato "regali" del genere, per poter esercitare il mandato in piena indipendenza».
    Lei è stata eletta nel 2019: ha conosciuto Panzeri?
    «Una volta. Chiese di incontrarmi all'inizio della legislatura. Prendemmo un caffè. Mi spiegò l'idea alla base della Ong Fight Impunity che aveva fondato. Ma non ne capivo appieno l'utilità. Non mi sono fatta coinvolgere».
    Era solo?
    «Con un assistente. Ma non ricordo se fosse uno di quelli coinvolti nel Qatargate».
    E invece Eva Kaili?
    «Avevamo un rapporto stretto: era non solo vicepresidente del Parlamento con delega sul Medio Oriente, ma anche membro della delegazione da me presieduta. Facevamo missioni all'estero insieme».
    Era pro Qatar?
    «Da quando la conosco, è molto interessata al Qatar e positiva nel giudizio. Il suo discorso nella plenaria a novembre, tuttavia, è stato impressionante. Pura propaganda che ha lasciato perplessi tutti noi presenti, compresi i socialisti. Tutti alzavano gli occhi al cielo».
    Notò qualcosa di strano nella riunione della commissione sul Qatar il 14 novembre?
    «Un'insolita attenzione mediatica. Mi lasciò perplessa l'intervento del ministro Al-Marri, che accusava gli altri di razzismo con toni aggressivi, insoliti per lui. Sembrava una sceneggiata per l'opinione pubblica del suo Paese, non per il Parlamento Ue. E venne filmata da una persona mai vista».
    Perché è saltata la vostra missione in Qatar a fine ottobre?
    «Ci lavoravamo da due anni e l'avevamo programmata a ridosso dei Mondiali, per esaminare la situazione dei lavoratori migranti e chiedere di non interrompere i progressi, dopo i mondiali. Ma all'ultimo minuto i qatarioti l'hanno annullata per "motivi logistici"».
    Di che tipo?
    «Hanno detto che l'edificio del Parlamento era in ristrutturazione. Allora io ho proposto di spostare l'incontro in una sala del ministero degli Esteri, o piuttosto in un ristorante. Impossibile, hanno risposto».
    Lei come ha reagito?
    «Ero frustrata, e ancora di più quando ho scoperto da Twitter che Eva Kaili era stata ospitata calorosamente nella stessa settimana».
    Qual è stata la sua reazione?
    «Mi sentivo presa in giro dal Qatar: rifiutava la delegazione ufficiale che avrebbe fornito un resoconto equilibrato della situazione e invitava chi non avrebbe pronunciato una sola parola critica».
    Ha chiesto spiegazioni a Eva?
    «Certo. Sapeva che la mia missione era stata annullata dal Qatar, non avrebbe dovuto accettare inviti né proporsi, specie nello stesso periodo. Ero arrabbiata e gliel'ho detto».
    E lei?
    «Sembrava non cogliere il problema politico, si scusava solo per non avermi informato in anticipo. Allora mi sembrava un passo falso politico. Ora credo che le borse piene di soldi abbiano giocato un ruolo importante in questa storia».

 

06.01.23
  1. QUANTE ALTRE VITTIME ?  Nessuna campagna diffamatoria, nessun tentativo di mobbing messo in atto dal presidente veneto Luca Zaia per "eliminare" Andrea Crisanti, fino al 31 dicembre scorso docente di Microbiologia all'Università di Padova. «Crisanti è stato eletto direttore di dipartimento, è stato primario fino al suo ingresso in politica, non è mai stato disturbato nel suo lavoro. Sarebbe mobbing, questo?».
    A parlare è Stefano Merigliano, fino al 30 settembre scorso presidente della Scuola di Medicina di Padova. È stato intercettato dalla Procura mentre era al telefono con Roberto Toniolo, direttore generale di Azienda Zero, braccio operativo della Regione in ambito sanitario. «Una telefonata con un collega, di fronte a esternazioni di Crisanti non certo educate e consapevoli. Molte delle quali borderline nella loro verità». Ora Merigliano schiva ogni accusa. Pur faticando a non dipingere uno scenario accademico nel quale, evidentemente, la figura di Crisanti era vista con ostilità.
    Un passo indietro. La storia inizia con la denuncia che Crisanti sostenne avere ricevuto dalla Regione, per il contenuto di un suo articolo scientifico sulla bassa sensibilità dei test rapidi. «Non un articolo pubblicato su una rivista scientifica, ma postato su un sito» precisa Merigliano. La questione, in ogni caso, è che la denuncia in realtà non esisteva. «Il rettore gliela chiese, ma Crisanti non la esibì». La telefonata (intercettata) con Toniolo risale proprio a questo periodo. «Facci vedere le carte. Perché se è un esposto o una denuncia, per carità. Sennò finalmente anche la gente si rende conto che (Crisanti, ndr) sta per far scatenare una guerra contro il nulla» uno stralcio delle parole di Merigliano – che parlava col dg di Azienda Zero, ma evidentemente immaginava un dialogo con Crisanti – captate dalla Procura. «Il Senato accademico stava preparando una mozione a difesa di Crisanti. Io chiamai Toniolo, chiedendogli una carta che eventualmente smentisse l'esistenza della denuncia». Cosa che Toniolo effettivamente fece, scatenando l'ira di Zaia, veicolata attraverso l'ormai celebre frase: «È un anno che prendiamo la mira a questo. Sono qua a rompermi i coglioni da 16 mesi, stiamo per portarlo allo schianto e voi andate a concordare la lettera per togliere le castagne dal fuoco al Senato accademico, per sistemare Crisanti».
    Zaia non poteva sapere che quella telefonata al dg di Azienda Zero sarebbe stata intercettata. «Né io sapevo della sfuriata di Zaia. Mio padre è stato rettore dell'Università di Padova per 12 anni, io sono un fedele servitore dello Stato. Se ho fatto fallire una guerra di religione tra istituti, ne sono orgoglioso. Da parte mia non c'è stata mediazione, né ero a conoscenza di piani strategici per "uccidere" Crisanti. Le mie sono state telefonate istituzionali. E se Toniolo fosse stato un manovratore nelle mani di Zaia, la reprimenda che ha ricevuto non si spiegherebbe».
    Smentite, che però aiutano a costruire l'atmosfera di diffidenza che si era instaurata all'interno dell'Università intorno alla figura di Crisanti. «C'era chi aveva visioni differenti dalle sue - riguardo alle sue parole, ai suoi atteggiamenti, alle sue modalità di rapportarsi –, ma è parte della libertà che lui tanto invoca. Crisanti ha dichiarato pubblicamente che Zaia è un delinquente e ha fatto morire 1.600 persone. Mi sembra normale che questo non sia stato accettato da tutti i docenti. Ma il mobbing è altra cosa. E poi, chi conosce i fatti sa che molte delle sue affermazioni sono parziali e personalistiche». Ad esempio? «Quando uscirono i primi vaccini a mRna, lui dichiarò pubblicamente che erano dannosi, non testati e non li avrebbe mai fatti. Salvo poi diventare paladino della profilassi». Eppure, fu proprio Merigliano il più stretto collaboratore di Crisanti nel suo progetto più famoso: «Potrei dire di essere il coautore del "progetto Vo'», ammette lui, «anche più di Crisanti, visto che tutti i tamponi li ho fatti io e tutti i volontari li ho coordinati io. Mentre Crisanti a Vo' non è venuto neanche per fare una puntura. Ma questa cosa non la scriva...».
    Intanto, Crisanti, l'ormai ex docente di Microbiologia, continua con le sue "bordate" al presidente del Veneto. Ora parlando anche nelle vesti di parlamentare. «Un presidente di Regione che utilizza i quattrini dei contribuenti e tutte le leve del potere per danneggiare un privato cittadino, perché non fa più parte della sua squadra? Io credo che il buon governo non possa fare a meno della critica. Se non esiste opposizione, non esiste democrazia.
  2. LE PROMESSE NON MANTENUTE DA CALENDA: Ancora una presa in giro, l'ennesima. «Ci hanno offerto 15 mila euro, lordi, per chiudere la vertenza, lo stesso giudice ne aveva chiesti 15 mila netti. E così noi non ci stiamo» racconta Gianluca Ugliola ex operaio Embraco dopo aver ricevuto la comunicazione dagli avvocati. Ugliola, con altri sedici colleghi, non ha accettato il concordato con Whirlpool (7 mila euro lordi di buonuscita) e ha impugnato il licenziamento. Gli operai chiedono gli stipendi arretrati dal 2018 e hanno intentato una causa civile al tribunale del lavoro. Il periodo al quale si riferiscono è quello che comincia il 16 luglio 2018 con la società Ventures che subentra a Ex Embraco Whirlpool. Una storia travagliata. Dopo l'uscita di scena di Whirlpool, il polo industriale diventa di proprietà di Chieri Italia con un fondo di venti milioni per la reindustrializzazione. Poi un ulteriore passaggio: nel 2018 la società Ventures subentra nella gestione della fabbrica. Lo stabilimento, però, non decolla. I macchinari per il nuovo assetto produttivo non sono mai entrati in azienda. La somma per rilanciare le sorti del polo industriale? Parte dei venti milioni sarebbero spariti in operazioni finanziarie finite al centro di un'inchiesta della procura di Torino per bancarotta distrattiva. E i 400 lavoratori? Alcuni hanno accettato una buonuscita. In 17, invece, hanno deciso di risolvere la questione in tribunale. «Non abbiamo accusato nessuno – dice Ugliola -, d'altronde non tocca a noi farlo, ma abbiamo raccontato per filo e per segno quello che è successo in questo anno e mezzo nel sito di Riva presso Chieri, dopo che - a marzo 2018 - era stato firmato al Mise l'accordo per la reindustrializzazione». Progetto che avrebbe dovuto realizzare la Ventures: «Una start up – dicono gli operai – che convinse il Ministero con due progetti: il robot per la pulizia dei pannelli solari e filtri innovativi per l'acqua. Non abbiamo mai visto né realizzato questi prodotti. Trascorrevamo le nostre giornate lavorative in fabbrica con le mani in tasca. Si arrivò al paradosso che, per tenerci occupati, una settimana ci veniva chiesto di dipingere le pareti di verde, quella dopo di azzurro». Dopo qualche mese si era cominciato a parlare di bici elettriche: «Ne arrivarono cinque dalla Cina, le abbiamo montate e rimontate, sempre le stesse. Al terzo mese era già chiaro che era tutta una presa in giro» dicono. Ed ecco arrivare un altro progetto ancora: giochi simili al Lego. «Anche di questi non si è fatto nulla» precisano i lavoratori. Ci sono filmati, foto che testimoniano capannoni desolatamente vuoti. Gli operai hanno alternato lavoro a cassaintegrazione, finché a dicembre sono saltati stipendi e tredicesime.
    Parallelamente alla causa civile procede la causa penale: la procura ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici di Ventures srl, il processo comincerà il 20 gennaio.

 

 

05.01.23
  1. QUALE GOVERNO ERA CONTRO I SUOI ELETTORI ?   Una vittoria per i consumatori, una sconfitta per banche e finanziarie. Il 22 dicembre la Corte Costituzionale ha depositato una sentenza secondo cui se una persona estingue in anticipo un finanziamento relativo al credito al consumo, ha diritto ad avere indietro parte dei soldi spesi per l'accensione della pratica. E più è anticipata l'estinzione, maggiore è la quota da restituire al cliente. Sembra un principio di buon senso, ma un decreto legge del 2021 lo aveva messo in discussione. La sentenza ha dichiarato incostituzionale una parte della legge, allineando la normativa italiana a quella Ue.
  2. i buoni all'asta
    Dal Tesoro 320 miliardi di titoli nel 2023 le prime emissioni partono a gennaio

    Anno in salita per il Tesoro. Secondo il calendario di emissioni di bond governativi, il 5 gennaio ci sarà la comunicazione sui Bot mentre il 9 gennaio quella dei Titoli medio-lunghi. Le aste inizieranno l'11 gennaio con i Bot, mentre seguirà il 12 gennaio con l'asta medio-lungo e il 13 verrà fornito il regolamento Bot e il 16 quello per il titolo medio-lungo. Il 23 gennaio, poi, ci sarà la comunicazione Btp Short – Btp€i mentre il 24 gennaio la comunicazione sui Bot. Il 26 gennaio si passerà all'asta Btp Short – Btp€i e della comunicazione medio-lungo mentre il giorno successivo sarà la volta dell'asta Bot.
  3. TUTTI CIECHI E SORDI PRIMA ? Nessuno pensava che, dopo averlo sospeso senza che nemmeno fosse formalmente sotto indagine, il Pd avrebbe difeso il suo eurodeputato Andrea Cozzolino ora che la Procura federale belga ne ha chiesto la revoca dell'immunità nell'ambito della vasta inchiesta per corruzione internazionale. Ma la rapidità e l'assertività con cui il capodelegazione del Pd al Parlamento europeo, Brando Benifei, ha annunciato ieri che «il Pd voterà a favore della revoca dell'immunità degli eurodeputati Cozzolino e Tarabella», prima ancora di vedere gli atti che la sostengono, è quantomeno irrituale.
    Fatto sta che, se fino a ieri mattina qualche dubbio sull'esito della procedura ancora aleggiava, dopo l'annuncio di Benifei lo scacco è matto. L'immunità sarà revocata a valanga, indipendentemente dal pur doveroso scrutinio sull'esistenza di fumus persecutionis (il sospetto, anche vago, di un'azione giudiziaria pregiudiziale e ostile) e sulla necessità di non privare i parlamentari delle loro prerogative, a partire dalla insindacabilità delle posizioni politiche. Il regolamento, infatti, prevede che «la commissione giuridica può fornire un parere motivato sulla competenza dell'autorità interessata e sulla ricevibilità della richiesta, ma in nessun caso si pronuncia sulla colpevolezza o meno del deputato né sull'opportunità o meno di perseguire penalmente le opinioni o gli atti che gli sono attribuiti».
    Resta il dubbio sui tempi. La prassi richiederebbe almeno un mese tra esame in commissione giuridica e voto in sessione plenaria. Ma la volontà politica, non solo della presidente Roberta Metsola ma anche dei partiti, è di accelerare.
    Al netto di immaginifiche «procedure d'urgenza» prive di base giuridica oltre che logica, la tempistica potrebbe essere ragionevolmente questa: il 16 gennaio nella plenaria di Strasburgo l'annuncio formale; quattro-cinque giorni per l'esame della commissione giuridica; il 25 gennaio voto nella mini-plenaria di Bruxelles.
    Sulla tempistica influirà anche il comportamento degli stessi Tarabella e Cozzolino. Il Pd ha deciso di anticipare la propria posizione «perché entrambi hanno annunciato di voler rinunciare all'immunità per potersi difendere».
    In realtà Tarabella l'ha fatto esplicitamente, mentre la posizione dell'italiano è più articolata. Dopo due giorni di riflessione, oggi potrebbe esplicitarla. Nessuna polemica, tantomeno con il suo partito che pure l'ha scaricato senza complimenti. Ci sarà tempo per fare i conti, anche con una certa idea di «garantismo» che alberga nel Pd. L'unico a difenderlo, rifiutandosi «in attesa di prove certe» di rimuoverlo dalla task force sul Pnrr in cui l'aveva nominato a novembre, resta il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi.
    Ora per Cozzolino si tratta di vendere cara la pelle, nel merito: sia contestando i fatti sia mettendo in dubbio la ricostruzione giuridica sulla presunta appartenenza a un network criminale dedito alla corruzione. Per ribadire in sede ufficiale di esserne «estraneo», intende chiedere l'accesso agli atti che lo riguardano, e poi di essere audito dalla commissione giuridica, come già fatto con i magistrati belgi. Ma mentre costoro hanno ignorato la richiesta, i suoi colleghi parlamentari sono tenuti ad ascoltarlo. Ciò potrebbe rendere impraticabile una revoca dell'immunità stile «fast & furious».
  4. SABBIE MOBILI : La procedura giudiziaria di consegna al Belgio, nell'ambito delle regole sul mandato di arresto europeo, della moglie Maria Dolores e della figlia Silvia dell'ex eurodeputato Antonio Panzeri al centro del Qatargate si allunga e si complica. Ieri l'udienza davanti alla Corte di appello di Brescia per la posizione della figlia è stata nuovamente rinviata al 16 gennaio. Il motivo è che il Belgio non ha ancora dato seguito alle richieste di chiarimento sugli standard detentivi delle carceri belghe. Sollevate dalla difesa delle due donne, recepite dai giudici e inoltrate il 22 dicembre dal ministero della Giustizia a Bruxelles, con tanto di traduzione in francese per agevolare la pratica.
    Ma la risposta non è ancora arrivata. Il che rende impossibile, per i giudici bresciani, sciogliere i dubbi sulle garanzie di «tutela della dignità umana» in un sistema penitenziario più volte condannato a livello internazionale. Anche la Cassazione ha prudentemente fissato al 31 gennaio l'udienza sul ricorso della moglie di Panzeri, per la quale una diversa sezione della Corte bresciana aveva concesso in prima istanza l'estradizione.
    In ogni caso, gli avvocati hanno chiesto al tribunale del riesame di liberare dagli arresti domiciliari Silvia Panzeri, «perché di lavoro fa l'avvocato e deve adempiere alle scadenze dei suoi clienti», e di dissequestrare i 200mila euro sequestrati sui suoi conti correnti, oltre ai 40mila bloccati su quelli dei genitori.
    Mentre il fronte italiano è focalizzato sull'adempimento degli atti delegati dal Belgio, quello greco si nutre di investigazioni autonome grazie all'intraprendenza del presidente dell'autorità antiriciclaggio, Charalampos Vourliotis, che ha inviato una richiesta urgente alle autorità di Panama chiedendo informazioni sull'esistenza di conti correnti intestati alla famiglia dell'ex vicepresidente del Parlamento Ue, Eva Kaili.
    L'iniziativa nasce da un documento pubblicato da un anonimo account Instagram, da cui parrebbero esserci stati, a partire dal 2019, bonifici per 20 milioni di euro in due tranche da istituzioni finanziarie del governo del Qatar alla stessa Kaili, e da 4 milioni a ciascuno dei suoi genitori. L'autenticità è quantomeno dubbia.
    La Bladex Bank, dove sarebbero depositati i quattrini, «dopo un'approfondita due diligence», ha smentito «relazioni dirette o indirette di ogni tipo» tra i soggetti coinvolti nel Qatargate, denunciando la «falsità» di queste informazioni. «Calunnie», taglia corto Michalis Dimitrakopoulos, avvocato della Kaili.
    In Belgio l'inchiesta prosegue sui rapporti con Rabat degli «amici del Marocco», il gruppo di parlamentari capitanati da Panzeri e in sospetto rapporto con i servizi segreti di quel Paese. Erano parecchi i dossier attenzionati: dal rispetto dei diritti umani alla contesa territoriale sul Sahara Occidentale; dagli accordi commerciali all'inchiesta parlamentare sull'uso del software spia Pegasus. La bozza di relazione finale su Pegasus, pur prudente sulle responsabilità dirette del governo marocchino, ricorda che gli 007 di Rabat spiavano tra gli altri l'ex premier italiano Romano Prodi, considerato «un bersaglio interessante per i suoi rapporti di alto livello con l'Algeria». A Rabat è in arrivo nelle prossime ore l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, Josep Borrell.
    Il perimetro dell'inchiesta sull'altro Stato coinvolto pare più circoscritto, sia quanto ai dossier – diritti e mondiali di calcio – sia quanto al periodo. Mentre i rapporti di Panzeri con il Marocco risalgono al 2011, quelli con il Qatar sono più recenti. Nel 2021 viene nominato il ministro del Lavoro qatarino Ali ben Samikh Al-Marri, protagonista dell'attività di lobbying per tacitare le critiche sul trattamento degli operai impegnati nella costruzione degli stadi calcio.
    Al-Marri instaura con Panzeri un rapporto di ferro, sublimato nell'organizzazione di un'audizione soft nella commissione diritti umani lo scorso 14 novembre. Dove all'ultimo momento, benché non previsto nell'ordine del giorno, compare come relatore – tutt'altro che ostile al Qatar – un rappresentante della Confederazione sindacale europea, il cui presidente Luca Visentini è stato arrestato con Panzeri, da cui aveva ricevuto un mese prima 50 mila euro.
    Visentini, unico a essere stato scarcerato benché ancora sotto indagine, ha sempre sostenuto si trattasse di una donazione per sostenere la sua elezione a capo della Confederazione sindacale mondiale, avvenuta a novembre. «Non ho nulla da nascondere e vivo solo del mio stipendio», ribadisce.
  5. E' UN METODO NON UN CASO : Sarebbe Stefano Merigliano, fino al 30 settembre scorso presidente della Scuola di Medicina di Padova, uno degli attori più illustri dell'Azienda Ospedaliera che, stando alla ricostruzione di Andrea Crisanti, avrebbero messo in atto il «piano» per allontanare il docente dall'Università. Almeno, stando alle intercettazioni. Il suo nome appare nel dossier di oltre cento pagine di dialoghi raccolti dalla Procura. «Abbiamo portato sia il rettore sia i direttori di dipartimento di Medicina contro Crisanti a discutere» diceva il 14 maggio 2021, parlando con Roberto Toniolo, dg di Azienda Zero, braccio operativo della Regione in campo sanitario.
    Atti persecutori, mobbing, diffamazione, calunnia: queste le ipotesi di reato a cui, filtra, avrebbe pensato Crisanti leggendo le intercettazioni, e sulle quali potrebbe chiedere giustizia, anche attraverso un'ulteriore indagine, in aggiunta a quella già aperta sul caso dei test rapidi.
    Intanto, il 31 dicembre scorso Crisanti ha rassegnato le dimissioni da professore di Microbiologia a Padova. «Non ho nulla contro l'ateneo. L'ho fatto per sentirmi libero di denunciare, senza creare imbarazzi» dirà poi, ammettendo però l'esistenza di intercettazioni che coinvolgono altri docenti.
    Nella trascrizione delle conversazioni telefoniche tra Merigliano e Toniolo si fa cenno al coinvolgimento del Senato accademico di Padova, intervenuto con una mozione a difesa di Crisanti, quando filtrò la notizia di una denuncia della Regione. «Facci vedere le carte. Perché se è un esposto o una denuncia, per carità. Sennò finalmente anche la gente si rende conto che (Crisanti, ndr) sta per far scatenare una guerra contro il nulla» dice Merigliano, parlando con Toniolo, evidentemente immaginando un dialogo con Crisanti, per incalzarlo nel rendere pubblica la denuncia. Denuncia che pare non esistesse, come si è affrettato a dire lo stesso Toniolo, in una lettera all'Università. Spaventato dalla reazione degli accademici, poi pesantemente redarguito da Zaia: «Io ci metto il culo, voi ci mettete la bella figura» urla il presidente, stando a un'intercettazione pubblicata da Repubblica, riferendosi anche a Luciano Flor (direttore della sanità veneta sino a fine 2022). La denuncia della Regione non c'era. Ma, visto il clamore, Zaia avrebbe voluto portare Crisanti allo «schianto», evitandogli la via di fuga servitagli da Toniolo.
    Il nome di Toniolo appare insieme a quello di Zaia, "deus ex machina" di una «campagna denigratoria e persecutoria contro di me, materializzatasi nelle azioni dell'Azienda Ospedaliera» denuncia Crisanti. Zaia è intercettato mentre muove i fili della sanità veneta, attraverso Toniolo. Destinatario e interprete delle istanze del presidente, registrava le richieste di Zaia e, stando alla ricostruzione del docente, muoveva le pedine sullo scacchiere: Merigliano e Roberto Vettor, docente di Clinica medica a Padova. Intercettati. Con Roberto Rigoli, nominato al vertice dei laboratori di Microbiologia del Veneto. Al posto di chi? Di Crisanti.
    Su Rigoli – e su Patrizia Simionato, dg di Azienda Zero prima di Toniolo – pende una richiesta di rinvio a giudizio, legata all'affare test rapidi.
    Ma il quadro non è completo, c'è un quinto nome: Massimo Clementi, professore emerito dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Con Crisanti, membro della commissione che avrebbe dovuto individuare un docente per la Medicina molecolare di Padova. Fu lui a sollevare una questione di incompatibilità riguardo a Crisanti, chiedendone l'esclusione, in quanto senatore. La rettrice decise di non decidere, sciogliendo la commissione e nominandone un'altra. Ora anche il nome di Clementi appare tra quelli dei docenti intercettati.

 

04.01.23
  1. ALBERI INVECE CHE VERNICI ANCHE LAVABILI :  Michele, 27 anni, è un attivista di Ultima generazione. Come i tre dei cinque militanti che ieri hanno imbrattato la sede del Senato con vernice lavabile e sono stati arrestati, anche lui ha subito lo stesso trattamento per aver preso di mira edifici dell'Eni. «Ho avuto un processo per direttissima. Il pm chiese per me l'obbligo di firma tre volte al giorno, ma ho avuto modo di parlare per 12 minuti, davvero un onore la concessione del giudice. Per 12 minuti ho parlato con dati precisi di quanta gente sta morendo e di quanta ne morirà secondo le previsioni attuali. E il giudice ha deciso che potevo andare a casa».
    Quindi è finita?
    «No, ci sarà il processo e credo che patteggerò per una diminuzione della pena. Non è la prima volta che prendiamo di mira i palazzi del potere».
    Ma il Senato è un'altra cosa. Non correte il rischio di creare rigetto per la vostra battaglia nell'opinione pubblica?
    «Conosce uno studio di sociologia che lo dimostra? Io conosco studi che dimostrano il contrario. Oggi su Twitter l'espressione "climate change" è tra le prime tre più cercate. Non era mai successo in Italia. I motori di ricerca confermano quanto stia aumentando la ricerca sul cambiamento climatico. E l'altra cosa che sta aumentando è il numero di cittadini che sono preoccupati per la crisi climatica. Un recente sondaggio dice che oltre i 90% delle persone vorrebbe maggiori investimenti nelle rinnovabili. Il nostro obiettivo è far diventare una priorità le nostre richieste».
    Cosa chiedete?
    «No gas e no carbone. Nell'Adriatico ce ne è pochissimo, se anche facciamo cento pozzi risolviamo il problema del nostro fabbisogno, forse, per un anno. Bisogna attivare il solare e l'eolico. Il governo si è impegnato ad attivare nove centrali nei prossimi mesi, datecene altre dieci e ci fermiamo immediatamente».
    Il vostro gruppo è formato da ragazzi molto giovani?
    «Ci sono anche anziani e persone in pensione».
    Avete intenzione di diventare un partito politico?
    «Ultima generazione no. Se qualcuno vorrà farlo come un progetto autonomo potrà essere una buona idea, ma è troppo presto: ora l'obiettivo è mettere al centro l'ambiente e avere risposte concrete dalla politica. I movimenti ambientalisti crescono ovunque in Europa e credo che in parte dipenda anche dalle azioni di protesta. Noi siamo disperati».
    Perché?
    «L'Onu ha messo nero su bianco che un quarto dei bambini del pianeta sarà a rischio per le risorse idriche. E questo vuol dire che, da qui al 2040, un quarto dei bambini potrà morire di sete. E voi giornalisti dovreste ribellarvi perché anche per colpa vostra la gente morirà di fame e di sete. I suoi figli e i suoi nipoti creperanno di sete perché l'Italia sarà desertificata per più di un quinto entro 25 anni. Non ci sono scuse. Può scrivere questo nell'articolo? Non basta dire sono contrario al fossile bisogna impegnarsi sul serio. Coprite solo l'1,5 % delle notizie, secondo i dati Greenpeace».
    Siete non violenti? Le vostre azioni lo sono?
    «Noi abbiamo due chiari limiti: uno è che non faremo mai male fisicamente a nessuno, due non offenderemo mai nessuno. Le vernici sono lavabili. Poi qualcuno scrive che facciamo azioni terroristiche».
    Quello di ieri è stato un attacco alle istituzioni?
    «Sì, abbiamo imbrattato la facciata del Senato con vernice lavabile. E abbiamo raggiunto almeno l'obiettivo che si parli della drammatica crisi ambientale in atto. La politica deve dare risposte ai cittadini preoccupati per quello che sarà il più grande genocidio della storia umana».
    Avete una rete di avvocati?
    «Sì. E negli ultimi mesi diversi avvocati si sono fatti avanti dicendo di condividere le nostre battaglie e volerci difendere. Sta crescendo intorno a noi un consenso passivo, gli intellettuali stanno cominciando a dare segnali di attenzione»
  2. PETIZIONE PER TRASPORTARE IN UE ENERGIA ELETTRICA VERDE E NON H2 VERDE CON IDROGENODOTTI.

    In Africa esiste un potenziale produttivo per l’idrogeno verde del valore di mille miliardi euro. La stima appartiene al nuovo rapporto “Africa’s Extraordinary Green Hydrogen Potential”, pubblicato in questi giorni dalla Banca europea per gli investimenti (BEI), dall’International Solar Alliance e dall’Unione africana, con il supporto del governo della Mauritania, HyDeal e UCLG Africa.
    Il documento rappresenta la prima ricerca dettagliata del possibile sviluppo del vettore in tutto il continente. E mostra come realizzando 1.230 GW di nuovi impianti fotovoltaici si potrebbe raggiungere una produzione annuale di H2 solare di circa 50 milioni di tonnellate entro il 2035. Nel dettaglio, gli autori dello studio hanno analizzato le opportunità di investimento su quattro hub – Mauritania, Marocco, Africa meridionale ed Egitto – fornendo una roadmap di soluzioni tecniche, economiche, ambientali e finanziarie per sbloccare lo sviluppo commerciale del vettore. Dagli impianti per desalinizzare l’acqua di mare (da usare nell’elettrolisi) alle caverne di sale dove stoccare il carburante.
    L’obiettivo principale è mostrare come permettere alle nazioni di ritagliarsi un ruolo nel più ampio mercato globale, esportando il vettore tramite gasdotti e navi in Europa, Giappone, India, ecc.
    “L’Africa ha la più abbondante energia solare del mondo e trasformarla in idrogeno verde può rafforzare la sicurezza energetica, ridurre le emissioni e l’inquinamento e decarbonizzare industria e trasporti”, ha affermato Abdessalam Ould Mohamed Salah, ministro dell’Energia della Repubblica di Mauritania. “La Banca europea per gli investimenti sta lavorando con partner in tutta l’Africa e nel mondo per sfruttare il suo potenziale rinnovabile per produrre H2 verde a basso costo su larga scala”.
    La ricerca sostenne che il vettore possa essere venduto a circa 1.55-1.90 euro al kg presso i punti di consegna, generando una media di 40 miliardi di euro l’anno di prodotto interno lordo diretto, corrispondente a circa il 5% del PIL dei paesi attualmente considerati. “La tecnologia solare fotovoltaica ci ha fornito l’elettricità più economica”, ha spiegato il dott. Ajay Mathur, Direttore Generale dell’International Solar Alliance. “Costerà meno di 2 euro al kg in diversi paesi africani entro il 2030 […] Grazie a questa elettricità a basso costo e alla riduzione dei costi dell’elettrolizzatore, il passo successivo è fornire l’accesso a un combustibile pulito, più economico di tutti gli attuali carburanti fossili. Ci consentirà di decarbonizzare il settore energetico e i settori hard-to-abate: fertilizzanti, produzione di acciaio e raffinerie”.
    Ma perché ciò avvenga suggerisce tre requisiti finalizzati a consentire la produzione di 50 milioni di tonnellate di idrogeno verde in Africa entro il 2035:
    · La definizione di programmi nazionali di pianificazione, regolamentazione e incentivi che mobilitino gli investimenti del settore privato.
    · L’implementazione di progetti pilota che dimostrino il successo della generazione, stoccaggio, distribuzione e uso dell’idrogeno solare sia su scala dimostrativa che commerciale.
    · la creazione di partnership basate sul mercato per consentire il prelievo e la domanda nazionale e internazionale su larga scala di idrogeno verde.
    Queste premesse non dimostrate ne’ dimostrabili ma hanno gia’ costituito le premesse per il finanziamento del H2MED che spreca risorse della UE in quanto non ha senso economico e tecnico trasportare l’H2 dall’Africa alla’EU quando basta produrre l’elettricita’ in Africa e trasportarla in EU. Per cui e’ necessario precisare e chiarire fin da ora che lo sviluppo della filiera produttiva dell’H2 ha due funzioni : l’autotrazione e la stabilizzazione della produzione elettrica in mancanza di energia rinnovabile. Per cui il trasporto dell’H2 non ha senso in quanto basta produrre stabilmente l’H2 dove e’ producibile da energia rinnovabile, stoccarlo per stabilizzare la produzione elettrica che puo’ essere trasportata ovunque con elettrodotti esistenti o di piu’ facile realizzazione rispetto agli idrogenodotti. Per produrre H2verde per autotrazione basta usare l’elettricita’ da fonte rinnovabile. Non vi e’ compatbilita’ del 100% di H2 nel gasdotti attuali, in cui infatti l’H2 viene immesso al 10%. E’ chiaro che l’obiettivo di creare degli idrogenodotti e’ solo per mantenere delle rendite di posizione nel trasporto dell’H2 simili a quelle del gas , piu’ difficili con vendita dei kw/h a cui infatti sono stati aggiunti gli oneri di sistema che dovrebbero essere inglobati nella vendita dell’energia nel consumo. Per queste ragioni propongo una PETIZIONE PER TRASPORTARE IN EU ENERGIA ELETTRICA VERDE NON H2 VERDE CON IDROGENODOTTI.
    Solo cosi potra’ esserci la supremazia democratica europea dell’idrogeno sulla corruzione del gas di cui il Qatar e’ solo uno degli attori finora accertati.

 

 

03.01.23
  1. FINALMENTE AVETE LE PROVE CHE VI PRENDE IN GIRO : «Sole, Reddito di cittadinanza e sei in pole position». C'è chi sui social ha riadattato una celebre battuta del film "Vacanze di Natale" del 1983 per sottolineare il leggero contrasto tra le recenti immagini di Giuseppe Conte in piazza a Scampia o allo Zen di Palermo con poveri e disoccupati e le foto girate ieri online, rilanciate anche da Dagospia: il presidente M5s, con la compagna Olivia Paladino, ospite del Grand Hotel Savoia di Cortina d'Ampezzo («5 stelle, per non sbagliare» puntualizza qualcuno). Lui in vacanza in una delle località più ricche e vip d'Italia, mentre sulla sua pagina Facebook scorre il videomessaggio di fine anno, in cui l'ex premier mostra le immagini di Milano, con «10 mila persone in fila per un pasto caldo in appena due giorni nelle ore del Natale». Ironie e critiche si sprecano sui social, anche dalle parti di Italia Viva: «E poi va nelle piazze a fare il Masaniello de noantri. L'ipocrisia fatta persona», scrive Benedetta Frucci, dello staff comunicazione di Matteo Renzi.
  2. IL PAESE LO HA DIVISO LUI PER CONTROLLARLO MEGLIO: Il presidente cinese Xi Jinping ha chiesto maggiori sforzi e più unità al Paese che entra in una «nuova fase» della lotta alla pandemia. È la prima volta che interviene quando il governo ha cambiato rotta allentando (tre settimane fa) la politica di blocchi e test di massa adottata per frenare i contagi. In un discorso tv pronunciato in occasione del nuovo anno, Xi ha affermato che la Cina ha superato difficoltà e sfide senza precedenti nella lotta al Covid e che le sue politiche sono state «ottimizzate» nel momento in cui la situazione lo richiedeva. «Dallo scoppio dell'epidemia la maggior parte delle persone ha affrontato le difficoltà e ha perseverato con coraggio», ha dichiarato. «Ora la prevenzione e il controllo stanno entrando in una nuova fase, è ancora un momento di lotta. Lavoriamo di più, la tenacia significa vittoria»

 

02.01.23
  1. PETIZIONE PER DIVIETO DI PRODURRE CRYPTOVALUTE IN EU PER IL CONSUMO INUTILE DI ENERGIA.

    L’aumento del costo dell’energia e la sua limitazione in generale, hanno imposto il risparmio energetico come uno dei principali obiettivi dei cittadini della UE per cui continuare a produrre cryptovalute attraverso grandi ed inutili consumi di energia elettrica non e’ piu’ accettabile per cui propongo una PETIZIONE PER DIVIETO DI PRODURRE CRYPTOVALUTE IN EU PER IL CONSUMO INUTILE DI ENERGIA.
     

 

01.01.23
  1. PETIZIONE PER FONDI NEXT GENERATION EU EMESSI DALLA BCE TASSO 3% PER LA GESTIONE NAZIONALE DELLE EMAIL

    Dal momento che la email e’ il sistema di comunicazione sempre piu’ utilizzato si pone il problema della garanzia della loro sicurezza e conservazione che una societa’ privata non si assume.
    Per cui propongo una petizione affinche’ gli stati garantiscano la sicurezza delle email e la loro conservazione attraverso fondi reperiti sul mercato attraverso titoli BCE al tasso del 3%.
     
  2. A Torino, la sede di DIANA sarà ospitata nelle Officine grandi riparazioni (OGR): lo stesso luogo dove è già partito il progetto Microsoft for Startups grazie alla collaborazione siglata tra Microsoft Global Sales, Marketing and Operations e la OGR supportata dai finanziamenti della Fondazione CRT (Cassa di Risparmio di Torino).Nell’ambito del piano NATO ci sarà anche una sinergia tra il Politecnico di Torino e Leonardo, l’industria nazionale italiana della difesa econtrollata dallo Stato ma partecipata da fondi d’investimento internazionali quali BlackRock, che ha già definito una collaborazione con Microsoft per le nuove tecnologie militari nel campo dell’Intelligenza Artificiale.
    Ecco il progetto DIANA appare un’evidente strategia di sviluppo tra Gates e la NATO, il cui segretario generale Jens Stoltenberg è stato direttore dell’Ong GAVI Alliance, pioniera nell’immunizzazione globale coi vaccini anche in sinergia con l’ex amministratore delegato di Vodafone Vittorio Colao, Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale nel Governo di Mario Draghi.
  3. Torino è stata individuata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri come sede principale dell‘Istituto per l’Intelligenza Artificiale (I3A). L’I3A sarà un vero e proprio network e potrà contare su un migliaio di persone e su un budget annuale che si aggira agli 80 milioni di euro. In questo modo potranno essere coordinate le varie attività di ricerca in questo campo, in linea con la strategia definita dal Ministero per lo Sviluppo Economico» .
  4. Nel luglio 2022 il Ministro per lo Sviluppo Economico del Governo Draghi confermò lo stanziamento di 50milioni di euro per lo sviluppo delle attività di R&S e di trasferimento tecnologico – creazione di un Hub Automotive e di un Hub Aerospazio a Torino: al sostegno agli investimenti produttivi e alla riqualificazione delle competenze – formazione e reimpiego di lavoratori appartenenti a uno specifico bacino di riferimento.
    «Con questo intervento il governo conferma gli impegni già presi con il territorio per creare una forte sinergia tra il mondo della ricerca e l’industria in modo da sostenere gli investimenti innovativi, a partire dalle aziende presenti nei settori dell’automotive e aerospazio, e mantenere alta l’attenzione verso l’occupazione e la formazione professionale dei lavoratori» dichiarò Giorgetti.

 

 

ESCLUSIONE COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE , COME AZIONISTA ATLANTIA, NEL PROCESSO A CARICO DI CASTELLUCCI PER IL CROLLO DEL PONTE MORANDI

COST PONTE M

 

 

 

 

Diritti degli azionisti

La Direttiva 2007/36/EC stabilisce diritti minimi per gli azionisti delle societa' quotate in Unione Europea. Tale Direttiva stabilisce all'Articolo 9 il diritto degli azionisti a porre domande connesse ai punti all'ordine del giorno dell'assemblea e a ricevere risposte dalle societa' ai quesiti posti.

 

Considerando le difficolta' che spesso si incontrano nel proporre domande e nel ricevere risposte in tempo utile, in particolare per quanto riguarda gli azionisti individuali impossibilitati a partecipare alla assemblea, e considerando che talvolta vi e' poca chiarezza sulle modalita' da seguire per porre domande alle societa',

 

Ritiene la Commissione:

che il diritto degli azionisti a formulare domande e ricevere risposte sia adeguatamente garantito all'interno dell'Unione Europea?

che la possibilita' di porre domande e ottenere risposte solo nel caso l'azionista sia fisicamente presente nell'assemblea sia compatibile con la Direttiva 2007/36/EC?

 

In che modo la Commissione ritiene che le societa' quotate debbano definire e comunicare le modalita' per porre domande da parte degli azionisti, in modo da assicurare che tale diritto sia rispettato appieno? Sergio Cofferati

 

 

IL MIO LIBRO "L'USO DELLA TABELLA MB nei CASI DI PIANI INDUSTRIALI: FIAT, TELECOMITALIA ED ALTRI..." che doveva essere pubblicato da LIBRAMI-NOVARA nel 2004,  e' ora disponibile liberamente  CLICCA QUI 

 

In data 3103.14 nel corso dell'assemblea Fiat il presidente J.Elkann mi fa fatto allontanare dalla stessa dalla DIGOS impedendomi il voto eccone la prova:   

DOC DIGOS

 

Sentenze  

1) IL 21.12.12  alle ore 09.00 nel TRIBUNALE TORINO aula 80 C'E'  STATA LA SENTENZA DI ASSOLUZIONE  PER LA QUERELA DELLA  FIAT,  PER QUANTO DETTO nell'ASSEMBLEA FIAT 2008 .UN TENTATIVO DI IMBAVAGLIARMI, AL FINE DI VEDERE COME  DIFENDO I MIEI DIRITTI E DI TUTTI GLI AZIONISTI DI MINORANZA NELLE ASSEMBLEE .

 Mb

SCAPARONE     SENT Mb

il 24.11.14 alle ore 1200 si tenuto al TRIBUNALE DI TORINO aula 50 ingresso 19 l'udienza finale del mio processo d'appello in seguito alla querela di Fiat per aver detto il 27.03.2008 all'assemblea FIAT che ritengo "Marchionne un'illusionista temerario e spavaldo" e che "la sicurezza Fiat e' responsabile della morte di Edoardo Agnelli per omessa vigilanza". In 1° grado ero stato assolto anche in 2° e nuovamente sia FIAT che PG hanno impugnato per ricorso in Cassazione che mi ha negato la libertà di opinione con una sentenza del 14.09.15.

SOTTO POTETE TROVARE LA DOCUMENTAZIONE

SENT 2013   FIAT 2013  PM 2013 SENT 2015  FIAT 2015  PG 2015  SCA 14.11.14 SCA 24.11.14  SENT CASS

2) il 21 FEBBRAIO 2013  GS-GABETTI sono stati condannati per agiotaggio informativo.

SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULL'ERRORE DEL TRIBUNALE DI TORINO NELL'ASSOLVERE GABETTI E GRANDE STEVENS

SENT CASS  SENT AP TO

 

Ifil-Exor: no risarcimento a parti civili, Consob punta a Cassazione

Borsa Italiana-21/feb/2013

Come parti civili si erano costituite la Consob e due piccoli azionisti, tra cui Marco Bava, noto per il suo attivismo in molte assemblee. "Non so ...

 

SU INTERNET IL  LIBRO DI GIGI MONCALVO  SULL'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

PRES LIBRO   COP LIBRO DICEMBRE

Edoardo, un Agnelli da dimenticare

 

Marco Bernardini non ha le prove del suicidio io ho molte prove dell'omicidio che sono state illustrate in 5 libri di cui l'ultimo e' l'ultimo di Puppo :

EDOARDO AGNELLI, UN GIALLO TROPPO COMPLICATO - DIRITTO DI CRONACA

Ma Lapo ricorda il suo cane :

http://www.today.it/rassegna/morto-cane-lapo-elkann-comodino.html

 

 

La vostra voce in Europa - Consultazioni aperte - IT

 

 

www.italiachecambia.org

www.jobyourlife.com

www.osservatoriodannoallapersona.org

www.valserena.it PER PRODOTTI NATURALI

 rowdfundingbuzz.it

http:/fliiby.com/marcobava/?utm_source=in150&utm_medium=email&utm_campaign=life_cycle

http://paoloferrarocdd.blogspot.it/

 

Sarà operativa dal 9 gennaio la nuova piattaforma per la risoluzione alternativa delle controversie online messa in campo dalla Commissione europea. Gli organismi di risoluzione alternativa delle controversie (Adr) notificati dagli Stati membri potranno accreditarsi immediatamente, mentre consumatori e professionisti potranno accedere alla piattaforma a partire dal 15 febbraio 2016, all'indirizzo

http://ec.europa.eu/consumers/odr/

 

 

http://www.freevillage.it/ sito avv.Mario Piccolino ucciso il 29.05.15

 

VIDEO Mb

https://youtu.be/ACwrglgdOeA

https://youtu.be/gQoC1u6yWOM

https://youtu.be/pJ3Y_oSqMV8

https://youtu.be/cSQo3ljpM-Y

 

 

 

 http://www.barattobb.it/

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

 

SE VUOI VEDERE COME VA IL MOND0 VAI SU : https://youtu.be/3sqdyEpklFU

 

 

NO AL NUCLEARE , SULL'H2-FOTOVOLTAICO  NON SI SPECULA
  1. IL RAZIONAMENTO ENERGETICO NON RISOLTO CON LE RINNOVABILI PUO' ESSERE USATO  PER  GIUSTIFICARE IL NUCLEARE CHE UCCIDE VEDI RUSSIA E GIAPPONE.
  2. CON LA SCUSA DEL NUCLEARE SI PUO' FAR PAGARE 10 QUELLO CHE VALE 1
  3. MENTRE LA FRANCIA INVESTE PER SANARE LO SFASCIO DEL NUCLEARE L'ITALIA CI VUOLE ENTRARE ?
  4. GLI INCIDENTI NUCLEARI IN RUSSIA E GIAPPONE NON CI HANNO INSEGNATTO NULLA ? NE VOGLIAMO UNO ANCHE IN ITALIA ?

 

LA CHIMERA MANGIA-SOLDI DELLA FUSIONE NUCLEARE    FUSIONE NUCLEARE    QUANTE RINNOVABILI SI POSSONO FARE ? IL CNR SPENDE PIU' PER IL FINTO NUCLEARE CHE PER LA BANCA DEL SEME AGRICOLO.

IL FUTURO H2 CHE NON SI VUOLE VEDERE

E' ASSURDO CONTINUARE A PENSARE DI GESTIRE A COSTI BASSI ECONOMICAMENTE VANTAGGIOSI LA FUSIONE NUCLEARE QUANDO ESISTONO ENERGIE RINNOVABILI MOLTO più CONTROLLABILI ED EFFICIENTI A COSTI più BASSI, COME DIMOSTRA IL : https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_22_3131

 

   INFETT VIRUS  DIO UOMINI      IL DOPPIO SACRILEGIO DELLA BESTEMMIA     BESTEMMIA

   RICETTA LIEVITO MADRE LIEVITO MADRE

RICAMBIO POLITICO BLOCCATO BLOCCO   ROMA  MELONI    INTERNI

 

L'Ucraina in fiamme - Documentario di Igor Lopatonok Oliver Stone 2016 (sottotitoli italiano)

https://www.youtube.com/watch?v=2AKpsBF-bvo

"Abbiamo creato un archivio online per documentare i crimini di guerra della Russia". Lo scrive su Twitter il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. "Le prove raccolte delle atrocità commesse dall'esercito russo in Ucraina garantiranno che questi criminali di guerra non sfuggano alla giustizia", aggiunge, con il link al sito in inglese

https://war.ukraine.ua/russia-war-crimes/

 

 

 

Cosa c’entra il climate change con l’incidente al ghiacciaio della Marmolada?

 

Temperature di 10°C a 3.300 metri di altezza da giorni, anomalie termiche pronunciate da maggio. Sono questi i fattori alla base del crollo del seracco che ha travolto due cordate di alpinisti domenica 3 luglio sotto Punta Penia

 

Ghiacciaio della Marmolada: il climate change fa almeno 6 morti
crediti: Local Team

Il ghiacciaio della Marmolada si sta ritirando di 6 metri l’anno

(Rinnovabili.it) – Almeno 10 morti, 9 feriti e un disperso. È il bilancio provvisorio dell’incidente che ha coinvolto il 3 luglio due cordate di alpinisti nella zona di Punta Rocca, proprio sotto il ghiacciaio della Marmolada. Una parte del ghiacciaio è collassata per le temperature elevate, scivolando rapidamente a valle in una enorme valanga di ghiaccio, pietre e acqua fusa.

La dinamica dell’incidente

Verso le 14 del 3 luglio ha ceduto un seracco del ghiacciaio della Marmolada, la vetta più alta delle Dolomiti, tra Punta Rocca e Punta Penia a oltre 3000 metri di quota. La scarica che si è creata è stata imponente, alta 60 metri con un fronte largo circa 200, e ha investito un tratto della via normale per la cima di Punta Penia precipitando a 300 km/h.

Il punto di distacco del seracco è ben visibile in alto a destra. Crediti: Local Team.

Ogni ghiacciaio ha dei seracchi, blocchi di ghiaccio che assomigliano a dei pinnacoli e si formano con il movimento del corpo glaciale. Scorrendo verso il basso, il ghiacciaio incontra delle variazioni nella pendenza della montagna. Queste deformano il ghiacciaio e provocano la formazione di crepacci, che a loro volta danno luogo a delle “torri” di ghiaccio, i seracchi. Queste formazioni, seppur normali, sono per loro natura instabili. Tendono a cadere a valle, ricompattandosi con il resto del corpo glaciale, ed è difficile prevedere quando esattamente un evento del genere si può verificare.

Il climate change sul ghiacciaio della Marmolada

Il distacco del seracco dal ghiacciaio della Marmolada, con ogni probabilità, è stato facilitato e reso più rovinoso dal cambiamento climatico. Negli ultimi giorni, anche sulle cime di quel settore delle Dolomiti il termometro è salito regolarmente a 10°C. Ma è da maggio che si registrano anomalie termiche molto pronunciate.

Anomalie che investono tutto l’arco alpino. Sulla cima del monte Sonnblick, in Austria, 100 km più a nord-est, uno degli osservatori con le serie storiche più lunghe e affidabili della regione alpina ieri segnalava il quasi completo scioglimento del manto nevoso. Un dato che illustra molto bene quanto l’estate del 2022 sia eccezionale: lì la neve non si era mai sciolta prima del 13 agosto (capitò nel 1963 e nel caldissimo 2003).

Che legame c’è tra il crollo del seracco e le temperature elevate? Secondo la società meteorologica alpino-adriatica, “il ghiacciaio si è destabilizzato alla base a causa della grande disponibilità di acqua di fusione dopo settimane di temperature estremamente elevate e superiori alla media”. Il caldo ha accelerato lo scioglimento del ghiacciaio: “la lubrificazione dell’acqua alla base (o negli interstrati) e l’aumento della pressione nei crepacci pieni d’acqua sono probabilmente le cause principali di questo evento catastrofico”.

Normalmente, il ghiaccio sciolto – acqua di fusione – penetra fra gli strati di ghiaccio o direttamente sul fondo del ghiacciaio, incuneandosi tra massa glaciale e rocce sottostanti, per sgorgare poi al fondo della lingua glaciale. Questo processo “lubrifica” il ghiacciaio, accelerandone lo scivolamento, ma può anche creare delle “sacche” piene d’acqua che non trova uno sfogo e preme sul resto del ghiacciaio.

Come tutti gli altri ghiacciai alpini, anche il ghiacciaio della Marmolada è in veloce ritirata a causa del riscaldamento globale. L’ultima campagna di rilevazioni, condotta dal Comitato Glaciologico Italiano e da Arpa Veneto lo scorso agosto, ha segnalato un ritiro di 6 metri in appena 1 anno, mentre la perdita complessiva di volume raggiunge il 90% in 100 anni.

Il cambiamento climatico corre più veloce sulle Alpi che nel resto del pianeta, facendo delle terre alte uno dei settori più vulnerabili. Un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi si traduce in un innalzamento, sulle montagne italiane, di 1,8 gradi (con un margine d’errore di ±0,72°C). Superare i 2 gradi a livello globale significa invece Alpi 2,51°C più calde (±0,73°C). Ma durante i mesi estivi, l’aumento di temperatura è ancora più pronunciato e può arrivare, rispettivamente, a 2,09°C ±1,24°C e a 2,81°C ±1,23°C.

 

 

https://www.rinnovabili.it/ambiente/impatti-ambientali-delle-guerre/

 

 

 

 

 

 

IL VERO OBBIETTIVO DELLA MAFIA ESSERE LEGITTIMATA A TRATTARE ALLA PARI CON LO STATO.

QUESTO LA HA FATTO LO GIURISPRUDENZA DELLA TRATTATIVA STATO MAFIA  CHE HA LEGITTIMATO DI FATTO LA MAFIA A TRATTARE ALLA PARI CON LO STATO.

LA RESPONSABILITA' DEI SERVIZI SEGRETI NELLA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO , E PALESE.

I SERVIZI SEGRETI DIPENDONO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO


Dichiarazione di Giuliano AMATO

«Stragi del '92 con matrice oscura. Giusto l'intervento di Pisanu» - INTERVISTA

(02 luglio 2010) - fonte: Corriere della Sera - Giovanni Bianconi - inserita il 02 luglio 2010 da 31

«Certo che il nostro è uno strano Paese», esordisce Giuliano Amato, presidente del Consiglio nel 1992 insanguinato dalle stragi di mafia, e dunque testimone diretto di quella drammatica stagione rievocata nella relazione del presidente della commissione parlamentare antimafia Giuseppe Pisanu.

Perché, presidente?

«Perché quando un personaggio di primissimo rango come Giulio Andreotti esce indenne da un lungo processo si dice che questo capita se si confonde la responsabilità penale con quella politica, mentre quando un presidente dell`Antimafia come Pisanu si sforza di cercare responsabilità politiche laddove non ne sono state individuate di penali gli si risponde che bisogna lasciar lavorare i giudici. Ma allora che bisogna fare?».

Secondo lei?

«Secondo me il lavoro di Pisanu è legittimo e prezioso, perché può aiutare la politica a cercare delle chiavi di lettura che non possono sempre venire dalla magistratura. E a trovare finalmente il giusto modo di affrontare la questione mafiosa. Provando a capire che cosa è accaduto in passato si può affrontare meglio anche il presente».

Il passato, in questo caso, sono le stragi del 1992 e 1993. Lei divenne capo del governo dopo la morte di Giovanni Falcone e prima di quella di Borsellino. Ha avuto la sensazione di «qualcosa di simile a una trattativa», come dice Pisanu?

«Sinceramente no. L`ho detto anche ai procuratori di Caltanissetta quando mi hanno interrogato.
Io in quelle settimane ero molto impegnato ad affrontare l`emergenza economico-finanziaria, dovevamo fare una manovra da 30.000 miliardi di lire per il`92 e impostare quella del `93. La strage di via D`Amelio ci colse nel pieno dei vertici economici internazionali.
Ricordo però che dopo quel drammatico avvenimento ebbi quasi un ordine da Martelli, quello di far approvare subito il decreto-legge sul carcere duro per i mafiosi varato dopo l`eccidio di Capaci. Andai di sera dal presidente del Senato Spadolini, ed ottenni una calendarizzazione ad horas del provvedimento».

Dei contatti tra alcuni ufficiali del Ros dei carabinieri e l`ex sindaco mafioso di Palermo Ciancimino lei sapeva qualcosa, all`epoca?

«No, però voglio dire una cosa. Che ci sia stato un certo lavorio di qualche apparato a livello inferiore è possibile, ma pensare che dei contatti poco chiari potessero avere una sponda in Nicola Mancino che era stato appena nominato ministro dell`Interno è un ipotesi che considero offensiva, in primo luogo per lo stesso Mancino. Sulle ragioni della sua nomina è Arnaldo Forlani che può fare chiarezza».

Perché?

«Perché la Dc di cui allora era segretario decise, o fu spinta a decidere, che bisognava tagliare Gava dal governo. Ma a Gava bisognava comunque trovare una via d`uscita onorevole, individuata nella presidenza del gruppo al Senato che era di Mancino».

L`ex presidente del Consiglio Ciampi ha ripetuto che dopo le stragi del '93 lui, da Palazzo Chigi, ebbe timore di un colpo di Stato. Lei pensò qualcosa di simile, nello stesso posto, dopo le bombe del '92?

«No, ma del resto non ebbi timori di quel genere nemmeno dopo le stragi degli anni Settanta. All`indomani di via D`Amelio non ebbi allarmi particolari dal ministro dell`Interno, né dal capo della polizia Parisi o da quelli dei servizi segreti. Parisi lo trovai ai funerali di Borsellino, dove io e il presidente Scalfaro subimmo quasi un`aggressione e avemmo difficoltà ad entrare in chiesa.
Ma attribuimmo l`episodio alla rabbia contro lo Stato che non era riuscito ad evitare quella morte. Il problema che ancora oggi resta insoluto è la vera matrice di quelle stragi».

Che intende dire?

«Che per la mafia furono un pessimo affare. Non solo quella di via D`Amelio, dopo la quale Martelli applicò immediatamente il regime di carcere duro a centinaia di boss, ma anche quella di Capaci. Certo, Falcone era un nemico, ma in quel momento un`impresa economico-criminale come Cosa Nostra avrebbe avuto tutto l`interesse a stare lontana dai riflettori, anziché accenderli con quella manifestazione di violenza. Quali interessi vitali dell`organizzazione mafiosa stava mettendo in pericolo, Falcone?
La spiegazione che volevano eliminare un magistrato integerrimo, come lui o come Borsellino, è troppo semplice. In ogni caso potevano ucciderlo con modalità meno eclatanti, come hanno fatto in altre occasioni. Invece vollero colpire lui e insieme lo Stato, imponendo una devastante dimostrazione di potere».

Chi può esserci allora, oltre a Cosa nostra, dietro gli attentati che per la mafia furono controproducenti?

«Purtroppo non lo sappiamo, ma è questa la domanda-chiave a cui dovremmo trovare la risposta. Perché vede, per le stragi degli anni Settanta si sono trovate molte spiegazioni; compresa quella che sosteneva il prefetto Parisi, il quale immaginava un ruolo dei servizi segreti israeliani per punire la politica estera italiana sul versante palestinese. E per le stragi del 1993 io trovo abbastanza convincente la tesi di una ritorsione per il carcere duro affibbiato a tanti boss e soprattutto al loro capo, Riina, arrestato all`inizio dell`anno. Per quelle del`92, invece, non riesco a immaginare motivazioni mafiose sufficienti a superare le ripercussioni negative. E questo conferma l`ipotesi di qualche condizionamento esterno rispetto ai vertici di Cosa nostra.
Perciò ha ragione Pisanu a interrogarsi e chiedere di fare luce».

Anche laddove i magistrati non riescono ad arrivare?

«Ma certo. Noi siamo arrivati al limite del giuridicamente accettabile con il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, che io condivido ma che faccio fatica a spiegare all`estero.
Al di là di quel reato, però, non ci sono solo i boy scout; possono esistere rapporti pericolosi, magari meno diretti o meno importanti, ma pur sempre rapporti. E di questi dovrebbe occuparsi la politica, prima dei magistrati».

Infatti Andreotti e Cossiga, agli ordini  di Henry Kissinger,  se ne interessarono con Delle Chiaie che rappresentava un estremismo di destra che teneva rapporti con la mafia di Rejna , secondo Lo Cicero.

 

 

 

CARO PIERO ANGELA UOMO DI STATO

CARO

 

 

ESPERIENZA STORICA DELL'ARROGANZA DELLA FIAT

https://www.rainews.it/tgr/piemonte/video/2022/07/watchfolder-tgr-piemonte-web-de-ponte-auto-elettrica-vl-tg1tgp2mxf-5f9b9ee5-2a7f-4d92-81c5-52a913e172bc.html

 

 

Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks

 

 FATTI NO BLA BLA BLA  DELLA STAMPA PER CONDIZIONARE LA VITA DELLE PERSONE CHE NON PENSANO PRIMA DI AGIRE

LE NON RISPOSTE DI DRAGHI E CINGOLANI DOCUMENTATE DA REPORT

DRAGHI NO RISP

QUALE E' LA VERITA' SUI MANDANTI DELLA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO ?

Era il 23 maggio del 1992 quando Giovanni Falcone guidava la Fiat Croma della sua scorta che lo accompagnava dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo.

Assieme a lui c’erano la moglie Francesca Morvillo, e l’autista Giuseppe Costanza che quel giorno sedeva dietro.

Nel corteo delle auto che accompagnano il magistrato palermitano c’erano anche altre due auto, la Fiat Croma marrone sulla quale viaggiavano gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, e la Fiat Croma azzurra sulla quale erano presenti gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo.

Alle 17:57 circa, secondo la ricostruzione della versione ufficiale, viene azionato da Giovanni Brusca il telecomando della bomba posta sotto il viadotto autostradale nel quale passava il giudice Falcone.

La prima auto, quella degli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo viene sbalzata in un campo di ulivi che si trovava vicino alla carreggiata. Muoiono tutti sul colpo.

L’auto di Falcone e di sua moglie Francesca viene investita da una pioggia di detriti e l’impatto tremendo scaglia entrambi contro il parabrezza della macchina.

In quel momento sono ancora vivi, ma le ferite riportate sono molto gravi ed entrambi moriranno nelle ore successive all’ospedale.

L’autista Giuseppe Costanza sopravvive miracolosamente alla strage ed è ancora oggi vivo.

Mai in Italia la mafia era riuscita ad eseguire una operazione così clamorosa e così ben congegnata tale da far pensare ad un coinvolgimento di apparati terroristici e militari che andavano ben oltre le capacità di Cosa Nostra.

Capaci è una strage unica probabilmente anche a livello internazionale. Fu fatta saltare un’autostrada con 200 kg di esplosivo da cava. Appare impossibile pensare che furono soltanto uomini come Giovanni Brusca o piuttosto Totò Riina soprannominato Totò U Curtu potessero realizzare qualcosa del genere.

Impossibile anche che nessuno si sia accorto di come nei giorni precedenti sia stata portata una quantità considerevole di esplosivo sotto l’autostrada senza che nessuno notasse nulla.

È alquanto probabile che gli attentatori abbiano utilizzato dei mezzi pesanti per trasportare il tritolo e il T4 utilizzati per preparare l’ordigno.

Il via vai di mezzi deve essere stato frequente ed è difficile pensare che questo passaggio non sia stato notato da nessuno nelle aree circostanti.

Così come è impossibile che gli attentatori sapessero l’ora esatta in cui Falcone sarebbe sbarcato a Palermo senza avere una qualche fonte dall’interno che li informasse dei movimenti e degli spostamenti del magistrato.

Capaci per tutte le sue caratteristiche quindi è un evento che appare del tutto inattuabile senza il coinvolgimento di elementi infedeli presenti nelle istituzioni che diedero agli attentatori le informazioni necessarie per eseguire la strage.

Senza i primi, è impossibile sapere chi sono i veri mandanti occulti dell’eccidio che è costato la vita a 5 persone e che sconvolse l’Italia.

E per poter comprendere quali siano questi mandanti occulti è necessario guardare a cosa stava lavorando Falcone nelle sue ultime settimane di vita.

Senza posare lo sguardo su questo intervallo temporale, non possiamo comprendere nulla di quello che accadde in quei tragici giorni.

La stampa nostrana sono trent’anni che ci offre una ricostruzione edulcorata e distorta della strage di Capaci.

Ci vengono mostrate a ripetizione le immagini di Giovanni Brusca. Ci è stato detto tutto sulla teoria strampalata che vedrebbe Silvio Berlusconi tra i mandanti occulti dell’attentato, teoria che pare aver trovato una certa fortuna tra gli allievi liberali montanelliani, quali Peter Gomez e Marco Travaglio.

Non ci viene detto nulla però su ciò che stava facendo davvero Giovanni Falcone prima di morire.

L’indagine di Falcone sui fondi neri del PCI

All’epoca dei fatti, Falcone era direttore generale degli affari penali, incarico che aveva ricevuto dall’allora ministro della Giustizia, Claudio Martelli.

Nei mesi prima di Capaci, Falcone riceve una vera e propria richiesta di aiuto da parte di Francesco Cossiga, presidente della Repubblica.

Cossiga chiede a Falcone di fare luce sulla marea di fondi neri che erano piovuti da Mosca dal dopoguerra in poi nelle casse dell’ex partito comunista italiano.

Si parla di somme da capogiro pari a 989 miliardi di lire che sono transitati dalle casse del PCUS, il partito comunista dell’Unione Sovietica, a quelle del PCI.

La politica del PCUS era quella di finanziare e coordinare le attività dei partiti comunisti fratelli per diffondere ed espandere ovunque l’influenza del pensiero marxista e leninista e dell’URSS che si dichiarava custode di quella ideologia.

Questa storia è raccontata dettagliatamente in un avvincente libro intitolato "Il viaggio di Falcone a Mosca" firmato da Francesco Bigazzi e da Valentin Stepankov, il procuratore russo che stava collaborando con Falcone prima di essere ucciso.

Il sistema di finanziamento del PCUS era piuttosto complesso e spesso si rischia di perdersi in un fitto dedalo di passaggi e sottopassaggi nei quali è spesso difficile comprendere dove siano finiti effettivamente i fondi.

I finanziamenti erano erogati dal partito comunista sovietico agli altri suoi satelliti nel mondo e di questo c’è traccia nelle carte esaminate da Stepankov.

Ricevevano fondi il partito comunista francese e persino il partito comunista americano rappresentato da Gus Hall che a Mosca assicurava tutto il suo impegno contro l’imperialismo americano portato avanti da Ronald Reagan.

Il partito comunista italiano era però quello che riceveva la quantità di fondi più ingenti perché questo era il partito comunista più forte d’Occidente ed era necessario nell’ottica di Mosca assicurargli un costante sostegno per tenera aperta la possibilità di spostare l’Italia dall’orbita del patto Atlantico a quella del patto di Varsavia.

Una eventualità che se fosse mai avvenuta avrebbe provocato non solo la probabile fine della stessa NATO ma anche un probabile conflitto tra Washington e Mosca che si contendevano un Paese fondamentale, allora come oggi, per gli equilibri dell’Europa e del mondo.

Ed è in questa ottica che va vista la strategia della tensione ispirata e attuata da ambienti atlantici per impedire che Roma si avvicinasse troppo a Mosca.

Nell’ottica di questa strategia era necessario colpire la popolazione civile attraverso gruppi terroristici, ad esempio le Brigate Rosse, infiltrati da ambienti dell’intelligence americana per eseguire azioni clamorose, su tutte il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

Il sangue versato dall’Italia nel dopoguerra per volontà del cosiddetto stato profondo di Washington è stato versato per impedire all’Italia di intraprendere un cammino politico che avrebbe potuto allontanarla troppo dalla sfera di dominio Euro-Atlantica non tanto per approdare in quella sovietica, ma piuttosto, secondo la visione di Moro, nel campo dei Paesi non allineati né con un blocco né con l’altro.

Nel 1992 questo mondo era già crollato e non esisteva più la cosiddetta minaccia sovietica. A Mosca regnava il caos. Una epoca era finita e l’URSS era crollata non per via della sua struttura elefantiaca, come pretende di far credere una certa vulgata atlantista, ma semplicemente perché si era deciso di demolirla dall’interno.

La perestrojka, termine russo che sta per ristrutturazione, di cui l’ex segretario del PCUS, Gorbachev, fu un convinto sostenitore fu ciò che preparò il terreno alla caduta del blocco sovietico.

Gorbachev era ed è un personaggio molto vicino agli ambienti del globalismo che contano e fu uno dei primi sovietici ad essere elogiato e sostenuto dal gruppo Bilderberg che nel 1987 guarda con vivo interesse e ammirazione alla sua apertura al mondo Occidentale.

Al Bilderberg c’è il gotha della società mondiale in ogni sua derivazione politica, economica, finanziaria e ovviamente mediatica senza la quale sarebbe stato impossibile perseguire i piani di questa struttura paragovernativa internazionale.

Uno dei membri di spicco di questo club, David Rockefeller, ringraziò calorosamente alcuni anni dopo gli esponenti della stampa mondiale, soprattutto quella anglosassone, per aver taciuto le attività di questa società segreta che senza il silenzio dei media non sarebbe mai riuscita a portare avanti indisturbata i suoi piani.

Nella visione di questi ambienti, l’URSS, di cui, sia chiaro, non si ha nostalgia, era comunque diventata ingombrante e doveva essere rimossa.

Il segretario del partito comunista, Gorbachev, attraverso le sue “riforme” ebbe un ruolo del tutto fondamentale nell’ambito del raggiungimento di questo obbiettivo.

I signori del Bilderberg avevano deciso che gli anni 90 avrebbero dovuto essere gli anni della globalizzazione e della concentrazione di un potere mai visto nelle mani della NATO che per poter avvenire doveva passare dall’eliminazione del blocco opposto, quello dell’Unione Sovietica.

Il crollo dell’URSS ebbe un impatto devastante sulla società post-sovietica russa. Moltissimi dirigenti, 1746, si tolsero la vita. Un numero di morti per suicidio che non trova probabilmente emuli nella storia politica recente di nessun Paese.

Alcuni suicidi furono piuttosto anomali e si pensò che alcuni influenti notabili di Mosca in realtà siano stati suicidati per non far trapelare le verità scomode che sapevano riguardano ai finanziamenti del partito.

A Mosca era iniziato il grande saccheggio e le svendite di tutto quello che era il patrimonio pubblico dello Stato.

L’URSS era uscita dall’era della proprietà collettivizzata per entrare in quella del neoliberismo più feroce e selvaggio così come avvenne per gli altri Paesi dell’Europa Orientale che furono messi all’asta e comprati da corporation angloamericane.

Il procuratore russo Stepankov voleva far luce sulla enorme quantità di soldi che era uscita dalle casse del partito. Voleva capire dove fosse finito tutto questo denaro e come esso fosse stato speso.

Per fare questo, chiese assistenza all’Italia e il presidente Cossiga girò questa richiesta di aiuto all’allora direttore generale degli affari penali, Giovanni Falcone.

Falcone accettò con entusiasmo e ricevette a Roma nel suo ufficio il procuratore Stepankov per avviare quella collaborazione, inedita dal secondo dopoguerra in poi, tra l’Italia e la neonata federazione russa.

Al loro primo incontro, Falcone e Stepankov si piacciono subito. Entrambi si riconoscono una integrità e una determinazione indispensabili per degli inquirenti determinati a comprendere cosa fosse accaduto con quella enorme quantità di denaro che aveva lasciato Mosca per finire in Italia.

I fondi venivano stanziati in dollari e poi convertiti in lire ma per poter completare questo passaggio era necessaria l’assistenza di un’altra parte, che Falcone riteneva essere la mafia che in questo caso avrebbe agito in stretto contatto con l’ex PCI.

I legami tra PCI e mafia non sono stati nemmeno sfiorati dai media mainstream italiani. La sinistra progressista si è attribuita una sorta di primato morale nella lotta alla mafia quando questa storia e questa indagine rivelano invece una sua profonda contiguità con il fenomeno mafioso.

L’indagine di Falcone rischiava di mandare a monte il piano di Mani Pulite

Giovanni Falcone era determinato a fare luce su questi legami, ma non fece in tempo. Una volta iniziata la sua collaborazione con Stepankov la sua vita fu stroncata brutalmente nella strage di Capaci.

Era in programma un viaggio del magistrato nei primi giorni di giugno a Mosca per continuare la collaborazione con Stepankov.

Il giudice si stava avvicinando ad una verità scabrosa che avrebbe potuto travolgere l’allora PDS che aveva abbandonato la falce e martello del partito comunista due anni prima nella svolta della Bolognina inaugurata da Achille Occhetto.

Il PCI si stava tramutando in una versione del partito democratico liberal progressista molto simile a quella del partito democratico americano.

Il processo di conversione era già iniziato anni prima quando a Washington iniziò a recarsi sempre più spesso Giorgio Napolitano che divenne un interlocutore privilegiato degli ambienti che contano negli Stati Uniti, soprattutto quelli sionisti e atlantisti.

A Washington avevano già deciso probabilmente in quegli anni che doveva essere il nuovo partito post-comunista a trascinare l’Italia nel girone infernale della globalizzazione.

Il 1992 fu molto di più che l’anno della caccia alle streghe giudiziaria. Il 1992 fu una operazione internazionale decisa nei circoli del potere anglo-sionista che aveva deciso di liberarsi di una classe politica che, seppur con tutti i suoi limiti, aveva saputo in diverse occasioni contenere l’atlantismo esasperato e aveva saputo esercitare la sua sovranità come accaduto a Sigonella nel 1984 e come accaduto anche con l’omicidio di Aldo Moro, che pagò con la vita la decisione di voler rendere indipendente l’Italia dall’influenza di questi centri di potere transnazionali.

Il copione era quindi già scritto. Il pool di Mani Pulite agì come un cecchino. Tutti i partiti vennero travolti dalle inchieste giudiziarie e tutti finirono sotto la gogna mediatica della pioggia di avvisi di garanzia che in quel clima da linciaggio popolare equivalevano ad una condanna anticipata.

Il PSI di Craxi fu distrutto così come la DC di Andreotti. Tutti vennero colpiti ma le inchieste lasciarono, “casualmente”, intatto il PDS.

Eppure era abbastanza nota la corruzione delle cosiddette cooperative rosse, così come era nota la corruttela che c’era nel partito comunista italiano che riceveva fondi da una potenza straniera, allora nemica, e poi li riciclava attraverso la probabile assistenza di organizzazioni mafiose.

Questa era l’ipotesi investigativa alla quale stava lavorando Giovanni Falcone e questa era la stessa ipotesi che subito dopo raccolse Paolo Borsellino, suo fraterno amico e magistrato ucciso soltanto 55 giorni dopo a via d’Amelio.

Mai la mafia era giunta a tanto, e non era giunta a tanto perché non era nelle sue possibilità. C’è un unico filo rosso che lega queste due stragi e questo filo rosso porta fuori dai confini nazionali.

Porta direttamente in quei centri di potere che avevano deciso che tutta la ricchezza dell’industria pubblica italiana fosse smantellata per essere portata in dote alla finanza anglosionista.

Questi stessi centri di potere globali avevano deciso anche che dovesse essere il nuovo PDS a proseguire lo smantellamento dell’economia italiana attraverso la sua adesione alla moneta unica.

E fu effettivamente così, salvo la parentesi berlusconiana del 94. Il PDS portò l’Italia sul patibolo dell’euro e di Maastricht e privò della sovranità monetaria il Paese agganciandola alla palla al piede della moneta unica, arma della finanza internazionale.

E fu il turbare di questi equilibri che portò alla prematura morte dei magistrati Falcone e Borsellino. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano messo le mani sui fili dell’alta tensione. Quelli di un potere così forte che fa impallidire la mafia.

I due brillanti giudici sapevano che il fenomeno mafioso non poteva essere compreso se non si guardava al piano superiore, che era quello costituito dalla massoneria e dal potere finanziario.

Cosa Nostra e le altre organizzazioni sono solamente della manovalanza di un potere senza volto molto più potente.

È questa la verità che non viene raccontata agli italiani che ogni anno quando si celebrano queste stragi vengono sommersi da un fiume di retorica o da una scadente cinematografia di regime che mai sfiora la verità su quanto accaduto in quegli anni e mai sfiora il vero potere che eseguì il colpo di Stato del 1992 e che insanguinò l’Italia nello stesso anno.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due figure che vanno ricordate non solo per il loro eroismo, ma per la loro ferma volontà e determinazione nel fare il loro mestiere, anche se questo voleva dire pagare con la propria vita.

Lo fecero fino in fondo sapendo di sfidare un potere enormemente più forte di loro. Sapevano che in gioco c’erano equilibri internazionali e destini decisi da uomini seduti nei consigli di amministrazione di banche e corporation che erano i veri registi della mafia.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vanno ricordati perché sono due eroi italiani che si sono opposti a ciò che il Nuovo Ordine Mondiale aveva deciso per l’Italia e pur di farlo non hanno esitato a sacrificare la loro vita.

Oggi, trent’anni dopo, sembra che stiano per chiudersi i conti con quanto accaduto nel 1992 e l’Italia sembra più vicina all’avvio di una nuova fase della sua storia, una nella quale potrebbe esserci la seria possibilità di avere una sovranità e una indipendenza come non la si è avuta dal 1945 in poi.

 

 

 

Autovelox mobili: la multa non è valida se non sono segnalati
multe autovelox

La Cassazione ha confermato che anche gli autovelox posti sulle pattuglie delle varie forze dell’ordine devono essere adeguatamente segnalati.
Autovelox mobili: la multa non è valida se non sono segnalati

AUTOVELOX MOBILI - Subire una multa per eccesso di velocità non è certamente piacevole, soprattutto perché questo comporta la necessità di dover mettere mano al portafoglio per una spesa imprevista. Ci sono però delle situazioni in cui la sanzione può essere ritenuta non valida e quindi annullata, come indicata da una recente sentenza emessa dalla Corte di Cassazione. Che ha così chiarito i dubbi su cosa può accadere nel caso in cui l’autovelox presente in un tratto di strada non sia opportunamente segnalato: l’obbligo è valido anche per gli autovelox mobili montati sulle auto della polizia.

UNA LUNGA TRAFILA LEGALE - La vicenda trae origine da un’automobilista di Feltre (Belluno) aveva subito sei anni fa una multa per eccesso di velocità dopo essere stato sorpreso a 85 km/h in un tratto di strada in cui il limite era invece di 70 m/h. Una pattuglia della polizia presente sul posto dotata di autovelox Scout Speed aveva provveduto a sanzionarlo. L’uomo era però convinto di avere subito un’ingiustizia e aveva così deciso di fare ricorso. Alla fine, nonostante la trafila sia stata particolarmente lunga, è stato proprio il conducente a vincere fino ad arrivare alla sentenza della Cassazione emessa pochi giorni fa.

LA SENTENZA - Nella quale si legge: "In attuazione del generale obbligo di preventiva e ben visibile segnalazione, contempla la possibilità di installare sulle autovetture dotate del dispositivo Scout Speed messaggi luminosi contenenti l'iscrizione “controllo velocità” o “rilevamento della velocità”, visibili sia frontalmente che da tergo. Molteplici possibilità di impiego e segnalazione sono correlate alle caratteristiche della postazione, fissa o mobile, sicché non può dedursi alcuna interferenza negativa che possa giustificare, avuto riguardo alle caratteristiche tecniche della strumentazione impiegata nella postazione di controllo mobile, l'esonero dall'obbligo della preventiva segnalazione".

 

  

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per non fare diventare l'ITALIA un'hotspot europeo dell'immigrazione in quanto bisogna resistere come italiani nel nostro paese dando agli immigrati un messaggio forte e chiaro : ogni paese puo' svilupparsi basta impegnarsi per farlo con le risorse disponibili e l'intelligenza , che significa adattamento nel superare le difficolta'.

Inventarsi un lavoro invece che fare l'elemosina.

Quanti miracoli ha fatto Maometto rispetto a Gesu' ?

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obiettivi:

1) esame d'italiano e storia italiana per gli immigrati

2) lavori socialmente utili

3) pulizia e cucina autonoma

3 gennaio 1917, Suor Lucia nel Terzo segreto di Fatima: Il sangue dei martiri cristiani non smetterà mai di sgorgare per irrigare la terra e far germogliare il seme del Vangelo.  Scrive suor Lucia: “Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “Qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio”. interpretazione del Terzo segreto di Fatima era già stata offerta dalla stessa Suor Lucia in una lettera a Papa Wojtyla del 12 maggio 1982. In essa dice:  «La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [si ascolteranno le mie richieste la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917). La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, etc.”. Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, etc. E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».

Le storie degli immigrati occupanti che cercano di farsi mantenere insieme alle loro famiglie , non lavoro come gli immigrati italiani all'estero:

1)  Mi trovavo all'opedale per prenotare una visita delicata , mentre stato parlando con l'infermiera, una donna mi disse di sbrigarmi : era di colore.

2) Mi trovavo in C,vittorio ang V.CARLO ALBERTO a Torino, stavo dando dei soldi ad un bianco che suonava una fisarmonica accanto ai suoi pacchi, arriva un nero in bici e me li chiede

3) Ero su un bus turistico e' salito un nero ha spostato la roba che occupava i primi posti e si e' messo lui

4) Ero in un team di startup che doveva fare proposte a TIM usando strumenti della stessa la minoranza mussulmana ha imposto di prima vedere gli strumenti e poi fare le proposte: molto innovativo !

5) FINO A QUANDO I MUSSULMANI NON ACCETTANO LA PARITA' UOMO DONNA , ANCHE SE LO SCRIVE IL CORANO E' SBAGLIATO. E' INACCETTABILE QUESTO PRINCIPIO CHE CI PORTA INDIETRO.

6) perche' lITALIA deve accogliere tutti ? anche gli alberghi possono rifiutare clienti .

7) Immigrazione ed economia sono interconnesse in quanto spostano pil fuori dal paese.

8) Gli extracomunitari ti entrano in casa senza chiedere permesso. Non solo desiderano la roba d altri ma la prendono.
Forse il primo insegnamento sarebbe il rispetto della liberta' altrui.

 

09.01.19

Tutti i nulllafacenti immigrati Boeri dice che ne abbiamo bisogno : per cosa ? per mantenerli ?

04.02.17l

L'ISIS secondo me sta facendo delle prove di attentato con l'obiettivo del Vaticano con un attacco simultaneo da terra con la tecnica dei camion e dal cielo con aerei come a NY l'11.09.11.

Riforma sostenuta da una maggioranza trasversale: «Non razzismo, ma realismo» Case Atc agli immigrati La Regione Piemonte cambia le regole Gli attuali criteri per le assegnazioni penalizzano gli italiani .

Screening pagato dalla Regione e affidato alle Molinette Nel Centro di Settimo esami contro la Tbc “Controlli da marzo” Tra i profughi in arrivo aumentano i casi di scabbia In sei mesi sono state curate un migliaio di persone.

Il Piemonte è la quarta regione italiana per numero di richiedenti asilo. E gli arrivi sono destinati ad aumentare. L’assessora Cerutti: “Un sistema che da emergenza si sta trasformando in strutturale”. Coinvolgere maggiormente i Comuni.In Piemonte ci sono 14.080 migranti e il flusso non accenna ad arrestarsi: nel primo mese del 2017 sono già sbarcati in Italia 9.425 richiedenti asilo, in confronto ai 6030 dello scorso anno e ai 3.813 del 2015. Insomma, serve un piano. A illustrarlo è l’assessora all’Immigrazione della Regione Monica Cerutti, che spiega come la rete di accoglienza in questi anni sia radicalmente cambiata, trasformando il sistema «da emergenziale a strutturale».

La Regione punta su formazione e compensazioni mentre aumentano i riconoscimenti In Piemonte 14 mila migranti Solo 1200 nella rete dei Comuni A Una minoranza inserita in progetti di accoglienza gestiti dagli enti locali umentano i riconoscimenti delle commissioni prefettizie, meno rigide rispetto al passato prossimo: la tendenza si è invertita, le domande accolte sono il 60% rispetto al 40% dei rigetti. Non aumenta, invece, la disponibilità a progetti di accoglienza e di integrazione da parte dei Comuni. Stando ai dati aggiornati forniti dalla Regione, si rileva che rispetto ai 14 mila migranti oggi presenti in Piemonte quelli inseriti nel sistema Sprar - gestito direttamente dai Comuni - non superano i 1.200. Il resto lo troviamo nelle strutture temporanee sotto controllo dalle Prefetture. Per rendere l’idea, nella nostra regione i Comuni sono 1.2016. La trincea dei Comuni Un bilancio che impensierisce la Regione, alle prese con resistenze più o meno velate da parte degli enti locali: il termometro di un malumore, o semplicemente di indifferenza, che impone un lavoro capillare di convincimento. «Di accompagnamento, di compensazione e prima ancora di informazione contro la disinformazione e certe strumentalizzazioni politiche», - ha precisato l’assessora Monica Cerutti riepilogando le azioni previste nel piano per regionale per l’immigrazione. A stretto giro di posta è arrivata la risposta della Lega Nord nella persona del consigliere regionale Alessandro Benvenuto: «Non esistono paure da disinnescare ma necessità da soddisfare sia in termini di sicurezza e controllo del territorio, sia dal punto di vista degli investimenti. Il Piemonte ha di per sé ben poche risorse, che andrebbero utilizzate per creare lavoro e risolvere i problemi che attanagliano i piemontesi, prima di essere adoperate per far fare un salto di qualità all’accoglienza». Progetti di accoglienza Tre i progetti in campo: «Vesta» (ha come obiettivo il miglioramento dei servizi pubblici che si relazionano con i cittadini di Paesi terzi), “Petrarca” (si occupa di realizzare un piano regionale per la formazione civico linguistica), “Piemonte contro le discriminazioni” (percorsi di formazione e di inclusione volti a prevenire le discriminazioni). Inoltre la Regione ha attivato con il Viminale un progetto per favorire lo sviluppo delle economie locali sostenendo politiche pubbliche rivolte ai giovani ivoriani e senegalesi. Più riconoscimenti Come si premetteva, aumentano i riconoscimenti: 297 le domande accolte dalla Commissione di Torino nel periodo ottobre-dicembre 2016 (status di rifugiato, protezione sussidiaria e umanitaria); 210 i rigetti. In tutto i convocati erano mille: gli altri o attendono o non si sono presentati. I tempi della valutazione, invece, restano lunghi: un paio di anni, considerando anche i ricorsi. Sul fronte dell’assistenza sanitaria e della prevenzione, si pensa di replicare nel Centro di Castel D’Annone, in provincia di Asti, lo screening contro la tubercolosi che dal marzo sarà attivato al Centro Fenoglio di Settimo con il concorso di Regione, Croce Rossa e Centro di Radiologia Mobile delle Molinette.

INTANTO :«Non sono ipotizzabili anticipazioni di risorse» per l’asilo che Spina 3 attende dal 2009. La lunga attesa aveva fatto protestare molti residenti e c’era chi già stava perdendo le speranze. Ma in Circoscrizione 4, in risposta a un’interpellanza del consigliere della Lega Carlo Morando, il Comune ha messo nero su bianco che i fondi dei privati per permettere la costruzione dell’asilo non ci sono. Quella di via Verolengo resta una promessa non rispettata. Con la crisi immobiliare, la società Cinque Cerchi ha rinunciato a costruire una parte dei palazzi e gli oneri di urbanizzazione versati, spiegò mesi fa l’ex assessore Lorusso, erano andati per la costruzione del tunnel di corso Mortara. Ad ottobre c’è stata una nuova riunione. L’esito è stata la fumata nera da parte dei privati. «Sarà necessario che la progettazione e la realizzazione dell’opera vengano curate direttamente dalla Città di Torino», scrive il Comune nella sua risposta. Senza specificare come e dove verranno reperiti i fondi necessari, né quando si partirà.

 

Tunisia. Frattini: "Proporremo immigrazione circolare" - Il portale dell ...

www.stranieriinitalia.it/.../tunisia-frattini-qproporremo-immigrazione-circolareq.html

20 gen 2011 - L'immigrazione "circolare" è quella in cui i migranti, dopo un certo periodo di lavoro all'estero, tornano nei loro Paesi d'origine. Un sistema più ...

Tutto è iniziato quando è stato chiuso il bar. I 60 stranieri che erano a bordo del traghetto Tirrenia diretto a Napoli volevano continuare a bere. L’obiettivo era sbronzarsi e far scoppiare il caos sulla nave. Lo hanno fatto ugualmente, trasformando il viaggio in un incubo anche per gli altri 200 passeggeri. In mezzo al mare, nel cuore della notte, è successo di tutto: litigi, urla, botte, un tentativo di assalto al bancone chiuso, molestie ai danni di alcuni viaggiatori e persino un’incursione tra le cuccette. La situazione è tornata alla calma soltanto all’alba, poco prima dell’ormeggio, quando i protagonisti di questa interminabile notte brava hanno visto che sulle banchine del porto di Napoli erano già schierate le pattuglie della polizia. Nella nave Janas partita da Cagliari lunedì sera dalla Sardegna era stato imbarcato un gruppo di nordafricani che nei giorni scorsi aveva ricevuto il decreto di espulsione. Una trentina di persone, alle quali si sono aggiunti anche altri immigrati nordafricani. E così a bordo è scoppiato il caos. Il personale di bordo ha provato a riportare la calma ma la situazione è subito degenerata. Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati. All’arrivo a Napoli, il traghetto è stato bloccato dagli agenti della Questura di Napoli che per tutta la giornata sono rimasti a bordo per identificare gli stranieri che hanno scatenato il caos in mezzo al mare e per ricostruire bene l’episodio. «Il viaggio del gruppo è stato effettuato secondo le procedure previste dalla legge, implementate dalle autorità di sicurezza di Cagliari – si limita a spiegare la Tirrenia - La compagnia, come sempre in questi casi, ha destinato ai passeggeri stranieri un’area della nave, a garanzia della sicurezza dei passeggeri, non essendo il gruppo accompagnato  dalle forze di polizia. Contrariamente a quanto avvenuto in passato, il gruppo ha creato problemi a bordo per tensioni al suo interno che poi si sono ripercosse sui passeggeri». A bordo del traghetto gli agenti della questura di Napoli hanno lavorato per quasi 12 ore e hanno acquisito anche le telecamere della videosorveglianza della nave. Nel frattempo sono scoppiate le polemiche. «I protagonisti di questo caos non sono da scambiare con i profughi richiedenti asilo - commenta il segretario del Sap di Cagliari, Luca Agati - La verità è che con gli sbarchi dal Nord Africa, a cui stiamo assistendo anche in questi giorni, arrivano poco di buono, giovani convinti di poter fare cio’ che vogliono una volta ottenuto il foglio di espulsione, che di fatto è un lasciapassare che garantisce loro la libertà di delinquere in Italia. Cosa deve accadere per far comprendere che va trovata una soluzione definitiva alla questione delle espulsioni?»  In ostaggio per ore Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati, che hanno trasformato il viaggio in un incubo per gli altri 200 passeggeri  21.02.17

Istituto comprensivo Regio Parco La crisi spegne la musica in classe Le famiglie non pagano la retta da 10 euro al mese: a rischio il progetto lanciato da Abbado, mentre la Regione Piemonte finanzia un progetto per insegnare ai bambini italiani la lingua degli immigrati non viceversa.

 Qui Foggia Gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono in container di appena 24 mq Qui Messina Nei rioni Fondo Fucile e Camaro San Paolo le baracche aumentano di anno in anno Donne e bambini Nei rioni nati dopo il sisma le case sono coperte da tetti precari, spesso di Eternit Qui Lamezia Terme Oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica a cielo aperto  Qui Brescia Nelle casette di San Polino le decine di famiglie abitano prefabbricati fatiscenti Da Brescia a Foggia, da Lamezia a Messina. Oltre 50 mila italiani vivono in abitazioni di fortuna. Tra amianto, topi e rassegnazione Caterina ha 64 anni e tenacia da vendere. Con gli occhi liquidi guarda il tetto di amianto sopra la sua testa: «Sono stata operata due volte di tumore, è colpa di questo maledetto Eternit». Indossa una vestaglia a righe bianche e blu. «Vivo qui da vent’anni. D’estate si soffoca, d’inverno si gela, piove in casa e l’umidità bagna i vestiti nei cassetti. Il dottore mi ha detto di andare via. Ma dove?». In fondo alla strada abita Concetta, che tra topi e lamiere trova la forza di sorridere: «A ogni campagna elettorale i politici ci promettono case popolari, ma una volta eletti si dimenticano di noi. Sono certa che morirò senza aver realizzato il mio sogno: un balcone dove stendere la biancheria». Antonio invece no, lui non ride. Digrigna i denti rimasti: «Gli altri li ho persi per colpa della rabbia. In due anni qui sono diventato brutto, mi vergogno». Slum, favela, bidonville: Paese che vai, emarginazione che trovi. Un essere umano su sei, nel mondo, vive in una baraccopoli. In Italia sono almeno 53 mila le persone che, secondo l’Istat, abitano nei cosiddetti «alloggi di altro tipo», diversi dalle case. Cantine, roulotte, automobili e soprattutto baracche. Le storie di questi cittadini invisibili (e italianissimi) sono raccontate nel documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, in onda domenica sera alle 21,15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Le baraccopoli sono non luoghi popolati da un’umanità sconfitta e spesso rassegnata. Donne, uomini, bambini, anziani. Vittime della crisi economica o di circostanze avverse. Vivono in stamberghe all’interno di moderni ghetti al confine con quella parte di città degna di questo nome. Di là dal muro la civiltà. Da questo lato fango, calcinacci, muffa, immondizia, fogne a cielo aperto. A Messina le abitazioni di fortuna risalgono ad oltre un secolo fa, quando il terremoto del 1908 rase al suolo la città. Qui l’emergenza è diventata quotidianità. Fondo Fucile, Giostra, Camaro San Paolo. Eccoli i rioni del girone infernale dei diseredati. Legambiente ha censito più di 3 mila baracche e altrettante famiglie. I topi, invece, sono ben di più. A Lamezia Terme oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica. Tra loro c’è Cosimo, che vorrebbe andare via: «Non per me, ma per mio figlio, ha subìto un trapianto di fegato». A Foggia gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono nei container di 24 mq. Andrea abita invece nelle casette di San Polino a Brescia, dove un prefabbricato fatiscente è diventato la sua dimora forzata: «Facevo l’autotrasportatore. Dopo due ictus ho perso patente e lavoro. I miei figli non sanno che abito qui. Non mi è rimasto nulla, nemmeno la dignità». Sognando un balcone «Il mio sogno? È un balcone dove stendere la biancheria», dice la signora Caterina nIl documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, andrà in onda domani sera alle 21.15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Su Sky Atlantic Il documentario 3 domande a Sergio Ramazzotti registra e fotografo “Così ho immortalato la vita dentro quelle catapecchie” Chi sono gli abitanti delle baraccopoli? «Sono cittadini italiani, spesso finiti lì per caso. Magari dopo aver perso il lavoro o aver divorziato». Quali sono i tratti comuni? «Chi finisce in una baracca attraversa fasi simili a quelle dei malati di cancro. Prima lo stupore, poi la rabbia, il tentativo di scendere a patti con la realtà, la depressione, infine la rassegnazione». Cosa ci insegnano queste persone? «È destabilizzante raccontare donne e uomini caduti in disgrazia con tanta rapidità. Sono individui come noi. La verità è che può succedere a chiunque». Baraccopolid’Italia

01.03.17

GLI ITALIANI AIUTANO più FACILMENTE GLI EXTRACOMUNITARI RISPETTO AGLI ITALIANI.

 

 

 

SE VUOI SCRIVERTI UN BREVETTO CONSULTA dm.13.01.10 n33

13/01/2010 - Decreto ministeriale del 13 gennaio 2010, n. 33 - Uibm

 

 

 

CORRISPONDENZA sulla Xylella fastidiosa con la UE luglio 2018

XYLELLA\18-07-31-ARES 4037967.pdf

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Mutui, la prova della truffa Via a rimborsi per 16 miliardi

Dopo tre anni ecco la sentenza Ue sull'Euribor truccato da banche estere. Ma si può far causa pure alle italiane

Giuseppe Marino - Sab, 19/11/2016 - 15:52

La Commissione europea, tre anni dopo aver condannato quattro tra le più grandi banche europee per aver truccato il tasso di interesse che incide sui mutui di milioni di cittadini europei, ha finalmente tolto il segreto al testo della sentenza. E quel documento di trenta pagine potrebbe valere, solo per gli italiani che hanno un mutuo sulle spalle, ben 16 miliardi di euro di rimborsi da chiedere alle banche.

La storia parte con la scoperta di un'intesa restrittiva della concorrenza, ovvero un cartello, tra le principali banche europee. Lo scopo, secondo l'Antitrust europeo, era di manipolare a proprio vantaggio il corso dell'Euribor, il tasso di interesse che funge da riferimento per un mercato di prodotti finanziari che vale 400mila miliardi di euro. Tra questi ci sono i mutui di 2,5 milioni di italiani, per un controvalore complessivo stimabile in oltre 200 miliardi. L'Euribor viene calcolato giorno per giorno con un sondaggio telefonico tra 44 grandi banche europee, che comunicano che tasso di interesse applicano in quel momento per i prestiti tra banche. Il risultato del sondaggio viene comunicato all'agenzia Thomson Reuters che poi comunica il valore dell'Euribor agli operatori e al pubblico. L'Antitrust ha scoperto che alcune grandi banche, tra il 2005 e il 2008, si erano messe d'accordo per falsare i valori comunicati e manipolare il valore del tasso secondo la propria convenienza. «Alcune volte, -recita la sentenza che il Giornale ha potuto visionare- certi trader (omissis...) comunicavano e/o ricevevano preferenze per un settaggio a valore costante, basso o alto di certi valori Euribor. Queste preferenze andavano a dipendere dalle proprie posizioni commerciali ed esposizioni»

Il risultato ovviamente si è riflettuto sui mutui degli ignari cittadini di tutta Europa, che però finora avevano le unghie spuntate. Un avvocato di Sassari, Andrea Sorgentone, legato all'associazione Sos Utenti, ha subissato la Commissione di ricorsi per farsi consegnare il testo della sentenza dell'Antitrust che condanna Deutsche Bank, Société Genéralé, Rbs e Barclay's a pagare in totale una multa di oltre un miliardo di euro.

La Ue ha sempre rifiutato adducendo problemi di riservatezza delle banche, ma alla fine l'avvocato ha ottenuto una copia della sentenza, seppur in parte «censurata». E ora il conto potrebbe salire. E non solo per quelle direttamente coinvolte, perché il tasso alterato veniva applicato ai mutui variabili da tutte le banche, anche le italiane, che ora potrebbero dover pagare il conto dei trucchi di tedesche, francesi e inglesi. Sorgentone si dice convinto di poter ottenere i risarcimenti: «Secondo le stime più attendibili -dice- i mutuatari italiani hanno pagato interessi per 30 miliardi, di cui 16 indebitamente. La sentenza europea è vincolante per i giudici italiani. Ora devono solo quantificare gli interessi che vanno restituiti in ogni rapporto mutuo, leasing, apertura di credito a tasso variabile che ha avuto corso dal 1 settembre 2005 al 31 marzo 2009».

27.01.17

 

 

Come creare un meeting su Zoom? In un periodo in cui è richiesto dalla società il distanziamento sociale, la nota app per le videoconferenze diventa uno strumento importante per molte aziende e privati. Se partecipare a un meeting è un processo estremamente semplice, che non richiede neppure la registrazione al servizio, discorso diverso vale per gli utenti che desiderano creare un meeting su Zoom.

Ecco dunque una semplice guida per semplificare la vita a coloro che hanno intenzione di approcciare alla piattaforma senza confondersi le idee.

Come si crea un meeting su Zoom

Dopo aver scaricato e installato Zoom, e aver effettuato la registrazione, si dovrà dunque effettuare l’accesso premendo Sign In (è possibile loggare direttamente con il proprio account Google o Facebook, comunque). A questo punto, bisogna procedere in questo modo:

  • Fare tap su New Meeting (pulsante arancione)
  • Scegliere se avviare il meeting con la fotocamera accesa o spenta, tramite il toggle Video On
  • Premere Start a Meeting

A questo punto è stata creata la videoconferenza, ma affinché venga avviata è necessario invitare i partecipanti. Per proseguire sarà necessario quindi:

  • Fare tap su Participants (nella parte in basso dello schermo)
  • Premere su Invite
  • Scegliere il mezzo attraverso cui inviare il link di partecipazione ai mittenti (tramite e-mail o messaggio, per esempio)

Una volta invitati gli utenti, chi ha creato il meeting avrà la possibilità di fare tap su ognuno di essi per utilizzare diverse funzioni: per esempio si potranno silenziare, piuttosto che chiedergli di attivare la fotocamera, eccetera.

Zoom, anche su dispositivi mobile

Zoom (immagine: Zoom).

Facendo tap sul pulsante Chats (in basso a sinistra dello schermo), inoltre, si potranno inviare messaggi di testo a tutti i partecipanti o solo a uno di essi. Una volta terminata la videoconferenza, la si potrà chiudere facendo tap sulla scritta rossa End in alto a destra: si potrà in ultimo scegliere se lasciare il meeting (Leave Meeting), permettendo agli altri di continuare a interagire, o se scollegare tutti (End Meeting).

 

 

Windows File Recovery recupera i file cancellati per sbaglio

È la prima app di questo tipo realizzata direttamente da Microsoft.

A tutti - beh, a quanti non hanno un backup efficiente - sarà capitato di cancellare per errore un file, non solo mettendolo nel Cestino, ma facendolo sparire apparentemente per sempre.

Recuperare i file cancellati ha tante più possibilità di riuscire quanto meno la zona occupata da quei file è stata sovrascritta, ed è un lavoro per software specializzati.

Fino a oggi, l'unica possibilità per i sistemi Windows era scegliere programmi di terze parti. Ora Microsoft ha rilasciato una piccola utility che si occupa proprio del recupero dei file.

Si chiama Windows File Recovery ed è disponibile gratuitamente sul Microsoft Store.

Si tratta di un programma privo di interfaccia grafica: per adoperarlo bisogna quindi superare la diffidenza per la linea di comando che alberga in molti utenti di Windows.

L'utility ha tre modalità base di funzionamento. Default, suggerita per i drive Ntfs, si rivolge alla Master File Table (MFT) per individuare i segmenti dei file. Segment fa a meno della MFT e si basa invece sul rilevamento dei segmenti (che contengono informazioni come il nome, la data, il tipo di file e via di seguito). Signature, infine, si basa sul tipo di file: non avendo a disposizione altre informazioni, cerca tutti i file di quel tipo (Microsoft consiglia questo sistema per le unità esterne come chiavette Usb e schede SD).

Windows File Recovery è in grado di tentare il recupero da diversi filesystem - quali Ntfs, exFat e ReFS - e per apprendere il suo utilizzo Microsoft ha messo a disposizione una pagina d'aiuto (in inglese) sul sito ufficiale.

Qui sotto, alcune schermate di Windows File Recovery.

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Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28141

 

Bloatbox ripulisce Windows 10 dalle app indesiderate

Bastano pochi clic per eliminare tutto il bloatware preinstallato.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28201

Non si può dire che Windows 10 sia un sistema operativo essenziale: ogni nuova installazione porta con sé, insieme al sistema vero e proprio, tutta una serie di applicazioni che per la maggior parte degli utenti si rivelano inutili, se non fastidiose, senza contare le aggiunte dei singoli produttori di Pc.

Rimuoverle a mano una a una è un compito tedioso, ma esiste una piccola applicazione che facilita l'intera operazione: Bloatbox.

Nata come estensione per Spydish, app utile per gestire le informazioni condivise con Microsoft da Windows 10 e più in generale le impostazioni del sistema che coinvolgono la privacy, è poi diventata un software a sé.

Il motivo è un po' la medesima ragione di vita di Bloatbox: non rendere Spydish troppo "grasso" (bloated), ossia ricco di funzioni che, per quanto utili, vadano a incidere sulla possibilità di avere un'applicazione compatta, efficiente e facile da usare.

Bloatbox si scarica da GitHub sotto forma di archivio .zip da estrarre sul Pc. Una volta compiuta questa operazione non resta altro da fare che cliccare due volte sul file Bloatbox.exe per avviare l'app.

La finestra principale mostra sulla sinistra una colonna in cui è presente la lista di tutte le app installate in Windows, tra cui anche quelle che normalmente non si possono disinstallare - come il Meteo, Microsoft News e via di seguito - e quelle installate dal produttore del computer.

Ciò che occorre fare è selezionare quelle app che si intende rimuovere e, quando si è soddisfatti, premere il pulsante , che le aggiungerà alla colonna di destra, dove si trovano tutte le app condannate alla cancellazione.

A questo punto si può premere il pulsante Uninstall, posto nella parte inferiore della colonna centrale, e il processo di disinstallazione inizierà.

L'ultima versione al momento in cui scriviamo mostra anche, nella colonna di destra di un pratico link per effettuare una "pulizia generale" di una nuova installazione di Windows 10, identificato dalla dicitura Start fresh if your Windows 10 is loaded with bloat....

Cliccandolo, verranno aggiunte all'elenco di eliminazione tutte le app preinstallate e considerate bloatware. Chiaramente l'elenco può essere personalizzato a piacere rimuovendo da esso le app che si intende tenere tramite il pulsante Remove selected.

 

 

 

 

Il sito che installa tutte le app essenziali per Windows 10

Bastano pochi clic per ottenere un Pc perfettamente attrezzato, senza dover scaricare ogni singolo software.

Reinstallare il sistema operativo è solo il primo passo, dopo un incidente al Pc che abbia causato la necessità di ripartire da capo, tra quelli necessari per arrivare a riavere un computer perfettamente configurato e utilizzabile.

A quel punto inizia infatti il processo di configurazione e di installazione di tutte quelle grandi e piccole applicazioni che svolgono i vari compiti ai quali il computer è dedicato. Si tratta di un'operazione che può essere lunga e tediosa e che sarebbe bello poter automatizzare.

Una delle alternative migliori da tempo esistente è Ninite, sito che permette di selezionare le app preferite e si occupa di scaricarle e installarle in autonomia.


Da quando però Microsoft ha lanciato un proprio gestore di pacchetti (Winget) sono spuntate delle alternative che a esso si appoggiano e, dato che funziona da linea di comando, dette alternative si occupano di fornire un'interfaccia grafica.

Una delle più interessanti è Winstall, che semplifica l'installazione delle app dai repository messi a disposizione da Microsoft.

Winstall è una Progressive Web Application (Pwa), ossia un sito da visitare con il proprio browser e che permette di scegliere le app da installare sul computer; in questo senso, dal punto di vista dell'uso è molto simile al già citato Ninite.

Diverso è però il funzionamento: se Ninite scarica i singoli installer dei vari programmi, Winstall si appoggia a Winget, che quindi deve essere preventivamente installato sul Pc.

Inoltre offre una propria funzionalità specifica, che il suo sviluppatore ha battezzato Featured Pack.

Si tratta di gruppi di applicazioni unite da un tema o una funzionalità comune (browser, strumenti di sviluppo, software per i giochi) che si possono selezionare tutte insieme; Winstall si occupa quindi di generare il codice da copiare nel Prompt dei Comandi per avviare l'installazione.

In alternativa si può scaricare un file .bat da eseguire, che si occupa di invocare Winget per portare a termine il compito.

I Featured Pack sono infine personalizzabili: gli utenti sono invitati a creare il proprio e a condividerlo.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28369

 

 

Cos’è e a cosa serve la pasta madre

La pasta madre è un lievito naturale che permette di preparare un ottimo pane, ma anche pizze e focacce. Conosciuta anche come pasta acida, la pasta madre è un impasto che può essere realizzato in diversi modi. Ad esempio, la pasta madre si può ottenere prelevando un impasto del pane da conservare grazie ai “rinfreschi”, oppure preparando un semplice impasto di acqua e farina da lasciare a contatto con l’aria, così che si arricchisca dei lieviti responsabili dei processi fermentativi che consentono la lievitazione di pane e altri prodotti da forno.

Gli impasti preparati con la pasta madre hanno generalmente bisogno di lievitare per diverse ore, ma il risultato ripaga dell’attesa: pane, pizze e focacce risulteranno infatti più gonfi, più digeribili, conservabili più a lungo e con un sapore decisamente migliore.

La pasta madre, inoltre, accresce il valore nutrizionale del pane e di altri prodotti da forno. Negli impasti preparati con la pasta madre diverse importanti sostanze rimangono intatte e, grazie alla composizione chimica della pasta madre, il nostro organismo riesce ad assimilare meglio i sali minerali presenti nelle farine.

I lieviti della pasta madre, poi, favoriscono la crescita di batteri buoni nell’intestino, favorendo un buon equilibrio del microbiota e migliorando così la digestione. È importante anche notare che il pane preparato con lievito naturale possiede un indice glicemico inferiore rispetto al pane realizzato con altri lieviti. Questo significa che quando i carboidrati presenti nel pane vengono assimilati sotto forma di glucosio, questo si riversa più lentamente nel flusso sanguigno, evitando picchi glicemici.

Oltre a conferire al pane proprietà organolettiche e nutrizionali migliori, la pasta madre presenta altri vantaggi. Grazie ai rinfreschi, si può infatti avere a disposizione questo straordinario lievito naturale a lungo; in più, la pasta madre può essere preparata con vari tipi di farine, anche senza glutine.

La dieta senza glutine è l’unica terapia per le persone celiache e per chi presenta sensibilità verso le proteine del frumento e in altri cereali come orzo e farro. Inoltre, ridurre il consumo di glutine può migliorare alcuni disturbi intestinali ed è consigliato anche a chi vuole seguire un regime alimentare antinfiammatorio.

 

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Nostra Madre Terra - Articoli

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Dai termovalorizzatori alla raccolta differenziata

http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?azione=det&id=2548

 

Video Marco Bava Giuseppe Catizone 6 marzo 2009

http://video.google.it/videoplay?docid=-2712874453540054702&hl=it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Videoinforma :  www marcobava.it